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6 marzo 2011

Qualche calcio ai pensieri : il Napoli dopo questo pareggio

Dopo la partita di Milano e a seguito del pareggio interno con il Brescia voglio fare delle brevi considerazioni sul Napoli.

In primo luogo non siamo all’altezza di Inter e Milan, squadre molto più fornite della nostra di risorse finanziarie e dunque piene di campioni alcuni dei quali sostano spesso in panchina (si pensi a Cassano e Pandev). Noi al massimo abbiamo uno o due fuoriclasse, 4-5 buoni giocatori ed il resto mediocri professionisti tenuti insieme da forti motivazioni ed uno spirito di gruppo ancora saldo. Infine una panchina troppo povera. Non possiamo fare di più.

 

 

Ci potrebbe essere una flessione agonistica sin qui nascosta dalle prodezze di Cavani, che per noi è stato una vera e propria grazia di Dio.

Per carità, anche gli arbitri ed un po’ di malasorte hanno giocato un ruolo, ma enfatizzare questo evita alla squadra di migliorare quello che si può migliorare, a detrimento della resa sul campo.

Perciò credo che si debba tornare a giocare alla giornata, con quello spirito empirico (si fa quel che si può con quello che si ha) che ci ha tanto giovato sino a qualche giornata fa.

Entrare in Champions League può essere già un grande risultato ed una motivazione per la dirigenza a comprare qualche campione in più e ad allungare una panchina molto corta.

 


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3 marzo 2011

Illogica logica : uso e menzione

 

Uso : “Annibale sconfisse i Romani al Trasimeno” (linguaggio oggetto)

Menzione : “ (Annibale) è nome proprio di persona” (metalinguaggio)

 

Uso (Quine) – Suppositio formalis (Occam) – non autonimia (Carnap)

Menzione (Quine) – Suppositio materialis (Occam) – autonimia (Carnap)

 

Malatesta dice che ogni simbolo con le virgolette è tautegorico, cioè si riferisce (è un nome per …) alla propria figura simbolica

Nel caso della Suppositio formalis l’uso è linguistico, la menzione extra-linguistica. Si tratta di etero riferimento.

Nel caso della Suppositio materialis l’uso è linguistico, la menzione intralinguistica. Si tratta di autoriferimento.

 

Malatesta poi distingue quattro casi :

  1. La città del Maschio Angioino è a Nord Ovest della città con il Revellino”. In questo caso c’è la menzione di entità extralinguistiche senza l’uso dei nomi corrispondenti. Sono menzionate Napoli e Gallipoli senza usare i nomi “Napoli” e “Gallipoli”.
  2. Napoli è a nord-ovest di Gallipoli”. C’è la menzione delle entità extralinguistiche usando i nomi corrispondenti.
  3. Il nome della città con il Maschio Angioino ha le due ultime sillabe in comune con il nome della città con il Revellino”. Menzione delle entità intralinguistiche senza usare autonimi corrispondenti
  4. “(Napoli) e (Gallipoli) hanno le due ultime sillabe in comune”. Menzione di entità intralinguistiche usando autonimi corrispondenti.

 

Esiste una suppositio materialis anche per intere proposizioni : ad es. “(Cesare conquistò la Gallia) è una espressione dotata di senso

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=DrUB0g8Vjgg

 

 

I termini usati da Occam sono molto significativi : suppositivo formalis dà l’idea di un  segno leggero che rimanda a ciò che è altro da sé, senza attirare su di sé l’attenzione dell’ascoltatore. Invece suppositio materialis fa emergere la materialità e l’oggettualità del segno.

Tuttavia essa applicata alle intere proposizioni presuppone in un certo senso la capacità del linguaggio di oggettivare l’evento e dunque prefigura l’intuizione metafisica del fatto che ogni evento fenomenologico nel tempo è uno stato di cose nell’Eternità.

 

Un segno che sta per il soggetto logico di una proposizione in linguaggio diretto viene usato, mentre se è esso stesso il soggetto o il termine di una proposizione, tale proposizione appartiene al metalinguaggio ed esso viene menzionato.

Dunque la menzione attiene solo al termine usato per designare un oggetto.

La menzione è l’oggettivazione del termine usato all’interno di una proposizione metalinguistica.

In questo caso le virgolette servono a separare il segno dalla proposizione, in cui esso è inserito e nella quale esso designa, e ad inserirlo all’interno di una proposizione metalinguistica, come oggetto e non più in quanto segno

Il segno virgolettato non si riferisce a se stesso ma mostra se stesso. E’ la proposizione metalinguistica che si riferisce ad esso.

Infatti nel caso delle entità intralinguistiche il nome, apparendo, evidenzia tutte le sue proprietà e così si possono più facilmente verificare tutte le proposizioni su di esso. Il nome, nella menzione, è l’auto-descrizione di sé : ad es. “nave” ha quattro lettere.

Nella menzione si ha la designazione di un segno e non c’è necessariamente autoriferimento, ma appunto designazione intralinguistica.

Nel caso delle entità extra-linguistiche il mancato utilizzo dei nomi ci dà una informazione esplicita in più, poiché senza nomi si è costretti ad utilizzare una descrizione. Invece in tal caso l’utilizzo del nome può costituire uno schermo che occulta.

 

 Per quanto riguarda gli esempi scelti da Malatesta

  • Per quanto riguarda il primo esempio c’è solo uso del termine e denotazione dell’oggetto non attraverso un nome ma attraverso una descrizione
  • Per quanto riguarda il secondo esempio c’è l’uso dei nomi corrispondenti ed anche in questo caso alcuna menzione
  • Nel terzo caso c’è una proposizione metalinguistica senza la menzione dei nomi ma con l’utilizzo di una descrizione.
  • Nel quarto caso c’è la menzione dei termini usati per designare le due città ed anche in questo caso la proposizione è metalinguistica

Il termine autonimia di Carnap non tiene conto del fatto che non tutte le menzioni sono autoriferimenti, per quanto siano interni a proposizioni metalinguistiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 marzo 2009

Riccardo Realfonzo : Linee programmatiche. I servizi pubblici devono restare in mano pubblica

 

Gentile direttore, nel corso dell’ultima settimana sono stato più volte sollecitato a fornire una prima cornice della politica economica che intendo portare avanti in qualità di assessore al bilancio del Comune di Napoli. Dal momento dell’insediamento sono passati solo pochi giorni ed è ovviamente ancora in corso un esame approfondito dei conti. Rilevo tuttavia che dall’esterno piovono sul bilancio pareri e suggerimenti talvolta strategicamente disfattisti, talaltra ingenuamente ottimistici e in generale di dubbia rilevanza. Ritengo pertanto opportuno fare il punto della situazione sugli andamenti economici e di bilancio e più in generale sulla linea di indirizzo che reputo corretta e praticabile.
La crisi. Sarà un’impressione, ma credo non sia chiaro a tutti che siamo di fronte alla più grave recessione dai tempi del dopoguerra. A Napoli e nel Mezzogiorno l’onda della crisi sarà molto più dura che altrove e potrebbe mettere radici profondissime. Oggi sappiamo che le cause di fondo di un tale tracollo risiedono nelle politiche liberiste che si sono irresponsabilmente poste in atto a livello globale, nazionale e persino locale. Chi sosteneva che per risolvere ogni problema sarebbe bastato liberalizzare i mercati, abbattere la spesa pubblica, eliminare le tutele dei lavoratori e privatizzare i servizi pubblici essenziali, adesso appare basito eppure cerca di resistere ideologicamente. Questa resistenza culturale, questo enorme ritardo di percezione della gravità della crisi e della inadeguatezza degli strumenti convenzionali di politica economica rischia di costarci carissimo. Per uscire da una recessione così intensa ci vorrebbe infatti il coraggio di una svolta nella politica economica nazionale, ma di questa in Italia non si vede per adesso nemmeno l’ombra. Il governo centrale ha posto in atto un risibile provvedimento anti-crisi e si è assunto pure la grave responsabilità di legare le mani agli enti locali. Abbiamo assistito a un ulteriore irrigidimento del Patto di stabilità interno, che penalizza il finanziamento in disavanzo della spesa delle amministrazioni periferiche. Inoltre, ai comuni sono state sottratte ingenti risorse ed è stata cancellata quasi ogni autonomia sul versante delle entrate. E’ bene chiarire che nel tempo una tale morsa finanziaria potrebbe rivelarsi insostenibile per molti enti locali. Continuamente ci giungono dati drammatici sulla crescita della disoccupazione, della cassa integrazione e sulla conseguente caduta dei redditi dei cittadini. Pertanto, non semplicemente Napoli ma tutte le amministrazioni potrebbero a breve registrare crescenti difficoltà di riscossione delle entrate. Non disponendo di leve alternative le sofferenze di bilancio diventeranno inevitabili. Il governo insomma sta gestendo male la crisi, e specialmente al Sud potremmo dover scontare per anni gli errori che si stanno collezionando in questi mesi. In un simile scenario dobbiamo tutti augurarci che della esigenza di un cambio di percorso ci si renda conto in tempo utile. Sarà mio dovere sottolineare le gravi responsabilità dell’esecutivo nazionale, un giorno sì e l’altro pure, di fronte a una situazione che richiederebbe risposte tempestive.



No alla svendita. La crisi morderà ferocemente sui bilanci ma questo non dovrà indurci a una corsa sconsiderata verso la dismissione, la privatizzazione e la svendita, che in fondo sono sempre stati gli obiettivi di chi ha agito per strangolare le finanze pubbliche. Detto in altri termini, questa non sarà l’amministrazione degli affari facili, oppure alternativamente non sarà la mia amministrazione. La gestione dell’acqua è e deve restare in mano pubblica. L’erogazione dei servizi fondamentali pure. I problemi relativi all’efficienza dei servizi pubblici non si risolvono con la scorciatoia dell’affidamento della gestione ai privati. L’esperienza ha dimostrato che queste politiche possono danneggiare i cittadini dal momento che si traducono in un aumento delle tariffe molto più che dell’efficienza. E’ tempo di comprendere che spesso le privatizzazioni e le dismissioni invece di favorire l’interesse pubblico lo danneggiano gravemente, soprattutto se effettuate in fretta, sull’onda di una emergenza.
Sviluppo economico. Attendo un chiarimento sul perimetro delle mie effettive possibilità di intervento nel campo decisivo delle politiche industriali e del lavoro. Di certo mi aspetto da questa amministrazione una svolta nella gestione dei fondi europei, che abbandoni la vecchia, pedestre logica dei finanziamenti a pioggia e che punti invece a quei mirati programmi di modernizzazione che si rendono indispensabili per far avanzare la frontiera tecnologica del tessuto produttivo locale e rilanciare una equilibrata prospettiva industriale per l'area orientale di Napoli.
Solidarietà sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio da un secolo a questa parte. Il nostro paese batte molti record in tema di disuguaglianze sociali. Soprattutto a Napoli i differenziali di ricchezza costituiscono ormai un fattore di scatenamento del caos e della violenza. Sappiamo bene che il sistema della camorra prospera esattamente in questo immane scarto tra i fortunati e i disperati. Il governo nazionale ci ha sottratto l’autonomia fiscale e finanziaria, ma nei limiti delle residue competenze rimaste mi impegno affinché ogni provvedimento sia finalizzato non ad ampliare ma a ridurre i divari tra i redditi. Dalle mense scolastiche, agli asili, alla distribuzione dei carichi fiscali, ogni misura dovrà assumere finalità perequative.
Efficienza. In questi primi giorni di insediamento ho avuto modo di apprezzare la competenza, l’abnegazione e il senso dello Stato di tanti dirigenti e dipendenti dell’apparato amministrativo. Queste confortanti evidenze tuttavia non debbono indurci a ridurre l’attenzione su alcune oggettive debolezze della macchina amministrativa. Sotto diversi aspetti, come ad esempio la dimensione del debito, il Comune di Napoli si situa in una posizione migliore rispetto a molti altri enti locali. E’ vero però che questa amministrazione attraversa difficoltà specifiche, alcune dettate dal complicatissimo territorio in cui agisce ma altre dipendenti da alcuni limiti operativi interni. Sul versante delle riscossioni la crisi si farà presto sentire, ma occorre comunque proseguire nel rafforzamento dei sistemi di recupero delle risorse. Nell’ambito dell’apparato, bisogna porre un muro davanti all’onda anomala dei debiti fuori bilancio. A tale riguardo occorre subito rafforzare il controllo delle procedure di spesa in capo alle dirigenze, e si rende necessaria una verifica sulle modalità di gestione dei contenziosi e sugli oneri conseguenti.
Legalità. La cultura del malaffare si combatte attraverso lo sviluppo economico e la lotta alle ingiustizie sociali, non solo limitandosi a invocare il rispetto della legge. Detto questo, però, la battaglia contro gli sprechi, le malversazioni, gli usi privati della cosa pubblica e la corruzione si situerà al centro della mia azione politica e amministrativa. Per cominciare, riguardo ai contratti da stipulare che vedano coinvolti soggetti sottoposti a misure restrittive, io sono un convinto fautore delle garanzie costituzionali ma sul piano etico e politico ritengo sia il minimo indispensabile interrompere ogni rapporto con tali soggetti fino a un chiarimento delle rispettive posizioni giudiziarie.
Responsabilità. Avverto il peso della responsabilità che mi è stata conferita e sono riconoscente a coloro i quali hanno riposto fiducia nelle mie competenze. Tuttavia, devo chiarire che io non sono qui per discutere di alchimie politiche. Una volta completata la ricognizione del bilancio e dei margini effettivi di azione proporrò alla Giunta e al Consiglio la linea di politica economica che reputo giusta e praticabile. Confido nel sostegno delle istituzioni e nella vicinanza dei tanti cittadini che da tempo attendono un rinnovamento della città sotto il segno dello sviluppo economico, della solidarietà sociale e della legalità. Se questa linea di azione si rivelerà impraticabile, la coerenza politica e la responsabilità istituzionale mi imporranno di dimettermi senza alcun indugio.


20 luglio 2008

L'emergenza rifiuti in 5 violazioni

 

Il libro Ecoballe di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli nei procedimenti giudiziari sui rifiuti campani, permette di fare il punto sulle responsabilità di un disastro unico al mondo. Sulla vicenda sono in corso due processi a cui è demandato l'accertamento delle responsabilità penali degli imputati; ma sul meccanismo che ha portato a sommergere la Campania sotto cumuli di rifiuti non ci possono più essere dubbi. Questo meccanismo è la sistematica violazione dell'ordinanza con cui, fin dal marzo del 1998, l'allora Ministro degli interni Giorgio Napolitano aveva delineato i termini con cui avrebbe dovuto essere affrontata la crisi dei rifiuti nella regione.
Quell'ordinanza prescriveva il raggiungimento del 35% di raccolta differenziata; l'affidamento per 10 anni della gestione di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania a valle della raccolta differenziata; la realizzazione entro l'anno degli impianti di selezione e trattamento delle frazioni secca e umida del rifiuto indifferenziato e, entro il 2000, di due inceneritori predisposti per il trattamento del solo Cdr (la frazione secca del rifiuto indifferenziato, trattata perché raggiunga un tot potere calorifico). Per evitare indebiti accumuli di Cdr fino alla realizzazione degli inceneritori, lo stesso doveva essere bruciato in altri impianti, anche fuori regione; e per non pregiudicare la raccolta differenziata, il Cdr non doveva eccedere la metà dei rifiuti complessivamente prodotti in Campania. L'elettricità prodotta dagli inceneritori avrebbe goduto, per un periodo di 8 anni, degli incentivi Cip6 cioè di un prezzo di cessione dell'elettricità generata con i rifiuti 4 volte superiore al costo di produzione di un ordinario impianto termoelettrico. Il decreto Napolitano era in perfetta linea con le esperienze all'epoca più avanzate di gestione dei rifiuti urbani e ne riproduceva le fasi e le caratteristiche principali.
La prima violazione del decreto avviene con il bando di gara indetto dal Commissario straordinario ai rifiuti, l'allora Presidente della giunta regionale di centrodestra, Rastrelli. Il bando viene dimensionato per il trattamento di tutti i rifiuti prodotti dalla regione e non solo della parte che residua dalla raccolta differenziata; le prescrizioni del capitolato d'oneri riguardano solo l'inceneritore, senza alcun riguardo per gli impianti di selezione e trattamento a monte dell'incenerimento; non una parola viene fatta sugli impianti di compostaggio (processo che trasforma la frazione organica in un ammendante per i suoli agricoli), senza i quali la raccolta differenziata dei rifiuti urbani non ha senso. Una scelta a favore del «tutto fuoco» che rispecchia l'orientamento della giunta regionale dell'epoca, ma che viene poi confermata dalle successive giunte Bassolino di centrosinistra. Per di più si affida all'impresa vincente il compito, pubblico, di scegliere i siti dove costruire gli impianti.
La seconda violazione è con l'aggiudicazione del servizio. Viene scelto il progetto del raggruppamento Fisia-Impregilo, che la commissione tecnica giudica il peggiore tra quelli presentati (era obsoleto già 10 anni fa); inoltre in esso si prospetta la produzione di compost senza fare la raccolta differenziata della frazione organica, ma ricavandolo dal rifiuto indifferenziato, e in quantità superiori alle capacità di trattamento degli impianti: è evidente che non si intende né produrre compost, per il quale ci vuole la raccolta differenziata, né stabilizzare - cioè rendere inoffensiva - la frazione «umida» del rifiuto indifferenziato; ma solo chiamare compost tutto ciò che viene scartato nella preparazione del rifiuto combustibile per l'inceneritore. Non basta, l'impresa proponente subordina la validità della sua offerta all'accettazione da parte della stazione appaltante di una nota del tutto illegale dell'Abi che «mette al bando» la raccolta differenziata di plastica e carta - gli unici materiali combustibili che possono alimentare un inceneritore - attraverso la formula deliver or pay: i comuni devono pagare a chi gestisce gli impianti la stessa tariffa sia che facciano la raccolta differenziata o no. Lo scopo è quello di massimizzare gli incassi da produzione di energia elettrica: più rifiuti ci sono, più si guadagna. Molti economisti sostengono che gli incentivi per le fonti rinnovabili alterano i meccanismi di mercato. E' vero, ma promuovono il futuro: cioè l'unica alternativa energetica in un'era post-fossile. Gli incentivi per l'incenerimento finanziano il passato: la dissipazione, con rendimenti insignificanti, di tutta l'energia utilizzata e contenuta nei materiali distrutti; uno spreco concepibile con un'offerta di combustibili fossili illimitata e senza l'assillo dell'effetto serra: un'epoca ormai alle nostre spalle.
La terza violazione del decreto Napolitano si verifica cancellando dolosamente dal contratto le clausole che obbligano l'appaltatore a bruciare i rifiuti combustibili in altri impianti fino al completamento dell'inceneritore e quelle che limitano il materiale da bruciare alla metà dei rifiuti prodotti in regione. Quelle clausole obbligherebbero l'appaltatore a pagare il servizio a altri operatori, perdendo gli incentivi Cip6. Meglio allora impacchettare quel tesoro in migliaia di «ecoballe», in attesa di poterle bruciare nel proprio forno. Se poi la realizzazione dell'inceneritore tarda e le ecoballe diventano milioni, che importa? Valgono tant'oro quanto pesano, tanto è vero che le banche (ecco che torna in campo l'Abi) le accetteranno a garanzia dei prestiti concessi, come fossero tanti barili di petrolio (quelle accumulate l'anno scorso valevano già un miliardo e mezzo di euro).
Se poi questi stoccaggi illeciti - dopo un anno gli stoccaggi cessano di essere depositi temporanei, autorizzati dalla legge, e diventano discariche, per le quali sono necessari presidi ambientali mai realizzati - costano troppo, si mette a carico del Commissario, cioè di tutta la nazione, la differenza tra il prezzo pagato alla camorra, proprietaria delle aree di stoccaggio, e quello che l'appaltatore aveva indicato nella sua offerta al ribasso. E' la quarta violazione del decreto: una porta spalancata alla camorra che affitta camion per portare le ecoballe in giro per tutta la regione e i terreni dove accumularle.
Quinta violazione: per produrre più ecoballe si fanno lavorare i Cdr al di sopra delle loro capacità; si sospende la manutenzione e li si mette fuori uso, anche perché non c'è più un solo buco dove conferire la parte più molesta del loro output: la frazione umida non lavorata e puzzolente che dovrebbe essere compost. Sembra che rovinando i propri impianti i titolari dell'appaltato danneggino se stessi; ma non è così. Con quegli impianti fuori uso e le discariche piene, i rifiuti si accumulano per le strade e l'emergenza torna a farsi pressante. Tanto da giustificare nuove ordinanze e nuove deroghe: cioè l'autorizzazione a produrre compost che non è compost e Cdr che non è Cdr. E nuovi impianti con lucrosissimi incentivi: non più un solo inceneritore e nemmeno 2, ma 4; e tutti con gli incentivi Cip6, aboliti nel resto dell'Italia e fuorilegge per la Commissione europea. «Da diverse conversazioni intercettate - scrive Rabitti - emerge il sistematico ricorso al blocco della ricezione dei rifiuti come strumento di pressione per avere le autorizzazioni agli stoccaggi e per giustificare i provvedimenti». Ecco spiegata l'emergenza rifiuti.

(Guido Viale)


17 luglio 2008

La ricchezza dei cassonetti

 

I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.
Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.

(Guido Viale)


8 luglio 2008

I militari ad Acerra

 Si danno un gran da fare questi ragazzi. Quelli che guidano le ruspe e quelli che sistemano i bagni chimici, chi porta le scale e chi parcheggia gli automezzi. Deve fare un gran caldo sotto la tuta mimetica e dall'elmetto giallo, sulla tempia di un giovanotto metà militare e metà operaio, spunta una goccia di sudore, mentre appende sulla rete metallica una serie di cartelli anch'essi gialli: «Area d'interesse nazionale vietato l'accesso, sorveglianza armata». Chissà se ci avrebbe scommesso su quando è entrato nell'arma: andrò a sorvegliare un termovalorizzatore per amor di patria. Ma ad Acerra tutto è al posto giusto, anche le sentinelle con i mitra a tracolla, e potrebbe passare per un campo in Afghanistan.
Il sottosegretario Guido Bertolaso ha fatto la prima mossa, ieri ha inviato 60 militari, scortati dalle forze dell'ordine (o viceversa) per presidiare l'impianto che dovrebbe essere terminato (non è stato deciso ancora da chi) entro dicembre. Forse il timore che si possano innescare una serie di proteste a catena, dopo che ad Agnano già domani i cittadini scenderanno in piazza contro l'impianto napoletano che dovrebbe sorgere nel loro territorio e ieri a Chiaiano hanno banchettato nella cava di tufo in centinaia al pic nic contro la discarica. O forse si tratta di «mostrare i muscoli alle mosche e ai gabbiani» come ironizzano alcuni gruppi di acerrani arrivati in località Pantano un po' per curiosità, molti per rabbia.
Il sole batte e benché intorno ci siano solo campagne, quel che resta della Campania Felix, il mare è lontano, non si respira, soprattutto quando arrivano le zaffate delle montagne di rifiuti accatastati nel sito di trasferenza che sorge a poche centinaia di metri. «Poveri ragazzi - infieriscono le donne del luogo - fare la guardia ai cani randagi». E infatti bastardini di tutte le misure si muovono con dimestichezza nella loro «mensa» personale.
Qui l'ultima protesta in strada dei cittadini contro il termovalorizzatore risale a quattro anni fa. Era il 29 agosto e in 30mila, tra comitati e partiti della sinistra «rossa», si ritrovarono davanti al sito, allora di proprietà della Fibe, che era stato sgomberato 12 giorni prima. Anche all'epoca il governo Berlusconi «scelse» la tolleranza zero e la folla venne dispersa a manganellate. Feriti e arresti, con il sindaco Espedito Marletta e il senatore Tommaso Sodano portati in ospedale. «A distanza di tempo Berlusconi - dice oggi Marletta - ripete la scelta di militarizzare lo scontro, utilizzando risorse dello Stato per difendersi dai cittadini e tutelando affari privati, neanche tanto chiari». Eppure da quel fine agosto i cittadini hanno smesso di manifestare, scegliendo la strada dei ricorsi. «Quella di oggi - conferma Franco, acerrano di nascita - è l'ennesima messa in scena che serve a tranquillizzare i fornitori. Da tempo i nostri comitati cittadini stanno portando le nostre ragioni nelle sedi opportune, come la magistratura e l'Ue». Uno dei sostenitori di queste «cause» è l'avvocato Tommaso Esposito, un pezzo di uomo dall'aria mite che nel suo studio ha collezionato un'enciclopedia di materiali sull'impianto, dai rilievi tecnici alle pecche di un termovalorizzatore che doveva essere pronto circa 8 anni fa. «L'impresa ha sbagliato progetto e proprio ad essa, unico caso in Europa, si concede di passare sulla pelle della gente azzerando la valutazione di impatto ambientale». In realtà non è ancora ben chiaro se sarà proprio la Fibe-Impregilo a terminare i lavori, perché nel decreto legge di Berlusconi è stato specificato che il sottosegretario Bertolaso potrebbe far subentrare una nuova società senza nemmeno bisogno di gara pubblica. Ma ai residenti poco importa: questo inceneritore non si deve fare. Acerra è la terra delle pecore morte di Butiful Cantri, degli uomini e delle donne con il più alto tasso di tumori del nostro paese, dei campi infestati dalla diossina.
Fuori dai cancelli la gente guarda verso l'alto le due torri in ferro ferme lì da qualche anno, poi verso il basso quei ragazzi con la bandiera dell'Italia sul braccio. «Stanno sorvegliando una cattedrale nel deserto la cui costruzione è stata bloccata dalla magistratura» ritira il collo nelle spalle Franco, mentre cerca sguardi d'intesa con gli altri. Una bimba, avrà più o meno sei anni, tiene per la mano il suo papà: «Non è che vogliono prendere mia figlia come prigioniera di guerra?». Si tratta dell'assessore comunale all'ambiente Andrea Piatto che stenta a credere ai suoi occhi: «Sembra di stare in Iraq o in Afghanistan con cartelli che richiamano a scenari di guerra. Non ho ancora capito, però, chi è il Bin Laden che bisogna prendere».
Bertolaso è puntuale nelle spiegazioni: «La sorveglianza del cantiere del costruendo termovalorizzatore di Acerra - spiega in una nota - come previsto dal decreto legge 90/2008 ha acquisito status di sito di interesse strategico nazionale». Martedì il presidente del consiglio tornerà a Napoli per un sopralluogo.

(Francesca Pilla)


4 luglio 2008

Il tavolo tecnico a Chiaiano non c'è mai stato

 

«Il tavolo tecnico non c'è mai stato». Il professore Franco Ortolani, geologo, racconta i retroscena di un incontro mancato: «La struttura commissariale ha capito subito che un confronto sui dati li avrebbe visti perdenti. Così solo una volta abbiamo ragionato sui risultati, non completi, delle analisi». Domenica scorsa Bertolaso ha convocato direttamente gli amministratori per annunciare che la discarica a Chiaiano si farà. «In sostanza una decisione politica» è il commento di Ortolani che aggiunge «se mi invitano alla riunione dove annunciano la fase di progettazione del sito, andrò a sentire come giustificano i milioni di euro che ci vorranno per realizzare lo sversatoio». L'interrogativo che gira è perché proprio nella selva di Chiaiano: «Il governo aveva comunicato che erano allo studio 10 siti - racconta il professor de Medici - e cioè Savignano Irpino e Sant'Arcangelo Trimonte, 2 a Terzigno che, con questo, fanno 5. 'E gli altri?', ho chiesto a Bertolaso ma non ho ricevuto risposta». Poi il governo ha annunciato la chiusura dei parchi e a molti è parso di vedere il ciclo del cemento che si rimette in moto.
Il sottosegretario ai rifiuti ribatte che la discarica si può fare perché i problemi di viabilità sono superabili e, sul fronte salute, basta inviare in cava solo immondizia urbana non pericolosa. Il geologo insiste: «Ci siamo trovati come controparte la Tecno In di Milano, società incaricata di fare i rilievi dall'Arpac, e la loro elaborazione delle analisi lascia molto a desiderare, per così dire. A parte il fatto che stiamo ancora aspettando gli esiti degli esami, indispensabili per dare un parere che abbia senso». Intanto, di certo c'è solo che, a norma di legge, per essere idoneo a ospitare una discarica, il sito deve essere stabile, il suolo impermeabile, lontano da falde acquifere e coltivazioni di pregio, ospedali e centri abitati, facilmente raggiungibile dai mezzi. «A Chiaiano non c'è nemmeno una di queste condizioni» commenta Ortolani. Che la zona sia densamente abitata e vicina ai principali ospedali della regione lo sanno tutti, che ci siano le coltivazioni doc anche e allora ragioniamo sul resto: «Le cave adiacenti sono già crollate, la stratigrafia delle pareti mostra chiaramente lastroni di tufo in condizione alterate dalla massiccia attività estrattiva subita, predisposti allo scivolamento. I più grossi sono puntellati da cunei ma tutta la zona è molto instabile anche perché, con le piogge, l'acqua dilava attraverso le cave e finisce nella falda sottostante. Addirittura le carte che ci avevano mostrato indicavano carotaggi a 60 metri quando tutta la letteratura indicava la presenza della acque a 160». Dal commissariato sono convinti di poter effettuare l'impermeabilizzazione «ma sono sfortunati - commenta il geologo - perché a giugno è caduta molta pioggia e si è visto che il terreno l'ha assorbita tutta, non c'è nessuna fascia di terreno argilloso o altro che la blocchi in tutta la zona. In queste condizioni, bastano 15/30 giorni al percolato per arrivare in falda».

(Adriana Pollice)


3 luglio 2008

Acerra chiama Napoli

 

Il sole brucia, toglie l'aria e non aiuta ad affrontare i 18 km di marcia, da Acerra a Napoli. Tra i più giovani partono le sgomitate: «Un'idea così poteva venire solo a un prete». Ci ride sopra anche padre Alex Zanotelli, appiccicato, sudato come le altre centinaia di manifestanti e un ginocchio malandato che gli permette di avanzare solo per metà percorso. «Qui non si scherza, facciamo sul serio», rimbrotta al decimo km, dopo aver superato Casoria, Mario Avoletto, irriducibile dell'antagonismo partenopeo, membro attivo della Rete ambiente: «Abbiamo unito oggi le diverse realtà resistenti perché dobbiamo aprire una vertenza generale». E non sarà il termometro rosso a fermare i 700, compresi le associazioni, gli amici di Beppe Grillo, l'assise di Palazzo Marigliano, il Wwf e Legambiente, che hanno accettato di partecipare allo «scarpinetto». D'altra parte chi è venuto se l'è cercata. «Ma per i mille "sì" ad altrettante ipotesi ecocompatibili sullo smaltimento dei rifiuti - spiega Anna Fava di Palazzo Marigliano - ci sta bene anche la smazzata votiva. Considerato che questa notte non ho dormito mi pare di stare benissimo. No?». Facce infuocate a parte, sono state sei ore di tragitto, macinate metro per metro, fino al secondo concentramento a piazza Garibaldi per radunare il popolo cittadino, e via per altri tre chilometri con i nuovi arrivati.
Segno dei tempi se per ottenere una «grazia» si è passati dalla tradizionale camminata scalzi fino a Pompei al percorso dal termovalorizzatore più grande d'Europa a piazza Dante. «Sono i due simboli di un progetto scellerato - spiega serio Nicola Capone, a capo del coordinamento regionale - la capitale dell'indifferenziata Napoli e lo scandalo di un progetto assurdo, Acerra. Qui nascerà il primo di 4 inceneritori che dovrebbero bruciare 3 milioni di tonnellate l'anno. Con una differenziata al 30% se ne produrrebbero circa 1 milione e 800mila. E il resto?». E' fatto di motivazioni tecniche e soprattutto economiche, a cui si è aggiunta la proposta del coordinatore campano del Pd Tino Iannuzzi di estendere, con il decreto Berlusconi, a tutti gli impianti quei famosi «premi» per gli imprenditori, i Cp6, da miliardi di euro. «Figo vero? Loro si prendono i soldi e noi il cancro», dice una ragazza tra i 250 delegati delle popolazioni in lotta. Appena dietro Espedito Marletta, il sindaco di Acerra che 4 anni fa nella manifestazione in pieno agosto si beccò un po' di manganellate da parte del suo stesso stato e oggi annuncia iniziative legali contro i Cip6.
Ma a 24 ore dal via ufficiale alla discarica di Chiaiano, a pochi mesi dal completamento dei lavori per l'impianto brucia-immondizia, con un dl militarizzato, che il sottosegretario Bertolaso possa cedere alle richieste dei comitati sarebbe un miracolo. «Siamo decisi a costruire un boicottaggio - spiega Pietro Rinaldi del centro sociale Insurgentia - non è questione di militari, ma di efficacia delle nostre forme di ostruzionismo. Se stiamo seduti per terra, mani alzate e ci massacrano, significa che passeremo a bucare le ruote degli automezzi, o chissà». Quanto a determinazione, chi è riuscito ad arrivare a Piazza Dante dopo otto ore sotto il sole ne ha da vendere. Chiude Daniele Sepe: «Un tempo uno andava in galera perché voleva fare la lotta armata, oggi perché fa la differenziata».

Francesca Pilla


29 giugno 2008

La discarica a Chiaiano non si può fare

 

«Insistono a dire che la cava è idonea perché se no devono rendere conto dei milioni che ci vogliono per metterla in sicurezza, soldi che usciranno dalle tasche dei contribuenti». Il professor Ortolani scalda la folla a Marano, riunita ieri pomeriggio nella sala consiliare, spiegando punto per punto i motivi per cui il progetto di fare una discarica da 700mila tonnellate di tal quale nella selva di Chiaiano è una follia. E' uno dei tecnici designati dai comitati nella commissione governativa che dovrà decidere sull'idoneità della cava di Chiaiano ad ospitare la megadiscarica. E domenica prossima avranno un nuovo incontro con la struttura commissariale. «La stampa rilancia le parole del governo, è tutto un coro di è possibile, ma come si fa a dirlo se stiamo ancora aspettando i risultati delle analisi?» il professor de Medici racconta del plico di poche pagine che, secondo la controparte, esauriva le analisi per ottenere i permessi: «Abbiamo chiesto gli approfondimenti dovuti per legge, solo allora si vedrà». Intanto gli unici risultati certi sono che i suoli delle cave sono inquinati da piombo e antimonio, per aprire lo sversatoio bisognerebbe bonificare il luogo, eliminando tonnellate di terra da stoccare in discariche speciali, spendendo cifre che in altri luoghi hanno dissuaso dall'aprire la discarica. In quanto poi alla viabilità, il professor Milone definisce l'afflusso dei previsti 130 compattatori a Chiamano, zona ad altissima presenza di pendolari, «un infarto viario, con congestione della zona e costi altissimi per la comunità». Per i comitati è evidente che solo interessi come le cave della Fibe e il braccio di ferro con le realtà locali giustifica l'apertura: «Con la volontà di dismettere i parchi, il governo apre la via per cementificare la selva e riempire le altre cave. Vuol dire che riprenderemo la lotta lì dove ci eravamo fermati». Domenica è prevista una marcia da Acerra a Napoli per un altro piano di smaltimento, a partire dalla logica dei rifiuti zero.

(Adriana Pollice)


29 giugno 2008

Chiaiano frontiera di democrazia

 

Dice Alex Zanotelli: «Adesso c'è paura. La gente, i ragazzi, temono di essere arrestati». Il missionario comboniano vive a Napoli, sabato parteciperà alla «Marcia dei mille» che comincerà ad Acerra, dove si sta costruendo l'unico inceneritore prodotto dalla valanga di denaro che il governo e Antonio Bassolino hanno versato nelle tasche di Fibe-Impregilo (Romiti); poi la gente si sposterà in treno fino a Napoli, Piazza Dante.
Perché «mille»? «Un po' per via dei garibaldini - dice Alex - e anche per i 'mille volontari' che Berlusconi vorrebbe mandare a ripulire la Campania». Zanotelli, con una limpidezza che è difficile trovare ormai nelle parole e nelle azioni delle sinistre politiche - le quali non accennano ad abbandonare il barcone del presidente della Regione - indica il problema sostanziale. Che, è vero, è stato a suo tempo, e con scarso successo, segnalato su «la Repubblica» da Stefano Rodotà: il decreto sui rifiuti, oltre a insistere sulla fallita strada dell'«emergenza» degli ultimi quindici anni, oltre a violare ogni norma ambientale, avvia alla rottamazione la democrazia. Non solo la ex «sinistra radicale» campana si confonde nel mucchio, ma il Partito democratico non ha trovato nulla di strano nel fatto che si minaccino arresti e pene severe contro i cittadini, le comunità, che vogliano opporsi appunto a quella demente politica sui rifiuti, e che i loro comitati vengano sciolti d'autorità.
L'esercito a sorvegliare le discariche (così come le strade metropolitane) sono il compimento esibizionistico di un piccolo colpo di stato. A Veltroni sembra fregare solo di Rete4 e dei processi di Berlusconi, e lasciamo stare i rom e i «clandestini», la detassazione degli straordinari e gli annunci di una ulteriore «flessibilizzazione» del lavoro, ecc..
Ma, dice ancora Zanotelli, la Campania è una cavia: se l'esperimento funzionerà qui, sarà esportato - come la democrazia di Bush - nelle valli piemontesi e nelle città venete e ovunque cittadini organizzati oppongano coesione, resistenza e democrazia costituente a ogni tipo di «grande opera» e di aggressione a un territorio esausto.
Io non so se questa - tra «sviluppo» e territorio, parola che comprende l'ambiente e le società locali - sia la «contraddizione principale».
Credo non sia nemmeno interessante stabilirlo: è un vecchio sport che non suscita più l'entusiasmo delle folle.
Certo, se le teste pensanti della sinistra italiana rispolverassero il vecchio vizio di piegare la schiena e guardare da vicino il loro prossimo, magari scoprirebbero che il novanta per cento di quel che vanno ripetendo sulla «ricostruzione della sinistra» serve solo a confortare, e confermare, se stessi. Là fuori c'è vita, c'è una società che resiste e che avrebbe bisogno di aiuto.
E invece no: sentiti e letti dirigenti che non dirigono più nulla e intellettuali che rimasticano il passato dire e scrivere che sì, la politica fa schifo, ma tanto fa schifo anche la società, e anzi è la politica a dover «rimettere ordine» nella società. Alibi.
Domenica prossima, il giorno dopo la «marcia dei mille», sarà reso noto il responso su Chiaiano, cavia numero uno del parco-cavie campane. E già si annuncia - la Protezione civile, cioè Bertolaso, cioè il governo - che la cava è idonea.
Cosa accadrà poi? Che la gente di lì, e tutti i loro amici, si arrenderanno di colpo? O che non si arrenderanno, e allora rivedremo Genova in un'altra dimensione e forma, tanto poi ogni violenza poliziesca viene perdonata, anzi premiata?
Siamo alla vigilia di un «dentro o fuori» molto più drammatico, ed essenziale, della partita tra Italia e Francia. Per chi tifiamo, noi? Chiaiano è sola?
Post Scriptum. La nostra maglietta «Clandestino» sta avendo un successo imprevisto. Ce ne stanno chiedendo a pacchi sedi sindacali di Fiom e Cgil, circoli dell'Arci, commercio equo, associazioni, perfino alcuni edicolanti, e centinaia di persone.
L'altro giorno è venuto un ragazzo del Bangla Desh per comprarne sei: «Sono fatte nel mio paese», ha spiegato. E noi: «Come l'hai saputo?». «Sono un lettore di Carta, no?».
Non abbiamo avuto il coraggio di dirgli: se vai in giro così, magari qualche poliziotto ti prende sul serio.

(Pierluigi Sullo)


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