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18 marzo 2010

La disfatta di Sarkozy

I leader della destra, in coro, hanno negato la sconfitta. La strategia è stata messa a punto all'Eliseo. Impossibile, per il primo ministro François Fillon, «trarre una lezione nazionale da questo voto». Per il ministro dell'ecologia, Jean-Louis Borloo, «quando 23 milioni di elettori non votano, su un corpo elettorale di 40 milione, diventa difficile ragionare sulle percentuali». Addirittura, per la sottosegretaria Nathalie Kosciusko-Morizet «la sinistra voleva un referendum anti-Sarkozy, ma un elettore su due non è stato al gioco». Ma tutti i commentatori sono unanimi: Sarkozy e il governo non potranno guardare altrove e far finta di niente. Il primo turno delle elezioni regionali è stato uno schiaffo elettorale per il potere in carica. L'Ump, il partito unico voluto da Sarkozy, ottiene il peggior risultato della destra nella storia della V Repubblica (26,3%), pur avendo assorbito parte dei centristi ed essersi alleato con il Nuovo centro, i seguaci di de Villiers e persino i cacciatori. L'iperpresidente ne dovrà tener conto. La sinistra ha vinto, il Ps è il primo partito del paese con il 29,5%, mentre sembrava agonizzante dopo il crollo delle europee l'anno scorso. I verdi di Europa Ecologia diventano la terza forza politica. Lo schieramento progressista dovrà tener conto del Front de gauche, unione del Pcf e di una frangia uscita dal Ps, che supera il 6% e vince la battaglia alla sinistra della sinistra, dove l'Npa (Nuovo partito anticapitalista, erede del Lcr) annaspa con il 3,4% (e Lutte ouvrière è all'1,1%). Il Fronte nazionale, che Sarkozy pensava di aver soffocato, riprende fiato, ottiene un risultato a due cifre (11,6%) e sarà presente nelle dodici regioni dove ha superato il 10%, imponendo delle triangolari (sfavorevoli alla destra). Il MoDem centrista di François Bayrou prosegue la discesa agli inferi, fermo al 4,3% (al primo turno delle presidenziali nel 2007, Bayrou era 18%). Domenica prossima, il Ps dovrebbe confermarsi in testa nelle 20 regioni che già governa. La Corsica potrebbe andare a sinistra, grazie ai regionalisti, mentre l'incertezza domina in Alsazia (dove ci sarà una triangolare).



L'astensione, allarme sociale
Il 53,5% degli elettori non si sono recati alle urne. Il dato preoccupa tutte le forze politiche, anche se la destra cerca di sfruttare questo dato per screditare la vittoria della sinistra. La crisi e i suoi effetti sono all'origine di questo scoraggiamento generalizzato. La parola dei politici è screditata, dice l'astensione di massa. Una buona fetta dei cittadini non crede più nell'incidenza dell'azione politica. E questo riguarda soprattutto le classi popolari e quelle più sfavorite. Ma l'astensione, malgrado quello che dice la destra - sono i presidenti socialisti, che governavano 20 regioni su 22 dal 2004 che non sono riusciti ad interessare l'elettorato - è un segnale che riguarda prima di tutto Sarkozy. Il presidente si era fatto eleggere nel 2007, promettendo il «volontarismo», l'azione politica efficace. Ma, malgrado gli interventi per contrastare la crisi e le molte parole spese a questo riguardo, la disoccupazione è ormai al 10% e le chiusure di fabbriche si susseguono. Le affermazioni, a caldo, della ministra delle finanze, Christine Lagarde, non possono che inquietare: «non mi lascerò scuotere dal tasso di astensione o da questo o quello che grida vittoria. Il tutto mi lascia indifferente e proseguirò con la mia politica delle tre R: rilancio, riforma, risanamento delle finanze pubbliche». Il peccato originale del sarkozysmo - lo scudo fiscale che protegge i più ricchi - non ha nulla da temere.

Un risultato storico
Come è storico il brutto risultato della destra, lo è anche il successo della sinistra, che, complessivamente, arriva intorno al 50% dei voti. Il Ps si riprende, torna ad essere di gran lunga il partito più forte di questo schieramento, dopo essere stato dato per agonizzante in seguito al crollo delle europee dello scorso anno e alle battaglie di personalità al vertice. Martine Aubry, conservando una certa modestia, non ha nascosto che considera questa vittoria come un suo successo personale. Unico neo, il caso del Languedoc-Roussillon, la regione del sud, dove la lista sostenuta dal Ps nazionale, contro quella dei socialisti locali guidati dal problematico Georges Frêche, è ferma al 7,74% (ma Frêche ha preso il 35,2% e Aubry, pur non indicando di votare per lui, ha invitato gli elettori a «sbarrare la strada alla destra»). Il Ps arriva in testa al primo turno in 13 regioni. In Guadalupa, il presidente uscente, il socialista Victorin Lurel, è già rieletto al primo turno, con il 56,5% dei voti.
Europa Ecologia conferma di essere diventato il terzo partito francese, anche se la percentuale è un po' in calo (12,5%) rispetto alle europee. Le trattative con il Ps, per formare le liste che dovranno essere presentate oggi entro le ore 18, sono dure, ma sembrano leali. Daniel Cohn-Bendit frena gli entusiasmi della portavoce Cécile Duflot e insiste che l'insediamento nel panorama politico è un progetto di lunga gittata, da non sciupare con dispute locali. Anche il Front de gauche, che ha ottenuto un risultato onorevole con il 6,1%, vuole far sentire la propria voce. Il Front de gauche, unione del Pcf e una frangia uscita dal Ps con Jean-Luc Mélenchon come leader, ha vinto la battaglia a sinistra della sinistra, con la marginalizzazione del'Npa di Olivier Besancenot, al 3,4% e quella, ancora peggiore, di Lutte ouvrière, all'1,1%.

Il ritorno del Fronte nazionale
Sarkozy aveva vinto nel 2007 incassando l'adesione di parte dell'elettorato del Fronte nazionale. Il balletto del dibattito sull'identità nazionale, orchestrato nei mesi che hanno preceduto il voto regionale, si è rivelato un fallimento: avrebbe dovuto confermare il soffocamento dell'estrema destra, ma gli elettori, come si dice, hanno preferito «l'originale alla copia». Il Fronte nazionale sarà presente in tutte le dodici regioni dove ha superato il 10%, ha confermato ieri Marine Le Pen. La famiglia Le Pen, del resto, ha ripreso fiato: Marine Le Pen è arrivata al 18% nel Nord, mentre Jean-Marie Le Pen, alla sua ultima elezione, ha superato il 20% in Provenza-Costa Azzurra. «L'elezione presidenziale del 2007 è stata una parentesi - ha commentato il deputato socialista Manuel Valls - sindaco di Evry - i francesi risentono inquietudine, rancore, che si traducono nell'astensione e nella crescita del Fronte nazionale».


24 novembre 2009

Joseph Halevi : tra Usa e Cina è un compromesso tra junk-economies

 

La Stampa è stato il giornale italiano che ha meglio colto l'essenza del «deal», l'accordo-intrallazzo tra gli Usa e la Cina che si può riassumere nella traformazione dello slogan maoista «la politica al comando» in «l'economia al comando». Non si tratta però dell'economia in quanto base materiale per generare occupazione e livelli di vita socialmente e ecologicamente decenti. Si è trattato invece dell'incontro tra le due componenti principali di ciò che Loretta Napoleoni ha chiamato, nel suo ottimo libro, «economia canaglia», che diventa tale appunto perché è al posto di comando, plasmando le istituzioni nazionali e le relazioni internazionali. Sul piano produttivo e del consumo, Usa e Cina sono due «junk economies», junk essendo un termine americano per definire il ciarpame. I prodotti junk possono essere nuovissimi come i Suv e l'assurda Hummer - derivata dal veicolo militare Humvee - non a caso recentemente venduta dalla General Motors a una società cinese. I due paesi hanno strutture di consumo e di produzione che escludono il sociale più che altrove. Per ciò che riguarda gli Usa questa tendenza era stata individuata oltre 40 anni fa da John Kenneth Galbraith e da Baran e Sweezy. Ora la «junk economy», il lato materiale dell'economia canaglia, viene istituzionalizzata in quello che si prospetta come un lungo periodo di crisi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa. 



Miopi e noiosi sono gli economisti che vedono nella rivalutazione del remimbi, la moneta cinese nota all'estero come yuan, la soluzione del maggiore squilibrio nei conti internazionali. Al persistente deficit Usa verso Pechino (cioè al surplus cinese) sono indissolubilmente legati gli interessi capitalistici, imprenditoriali e finanziari, statunitensi e britannici, con forti ramificazioni in Europa continentale come in Francia. Quest'ultimo aspetto fa della voce grossa di Sarkozy contro lo svuotamento della conferenza climatica di Copenhagen una vocina in falsetto, emessa solo a fini populistici. La dinamica delle esportazioni cinesi è quella che garantisce al mondo capitalistico una forza lavoro attiva con salari da esercito di riserva. Nel mercato interno i margini di profitto sono molti bassi perché le autorità cinesi favoriscono, attraverso politiche di credito facile e mafiosamente articolato, la nascita di una pletora di imprese in tutti i settori. Ciò crea un grande flusso di produzione finale, un vasto consumo di input come l'acciaio (oltre mezzo miliardo di tonnellate annue), di cemento (oltre un miliardo di tonnellate) e di carbone con «ottimi» effetti ambientali sull'aria e sull'acqua. Ma, data la pletora di aziende, profitti non sarebbero sufficienti all'accumulazione se non ci fosse il mercato estero. Tali guadagni provengono proprio dalla differenza tra i salari monetari cinesi lungo l'arco dell'intera catena produttiva nazionale e i prezzi di vendita all'estero. Da questa differenza vengono ricavati anche una bella fetta dei proventi della società della grande distribuzione, come Walmart, e di tutte le società che subappaltano in Cina le cui esportazioni, appunto, originano per oltre il 60% da filiali di multinazionali estere.
Molte di queste sono europee. La trasformazione degli Stati uniti e anche di una parte dell'Europa (Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia) in economie di servizi è coerente con il ruolo industriale mondiale della Cina; l'India invece ne è ancora lontanissima. In questo contesto la Cina permette anche la deflazione salariale in Occidente, come ben sanno i sindacati Usa. Gli squilibri Cina-Usa sono quindi vitali agli interessi del capitale globale che vuole la «ripresa» ma non quella salariale.
Essi sono inoltre un aspetto cruciale degli interessi che controllano la cosiddetta ripresa economica, questa volta principalmente statunitense. Con le politiche di Geithner e Summers di salvataggio dei titoli tossici, la ripresa Usa viene fatta dipendere dalla spesa pubblica e da una nuova bolla speculativa. Se Geithner-Summers-Bernanke hanno ricreato le condizioni speculative regalando denari a banche e affini, chi ha permesso il collocamento dei soldi in titoli derivati nuovamente tossici? In primis la Cina stessa, col suo grande rilancio produttivo inquinante che ha invertito la caduta dei prezzi delle materie prime, ha rigonfiato la speculazione sul rischio dei mercati futuri, compresi quelli di fonti energetiche alternative, ha rilanciato le banche di investimento. Le nozze Cina-Usa fanno felici Wall Street, la City di Londra ed anche la Bourse de Paris.


23 novembre 2009

Anna Maria Merlo : Parigi ritorna all'acqua pubblica, mentre noi la consegneremo alla camorra

 

In Francia la privatizzazione dell'acqua potabile ha già una lunga storia alle spalle. Attualmente, in due grandi città su tre l'acqua è in mano ai privati. Due multinazionali dell'acqua, non a caso, sono francesi: Veolia (ex Générale des Eaux) e Suez. Un terzo gruppo, più piccolo, opera nel settore in Francia, la Saur, filiale di Bouygues, il gigante dei lavori pubblici (proprietario della prima rete tv, Tf1). Ma la grande corsa verso il privato, avviata alla grande negli anni '80, quando i comuni si sono trovati obbligati a far fronte a enormi investimenti per rispettare le nuove norme, più vincolanti, sembra arrivata alla fine. L'esempio viene da Parigi: la giunta del socialista Bertrand Delanoë ha deciso di affidare a un operatore unico, pubblico - Eau de Paris - la gestione dell'insieme del servizio dell'acqua, dalla produzione fino alla distribuzione. Il 1° gennaio 2010 arriveranno a scadenza (anticipata, per volontà del comune) i contratti con i due operatori privati che dall'84 gestivano l'acqua nella capitale, la Compagnie générale des Eaux (filiale di Veolia) per la rive droite e la società Eau et Force (filiale del gruppo Suez) per la rive gauche. Così, tra un mese e mezzo, anche la distribuzione tornerà pubblica, mentre la produzione lo è già da metà maggio di quest'anno. Veolia e Suez, che nell'87 erano entrate nel capitale della società di economia mista Sagep (Società anonima di gestione delle acque di Parigi) e poi erano diventate azioniste di Eau de Paris, sono state escluse dalla nuova società di gestione e produzione, sostituite dalla Caisse des dépôts et consignations, gruppo pubblico per gli investimenti di lungo periodo. Al comune di Parigi spiegano che la rimunicipalizzazione «risponde a obiettivi politici e pragmatici. Politici, perché l'acqua è un bene pubblico, una risorsa che deve essere controllata e preservata attraverso una gestione solidale e responsabile. Pragmatica perché la scelta del comune è al tempo stesso una decisione di gestione, che risponde ad obiettivi di trasparenza, di efficienza del servizio e di stabilizzazione del prezzo dell'acqua». La città di Parigi ha promesso un controllo sul prezzo e assicura che «la totalità dei guadagni della nuova organizzazione verrà reinvestita nel servizio, sia che si tratti di finanziare le infrastrutture che di controllare i costi fatturati all'utente».
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione. 



Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.


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