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3 maggio 2011

L'allarme di Robert Reich

Robert Reich suona ancora l’allarme crisi. Non è escluso che abbia ragione, ma lo è anche nel breve periodo ? Sembrerebbe di no.

Qual è la ricetta Obama ? Salvare le banche, dismettere i servizi pubblici e aprire così mercato alle imprese private. La falsa sinistra mette i consumatori nella mano invisibile del mercato e sappiamo la mano dove scenderà.  La crisi così nel breve periodo è scongiurata. Ma per quanto ?

 

 

Vediamo la cosa più nel dettaglio. Dal 2006 al 2009:

·         Il Pil procapite è aumentato da 41640 dollari a 46350, anche se si tratta di una sorta di media del pollo. Da una inflazione al 3,2% si è passati alla deflazione (-0,2%)

·         Gli investimenti sono aumentati dal 16,6% del Pil al 18% del Pil. Sono aumentate le esportazioni (dal 10,5%  del Pil al 12% del Pil), mentre le importazioni sono aumentate di meno (dal 16,2% del Pil al 17% del Pil), quindi il debito commerciale con l’estero è diminuito in percentuale dal 5,7% del Pil al 5%). Investimenti e esportazioni sono aumentate, ma non a spese dei consumi delle famiglie (che sono aumentate dal 70,2% del Pil al 71%), bensì a spese dei consumi collettivi (dal 19,1% del Pil al 16% del Pil). Ancora negli ultimi mesi le spese per consumi sono in aumento (l’ultimo dato di Febbraio dà un +0,7% rispetto all’anno precedente, anche se l’incremento del reddito è +0,3%). Dunque le cose non sono così semplici, come le presenta Reich. Altro è se la crisi riparte dalla banche : in questo caso la spiegazione è la stessa e cioè il sottoconsumo, ma la dinamica è più articolata, tenendo presente che il sottoconsumo in quanto fattore di crisi non si misura rispetto al consumo precedente, ma rispetto alla produzione . Ma di questi dati in Reich non v’è traccia, in quanto egli parla solo dell’indice di fiducia dei consumatori.

·         Il saldo di bilancio è migliorato da un -14,1% ad un +4,8%. Gli Stati Uniti con Obama stanno tentando di ridurre il proprio deficit commerciale, a spese della Cina. Questa strategia è compatibile con l’interpretazione della crisi da parte dell’ortodossia dominante. Tuttavia il fatto che Obama non ha scoraggiato i consumi privati è indice di un certo rispetto per la tesi che vede nella caduta della domanda aggregata la causa principale della crisi. Ovviamente però la riduzione dei consumi collettivi pure avrà un effetto negativo sulla strategia di Obama che probabilmente spera di dirottare la produzione in eccesso verso le esportazioni. Al tempo stesso egli sta procedendo nella privatizzazione di una serie di servizi sociali, per cui è anche probabile che l’aumento di consumi privati possa risultare di qui a poi una compensazione (regressiva dal punto di vista sociale) di una diminuzione dei consumi collettivi. La spesa sanitaria è aumentata dal 15,4% del 2006 al 15,7% del 2009, ma è probabile che si tratta appunto di un aumento della spesa privata per la salute, vista la diminuzione dei consumi collettivi. La spesa per l’istruzione è diminuita dal 5,9% al 5,7%. Il numero dei medici ogni 1000 abitanti è diminuito da 2,9 del 2008 a 2,7 del 2009, mentre i posti letto per 1000 abitanti si sono ridotti da 3,3 a 3,1. Fatto abbastanza preoccupante è che, mentre la rete idrica nel 2006 raggiungeva il 100% della popolazione, ora raggiunge solo il 99%. Questo vuol dire che qualche milione di persone ha difficoltà nell’accesso alla rete idrica.

Dunque l’allarme di Reich è generico e basato su indicatori non sempre significativi. Tuttavia possiamo dire che le strategie per la risoluzione della crisi non stanno affrontando il nodo della questione, che è la distribuzione del reddito. I provvedimenti presi da Obama privilegiano gli investimenti e le esportazioni. Collegati al braccio di ferro con la Cina sulla svalutazione della moneta cinese e collegati all’intervento congiunto in Libia fanno pensare che i tentativi di risolvere la crisi porranno i presupposti per una crisi più grave che coinvolgerà anche l’assetto geopolitico mondiale.

 

 


16 marzo 2010

Manlo Dinucci e Tommaso Di Francesco :Obama torna sotto lo Scudo

Ormai è certo: gli Stati uniti installeranno in Europa un nuovo «scudo» antimissili. Si chiarisce dunque che il presidente Obama ha rinunciato al piano Bush, ma ne vara uno suo e anche questo fortemente contrastato dalla Russia. Come sono andate le cose, lo ha spiegato sul New York Times il segretario alla difesa Robert Gates, passato dall'amministrazione Bush a quella Obama. Fu lui, nel dicembre 2006, a raccomandare che gli Usa installassero 10 missili intercettori in Polonia e un megaradar nella Repubblica Ceca. Sempre lui, nel settembre 2009, ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma solo per sostituirlo con uno «più adatto». Precisando: «Stiamo rafforzando, non cancellando, la difesa missilistica in Europa».


Nella prima fase, completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra. Nella seconda, operativa verso il 2015, installeranno una versione potenziata di questo missile, con base a terra, nell'Europa centrale e meridionale. Romania e Bulgaria si sono già messe a disposizione. In Polonia è in corso l'installazione di una batteria di missili Patriot, gestita da una squadra di 100 soldati Usa, nella città baltica di Morag, a circa 50 km dal confine con la Russia. Arriveranno quindi gli Sm-3 a bordo di navi Usa, dislocate nel Mar Baltico e, successivamente, i missili potenziati con base a terra. Il radar fisso, che avrebbe dovuto essere installato nella Repubblica ceca, verrà sostituito da un più efficiente sistema basato su aerei, satelliti e sensori terrestri. Anche l'Italia, con tutta probabilità, ospiterà missili e componenti dello «scudo» Usa. Lo conferma indirettamente lo stesso Gates, quando parla della loro installazione nell'Europa meridionale. L'Italia ha aderito allo «scudo» con un accordo sottoscritto dal governo Prodi nel febbraio 2007.
Lo «scudo» antimissili che gli Usa vogliono installare in Europa è un sistema difensivo od offensivo? Basta pensare a due antichi guerrieri che s'affrontano, uno armato di spada, l'altro di spada e scudo. Il secondo è avvantaggiato, può attaccare e colpire parando con lo scudo i colpi. Se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, disporrebbero di un sistema non di difesa ma di offesa: sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch'esso di armi nucleari, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare l'eventuale rappresaglia. Proprio per questo Usa e Urss avevano stipulato nel 1972 il Trattato Abm che proibiva tali sistemi, ma l'amministrazione Bush lo affossò nel 2002. Ora Obama ha annunciato l'intenzione di ridurre l'arsenale nucleare Usa negoziando un nuovo trattato Start con la Russia, ma ha ribadito che gli Usa manterranno un «sicuro ed efficiente deterrente nucleare». Eppure, solo poche settimane fa, sei paesi europei, tra cui Belgio e Germania hanno chiesto agli Usa di smantellare le atomiche americane dall'Europa. È questa la risposta? E, secondo gli analisti del New York Times, la strategia che verrà enunciata nel prossimo Nuclear Posture Review prevede il ricorso al first strike, anche contro paesi non dotati di armi nucleari ma che abbiano armi chimiche o biologiche.
A Washington ripetono che lo «scudo» in Europa non è contro la Russia, ma fronteggerà la minaccia iraniana. Per Mosca invece è l'acquisizione americana di un decisivo vantaggio strategico. È infatti chiaro che il nuovo piano prevede un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l'attacco nucleare. E ora, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare il territorio russo molto più efficacemente. Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi - come dichiara Gates - a proteggere il territorio europeo, in cui sono dislocati 80mila soldati Usa, creando una «Europa più sicura». Viceversa provocherà nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa.


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14 marzo 2010

Zvi Schuldiner : passi indietro in Palestina

La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.


Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.


14 marzo 2010

Fabio Alberti :per cosa e per chi stiamo combattendo in Afghanistan?

Il 29 gennaio 2010 di fronte ad un’attenta platea di Senatori francesi membri della Commissione Affari Esteri, l’ex capo della Dgse (Direction Generale de la Sécurité Extérieure) Alain Chouet, ha affermato in tutta tranquillità che Al Qaeda, intesa come organizzazione, non esiste più sul piano operativo fin dal 2002. Ovviamente, aggiunge, questo non significa che non esistano organizzazioni terroristiche di matrice islamica in altri luoghi del mondo, ma che combattere questo fenomeno non dipende dalla guerra in corso in Afghanistan, che anzi ne alimenta il reclutamento.
Ma se Al Qaeda non esiste più chi stiamo combattendo in Afghanistan? Per quale guerra il Parlamento ha stanziato, il 23 febbraio scorso, con voto bypartisan, altri 308 milioni di euro, portando il totale della spesa per la guerra a 2.263 milioni, con una continua crescita del costo mensile che dai 5,8 milioni/mese del 2002 è arrivata sino agli attuali 51 milioni? Quale progetto politico-militare Bersani e Di Pietro continuano ad appoggiare?


In effetti, al di là della propaganda, è ormai molto tempo che, dichiaratamente, la guerra non si combatte contro Al Qaeda, ma contro i Taliban, gli “studenti” formatisi nelle scuole coraniche sorte al confine con il Pakistan, con fondi sauditi, come fucina di combattenti contro l’invasione russa, e che tanto hanno contribuito alla diffusione del wahabismo e del fondamentalismo religioso islamico in tutto il mondo. I Taliban, legati alla etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, presero il potere nel 1996, con l’appoggio degli Stati Uniti e con un certo favore della popolazione stanca dello scontro tra signori della guerra scoppiato all’indomani della ritirata sovietica. Erano i tempi in cui l’Unocal, multinazionale statunitense con legami sia con la famiglia Karzai che con l’amministrazione Bush, trattava con i Taliban il tracciato del oleodotto che avrebbe dovuto collegare il petrolio del centrasia all’oceano indiano. Contro il potere dei pashtun/taliban si coagulò un’alleanza di altri signori della guerra, che avevano assunto potere nelle proprie tribù proprio in virtù del loro essere stati armati dall’occidente.
Quella guerra però non è mai finita e si protrae ormai da 20 anni. Il fronte sostenuto dagli Stati Uniti ed in cui anche l’Italia è arruolata è cambiato, ma la guerra è la stessa. Il motivo per cui, in questa guerra intestina, il nostro paese dovrebbe sostenere una parte contro l’altra non è mai stato chiarito. Perché, ad esempio, tra trafficante di droga Karzai, il macellaio Hekmatyar, il mullah Omar, ed altri analoghi stinchi di santo, dovremmo sostenere il primo non è affatto chiaro. E non ci vengano a dire che è per via del burqa che allora non si capisce perché non abbiamo ancora raso al suolo Riad. Per quale motivo dovremmo proteggere un governo composto da criminali di guerra contro un’opposizione armata di altrettanta fatta. La guerra civile afgana, nella quale la Nato e l’esercito italiano sta intervenendo, con una sempre maggiore operatività, ha una storia complessa, ma essenzialmente si tratta del controllo del territorio e delle sue ricchezze. Ad esempio della produzione dell’oppio di cui l’Afghanistan è il primo produttore mondiale e che è coltivato e trafficato sia dal “governo” che dall’“opposizione”. Ad esempio la collocazione strategica ai confini della Cina.
Nel frattempo gli aerei alleati al comando della Nato hanno seminato e continuano a seminare morte tra i civili. Nel 2009 le vittime civili ufficiali della guerra, uccise sugli opposti fronti sono state, secondo un rapporto dell’Onu, oltre 2400, con un incremento del 14% rispetto al 2008. Ma tra le vittime dirette, quelle indirette dovute al permanere di una situazione di degrado del paese, e i rifugiati, sono milioni gli uomini e le donne afgane che hanno perso tutto, quando non anche la vita. Sono vittime che anche l’Italia ha sulla coscienza.
La società civile afgana da tempo richiama all’attenzione il fatto che senza che sia fatta giustizia nei confronti dei criminali nelle cui mani, invece, la Nato ha consegnato il paese non sarà possibile costruire un futuro e nello stesso tempo che il conflitto interno non si può concludere con la vittoria di una parte, ma con un processo di riconciliazione. Ma fino a che Karzai ed i suoi avranno a fianco un alleato come gli Stati Uniti nessun processo di pacificazione potrà iniziare. Un motivo di più, oltre al ripudio della guerra in sé, perché il nostro paese ritiri finalmente le truppe.


8 marzo 2010

Matteo Bosco Bortolaso : California, sì al pubblico no ai tagli

«Obama, salva la nostra istruzione!». Il manifesto - un lenzuolo bianco con una scritta nera - sfila per le strade di downtown Los Angeles, non troppo lontano da Hollywood, dove tutto è pronto per gli Oscar. Studenti e professori hanno proclamato giornate di «sciopero» e di «azione» per difendere scuole e università finite sotto la scure dei tagli. Il bilancio in rosso della California non ha risparmiato nessuno: dall'università di Berkeley, patria delle rivolte del '68, alle scuole elementari dei poverissimi sobborghi di San Francisco.


Le manifestazioni (nella foto ap quella a Sacramento), iniziate a metà settimana nel Golden State, si sono estese in altre parti degli Stati Uniti. Sono state in gran parte pacifiche, anche se circa 150 persone sono state arrestate sulla superstrada 880 ad Oakland. Uno dei manifestanti è rimasto gravemente ferito. La polizia sostiene che abbia azzardato un salto troppo pericoloso. A Santa Cruz, la città del surf, gli studenti hanno bloccato l'accesso a un campus universitario. A Davis, non lontano da Sacramento, che è la capitale della California, alcuni manifestanti hanno tentato di paralizzare un'altra superstrada, ma sono stati bloccati dalla polizia armata di pepper spray.
Le proteste sono arrivate anche all'Università dello Stato del Wisconsin, nella città di Milwaukee, dove alcuni manifestati hanno gettato pezzi di ghiaccio contro i responsabili del campus. Sono seguiti sedici arresti. Le manifestazioni principali, comunque, si sono concentrate in California. La più grande è stata ospitata proprio dalla capitale, Sacramento, dove oltre mille persone hanno sfilato al suono dei tamburi.
Il bilancio statale della California, uno degli Stati più colpiti dalla crisi, è a corto di 20 miliardi di dollari. I fondi sempre più scarsi hanno portato a licenziamenti o stipendi più bassi per gli insegnanti. Come se non bastasse, lo scorso autunno è arrivato l'aumento della retta: la University of California, ad esempio, ha accresciuto del 32% le tasse, già costosissime come nel resto degli Stati Uniti. Le classi, all'opposto, sono diminuite. Alla California State University di Long Beach, i manifestanti denunciavano un taglio del 13% dei corsi. «Paghiamo di più e abbiamo di meno» ripetevano gli studenti arrabbiati.
Pure il governatore «terminator», Arnold Schwarzenegger, all'ultimo anno del suo mandato, ha ammesso che le scuole e gli atenei del Golden State sono «in condizioni terribili» e che sono necessari «più soldi». Soldi che, a parere di Alberto Torrico, leader democratico autore di una clamorosa proposta, dovrebbero arrivare da «una tassa ai petrolieri» per strappare il 12,5% dei loro profitti. Secondo le stime di Torrico, il balzello porterebbe alle casse californiane due miliardi di dollari che darebbero nuova linfa vitale all'istruzione della Costa Ovest. Un provvedimento del genere, comunque, avrebbe bisogno di due terzi dei voti del parlamento di Sacramento. E non tutti i politici della California hanno intenzione di far arrabbiare i petrolieri.


25 novembre 2009

Domenico Moro : Usa, è vera decadenza ?

 

Alla vigilia del viaggio del presidente Obama in Estremo Oriente, il Sole24ore ha pubblicato un fondo di John Plender. La tesi del rinomato editorialista del Financial Times è semplice: la decadenza degli Usa è meno forte di quanto si creda e la loro egemonia non è realmente in discussione. Secondo il columnist gli Usa non sono condannati a ricalcare le orme della Spagna nel XVII secolo e della Gran Bretagna nel XX secolo, costrette al collasso dall’eccessivo allargamento dei loro imperi. Soprattutto Plender, pur riconoscendo la pericolosità dell’enorme debito Usa (delle famiglie, statale e del commercio estero) nei confronti dei paesi creditori (in primis la Cina) ritiene che: “Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all’altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.” Il punto è che c’è qualche “se” di troppo nel ragionamento di Plender. Invertire la tendenza all’indebitamento è non solo molto difficile, ma contrasta direttamente con i rapporti economici dominanti sia all’interno degli Usa sia tra gli Usa ed il resto del mondo. Se i lavoratori americani si indebitano non è per capriccio ma perché non vi sono altri modi per conservare i loro standard di consumo, che sono condizione necessaria agli alti tassi di profitto delle imprese Usa. Secondo l’Hedrich Center for Workforce Development della Rutger University negli ultimi venticinque anni il salario reale dei lavoratori Usa (la cosiddetta classe media) è crollato. Gli standard di consumo delle famiglie sono stati mantenuti solo grazie all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e all’aumento delle ore di lavoro (negli anni 90, 50 e 60 ore lavorative sono divenute la norma per molti lavoratori). Ma tutto ciò non è bastato e i lavoratori sono stati costretti a indebitarsi con le banche, a loro volta incitate a prestare oltre ogni logica dal governo e dalla Federal Bank mediante un bassissimo costo del denaro. La conseguenza è che il tasso di risparmio delle famiglie è crollato e che in venticinque anni i fallimenti individuali sono cresciuti del 400%. Ciò prima della crisi attuale, dopo il crollo dei mutui nel 2007 la situazione è ancora peggiorata. Contemporaneamente, negli Usa i profitti hanno raggiunto la quota più alta sul reddito nazionale degli ultimi 75 anni. Quale è la ragione di questa apparente contraddizione? La radice delle questione risiede nella tendenza alla caduta del saggio di profitto che si presenta più forte proprio al centro del sistema economico capitalistico, che oggi è negli Usa: quando si raggiunge un alto livello di accumulazione di capitale, l’ulteriore aumento del capitale investito e della produttività non determina una adeguata e proporzionale crescita del profitto. Dal momento che questo, per il modo di produzione capitalistico, è inconcepibile, sul piano interno ne consegue una tendenza alla diminuzione dei salari e alla produzione di profitto senza produzione di merci, cioè mediante una sempre più spasmodica speculazione. Sul piano esterno, si determina una tendenza a sfruttare i surplus di risparmio dei Paesi subalterni e a sostituire il dominio economico con quello militare con l’effetto però di peggiorare la situazione non solo della bilancia commerciale estera ma anche di quella dello Stato. Ma se la massa dei cittadini-lavoratori diventa più povera e lo Stato più indebitato, c’è una minoranza che si arricchisce in virtù di questa situazione, il capitale finanziario che impiega gli enormi flussi di liquidità che arrivano dall’estero, le multinazionali che impiegano lavoratori a salari più bassi in patria e all’estero, le imprese monopoliste e le burocrazie che come parassiti crescono all’ombra dell’indebitamento dello Stato. Pur con enormi differenze, sia la Spagna che la Gran Bretagna hanno attraversato queste fasi, abbandonando la produzione domestica per appoggiarsi sull’impero. La Spagna visse dei prestiti dei ricchi stati italiani garantiti dall’argento che fluiva dalle colonie americane, lasciando deperire la sua base produttiva in Castiglia, e dissanguandosi nelle guerre delle Fiandre nel tentativo di mantenere la propria egemonia. 



La Gran Bretagna compensava i propri deficit commerciali (anche allora con la Cina!), mediante gli enormi surplus commerciali dell’India, sua colonia, e successivamente anche grazie al dominio della finanza mondiale mediante l’egemonia della sterlina. La causa della decadenza degli imperi moderni, quindi, non sta nell’eccessivo allargamento, ma nel parassitismo, che a lungo andare rinsecchisce le radici vitali e produttive del centro imperiale. A questo fenomeno, dato che la produzione capitalistica mondiale è caratterizzata da uno “sviluppo diseguale”, si accompagna l’emergere di nuove potenze economiche che crescono più rapidamente. Quando, dopo la Prima guerra mondiale, gli Usa divennero la prima economia mondiale, passando da debitori a creditori dell’Europa, si capì che l’egemonia inglese e della sterlina dovessero essere sostituite da quelle degli Usa e del dollaro. Cosa che avvenne solo dopo una seconda conflagrazione mondiale con la sconfitta degli altri pretendenti in rapida ascesa industriale, la Germania e il Giappone. Oggi la storia si ripete e Plender prende un granchio citando come esempio di forza il fatto che la spesa militare Usa sia la metà di quella mondiale e molto superiore a quella cinese, specialmente considerando i pessimi risultati della macchina bellica Usa in Iraq e soprattutto in Afghanistan, che si stanno rivelando le Fiandre statunitensi. Gli Usa non possono “imparare” a risparmiare di più né possono semplicemente “deciderlo” i politici. L’indebitamento è oggi condizione necessaria al funzionamento degli Usa e ragione di arricchimento per chi detiene le leve del potere economico. Il vero nodo è che ciò entra in contraddizione con i sommovimenti prodotti dal mercato mondiale, che, accelerati dalla crisi, impongono un trasferimento di ricchezza e di potere a livello mondiale
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24 novembre 2009

Joseph Halevi : tra Usa e Cina è un compromesso tra junk-economies

 

La Stampa è stato il giornale italiano che ha meglio colto l'essenza del «deal», l'accordo-intrallazzo tra gli Usa e la Cina che si può riassumere nella traformazione dello slogan maoista «la politica al comando» in «l'economia al comando». Non si tratta però dell'economia in quanto base materiale per generare occupazione e livelli di vita socialmente e ecologicamente decenti. Si è trattato invece dell'incontro tra le due componenti principali di ciò che Loretta Napoleoni ha chiamato, nel suo ottimo libro, «economia canaglia», che diventa tale appunto perché è al posto di comando, plasmando le istituzioni nazionali e le relazioni internazionali. Sul piano produttivo e del consumo, Usa e Cina sono due «junk economies», junk essendo un termine americano per definire il ciarpame. I prodotti junk possono essere nuovissimi come i Suv e l'assurda Hummer - derivata dal veicolo militare Humvee - non a caso recentemente venduta dalla General Motors a una società cinese. I due paesi hanno strutture di consumo e di produzione che escludono il sociale più che altrove. Per ciò che riguarda gli Usa questa tendenza era stata individuata oltre 40 anni fa da John Kenneth Galbraith e da Baran e Sweezy. Ora la «junk economy», il lato materiale dell'economia canaglia, viene istituzionalizzata in quello che si prospetta come un lungo periodo di crisi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa. 



Miopi e noiosi sono gli economisti che vedono nella rivalutazione del remimbi, la moneta cinese nota all'estero come yuan, la soluzione del maggiore squilibrio nei conti internazionali. Al persistente deficit Usa verso Pechino (cioè al surplus cinese) sono indissolubilmente legati gli interessi capitalistici, imprenditoriali e finanziari, statunitensi e britannici, con forti ramificazioni in Europa continentale come in Francia. Quest'ultimo aspetto fa della voce grossa di Sarkozy contro lo svuotamento della conferenza climatica di Copenhagen una vocina in falsetto, emessa solo a fini populistici. La dinamica delle esportazioni cinesi è quella che garantisce al mondo capitalistico una forza lavoro attiva con salari da esercito di riserva. Nel mercato interno i margini di profitto sono molti bassi perché le autorità cinesi favoriscono, attraverso politiche di credito facile e mafiosamente articolato, la nascita di una pletora di imprese in tutti i settori. Ciò crea un grande flusso di produzione finale, un vasto consumo di input come l'acciaio (oltre mezzo miliardo di tonnellate annue), di cemento (oltre un miliardo di tonnellate) e di carbone con «ottimi» effetti ambientali sull'aria e sull'acqua. Ma, data la pletora di aziende, profitti non sarebbero sufficienti all'accumulazione se non ci fosse il mercato estero. Tali guadagni provengono proprio dalla differenza tra i salari monetari cinesi lungo l'arco dell'intera catena produttiva nazionale e i prezzi di vendita all'estero. Da questa differenza vengono ricavati anche una bella fetta dei proventi della società della grande distribuzione, come Walmart, e di tutte le società che subappaltano in Cina le cui esportazioni, appunto, originano per oltre il 60% da filiali di multinazionali estere.
Molte di queste sono europee. La trasformazione degli Stati uniti e anche di una parte dell'Europa (Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia) in economie di servizi è coerente con il ruolo industriale mondiale della Cina; l'India invece ne è ancora lontanissima. In questo contesto la Cina permette anche la deflazione salariale in Occidente, come ben sanno i sindacati Usa. Gli squilibri Cina-Usa sono quindi vitali agli interessi del capitale globale che vuole la «ripresa» ma non quella salariale.
Essi sono inoltre un aspetto cruciale degli interessi che controllano la cosiddetta ripresa economica, questa volta principalmente statunitense. Con le politiche di Geithner e Summers di salvataggio dei titoli tossici, la ripresa Usa viene fatta dipendere dalla spesa pubblica e da una nuova bolla speculativa. Se Geithner-Summers-Bernanke hanno ricreato le condizioni speculative regalando denari a banche e affini, chi ha permesso il collocamento dei soldi in titoli derivati nuovamente tossici? In primis la Cina stessa, col suo grande rilancio produttivo inquinante che ha invertito la caduta dei prezzi delle materie prime, ha rigonfiato la speculazione sul rischio dei mercati futuri, compresi quelli di fonti energetiche alternative, ha rilanciato le banche di investimento. Le nozze Cina-Usa fanno felici Wall Street, la City di Londra ed anche la Bourse de Paris.


22 novembre 2009

Angela Pascucci : Obama e la Cina. Tutti insieme disperatamente

 

Potenza taumaturgica del G2. La conferenza di Copenhagen sul clima, data per spacciata a Singapore, è stata riportata a un'esile vita ieri a Pechino. Il presidente Usa Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao, emersi da due ore e mezzo di incontro sulle sorti dei rispettivi paesi (fatte coincidere con quelle dell'intero pianeta), hanno espresso la volontà di arrivare a dicembre a un'intesa che non sia solo una dichiarazione politica ma un accordo che copra tutti i punti in discussione e che soprattutto «abbia immediati effetti operativi», parole del capo della Casa bianca. Il tanto auspicato accordo vincolante resta morto e sepolto ma da ieri si sono riaffacciate le speranze che a dicembre in Danimarca non si riscaldi ulteriormente l'aria solo con le chiacchiere. Restano le perplessità sul comportamento delle due potenze globali, una in declino l'altra in ascesa e non a caso entrambe in testa alla classifica degli inquinatori globali, che erano state indicate come le maggiori responsabili del flop di Singapore, ma che ieri si sono dilungate in raccomandazioni sulla fisssazione di precisi limiti di emissione e sul finanziamento di piani di aiuto per i paesi in via di sviluppo. 



Quanto a tutto il resto, i due leader mondiali hanno dato lo spettacolo di un doppio monologo scritto dai rispettivi staff, davanti a una affollatissima conferenza stampa convocata solo per ascoltare, essendo che le domande, anche quelle più innocue e precotte, erano state escluse. Ciascuno dei capi di stato ha letto il suo breve intervento. Uno scambio di colpi di fioretto, in realtà, sul comune sfondo dei richiami alla necessità di collaborare. «Viviamo un momento in cui le relazioni fra Usa e Cina non sono mai state così importanti per il nostro avvenire comune» ha detto Obama. Dobbiamo «continuare ad adottare una prospettiva strategica e a lungo termine, aumentare il dialogo e lavorare assieme per costruire un rapporto Usa-Cina positivo, ampio e cooperativo» ha fatto eco Hu.
Ciò non ha impedito al presidente americano di toccare il tasto dello yuan e di un tasso di cambio che nel tempo «tenga conto del mercato» e di affermare che certo gli Stati uniti riconoscono che il Tibet è parte della Cina ma auspicano che Pechino riavvii il dialogo col Dalai Lama. Annunciando subito dopo che Usa e Cina riprenderanno presto il dialogo interrotto sui diritti umani. «E' credo fondamentale degli americani che tutti gli uomini e le donne possiedono certi fondamentali diritti umani» e che questi si applicano «alle minoranze etniche e religiose».
Da parte sua, Hu Jintao, che non ha nemmeno menzionato le questioni valutarie, ha toccato un «suo» tasto dolente quando ha sottolineato come «nelle attuali circostanze, i nostri paesi avrebbero bisogno di opporsi e rifiutare il protezionismo in tutte le sue manifestazioni». Quanto alla politica estera, a ognuno il suo protetto, e la questione del nucleare iraniano, per Pechino, si deve risolvere col negoziato. Tal quale come la Corea del nord.
«Non ci si poteva aspettare che le acque si aprissero e tutto si risolvesse in due giorni e mezzo in Cina» ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Robert Gibbs. D'altra parte non si può escludere che il target dei discorsi dei due leader fossero le rispettive audience nazionali. Da una parte i commentatori della Fox che abbaiano dagli schermi attaccando Obama il quale in quesi giorni avrebbe dato, con i suoi toni soft, uno spettacolo di «debolezza». Dall'altra un variegato schieramento cinese che va dai nazionalisti duri e puri a un problematico gruppo di intellettuali e attivisti per i diritti sociali che vede all'opera tutti i giorni il volto più barbaro di questa alleanza col capitale mondiale nelle pieghe più oscure della «fabbrica del mondo». Insieme a una parte di opinionisti cinesi che diffida di un coinvolgimento della Cina a livello più profondo sul teatro dei conflitti globali a fianco degli Stati uniti, adombrando una sorta di «piano» per indebolire la posizione cinese a condizionarne l'azione strategica.
Per ora comunque gli intrecci economici prevalgono. Nel 2005 Robert Zoellick, allora vice segretario di stato oggi presidente della Banca mondiale, affermava «La nostra politica ha avuto un notevole successo: il drago è emerso e si è unito al mondo» e chiedeva alla Cina di diventare un «responsabile stakeholder», qualcosa di più che un'azionista. Il discepolo ha superato il maestro e la la visita di Obama, che oggi chiama Pechino un partner strategico, parla di una relazione Usa-Cina senza precedenti e che nelle sue connessioni sfugge a ogni definizione. Il Quotidiano del popolo in un suo editoriale del 16 novembre la descriveva come una coppia da «gemelli siamesi»: qualunque parte si volesse tagliare, si condannerebbe anche l'altra a soffrire.


21 novembre 2009

Tommaso di Francesco : la Palestina è morta

 

Barack Obama si è detto «costernato» per la decisione del premier israeliano Netanyahu di estendere gli insediamenti di Ghilo, dentro Gerusalemme est, nel pieno dei Territori occupati e in quella parte di città che l'Anp rivendica come sua capitale. E mentre demoliscono le case «illegali» palestinesi.
Per Obama la decisione israeliana inasprisce i palestinesi «in un modo che potrebbe andare a finire molto pericolosamente» perché «la situazione in Medio Oriente è molto difficile e io ho detto ripetutamente e ribadisco che la sicurezza di Israele è un interesse nazionale vitale degli Stati Uniti».
Ma, ha proseguito, «la costruzione di nuovi insediamenti non contribuisce alla sicurezza di Israele, mentre rende difficile la convivenza con i vicini». Resta da chiedersi quanto abbia influito sulla decisione del governo di Tel Aviv l'indefinibile atteggiamento della Casa bianca che in una settimana ha pericolosamente cambiato atteggiamento tre volte. Prima dichiarando che Israele avrebbe dovuto «congelare» gli insediamenti, poi che avrebbe dovuto sospenderne l'edificazione, e infine rimproverando Abu Mazen che poneva come condizione per il dialogo diretto con Israele lo stop alle colonie. È dopo questo ennesimo smacco che Abu Mazen ha annunciato la sua non ricandidatura a presidente, consapevole di non rappresentare più nessuno e di non avere ottenuto nulla delle promesse decennali che riempiono di chiacchiere i summit mediorientali, Road Map compresa. Gli Stati uniti e l'Unione europea - intanto l'Italia e la Nato confermano i trattati militari con Israele - hanno detto no anche all'unica possibilità che rimaneva ai palestinesi: la proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina. «Sarebbe grave e fuori luogo» dice Solana sotto minaccia del governo israeliano pronto allora ad «annettersi le colonie». Eppure questa proclamazione sarebbe nel solco di ben due risoluzioni delle Nazioni unite (diversamente da quella del Kosovo, fatta contro l'Onu e nonostante questo sostenuta da molti paesi occidentali) A questo punto i palestinesi non possono nemmeno dichiararsi sconfitti e consegnarsi ad Israele che rifiuta l'eventuale binazionalità del suo stato come un male assoluto, cioè quanto se non più dello Stato di Palestina.

Bibi, Bibi...e a forza di bibere stiamo solo pisciando...

Ormai bisogna prenderne atto di una verità: la Palestina per la quale ci siamo augurati un destino di pace e, soprattutto, per la quale hanno combattuto generazioni di palestinesi, non esiste più. Per essere ancora più espliciti: il processo di pace che prevede due popoli per due stati è inesorabilmente morto. Come confermano anche importanti interlocutori palestinesi moderati e molti osservatori internazionali.
È stato un lento, consapevole avvelenamento delle fonti della mediazione. Con l'isolamento a cannonate di Arafat nella Muqata e la sua «strana» morte nel 2004. E poi con il boicottaggio internazionale della vittoria elettorale, nel gennaio 2006, di Hamas che aveva vinto sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania. Alcune domande: che fine fanno le risoluzioni Onu che impongono a Israele di ritirare le truppe sui confini della guerra del '67? Quale autorità israeliana salirà sul banco degli imputati, dopo le accuse del rapporto Onu sui crimini di guerra contro i civili per i raid aerei su Gaza di dieci mesi fa? Chi racconta più, nell'enfasi narrativa del ventennale dell'89, la vergogna del Muro d'Israele che ruba terre palestinesi e recinta le «vite degli altri»? Che fine fa lo stato palestinese con le sempre più numerose colonie che cancellano ogni pur minima continuità territoriale necessaria ad uno stato? Chi protesta sui diritti umani per diecimila prigionieri politici palestinesi che languono nelle prigioni d'Israele? Chi sa rispondere al desiderio al ritorno di tre milioni e mezzo di profughi palestinesi dispersi come paria nelle baraccopoli del Medio Oriente o in esilio nel mondo?
Obama ha ragione, c'è una sola certezza: finirà «molto pericolosamente». Perché ai palestinesi resta solo la loro disperazione.


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17 luglio 2009

Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.


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