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23 giugno 2009

Francesco Piccioni : si cade, ma con lentezza

 

Un presidente della Federal Reserve deve essere severo e preciso, ma deve anche lasciare spazio alla speranza. Almeno sul medio termine, visto che ogni economista ricorda di Keynes - se non altro - che «sul lungo periodo saremo tutti morti».
Ben Bernanke lo è stato anche ieri, davanti al Congresso riunito per avere lumi sullo stato dell'economia americana. Non che avesse buone notizie da dare, ma ha voluto sottolineare che «la contrazione sta rallentando», lasciando intravedre una possibilità di ripresa «nella seconda metà di quest'anno». Ripresa moderata, beninteso, e comunque molto al di sotto del «potenziale» produttivo esistente.
La seconda metà dell'anno comincia tra meno di un mese, e non è chiarissimo dove Bernanke veda i segnali positivi. Lui stesso riconosce che anche il secondo trimestre - il primo si è chiuso con una caduta del pil pari al 5,7% - sarà negativo. E che la disoccupazione farà segnare presto nuovi record. Una previsione facile, ma che implica pesanti ricadute sulla popolarità del governo Obama da qui a qualche mese.
Tanto più che sempre lui ha spiegato ieri l'urgenza di approntare piani di riduzione del deficit pubblico, quindi di contenimento dei «programmi sociali». Gli enormi esborsi finalizzati al sostegno del sistema bancario hanno creato una voragine che va ridimensionata al più presto. Ne va della credibilità del dollaro - valuta di riserva e misura della maggior parte degli scambi -, della solidità dei titoli di stato Usa (che rischiano seriamente il declassamento, così come quelli inglesi), della fiducia degli investitori e quindi della tenuta del sistema finanziario globale.
Il governo - ha detto Bernanke - non può prendere in prestito «all'infinito» per far fronte alla domanda crescente. E le stesse banche Usa sembrano gradire poco le limitazioni (sugli stipendi dei manager, ma non solo) imposte dal conferimento dei prestiti previsti dal piano Tarp. Anzi, molte si stanno preparando a restituirli (la prossima settimana sarà resa nota la lista di chi lo farà), in modo da recuperare piena indipendenza operativa.



Le strategie «non convenzionali» adottate dalla Fed e poi anche dalla Bce non sono piaciute ad Angela Merkel, specie l'acquisto dei titoli del debito pubblico da parte delle banche centrali (un'evidente partita di giro), Bernanke si è detto «in rispettoso disaccordo» con la cancelliera tedesca, rivendicando la scelta fatta «per stabilizzare i mercati privati del credito». Fino a dirsi «convinto che riusciremo a uscire da questa politica di acquisti in tempo utile senza che vi siano conseguenze inflazionistiche».
Qesto è infatti l'ultimo fantasma che scorazza nel castello dopo i massicci finanziamenti pubblici alle banche. Per evitare la deflazione è stata immessa una quantità smodata di liquidità diretta o tramite il congelamento a zero dei tassi di interesse. In condizioni normali l'inflazione potrebbe impennarsi da un momento all'altro. Non avviene perché la domanda (consumi, case, beni durevoli, ecc) è ancora ferma. Ma nei prossimi mesi dovrebbe essere visibile l'effetto degli sgravi fiscali, con qualche soldo in più nelle tasche di chi sarà riuscito a conservare il lavoro. La scommessa di Bernanke si svolge su una lastra sottile di ghiaccio: passare alla fase di «ripresa» prima che il ghiaccio si sciolga e il pattinatore venga inghiottito a causa del suo stesso correre. Ma non può fare altro, con l'armamentario teorico di cui è brillante esponente.


8 giugno 2009

Rosario Patalano : Keynes a Pechino

 In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.



Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile - Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.

La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.

Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.

Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.

È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.

Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.


24 febbraio 2009

Francesco Paternò : o la borsa o la bancarotta

 

È diventata una partita di poker quella tra i due costruttori d'auto americane e il governo Obama. In cambio di licenziamenti di massa, la General Motors e la Chrysler hanno chiesto altri 21,6 miliardi di dollari in prestiti agevolati, dicendo chiaro e tondo che se non l'avranno, sarà bancarotta. Questa nuova richiesta si aggiunge ai 17,4 miliardi già stanziati dal precedente governo in dicembre e ai 25 decisi dal Congresso in autunno, a copertura di un'analoga decisione del dicembre 2007. In questo giro di poker, i due costruttori hanno fatto sapere che, se sarà bancarotta per il no del governo ai nuovi prestiti, ci saranno costi maggiori per il paese, quantificati unilateralmente in 100 miliardi da Gm e in circa 25 da Chrysler. L'amministrazione ha fatto sapere che risponderà nelle prossime settimane, sottolineando che comunque tutta la filiera deve fare la sua parte. Di lacrime e sangue, s'intende.
Nei piani presentati l'altra sera, la Gm propone il licenziamento di 47.000 persone, una cosa mai vista nella storia industriale dell'auto americana. La più piccola Chrysler, invece, di 3.000. La United Auto Workers, il principale sindacato dei lavoratori dell'auto, sta ricevendo pressioni fortissime perché «faccia la sua parte». E ieri ha raggiunto un'intesa di massima con la Ford - l'unico costruttore americano a non aver chiesto prestiti federali - che prevede una netta riduzione del costo del lavoro. Sebbene i termini dell'accordo non siano stati resi pubblici e debbano essere ratificati dai 42.000 iscritti Ford, è noto che le parti hanno negoziato una riduzione dei costi della manodopera sulla linea di quelli delle rivali giapponesi. La stessa Uaw continua a trattare con la Gm e secondo quanto dichiarato dai vertici aziendali, negli ultimi giorni sarebbero stati compiuti importanti passi in avanti. O indietro, dipende dai punti di vista. L'esame dei progetti dei due costruttori di Detroit partirà - ha assicurato il segretario al Tesoro Timothy Geithner, a capo di una speciale task force che si occuperà del disastro di Detroit - alla fine della settimana.



Bob Nardelli, presidente della Chrysler, ha detto in una conferenza stampa che l'alleanza strategica con la Fiat rimane «l'opzione migliore». L'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne è negli Stati Uniti per seguire da vicino la vicenda. Una eventuale bancarotta della Chrysler farebbe saltare l'ipotesi di accordo, che prevede l'ingresso del gruppo italiano nel capitale americano con un iniziale 35%, da portare a maggioranza assoluta in tempi rapidi. Nel suo piano, la Chrysler ha chiesto prestiti supplementari: oltre ai 4 miliardi già incassati, ne chiede altri 5 entro il 31 marzo. Di questi 3 erano previsti nel precedente accordo e condizionati al piano, due invece sono nuovi. Complessivamente la Chrysler punta ad ottenere dal governo 9 miliardi di dollari, cioè 2 miliardi in più rispetto alla richiesta iniziale. Senza gli ulteriori fondi, e in mancanza di ulteriori concessioni da sindacati e creditori, la Chrysler potrebbe chiedere la bancarotta, ha azzardato Nardelli, anche se la procedura del Chapter 11 - ha aggiunto - «non è necessaria» per la sopravvivenza del marchio. Poker, appunto.
Più scioccanti sono le cure e i numeri contenuti nel piano della Gm. Rick Wagoner, presidente della Big di Detroit, ha promesso un'ulteriore accelerazione dei tagli: la chiusura di 12 impianti entro il 2012 e 47.000 posti di lavoro in meno entro il 2009. Sulla base di questo bagno di sangue, che include anche l'abbandono di alcuni marchi, la Gm ha chiesto al governo nuovi prestiti fino a 16,6 miliardi di dollari, che vanno a sommarsi ai 13,4 miliardi di dollari già ottenuti. Insomma, 30 miliardi di dollari per salvarsi, cosa che sarebbe - sottolinea il gruppo in tre diversi ipotesi di bancarotta - meno onerosa di un'operazione di cessione con i libri in tribunale, circa 100 miliardi di dollari. In particolare la Gm ha chiesto un prestito da 4,6 miliardi entro marzo-aprile, portando così il prestito totale a 18 miliardi, la cifra inizialmente richiesta. Inoltre, la casa domanda una linea di credito da 7,5 miliardi e lo slittamento del pagamento di una linea di credito da 4,5 miliardi in scadenza nel 2011.
Il coté europeo della Gm è assai diverso di quello della Chrysler, che viaggia positiva sulla linea di Torino. La controllata Saab, in Svezia, è sull'orlo del fallimento e il governo di Stoccolma ha risposto per ora picche a richieste di aiuti. Saab è stata messa in vendita da Gm, ma non ci sono richieste. Né ci sono state finora per il suo marchio celebre di Suv, l'Humnmer, che alla fine di marzo, se resterà ancora invenduta dicono i vertici Gm, sarà chiuso. In Germania, la principale controllata Opel è nei guai e il governo tedesco prende tempo sugli aiuti.


2 febbraio 2009

Arturo Zampaglione : non si ferma la caduta degli Usa

 

L´allarme è stato lanciato al termine di uno dei mesi più drammatici nella storia economica americana.
Sommando i licenziamenti annunciati il mese scorso dalle grandi imprese, a cominciare dai 22mila della Caterpillar, e servendosi di sofisticati modelli econometrici, gli analisti di Wall Street si sono convinti che a gennaio siano stati bruciati altri 524mila posti di lavoro e che il tasso di disoccupazione sia salito a gennaio dal 7,2 al 7,5%, toccando il livello massimo degli ultimi 16 anni.
La conferma del tracollo dell´occupazione - dicono gli esperti alla Reuters e alla Bloomberg che hanno anticipato le loro stime - arriverà venerdì prossimo con la pubblicazione dei dati ufficiali del ministero del lavoro. E sarà un altro fattore di turbativa per i listini azionari, reduci dal peggior mese di gennaio di tutti i tempi.
L´indice Dow Jones è sceso del 8,84%, superando la flessione registrata nel 1916. L´indice S&P ha chiuso il mese con un calo del 8,57: il record precedente era stato stabilito nel terribile 1929.
Con queste premesse così inquietanti, che cosa succederà a Wall Street, e per contagio nella altre piazze mondiali, dopo i dati di venerdì sulla disoccupazione? Molto dipende sia dal maxi-piano di stimolo dell´economia, che dopo essere stato approvato dalla camera sarà da oggi esaminato (e modificato) dal senato, che dalla nuova strategia di Barack Obama e del suo ministro del tesoro Tim Geithner per risolvere il nodo dei titoli tossici nei portafogli delle banche. Sui due fronti la Casa Bianca appare ottimista e ripete che le due manovre sono "in carreggiata". Ma non mancano anche segnali preoccupanti.



Secondo alcune indiscrezioni la presentazione della strategia sulla banche verrebbe ritardato per dissensi interni all´amministrazione. E i repubblicani continuano a essere scettici sul maxi-piano di rilancio economico: in parte perché ritengono che ci siano troppe risorse sprecate (e troppo poche impiegate nei tagli fiscali), in parte perché sperano di farsi portavoce di un malessere molto diffuso tra i contribuenti. Si erano già opposti in modo compatto al momento del voto alla camera (mentre c´erano state alcune di defezioni tra i democratici). E nonostante gli sforzi di Obama di arrivare a un compromesso al Senato, offrendo ulteriori sgravi fiscali, il voto favorevole della destra continua a essere molto incerto.
«Bisogna ricominciare da capo e ripensare l´intera manovra», ha detto ieri il numero due dei senatori repubblicani, Jon Kyl, riferendosi al documento di oltre 600 pagine (e 819 miliardi di spesa) varato dalla Camera. «Il presidente - gli ha fatto eco il capogruppo Mitch McConnell - deve afferrare i parlamentari democratici, scuoterli per bene e far capire di cambiare strada, puntando sulle tasse e sulla casa, e senza sprecare soldi».
Obama sa di non avere molto tempo perdere. Oltre ai dati sulla disoccupazione arriveranno in settimana quelli sulle auto e soprattutto sulle vendite al dettaglio che si preannunciano altrettanto negativi (-5,7 a gennaio, escludendo Wal-Mart). E in questo clima, sostiene David Kostin, guru azionario della Goldman Sachs, Wall Street potrebbe di nuovo infrangere i livelli minimi raggiunti nel novembre scorso.


21 novembre 2008

Marco D'Eramo : qui, di aumentare i salari, neanche se ne parla

 

L'istituzione più emblematica del consumismo americano, il tempio dove ogni week-end si celebra il sacro rito dello shopping è il Mall, il centro commerciale suburbano. Ora, molti Mall stanno chiudendo perché le loro passeggiate coperte hanno ormai un'aria cimiteriale: all'interno molti negozi hanno già abbassato la saracinesca e le catene di distribuzione potano i punti vendita.
Proprio non passa giorno senza una brutta notizia sul fronte dell'economia Usa. Ieri il ministero del lavoro ha reso pubblico che, per la prima volta in sette anni la settimana scorsa le domande di sussidio di disoccupazione hanno superato le 500.000 unità (516.000). Anche quelle che sembrano buone notizie nascondono risvolti avvelenati, come gli ultimi dati sul commercio estero che a settembre è diminuito per il calo del prezzo del petrolio e il calo delle importazioni. Ma in realtà il deficit commerciale con la Cina ha raggiunto livelli record (28 miliardi di dollari in un solo mese) e il dato riflette solo il pericoloso rallentamento dell'attività economica. Ieri la banca Morgan Stanley ha annunciato 2.000 licenziamenti. Il colosso postale Dhl ha annunciato 9.500 licenziamenti negli Usa: sembra un annuncio come gli altri, ma per Wilmington, in Ohio, sede del quartiere generale della Dhl, è una vera condanna a morte: a causa di questa decisione spariranno più di 7.000 posti di lavoro in una cittadina di soli 11.900 abitanti. Non si uccidono così le città, ci sarebbe da dire.
Sembra ridondante elencare i segnali di crisi che si accumulano uno dopo l'altro. La grande catena di elettronica CircuitCity ha dichiarato fallimento. E l'altra, BestBuy, annuncia per quest'anno un declino dell'8% del fatturato che ancora a settembre segnava un +3% rispetto all'anno prima: la brusca inversione di segno mostra il drammatico deterioramento pronosticato da qui a fine anno. Va bene solo WalMart che ha annunciato profitti in crescita del 10%, però ridimensiona le previsioni. Va bene anche McDonald's: non potendosi permettere più cibo sano, sono sempre di più quelli che s'ingozzano di cibo spazzatura. E la crisi deve essere proprio profonda se licenziano anche i grandi studi legali, quelli che hanno ognuno centinaia, se non migliaia di avvocati.
Le nubi più scure si addensano sull'industria automobilistica di Detroit, una delle ultime roccaforti del sindacato statunitense. Nell'ultimo trimestre le vendite sono crollate del 32% (e i concessionari di auto chiudono a raffica). A questo calo si aggiungono altri fattori: fino ad agosto il rincaro della benzina ha colpito soprattutto le vendite di Suv, che costituivano gli unici punti di forza di General Motors, Chrysler e Ford, le tre grandi di Detroit. Gm minaccia di dichiarare bancarotta se il governo non correrà in aiuto dell'industria auto come ha fatto per banche e assicurazioni. Ed è qui che il salvataggio di Gm diventa scontro politico. I democratici vogliono proteggere i sindacati e quindi chiedono che lo stato intervenga: Obama ha perorato personalmente la causa di Gm quando si è recato in visita alla Casa bianca. Per la stessa identica ragione i repubblicani si oppongono al salvataggio, dicono che non vogliono che l'auto diventi un'industria assistita che batte cassa ogni sei mesi e che forse è meglio se fallisce, così sono cancellati tutti i contratti sindacali e possono essere annullati i contributi pensionistici e sanitari. È vero infatti che, sotto il regime del Nafta, cioè del Trattato di libero commercio nord-americano, quanto a costo del lavoro le fabbriche statunitensi dei tre grandi di Detroit non possono competere né con le maquilladoras messicane, né con gli impianti su suolo Usa dei produttori giapponesi ed europei che si sono stabiliti in stati come Alabama o Sud Carolina, con forti legislazioni antisindacali. Da qui le ricorrenti richieste sindacali di revisione del Nafta (che fu approvato da Bill Clinton).
Lo scontro sull'auto è solo la punta dell'iceberg nella sorda battaglia politica che si sta combattendo all'ombra della crisi. Obama è preso in una tenaglia micidiale. Non può costringere l'amministrazione Bush a prescrivere la propria terapia alla recessione, visto il potere di veto della Casa bianca e la fragilissima maggioranza democratica nel senato uscente (che resterà in seduta fino a gennaio). Però non può neppure accettare un piano di salvataggio e di stimolo all'economia basato sulla filosofia ultra-liberista di Bush. Ma - infine - non può neanche permettersi che ogni decisione venga rinviata al 20 gennaio perché per quella data la nave Usa potrebbe essere già affondata.



Di questo stallo democratico approfitta il ministro del tesoro Henry Paulson che - come ha dichiarato mercoledì al senato - tira dritto per la sua strada e fa come gli pare. Il piano di salvataggio di 700 miliardi di dollari (1,2 milioni di miliardi delle vecchie lire) votato a ottobre ha già scatenato una montagna di polemiche, perché la prima rata, 350 miliardi, è andata quasi interamente ad alleviare le sofferenze delle banche e a ripianare i debiti delle assicurazioni. E si è scoperto poi che le banche hanno usato questi soldi non per concedere crediti e quindi per far ripartire l'economia, ma per distribuire dividendi ai propri azionisti, compiere acquisizioni societarie e - in alcuni casi - hanno stornato i soldi solo per metterli da parte in previsione di tempi bui a venire. A titolo di paragone, i 500 miliardi di dollari di stimolo economico che la Cina ha annunciato, vanno tutti in investimenti per infrastrutture: strade, ferrovie, aereoporti.
Ma sotto lo scontro politico è in atto una sanguinosa guerra intestina al gran capitale. Non è dato a noi profani sapere quali sono esattamente gli schieramenti e quale la posta in gioco, ma l'arbitrarietà di alcune decisioni della Federal Reserve e del Tesoro dicono che è in atto una battaglia furibonda. Il primo segnale venne dall'uccisione a freddo della banca d'investimenti Lehman Brothers: a settembre Lehman aveva chiesto che le fosse concesso di cambiare il suo statuto in quello di banca commerciale. Il permesso le fu negato, e la banca fu lasciata fallire. Merryll Lynch stava per seguire lo stesso destino quando fu salvata per un capello imponendo a un acquirente di comprarla. E pochi giorni dopo agli altri due colossi newyorkesi, Goldman Sachs e J. P. Morgan, fu concesso quello che a Lehman era stato negato: cambiare statuto. Su quattro banche, tre pesi diversi e tre misure. Poiché il ministro del tesoro Paulson era stato presidente di Goldman Sachs, si parla di un'antica rivalità fra Goldman e Lehman.
Ma la faccenda va al di là del singolo gruppo, come si è visto nel pasticcio Wachovia, la più grande banca del sud degli Usa (780 miliardi di dollari di depositi; 55,5 miliardi di dollari di entrate; 122.000 dipendenti) che stava per fare bancarotta e che le autorità monetarie costrinsero a ottobre a farsi comprare per 2,2 miliardi di dollari da Citicorp che avrebbe per di più ricevuto un sussidio governativo per l'acquisto. Senonché, pochi giorni dopo, un altro colosso bancario (questa volta dell'Ovest), WellsFargo, offriva di comprare Wachovia per 15 miliardi di dollari (sette volte il prezzo offerto da Citicorp), e senza sussidi governativi! Delle due l'una: o a WellsFargo sono tutti pazzi scatenati, oppure il governo Usa aveva costretto Wachovia a svendersi per un pezzo di pane. L'ultima avvisaglia di questa guerra sotterranea si è avuta pochi giorni fa quando la Federal Reserve ha approvato per direttissima, in soli 10 giorni, la richiesta di American Express di cambiare statuto e diventare anch'essa banca commerciale, per poter usufruire dei sussidi statali: normalmente ci vogliono almeno 45 giorni. Ed è questa stessa lotta intestina al grande capitale che si nasconde dietro al (e nutre lo) scontro politico.
Ma il problema strutturale che hanno di fronte gli Stati uniti, e che nessuno dei due partiti per il momento affronta, è che, in una situazione di bassi salari c'è un solo modo di far ripartire il consumo ed è quello di allentare il credito, cioè rendere di nuovo facile indebitarsi: proprio quel che ha causato il crollo che stiamo vivendo. Perché qui, di aumentare i salari neanche se ne parla.


15 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : una riflessione critica sul Premio Nobel Paul Krugman

 

Paul Krugman è il vincitore del premio Nobel per l'economia 2008, per i suoi contributi in tema di "scambi commerciali e di localizzazioni delle attività economiche" a livello mondiale. Nato nel 1953 a New York, docente presso la Princeton University, Krugman gode di larga fama presso il grande pubblico soprattutto per la sua prolifica attività divulgativa. Editorialista prima della rivista Slate e oggi del New York Times, Krugman si caratterizza per uno stile indubbiamente corrosivo ma per delle ricette che potrebbero in fin dei conti esser considerate di moderato buon senso. In effetti, proprio per questa sua miscela di aggressività nei modi e di pacatezza nelle proposte, egli sembra avere incarnato meglio di ogni altro opinionista la ovattata cultura liberal americana del nuovo secolo. Krugman infatti non è assolutamente un radicale.
Sul piano teorico l'economista ha sostanzialmente difeso il paradigma neoclassico dominante, sia pure ritoccato in alcuni suoi punti. Sul piano politico, egli è stato non solo un impietoso fustigatore delle amministrazioni repubblicane statunitensi ma anche dei governi socialisti francesi dei primi anni Ottanta, e si è in generale contraddistinto per delle proposte di limitato interventismo keynesiano (già tipiche del resto dei suoi mentori del MIT, Samuelson e Solow). Ma in che senso Krugman ha contribuito al ritocco e all'ammodernamento della teoria neoclassica? L'innovazione cruciale che ha contraddistinto i suoi contributi riguarda i cosiddetti rendimenti di scala, vale a dire i guadagni di efficienza che si possono ottenere dall'aumento della scala di produzione. Nelle analisi neoclassiche tradizionali veniva esclusa la possibilità che al crescere della produzione potesse aumentare la produttività dei fattori e quindi potessero ridursi i costi di ogni singola merce. Tuttavia nella realtà dei fatti accade spesso che l'aumento delle dimensioni dell'attività economica permetta di aumentare l'efficienza del processo produttivo. Il caso di scuola è quello di un magazzino il cui costo viene calcolato in base ai metri quadrati che occupa, ma la cui capacità di carico viene determinata dalla cubatura. Se dunque il magazzino si ingrandisce la sua capacità aumenterà al cubo mentre i costi cresceranno solo al quadrato, il che evidentemente potrà dare luogo a una espansione dei profitti netti. Ma si pensi anche alla possibilità di organizzare e di mettere in relazione i lavoratori in modo più efficiente al crescere delle dimensioni e della concentrazione dell'attività economica. E' questa una caratteristica non solo dei vecchi regimi tayloristici ma anche dei più moderni processi basati sul continuo scambio di esperienze e di informazioni. Entro certi limiti, dunque, il gigantismo delle imprese può determinare un abbattimento dei costi e quindi una maggiore competitività. Partendo da queste semplici intuizioni Krugman ha saputo costruire dei modelli estremamente chiari ed eleganti, dedicati soprattutto all'analisi degli scambi commerciali e della localizzazione internazionale delle imprese. Le conclusioni di questi modelli sono state il più delle volte di conforto all'ideologia dell'apertura totale dei mercati e del libero scambio. Ma sono emerse da essi pure delle riflessioni inquietanti sul possibile sviluppo futuro delle relazioni economiche internazionali. Per esempio, in base alle sue analisi Krugman è arrivato a sostenere che l'integrazione dei mercati causata dall'unificazione europea potrebbe scatenare un gigantesco movimento migratorio di capitali e di lavoratori, dalle zone periferiche verso le aree centrali del continente. L'obiettivo di sfruttare al massimo i rendimenti di scala determinati dal gigantismo potrebbe cioè determinare una sorta di "mezzogiornificazione" delle periferie meridionali d'Europa, a tutto vantaggio del quadrilatero industriale situato in prevalenza entro i confini della Germania.



In effetti, non sempre i risultati delle analisi di Krugman hanno trovato conferma nei dati empirici. La tesi della "mezzogiornificazione" delle periferie europee ad esempio trova diversi riscontri ed è in linea generale condivisibile. Tuttavia essa sembra manifestarsi in termini finanziari ancor prima che fisici, e pare aver bisogno di spiegazioni più complesse rispetto al semplice fenomeno tecnico dei rendimenti di scala generati dal gigantismo industriale. Ad un loro esame approfondito, insomma, i modelli di Krugman colgono alcuni nodi cruciali ma non sembrano in grado di andare molto al di là di una lettura superficiale delle tendenze in atto. Il che si spiega, a nostro avviso, con il fatto che le strutture logiche dell'economista americano restano saldamente ancorate al paradigma neoclassico dominante. Riguardo ai suoi modelli di commercio e di localizzazione, basti pensare che essi di fatto si basano sulla eroica tesi neoclassica della piena occupazione dei lavoratori e degli altri fattori produttivi esistenti. Ma una dipendenza analoga dagli stringenti vincoli neoclassici può essere ravvisata anche nei suoi modelli di previsione delle crisi economiche, che molto hanno fatto discutere soprattutto nel corso dell'attuale emergenza finanziaria. Va ricordato infatti che Krugman è stato uno dei più strenui oppositori del Piano Paulson di salvataggio delle banche americane. Egli ha criticato il piano sulla base di considerazioni di buon senso politico, come quella secondo cui lo Stato avrebbe dovuto acquistare direttamente le banche e non semplicemente i loro titoli spazzatura. Tuttavia, riguardo alle determinanti profonde della crisi Krugman ha fornito un'analisi discutibile, che è in linea con la vecchia tradizione della sintesi neoclassica: si tratta infatti di una spiegazione di tipo meramente soggettivo e psicologico, fondata sul rischio di uno stallo nei meccanismi di fiducia necessari al corretto funzionamento del sistema finanziario. E' questa una linea interpretativa che del resto contraddistingue non solo l'economista americano ma anche numerosi osservatori nostrani della tempesta finanziaria, da Lorenzo Bini Smaghi a Francesco Giavazzi. L'idea più o meno implicita di questi autori è che, se si ripristinano i meccanismi istituzionali necessari per risollevare la fiducia, le cose dovrebbero tornare a posto. Alle interpretazioni di Krugman e degli altri è possibile tuttavia contrapporre una lettura alternativa della crisi: quella di tipo oggettivo, tipica delle scuole di pensiero critico, basata sul dato materiale della colossale sperequazione tra profitti e salari. Secondo tali interpretazioni critiche, le origini della emergenza finanziaria possono essere individuate nel mondo di bassi salari che si è voluto creare attraverso anni di deregolamentazione dei mercati, da quelli finanziari a quello del lavoro. Lo schiacciamento mondiale dei salari diretti e indiretti ha infatti aperto una gigantesca forbice distributiva, che non aveva finora avuto riflessi sulla domanda di merci grazie alla capacità degli Stati Uniti di assorbire le eccedenze produttive mondiali tramite una enorme espansione del debito privato. Una volta però scoppiata la bolla del debito, si fa adesso concreto il pericolo che la produzione globale si incagli in una crisi generale, fatta di sproporzioni e di depressioni.
Krugman ha talvolta intelligentemente circumnavigato questa interpretazione critica della crisi. Ma da un premio Nobel allevato al MIT di Boston non si poteva pretendere che sposasse senza indugio una chiave di lettura che un tempo si sarebbe opportunamente definita "di classe". Capita tuttavia che dal punto di vista di un interesse specifico, quello del lavoro, si riescano a individuare in modo assolutamente cristallino le cause profonde delle tendenze storiche in atto, e quindi anche dello sconquasso finanziario di questi mesi. Con o senza l'aiuto di Krugman, dunque, sarà bene in futuro battere su questa specifica interpretazione, materiale e oggettiva, di una tempesta finanziaria che potrebbe a lungo andare tramutarsi in un tracollo occupazionale e retributivo.


14 ottobre 2008

Riccardo Bellofiore : La crisi della finanza e lo Stato interventista

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso il protezionismo. 


Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown, in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti, questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità, il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare, direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro. Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata, ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico, equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci riserva.


14 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : come si salveranno ? Colpendo il lavoro

 

Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi però la crisi si è nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l'ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d'affari più grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell'immenso domino finanziario globale, e c'è da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga.
Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato "subprime capitalism", vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell'usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d'affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Strozza finché puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andrà in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter.
Applicando questa procedura le grandi banche d'affari americane hanno convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati.
Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall'idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano così. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi, e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale è che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi pagherà adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo. Una situazione, questa, che avrà inevitabili effetti a catena: basti pensare ai contratti di copertura del rischio di cambio che il Ministero del Tesoro italiano ha lungamente contratto con Lehman per la collocazione di titoli pubblici sulla piazza americana, e che ora rischiano di non poter essere onorati.



Siamo insomma di fronte alla ennesima, contraddittoria torsione del capitalismo deflattivo del nostro secolo. Da tempo questo sistema impone a tutti i paesi del mondo una politica di schiacciamento dei salari e della domanda interna, e li costringe a cercare sbocchi commerciali all'esterno dei propri confini. Gli Stati Uniti hanno agito per anni da spugna assorbente, domandando ben al di là di quel che potevano acquistare. E questo non certo in virtù di una politica di alti salari, ma al contrario grazie a una spaventosa esplosione di spese finanziate con debiti, che negli ultimi tempi hanno coinvolto anche e soprattutto la classe lavoratrice. Con il diffondersi delle insolvenze tra i lavoratori il sistema è andato in stallo, e adesso si prevedono due diverse vie d'uscita. La prima è quella "capitalistica pura": si lasciano le banche al proprio destino, le più fragili ed esposte falliranno o verranno assorbite, e assisteremo a una ulteriore accelerazione del processo in corso di centralizzazione dei capitali mondiali in poche mani. Questa soluzione trova però un ostacolo nel fatto che gli assetti proprietari e di controllo del capitale finirebbero per subire un vero e proprio terremoto. Per esempio, la finanza asiatica sembra esser tra le poche attualmente in grado di ricapitalizzare gli istituti bancari, soprattutto americani ma in parte anche europei. Non sarebbe certo la prima volta, beninteso, ma in questa occasione l'intervento necessario ai salvataggi potrebbe rivelarsi di tali proporzioni da rendere inevitabile l'ingresso dei cinesi nelle stanze dei bottoni di Wall Street e della City, dalle quali sono stati finora tenuti accuratamente alla larga. Ecco allora che alcuni guru della finanza statunitense ed europea iniziano a levare alte le voci sul pericolo di una recessione globale, e sul rischio conseguente di una reazione neo-protezionista. La diffusione di queste paure verte su un preciso obiettivo strategico: spianare la strada a una soluzione "assistita", ossia basata su un intervento pubblico che permetta di scaricare sui contribuenti occidentali il peso dei rifinanziamenti bancari e che eviti eccessivi scossoni negli assetti di controllo. Quello che suscita maggiori preoccupazioni, comunque, è che in entrambi i casi il sistema scaricherebbe il peso dell'aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli: o attraverso la recessione e la disoccupazione, o tramite un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e delle iniezioni di liquidità pubblica a sostegno del capitale privato in crisi, oppure ancora attraverso una combinazione intermedia delle due soluzioni. Nella storica emergenza in atto, insomma, i lavoratori restano al tempo stesso la variabile residuale per eccellenza, pressata sul piano economico e silente sul piano politico. Un paradosso, questo, dal quale non si uscirà né a breve né in modo necessariamente pacifico.


13 ottobre 2008

Joseph Halevi : il baratro del deficit inghiotte il potere degli Usa

 

Il salvataggio pubblico del sistema finanziario nazionale messo in atto dal governo statunitense ricade principalmente sulla Banca Federale. Gli Usa sono però il maggior paese debitore al mondo mentre i principali creditori, come la Cina, si tengono in una posizione defilata. E tuttavia il timone è ormai passato decisamente nelle mani di quest'ultima, cui si aggiungono l'Arabia saudita, e i paesi del Golfo persico. Nulla però garantisce che nel futuro le zone dell'Arabia rimangano in forma stabile nella sfera di influenza di Washington. Il deficit estero Usa è quindi simultaneamente un problema economico per il paese nonché strategico per le sue classi dirigenti. Il fatto è stato però misconosciuto dalla Federal Reserve Bank. Su queste colonne si è spesso ricordato che il dilagare della liquidità - e quindi della finanza allegra sul piano del credito bancario e del conseguente debito privato - ha controbilanciato fino a ribaltarle le tendenze stagnazionistiche dell'economia Usa nei due trascorsi decenni. Ciò, assieme alla spesa pubblica militare, ha permesso l'espansione dei consumi, dei mutui per l'acquisto di case e dell'occupazione malgrado l'abbassamento da lunga data dei salari reali e la dinamica poco brillante degli investimenti produttivi e infrastrutturali. L'accumularsi del debito con l'estero ha costituito la contropartita di tale andazzo diventando così un fenomeno strutturale. La finanza allegra è cresciuta sotto la guida dell'allora presidente della Fed, Alan Greenspan, che ha anche preso posizioni di sufficienza nei confronti del deficit e debito estero Usa. Per Greenspan l'interesse a mantenere le eccedenze indurrebbe i paesi esportatori a rifinanziare gli Usa investendo in buoni del Tesoro di Washington, in titoli privati e prodotti cartacei derivati Usa. In tal modo la domanda estera di buoni e titoli Usa avrebbe permesso alla Federal Reserve di mantenere saggi di interesse bassi sostenendo la finanza allegra. Assolutamente vero. Tuttavia l'espansione dell'intermediazione finanziaria veniva vista positivamente in quanto le veniva attribuita la funzione di perfezionare l'informazione e di avvicinare il comportamento effettivo degli operatori all'ipotesi dei mercati perfettamente efficienti, ove appunto incertezza e volatilità scompaiono. In questo contesto non vi è alcuna ragione di preoccuparsi del deficit/debito estero Usa in quanto l'intermediazione finanziaria e la globalizzazione dei prodotti derivati porterebbero ad una trasformazione continua del risparmio estero in piazzamenti finanziari negli Usa. La giustificazione ideologica della finanza allegra cessa però di esistere in un mondo di asimmetrie congenite. In uno studio appena pubblicato dal Council of Foreign Relations, il maggior organismo di analisi politicaeconomica-strategica della classe dirigente statunitense, viene invece rilanciata la questione del deficit estero statunitense 
(http://www.cfr.org/publication/17074/sovereign_wealth_and_sovereign_power.html


A chi tocca il cerino acceso ?

Nel lavoro si osserva che le Banche centrali estere rappresentano la fonte principale del finanziamento estero degli Usa., ben più delle somme dei fondi sovrani. Questi ultimi sono società di investimento statali che raccolgono le valute dei proventi delle esportazioni e royalties con l'estero cui si sommano i soldi esteri generati dall'afflusso di capitali. Cina, Norvegia, Singapore, Arabia Saudita, paesi del Golfo e Russia sono i paesi con i fondi maggiori caratterizzati da due eccedenze: quella nei conti correnti e quella finanziaria. Il sistema si basa su asimmetrie che rendono gli Usa vulnerabili. I rendimenti delle attività in dollari detenute dalle banche centrali sono bassi, mentre quando il credito veniva organizzato attraverso il Fmi i criteri di condizionalità richiesti dal Fondo apportavano lauti rendimenti. In realtà per sostenere il dollaro, le banche centrali estere devono scegliere in favore di perdite future, continuando ad accumulare dollari, rispetto a perdite immediate, uscendo dal dollaro e causando una crisi nel tasso di cambio americano. Tuttavia, sostiene la ricerca del Council of Foreign Affairs, i detentori di dollari non possono preferire sistematicamente le perdite future. Essi sono in grado di condizionare la politica monetaria Usa senza ricorrere alla fuga dal biglietto verde ma cambiando la composizione dei loro portafogli in dollari. Attività Usa a basso rendimento possono venire rimpiazzate con altre, sempre in dollari, a rendimento più elevato. In un mondo asimmetrico tali sostituzioni non si controbilanciano. Inoltre la Cina ha raggiunto un'accumulazione di dollari superiore al fabbisogno dettato dalla protezione della sua posizione finanziaria mondiale. Il fenomeno, congiunto al dato che l'interscambio con l'Unione europea supera ormai quello con gli Usa, non può che spingere Pechino a ridurre l'acquisto di titoli titoli Usa. La ricerca sostiene che Washington dovrebbe facilitare lo spostamento del finanziamento estero Usa dalle banche centrali e fondi sovrani statali, che possono prendere decisioni politiche, ad entità private. Il vicolo cieco è immediatamente visibile. Le entità private richiederebbero dei rendimenti effettivi obbligando gli Usa ad effettuare un aggiustamento finora evitato e rifiutato. Tutto sommato a Washington conviene che il debito rimanga nelle mani di istituzioni politiche che, pur destinate a sganciarsi dal dollaro, hanno, sosprattutto nel caso cinese, una maggiore consapevolezza delle asimmetrie che caratterizzano l'economia mondiale.


10 ottobre 2008

Claudio Jampaglia : La disunione europea rispetto alla crisi

  Bastone e carota. L'Europa fa ancora la virtuosa monetaria con gli Usa bacchettando direttamente Congresso e Casa Bianca per il mancato varo del fondo anticrisi: «Il piano vada avanti». La Commissione europea si è spinta ieri a richiamare la «responsabilità particolare» degli Usa nella crisi, invitando le autorità ad agire. Angela Merkel detta pure i tempi: l'Ue si aspetta un varo del piano entro una settimana «condizione necessaria per ripristinare la fiducia dei mercati, cosa di importanza inestimabile» (e capiremo tra poco perché). Da parte sua, la Bce, saluta l'efficacia dell'azione delle autorità pubbliche europee nei casi di Fortis e Dexia, i due ultimi istituti di credito messi al riparo dall'intervento dei governi del Benelux e francese. La preoccupazione della banca centrale europea è quella del limite al soccorso del dollaro. Due giorni fa c'è stato il raddoppio delle linee di scambio monetario fino a 240 miliardi di dollari tra Fed e Bce. Allo stesso tempo la Fed ha autorizzato Europa, Gran Bretagna, Canada, Giappone, Svizzera, Australia e paesi scandinavi a pompare fino a 620 miliardi di dollari di liquidità nel sistema. Il sostengo c'è. Ma ci vuole il piano. Anche perché se non si muovono gli Usa, con un solo governo - sebbene malconcio - come fare a muovere la politica europea?
In attesa che a Bruxelles cerchino la risposta, diversi paesi se la sbrigano da soli. L'aria europea si è fatta densa di preoccupazioni e avvisi di tempesta ai naviganti, così la piccola Irlanda, non potendo contare sulla forza delle proprie riserve, dopo la prima giornata nera per i titoli bancari nazionali, passa al contrattacco: «Il governo irlandese garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria». Un piano immediato che vale per qualsiasi deposito sui conti di Allied Irish Bank, Bank of Ireland, Anglo Irish Bank, Irish Life and Permanent, Irish Nationwide Building Society e Educational Building Society. Il denaro dei contribuenti verrà utilizzato nell'eventualità di qualunque caso di dissesto di uno dei sei gruppi bancari registrati del paese. Garantisce lo Stato. Ad maiora.
Gli Stati, quindi, si muovono. Lo hanno fatto belgi, olandesi e lussemburghesi per Fortis, lo hanno fatto ieri ancora belgi e francesi per Dexia (il più grande istituto di prestiti agli enti locali al mondo) con un'iniezione da 6,4 miliardi di euro in cambio del 50% delle azioni spalmate in diversi istituti di interesse pubblico. E la Borsa apprezza. Dopo le batoste del lunedì più nero da vent'anni, tutti i titoli a rischio risalgono un po' la china. Apprezzamento? Sospiro di sollievo. La vita continua, viva l'intervento pubblico. Vale un po' ovunque nel continente: dall'Islanda che nazionalizza per 600 milioni di euro il 75% del capitale di Glitnir, terza banca del paese; alla Scandinavia con riassetti nel sistema bancario danese (la Roskilde Bank passa a tre banche nazionali dopo un salvataggio governativo) e svedese. Succede anche in Russia, dove lo zar Putin annuncia in tv un prestito di Stato da 50 miliardi di euro tramite "l'istituzione bancaria per lo sviluppo e gli affari esteri": «Qualsiasi banca russa o società si può rivolgere a Vnesheconombank per rimborsare i creditori stranieri su crediti acquisiti prima del 25 settembre». Ad memoriam.
Non succede, invece, in Italia, dove le autorità tengono sott'occhio la situazione, preoccupate, ma niente più. E la Borsa italiana ieri era l'unica al palo in Europa, con Unicredit, sospesa per il secondo giorno di fila più volte dalla contrattazioneche sprofondava a un -12%. «Le conseguenze sul sistema bancario e assicurativo italiano della crisi finanziaria americana rimangono contenute e la situazione di liquidità delle banche italiane è adeguata», dice il Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria. Insomma, Tremonti, Draghi, Cardia e Giannini ovvero governo, Bankitalia, Consob e Isvap (organismo di controllo delle assicurazioni) stanno alla finestra. L'America è lontana, ma i nostri o stanno dall'altra parte della luna o non ci raccontano tutto. Fiducia, calma e poca trasparenza? Lo sapremo presto.
Anche perché il credit crunch europeo, la stretta del credito che spaventa più di ogni cosa gli operatori finanziari, è ormai innescata. Lo dice un dato semplice e finora secondario: i depositi di istituti di credito presso la Banca centrale europea cresciuti giorno per giorno in queste settimane. Un vero paradosso della crisi che funziona così. Le banche stanno attingendo ai prestiti d'emergenza della Bce. Da giugno le aste dell'autorità monetaria per irrorare di liquidità il sistema creditizio ormai asfittico sono già state 15 a botte di decine di miliardi di euro la volta. E vanno a ruba con richieste del doppio o del triplo. Anche le aste più costose. E' successo l'altroieri con 15,5 miliardi di euro di prestiti d'emergenza della Bce a un tasso di 5,25% (c'erano richieste per 77 miliardi). Ma nell'attuale crisi il timore di prestarsi soldi tra banche e di restare senza fondi è così forte che una volta comprata la desiderata liquidità dalla Banca centrale, gli istituti tornano a depositarla proprio presso l'istituto di Francoforte a un tasso più basso (il 3,25%) di quello che avrebbero sul mercato. 44 miliardi di euro sono già stati messi nella cassaforte della Bce. Un segnale che per molti dovrebbe convincere la Bce a tagliare i tassi. Perché se le banche comprano soldi e li mettono al riparo a un prezzo più basso, vuole dire che decidono di perderci sopra gli interessi, piuttosto che andare sul mercato e prestarli ad altri banche con margini di guadagno più alti, fanno il contrario del loro mestiere. D'altronde in tutto il mondo i tassi interbancari (quelli a cui si prestano soldi le banche tra loro) sono alle stelle. Siamo oltre il 5% per i prestiti a oltre un mese. Una situazione di avversione a qualsiasi rischio oltre l'orizzonte delle 24 ore. E chissà che succede domani? E se le banche non si fidano delle altre banche, non si fidano del mercato, non si fidano dei conti, noi cosa dovremmo pensare?
Anche i fondi comuni (quelli che gestiscono il risparmio di milioni di cittadini) sono in fuga dai mercati monetari globali e si coprono con obbligazioni e titoli di Stato più affidabili. Gli Stati poi emettono titoli per sostenere la propria esposizione proprio nei salvataggi bancari e ancor più per sostenere le banche centrali che continuano a prestare denaro alle banche e sostenere il sistema (l'ultima asta italiana di Btp e Cct per 6.75 miliardi si è chiusa giusto lunedì). E il girotondo si conclude, con noi. Cittadini. Solo che non lo sappiamo ancora.


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