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22 febbraio 2009

Simonetta Cossu : rapporto israeliano contro Israele: «Illegali le colonie in Cisgiordania»

 

Hanno provato a censurarlo e se potessero lo distruggerebbero, ma il rapporto Spiegel è lì e non può essere cancellato. Già nel marzo 2005 un rapporto della giurista Talia Sasson aveva rivelato che il ministero della Difesa forniva (e fornisce) appoggio diretto agli insediamenti, nonostante alcuni di questi siano illegali anche per la legge israeliana.
Ed ecco che oggi spunta un nuovo rapporto che però a differenza di quello Sasson è ufficiale e fotografa in modo quasi scientifico il furto di terra palestinese ad opera degli insediamenti ebraici, rivelando che anche quelli che si ritenevano legali sono in parte o totalmente avamposti illegali.
Il rapporto che è stato reso pubblico a fine gennaio dal giornalista Uri Blau sul settimanale Haaretz , documenta in modo dettagliato come scuole, sinagoghe, e anche commissari di polizia sono stati costruiti su terreni di proprietà privata palestinese.
Ma come detto la caratterstica principale del documento è la ufficialità.
Redatto nel 2006 da un consigliere speciale dell'allora ministro della Difesa Shaul Mofaz, prende appunto il nome da suo estensore: il generale Baruch Spiegel. Vi raccontiamo come è nato e cosa dice.
Dopo il rapporto Sasson il ministro della Difesa Mofaz decise che era giunto il momento di mettere ordine, quello che serviva era raccogliere informazioni credibili e reali per contestare le eventuali azioni legali che i proprietari palestinesi, le organizzazioni umanitarie e pacifiste avrebbero potuto avanzare sulla legalità degli insediamenti.



Nominato nel gennaio 2004 come consigliere dal ministo Mofaz, il generale Baruch Spiegel ricevette diversi incarichi. Innanzitutto gestire alcuni problemi sui quali Israele si era impegnata con gli Stati Uniti. Come quello di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi che vivevano nei pressi del muro di separazione e supervisionare i militari posizionati ai checkpoints. Ma il suo vero compito era principalemente un altro: creare la banca dati sugli insediamenti. L'amministrazione israeliana capì che Stati Uniti e una organizzazione pacifista come Peace Now erano a conoscenza di informazioni molto più dettagliate di quelle in possesso al ministero della Difesa. Non era un caso. Di fatto le amministrazioni israeliane per decenni hanno preferito non sapere troppo di quanto accadeva in quel'area.
Ed è così che il generale Spiegel e il suo staff, dopo aver firmato un accordo che gli imponeva la segretezza, si sono messi al lavoro e hanno incominciato a raccogliere informazioni.
Risultato di questa ricerca è stato alla fine l'antitesi di quello che si voleva produrre e di fatto rappresenta una vera e propria bomba politica per il governo israeliano. Per la prima volta una mappatura degli avamposti ebraici rivela quello che per decenni si era voluto nascondere.
Incominciamo con alcuni numeri. Oltre al gran numero di terreni requisiti senza titolo, ad esempio in più di 30 colonie complessi edilizi e infrastrutture come strade, scuole, sinagoghe e stazioni di polizia sono avvenute su terreni di proprietà di privati cittadini palestinesi. Il 75% delle costruzioni che si trovano sugli insediamenti sono state portate a termine senza permessi o addirittura in violazione di questi. Ma quello che rivela il rapporto Spiegel non è solo l'illegalità degli insediamenti, già in parte rivelata dal rapporto Sasson, ma quello che è il vero cuore dell'impresa che c'è dietro le colonie.
Le informazioni contenute nella banca dati non sono conformi infatti alle posizioni prese ufficialmente dal governo di Israele. Ad esempio sul sito del Ministero degli Esteri si legge «Le azioni di Israele relative all'uso e alla distribuzione della terra sono prese nel rispetto delle leggi e delle norme di diritto internazionale. Israele non requisisce terreni privati per insediare nuovi insedimenti». Cosa che stride con il fatto che in molte colonie è il governo, principalmente attraverso il Ministero per la casa e l'edilizia, ad essere il principale responsabile dell'edilizia. Avendo scoperto che molte delle violazioni riguardavano l'edificazione di strade, uffici pubblici e simili, la banca dati prova la responsabilità del governo centrale per il mancato rispetto della legge e dei controlli.
A confermare che il materiale raccolto è esplosivo è stato lo stesso Spiegel che ha dovuto ammettere cosa ha catalogato: informazioni scritte supportate da foto aeree, stratografie fornite dal sistema informatico geografico che indicano lo status dei terreni, legale e reale. I confini reali degli insediamenti. I piani urbanistici delle città, i documenti del governo che approvano le colonie.
Le informazioni contenute nel rapporto Spiegel sono rimaste segrete per mesi, la ragione impugnata dal governo è stata che renderle pubbliche avrebbe minato la sicurezza di Israele e messo a rischi le sue relazioni internazionali. Cosa facile da comprendere se si pensa alle innumerevoli volte che i premier israeliani si sono impegnati a fermare l'espansione delle colonie.
Le responsabilità per le violazioni delle leggi nazionali ed internazionali che sono registrate nel rapporto riguardano quasi tutti i governi degli ultimi anni. Per citare solo gli ultimi, da Tipzi Livni, attuale leader di Kadima, che è stata per anni a capo della commissione ministeriale nominata perchè si implementasse quanto era stato rivelato dal rapporto Sasson all'ultimo ministro della Difesa, il laburista Barak che si è opposto alla richiesta del Movimento per la Libertà di Infromazione e di Peace Now di pubblicare il rapporto. Il caso è ora in attesa di un pronunciamento del tribunale amministrativo di Tel Aviv che dovrà decidere se il governo viola la legge non rendendo noto il rapporto Spiegel.
Ma bastano quelle poche informazioni che sono filtrate per capire che per Israele diventa veramente difficile chiedere ai palestinesi di dimostrare trasparenza nella loro lotta contro le basi del terrorismo mentre nasconde al mondo intero quanto ha fatto con gli insediamenti. O stando alle parole che George Mitchell (oggi inviato di Obama) scrisse nel suo rapporto del 2001: «Il tipo di cooperazione sulla sicurezza che il governo di Israele richiede non può cooesistere con l'attività degli insediamenti».
Nel 2008 stando alle rilevazioni fatte da Peace Now sono state costruite 1,518 nuove strutture (principalmente quelle che vengono definite caravans, abitazioni in containers). Di queste 261 sono in avamposti illegali. Inoltre sempre nel'ultimo anno si sono gettate le basi (infrastrutture, lavori con macchinari di terra) per la costruzione di 63 nuove strutture. L'organizzazione pacifista denuncia inoltre che durante l'ultimo assedio a Gaza molti insediamenti hanno colto l'occasione per espandersi. Alla faccia degli impegni presi da Israele di fermare i coloni.


20 febbraio 2009

I due Stati di Tzipi Livni

Crociuzzo : "Tzipi, bibi qualcosa..."
Livni : "
Non posso, non starò mai in un governo di estrema destra..."
Crociuzzo: "Perchè c'è qualcuno alla tua destra ?...minchia..."



Livni: "
Io sono perchè ci siano due Stati..."
Crociuzzo: "Lo Stato di Israele e lo stato di guerra ?"


9 febbraio 2009

Reloaded (o prematurato) alla supercazzora...

Lo ammetto: è colpa mia. Sono il solito impreciso.
Quando scrivevo : "non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico" volevo dire che la distruzione di una parte sostanziale di un gruppo riguardasse l'intento e non gli atti compiuti. Ma la locuzione era imprecisa e giustamente mi dicevo : "non è che lasci credere che gli atti compiuti non abbiano alcuna importanza nella definizione del reato di genocidio ? Non è che qualcuno può pensare che tu definisci genocida anche l'atto di comprare un gingerino al bar con l'intento di fare un genocidio ?" ma poi (inviando il post) aggiungevo sicuro : "Ma chi può essere talmente fesso da interpretarlo così ?"
Il destino mi ha dato
una risposta spietata : Gnègnè, nel suo massimo splendore, ha così sentenziato : "Il reato di genocidio, dunque, sarebbe costituito da un solo elemento costitutivo: l’intento di distruggere, in tutto o in parte, ecc.
Una teoria del genere fa semplicemente ridere (non del genocidio, lo dico a scanso di equivoci perché con certa gente non si sa mai: della teoria). Vorrebbe dire che, se ho l'intenzione di uccidere qualcuno, commetto omicidio, o che se ho l'intenzione di rubare, sto commettendo un furto, e così via per tutti i reati possibili o immaginabili. ... Se non c’è atto, non c’è reato.  Il reato di genocidio, come ogni reato, è composto di due elementi, quello oggettivo e quello soggettivo (vabbè, e sempre a scanso di equivoci: esiste una teoria penalistica che sostiene che ci sono tre elementi costitutivi del reato, non due. Ma a casa mia, e anche altrove,  3 è diverso da 1, e se esistono teorie bipartite e teorie tripartite del reato, fino ad oggi ancora nessuno si era mai azzardato a sostenere una teoria monistica del reato: fino ad oggi). In caso contrario, temo, non esisterebbero prigioni abbastanza grandi per contenere tutti quelli che dovrebbero andare in galera per aver desiderato di commettere un reato"
Probabilmente una raffinata macchina di Turing avrebbe correttamente interpretato il mio passo così come ha fatto Gnègnè. Ma una macchina di Turing non segue il
principio di carità interpretativa (e per quanto riguarda Gnègnè per la carità meglio passare appresso, al massimo mi può chiamare Yunus) Tanto che ho sospettato che il nostro eroe fosse un computer e mi sono riproposto che al successivo post su di lui avrei collegato un captcha.
Per fortuna, continuando la chiosa, Gnègnè ha ammesso che io, in maniera inconseguente, sono uscito dal cul de sac che lui ha facilmente individuato. E dunque è arrivato al cuore del suo argomento. Prima però aveva già detto qualcosa che varrebbe analizzare : "
Come vedete, la differenza è che la definizione del dizionario è assai più ampia di quella della Convenzione (perché non comprende l’elenco degli atti tipici del genocidio, e  perché con ogni probabilità è tanto generica da  ricomprendere nella definizione stessa anche il tentativo, che invece nella Convenzione è indicato come una delle fattispecie “accessorie” al genocidio, anch’esse punibili, di cui all’art. 3).
Direte: Embe’? E avreste ragione. In entrambe le definizioni, infatti, gli elementi costitutivi della fattispecie “genocidio” restano gli stessi: un atto o insieme di atti da un lato e la finalità (l’intento “to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such") dall’altro."
Già da qui si può vedere che l'aspirante macchina di Turing ha qualche difetto di fabbricazione, dal momento che la definizione del dizionario non comprende un elenco di atti tipici del genocidio, ma presume che non si tratti di singoli atti (come invece previsto dalla Convenzione) ma di un complesso organico e preordinato di atti, per cui la definizione non è solo più ampia di quella della Convenzione ma sostanzialmente diversa dal momento che potrebbe escludere ciascuno degli atti elencati dalla Convenzione a meno che non siano organicamente collegati e preordinati tra loro e/o con altri atti non precisati.



Quanto all'argomento che Gnègnè ha semplicemente ribadito, esso sarebbe : "  Come avevo scritto nel post, la giurisprudenza in materia di genocidio ha definitivamente chiarito che per aversi genocidio ai sensi della Convenzione occorre che l’intento di distruggere in tutto o in parte si concretizzi in atti rivolti contro una parte sostanziale (“a substantial part”) del gruppo da distruggere. Il numero delle vittime attuali o potenziali ovviamente non è l’unico elemento da tenere in considerazione a questo fine, però è pur sempre il punto di partenza dell’analisi (“
The numeric size of the targeted part of the group is the necessary and important starting point, though not in all cases the ending point of the inquiry”).
Ecco perché i 1300 morti di Gaza  non bastano a fare un genocidio: non perché sono pochi (sempre a scanso di equivoci), ma perché non sono una parte sostanziale del gruppo (asseritamente) da distruggere. In caso contrario, sarebbe lecito e doveroso mettersi ad  indagare anche se nelle vittime di una strage di mafia o di una qualsiasi rapina sia possibile “riconoscere un intento genocida” e “per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare ... più da vicino, i singoli episodi etc etc).” Magari, chissà, si potrebbe anche rubricare come “genocidio” le vittime di terrorismo e riprocessare Battisti ai sensi della Convenzione ONU (chissà, a quel punto forse il Brasile lo estraderebbe).
Dimenticavo di aggiungere: se volessimo dar retta all’inventore della teoria monopartita, e cioè trascurare la dimensione numerica dell'evento, allora dovremmo, per un mero scrupolo di coerenza (non che questi scrupoli siano troppo diffusi...),  considerare anche il migliaio abbondante di vittime civili uccise in Israele da Hamas e altre milizie palestinesi tra il 2001 e il 2006  e “approfondire la questione”, verificare se anche in quegli episodi ci fosse stato l’intento di distruggere in tutto o in parte ecc. Come dite? La verifica sarebbe facile? Toh, è vero: almeno nel caso di Hamas, è lo stesso Statuto di quella organizzazione (in particolare, il famoso articolo 7) a contenere un intento genocidario abbastanza chiaro e manifesto
."
Ecco, anche qui io credo che il nostro eroe confonda il "targeted" della giurisprudenza (che dovrebbe riguardare i gruppi che sono gli obiettivi dell'intento distruttivo) con il targeted inteso come obiettivo forse di un bombardiere o di un cecchino. Infatti come si desume dalla
definizione di "genocidio" della Convenzione (che non mi sembra sia contraddetta dai risultati della giurisprudenza) la substantial part non riguarda il gruppo oggetto dell'atto concreto tassativamente elencato, ma il gruppo oggetto dell' intent to destroy, per cui se si uccidono 1500 persone in un bombardamento di 23 giorni e si trovano elementi che testimoniano di un intento di distruzione di una parte sostanziale del gruppo a cui appartengono quelle persone si può parlare di genocidio. Oltretutto la definizione del reato è intesa a prevenirlo, per cui se si accettasse l'interpretazione di Gnègnè si interverrebbe "a babbo (o meglio a substantial partmorto", dal momento che dovremmo aspettare la distruzione o la mortificazione di una parte significativa del gruppo considerato. 

p.s.
Gnègnè mi ha per punizione messo (o meglio ha messo il mio link) nella fossa degli Annoiyng People, un'operazione che fatta da altri mi avrebbe offeso. Ma fatta da lui è una sorta di premio che un maestro fa ad un allievo. Per dimostrarvelo vi invito a leggere 
questa lettera fatta da Gnègnè ad Ezio Mauro, il quale dopo averla letta, ha immediatamente acquistato un cinto erniario.
Chiunque ha problemi di insonnia, provi a leggerla tutta e vedrà che non giungerà alla fine che la mattina seguente appena sveglio.
Last but not the least,
il famigerato post che presuppone la lettura del Trattato di Keynes è ricompreso nella categoria "Ironia e leggerezza". Fate un po' voi...


 




6 febbraio 2009

Richard Falk : vincere e perdere a Gaza. Se la vittoria militare è una sconfitta politica

 Da quando Israele ha lanciato la sua operazione militare con l'offensiva del 27 dicembre, l'attenzione è andata in massima parte alla guerra di terra, alle vittime e alle crudeltà della guerra urbana nell'affollata Striscia di Gaza. Ora che è in corso un cessate il fuoco, l'attenzione si sposta naturalmente dalla controversa questione se quello di Israele sia stato un atto di difesa giustificabile, alla valutazione degli effetti. Questo tipo di indagine sollecita degli interrogativi su cosa Israele abbia ottenuto. Gli scopi dichiarati dai suoi leader erano porre fine al lancio dei razzi e bloccare il traffico di armi attraverso i tunnel, ma la portata degli obiettivi israeliani appare ben più ambiziosa. Se la guerra di Gaza avesse avuto solo quegli scopi specificamente dichiarati, risulterebbe arduo spiegare perché Israele abbia ignorato le ripetute offerte di Hamas di un cessate il fuoco e di una tregua a lungo termine, di 10-20 anni. Anche se fortemente preoccupato per i razzi provenienti da Gaza, stupisce che Israele abbia lanciato la grande offensiva contro Gaza del 4 novembre che ha portato all'uccisione di diversi palestinesi e, com'era prevedibile, ad ulteriori lanci di razzi da parte di Hamas per rappresaglia. La campagna militare e il precedente blocco, se non esclusivamente punitivi, si spiegano solo alla luce della volontà di Israele di distruggere Hamas come soggetto politico, cosa che sembra essere stata il suo principale obiettivo sin da quando Hamas vinse le elezioni democratiche nel gennaio 2006. Lasciando da parte le motivazioni non dichiarate dei politici israeliani, che dovranno affrontare una dura sfida elettorale tra meno di un mese, chiaramente la posta in gioco per Israele è più alta che fermare i lanci dei razzi: una ragione per distruggere Hamas come soggetto politico è aprire la strada a un ampliamento del mandato dell'accondiscendente Autorità palestinese a Gaza; e probabilmente la cosa più importante per Israele era riaccendere nell'Iran sentimenti di paura e rispetto per la sua forza militare. Israele conta sul linguaggio, in qualche modo fuorviante, della «deterrenza» per descrivere questo obiettivo strategico, sottintendendo così un suo carattere difensivo, ma le vere motivazioni sembrano più sfuggenti: spaventare l'Iran e contemporaneamente rassicurare la popolazione israeliana, suggerendole che l'esercito israeliano resta una forza capace di garantire la sicurezza del paese, e rinnovarne l'immagine appannata ereditata dalla Guerra del Libano nel 2006. Nascono a questo punto interrogativi più profondi sulla vittoria e la sconfitta. Le cifre sulle vittime e il dominio militare di Israele sulla terra, sul mare e in cielo fanno certamente di Israele il vincitore sul campo di battaglia. Ma una valutazione di questo genere dell'esito della «missione compiuta» è quasi certamente destinata a risultare fuorviante a Gaza così come è accaduto in Iraq. Le indicazioni attuali suggeriscono con forza che Hamas, malgrado sul terreno sia stato sconfitto facilmente, ha nondimeno trionfato nella battaglia per i cuori e le menti dei palestinesi. Questa è un'affermazione eclatante e difficile da dimostrare, ma le notizie provenienti dalla West Bank e da Gaza rivelano una rabbia diffusa nei confronti dell'Autorità palestinese per la sua passività, e un maggiore consenso nei confronti di Hamas anche tra i palestinesi laici, che apprezzano la determinazione con cui Hamas ha resistito alla brutalità dell'occupazione israeliana e delle operazioni militari. Se quando si terranno le nuove elezioni Hamas dovesse imporsi come la forza politica dominante di tutta la Palestina occupata, allora agli occhi dei palestinesi, ma anche di molti israeliani e certamente del mondo, il principale vincitore risulterebbe essere proprio Hamas, e Israele avrebbe perso. Anche sul fronte diplomatico il bilancio è complicato. Forse l'esibizione di supremazia militare da parte di Israele avrà l'effetto di intimidire i suoi avversari regionali, ma l'estrema unilateralità della lotta ha suscitato proteste diffuse e alcune ripercussioni diplomatiche negative. Il Qatar e la Mauritania, tra i pochi stati nella regione ad accettare Israele, hanno interrotto le relazioni diplomatiche, e l'Unione europea ha sospeso la procedura in corso per accordare a Israele i benefici di un'interazione economica privilegiata. Il primo ministro turco ha persino proposto di espellere Israele dall'Onu. In questa atmosfera infuocata desta poca meraviglia che, per la prima volta, autorevoli figure internazionali normalmente dedite ai tatticismi - si va dall'Alto Commissario per i diritti umani al Presidente dell'Assemblea generale dell'Onu - abbiano chiesto un'indagine per crimini di guerra. Il parlamento della Malesia ha chiesto all'unanimità all'Onu di istituire un tribunale speciale per crimini di guerra, come si fece negli anni '90 per i crimini nella ex Jugoslavia e per il genocidio in Ruanda. Vincere militarmente ma perdere politicamente non dovrebbe sorprendere chi studia la guerra moderna, specialmente se riflettiamo su alcuni importanti conflitti recenti. Dopo tutto, gli Usa in Vietnam vinsero tutte le battaglie e tuttavia persero la guerra, così come era successo precedentemente alla Francia in Indocina e poi in Algeria. Alla Russia accadde la stessa cosa negli anni '80 in Afghanistan.

 

In tutte queste guerre, la parte militarmente dominante non solo ha perso la guerra ma ha anche attraversato una profonda crisi in patria, e la sua reputazione internazionale ne ha risentito. Queste guerre di contro-insurrezione o neocoloniali hanno in comune il fatto che «il nemico» si fonde con la società civile, la guerra ignora i paletti del diritto umanitario internazionale, e a causa dei ripetuti attacchi e delle uccisioni di civili indifesi, l'intera impresa è ampiamente percepita come una serie di crimini di guerra. Questo è il caso di Gaza, in cui l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale infligge a Israele una sonora sconfitta nella guerra di legittimazione, che spesso alla fine è decisiva nel determinare l'esito di importanti conflitti. Né gli Stati uniti né Israele si sono ancora accorti dei limiti della supremazia militare nel mondo contemporaneo. La triste conseguenza è che hanno inflitto sofferenze di massa riportando allo stesso tempo un fallimento politico. I leader di entrambi i paesi appaiono incapaci di imparare dalla storia recente questa lezione: l'intervento militare in paesi stranieri nel mondo post-coloniale produce raramente i risultati politici sperati, a un prezzo accettabile. In questa prospettiva, nonostante il terribile prezzo pagato in termini di vite umane e di sofferenze, i palestinesi sembra stiano lentamente vincendo la «seconda guerra», la guerra di legittimazione, il cui terreno di scontro politico è diventato globale. Forse, la vittoria più schiacciante in una guerra di legittimazione è stata quella vinta dal movimento anti-apartheid contro il regime razzista arroccato in Sudafrica. Dopo la guerra di Gaza, probabilmente la battaglia palestinese per l'autodeterminazione è salita in cima all'agenda della giustizia globale, e questo rappresenta una grande vittoria per Hamas nella seconda guerra. Naturalmente Hamas non è l' Africa n National Congress (Anc), e Israele non è il Sudafrica. I palestinesi non hanno una leadership autorevole come fu per Nelson Mandela e altri esponenti dell'Anc. Tuttavia il punto principale è che c'è una seconda guerra, una guerra spesso non riconosciuta dai media. Non c'è dubbio che Israele abbia vinto la prima guerra, quella combattuta con gli F-16 e i razzi: anche se, data la straordinaria disparità delle forze in campo - come si vede mettendo a confronto il numero delle vittime - il risultato militare non stupisce, e ha prodotto un effetto boomerang a livello legale, morale e politico. Le campagne militari hanno un inizio e una fine ben definiti, e un campo di battaglia visibile, un teatro di morte e distruzione. Per contro, le guerre di legittimazione non hanno confini chiari e vedono sottili cambiamenti dell'opinione pubblica che a un certo punto raggiungono un punto di svolta tale da modificare il clima politico generale in un senso o nell'altro. Il mio assunto è che la guerra di Gaza, vista specialmente sullo sfondo del precedente assedio e della guerra del Libano nel 2006, stia avvicinandosi a quel punto di svolta, facendo intravedere ai palestinesi la vittoria finale nonostante la terrificante punizione recentemente inflitta alla popolazione di Gaza. Il fragile cessate il fuoco che è stato accettato da entrambe le parti comporta nuove sfide e opportunità. Si aprono degli scenari di speranza, dipendenti però da scatti di immaginazione e fiducia, così carenti da entrambe le parti in passato. Hamas potrebbe confermare la sua intenzione di comportarsi come un soggetto politico e astenersi dal lanciare razzi contro i civili. Israele potrebbe cercare di recuperare posizioni nella guerra di legittimazione smettendo di usare l'etichetta «terroristi», potrebbe trattare con Hamas in quanto soggetto politico, esplorare le possibilità insite nella sua offerta di un cessate il fuoco a lungo termine, e mostrare la volontà genuina di impegnarsi in un processo di pace sulla base delle Proposte della Mecca (2002), che anche in questa fase tardiva offrono a israeliani e palestinesi una strada promettente per uscire fuori dai recessi più profondi dell'inferno.


4 febbraio 2009

Dalla Bottega del Caffè al Salotto di Gnègnè

  Gnègnè ormai è un algoritmo noto, una categoria dello Spirito : invece di dichiararsi sinceramente fazioso e di contribuire con la sua faziosità (magari ben argomentata) al dibattito nella blogosfera, il nostro eroe si ostina a dire che in realtà parlava d'altro, si ostina a ribadire che a lui importa il linguaggio, mentre parla continuamente del mondo reale e così prende posizione ma rifugge dalla responsabilità che ne deriva. Non lo fa per vigliaccheria, ma perchè ha una forte predisposizione a cercare di controllare la realtà ed i suoi simili e per farlo deve aggredire dissimulando. Egli desidera fortemente il potere, quale che sia l'ambito (anche ridicolo) nel quale opera. Ed ogni giorno egli ci dà prova dei suoi tentativi di manipolazione.
L'ultimo quando dice che evidenziando le stronzate dette sul conflitto recente a Gaza, egli non vuole dire che Hamas abbia tutti i torti. Allo stesso modo un ladro che
mette fuori uso l'antifurto, entra in casa, asporta un quadro e fila via, ebbene questi non ha rubato nulla.



Anche quando tratta del presunto genocidio dei Palestinesi, il nostro eroe tra argomentazioni che meriterebbero maggiore attenzione (se fossero volte a definire con più precisione il tipo di azione eticamente e politicamente negativa perpetrata da Israele in questo contesto), evidenzia un intento assolutorio o minimizzatore, per cui "Si può certamente dire che Israele ha sbagliato nell’accettare troppo a cuor leggero di colpire anche i civili oltre agli obiettivi militari". Notare l'uso di "ha sbagliato", "troppo a cuor leggero". "accettare", quasi che Israele non sia politicamente ed eticamente responsabilie delle morti dei civili, ma che abbia fatto un peccatuccio di leggerezza, che abbia quasi subito la morte dei civili.
 Il brav'uomo però nella sua capziosità non ha capito che il numero dei morti (su cui lui si sofferma ed infatti dice "A Gaza, però, non è avvenuto nulla del genere. Non solo perché la dimensione numerica dei morti è estremamente esigua rispetto al totale della popolazione ,1300 morti secondo la stima più pessimistica, su una popolazione di oltre 1.500.000; nel caso del Rwanda, per dire, i morti tutsi sono stati tra il mezzo milione e il milione su un totale di circa 1.500.000, ma anche perché secondo tutte le stime anche quelle più ostili ad Israele la parte preponderante delle vittime era composta da miliziani di Hamas, non da civili") non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico (infatti la definizione è "  any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such" e non quella riportata dallo Zingarelli come "un complesso organico e preordinato di attività commesse con l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso")  Perciò anche i 1300 morti di Gaza possono essere atti fatti con l'intento di compiere un genocidio e la guerra israeliana potrebbe avere i tratti di un genocidio o meglio avere delle caratteristiche che farebbero riconoscere un intento genocida (io non lo credo, ma per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare questa guerra più da vicino, i singoli episodi etc etc). Invece a Gnègnè basta dire che "Israele ha agito (bene o male, a  torto o a ragione, proporzionatamente o sproporzionatamente non importa) in risposta a una sfida militare di Hamas e di organizzazioni diverse da Hamas che colpivano da Gaza, ha agito sulla base di un piano ben definito che prevedeva un obiettivo chiaramente limitato (distruggere o danneggiare gravemente il potenziale bellico di Hamas) e a questo piano si è rigidamente attenuto, ritirandosi subito dopo" e tutto ciò limitandosi a prendere atto di ciò che è avvenuto alla fine dei 23 giorni di bombardamento, quasi che si dovesse consumare tutto il genocidio in quel lasso di tempo. Notare pure come Gnègnè accetti acriticamente la tesi che l'azione di Israele è stata "in risposta" ai razzi di Hamas, che il piano ben definito prevedeva un "obiettivo chiaramente limitato" e che a questo obiettivo si è "rigidamente attenuto" (e questa rigidezza non si è ammollata con l'accettazione alla leggera della morte di centinaia di civili ?)
Insomma in questi passi esce fuori tutto il perfido Gnègnè con i suoi fantomatici travestimenti e la sua retorica filosionista. Retorica che ricompare quando si dice che : "gli eroi di Hamas, chissà perché, hanno la tendenza a non sparare sui soldati israeliani, preferiscono prendersela con la gente disarmata, possibilmente quando tiene in mano buste della spesa e zaini della scuola o pezzi di pizza ", affermazione che trascura il fatto che non tutti quelli che accusano Israele considerano Hamas un insieme di eroi, ma semplicemente un degno interlocutore di Israele.
E' poi facile per Gnègnè dimostrare che le emozioni non ci avvicinano alle sofferenze dei belligeranti, più di quanto non lo faccia un ragionamento sempre che " si cerchi di ragionare seriamente e onestamente su quel che accade". Ma è questo che io contesto a Gnègnè : gli errori che egli fa (o che io credo che faccia) non sono errori dell'intelletto, ma errori della volontà e cioè di una faziosità non dichiarata. Ed è questo non dichiarare che lo rende imperdonabile.



19 gennaio 2009

Un articolo di Franco Fortini del 1989 : la dissipazione di Israele

 

Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo e - nel medesimo tempo - distrugge o deforma l'onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati - e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini - corrispondono decine di migliaia di giovani militari e colono israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l'Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d'ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d'ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta me ricordare.



Quell'assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e - come auspicano i "falchi" di Israele - fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell'Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte dell'opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un'altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello stato di Israele. E questo è anche l'esito di un ventennio di politica israeliana.
L'uso che questa ha fatto della diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, i rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch'io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che ebrei o amici degli ebrei - pochi o molti, noti o oscuri, non importa - credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l'Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né mentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mi padre e della sua discendenza da ebrei. Perché creo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno d sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto - che rifiuta ogni «voce del sangue» e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sé che partire da questi siano giudicati - credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell'ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell'ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l'indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene.
Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati uniti in Vietnam o l'Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben rima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento, quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. E' solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d'Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall'assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell'immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura d'Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell'Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c'è laggiù università o istituto di ricerca , non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l'accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un'altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.
Parlino, dunque.


17 gennaio 2009

Michele Giorgio : l'appello di Marwan Barghuti all'unità dei Palestinesi

 Dialogo nazionale entro due settimane per arrivare alla riconciliazione tra Hamas e Fatah, le due principali forze politiche palestinesi. È questa la proposta formulata dal carcere dal carismatico segretario di Fatah, Marwan Barghuti, che sconta in Israele una condanna all'ergastolo. Di fronte all'uccisione di centinaia di palestinesi e ai massicci bombardamenti israeliani su Gaza, Barghuti non poteva rimanere in silenzio. Il suo intervento è stato pubblicato ieri dai quotidiani al Hayat al Jadida e al Ayyam, entrambi vicini a Fatah, e ha riscosso interesse e approvazione nella base popolare di Fatah, contraria ad accentuare le divisioni con Hamas ora che Gaza viene martellata dall'aviazione israeliana e la striscia di sangue palestinese si allunga di ora in ora.



Nel movimento regna un clima cupo, le celebrazioni dell'anniversario (domani) di Fatah sono state annullate in molte località in segno di rispetto per le vittime di Gaza ma anche per il malumore generato dall'accusa rivolta domenica scorsa da Abu Mazen al movimento islamico, reo, secondo il presidente, di aver provocato l'attacco israeliano contro Gaza per aver scelto di non rinnovare la tregua scaduta il 19 dicembre. Persino a Ramallah, «capitale» dell'Anp in Cisgiordania, le parole del presidente sono state accolte con disappunto. «Sono di Fatah, rimarrò sempre di Fatah e non sopporto Hamas e la sua ideologia, però non credo che Hamas sia responsabile della morte di tanti palestinesi a Gaza. È Israele che sta massacrando la nostra gente, non Hamas. Siamo tutti palestinesi di fronte a Israele», spiega Mustafa Saleh, attivista di Fatah da quando era un ragazzino. Un'opinione che riflette quella di gran parte dei palestinesi in Cisgiordania che, da quattro giorni, seduti davanti alla televisione osservano sgomenti le devastazioni a Gaza e il dramma della popolazione sotto le bombe. Le manifestazioni unitarie sono viste in questi giorni in Cisgiordania ne sono la conferma.
Secondo gli analisti, domenica scorsa Abu Mazen avrebbe colto l'occasione per troncare i rapporti con Hamas, ritenendo impossibile una riconciliazione tra l'Anp e il movimento islamico, ma anche per mettere in chiaro che non si farà da parte il prossimo 8 gennaio (alla scadenza del suo mandato presidenziale) e che continuerà, nonostante la contrarietà di Hamas, ad occupare la sua posizione fino alla convocazione di elezioni presidenziali e legislative (previste nel gennaio 2010).
Una scelta che difficilmente gli darà i risultati che spera. «Durante le crisi e le guerre i palestinesi vogliono ascoltare appelli all'unità nazionale e non scambi di accuse tra partiti rivali - dice il professor Khalil Shikaki, direttore del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah - per questa ragione l'attacco di Abu Mazen (ad Hamas) è stato accolto male dalla gente, il presidente ha scelto un momento sbagliato per rompere con il movimento islamico. Rischia di pagare le conseguenze di questa sua decisione». Secondo Shikaki se l'offensiva militare israeliana continuerà a lungo, la solidarietà e il consenso per Hamas cresceranno tra i palestinesi: «Prevedo rischi seri per la stabilità dell'Anp in Cisgiordania».
Difende il presidente palestinese invece Hafez Barghuti, direttore responsabile di al Hayat al Jadida, organo semiufficiale di Fatah. «Non concentrerei troppo l'attenzione sulle accuse rivolte da Abu Mazen ad Hamas - dice - perché il presidente ha espresso in più di una occasione la sua opinione sulle scelte politiche, e militari del movimento islamico. Piuttosto Abu Mazen ha voluto evidenziare che è venuto il momento di deporre le armi e di procedere solo sulla via della diplomazia e della politica e che non saranno i lanci di razzi Qassam a dare ai palestinesi l'indipendenza». Hafez Barghuti però prende le distanza sull'opportunità di lanciare accuse senza precedenti ad Hamas mentre centinaia di palestinesi perdevano la vita negli attacchi aerei israeliani. «Non voglio esprimermi - dice - forse (Abu Mazen) ha fatto bene, forse ha fatto male». Anche il direttore di al Hayat al Jadida suggerirebbe maggiore cautela al presidente dell'Anp, in uno dei momenti più delicati della storia recente palestinese.


16 gennaio 2009

Dacia Maraini : le immagini saranno più forti delle bombe

 

Tre, cinque giovani uomini camminano portando in braccio dei bambini avvolti in lenzuoli bianchi. Li tengono riparati come per difenderli dal freddo e dal vento, camminando in mezzo ai detriti. Ma da come cadono all'indietro le piccole teste sulle braccia dei giovani padri si capisce che quei bambini sono morti.
Due, tre donne se ne stanno sedute in quella che si indovina essere un'aula scolastica, con le pareti tappezzate di disegni infantili dai colori squillanti. Le donne stringono al petto dei fagotti avvolti in coperte colorate. Lì per lì potrebbero essere prese per delle madri che tengono in braccio i figli addormentati. Ma dal colore livido delle facce si capisce che sono bambini senza vita.
I giovani uomini camminano verso qualcosa che potrebbe essere una tomba, seguiti da altri uomini. Non gridano, non danno segno di dolore. Le donne nell'aula scolastica anche loro se ne stanno composte, sedute immobili con la testa china, i volti seri coperti da fazzoletti a fiori bianchi e neri.
Sono due fotografie che prendono a pugni lo stomaco, uscite sui giornali più popolari. Cosa ci dicono queste fotografie? Che il mondo sta uccidendo i suoi piccoli. Un segno che, quando appare nell'universo animale, è sintomo di una volontà di suicidio della specie. Uccidere bambini vuol dire sopprimere il futuro. E sopprimere il futuro vuol dire togliere di mezzo la speranza e la gioia di vivere.
Sappiamo quanto sia complicata e difficile questa guerra. Sappiamo che Israele è un Paese minacciato, non tanto dai palestinesi quanto da gran parte dei Paesi islamici, soprattutto dall'Iran che ha dichiarato piu volte di volerla distruggere. Certamente questo crea un irrigidimento della difesa ad oltranza. Ma sinceramente non crediamo che i bombardamenti ciechi che uccidono tanti civili, colpevoli solo di abitare in quella piccola striscia, sia un buon sistema per risolvere la questione.
Una prova di forza, lo capiamo. Ma quanto la forza militare riesce a risolvere le cose? Sono riuscite le bombe a pacificare un Paese come l'Iraq? Sono riuscite le bombe a liberare l'Afghanistan dai tirannici Talebani? La risposta abbastanza evidente è no. Possibile che queste esperienze recentissime non abbiano insegnato niente a un Paese civile come Israele?
Per fortuna molti israeliani in questi giorni stanno protestando contro questi bombardamenti. E non sono solo intellettuali, ma gente comune, di tutte le classi e tutte le età. I bombardamenti oltre che micidiali sono inutili. Più che inutili, decisamente dannosi per il futuro del Paese. Ognuno di questi bambini è un motivo di risentimento in più, un motivo di rabbia e uno sprone all'odio. Come non capire questo semplice meccanismo di causa ed effetto?



Qualcuno ha parlato di ingenuità. Sono ingenui i pacifisti, si dice. Il mondo procede solo per rapporti di forza. Quindi è inutile fare i buonisti quando tutto è rapina, dominio, vendetta, voglia di distruzione. Si salva solo chi si mostra più forte.
Ammettiamo che sia così. Che il mondo sia regolato solo dai rapporti di forza. E allora io dico che Israele sottovaluta pericolosamente la forza di quei piccoli corpi morti che colpiscono l'immaginazione di chi guarda. L'immaginazione ha una forza che non possiede nessuna bomba, nessun fucile, nessun razzo al mondo. L'immaginazione partorisce dolore. Il dolore partorisce giudizio. Il giudizio partorisce indignazione. La grande madre immaginazione, anche quando se ne sta nascosta e silenziosa, alla lunga non può che vincere sulla palese brutale forza degli esplosivi.


15 gennaio 2009

Ilan Pappe : la furia sacrificale di Israele e le sue vittime a Gaza

 La mia visita di ritorno a casa in Galilea è coincisa con l’attacco genocida israeliano contro Gaza. Lo stato, attraverso i suoi media e con l’aiuto del mondo accademico, ha diffuso una voce unanime - persino più forte di quella udita durante l’attacco criminale contro il Libano nell’estate del 2006. Israele è ancora una volta divorata da una furia sacrificale che traduce in politiche distruttive nella Striscia di Gaza. Questa autogiustificazione spaventosa per l’inumanità e l’impunità non è soltanto sconcertante, ma è un argomento sul quale soffermarsi se si vuole comprendere l’immunità internazionale per il massacro che infuria a Gaza.
E’ anzitutto fondata su bugie pure e semplici trasmesse con una neolingua che ricorda i giorni più bui dell’Europa del 1930. Ogni mezz’ora un bollettino d’informazioni su radio e televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e le uccisioni di centinaia di persone come un atto di autodifesa. Israele presenta sé stessa al suo popolo come la vittima sacrificale che si difende contro un grande demonio. Il mondo accademico è reclutato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa è la lotta palestinese, se è condotta da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che demonizzarono l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat nel primo periodo e delegittimarono il suo movimento Fatah durante la seconda intifada palestinese.
Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. Quello che indigna di più è l’attacco diretto alle ultime tracce di umanità e dignità del popolo palestinese. I palestinesi di Israele hanno mostrato la loro solidarietà con il popolo di Gaza e ora sono bollati come una quinta colonna nello stato ebraico; il loro diritto a restare nella loro patria viene rimesso in dubbio data la loro mancanza di sostegno all’aggressione israeliana. Coloro che hanno accettato - sbagliando, secondo la mia opinione, di apparire nei media locali sono interrogati e non intervistati, come se fossero detenuti nelle prigioni dello Shin Bet. La loro apparizione è preceduta e seguita da umilianti rilievi razzisti e sono sottoposti all’accusa di essere una quinta colonna, un popolo fanatico e irrazionale. E ancora questa non è la pratica più vile. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati per cancro negli ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo devono pagare le loro famiglie per poterli ricoverare. La radio israeliana va ogni giorno negli ospedali per chiedere ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto è nel suo diritto Israele nel suo attacco e quanto demoniaco sia Hamas nella sua difesa.
Non ci sono confini all’ipocrisia che una furia sacrificale produce. I discorsi dei generali e dei politici si muovono in modo erratico tra gli autocompiacimenti da un lato sull’umanità che l’esercito mostra nelle sue operazioni “chirurgiche” e dall’altro sulla necessità di distruggere Gaza una volta per tutte, naturalmente in un modo umano.
Questa furia sacrificale è un fenomeno costante nella espropriazione israeliana, e prima ancora sionista, della Palestina. Ogni azione, sia essa la pulizia etnica, l’occupazione, il massacro o la distruzione è stata sempre rappresentata come moralmente giusta e come semplice atto di autodifesa commesso da Israele suo malgrado nella guerra contro la peggior specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume “I risultati del sionismo: miti, politiche e cultura in Israele”, Gabi Piterberg esamina le origini ideologiche e la progressione storica di questa furia. sacrificale. Oggi in Israele, dalla destra alla sinistra, dal Likud a Kadima, dall’accademia ai media, si può ascoltare questa furia sacrificale di uno stato che è molto più indaffarato di qualsiasi altro stato al mondo nel distruggere e nell’espropriare una popolazione nativa. E’ molto importante esaminare le origini ideologiche di questo modo di comportarsi e derivare, dalla sua larga diffusione, le conclusioni politiche necessarie.
Questa furia sacrificale costituisce uno scudo per la società e per i politici in Israele da ogni biasimo o critica esterna. Ma ancora peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione contro i palestinesi. Senza nessun meccanismo interno di critica e senza nessuna pressione esterna, ogni palestinese diventa un obiettivo potenziale di questa furia. Data la potenza di fuoco dello stato ebraico può soltanto finire in più massicce uccisioni, massacri e pulizia etnica.
L’assenza di una qualsiasi moralità è un potente atto di auto-negazione e di giustificazione. Ciò spiega perché la società israeliana non può essere modificata da parole di saggezza, di persuasione logica o di dialogo diplomatico. E se non si vuole usare la violenza come mezzo di opposizione, c’è soltanto un modo per andare avanti: sfidare frontalmente questa assenza di moralità come una ideologia diabolica tesa a nascondere atrocità umane. Un altro nome per questa ideologia è Sionismo e l’unico modo di contrastare questa assenza di moralità è il biasimo a livello internazionale del sionismo, non solo di particolari politiche israeliane. Dobbiamo cercare di spiegare non solo al mondo, ma anche agli stessi israeliani che il sionismo è un’ideologia che comporta la pulizia etnica, l’occupazione e ora massicci massacri. Ciò che occorre ora non è tanto una condanna del presente massacro. ma anche la delegittimazione dell’ideologia che ha prodotto tale politica e la giustifica moralmente e politicamente. Speriamo che importanti voci nel mondo possano dire allo stato ebraico che questa ideologia e il comportamento complessivo dello stato sono intollerabili e inaccettabili e che, sino a quando persisteranno, Israele sarà boicottato e soggetto a sanzioni.
Ma non sono ingenuo. So che anche il massacro di centinaia di innocenti palestinesi non sarà sufficiente per produrre questa modificazione nella pubblica opinione occidentale; è anche più improbabile che i crimini commessi a Gaza muovano i governo europei a mutare la loro politica nei confronti della Palestina.
Ma noi non possiamo permettere che il 2009 sia un altro anno, meno significativo del 2008, l’anno di commemorazione della Nakba, che non sia riuscito a realizzare le grandi speranze che noi tutti avevamo, per la sua potenzialità, di trasformare il comportamento del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
Pare che persino il più orrendo dei crimini, come il genocidio a Gaza, sia trattato come un evento separato, non connesso con nulla di ciò che è già avvenuto nel passato e non associato ad una ideologia o a un sistema. In questo nuovo anno, noi dobbiamo tentare di riposizionare l’opinione pubblica nei confronti della storia della Palestina e dei mali dell’ideologia sionista come i mezzi migliori sia per spiegare le operazioni genocide come quella in corso a Gaza sia per prevenire cose peggiori nel futuro.



Questo è già stato fatto, a livello accademico. La nostra sfida maggiore è quella di trovare un modo efficace di spiegare le connessioni tra l’ideologia sionista e le politiche di distruzione del passato con la crisi presente. Può essere più facile farlo mentre, in queste terribili circostanze, l’attenzione mondiale è diretta ancora una volta verso la Palestina. Potrebbe essere ancora più difficile quando la situazione sembra essere “più calma” e meno drammatica. Nei momenti “di quiete”, l’attenzione di breve durata dei media occidentali metterebbe ai margini ancora una volta la tragedia palestinese e la dimenticherebbe sia per gli orribili genocidi in Africa o per la crisi economica e per gli scenari ecologici apocalittici nel resto del mondo. Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi. Perciò il ruolo degli studiosi attivisti e dei media alternativi sta proprio nell’insistere su questi contesti storici. Questi attori non dovrebbero smettere di educare l’opinione pubblica e, si spera, di influenzare qualche politico più onesto a guardare ai fatti in una prospettiva storica più ampia.
Allo stesso modo, noi possiamo essere in grado di trovare un modo più adeguato alla gente comune, distinto dal livello accademico degli intellettuali, per spiegare chiaramente che la politica di Israele - nei sessanta anni trascorsi - deriva da un’ideologia egemonica razzista chiamata sionismo, difesa da infiniti strati di furia sacrificale. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza. Come l’ideologia dell’apartheid ha spiegato benissimo le politiche di oppressione del governo del Sud-Africa, questa ideologia – nella sua variante più semplicistica e riflessa, ha permesso a tutti i governi israeliani, nel passato e nel presente, di disumanizzare i palestinesi ovunque essi fossero e di combattere per distruggerli. I mezzi sono mutati da un periodo all’altro, da un luogo all’altro, come ha fatto la narrazione che ha nascosto queste atrocità. Ma c’è un disegno chiaro che non può essere solo fatto oggetto di discussione nelle torri d’avorio accademiche, ma deve diventare parte del discorso politico nella realtà contemporanea della Palestina di oggi.
Alcuni di noi, in particolare quelli che si dedicano alla giustizia e alla pace in Palestina, inconsciamente evitano questo dibattito, concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Palestinesi Occupati (OPT) - la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Lottare contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe trasmettere il messaggio che le potenze occidentali hanno adottato volentieri su suggerimento israeliano, che la Palestina è soltanto la cisgiordania e la Striscia di Gaza e che i palestinesi sono solo la popolazione che vive in quei territori. Dovremmo estendere la rappresentazione della Palestina geograficamente e demograficamente raccontando la narrazione storica dei fatti dal 1948 in poi e richiedere diritti civili e umani eguali per tutte le persone che vivono, o che erano abituati a vivere, in quella che oggi è Israele e i Territori Occupati.
Ponendo in relazione l’ideologia sionista e le politiche del passato con le atrocità del presente, noi saremo in grado di dare una spiegazione chiara e logica per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi non violenti uno stato ideologico che si autogiustifica moralmente, che si permette, con l’aiuto di un mondo silenzioso, di espropriare e distruggere la popolazione nativa di Palestina, è una causa giusta e morale. E’ anche un modo efficace di stimolare l’opinione pubblica non soltanto contro le attuali politiche genocidarie a Gaza, ma, si spera, anche a prevenire future atrocità. Ancora più importante di ogni altra cosa ciò dovrebbe far sfiatare la furia sacrificale che soffoca i palestinesi ogni volta che si gonfia. Ciò aiuterà a porre fine alla immunità dell’occidente a fronte dell’impunità di Israele. Senza questa immunità, si spera che sempre più la gente in Israele cominci a vedere la natura reale dei crimini commessi in loro nome e la loro furia potrebbe essere diretta contro coloro che hanno intrappolato loro e i palestinesi in questo ciclo non necessario di massacri e violenza.


15 gennaio 2009

Mariuccia Ciotta : ma chi è antisemita ?

 

Vediamo i corpi maciullati e sentiamo le ferite, non c'è nessun'altra notizia oggi da «prima pagina», e invidiamo, chi, molti giornali, parlano d'altro, immunizzati da un dolore pervasivo alimentato dalle immagini irriproducibili inviate dalle agenzie e on line. Non sono fotografie di guerra ma di un massacro, non sono l'atto di difesa di una nazione ma una rappresaglia, che giustifica il disumano. La percezione del dolore ha una doppia identità, c'è qualcosa che va al di là della visione dell'orrore, non solo i bambini (un terzo delle vittime), non solo gli uomini e le donne accatastati come rifiuti, c'è un'altra inquietudine che ci prende di fronte alla notizia, fonte Onu, della casa stipata di palestinesi e poi bombardata, eliminazione sistematica, macello programmato. Qualcosa che dice come tutta l'azione armata israeliana sia sotto il segno della «punizione» indiscriminata, non più «effetti collaterali», civili uccisi per accidente mentre l'obiettivo è Hamas, piuttosto la deliberata intenzione di fare strage del nemico inteso come popolo intero. E che tutto questo avvenga per calcoli elettorali - la dimostrazione che Olmert, Livni e Barak sono più muscolosi di Netanyahu - e per anticipare la presidenza Obama, dà la misura di qualcosa di molto diverso dal diritto di Israele alla difesa.



Gaza siamo noi, abbiamo detto, è giusto. Identificarsi con le vittime, però, è facile. Il problema è che Israele siamo noi. Chi ci accusa (Polito ieri sul Riformista, con argomentazioni taroccate) di dare spazio a sentimenti antisemiti quando critichiamo la politica di massacro israeliana, si trova a condividere la corruzione di un'entità materiale e simbolica che ci appartiene. Abdica a se stesso perché Israele fa parte della nostra storia, la sua memoria è la nostra, nasce dentro l'Europa ne è l'estensione. Come si può non vedere che quell'indiscutibile diritto degli ebrei alla loro terra è minato innanzitutto dai loro governanti e da chi indulge nella giustificazione della barbarie? Invece di riproporre il solito ritornello di chi è contro e pro lo stato di Israele, di giocare a chi ha cominciato prima, perché non si difendono i principi e gli ideali che sessant'anni fa hanno dato ai sopravvissuti del nazismo un luogo per vivere? E che non avrebbe dovuto toglierlo ad altri.
È la cultura della morte adesso a prevalere, la dissipazione di un comune sentimento di opposizione allo sterminio. Le manifestazioni che ieri hanno attraversato il continente europeo sono un gesto di rifiuto, un altolà al cinismo politico che attende i risultati della carneficina. Chi ha vinto e chi ha perso. La striscia di Gaza è una tomba dove giacciono le nostre speranze. E non ci sarà nessuno che senza vergogna potrà equivocare il vero significato della mobilitazione generale perché si fermi la mattanza, in assenza di un'iniziativa dell'occidente, prima di tutto dell'America, che il presidente eletto vuole ricondurre alla democrazia dopo otto anni di violazione dei diritti umani, prolungati dalla scia di sangue in Palestina. Il mondo dovrà ripartire da lì, dai quei 360 km quadrati di territorio, per conquistarsi il diritto al futuro.


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