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17 aprile 2009

Forza Lega !

Stavolta sostengo la Lega nel suo ostruzionismo, nella sua difesa del particulare che sa almeno di corretta percezione dei propri interessi. E hanno torto i radicaloidi referendari, portatori d'acqua spesso in malafede delle forze politiche egemoni. A partire dalla necessità di scegliere i propri rappresentanti (ma è questa la democrazia ?), presupponendo erroneamente di poterne valutare l'affidabilità, alla fine si stanno facendo gli interessi di una riforma bipartitica del sistema elettorale. Si dirà, ma se il popolo italiano decide con il referendum in questo senso ? 



Ma allora, se il 55% degli Italiani (ma fosse pure il 70-80%),stabilisce che il restante 45 o 20 avrà più problemi nel farsi rappresentare in Parlamento, siamo di fronte ad una democrazia, o ad una dittatura della maggioranza ?


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


11 giugno 2008

L'attacco alla Costituzione

 

Il 2 giugno di sessanta anni fa il popolo italiano aveva appena ottenuto il nuovo ordinamento costituzionale, la forma e la sostanza della democrazia che aveva conquistato. A definirla erano stati i suoi rappresentanti, scelti direttamente e liberamente.
È come se a dettare quelle regole fossero stati i 24 milioni, 947 mila 187 elettori (l'89 per cento degli aventi diritto) che avevano votato nello stesso giorno del 1946. Il popolo stesso, quindi, proiettato in un ambito enormemente più ristretto ma quanto mai comprensivo della molteplicità delle opinioni, delle fedi, delle culture, dei bisogni, delle aspettative, degli ideali presenti nella concreta composizione della Nazione italiana. Da due anni, infatti, era apparsa, per la prima volta nella storia d'Italia, una figura, un ideale, un principio, denso di forza morale e politica, di promesse e di esigenze, eccedente ogni altra immagine, qualsiasi diverso richiamo alla società, alla politica, al diritto, allo stato. Era la «sovranità popolare».
Non aveva deluso quella congiunzione di due parole che designavano realtà distanti per secoli, non aveva fallito la qualifica che, specificando quel nome, lo riscattava. Avevano esattamente corrisposto alle tante speranze e alle diverse istanze, intessendo una trama complessa di norme che congiungevano le libertà all'eguaglianza, il pluralismo alla solidarietà, l'internazionalismo della ragione alla storia della nazione. Insieme, a dettare quelle norme si erano ritrovati i democratici cristiani, i socialisti, i comunisti, i liberali, i qualunquisti, i repubblicani, gli azionisti, (e non mancavano alla Costituente rappresentanti di partiti che avessero ottenuto almeno lo 0, 18 % dei voti). Erano norme da attuare, tutte o quasi, con leggi.
Ma il 2 giugno del 1948 trovò spezzata l'unità politica della Costituente. I comunisti e i socialisti erano stati esclusi dalla maggioranza e dal governo. Iniziava la fase, aspra e lacerante, della conventio ad excludendum, una decretazione che nulla aveva da spartire con le norme e con lo spirito della Costituzione. Era stata prodotta, non a caso, nell'ambito denominato col termine «costituzione materiale», un ossimoro che ha avuto tanta fortuna quanto corrosiva ed inquinante è stata sempre la materia specifica cui si riferisce l'aggettivazione. Era scoppiata la guerra fredda, con essa «l'ostruzionismo di maggioranza» all'attuazione costituzionale, e quindi la lunga ibernazione delle norme costituzionali. Mai però contestate, mai rinnegate, mai delegittimate.
A sessanta anni da quel due giugno constatiamo la scomparsa di tutti i partiti costituenti, constatiamo pure che quei partiti non hanno avuto eredi. Se ne deve dedurre che, scomparsi i partiti-makers, si sia esaurita la forza prescrittiva di quella Costituzione, il suo valore?
L'insistenza con cui si parla di «legislatura costituente» allude a questa presunzione? Da trenta anni si parla e si tenta di rivedere, di modificare, di trasformare l'assetto costituzionale del nostro Paese. E non è che non ne siano state tentate modifiche. Ne sono state anche fatte. Quelle di maggior rilievo, di massima incisione sono state sottoposte al giudizio del corpo elettorale. E sono state respinte seccamente, recisamente, inequivocabilmente. Non un ventennio fa. Ma il 25-26 giugno del 2006. Fu attribuito così alla nostra Costituzione un originale primato rispetto a tutte le altre. Quello di essere stata confermata, legittimata una seconda volta, 58 anni dopo la sua entrata in vigore. Il che non riesce ad entrare nella memoria di Berlusconi e di Fini, di Veltroni e di Franceschini.
Sia chiaro. Revisioni costituzionali possono essere benissimo operate. La forma di governo può essere benissimo ritoccata. A condizione, però, che resti parlamentare. Perché fu ribadita come tale due anni fa. Si vuole introdurre una variante di tale forma come quella vigente in Germania? Si può. A condizione però che il sistema di governo tedesco lo si assuma per intero, non sopprimendone l'istituto che, appunto, lo caratterizza come parlamentare.
Si vuole altro e di più? Lo si dica. Non si tentino contorte manovre di attenuazione o di neutralizzazione dei significati e della portata delle norme costituzionali. Si vuole far slittare il lavoro dal fondamento della Repubblica all'ambito dell'economia banalizzando l'enunciato dell'art. 1 della Costituzione, come se potesse esserci un'economia... senza lavoro? Si vogliono strappare dall'iniziativa economica privata i lacci e i laccioli imposti dalla utilità sociale e per garantire la sicurezza, la libertà e la dignità umana? Il numero degli incidenti sul lavoro è un «effetto collaterale» della flessibilità necessaria per la competizione del sistema-Paese? Si ritiene eccessivo il riconoscimento ai lavoratori del diritto ad una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa». L'eguaglianza sostanziale dell'articolo 3, secondo comma, è un obiettivo illiberale ed estremistico? Lo si dica.
E se non se ne ha il coraggio, lo chiariremo noi alle elettrici e agli elettori del 25-26 giugno 2006.


27 maggio 2005

legge loggie e loggioni

LEGGE URBANISTICA
L'ultimo regalo alla speculazione immobiliare
PAOLO BERDINI
La proposta di legge sul governo del territorio voluta da Forza Italia aveva subito un colpo decisivo dalla recente sconfitta dell'attuale maggioranza alle elezioni regionali. Nella legge si diceva tra l'altro che anche i privati possono - al pari di un'amministrazione comunale - svolgere attività di pianificazione e si cancellava il diritto di tutti i cittadini ad avere aree per il verde e servizi pubblici. Della famigerata legge Lupi, il delirio di uno speculatore, come la definì Vezio De Lucia, sembrava davvero che non si dovesse parlare più. Ma con una determinazione degna della miglior causa, all'interno del disegno di legge sulla competitività che inizia questa settimana il proprio iter in Parlamento, è stato inserito un articolo che riguarda la città e l'urbanistica in cui sono contenute le parti peggiori del precedente provvedimento di riforma urbanistica. L'articolo si chiama minacciosamente Legge obiettivo per la città, ma potrebbe ribattezzarsi più opportunamente «le mani sulla città». Vi è scritto (comma 3) che il Ministero delle infrastrutture elabora le linee guida degli interventi sulle città, in aperta contraddizione con la riforma della Costituzione che assegna i poteri di pianificazione ai comuni. Il motivo di questa inammissibile espropriazione di prerogative istituzionali è presto svelato: al comma cinque si prevede l'incremento premiale dei diritti edificatori per i progetti individuati. E' una prassi collaudata da tempo che permette alla proprietà immobiliare di imporre i propri voleri alle amministrazioni pubbliche aumentando a piacimento le cubature da realizzare. L'incremento premiale significa nuovi affari per la rendita e altro cemento per le nostre città.

La grave crisi del sistema produttivo del nostro paese è questione molto complessa, ma non riguarda il comparto edilizio che - come noto - vive momenti d'oro da più di un decennio. Talmente dorati che in questi giorni alcuni economisti liberali hanno iniziato a porre l'esigenza del controllo fiscale sulle rendite immobiliari e finanziarie. E' infatti evidente che se si continuano a favorire guadagni incomparabilmente più alti di qualsiasi altro investimento produttivo, non solo un numero crescente di operatori economici sarà tentato dal colpo della fortuna immobiliare, ma anche il sistema del credito preferirà finanziare comode speculazioni piuttosto che attività a rischio d'impresa.

Per comprendere gli effetti delle dottrine liberiste applicate al territorio, basta ragionare sul fatto che un terreno agricolo ha un valore di mercato che può variare da 10 a 25 euro al metro quadrato. Una volta diventato edificabile attraverso gli innumerevoli strumenti di deroga elaborati dal Ministero delle infrastrutture, quello stesso terreno raggiunge valori pari a 100-300 euro. Quale altra impresa produttiva permette incrementi del 1.000 %? La sostituzione della pianificazione con l'urbanistica contrattata, la deroga e «gli incrementi premiali di cubatura», ha portato ovunque al trionfo della rendita e a conseguenti astronomici guadagni. Non è un caso che alcuni immobiliaristi, dal più noto Caltagirone ad altri meno famosi personaggi, competano ad esempio per il possesso della Banca Nazionale del Lavoro e tentino acquisti di azioni del Corriere della Sera.

Ma ancora più amaro è il frutto dell'urbanistica liberista per l'intera popolazione. Qualche giorno fa su queste colonne Roberta Carlini ha svelato che in un quartiere di Roma si è arrivati a valutazioni di mercato di 12.000 euro a metro quadrato! La rendita immobiliare gode dunque di splendida salute, mentre una parte crescente di cittadini non può permettersi acquisti immobiliari o affitti nelle grandi città che perdono conseguentemente decine di migliaia di abitanti ogni anno. Inserire all'interno del provvedimento per la competitività un ulteriore regalo alla speculazione fondiaria è dunque una scelta scellerata poiché privilegia la parte più arretrata e improduttiva del sistema economico.

E' ormai matura l'esigenza che si lavori alla costruzione di un provvedimento che impedisca il formarsi di rendite parassitarie alla radice e riporti il futuro urbano all'interno di regole certe e trasparenti. Compete al centro sinistra inserire come priorità del programma di governo il ripristino degli strumenti di controllo pubblico sulla città: non sono poche infatti le città amministrate dal centrosinistra che hanno utilizzato sistematicamente gli istituti di deroga contemplati dall'urbanistica contrattata. La cancellazione dell'articolo 9 del disegno di legge sulla competitività rappresenta dunque solo il primo indispensabile atto per chiudere la stagione dell'urbanistica liberista.



23 maggio 2005

Da Panorama

Portaborse, che infornata!
Portaborse euforici in Senato: è in arrivo un provvedimento salvatutti con il forte sapore di fine legislatura. L’ufficio di presidenza di Palazzo Madama si prepara infatti a varare una delibera grazie alla quale non soltanto si prospetta un forte incremento (sull’ordine del 30 per cento) delle somme corrisposte a ogni gruppo parlamentare proprio per remunerare i collaboratori, ma si dispone anche un’infornata di portaborse (si parla di una quarantina di posti) che lascerebbero quindi la loro attuale e precaria condizione per entrare a tempo indeterminato nell’organico del Senato.
Per ampiezza di beneficiati, l’unico precedente risale al ‘92, quando in Parlamento si provvide a salvare buona parte dei dipendenti dei gruppi di Dc e Psi, partiti che erano già prossimi all’estinzione


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