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8 febbraio 2011

Ad Odifreddi non tornano i conti (avrebbe bisogno della pascalina)

Piergiorgio Odifreddi nel numero di gennaio de “Le Scienze” edizione italiana ha pubblicato un breve articolo su Blaise Pascal ed il suo contributo alla geometria.

Qui Odifreddi ha un po’ ciurlato nel manico, dal momento che si è auto investito del compito di contraddire la chiesa cattolica e la religione su qualsiasi questione. La missione è, in larga parte, apprezzabile ma è possibile esagerare e perdere il rapporto con la verità e l’equilibrio necessario per raggiungerla. In quest’articolo Odifreddi finisce per toppare. Egli dice che a 31 anni Pascal era completamente perso per la scienza ed asserisce che il 23 novembre 1654 Pascal sia impazzito a seguito di un grave incidente in carrozza in cui aveva letteralmente battuto la testa, soffrendo in seguito di forti emicranie e rivelando all’autopsia evidenti lesioni cerebrali. Odifreddi conclude che la religione ed il misticismo erano solo effetti o concause della sua trasformazione, trasformazione folle testimoniata dal memoriale ritrovato cucito in una tasca di Pascal dopo la sua morte in cui è scritto : “Fuoco. Dio di Abramo,Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti. Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace. Dio di Gesù Cristo. Deum meum et deum vestrum. Il tuo Dio sarà il mio Dio. Oblio del mondo e di tutto, fuorchè di Dio. Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo. Grandezza dell’anima umana (e così via)”. Odifreddi giudica questo scritto assolutamente senza senso, tale da confermare l’ipotesi della pazzia.

 

 

Bella storia, vero ? Peccato che non sia del tutto vera. Infatti Pascal nel 1658 scrive una Storia della “roulette”, anche chiamata “trocoide” o “cicloide”, con la quale si riferisce come si è arrivati per gradi alla conoscenza della natura di tale linea, datata 10 ottobre 1658 (cfr. Oeuvres, pp. 117-142), pubblicata in occasione di un concorso bandito dallo stesso Pascal nel giugno 1658. Inoltre, sempre nel 1658 scrive un Trattato sui seni di un quadrante di cerchio (1658) dove giunse a un passo dalla scoperta del calcolo infinitesimale discutendo l’integrazione della funzione seno (cfr. Oeuvres, pp. 155-158).

Pascal come John Nash, impazzito e poi parzialmente recuperato alla sanità mentale ? O vuoi vedere che, in questi ultimi lampi di genio, c’entra il soffio del buon Dio ?

Abramo, Isacco, Giacobbe, volete smetterla di suggerire le soluzioni al povero Pascal ?

 

 

 

 

 


9 ottobre 2009

Odifreddure : pensiero negativo e pensiero positivo

Odifreddi dice che, poiché una gran quantità di persone continua a credere a dei, spiriti ed anime, la logica dovrebbe servire almeno a fare piazza pulita delle illusioni metafisiche, smascherandole per quello che sono, cioè parole impure da cui purificarsi mediante un igiene linguistica. Questo compito la logica lo svolge soprattutto nel campo delle nozioni filosofiche e per questo essa ha sempre costituito una parte essenziale della filosofia. Non ci sarebbe logica se il linguaggio non si fosse trovato ad un certo punto in una crisi determinata dalla scoperta di un pensiero negativo da affiancare a quello positivo. Fino a quando le parole si limitano a descrivere percezioni sensoriali, non c’è bisogno d’altro che di espressioni positive per descriverle, anche se ciascuna di queste qualità esclude tutte le altre dello stesso tipo. Ma nessuno direbbe che un oggetto non è giallo, verde, blu e viola, per dire che è rosso.


 

Qui Odifreddi sbaglia, perché crede che gli uomini nel rapportarsi alle cose percepite si limitassero a descriverle. Mentre invece essi sono attraversati da desideri. C’è chi desidera quella cosa rossa e non quella verde, per non parlare dei bambini che se vogliono una determinata cosa, puoi portare loro mille altre ma essi le rifiuteranno sempre. La logica del desiderio, del piacere e del dispiacere fa si che non ci sia bisogno della proibizione etica perché compaia la negazione. Quest’ultima rappresenta il momento di autonomia di una soggettività che nasce e che desidera. Per cui pure le cose percepite ed i colori finiscono per interdefinirsi anche attraverso le negazioni.

.

 


8 ottobre 2009

Odifreddure : la coscienza e la voce interiore

 

Verso il V secolo a.C. , dice Odifreddi, si arrivò ad un concetto di coscienza (con-scientia e cioè “scienza congiunta”) che permette l’integrazione di percezione e pensiero e dunque la comprensione. In precedenza le volizioni venivano sentite come voci interiori ed antropomorfizzate come dei. La stessa cosa succedeva presso gli Ebrei: nell’A.T. agli inizi Dio si manifesta apertamente ( da Adamo ad Abramo), poi si nasconde dietro i fenomeni naturali (si pensi a Mosè con i roveti ardenti, le nubi e le colonne di fumo) ed infine parla solo attraverso i profeti per poi tacere per sempre. La tradizione greca, dice Odifreddi mostra uno sviluppo analogo: Omero poeta in un periodo in cui intravedere gli Dei e sentire le loro voci doveva essere la norma prima che la cosa divenisse monopolio di oracoli e sibille. Oggi conclude Odifreddi, solo gli schizofrenici e gli artisti possono sostenere di sentire le voci, fisicamente i primi, metaforicamente i secondi, anche se una volta i due livelli erano confusi: Omero infatti quando diceva “Cantami o Diva” si sentiva come uno scriba della divinità. Ancor oggi in russo quando un matematico annuncia di aver dimostrato un teorema usa il verbo polucat’ che vuol dire “ricevere”.


 

 

E’ sicuro Odifreddi che la sequenza, individuata all’interno sia della religione ebraica sia di quella ellenica, costituisca una sequenza evolutiva e non involutiva, una sequenza cioè che porta da una minore conoscenza ad una maggiore consapevolezza? Tale sequenza più che ad una perdita di ingenuità non si può attribuire al maggior interesse di poeti e filosofi per le relazioni degli esseri umani tra di loro invece che per l’immediato rapporto con la natura e con il mondo? Inoltre il fatto di “sentire le voci” non è comunque un rapporto indiretto con la realtà divina, sia per quanto riguarda l’attendibilità delle informazioni trasmesse che per quanto riguarda la natura e l’aspetto di chi emette tali messaggi? Ed i profeti che soli hanno un rapporto più diretto con il Divino, sono uomini primitivi che vagano cianciando in un contesto fatto di uomini più evoluti ? In tal caso, perché gli uomini con la con-scientia stanno o dovrebbero stare a sentire uomini più primitivi di loro ? E perché noi andiamo a guardare gli artisti ? Vuoi vedere che la con-scientia sia un tantinello in-felice ?

 


6 ottobre 2009

Odifreddure : il corpo e la mente

 

Odifreddi analizza con metodo analitico anche il termine “corpo” che apparentemente designerebbe qualcosa di oggettivo essendo ciò che ci collega con il mondo esterno. Tuttavia la moderna filologia ci ha mostrato che ad es. nell’Iliade non c’è un termine che corrisponda a “corpo”. Infatti il greco soma, che indicherà il corpo a partire dal V secolo a.C. , allora indicava il cadavere e cioè il corpo senza vita. Anche in sanscrito il corpo si chiamava murth (da cui anche Trimurti e cioè Trinità).

Non c’è,dice Odifreddi, in Omero neppure una parola che indichi la mente almeno fino al V secolo a.C. , dal momento che fino a quel momento la parola psychè indica la vita ed il soffio vitale (così come ànemos) e del resto nel vangelo Gesù dice che il buon pastore dà la sua psychè per le sue pecore, intendendo per psychè appunto la vita.

Odifreddi aggiunge che il modo in cui i Greci omerici vedevano il corpo è testimoniato dalla loro pittura vascolare dove esso veniva dipinto a pezzi separati e staccati tra loro che confluivano in giunture puntiformi. L’Iliade poi usa una varietà di parole per indicare da un lato le membra del corpo, dall’altro i fenomeni della mente, ma solo singolarmente ed in maniera disintegrata: le emozioni erano rappresentate attraverso gli organi sui quali essi agivano (il cuore che palpita, il sangue che ribolle, le viscere che si torcono, la vista che si annebbia)

 

L’analisi  di Odifreddi non ha come presupposto un lavoro filologico del tutto corretto. In primo luogo egli cita il Vangelo in greco, quando avrebbe dovuto analizzare il testo in ebraico se non avvalersi anche del supporto dell’aramaico. In secondo luogo, il fatto che nella pittura vascolare ellenica il corpo fosse rappresentato in maniera, per così dire, disintegrata non si può necessariamente attribuire alla concezione che i Greci avevano del corpo.

Inoltre se la concezione dell’anima come puro spirito si rivela astratta, anche la concezione del corpo come pura cosa fisica è altrettanto astratta, per cui l’unica realtà concreta sarebbe il corpo animato dall’anima oppure l’anima incarnata in un corpo, dove si tratta di due facce della medesima realtà. Ma Odifreddi sottoscriverebbe questa concezione organicistica e romantica dell’uomo?


18 marzo 2009

Odifreddure : Anima

 

Per Odifreddi un discorso parallelo a quello precedente vale anche per il termine “anima”. Infatti esso deriva dal greco ànemos che vuol dire vento, significato che si è mantenuto nel termine “anemometro” e nella dicitura “anima di uno pneumatico”. Agli inizi in latino animus era sinonimo di spiritus ed indicava la respirazione, ma poi la metafisica ha aggiunto un significato del tutto arbitrario dedicando secoli e secoli allo studio di queste metafore ormai reificate nelle quali si scambia un concetto astratto per un oggetto concreto.



Su quale base Odifreddi pensa che anemos indicasse il solo vento ? O meglio, come possiamo presupporre che per le antiche culture il vento non fosse al tempo stesso anima ? Il problema è che queste ricostruzioni si fanno tenendo fermo il senso attuale della parola, quel senso deprivato dalla plurivocità originaria del linguaggio


17 luglio 2008

Odifreddure : Atman e Brahman

Piergiorgio Odifreddi, nella sua attenzione alle distorsioni metafisiche del linguaggio, si avventura nella concezione dello spirito presso la tradizione indù e dice che Brahman e Atman indicano in sanscrito semplicemente l'inspirazione e l'espirazione e per estensione l'espansione e la contrazione, in pratica sono gli equivalenti di pneuma e psychè in greco.



Non sappiamo quali siano le fonti etimologiche di Odifreddi, ma la radice verbale dei concetti ha spesso più significati ed è difficile evidenziare quali siano quelli originari, semmai un significato originario sia più vero di quello derivato.
E' da notare comunque che in greco sia pneuma che psyche rimandano all'esalazione e quindi all'espirazione : dunque non c'è opposizione tra di loro. Mentre è da notare che in sanscrito la radiche di brahman e cioè "bhr" ci riporta più alla crescita della fiamma ed alla produzione del fumo sulla pira funeraria che non al respiro se non in senso indiretto e derivato (come risultato di una forza crescente) ed anche atman riporta alla diffusione nello spazio (più che alla contrazione) o addirittura alla negazione della quiete e dunque al movimento (a-tam)


15 luglio 2008

Odifreddure : la parola crea la realtà ?

Odifreddi esamina poi criticamente la tesi di Heidegger per cui la parola procura l'essere alla cosa. Egli dice che se Heidegger voleva dire che le banane non esistono fino a quando non si inventa la parola "banana", allora la cosa fa ridere ed infatti le scimmie se la ridono e mangiano le banane anche senza saper parlare. Se invece Heidegger voleva dire che lo spirito non esiste sin quando non si inventa la parola "spirito", allora aveva certamente ragione. E la dimostrazione che non si sbagliava sta nel fatto che la preoccupazione per un concetto e l'invenzione della relativa parola vanno di solito di pari passo.



Questo argomento evidenzia l'ingenuità filosofica di Odifreddi :in primo luogo perchè ciò che vale per lo spirito non dovrebbe valere per le banane ? Perchè ciò che mangiano le scimmie sono le banane ? In realtà ciò che mangiano le scimmie sono le banane solo quando questo qualcosa viene in qualche modo categorizzato. Heidegger non sta parlando della materialità delle banane, materialità che secondo la biologia precede magari la comparsa dell'uomo sulla Terra. Il problema è che quando parliamo delle banane non facciamo se non indirettamente riferimento a tale materialità (mentre il riferimento è più diretto quando le mangiamo e questo sino ad un certo punto perchè comunque le sbucciamo), mentre invece più immediatamente operiamo con categorie che appunto sarebbero collegate con le parole. Senza contare che è molto controverso il fatto che le scimmie se la ridano (e la battuta in realtà fa parte dell'argomento, in quanto se le scimmie realmente se la ridessero avremmo un argomento forte contro la tesi di Heidegger).
Piuttosto bisognerebbe criticare Heidegger proprio perchè pensa che sia ovvio che il pensiero si riduca al linguaggio, quando questo è un altro punto controverso. Inoltre si può criticare Heidegger proprio percorrendo la direzione opposta a quella di Odifreddi : Heidegger vuole dire che la parola dà essere alla "cosa". Ma facendo così pensa che la parola trascenda il suo esser parola, altrimenti dovrebbe dire che "parola" dà essere a "cosa" , ma ciò sarebbe arbitrario dal momento che non si vede perchè una determinata parola debba dare essere ad un'altra parola. La tesi di Heidegger dunque o presuppone il realismo che vuole rimuovere o diventa puro arbitrio. Ma Odifreddi proprio questo arbitrio viene ad abbracciare accettando il legame inesorabile tra parola e concetto. Crociano senza volerlo.


10 luglio 2008

Odifreddure : Verbum caro

Odifreddi  dice che nel Vangelo il mondo è posto in essere dalla parola.




Tuttavia non siamo di fronte al vescovo Berkeley : l’ipotesi magica che il mondo sia posto in essere dalla parola è quella che consente di usare il linguaggio di richiamare ciò che va via (soprattutto ciò che si ama).

Non si tratta di malinteso, ma di un vero e proprio tentativo di ricostituzione della realtà.

Non può essere dissolto dall’analisi del linguaggio, ma si tratta di questione vera, di un dramma.


8 luglio 2008

Odifreddure : i problemi della parabola

 

Odifreddi dice che il linguaggio è una tecnologia e può essere anche usato male. Ogni parola è infatti letteralmente una parabola che significando “messa a fianco” o “in parallelo” alla realtà, va interpretata e compresa e si presta dunque ad essere fraintesa. Ad es, le stesse parole che ci permettono di cogliere l’essenza del mondo fisico, possono anche illuderci di percepire la presenza di un mondo metafisico.



 

Odifreddi sbaglia : il linguaggio non è uno strumento artificiale dotato di un manualetto per le istruzioni. Il linguaggio è un ambito, un ambiente a cui si può accedere in molti modi : ci si può fare il bagno, ci si può immergere, lo si può solcare con barche e tracciarvi delle rotte, che non sono le sole traiettorie possibili. Può nascondere sorprese  e veri e propri misteri.

Al tempo stesso, il fatto che il linguaggio sia parabola della realtà vuol dire che il rapporto non è così univocamente semplice. Il problema dell’interpretazione e della comprensione (la possibilità del fraintendimento) indicano un ambito semantico non riducibile né al fatto linguistico né a quello degli oggetti. E’ la stessa riflessione sul rapporto tra linguaggio e realtà che apre alla questione metafisica.


3 luglio 2008

Odifreddure : il linguaggio come giusto mezzo

 

Odifreddi dice che il problema principale che pensiero e linguaggio devono risolvere è di riuscire a mediare tra gli eccessi di semplificazione e di proliferazione di un vocabolario : troppe parole rendono la comunicazione difficile, troppe poche parole la rendono banale.




Questo avviene anche nella scelta di un sistema numerico, dove si deve trovare la giusta misura tra il numero delle cifre da cui partire ed il numero di combinazioni necessarie per esprimere un numero. Se il numero delle cifre è alto, l’apprendimento è difficile, ma una volta raggiunto, l’applicazione è più facile. Se il numero delle cifre è basso, l’apprendimento è più facile, ma l’applicazione è quanto meno noiosa, se non difficoltosa (tanto che l’uso di un sistema binario viene delegato ad una macchina dal momento che essa non sia annoia mai, per quanto sia ripetitivo il suo lavoro)

 


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