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24 settembre 2010

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione

Epistemologia ed economia

La teoria neoclassica è un paradigma economico che presume che l’economia possa essere come la fisica e cioè che in essa si possa scomporre la situazione empirica in unità elementari di cui si determinano le relazioni fondamentali espresse da leggi e con le quali si ricostruisce con buona approssimazione la situazione empirica da cui si è partiti e si prevede poi quale evoluzione essa può avere. In fisica è possibile elaborare ipotesi sull’intero sistema degli oggetti fisici in quanto la loro verifica è circoscritta in contesti dei quali è possibile almeno un parziale isolamento, attraverso la galileiana difalcazione degli impedimenti. In fisica la grandezza del sistema complessivo degli oggetti e l’inesistenza di interazioni macroscopiche che mettano in forse nel breve periodo le ipotesi assunte ha consentito alle ipotesi stesse una validità temporale che può essere messa in questione solo dall’accanimento eventuale di soggetti appartenenti alla comunità degli scienziati. Nelle scienze umane questo non è possibile : l’isolamento che permette la verificazione locale delle ipotesi è fuori questione, il sistema complessivo è ben più piccolo di quello degli oggetti fisici e le interazioni ben più frequenti e rilevanti. Probabilmente accadono in campo macroscopico almeno alcuni dei fenomeni che in fisica avvengono a livello subatomico e rendono così incerta e complicata la conoscenza fisica a quel livello.

Marx è stato forse il primo a prefigurare l’impossibilità nel campo economico di poter fondare una scienza a partire da unità fondamentali attinte da un processo di astrazione. La sua dialettica permetteva solo di osservare la realtà a livello concreto e di demistificare la teorie esistenti come ideologiche, cioè come costruzioni che vogliono cristallizzare schematicamente situazioni storicamente contingenti.

L’analisi della realtà nel suo storico verificarsi rende ovviamente centrale nell’analisi di Marx lo sviluppo economico o meglio l’accumulazione di capitale e le sue conseguenze sociali. Il passaggio dell’economia neoclassica da una analisi statica ad una dinamica inevce si è rivelato, per le cose affermate, alquanto complicato.

In realtà la fondazione di un sapere economico più adatto al carattere dinamico del suo oggetto si può costituire a partire da un paradigma scientifico più adatto alla fondazione delle scienze sociali. Questo paradigma può essere quello delle scienze della complessità, che per certi versi si può definire l’erede della dialettica marxiana, anche se ad esso va continuamente applicato il metodo critico pure elaborato da Marx, affinchè anch’esso non porti a soluzioni ideologiche, così come è stato nel caso ad es. di Talcott Parsons.

Proprio l’assenza di una reale possibilità di isolare i fenomeni sociali rende impossibile la descrizione deterministica di essi. Mentre in fisica il determinismo ha un senso laddove è possibile isolare un sistema attraverso la “difalcazione degli impedimenti”ed agire su di esso attraverso le tecnologie, nelle scienze sociali sono possibili solo previsioni probabilistiche che vengono continuamente aggiornate quanto più numerosi sono i soggetti informati su di esse, in quanto  possono sempre adattare i loro comportamenti in modo da provare a disattenderle nel caso siano negative per loro da un punto di vista etico o pratico.

L’atteggiamento scientifico di Marx oggi può essere rielaborato non tanto nel senso del determinismo, quanto per il metodo che privilegia,  più che l’intenzione dei soggetti all’interno di un contesto sociale, le circostanze materiali che di fatto li fanno tendere ad assumere certi comportamenti piuttosto che altri. Anche se si potesse dire che, dato un evento A, si debba necessariamente verificare un evento B, nel campo delle scienze sociali non si può mai garantire che si verifichi solo l’evento A, per cui si può sempre verificare un altro evento C che impedisce all’evento B di realizzarsi.

Dunque lo sviluppo economico e sociale non ha mai un esito predeterminato, ma sempre una pluralità di esiti possibili, la cui probabilità è tanto precisabile quanto più dettagliata è l’analisi dello stato da cui si parte e quanto più profonda è la conoscenza della relazioni di causa ed effetto esistente tra eventi più o meno tipizzati.

Bohm Bawerk ad es. nella sua analisi del capitale trascura sia la complessità dell’oggetto sia il suo carattere storico, condannando l’economia alla descrizione di modelli astratti la cui applicazione si rivela essere molto aleatoria. Menger, che tra i neo-classici ha particolarmente sviluppato l’epistemologia dell’economia, voleva isolare gli elementi rigorosamente tipici tra cui si potessero stabilire leggi necessarie come quelle della natura. Queste leggi però non possono essere verificate empiricamente, dal momento che la realtà, nella sua complessità non consente tale verifica. Tale rifiuto della realtà è consapevole e perciò ancora più inquietante. Inoltre egli riteneva che il carattere spesso consapevole degli istituti sociali era legato al carattere atomistico ed individualistico del modello usato per descriverli e spiegarli. In realtà, ad es. per Marx, la consapevolezza degli istituti sociali è molto spesso lacunosa ed ideologica è fornisce solo una sicurezza mal riposta : la descrizione che si ottiene da un modello atomistico va inserita nel contesto storico e legata ad altre serie di eventi e situazioni spesso non prese assolutamente in considerazione : per fare un esempio, il carattere apparentemente libero di un contratto di lavoro non tiene conto dei bisogni ad esso collegati e della asimmetria spesso esistente tra i due contraenti. Anche quando contraddittoriamente Menger collega il modello atomistico con le azioni il cui effetto complessivo non è previsto, egli fa una semplificazione arbitraria perché proprio queste pratiche svincolate da una finalità consapevole sono l’effetto di una logica che riguarda un livello collettivo e complesso di analisi della realtà sociale. In realtà il modello atomistico in questo campo può avere solo una valenza didattica elementare, ma non ha alcun valore nel descrivere la realtà.

 

 

 

Marx, l'etica e la democrazia

Quanto al rapporto con l’etica, Marx da hegeliano rifiuta l’atteggiamento deontologico di chi non analizza le condizioni di possibilità della transizione, ma non credo che con questa critica l’istanza etica sia eliminata del tutto. Essa diventa piuttosto un criterio immanente che, sulla base della pluralità degli esiti possibili dello stato di cose presente, si concretizza nel tentativo di gestire la transizione indirizzandola a finalità condivise nel dibattito interno al soggetto rivoluzionario.

Il socialismo utopistico considera la transizione un insieme di azioni lineari che, dallo stato di cose presente, porta ad un sistema di desiderata, la cui selezione non è il frutto della prassi collettiva che si dà da se medesima gli obiettivi intermedi e quelli più a lunga scadenza, ma piuttosto del pensiero individuale che, in quanto tale, è destinato a rimanere un’ illusione ideologica

La stessa teoria del feticismo di Marx è carica di eticità, solo che tale eticità non è dichiarata secondo un modello retorico esortativo e deontico, ma attraverso una sorta di descrizione neutrale del piano inclinato su cui il modo di produzione capitalistico si sta incamminando. La dialettica marxiana nel descrivere come il modo capitalistico, seguendo la sua propria logica, si avvii verso la propria auto dissoluzione, diventa una sorta di iperbole che assume suo malgrado l’aspetto della satira e rivela in controluce tutte le sue istanze etiche. La rivoluzione è al tempo stesso la verifica scientifica della transizione, ma anche la prassi consapevole che la pone in essere. Nelle scienze sociali le istanze della soggettività e i vincoli del realismo scientifico sono in continua relazione: è inutile pretendere dalle scienze sociali un oggettività che le condanna solo all’ideologismo più bieco e più legato allo stato di cose che deve essere superato.

Quanto alla classe operaia, le sue modalità di organizzazione non sono senza rilevanza non solo ai fini del miglior esito della transizione, ma anche retrospettivamente in relazione allo statuto epistemologico delle scienze sociali : la vera rivoluzione conoscitiva della transizione è la democrazia che è il metodo delle scienze sociali, la forma storicamente avanzata della mediazione tra istanze soggettive ed oggettive e tra le diverse prospettive dei soggetti che costituiscono la classe rivoluzionaria. E’ la democrazia che rielabora concettualmente e costituisce il livello della prassi e dell’azione sociale.

 

 

Sismondi e Marx : la crisi come fine e come passaggio

Interessante è la tesi per cui Marx vede la fine del capitalismo come passaggio ad un altro tipo di società mentre in Sismondi c’è solo il senso della fine, ma non c’è il presentimento di un nuovo inizio. Tale differenza di atteggiamenti può anche avere un aspetto psicologico, ma quel che si vuole qui evidenziare è la sua valenza epistemologica. Perché si possa parlare di passaggio e non di semplice fine, si deve avere una teoria sui soggetti che trasformeranno la società e una capacità di individuare gli istituti che anticipano e prefigurano tale passaggio.  

Se la prima elaborazione è stata fatta sia pure con esiti controversi a livello sociologico (la classe operaia) e politico (il Partito), la seconda è stata sviluppata molto meno. Chi in un certo senso ha tentato una analisi di questo tipo è stato Giovanni Mazzetti, che più che un economista è un filosofo delle scienze sociali ed ha reinterpretato gli istituti del Welfare e la politica economica keynesiana come uno stato intermedio della transizione al socialismo. Chi scrive invece pensa di aver individuato nel reddito di cittadinanza un altro filo rosso che ci consenta di guardare un itinerario possibile. La storia del socialismo reale invece sembra essere una sorta di teratologia della transizione.

 

 

Limiti ed errori dell'interpretazione di Marx da parte di Colletti

Colletti poi sbaglia proprio perché non comprende (non a caso egli è seguace di Galvano Della Volpe) e non accetta la dialettica e l’esistenza di una logica specifica delle scienze della complessità sociale. In questo modo egli non può che presentare la legge del valore e la teoria del feticismo come la compresenza statica di due modi diversi di valutare gli stessi fenomeni. In realtà egli non tiene conto del fatto che l’equilibrio della legge del valore non è un equilibrio stabile, ma un equilibrio instabile tendente a crisi di realizzo e destinato a rompersi per sfociare in una rivoluzione del modo di produzione. In pratica il rovesciarsi della legge del valore nel feticismo delle merci è un processo che ha una natura temporale e si manifesta progressivamente quanto più il modo di produzione capitalistico tende a sussumere sotto di sé tutta la complessità della riproduzione sociale. Tale processo trova l’assenza di ordine ad un  livello (fenomenico) della realtà sociale e l’esistenza di un ordine che si compone inintenzionalmente ad un altro livello della realtà sociale stessa. Un ordine che però è sempre messo in questione dal carattere dinamico dei processi da cui esso viene astratto. Conseguentemente Colletti sbaglia pure a delineare la dicotomia tra teorie che considerano impossibile il funzionamento di un’ economia capitalistica e teorie che considerano eterno tale sistema. In realtà la Luxemburg dice che un sistema capitalistico può funzionare solo se inserito in un contesto pre-capitalistico (o più genericamente non capitalistico) ed è questo che storicamente si è verificato. Per cui la dicotomia delineata da Colletti è in realtà apparente e fuorviante. Anche quando interpreta la legge tendenziale della caduta di profitto come una legge ad effetti solamente differiti nel tempo, Colletti non tiene conto del fatto che Marx sta inserendo un modello nella concretezza della realtà e dunque la sua verifica va fatta nel tempo ed aggiornando sempre l’analisi, cosa che Marx faceva quotidianamente e testimonianza ne è il fatto che solo verso la fine della propria esistenza si era deciso a pubblicare un’opera con intenti più propriamente fondativi.

Dire poi che, con la caduta tendenziale del saggio di profitto, viene esclusa la lotta di classe dai fattori rilevanti per il passaggio dal capitalismo ad un altro modo di produzione, è sbagliato :  in realtà gli agenti storici sono quelli che fanno dire a Marx che l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. E questo perché la resistenza dei lavoratori può contrastare l’adeguamento del saggio di sfruttamento all’aumento della composizione organica del capitale. Dunque la legge esiste, ma si tratta di un’implicazione che si attiva solo al verificarsi di certe condizioni, condizioni che sono contingenti e sono legate alle scelte dei soggetti in campo. A loro volta queste scelte sono favorite (in un senso o nell’altro) dal contesto dato che è oggetto dell’analisi e del suo continuo aggiornamento. Dunque né determinismo né contingentismo perché la stessa dicotomia è astratta, in quanto presuppone una situazione storicamente vergine che non può essere assolutamente data.

Non è che tutto sia trasferito alla soggettività politica. Questa è solo l’organizzazione di una serie di interessi e bisogni attivati dalla tendenza, in cui l’organizzazione serve per gestire al meglio quella transizione che probabilmente si verificherà ma non si sa quando e con quali costi sociali e umani.

Colletti dice : “Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzioneDa questa proposizione si evidenza come il nostro autore non riesca a trarre le dovute conseguenze dal carattere temporale, storico e democratico dell’indagine conoscitiva : i fattori soggettivi sono continuamente ricompresi come dati nella scienza, ma la scienza stessa che ne deriva, la sua diffusione e/o la sua applicazione sono altri fattori soggettivi che cambiano lo scenario analizzato (ci sono profezie che si auto realizzano e profezie che si auto eliminano). Il corso del processo storico si apre e si richiude continuamente, il problema viene continuamente rielaborato e continuamente risolto e dunque non c’è dicotomia statica, ma interazione dinamica tra i due momenti della prassi collettiva autocosciente. Naturalmente per prassi non si intende un fare puramente soggettivo o idealistico, ma un processo in cui istanze soggettive e dati oggettivi sono in continua relazione dinamica

 

 

I limiti metodologici del leninismo

Certo, trasformare la crisi in una rivoluzione è compito della classe : questo però non vuol dire che tutta l’analisi diventi politica. L’errore del leninismo è stato quello per cui la necessità dell’azione politica per il compimento della rivoluzione si sia trasformata nella sufficienza dell’azione politica per il compimento della rivoluzione : da qui la rivoluzione contro il Capitale della quale Gramsci fu tanto entusiasta, nel suo temperamento idealista. In Lenin l’insuperabilità del dato è la ragione per cui al dato va contrapposto un altro dato, altrettanto irriducibile, altrettanto inconcusso e reificato. Lenin commette l’errore di concepire il trapasso dalla crisi alla rivoluzione come un atto politico idealisticamente considerato e dunque in maniera astratta (e non a caso Lenin apprezzava l’interpretazione di Marx data da Gentile). Invece era necessario combinare l’esigenza di accelerazione con quella di attenuazione degli effetti collaterali della lotta di classe.

Ed al tempo stesso era necessario trovare un programma politico più rispettoso della situazione concreta e nel contempo meno violento. Lenin concepisce il salto politico come un fiat e con intenti troppo radicali e astratti. Con il leninismo la teoria si sposta dall’analisi economica alla pratica politica soggettivistica, al machiavellismo, alla politica interstatuale, alla politica della guerra. C’è bisogno di una analisi della sovrastruttura politica e culturale (dell’intero ciclo di riproduzione sociale) che abbia la stessa ricchezza e complessità di quella fatta da Marx nel campo delle forze e dei rapporti di produzione.

 

 

 

La produttività del lavoro e il plusvalore

Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto.

 

Analizziamo meglio questa tesi : se accresce la produttività del lavoro, l’impresa può produrre più merci in tempo dato. Se sussiste una domanda più alta della capacità produttiva precedente, l’impresa può vendere un volume maggiore di merci a prezzi invariati ed aumentare dunque i ricavi in tempo dato, aumentando anche i profitti. Se con l’aumento del volume della produzione, l’impresa può diminuire i prezzi essa può sconfiggere la concorrenza aumentando così i ricavi per altra via e così pure i profitti. Tutto questo mantenendo la massa salariale intatta.

Naturalmente se la domanda non eccede la capacità produttiva precedente, l’impresa può produrre lo stesso volume di merci diminuendo la massa salariale attraverso licenziamenti o riduzioni di salario.

Ovviamente l’aumento della produttività del lavoro si ottiene attraverso il cambiamento della composizione organica di capitale, e cioè introducendo macchine più efficienti o cambiando l’organizzazione del lavoro. In questo caso ci sono costi iniziali (investimento) che vanno poi smaltiti in un arco di tempo dato. Vi devono dunque essere aspettative di maggiori ricavi (e dunque si presuppongono maggiori vendite per aumento della domanda e/o per diminuzione della concorrenza) o di una diminuzione della massa salariale che sia maggiore del costo iniziale affrontato.

Marx però parla anche a livello aggregato : la tendenza delle imprese ad aumentare la produttività può portare ad una diminuzione dei prezzi che diminuisce il tempo di lavoro necessario a produrre i mezzi di sostentamento degli operai e dunque potrebbe portare ad una diminuzione dei salari e ad un aumento dei profitti. Naturalmente Marx volutamente non parla della lotta di classe sindacale che potrebbe (e che ha portato ad un aumento dei salari) cercare di redistribuire l’aumento di produttività e dei ricavi relativi (nel caso ci sia). Naturalmente se tutto si riduce ad una diminuzione di costi, la lotta a sua volta si riduce ad una resistenza all’espulsione di lavoratori e all’abbassamento dei salari. Le imprese tenderanno espellendo forza lavoro ad utilizzare l’accresciuto esercito industriale di riserva per abbassare i salari.

A questo punto la teoria delle crisi di realizzo serve a sottolineare l’importanza della domanda aggregata e dunque e collegare la resistenza locale operaia all’interesse generale

 

 

 

 

La caduta del saggio di profitto

Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

 

In realtà l’aumento del saggio di plusvalore si ha solo se all’aumento di C corrisponda una diminuzione equivalente di V, ma le lotte di resistenza operaia possono far rimanere inalterato il saggio di plusvalore, facendo diminuire il saggio di profitto o ci può essere un maggiore profitto complessivo che compensi l’aumento di C, rimanendo inalterato V.  Ovviamente a livello micro, se l’aumento di C è compensato dalla diminuzione di V, non si ha diminuzione del saggio di profitto. Solo a livello aggregato, se l’espulsione a livello generale di V porta ad una diminuzione della domanda aggregata, ci può essere una crisi di realizzo che porta ad una diminuzione dei ricavi e quindi complessivamente dei profitti, con una contestuale caduta del saggio di profitto.

 

Un’altra ipotesi che si può collegare alla caduta tendenziale del saggio di profitto è che in presenza anche di un minimo di concorrenza, il progresso scientifico e quello tecnologico costringono le imprese ad un veloce adeguamento dei mezzi di produzione, un adeguamento più veloce del tempo necessario alle imprese per ammortizzare il costo iniziale dell’investimento, per cui alla fine quest’ultimo diventa esiziale per l’impresa sia a livello micro che a livello aggregato. Si ha cioè un  effetto di affastellamento degli investimenti che finisce per gravare sul saggio di profitto.

Quanto alla tesi che tendenza e controtendenza si compensano, la forza che può impedire al saggio di plusvalore di aumentare e compensare l’aumento della composizione organica di capitale può essere la lotta operaia e sindacale.

 

 

L'incidenza dei mezzi di produzione e del monopolio sul saggio di profitto

Quanto alla tesi di Mosszowska per cui l’aumento della produttività si riverbera anche sui prezzi di energia e macchinari, essa sconta alcuni problemi :

In primo luogo i bassi prezzi dei macchinari possono portare ad una diminuzione del saggio di profitto del settore delle imprese che producono beni di investimento o quanto meno alla necessità anche per loro di espellere forza lavoro al fine di rimanere inalterato o di aumentare il saggio di profitto. In secondo luogo l’andamento dei costi dell’energia è legato alle tecnologie, ma anche a fattori di tipo fisico che quanto meno provocano un forte aumento delle tecnologie legate alla scoperta, all’approvvigionamento ed alla distribuzione dell’energia stessa.

Dire che i bassi prezzi delle merci vengono compensati dai bassi prezzi dei beni di investimento non basta perché trasferisce il problema delle imprese che producono merci alle imprese che producono beni di investimento e dunque senza un sollievo garantito per il sistema complessivo delle imprese.

Sinora il settore energetico è stato gestito molto dalle istituzioni pubbliche che hanno garantito energia a costi non eccessivi, ma l’ingresso massivo delle imprese private in questo campo può portare ad un aumento dei costi energetici legato alle tendenza alla massimizzazione dei profitti.

 

Lo sviluppo del monopolio aggrava la situazione delle crisi di realizzo in quanto i prezzi alti riducono la domanda, la centralizzazione dei capitali per deteminare la riduzione dei costi comporta il procedere all’espulsione ulteriore di forza lavoro, l’acquisto di macchine meno costose presuppone il mantenimento della concorrenza nell’ambito delle imprese che producono beni capitali, ma non si capisce perché la concorrenza debba rimanere in tale settore.

Per cui le tesi di Pietranera e Gillmann  non mi sembrano così cogenti, se non sono integrate da altri argomenti.

 

 La crisi secondo Dobb

La tesi di Dobb dice che la crisi serve per abbassare il prezzo del capitale e del lavoro e dunque è un mezzo con cui si evita la caduta tendenziale del saggio di profitto

Egli però non tiene conto del fatto che se l’abbassamento del prezzo del capitale consente in un secondo momento di aumentare gli investimenti e di scongiurare la crisi, al tempo stesso provoca nell’immediato un calo dei profitti delle industrie che producono beni capitali, le quali licenziano i loro lavoratori, il che sommato alla caduta dei salari dei lavoratori delle imprese produttive di beni di consumo può provocare un ulteriore avvitamento della crisi. Il problema diventa quello dei valori delle variabili in gioco,i quali decidono dell’esito della crisi stessa (verso un aggravamento o verso una ripresa).

Cioè l’avvitamento della crisi si verificherà con una velocità ed una forza tale da ritardare la ripresa naturale del ciclo, o quest’ultimo avrà il tempo per riconfigurarsi nelle sue fasi di ascesa in tempi ragionevoli ? E quali istituzioni metterà alla prova, quali conseguenze politiche avrà la crisi ? I lavoratori arretreranno o avanzeranno ? E se arretreranno, lo faranno in maniera da poter avanzare più decisamente in un altro momento ? E tali conseguenze politiche e sociali cambieranno il funzionamento del ciclo e le sue implicazioni ? E se sì, in che direzione ? Negativa, come pensa l’utopia anarco capitalista, con la sua resa alla complessità ? O positiva, come pensa chi la complessità la vuole affrontare per stabilire nuovi equilibri e transitare verso nuove fasi storiche ?

 

Uno schema di una teoria marxista della crisi

Riassumiamo una possibile teoria marxista della crisi e un collegamento tra cadita tendenziale del saggio di profitto e crisi di realizzo :

1) L’estrazione del plusvalore dal processo lavorativo causa una più bassa domanda aggregata rispetto alla produzione di merci.

2)  Il carattere aperto dei sub-sistemi capitalistici può causare lo smaltimento dell’eccesso di merci prodotte tramite le esportazioni e scongiurare la crisi di sottoconsumo.

3)  In questo caso l’incertezza ed il velo dell’ignoranza possono portare ad un aumento degli investimenti (sulla base delle aspettative positive di maggiori ricavi) che inizialmente allontana ancora di più la crisi.

4) Le spese di investimento però danno luogo ad una accresciuta capacità produttiva che non può sempre né per sempre essere smaltita dalle esportazioni

5) I casi in cui c’è mancato realizzo sono il primo step della crisi che si avvita grazie alla scelta dei capitalisti di desistere dall’investimento e di mantenere il surplus sotto forma monetaria. 

6)  In questo senso la crisi di realizzo provoca la caduta di investimenti in cui si concretizza la caduta tendenziale del saggio di profitto (che qui si considera collegato con la crisi di realizzo).

7)  Il sistema del credito si incarica di smobilizzare il surplus dalla forma monetaria e di reinvestirlo in maniera più redditizia, ma in questa maniera non fa che aumentare il grado di oscillazione del ciclo economico

8) Infatti se in un primo momento trova altre opportunità per l’investimento e fa aumentare profitti e rendite, quando è arrivato al termine delle opportunità più redditizie o è costretto alla resa progressiva o provoca un avvitamento finanziario.

9)  In questo avvitamento finanziario il debito fa aumentare le quotazioni in maniera puramente nominale per poi precipitare su se stesso, come è stato in questa crisi.

10)  Un altro rimedio è la spesa pubblica le cui varianti di indirizzo generano scenari molto differenziati  (spesa militare, Stato sociale, affusso di liquidità potenzialmente inflazionistica attraverso sussidi o incoraggiando l’aumento del debito privato).

11)  Alla spesa militare è collegata spesso l’esportazione diretta del capitale in eccesso o la ricerca di fonti energetiche a più basso prezzo in maniera da ridurre i costi di produzione.

 

 

 

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.  

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.

 

La teoria della sproporzione

La teoria della sproporzione fu elaborata da Tugan Baranovskij e assunta da Hilferding.

Essa non tiene conto del fatto che :

·         L’aumento della composizione organica del capitale conduce ad una sproporzione che non può essere riequilibrata nel lungo periodo, sproporzione che consiste in cicliche crisi di realizzo e nella caduta tendenziale del saggio di profitto

·         La possibilità per il capitalista, inteso come consumatore di decidere tra diverse opzioni di utilizzo del proprio reddito (reinvestimento, consumo) genera la trappola della liquidità che non è prevista dalla teoria della semplice sproporzione, ma implica una teoria sottoconsumistica.

·         L’anarchia che essa descrive come contingente è strettamente inerente alla produzione capitalistica nella quale si vuole a livello individuale una grande forbice tra costi e ricavi, dove quindi c’è una tendenza individuale alla massimizzazione del profitto che da un lato produce un maggiore sfruttamento (riduzione dei costi) e dall’altra prevede un minore sfruttamento da parte della concorrenza e dunque una domanda adeguata alle proprie aspettative : il risultato sono l’aumento della composizione organica di capitale e le crisi di realizzo.

 

Dire poi (come fa Hilferding) che la base ristretta del consumo sia una condizione generale della crisi e non una causa è una contraddizione : una condizione generale della crisi è almeno un fattore causale di un evento e probabilmente è il fattore causale più importante. E a tal proposito dire che un fenomeno periodico non può essere spiegato da un fenomeno costante è un paralogismo. Facciamo un esempio che possa servire da analogia : un uomo ha una insufficienza cardiaca in base alla quale per vivere deve portare un pacemaker. Si guasta il pacemaker e l’uomo muore. Possiamo benissimo dire che l’uomo sia morto per insuficienza cardiaca che è al tempo stesso condizione generale della sua morte e fattore causale più rilevante della stessa, mentre il guasto al pacemaker è solo il venire meno di un fattore che ostacolava la successione causale tra insufficienza cardiaca e morte dell’individuo che ne era affetto, che ostacolava cioè il passaggio dell’insufficienza cardiaca da condizione generale a causa efficiente della morte. In questo modo si può comprendere anche come un fenomeno periodico si possa spiegare tramite un fenomeno costante.

Dunque le crisi di realizzo, da quando la classe dominante ha elaborato tutta una serie di strumenti per tentare di impedirne il verificarsi, si avverano quando questi strumenti non possono più svolgere tale funzione. La base ristretta del consumo gioca in economia la stessa funzione del secondo principio della termodinamica : qualsiasi diavoletto di Maxwell può solo illusoriamente agire a livello complessivo e rinviarne le conseguenze a livello locale.

Del resto lo stesso Hilferding è costretto a dire che la sproporzione si verifica quando si ha l’aumento della composizione organica del saggio di profitto o quando il consumo non procede di pari passo con la produzione. Egli cioè è costretto a rimettere nella sua teoria i fattori causali che aveva pensato di escludere : la sproporzione è solo una descrizione statica di una situazione che ha nell’aumento della composizione organica di capitale e nelle base ristretta del consumo i suoi fattori causali.  

 

 

 

Il commercio tra paesi capitalistici secondo la Luxemburg

 

A proposito delle tesi della Luxemburg va detto che il commercio tra due economie capitalistiche va assimilato al commercio interno, ma ciò dipende anche dal punto di partenza. Se si intende per economia capitalistica un economia aperta ad altre economie capitalistiche, l’esportazione risolve a breve il problema del plusprodotto. Se invece si intende per economia capitalistica il complesso di tutti i sistemi-paese capitalistici allora l’esportazione è possibile solo verso paesi non capitalistici. Tale ambiente però viene eroso solo se si trasferiscono capitali che diano luogo a rapporti capitalistici e non se si esportano semplicemente merci. Ovvio che a questo punto la domanda delle merci che l’economia capitalistica produce in eccesso presuppone una ricchezza già data. Inserendo un economia capitalistica nel tempo questa ricchezza già data è possibile ipotizzarla.

Il problema è vedere per quanto tempo possa sostenere la domanda che dovrebbe assorbire il plusprodotto.

Nel caso della crisi attuale, ci sono :

·         lavoratori americani a bassi salari,

·         un plusprodotto delle imprese Usa,

·          lavoratori cinesi a bassi salari

·         un plusprodotto delle imprese cinesi.

Ora

1.      le imprese americane di mezzi di produzione ed il capitale americano esportano capitali in Cina, con i quali le imprese cinesi producono beni di consumo il cui eccesso viene esportato in Usa a prezzi più bassi consentendo il consumo degli operai americani (per cui con i salari Usa si riescono a comprare le merci cinesi).

2.      Il profitto delle imprese cinesi viene reinvestito i titoli di Stato americani che consentono indirettamente di aumentare il credito agli operai americani per l’acquisto del plusprodotto Usa di beni di consumo (case).

Ovviamente l’equilibrio è instabile : c’è un debito pubblico Usa, c’è un eccesso di investimento in beni capitali da parte sia degli Usa che della stessa Cina, eccesso che dovrà essere a sua volta esportato. Insomma la crisi capitalistica viene rinviata di volta in volta, anche se non può esserlo indefinitamente.

 

 

La contraddizione del capitalismo secondo la Luxemburg

Dire infine che secondo la Luxemburg il capitalismo non è destinato a scomparire perché le sue contraddizioni si sviluppano in modo insopportabile all’interno di quella zona in cui ha compiutamente stabilito il proprio dominio, ma perché non può estendere sul serio le proprie forme e le proprie strutture su tutta la terra, è incorrere in un altro paralogismo : il capitalismo è destinato a scomparire proprio perché azzerato il contesto precapitalistico che lo alimenta, deve confrontarsi con la propria impossibilità di esistere da solo.

 

 

Tuttavia c’è una possibilità ulteriore : se ad es. una innovazione tecnologica prodotta all’interno di una zona capitalistica avanzata riproduce il dualismo non più tra capitalismo e precapitalismo, ma tra capitalismo avanzato e capitalismo meno avanzato, allora sarà possibile per il capitalismo sopravvivere finché ci sarà una gerarchia interna al modo di produzione capitalistico che consenta a capitali e merci in eccesso di essere esportati a cascata in maniera da riprodurre le condizioni di sopravvivenza del sistema. Ma tale ipotesi è verosimile, o viene riassorbita dal concetto di commercio interno allo stesso sistema capitalistico ?

 

L'aumento dei salari stabilizza il capitalismo ?

Bernstein sbaglia a dire che la stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle. Del resto sarà smentito da ben due guerre mondiali, la seconda successiva ad una gravissima crisi di sistema.

E’ vero che le battaglie sindacali attenueranno lo squilibrio tra produzione e consumo, ma non lo toglieranno mai ed inoltre i progressi raggiunti saranno sempre soggetti ad essere rimossi a seconda della fase storica. La tendenza alla massimizzazione del profitto, come lo scorpione della famosa fiaba, cercherà sempre di violare i compromessi sociali raggiunti quando li considererà troppo  onerosi per la propria interna dinamica.

L’accettazione da parte di Bernstein dell’imperialismo è proprio la dimostrazione del fatto che lui intuiva la funzione che l’imperialismo aveva per garantire la pace sociale all’interno della propria comunità. Tale adesione dunque è anche una parziale smentita della sua teoria nel momento che fa a meno dell’imperialismo come fattore esplicativo.  

Lenin spiega la tesi di Hansen dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda.

Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Hansen per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

 

 

La tesi di Denis sulla domanda di investimenti

E’ possibile pensare che la domanda di investimenti non presuppone una precedente domanda di merci capace di assorbire l’accresciuta capacità produttiva : nella crisi ci sono comunque imprese che sopravvivono e magari fanno profitti, debellano la concorrenza, incorporano altre imprese e sono queste sulla base di aspettative soggettive (sulla base del successo avuto) a costituire la domanda di investimenti che riequilibria il sistema. Ovviamente la discrepanza tra aspettative e domanda effettiva  nel tempo sarà il seme delle crisi future.

La teoria di Denis sul fatto che sia un fattore esterno a generare la domanda di investimenti che permette di evitare la crisi almeno a breve ed a generare un livello degli investimenti superiore al risparmio mi pare interessante e problematica al tempo stesso. Interessante perché (nel suo essere una variante della tesi di Luxemburg) fotografa un’economia capitalistica nel suo divenire storico con una ricchezza addizionale sempre presente e di cui volta per volta bisognerebbe identificare la fisionomia. Probabilmente la iniziale domanda addizionale di investimenti deriva da una ricchezza già esistente derivante dallo sfruttamento (spesso di rapina) di risorse naturali (beni alimentari, risorse energetiche e minerarie), ricchezza che inizialmente viene investita nella costruzione di impianti che permettano uno sfruttamento di risorse meno facilmente raggiungibili. 

I primi operai sono operai nell’estrazione di risorse o nel campo della produzione agricola.

Successivamente le occasioni esterne sono innovazioni tecnologiche usate da imprese che hanno superato la crisi e che si rivolgono ad una offerta istituzionale formata da altre grandi industrie, Stati e consumatori appartenenti agli strati più ricchi della società e grazie a questa offerta si instaura un altro fenomeno moltiplicativo che dà origine alla fase di espansione.

 

 

 

 

 


10 settembre 2010

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 

 

 

 

 

A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.


9 settembre 2010

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.

 

 

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

 


12 agosto 2010

Claudio Napoleoni : caduta del saggio di profitto e crisi di realizzo

 

La causa fondamentale che interrompe secondo Marx il processo di circolazione e produce le crisi è il declino del saggio di profitto : infatti quando questo saggio subisce una caduta tale da indurre i capitalisti a desistere dall’investimento e a mantenere il capitale nella forma monetaria in attesa di circostanze più propizie, la continuità del processo di circolazione è interrotta e scoppia la crisi. La caduta del saggio di profitto può essere legata sia alle cause di lungo periodo di cui si è già parlato prima, sia per l’impossibilità da parte dei capitalisti di vendere le merci a loro valore. Ciò che sta dietro alla diminuzione del saggio di profitto in un caso è assai diverso a ciò che sta dietro nell’altro caso : nel primo caso abbiamo a che fare con movimenti nel saggio del plusvalore e nella composizione organica del capitale, mentre rimane inalterato il sistema del valore. Nell’altro caso si ha a che fare con forze non ancora specificate ma che tendono a creare una generale carenza della domanda effettiva di merci, non nel senso che la domanda sia insufficiente ad acquistare tutte le merci offerte, ma nel senso che essa è insufficiente ad acquistarle tutte ad un soddisfacente saggio di profitto. 



In corrispondenza con questa alternativa, si sono sviluppate due linee interpretative del problema delle crisi, circa le cause che possano deprimere il saggio di profitto :

·         La prima di M. Dobb considera che il principio fondamentale della spiegazione delle crisi sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, mentre la sproporzione tra produzione e consumo è solo un fattore subordinato. Per Dobb il consumo è un importante elemento incidentale e il conflitto tra produttività e consumo è un aspetto della crisi, ma rimane soltanto un aspetto, mentre Marx considerava la contraddizione entro la sfera della produzione tra crescente capacità produttiva e decrescente profittabilità del capitale (dunque tra forze produttive e rapporti produttivi nel capitalismo), il punto essenziale della questione. La crisi dunque appare come la reazione violenta che il sistema mette in atto nel tentativo di contrastare la legge della caduta del saggio di profitto. Infatti nella misura in cui la crisi rende improduttivo il capitale esistente o addirittura lo distrugge, essa determina una riduzione o annullamento del valore del capitale e quindi una riduzione della sua composizione organica, così che il saggio di profitto riprende a salire. In questa stessa direzione agisce anche l’aumento di disoccupazione che è prodotto dalla crisi, in quanto l’allargamento dell’esercito industriale di riserva riduce il prezzo della forza-lavoro occupata e crea le condizioni per una crescita del saggio di plusvalore, preparando il terreno ad una ripresa del processo di investimento. Da queste considerazioni che Marx ha sviluppato la teoria della crisi assume i connotati di una teoria del ciclo economico : crisi e depressione si configurano non come tempo difficile, ma come mezzo specifico a cui il sistema ricorre periodicamente per porre rimedio ai danni causati dalla prosperità. Un ritmo accelerato di accumulazione causa una reazione sottoforma di crisi, ricostituendo l’esercito di riserva, deprezzando il capitale e ristabilendo la vantaggiosità della produzione. Questa tesi malgrado il suo impianto classico ha avuto una posizione di minoranza all’interno della tradizione marxista, dove ha invece trovato più ascolto

·         La teoria delle crisi di realizzo per la quale la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In questo caso si tratta di teorie che provengono da autori che non concordano con Marx nel riconoscimento della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. All’interno di questa linea interpretativa si possono individuare due sottoclassi : la prima è quella per cui le crisi derivano da sproporzioni tra i vari settori della produzione. Secondo questa linea nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale. Tale ipotesi è già presente in Marx dove parla della possibilità della migrazione di capitale da una branca di produzione ad un’altra e dove dice che tale migrazione può implicare una crisi. L’autore che per primo ha dato rilievo e diffusione a questa spiegazione è stato l’economista russo Tugan-Baranovskij, il quale respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo).


11 agosto 2010

Claudio Napoleoni : le crisi cicliche e la circolazione capitalistica

 

Quanto alle crisi cicliche che colpiscono periodicamente il sistema capitalistico, Marx ammette che esse sono fenomeni complessi che si producono per una serie di numerosi fattori : la crisi reale può essere spiegata per Marx solo con il reale movimento della produzione capitalistica della concorrenza e del credito, e cioè con i processi che caratterizzano l’intera struttura dei mercati e tutto il meccanismo finanziario che rende il sistema economico reale molto più complicato dei modelli analizzati da Marx. Per cui quest’ultimo può analizzare le crisi solo ad un alto livello di astrazione. A suo dire la forma generale con cui si manifesta la crisi nelle condizioni capitalistiche è quella di una interruzione nel processo di circolazione delle merci. Tale interruzione si ha nel momento in cui le due fasi della domanda e dell’offerta (Marx dice della compra e della vendita) si separano ed entrano in contraddizione tra loro : se A vende e poi non riesce a comprare da B a sua volta B non essendo riuscito a vendere ad A non può comprare da C e così via. In passato le crisi erano sempre sinonimo di carestia, cioè di insufficienza dell’offerta, della produzione. Adesso invece la crisi è crisi di sovrapproduzione che vede da un lato merci invendute e dall’altro bisogni insoddisfatti. 



Ma quale è la causa di tale separazione tra l’acquisto e la vendita ? Marx critica gli economisti che vedono la causa della crisi in questa separazione, in quanto la separazione è la forma generale della crisi, non ne è la causa. La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare. Se non che se la circolazione semplice delle merci contiene già la possibilità di una interruzione nel processo di scambio, essa non contiene alcuna causa reale perché tale interruzione si verifichi di fatto ed in forma generalizzata. Prova ne sia il fatto che, mentre non c’è crisi senza circolazione delle merci e del denaro, c’è stata invece circolazioni delle merci e del denaro molto tempo prima della produzione capitalistica e senza che si siano mai manifestate crisi. La mancata distinzione tra produzione mercantile semplice e produzione capitalistica è la ragione della differenza tra Marx e gli economisti classici, ed al tempo stesso la ragione del fatto che questi ultimi tendano a negare il fenomeno delle crisi. Uno degli esempi più significativi a questo riguardo è la legge degli sbocchi di Say, dove la giusta tesi che le crisi e la sovrapproduzione sono improbabili nella produzione mercantile semplice, diventa la falsa tesi che la crisi e la sovrapproduzione sono impossibili anche nelle condizioni storiche capitalistiche, al costo notevole di negare la specificità stessa della produzione capitalistica. Per Marx la circolazione del denatro come capitale contiene non solo la possibilità della crisi (come nel caso della circolazione semplice) ma anche la causa che la traduce in atto. Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione).


10 agosto 2010

Claudio Napoleoni : la caduta tendenziale del saggio di profitto

 

Parlando della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto. Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

La legge è a doppio taglio : il saggio di profitto diminuisce non perché il lavoro divenga meno produttivo, ma proprio perchè diventa più produttivo. Il saggio della forza motrice della produzione capitalistica e se tende dunque ad affievolirsi, vuol dire che il destino di tutto il sistema è segnato. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è la missione storica del capitale, ma è appunto mediante tale sviluppo che lo stesso capitale crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione : la ragione di vita del capitale diventa il suo limite e la sua ragione di morte. Il mezzo viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, cioè la valorizzazione del capitale esistente. Le forze che agiscono sul saggio di profitto sono il saggio del plusvalore e la composizione organica del capitale. Lo sviluppo della produttività del lavoro le fa aumentare entrambe, ma la composizione organica finisce per incidere maggiormente nel lungo periodo. 



A questo ragionamento è stata fatta la seguente obiezione : nel descrivere la caduta del saggio di profitto sembra che Marx assuma che il saggio di plusvalore rimanga costante, ma l’aumento della produttività del lavoro tende ad aumentare il saggio di plusvalore. Mentre i due fenomeni sono effetti opposti ma inscindibili dell’accresciuta produttività del lavoro, Marx compie l’errore di separarli considerando più rilevante l’aumento di composizione organica del capitale. Sia von Bortkiewicz che Sweezy criticano questa asimmetria, dal momento che le due variabili sono da considerarsi di importanza eguale, per cui non si può dire a priori quale delle due prevarrà. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio di profitto o se essi agiranno solo per affrettarne il declino è un risultato che non può essere previsto. Anche Joan Robinson ha criticato Marx dicendo che poiché la crescita della produttività del lavoro non ha limiti il saggio di plusvalore può svilupparsi in misura tale da prevalere sull’altra tendenza (la crescita della composizione organica di capitale). Le successive interpretazioni (Rosdolsky e Meek) hanno accertato che in Marx il saggio di plusvalore non rimane costante, ma il suo aumento non avrebbe impedito complessivamente la caduta del saggio di profitto. Un’altra critica possibile al ragionamento di Marx riguarda gli effetti che l’aumento della produttività di lavoro ha sulla composizione organica di capitale : infatti l’aumento della produttività riduce non solo il valore delle merci che entrano a comporre i mezzi di sussistenza della forza-lavoro, ma riduce anche il valore delle macchine e delle materie prime, così che all’aumento del volume fisico del capitale costante (composizione tecnica del capitale) non corrisponde sempre l’aumento della composizione organica (che è un espressione di valore). Su questo ha molto insistito Natalie Mosszkowska. Quest’ultima ha sottolineato il ragionamento di Marx dove questi dice che la produzione delle macchine costa meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca e poiché il capitale non paga il lavoro, ma il valore della forza-lavoro usata. Per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza tra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita : il che significa che il capitalismo introduce solo le innovazioni tecniche che possono moltiplicare più volte la produttività del lavoro e dunque il saggio del plusvalore. L’immissione sempre più immediata e diretta della scienza nel processo produttivo ha a sua volta aumentato la possibilità che, all’aumento della composizione tecnica del capitale, si accompagni un aumento assai più modesto della sua composizione organica. In realtà sia la Mosszkowska che Sweezy non riescono a ricostruire nei suoi termini reali il discorso di Marx. La loro critica fa perno su due argomenti : il primo è che l’incremento della fora produttiva del lavoro avrebbe la capacità di determinare una tale riduzione di valore del capitale costante da impedire l’aumento della composizione organica del capitale. Il secondo argomento è che il saggio del plusvalore possa in va di principio accrescersi di pari passo alla composizione organica del capitale, così da annullare gli effetti che questa ha sul declino del saggio di profitto. In realtà però Marx accenna anche al fatto che sia l’abbassamento del valore del capitale costante, sia l’aumento del saggio di plusvalore sono condizionati da limiti assoluti che sono quelli fisici legati alle materie prime e quelli naturali legati alla capacità di lavoro dell’essere umano : i processi organici vegetali ad es. non sono disponibili come quelli puramente meccanici o chimici. Oppure il pluslavoro giornaliero di due operai non può mai compensare il pluslavoro orario di cinquanta operai. Secondo altri interpreti (Gillmann e Pietranera) la caduta tendenziale del saggio di profitto ha avuto effettivamente luogo e si è di fatto realizzata nel periodo a cavallo tra i due secoli, ma che il capitalismo ha reagito ad essa con lo sviluppo del monopolio, entrando così in una fase qualitativamente nuova in cui quella legge non trova più applicazioni : ci furono due principali contromisure e cioè da un lato la formazione di varie specie di combinazioni industriali e bancarie, con l’intento di ridurre l’aria della concorrenza, controllare l’investimento della produzione ed eliminare e pratiche distruttive delle riduzioni dei prezzi. D’altro canto c’è stato un aumento progressivo della scala di produzione con l’intento di ottenere economie di scala ed innovazioni tecnologiche volte ad elevare la produttività del lavoro. Il risultato di questo processo è stato che la natura del capitale costante ha subito un cambiamento qualitativo che è stato nascosto dalla sua espressione quantitativa tradizionale. La sempre maggiore sostituzione di macchine più costose con macchine meno costose e la sempre maggiore economia nel consumo di materie prime hanno rallentato l’espansione quantitativa del capitale costante (sia nel valore che nella massa materiale dei suoi componenti). Questo spiegherebbe la relativa immobilità della composizione organica del capitale a partire dalla prima guerra mondiale, per cui nel periodo del capitale monopolistico il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto diventa soprattutto il problema della realizzazione del plusvalore netto. Le nuove interpretazioni di Rossdolsky e le tesi di Gillmann rivendicano il crollo come un requisito essenziale dell’analisi di Marx, nonostante le perplessità di Dobb.


12 marzo 2010

Stuart MIll e la crisi del capitalismo

Claudio Napoleoni dice che Mill ripropone la tesi di Ricardo : l’aumento dei costi nella produzione agricola fa crescere il valore del salario reale di sussistenza e ciò abbassa il saggio del profitto. Mill però fa un’analisi particolareggiata di una situazione del genere. Egli la definisce stato stazionario nel quale, essendosi appunto annullato il profitto, tutto il prodotto sociale è consumato e l’accumulazione netta si riduce a zero, nel senso che la formazione di capitale risulta limitata ai soli rinnovi.

 

 

Mill fa coincidere lo stato stazionario con il conseguimento di un consumo sufficiente per tutti, per cui l’ulteriore accumulazione perderebbe ogni rilevanza ed in cui l’attività economica potrebbe cessare di essere la preoccupazione prevalente degli uomini, i quali nello stato stazionario conseguirebbero una condizione di libertà. Non c’è però in Mill alcuna dimostrazione del fatto che il tempo impiegato dal saggio del profitto per ridursi a zero coincida con il tempo occorrente a rendere superflua l’accumulazione dal punto di vista del soddisfacimento dei bisogni. Inoltre, anche ammesso che lo stato stazionario coincida con la saturazione dei bisogni, resta il fatto che il passaggio da una accumulazione netta positiva ad una accumulazione netta nulla non è un semplice episodio tecnico, ma coinvolge l’esistenza stessa del modo capitalistico di produzione ed anche tutto il complesso di rapporti sociali che caratterizzano quest’ultimo.

 

 

 


10 marzo 2010

La crisi economica secondo David Ricardo

Per Ricardo i mezzi di sussistenza di cui il salario risulta costituito provengono dall’agricoltura e si può assumere il grano come prodotto rappresentativo di tali mezzi. L’agricoltura sarebbe un’attività caratterizzata da rendimenti decrescenti nel senso che, all’estendersi della produzione, la necessità di fare ricorso a terre via via meno fertili dà luogo ad un aumento del costo unitario di produzione del grano.   

Ciò significa che, se il salario è dato in termini reali, il valore del salario stesso (e dunque il costo del lavoro per il capitalista) aumenta man mano che nel sistema economico l’accumulazione del capitale, accrescendo l’occupazione, accresce anche il fabbisogno di mezzi di sussistenza.

Per Ricardo il capitale, a cui il profitto viene riferito per calcolarne il saggio, si risolve senza residui in anticipazioni salariali ai lavoratori : il saggio di profitto è il rapporto tra il profitto e la massa salariale. Ora si consideri la produzione di grano e la si consideri nella meno fertile tra le terre poste a coltura e dunque nella terra dove tutto il prodotto si risolve in profitto ed in salari. Perciò su questa terra il saggio del profitto è il rapporto tra la quantità di grano prodotta da un lavoratore e la quantità di grano che da tale lavoratore è assorbita sottoforma di salario. Poiché con l’estendersi della coltivazione la quantità di grano prodotta da un lavoratore diminuisce e poiché il salario non può scendere al di sotto del livello di sussistenza, ne segue una diminuzione del saggio di profitto. D’altra parte il meccanismo della concorrenza dà luogo ad un processo di livellamento di tutti i saggi del profitto che esistono nelle varie attività del sistema (saggio generale del profitto).

Poiché nell’agricoltura il saggio del profitto è il rapporto tra due quantità di grano (e quindi il suo valore non può essere alterato da modificazioni dei prezzi) la formazione del saggio generale del profitto potrà avvenire solo in quanto la concorrenza, agendo sui prezzi delle altre merci rispetto al grano, renda i saggi del profitto delle altre attività identici al saggio del profitto in agricoltura. La diminuzione del saggio di profitto in agricoltura implica così la diminuzione del saggio generale del profitto.

In realtà, dice Napoleoni, l’idea che in agricoltura il saggio del profitto possa essere determinato in termini fisici (rapporto tra quantità di merci e non rapporto tra valori) è un’idea semplicistica dalla quale Ricardo cercò di uscire in modo da tener conto della obiezione che neppure in agricoltura si può ammettere che il profitto sia determinabile come rapporto tra quantità di merci, giacchè i beni che entrano a costituire il salario non consistono solo di grano, ma anche di prodotti dell’industria. Perciò il saggio del profitto non può essere più determinato come un rapporto tra quantità di merci e per determinarlo occorrerebbe ricorrere ai valori delle merci stesse. D’altra parte la teoria del valore di Ricardo identifica il valore di una merce con la quantità di lavoro che si richiede per la sua produzione. In tal modo sia pure in forma mediata il saggio del profitto può di nuovo essere ricondotto ad un rapporto tra quantità fisiche e cioè al rapporto tra la quantità del lavoro contenuta nei beni che costituiscono il profitto e la quantità di lavoro contenuta nei beni costituenti il capitale e che per Ricardo consistono in beni attribuiti ai salariati. Per mantenere questa tesi dunque si deve riproporre comunque la tesi che la sussistenza sia costituita essenzialmente di prodotti agricoli e che, rendendo il saggio del profitto agricolo immune dall’influenza dei prezzi, sia inutile in questo caso la stessa teoria del valore.

Rispetto allo schema della determinazione del saggio del profitto in termini di grano, si possono fare due ordini di obiezioni : se il saggio del profitto e il rapporto tra profitto e massa salariale, man mano che il sistema si sviluppa tra  i mezzi di sussistenza dei salariati vengono ricompresi progressivamente anche beni non agricoli e che quindi non siano sottoposti alla legge dei rendimenti decrescenti, per cui non è sicuro che il salario di sussistenza abbia un costo crescente con il progresso dell’accumulazione. D’altra parte nella stessa agricoltura ha luogo un miglioramento nei metodi di produzione che può contrastare la legge dei rendimenti decrescenti. Infine se si abbandona l’imperfetta definizione ricardiana del capitale come anticipazione dei mezzi di sussistenza ai lavoratori, allora occorrerebbe tener conto del fatto che il progresso tecnico che ha luogo nell’industria tende ad abbassare il valore dei mezzi di produzione pure costituenti il capitale e quindi ad aumentare il saggio del profitto.

Dunque per Napoleoni, Ricardo collega l’andamento del saggio del profitto all’andamento del salario e la conclusione a cui arriva non è accettabile sia perché non è vero che i costi salariali tendano ad aumentare al progredire dell’accumulazione, sia perché non è vero che il livello salariale sia l’unico elemento che agisce sul valore del saggio di profitto.

 

 

 

 

Ma la tecnologia non può alterare questa situazione descritta da Ricardo ? Questa teoria dei rendimenti decrescenti la si può collegare con le teorie che mettono in rapporto economia ed ecologia ?

 

In che senso la concorrenza livella i saggi di profitto ? Essa non livella anche i costi ? Non ci troviamo di fronte allo stesso errore di Smith ?

C’è nell’agricoltura un saggio di profitto oltre cui non si può andare più in basso ?

 

L’inalterabilità del valore del grano porta anche ad una inalterabilità del saggio di profitto in campo agricolo ? In che senso il valore del grano è inalterabile ?

E Marx pure alla fine non dice che solo il livello dei salari agisca sul saggio di profitto ?


1 marzo 2010

La teoria della crisi in Adam smith

 

Per Adam Smith capitalistica è un’economia caratterizzata dalla compresenza di tre figure fondamentali : il proprietario fondiario (che è il proprietario delle risorse naturali), il capitalista (che anticipa al lavoratore sia i mezzi di produzione occorrenti al processo produttivo, sia i beni di consumo occorrenti al suo sostentamento fino al momento in cui il prodotto non sia completato) ed infine il lavoratore il quale, non essendo più proprietario dei mezzi di produzione, ha perduto la sua indipendenza e non può vivere in nessun altro modo che lavorando per un padrone, che è appunto colui che gli anticipa mezzi di produzione e mezzi di consumo. Corrispondentemente a queste tre classi, il reddito sociale si divide in tre parti, che sono rispettivamente la rendita, il profitto ed il salario. L’economia capitalistica è considerata da Smith in contrapposizione ad un’economia di singoli produttori indipendenti, proprietari dei mezzi di produzione e perciò dei prodotti che si scambiano reciprocamente nel mercato. Per Smith quest’ultimo tipo di economia è un’economia primitiva.

In Smith inizia la riflessione sulla caduta del saggio di profitto che sarà poi considerata la ragione di fondo del carattere non stabile dell’ordine capitalistico. Il profitto ha una duplice funzione : considerato sotto il profilo del suo ammontare assoluto, esso costituisce il reddito accumulabile per eccellenza e perciò la fonte di gran lunga più importante da cui si trae la ricchezza convertibile in capitale addizionale. Considerato però in rapporto al capitale (ossia come saggio di profitto) il profitto stesso dà la misura del buon esito delle operazioni d’investimento e perciò costituisce, per la classe dei capitalisti, lo stimolo fondamentale all’esecuzione di quelle operazioni. Perciò una caduta del saggio di profitto (che oltre un certo punto comporta anche la diminuzione dell’ammontare assoluto del profitto) da un lato restringe le fonti dell’accumulazione e dall’altro abbassa lo stimolo ad accumulare. Tale caduta perciò comporta l’esaurimento del processo di accumulazione.

Smith pensa che il saggio di profitto debba diminuire in quanto, quando si verifica un afflusso di capitali in un certo settore produttivo, il saggio di profitto di tale settore tende a diminuire in quanto l’aumento dell’offerta fa diminuire il prezzo delle merci prodotte. Dunque se l’aumento del capitale in un settore provoca la caduta del saggio di profitto del settore stesso, l’aumento del capitale nell’intero sistema determina la caduta del saggio generale di profitto.

Claudio Napoleoni dice che questa generalizzazione è in realtà illegittima : basta riflettere al fatto che la ragione per cui, all’aumento del capitale in un certo settore, diminuisce in esso il saggio del profitto è che il prezzo di ciò che questo settore produce diminuisce relativamente agli altri prezzi e quindi ad es. relativamente ai prezzi dei mezzi di produzione impiegati dal settore considerato. Ma se l’aumento del capitale interessa contemporaneamente tutti i settori non si può più parlare di diminuzione relativa dei prezzi e quindi l’effetto sul saggio del profitto non può avere luogo. Tuttavia Smith ha avuto il merito di porre il problema.

 

Interessante l'argomentazione di Smith. La caduta del saggio di profitto diminuisce sia l’accumulazione (ma non sempre) sia la motivazione ad operare per l’accumulazione. In realtà esso agisce forse più su questo secondo aspetto, giacchè provoca una dinamica esponenziale.
C'è tuttavia da porre una serie di questioni : 

La diminuzione dei prezzi equivale ad una riduzione del saggio di profitto ? E se c’è una concomitante riduzione dei costi (l'argomento di Napoleoni)?
E i produttori di mezzi di produzione per non avere una riduzione del saggio di profitto debbono abbassare i salari (con la riduzione del lavoro necessario) ?


11 giugno 2009

Nicolò Bellanca : la politica delle coalizioni per la sinistra italiana

 La politica delle coalizioni è, suggerisce Cristiano Antonelli[1], uno strumento decisivo per una strategia non subalterna della sinistra italiana. Nel secondo dopoguerra, egli sostiene, abbiamo avuto due elaborazioni volte a rivendicare un ruolo di governo per le forze progressiste. La prima ha avuto, durante gli anni sessanta, nella Rivista Trimestrale di Claudio Napoleoni e Franco Rodano la sua maggiore sede di analisi. Essa argomentava che i ceti improduttivi distorcevano a proprio favore la distribuzione delle risorse, indebolendo la crescita nazionale. Quali percettori di rendite, tali ceti si annidavano specialmente nei settori, come quello immobiliare e quello del commercio, non esposti alla concorrenza del mercato comune europeo. Ciò, elevando i prezzi interni, riduceva il potere d’acquisto delle masse dei salariati, spingendoli a chiedere elevamenti retributivi che abbassavano l’efficienza delle imprese esportatrici. Rompere questa spirale viziosa era una formidabile opportunità per rilanciare la modernizzazione del paese: in nome della lotta alle rendite, un’alleanza tra il proletariato e la borghesia industriale avrebbe aumentato i salari in corrispondenza agli incrementi della produttività; l’accresciuta domanda solvibile avrebbe, a sua volta, favorito l’espansione dell’offerta industriale, con un’ulteriore innalzamento dell’efficienza.

La seconda elaborazione si colloca negli anni ottanta. È il modello dell’alleanza dei ceti produttivi, che si realizza nelle regioni dell’Italia centrale e che viene teorizzato soprattutto (anche se Antonelli non li cita) da Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco. Stavolta la coalizione di interessi non si forma in negativo, ossia contro i rentiers: essa nasce per progettare il futuro e valorizzare gli agenti eterogenei che animano i distretti industriali. Artigiani, ex mezzadri, microimprenditori, salariati, s’impegnano lungo un processo di innovazione che è socio-istituzionale prima ancora che economico. Consapevoli che è terminata la lunga rincorsa basata sulle opportunità fornite dal ritardo tecnologico italiano, e che occorre realizzare forme di efficienza dinamica, questi ceti ricercano tra loro, con la regia politica della sinistra locale, una complementarità ex-post, la quale, a differenza di quella ex-ante del primo schema, non esiste già nelle circostanze date, ma va inventata e costruita.

Qui giungiamo agli snodi cruciali dell’interpretazione di Antonelli. «La sinistra a livello nazionale non seppe raccogliere e forse comprendere le potenzialità e la carica innovativa che si era sedimentata nella pratica locale. Di fatto quell’esperienza non seppe uscire dal suo ambito regionale. […] La crescita del Nord-Est avvenne senza che la sinistra potesse contribuire. [Nelle] regioni meridionali, il mito della grande fabbrica nelle industrie di base ad elevata intensità capitalistica prese drammaticamente il sopravvento» (pp.12-13). Dagli anni novanta, inoltre, sopraggiunge l’economia dei servizi e della conoscenza. La sinistra non coglie il cambiamento strutturale, leggendolo anzi sul solo versante della contrazione della base manifatturiera e della diminuzione dell’intensità capitalistica della produzione. In particolare, le sfugge la dinamica di un mercato del lavoro che si bipolarizza tra nuove categorie professionali che emergono e vecchie che vedono contrarsi prospettive occupazionali e retributive. Tra le vecchie, accanto agli operai, stanno ampie fette dei ceti medi, che restano estranee alle nuove forme di generazione della ricchezza e che subiscono spesso una mobilità sociale discendente. D’altra parte, alla sinistra sfugge che il paese riesce, pur tra gravi disuguaglianze, a cavalcare il mutamento, continuando a creare ricchezza e innovazione. Rischia così di consumarsi una sorta di vendetta storica: la sinistra che mezzo secolo fa lottava contro le rendite, organizza oggi una coalizione in difesa di rendite e posizioni acquisite, nei servizi pubblici così come nell’industria sindacalizzata.



Bisogna progettare, conclude Antonelli, la formazione di una coalizione per la crescita, che si proponga di: a) sostenere la parte del lavoro dipendente travolta dal cambiamento strutturale; b) valorizzare i nuovi ceti produttivi imperniati sulle professioni liberali e su microimprese di servizi avanzati; c) promuovere l’accumulazione del capitale umano capace di innovare; d) organizzare il territorio come fattore produttivo e bene di consumo finale.

Sulle stimolanti tesi di Antonelli vorrei avanzare quattro riflessioni, che vogliono provare a intendere meglio sotto quali condizioni effettive la sua politica delle coalizioni potrebbe avviarsi.

La Fondazione Symbola, per la promozione delle eccellenze italiane nel mondo, ha sintetizzato con piglio giornalistico i termini della nostra situazione. In Italia si contrapporrebbero 4A buone a 4D cattive. Le forze positive sarebbero i settori che trainano l’export dell’economia (nella quota mondiale delle esportazioni, l’Italia è, tra i paesi europei, seconda solo alla Germania): Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione meccanica. Le forze malvagie sarebbero i pesi che rallentano la crescita: Debito pubblico (il terzo dopo quello di Giappone e Stati Uniti), Deficit energetico (tra il 2001 e il 2006 la bolletta energetica italiana è salita da 18,8 a 50 miliardi di euro), Divario nord-sud (il sud ha il 35% della popolazione, ma solo l’8% di export) e Differenziale fiscale (l’incidenza delle tasse sul PIL è tra le più elevate). Se potessimo davvero dividere con nettezza i buoni dai cattivi, creare e attuare una politica delle coalizioni sarebbe un gioco da bambini. Ma la diagnosi di Antonelli – secondo cui i massimi mali italiani sono l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche e il tessuto produttivo chiuso all’innovazione, agli investimenti esteri e alle nuove generazioni – è seria e quindi solleva difficoltà. Essa, se coerentemente perseguita, richiederebbe anzitutto interventi di modernizzazione degli enti pubblici e del sistema delle relazioni industriali. Il che comporterebbe che il ceto politico dei partiti e dei sindacati della sinistra dovrebbe tagliare i ponti con (parte almeno de)i gruppi sociali e (de)i quadri istituzionali che, come rileva lo stesso Antonelli, ne supportano l’esistenza. Ciò talvolta succede in situazioni traumatiche che facilitano l’affiorare di nuove leadership. Ma è arduo immaginare quale livello di trauma occorrerebbe, considerando che nemmeno la sparizione dal parlamento della sinistra più radicale, o la sequenza di sconfitte del neonato Partito democratico, sono finora riuscite a provocare significativi rinnovamenti del ceto politico dirigente.

In secondo luogo, la sua diagnosi comporterebbe drastiche misure di riorganizzazione del capitalismo italiano, nel quale «le grandi imprese non sono ancora riuscite a darsi una forma di governo societario realmente diverso da quello familiare» (Ugo Pagano, “Mercato, confronto di sistemi capitalistici”) e le imprese distrettuali appaiono sovente inadeguate a fronteggiare le più recenti traiettorie di cambiamento (si veda Gabi Dei Ottati, “Distretti industriali italiani e doppia sfida cinese”, in corso di stampa su QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria). Qui la domanda diventa: è possibile formare un’alleanza tra distretti e grandi aziende innovatrici contro distretti e grandi aziende che si limitano a sopravvivere? Va rimarcato che siamo su un terreno diverso dai casi storici menzionati. Negli anni 1960 i ceti produttivi lottavano contro i redditieri, negli anni 1980 alcuni sistemi economici locali si autorganizzavano; adesso avremmo invece che imprese o distretti simili tra loro per molti decisivi aspetti dovrebbero scontrarsi per differenziare le rispettive traiettorie evolutive. Ma un “capitalismo contro se stesso” è poco credibile, per le medesime ragioni per cui (al punto precedente) possiamo poco confidare in un “ceto politico di sinistra contro se stesso”.

In terzo luogo, Antonelli evoca la nozione di egemonia che, in Gramsci e dopo, indica la ricerca di consenso tra gruppi sociali mediante una leadership intellettuale e morale. Ciò, tuttavia, non può sempre ottenersi tramite un rawlsiano “consenso per intersezione”; al contrario appare plausibile, lungo la linea argomentativa svolta, che una riforma delle amministrazioni pubbliche e della governance del capitalismo nostrano possano realizzarsi con strategie che, proprio al fine di innescare nuove alleanze, inizino separando/opponendo certi gruppi da/ad altri.

Infine, la leadership intellettuale e morale non si improvvisa. La nostra società civile ha idee e persone all’altezza del compito. Ma le idee vanno valorizzate, le persone incentivate a “scendere in campo”, ed entrambe, idee e persone, vanno messe nella condizione di avere impatto. Il modo migliore per riuscirvi sta, a mio avviso, nel “rompere le righe”: nell’opporre conflittualmente certe strategie ad altre, certi gruppi ad altri. Come ci ha spiegato Albert Hirschman, sia i mercati che la democrazia hanno quali pilastri i conflitti, che svolgono insostituibili funzioni costruttive e trasformative. Nell’Italia odierna, essere riformisti/progressisti equivale ad essere conflittualisti


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