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17 novembre 2010

La razza e l'origine nera della specie

Due temi interessanti scaturiscono dallo studio della storia genetica delle popolazioni :

  • Il concetto di razza. L’antropologia dell’Ottocento stabilì una relazione tra le differenze cromatiche esistenti tra i popoli e la divisione di questi in gruppi razziali. Ai tre colori fondamentali (bianco, giallo e nero) si associarono i caucasoidi, i mongoloidi e i negroidi. Queste classificazioni razziali non hanno alcun significato biologico : anche per il colore è possibile che le variazioni tra individui della stessa popolazione siano superiori alle differenze tra due presunte razze. Le popolazioni umane sono entità molto instabili e si sovrappongono se solo si considerano geni isolati ed in quasi tutte le popolazioni sono presenti tutti gli alleli, però con differenti frequenze. I confini tra popolazioni diventano sempre meno definibili man mano che si raffina lo strumento di analisi. Attraverso complesse ricognizioni è possibile identificare certi raggruppamenti di popolazioni ma con una validità solo probabilistica. Dai dati genetici emerge un quadro di popolazioni umane essenzialmente omogeneo e progressivo nel variare dei tratti. Dunque anche la genetica conferma l’assurdità di una pretesa superiorità razziale e l’inconsistenza del concetto di razza.
  • L’ipotesi di un origine nera della nostra specie. Se si combinano differenti sistemi biochimici per comparare le diverse popolazioni umane, i risultati mostrano una forte rassomiglianza tra europei ed asiatici, mentre più staccati sono gli africani. I primi due gruppi hanno condiviso un progenitore comune attorno ai 40.000 anni fa, mentre la discendenza comune con gli africani risale a ben 140.000 anni fa. Con l’analisi del DNA si è dimostrato che il più antico DNA mitocondriale moderno è di origine africana ed ha circa 200.000 anni, mentre quello degli altri continenti è molto più recente.  


16 novembre 2010

Genetica e storia delle popolazioni

Grazie alla genetica delle popolazioni è possibile ridisegnare la storia primitiva rintracciando la provenienza delle diverse popolazioni sparse sul pianeta.

Ad es. i dati genetici sembrano confermare le ipotesi paleoantropologiche fino ad un’epoca superiore ai 30.000 anni. In quel periodo si ha un’interessante dato per quel che riguarda i Boscimani e gli Ottentotti un tempo ritenuti i veri aborigeni d’Africa. I valori genetici dicono invece che questa popolazione è intermedia tra l’Africa e l’Asia occidentale. È possibile che essi (detti anche Khoi-san) abitassero in origine le aree dell’Africa orientale dove avvenne l’ibridazione, data la vicinanza geografica con le popolazioni asiatiche. In Africa invece i Caucasoidi (simili agi europei di pelle chiara e cranio arrotondato) arrivarono attraverso la penisola iberica circa 20.000 anni fa : i Berberi sono le rimanenze di tali popolazioni. Arabi e Beduini arrivarono invece in epoche più recenti.

 

 

I dati genetici indicano per le regioni centrali dell’Africa due espansioni indipendenti : una in Senegal occidentale e l’altra tra Niger, Mali e Burkina Faso. Si ebbe poi una spinta migratoria verso sud testimoniata dai dati genetici della Nigeria. La diffusione delle tecniche della metallurgia del ferro, a partire dal secolo VI, permise lo sfruttamento della foresta pluviale attraverso le tecniche di disboscamento. È il momento dell’espansione Bantu (il termine significa “gli uomini”) che hanno rappresentato per l’Africa ciò che il latino e la sua cultura sono stati per l’Europa. Si tratta di un gruppo linguistico più che una popolazione, originatosi tra la Nigeria e il Camerun per poi dilagare in tutto il continente.

L’Africa orientale, dopo che i Khoi-san migrarono a sud, divenne un luogo di forte ibridazione : il Nilo garantiva una penetrazione nord-sud, mentre il Mar Rosso garantiva uno scambio con la penisola arabica. Comunque le mappe genetiche dell’africa non riescono a risolvere il punto dell’origine del tipo negroide, in quanto anche i presunti proto-africani hanno un patrimonio genetico misto. Essi rimangono un mistero genetico.

L’Asia invece è il continente più esteso e complesso per quanto riguarda la genetica. Non esistendo vere e proprie barriere geografiche tra Europa ed Asia è più giusto considerarli insieme un unico continente (Eurasia). I ricercatori suddividono l’Asia in cinque regioni : Vicino Oriente, Asia meridionale, Asia Sudorientale, Africa Nordorientale ed Artico. L’area più omogenea geneticamente è il Vicino Oriente, ciò forse a causa dei 10.000 anni di agricoltura e di sviluppo urbano che hanno permesso una maggiore stanzialità.

Per quanto riguarda l’Asia nel suo insieme, le mappe geniche tracciano un confine abbastanza netto sull’asse est-ovest, con i caucasoidi ad ovest ed i mongolici ad est, mentre questi ultimi si dividono in settentrionali e meridionali. Ci sono prove che in un remoto passato l’Asia meridionale sia stata abitata da popolazioni negroidi la cui origine si può datare tra 100.000 e 50.000 anni fa. Gli europei tendono ad essere intermedi, geneticamente parlando, tra i negroidi ed i mongolici. Gli antenati dei moderni caucasoidi e degli eurasiani del Vicino Oriente possono essersi evoluti sia nell’Africa nordoccidentale, sia in Asia occidentale, sia in Europa meridionale da una popolazione originata in Africa poco prima di 100.000 anni fa. Invece la migrazione di ominidi moderni verso l’Asia sudorientale e l’Australia pare sia avvenuta attorno ai 70.000 anni fa con ipotesi di origine in Africa orientale. Tale migrazione però presuppone una minima capacità di navigazione di cui l’archeologia non ci ha fin ora fornito alcuna prova.

Gli eurasiani invece ebbero una diffusione intensa intorno ai 40.000 anni fa, diffondendo il loro patrimonio genetico in tutte le direzioni (Asia nordorientale, Artico, America, Vicino Oriente, Europa).

Alcune mappe geniche indicano un imprevisto centro di irradiazione nel mare del Giappone ed è noto dai dati archeologici ebbe un picco di popolazione intorno ai 20.000 anni fa.

Lo sviluppo invece delle tecniche agricole circa 10.000 anni fa permise una forte irradiazione di chi abitava in medio oriente in quattro direzioni : a nordovest verso Anatolia ed Europa, a sudovest verso l’Egitto, ad est verso l’Iran e l’India, a nord verso le steppe dell’Asia Centrale.

Alla fine della glaciazione il clima europeo divenne favorevole per l’agricoltura, anche se si riscaldò più tardi che nel Vicino Oriente. In questa nicchia si avventurarono gli immigranti anatolici con semi e zappe, mescolandosi con i raccoglitori locali : le densità maggiori si raggiunsero sulle coste del mediterraneo. Fu così che, oltre alle dotazioni geniche del medio oriente entrarono in Europa i linguaggi cosiddetti indoeuropei originari proprio dell’Anatolia. Analogo sviluppo in periodi più recenti lo ebbero Iran, Pakistan ed India. In questo modo a partire dal lato orientale della Mesopotamia si diffusero verso oriente le lingue dravidiche. Invece il Nord Africa offriva minori opportunità a causa della desertificazione del Sahara iniziata circa 8.000 anni fa.

Le steppe settentrionali dell’Asia non erano favorevoli all’agricoltura, ma diedero spazio all’allevamento del bestiame : popoli pastori nomadi addomesticarono il cavallo e si diffusero a partire da 4.000 anni fa con la massima espansione presso le tribù mongole. Era comunque da alcuni millenni che i pastori nomadi dall’Asia settentrionale organizzavano cicliche invasioni dell’Eurasia esportando i dialetti indoeuropei ed altaici.

Gli sviluppi agricoli e di popolamento dell’Asia orientale furono un po’ diversi a causa dei problemi di acclimatamento dei vari prodotti su latitudini diverse da quelle mediorientali. Il nord della Cina affinò la coltivazione del miglio, mentre a sud si sviluppò quella del riso. Le differenze genetiche tra nord e sud della Cina furono rafforzate da questa separazione culturale. L’unità della Cina si ebbe nella seconda parte del primo millennio a.C., ma portò solamente ad una unificazione linguistica senza interferire eccessivamente con le caratteristiche genetiche delle varie popolazioni.

L’Asia sudorientale rimane differente dall’area cinese, anche se le relazioni tra di esse sono evidenti. Comunque le differenze con le popolazioni cinesi del nord sono più marcate di quelle con le popolazioni del pacifico : i mongolici dai caratteri più estremi si trovano nella Siberia meridionale con una progressiva attenuazione procedendo verso sudest. Se vale l’ipotesi multi regionale, i mongolici hanno tratti molto antichi.

L’Europa ha il maggior numero di dati disponibili per la realizzazione di una mappa genica : sembra che l’uomo moderno a partire dall’Asia occidentale si sia diffuso senza eccessivi mescolamenti in tutta Europa. Dato che le popolazioni dell’uomo moderno si svilupparono durante una glaciazione, è probabile che le anomalie geniche dimostrate in alcune zone della penisola iberica (baschi) e della Francia meridionale derivino dall’isolamento tra le varie aree ghiacciate dell’Europa intorno a 18.000 anni fa. Probabilmente nel paleolitico superiore le lingue europee dovevano essere del tipo rappresentato dal basco e dai dialetti caucasici.

Tra i 10.000 e i 6.000 anni fa entrarono lentamente in Europa le tecniche agricole, attraverso le popolazioni provenienti dall’Anatolia. Fu questo il periodo in cui penetrarono le lingue indoeuropee che soppiantarono completamente quelle caucasiche. In questa fase le mappe geniche mostrano una situazione multi geniche molto regolare che rimarrà stabile per un lungo periodo di tempo. In Europa esistono due gruppi linguistici predominanti : l’indoeuropeo e l’uralico. Le mappe geniche evidenziano una separazione tra queste due popolazioni : l’uralico ebbe origine dalle regioni artiche al confine tra Asia ed Europa. L’origine genetica di questi uomini pare essere un misto di caucasoide e mongolico.

Successivamente all’arrivo degli indoeuropei, si assiste in Europa all’arrivo di una nuova ondata indoeuropea, di una tipologia definita Kurgan, evolutasi a nord del caucaso e del Mar Nero. Lo stimolo per questa seconda invasione fu la domesticazione del trasporto su carri trainati da buoi e cavalli. Nonostante questa seconda ondata l’Europa centrale mostra comunque una generica omogeneità genica.

 


15 novembre 2010

Ipotesi sull'origine evolutiva dell'uomo

L’origine evolutiva dell’uomo moderno non è molto chiara e ci sono due ipotesi :

  • Ipotesi multi regionalista : gli esemplari arcaici derivati direttamente da erectus in Africa, Asia ed Europa avrebbero dato origine a diverse popolazioni di sapiens moderno (compreso il Neandertal). Si tratterebbe di un’evoluzione parallela con una variazione di popolazione molto antica e con tratti riconoscibili che collegano popolazioni antiche e moderne. L’anatomia fondamentale simile delle varie popolazioni dell’uomo moderno verrebbe spiegata da un modello di tipo centro-periferia. Ad es. la grande variazione riscontrata tra gli australiani del Pleistocene e gli aborigeni moderni viene spiegata come il risultato di un evoluzione locale a partire dall’homo erectus dell’Indonesia (centro) combinatasi con la migrazione o il flusso di geni a partire dall’Asia continentale in epoche successive (periferia).
  • Modello arca di Noè che vede derivare tutti gli uomini moderni (Neandertal a parte) da una singola popolazione di età relativamente recente. Le caratteristiche razziali delle moderne popolazioni si sarebbero evolute dopo la speciazione dell’homo sapiens moderno. Questi uomini moderni sembrano aver lasciato tracce molto antiche (120.000 anni fa) in Sudafrica. Da lì sarebbero progressivamente saliti fino in Europa ed in Asia a sostituire l’uomo di Neandertal. A questo punto, intorno ai 35.000 anni fa l’homo sapiens moderno resta l’unico bipede di origini scimmiesche sulla terra.

 

 

Anche nell’antropologia e nella paleontologia ci sono spiegazioni monistiche o pluralistiche. Si tratta di uno schema mentale che si applica spesso

La cosa importante però è che si sostanzi, cioè che l’ipotesi monista si determini (dove ? chi ?) e così quella pluralista (qui l’onere della prova è più pesante).

Quella monista dovrebbe escludere ad es. che il pitecantropo di Giava o il Sinantropo abbiano avuto una discendenza evolutiva

 

 

 


12 novembre 2010

l'Homo sapiens e la plasticità del suo cervello

Un homo sapiens anatomicamente moderno è caratterizzato da una generale gracilità dello scheletro con ossa sottili e muscolatura meno sviluppata dei suoi antenati. Probabilmente questo è il risultato del controllo ambientale ad opera della tecnologia con una forte riduzione delle pressioni selettive dovute a consumi energetici ed al clima. Il massimo risultato con il minimo sforzo.

Il corso di vita dell’uomo moderno prevede la nascita di un’infante inetto, dal cervello non pienamente sviluppato. La maturità cerebrale si ottiene solo al secondo anno di vita, permettendo così una diretta plasticità tra cervello ed ambiente al contrario di quello che avviene per gli altri primati in cui l’intelligenza è geneticamente programmata. La crescita e la dipendenza sono molto lunghe e la maturità sessuale viene raggiunta molto più tardi che non nelle scimmie antropomorfe. L’aspettativa di vita degli umani va bene al di là dell’età riproduttiva. Dunque il lento sviluppo e la sopravvivenza di elementi anziani della specie sono messi in relazione con il valore adattivo della trasmissione culturale intragenerazionale : gli anziani forniscono informazioni avendo la sussistenza garantita dai più giovani. Tale modello umano del corso di vita è tipico dell’uomo moderno e forse non era condiviso dagli ominidi precedenti

 

 

 

Tale processo di indebolimento fisico dell'individuo è collegato alla riduzione delle differenze sessuali rispetto ad altri animali ? La possibilità di un equivalenza maschio/femmina si origina da questo dato evolutivo ?

La plasticità del cervello nasconde anche delle insidie ? Ad es. l’abbinamento televisione/cervello infantile può in pratica togliere a genitori e scuola il controllo dell’educazione della prole ?

 

I bamboccioni sono un risultato ultimo dell'aumento della dipendenza della prole ?

 

Il progresso tecnologico non mette in crisi il modello educativo, togliendo agli anziani la funzione informativa e formativa ?

 


11 novembre 2010

Neanderthal

Le popolazioni musteriane fecero un ampio uso delle caverne come abitazione. Le popolazioni dell’uomo di Neandertal a causa delle glaciazioni non riescono a sopravvivere basandosi esclusivamente sulla raccolta di vegetali e dunque debbono fare sempre più riferimento alla caccia. Data la riduzione delle grandi faune gli uomini di Neandertal non sono più cacciatori di grandi animali, ma devono cacciare una più vasta gamma di selvaggina collocandosi come predatori opportunisti. In passato si è pensato anche ad uno sviluppo di comportamenti simbolici : cannibalismo rituale, sepoltura sul letto di fiori, asportazione del cervello per usi rituali. Ma queste ipotesi sono state gradatamente ridimensionate (il letto di fiori era dovuto alla stagione, il buco vicino all’orbita oculare era causato da fattori naturali). Certo l’uomo di Neandertal faceva uso di ocra e manganese per dipingersi il corpo e talvolta perforava denti ed ossa. Inoltre è stato trovato un individuo neandertaliano che si era spezzato il braccio destro in giovane età, ma che aveva tuttavia raggiunto l’età adulta testimoniando una cura parentale ed un livello di assistenza insospettabili per quell’epoca. In Slovenia è stato trovato un corto flauto in osso con tre buchi di tale periodo, il più antico strumento musicale elaborato conosciuto (a parte i semplici strumenti a percussione).

 

 

L’uomo di neandertal si estingue circa 35.000 anni fa e come ciò sia successo è ancora oggetto di serrato dibattito. Le popolazioni musteriane ad un certo punto vengono sostituite da forme più moderne di homo sapiens probabilmente provenienti dall’Africa : si è pensato ad un genocidio, ad un decremento demografico dovuto alle scelte sessuali delle femmine di Neandertal. Ma l’ipotesi più probabile è che dopo un certo periodo di coesistenza tra le due specie, le strette climatiche hanno selezionato quella tecnologicamente più raffinata e con un incremento demografico più marcato : si tratta dell’uomo di Cro-Magnon, un homo sapiens perfettamente moderno.

 

La glaciazione ha ridotto la ricchezza prodotta in abbondanza dalla natura e costringe maggiormente l’uomo a confrontarsi con risorse scarse. La scarsità di risorse genera la maggiore ampiezza del raggio di azione e la scelta di metodi più cruenti per il conseguimento dei propri obiettivi primari.

Il maggiore freddo consente maggiormente la conservazione del cibo e anche dei morti, per cui compare il culto dei morti stesso

 


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