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14 marzo 2010

Fabio Alberti :per cosa e per chi stiamo combattendo in Afghanistan?

Il 29 gennaio 2010 di fronte ad un’attenta platea di Senatori francesi membri della Commissione Affari Esteri, l’ex capo della Dgse (Direction Generale de la Sécurité Extérieure) Alain Chouet, ha affermato in tutta tranquillità che Al Qaeda, intesa come organizzazione, non esiste più sul piano operativo fin dal 2002. Ovviamente, aggiunge, questo non significa che non esistano organizzazioni terroristiche di matrice islamica in altri luoghi del mondo, ma che combattere questo fenomeno non dipende dalla guerra in corso in Afghanistan, che anzi ne alimenta il reclutamento.
Ma se Al Qaeda non esiste più chi stiamo combattendo in Afghanistan? Per quale guerra il Parlamento ha stanziato, il 23 febbraio scorso, con voto bypartisan, altri 308 milioni di euro, portando il totale della spesa per la guerra a 2.263 milioni, con una continua crescita del costo mensile che dai 5,8 milioni/mese del 2002 è arrivata sino agli attuali 51 milioni? Quale progetto politico-militare Bersani e Di Pietro continuano ad appoggiare?


In effetti, al di là della propaganda, è ormai molto tempo che, dichiaratamente, la guerra non si combatte contro Al Qaeda, ma contro i Taliban, gli “studenti” formatisi nelle scuole coraniche sorte al confine con il Pakistan, con fondi sauditi, come fucina di combattenti contro l’invasione russa, e che tanto hanno contribuito alla diffusione del wahabismo e del fondamentalismo religioso islamico in tutto il mondo. I Taliban, legati alla etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, presero il potere nel 1996, con l’appoggio degli Stati Uniti e con un certo favore della popolazione stanca dello scontro tra signori della guerra scoppiato all’indomani della ritirata sovietica. Erano i tempi in cui l’Unocal, multinazionale statunitense con legami sia con la famiglia Karzai che con l’amministrazione Bush, trattava con i Taliban il tracciato del oleodotto che avrebbe dovuto collegare il petrolio del centrasia all’oceano indiano. Contro il potere dei pashtun/taliban si coagulò un’alleanza di altri signori della guerra, che avevano assunto potere nelle proprie tribù proprio in virtù del loro essere stati armati dall’occidente.
Quella guerra però non è mai finita e si protrae ormai da 20 anni. Il fronte sostenuto dagli Stati Uniti ed in cui anche l’Italia è arruolata è cambiato, ma la guerra è la stessa. Il motivo per cui, in questa guerra intestina, il nostro paese dovrebbe sostenere una parte contro l’altra non è mai stato chiarito. Perché, ad esempio, tra trafficante di droga Karzai, il macellaio Hekmatyar, il mullah Omar, ed altri analoghi stinchi di santo, dovremmo sostenere il primo non è affatto chiaro. E non ci vengano a dire che è per via del burqa che allora non si capisce perché non abbiamo ancora raso al suolo Riad. Per quale motivo dovremmo proteggere un governo composto da criminali di guerra contro un’opposizione armata di altrettanta fatta. La guerra civile afgana, nella quale la Nato e l’esercito italiano sta intervenendo, con una sempre maggiore operatività, ha una storia complessa, ma essenzialmente si tratta del controllo del territorio e delle sue ricchezze. Ad esempio della produzione dell’oppio di cui l’Afghanistan è il primo produttore mondiale e che è coltivato e trafficato sia dal “governo” che dall’“opposizione”. Ad esempio la collocazione strategica ai confini della Cina.
Nel frattempo gli aerei alleati al comando della Nato hanno seminato e continuano a seminare morte tra i civili. Nel 2009 le vittime civili ufficiali della guerra, uccise sugli opposti fronti sono state, secondo un rapporto dell’Onu, oltre 2400, con un incremento del 14% rispetto al 2008. Ma tra le vittime dirette, quelle indirette dovute al permanere di una situazione di degrado del paese, e i rifugiati, sono milioni gli uomini e le donne afgane che hanno perso tutto, quando non anche la vita. Sono vittime che anche l’Italia ha sulla coscienza.
La società civile afgana da tempo richiama all’attenzione il fatto che senza che sia fatta giustizia nei confronti dei criminali nelle cui mani, invece, la Nato ha consegnato il paese non sarà possibile costruire un futuro e nello stesso tempo che il conflitto interno non si può concludere con la vittoria di una parte, ma con un processo di riconciliazione. Ma fino a che Karzai ed i suoi avranno a fianco un alleato come gli Stati Uniti nessun processo di pacificazione potrà iniziare. Un motivo di più, oltre al ripudio della guerra in sé, perché il nostro paese ritiri finalmente le truppe.


12 luglio 2009

Emanuele Giordana :«Colpo di spada» ai taleban

 

«Colpire e restare». L'operazione anti narcotalebani lanciata dai marine americani nella regione meridionale dell'Afghanistan è probabilmente il più massiccio operativo militare messo in campo dagli statunitensi in Afghanistan dal 2001. Sarebbe addirittura la più vasta operazione aviotrasportata mai compiuta dalle truppe d'assalto dopo la guerra nel Vietnam.
I numeri, divulgati dalla stampa statunitense online, sono impressionanti: all'attacco parteciperebbero quasi 4mila tra marine e militari di altri corpi americani in collaborazione con circa 650 soldati e agenti di polizia afgani, come è stato poi confermato da un comunicato del corpo di intervento rapido statunitense. Sono stati mobilitati anche 50 aerei e diversi elicotteri. Al suo primo giorno, ha anche registrato la morte di un marine e il ferimento di diversi altri, secondo quanto annunciato dagli stessi militari Usa. L'operazione - nome in codice «Khanjar» (colpo di spada) - segna una svolta e il segno della nuova strategia anti talebana, ma anche anti oppio, enunciata qualche giorno fa dall'inviato speciale per l'Afghanistan Holbrooke. Il generale di brigata Larry Nicholson, che comanda novemila marine nel Sud dell'Afghanistan, l'ha spiegata così: la novità consiste nella massiccia entità delle forze utilizzate, nella rapidità con la quale vengono impiegate e col fatto che «dove andremo, resteremo, e dove stiamo, non molleremo». 



Il target dell'operazione (che ha il sostegno delle truppe britanniche dislocate nell'area) è la parte bassa della valle del fiume Helmand (tra la capitale di provincia Lashkar Gah e Garnser), una valle in cui si coltivano grano e soprattutto oppio è che è controllata in gran parte dalle milizie talebane. I britannici, che coi canadesi hanno il comando operativo della zona a rotazione, li attaccavano bruciando i campi. Ma Obama ha voluto dare una sterzata per altro annunciata. Andare e colpire per evitare che i talebani usino l'oppio per finanziare la guerra. Washington ha preparato la missione da mesi inviando nella provincia di Helmand truppe fresche (della seconda brigata Marine Expeditionary arrivata agli inizi dell'anno in Afghanistan). Naturalmente bisognerà capire se Nicholson potrà mantenere la promesse di «andare per rimanere».
La provincia di Helmand è la maggior produttrice di oppio dell'intero Afghanistan: il cuore della produzione e anche del governo ombra dei talebani. Talebani che, dal canto loro, annunciano una piccola vittoria: il sequestro di un soldato americano nella provincia di Paktika, nel sudest del paese. Il militare, dato per disperso da martedì scorso, sarebbe stato rapito dai guerriglieri in turbante che ne hanno rivendicato il rapimento (con tre soldati afgani) attraverso un sedicente comandante talebano locale identificatosi come Bahram: «Uno dei nostri comandanti, Mawlawi Sangin, ha catturato un soldato americano e tre guardie afghane nel distretto di Yusuf Khail, nella provincia di Paktika», ha detto alla Afp.
Intanto negli Usa si continua a parlare di Afghanistan. E in un'intervista al Los Angeles Times, l'Ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, ha voluto dir la sua dopo l'articolo uscito sul Washington Post a firma di Bob Woodward (ne abbiamo riferito ieri), in cui un inviato di Obama aveva detto proprio a Nicholson che il presidente non avrebbe mollato un soldato in più. Mullen ha invece controbattuto che non esiste alcun veto e che i suoi uomini sul campo stanno facendo i conti su quel che servirà. Una sorta di rettifica in piena regola dopo il pezzo del re del giornalismo americano che riferiva di un colloquio tra Nicholson e il consigliere per la sicurezza del presidente James Jones in missione speciale in Afghanistan.
La guerra a volte si combatte persino in casa propria. Anche in Italia, del resto, dove si discute del nuovo decreto di autorizzazione delle missioni all'estero: ieri Rosa Calipari, capogruppo del Pd in commissione Difesa, che ricorda come il governo abbia già inserito la proroga e il rifinanziamento nel decreto-legge anticrisi, è andata all'attacco di La Russa: «Apprendiamo che il ministro intende prolungare la presenza dei 500 militari italiani in Afghanistan e inviare due nuovi Tornado: purtroppo la questione non potrà essere discussa nelle commissioni competenti, svilite a puro organo consultivo, come tutta la tematica delle missioni internazionali».


22 settembre 2008

Cause naturali

Un bersagliere italiano appartenente alla compagnia attaccata due volte dai Talebani in questi giorni, muore per un malore nella notte tra Sabato e Domenica.


"Per i media italiani è morto perchè così ha voluto Allah....mmmh..."

Subito ci si affanna a dire che è morto per cause naturali. Come a dire che sarebbe morto pure se nei giorni precedenti fosse stato comodo a casa propria e avesse litigato con un condomino.
Diremmo di una vecchina appena scippata e morta in giornata per un infarto che sia morta per cause naturali ? Oppure se un atleta muore dopo una gara, diremmo che non è colpa di nessuno ? Ne dubito.
Ma allora, siamo o non siamo in un'epoca di merda ?


21 ottobre 2007

Attentato all'arrivo in Pakistan della leader dell'opposizione

Kamikaze: "Stasera mi Bhutto..."


22 maggio 2005

Così si batte il fondamentalismo

Così si batte il fondamentalismo


Pakistan: donne e uomini insieme
In una maratona, sfidando cosi' gli islamici
(ANSA) - LAHORE, 21 MAG - Circa 300 tra uomini e donne, sfidando il divieto di correre insieme, hanno dato vita a una maratona a Lahore, nel Pakistan orientale.La corsa ha piu' un carattere politico che atletico. Nonostante una settimana fa la polizia avesse manganellato e arrestato decine di partecipanti a una manifestazione analoga non appena varcata la linea di partenza, oggi gli agenti antisommossa provvisti di gas lacrimogeni sono stati dispiegati per proteggere la maratona dai fontamentalisti islamici.


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