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25 aprile 2009

Siamo tutti resistenti ?

Prendo in prestito il titolo dal Domenicale del Sole-24 Ore, dove Emilio Gentile commentando un testo di Mario Dal Pra sulla guerra partigiana, fa alcune considerazioni che si inseriscono nel pensiero unico bipartisan che si sta affermando in questo periodo storico nel nostro paese. Ovviamente non sono d'accordo con molte delle cose che dice Gentile.
In primo luogo il suo desiderio di chiudere un'epoca nella storia della coscienza politica italiana, fatta di contrapposizioni spesso retoriche per approdare ad uno stato in cui ogni giudizio sia pronunciato con intendimento storico, ebbene questo desiderio mi lascia perplesso.
Perchè presuppone positivisticamente una storia di fatti o di documenti a cui (anche qui retoricamente) si contrappone una storia ideologica che sarebbe stata sin qui portata avanti. Non è stato così, non sarà così. Perchè già è discutibile un giudizio storico che non sia contaminato dalla progettualità politica, o quanto meno dalla razionalità rispetto ai valori.
Nè mi convince la tranquillità con cui gentile cita De Felice per cui non è possibile negare l'importanza del movimento di liberazione. Perchè tale negazione non si realizza nel livello del ricordo celebrativo, ma molto più pericolosamente nella riflessione che si sta facendo sulla nostra Costituzione, Costituzione che è il parto attuale e duraturo della Resistenza e della Liberazione.
Nè sono d'accordo sulla valutazione negativa del concetto (Gentile parla anche qui di mito) della Resistenza tradita, che sarebbe stato usato per avvalorare posizioni di rottura con l'ordine democratico (qui Gentile condivide un ragionamento di Giorgio Napolitano). Questo per due motivi : il primo che l'uso di un concetto finalizzato ad azioni immorali non svaluta il concetto ma semplicemente l'uso che ne è stato fatto e di cui rispondono in concreto coloro che hanno operato con effetti moralmente rilevanti. Estendere in questo caso in maniera nebulosa l'ambito della responsabilità  serve a soffocare il dibattito politico sulla Resistenza e sulla Costituzione, non certo a liberarlo da certe pastoie. Il secondo motivo è che le organizzazioni terroristiche cosiddette di sinistra hanno avuto almeno una velleità per quanto distorta di comunicare le proprie ragioni e dunque di porsi nello spazio pubblico. Proprio per questo sono state identificate e debellate. Nel frattempo a distanza di decenni noi non sappiamo gli autori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, anche perchè altre parti politiche si sono nascoste dietro il garantismo, la reticenza se non l'omertà e nessuno ha portato neanche una velleità di giustificazione del proprio operato nello spazio pubblico. E questo non per modestia o per consapevolezza morale, ma per vigliaccheria e per volontà di perpetrare l'intento doloso nascosto dietro queste azioni. Allora più che di criticare la Resistenza tradita, sarebbe il caso di indagare con più determinazione sul tradimento della Resistenza che è evidente in tutto quello che è successo in questi decenni. 



Anche perchè, come ho già detto, il tradimento della Resistenza non è un concetto paranoico, ma ciò che si evince (attraverso un'interpretazione criticabile come tutte le interpretazioni) dagli eventi che si sono succeduti, ma anche dalla storia della nostra Costituzione materiale, storia che da molti che non hanno niente a che fare con il terrorismo è stata vista come una storia di una spesso consapevole disapplicazione. Una disapplicazione che poi è stata sbolognata come prova del fatto che la Costituzione va rivista. E nel dibattito attuale sulla Costituzione, tale ipocrisia è palpabile anche nei ragionamenti di quelli che la Costituzione la dovrebbero difendere : la contrapposizione tra prima e seconda parte della Costituzione (la prima inviolabile dei principi, la seconda caduca delle istituzioni) è anch'essa retorica, dal momento che non pone come primo nodo problematico quello del rapporto di coerenza tra le due parti, un rapporto che potrebbe porre non pochi dilemmi a chi voglia intraprendere in buona fede tale opera di riforma (per quelli in malafede la coerenza basta salvarla con comunicati stampa fatti ad hoc).
Non continuo nell'esegesi dell'articolo di Gentile : basta vedere come il suo intendimento storico si schianta sulla visione manichea che ha del Partito comunista Italiano, inteso come mero manipolatore del mito. Ma voi avevate creduto alle sue buonissime intenzioni ?
In ultimo, faccio notare come nella Repubblica che si dovrebbe reggere sul lavoro, da un lato le morti bianche si buttano, dall'altro la Fiat a Mirafiori voleva che si lavorasse lo stesso il giorno della Liberazione, scatenando un putiferio. Ciò a dimostrare che a fronte delle celebrazioni bipartisan (condite da combattenti della Repubblica sociale in buona fede, manco fossero Arjuna nel pieno del suo dilemma morale), si avverte un calpestìo quotidiano degli ideali nati dalla Resistenza, rumore di fondo che ormai copre l'assoluta mancanza di informazione che caratterizza il dibattito politico che si svolge nel nostro paese


8 marzo 2009

Giorgio Baratta :La cosmopoli di Gramsci, antidoto al leghismo

 Il crollo del socialismo reale e il rigonfio dell'americanismo, la violenza arrogante dell'era Bush e il trionfo dei fondamentalismi che mette in crisi le acquisizioni del postcolonialismo, la globalizzazione economica e mediatico-culturale, ora la crisi, hanno determinato e determinano in varie parti del mondo il risveglio di interesse per il pensiero di Gramsci. In un senso paradossale, ma non peregrino, il suo modo-metodo di pensare appare per alcuni versi più attuale oggi rispetto al periodo nel quale egli scriveva. La sostanza internazionale del pensiero di Gramsci e, insieme, il motus - crescendo regionale-nazionale-continentale-mondiale che essa sprigiona, sono la ragione della sua fortuna oggi, diversa da quella di ieri. Il focus sta nella consapevolezza della mondializzazione della politica a dominanza americana, a fronte della certezza che la filosofia della prassi, animata da un autentico «filosofo democratico» o «pensatore collettivo», delinea o può delineare un orizzonte pratico-teorico nel quale morendo, come muore, il "vecchio", si profila all'orizzonte il "nuovo", anche se per ora, come Gramsci scrive nel Quaderno 3, «non può nascere». Che cosa fosse e cosa potrà essere questo "nuovo", è il suo, e nostro, sogno di una cosa. Nel Quaderno 1 Gramsci rivendica, differenziandosi da Lenin e dalla linea di pensiero dell'Internazionale, la fioritura di una nuova fase del capitalismo, che si annuncia attraverso il primato economico e politico degli Stati Uniti e l'egemonia americana/americanista. In questo contesto egli ripropone la questione meridionale - affrontata a livello tutto italiano nelle Tesi del 1926 - in una dimensione internazionale, rispetto alla quale l'emblematico, per l'Italia e l'Europa «mistero di Napoli», si ricollega a tutti i Sud del mondo, in particolare a quei Paesi asiatici, come «l'India e la Cina», ove si presentano il «ristagno della storia e l'impotenza politico-militare». Tuttavia già nel Quaderno 2 Gramsci lumeggia un possibile transito: «Se la Cina e l'India diventassero nazioni moderne, con grandi masse di produzione industriale» e «si sposterà l'asse della politica mondiale dall'Atlantico al Pacifico», che cosa accadrà? Si capisce bene la prudenza politico-programmatica di Gramsci in un «mondo grande e terribile» che risulta, «specialmente per chi è in carcere, sempre più incomprensibile». 



Un punto fermo è l'insistenza, anche metaforica ed espressiva, di Gramsci sulla categoria "mondo", spia della centralità del cosmopolitismo=nuovo internazionalismo nel ritmo del suo pensiero. Gli studi geo-politici e culturali (ad es. di Boothman, che interverrà sull'Islam a Cagliari) hanno avviato la «filologia vivente» di questa dimensione.
Banco di prova di un «moderno cosmopolitismo», a partire dal «vecchio centro», in via di sfaldamento, è, per un verso, la «crisi italiana», per altro la questione europea. Di qui la singolare e problematica, ma efficace espressione: «una nuova cosmopoli europea e mondiale». A che cosa pensa Gramsci?
Nel Quaderno 9 leggiamo: «Nel Risorgimento, Mazzini-Gioberti cercano di creare il mito di una missione dell'Italia rinata in una nuova Cosmopoli europea e mondiale, ma è un mito puramente verbale e cartaceo». A fronte di questo cosmopolitismo «tradizionale, gonfio di retorica e di ricordi meccanici del passato», che aspira a modernizzarsi coniugandosi, sia pure da posizioni arretrate, con l'«uomo-capitale», Gramsci ribadisce che «l'espansione italiana è dell'uomo-lavoro non dell'uomo-capitale. Il cosmopolitismo italiano non può non diventare internazionalismo. Non il cittadino del mondo, in quanto civis romanus o cattolico, ma in quanto lavoratore e produttore di civiltà». E' cieco chi non veda in questo passo lungi-mirante un modello passato del ricongiungimento, che il presente quadro politico italiano ci offre, tra le godurie mediatiche dell'«uomo capitale» e i rigurgiti clerical-fascisti di «ricordi meccanici del passato». Quel che stona con l'oggi è evidentemente la pars costruens , che manca, cioè l'italiano uomo-lavoro produttore di civiltà.
Dalla Sardegna all'Italia, all'Europa, al mondo: «l'unificazione del genere umano» - analiticamente la ripresa di ciò che Marx una volta chiamò il «comunismo del capitale», progettualmente la trasformazione del senso comune in comunismo socialista - è un leit-motiv nascosto, a volte affiorante, nelle pieghe di tutti i Quaderni . Abbiamo parlato dell'Italia. Guardiamo all'Europa, anche qui nella tensione passato-presente. L'"europeismo" di Gramsci è una convinzione fortissima. Dal quaderno 6: «Esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione sarà realizzata la parola "nazionalismo" avrà lo stesso valore archeologico che l'attuale "municipalismo"».
Il punto delicato, oggi in questione, è il nesso che Gramsci stabiliva tra Europa e Nuova Cosmopoli. Si registra un paradosso: mai come oggi l'unione europea è apparsa tanto fragile e politicamente inconsistente; mai come oggi, tuttavia, la ricerca di un'alternativa al "nuovo ordine mondiale" "di marca americana" dimostra un bisogno urgente di iniziativa dell'Europa - "potenza di mediazione" - congeniale a quella che Gramsci chiamava «una moderna forma di cosmopolitismo». La gramsciana dialettica del contrappunto tra forme plurime di appartenenza e comunanza degli individui, ha rappresentato e rappresenta una grande sfida contro la tragica mania identitaria che ha in gran parte caratterizzato, in difetto di prospettive concretamente internazionaliste, la storia del Novecento e di questo inizio di secolo. Così Gramsci ha potuto ragionare sul valore politico del suo ancoramento alle proprie radici in Sardegna e insieme ha esplicitato l'esigenza di una radicale fuoriuscita dal suo originario «triplice o quadruplice provincialismo» al fine di abbracciare una coscienza, più che nazionale, "europea": coscienza difficile, che non può, né deve chiudersi in se stessa, in un'epoca, come si dice nel Quaderno 2, nella quale «l'Europa ha perduto la sua importanza e la politica mondiale dipende da Londra, Washington, Mosca, Tokyo più che dal continente».
Il nostro Convegno affronta Gramsci e la "sua" Europa fuori dell'Europa: tematizza la presenza dell'Asia e dell'Africa nel suo pensiero, e insieme l'attualità di esso in questi continenti. Sono noti i processi di studio e di uso produttivo di Gramsci in Asia, come dimostrano i Subaltern Studies fondati da Guha in India. E l'Africa? Il Convegno è una promessa, quale tematizzazione di un argomento certo secondario, ma non irrilevante nei Quaderni. Uno studioso della letteratura senegalese immaturamente scomparso, Werner Glinga, delineò, in una magistrale analisi nel Convegno romano del Cipec del 1987, nel quale fu concepita la IGS, il "triangolo della schiavitù" tra Africa, Europa, America, che Gramsci aveva tenuto presente. Il grande intellettuale nero Cornel West - allora consulente di Jesse Jackson, candidato alternativo a Reagan per la presidenza degli Stati Uniti, così come quest'anno è stato un promotore della candidatura di Obama - mise in guardia, in una videorelazione a quello stesso convegno, dall'uso dell'apocope "afro-americano", sottolinando la necessità, financo linguistica, di lasciare spazio all'eredità africana della nazione americano-statunitense.
Certo ancora non sappiamo in che cosa consisterà quella che già che viene chiamata l'era Obama. Siamo solo agli albori. Tendenzialmente i suoi compiti si possono caratterizzare con l'articolazione: riforma economica, rivoluzione simbolica, mutamento dello scenario internazionale (per non parlare di ecologia): momenti diversi - difficile dire se solidali o in contrasto tra loro - di una medesima problematica, estremamente complessa.
Come si presenterà il volto dell'America e dell'americanismo con Obama? Che cosa dirà Gramsci?


7 marzo 2009

Luigi Vinci : i grandi meriti del Pci, un partito democratico

 

Ho trovato sorprendente l'intervento con il quale Franco Russo descrive il Pci come forza sostanzialmente di normalizzazione del conflitto sociale, e trovo molto ragionevole l'invito di Alberto Burgio a evitare le analisi a metà e aprioristiche dei complicati fenomeni storici. Ancora, credo che Paolo Ferrero abbia ragione a sottolineare come in Italia l'abbandono dell'appartenenza alla sinistra comunista sia stato, dalla Bolognina a Nichi Vendola, la foglia di fico ideologica del passaggio verso posizioni subalterne. L'unica cosa su cui concordo con Franco, forse, è che con l'enfasi retorica sull'appartenenza al comunismo non si risolve nessuno dei nostri non facili problemi di rilancio di consenso e di più ampio radicamento sociale. I bravi comunisti si caratterizzano per essere concreti. Inoltre ravviso, nelle risposte all'intervento di Franco, il pericolo di torcere il bastone dall'altra parte, ovvero di sottovalutare la necessità di una ricerca non minimalista orientata alla rifondazione culturale e strategica del comunismo, ragionando sia su errori e fallimenti storici che sulle questioni della contemporaneità.
Le ragioni della trasformazione a larga maggioranza del Pci in Pds e poi Ds sono state, intuitivamente, di lunga lena e complesse, e purtroppo manca a tuttora un'interpretazione che le tenga assieme. Provo a esporre alcune ipotesi (senza nessuna pretesa di completezza e neanche di rigore).



Intanto occorrerebbe ragionare sul complesso dei fattori che fecero del Pci un partito di grandi dimensioni, di larghissima influenza sociale e di forte egemonia su gran parte della cultura italiana. Sono stati molto menzionati in passato gli orientamenti unitari e democratici adottati nella lotta al fascismo, successivamente il ruolo avuto nella tenuta e nel consolidamento della democrazia e, anche attraverso l'azione della Cgil, il contributo alla crescita delle condizioni materiali delle classi popolari, sul terreno dei salari e su quello dello "stato sociale". Sono stati invece trascurati il fondamento teorico di queste scelte e cioè la riflessione teorica di Antonio Gramsci e la consuetudine a questa riflessione da parte di Palmiro Togliatti. A Gramsci è sempre stato riservato, nel grosso della sinistra italiana, un ruolo bizzarramente contraddittorio: di essere posto tra le proprie icone fondamentali e di essere ignorato, salvo che da figure di intellettuali e da pochi dirigenti di partito. Affermerei dunque come, nonostante l'appartenenza a un campo di forze stalinista (marxista-leninista") e il ruolo dominante dello stalinismo nella formazione di militanti e quadri, il Pci debba proprio a Togliatti, e con Togliatti a Gramsci, quelle posizioni che ne fecero un partito capace a lungo di grandi risultati democratici e sociali. Certo Togliatti non fu un gramsciano "puro", mediò invece, anche con convinzione, la riflessione di Gramsci allo stalinismo. Ma non è possibile ignorare le nozioni gramsciane di "egemonia", "blocco storico", "guerra di posizione" nell'individuazione delle basi teoriche delle posizioni del Pci nella Resistenza, alla Costituente e in fatto di "partito di tipo nuovo" di massa e aperto ai "ceti medi".
Occorrerebbe poi ragionare sul fallimento, invece, di quella che a me pare essere stata la fondamentale ipotesi strategica di Togliatti in fatto di sblocco della situazione italiana, vincolata all'appartenenza al campo di egemonia degli Stati Uniti. Opportunamente all'Italia Togliatti aveva evitato di fare la fine della Grecia: essa però non era entrata nel migliore dei mondi possibili. Togliatti pensava che la situazione italiana sarebbe stata sbloccata dall'espansione del "campo socialista" e, in esso, dell'Unione Sovietica. Questo campo si sarebbe via via rafforzato economicamente, politicamente e militarmente, il tenore di vita delle sue popolazioni sarebbe cresciuto sino a superare quello delle popolazioni occidentali: ciò che avrebbe messo in discussione gli equilibri dell'Europa occidentale. In realtà accadrà esattamente il contrario. La rivolta popolare nel 1956 in Ungheria e in Polonia già scosse molte certezze, soprattutto esse lo saranno dalla "primavera" cecoslovacca del 1968. E il Pci si troverà così, nell'insieme, senza una prospettiva strategica di ricambio. Certo, c'era Gramsci come possibilità: ma, come ho scritto, era soprattutto un'icona, la cultura di fondo dei quadri era un superficiale marxismo-leninismo. Si aprirà perciò una crisi dentro alla quale chi aveva l'idea di riqualificare il senso dell'appartenenza comunista si sarebbe trovato in minoranza dinanzi al grosso dei quadri di partito. Toccherà anche a Enrico Berlinguer, mi pare, di trovarsi in questa situazione.
Occorrerebbe infine ragionare sugli effetti di una tale crisi di prospettiva strategica e, a monte, della crisi verticale, che poi diverrà crollo, del "campo socialista" sugli animi e sui modi di pensare di quella grande massa di quadri che, grazie ai risultati democratici e alla grande influenza sociale del Pci, erano diventati tranquilli e stabili funzionari di partito, dei sindacati e delle "organizzazioni di massa", sindaci, presidenti di province, amministratori, consiglieri, funzionari di comuni, province e gruppi consiliari. Non mi pare così strano che, in molte vie poco consapevoli, attraverso "passaggi molecolari" (sempre Gramsci) spesso intrecciati a nuovismi confusionari, essi in gran parte si siano alla fine trovati a subire l'egemonia avversaria, sino all'introiezione, a un certo momento, del liberismo, divenuto dominante in tutto l'Occidente.


11 febbraio 2009

Adalberto Minucci : Bolognina che errore !

 

Ritengo possibile sostenere che l'esperienza del Partito comunista italiano sia stata la più vicina alla concezione teorica del comunismo propria di Marx. Sotto questo profilo si può leggere il fatto indiscutibile che il Pci è stato il partito comunista più forte nell'Occidente del moderno capitalismo industriale. Anche se in un certo periodo l'influenza dell'ideologia terzinternazionalista indusse numerosi comunisti italiani a compiere l'errore di privilegiare i fenomeni dell'arretratezza capitalistica (e del "capitalismo straccione"), non vi è dubbio tuttavia che il Pci sia stato il partito della sinistra che più di ogni altro, non solo in Italia, ma in Europa, ha posto la questione del cambiamento e del socialismo - a partire dalla grande esplorazione gramsciana - nel cuore del mondo industriale, assumendone lo sviluppo e la modernità come terreno di confronto .



Gramsci pone con molta forza la necessità che la classe operaia si liberi dei propri limiti corporativi e tenda a conquistare il consenso non solo attorno a un programma politico immediato, ma anche alla definizione di nuovi valori, elaborando un proprio "modello industriale" e una riforma intellettuale e morale della società. Essa «deve essere dirigente ancora prima di conquistare il potere governativo, questa è anzi una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere». In altre parole, la classe operaia deve trarre dalla propria collocazione produttiva non solo la forza della compattezza, ma anche un nuovo livello di cultura, che la metta in grado di esplicare sino in fondo la propria qualità di «classe dei produttori», di «produrre meglio della borghesia».
E' interessante, sotto questo profilo, la polemica di Gramsci (sull' Ordine Nuovo del giugno 1919, ancora adesso attualissima) contro un certo estremismo:
«Chi basa la propria azione sulla mera fraseologia ampollosa, sulla frenesia parolaia, sull'entusiasmo romantico, è solo un demagogo, non è un rivoluzionario. Sono necessari, per la rivoluzione, uomini dalla mente sobria, uomini che non facciano mancare il pane nelle panetterie, che facciano viaggiare i treni, che provvedano le officine di materie prime e trovino da scambiare i prodotti industriali con i prodotti agricoli, che assicurino l'integrità e la libertà personali dalle aggressioni dei malviventi, che facciano funzionare il complesso dei servizi pubblici e non riducano alla disperazione e alla pazza strage internecina il popolo. L'entusiasmo verbale e la sfrenatezza fraseologica fanno ridere (o piangere) quando uno solo di questi problemi deve essere risolto anche in un villaggio di cento abitanti».
Non a caso Togliatti pose con grande vigore l'eredità gramsciana alla base della rinascita del Pci e alla definizione dei caratteri del "partito nuovo" nell'immediato dopoguerra. Più recentemente, l'acuta attenzione di Berlinguer ai fenomeni della "crisi di tipo nuovo" dei sistemi capitalistici si traduce in una serie di intuizioni che rinnovano profondamente la strategia del Pci e la avvicinano ad alcune delle grandi astrazioni di Marx. Così è quando stabilisce un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l'impoverimento crescente di una grande parte dell'umanità. E ne deduce la necessità di un nuovo modo di produzione e di una politica di austerità e di rigore.
Oggi è difficile negare che la cosiddetta "grande svolta" della Bolognina - vale a dire l'abbandono non solo del nome, ma della storia, del patrimonio politico e ideale del Pci - abbia aperto la strada a un indebolimento grave del movimento operaio e della democrazia italiana. Un atteggiamento meno opportunistico avrebbe dovuto indurre non solo a difendere, ma a valorizzare quell'enorme eredità. Ancora una volta, in altre parole, la diversità del Pci avrebbe dovuto essere impugnata come patrimonio essenziale della cultura italiana. Il fatto che ciò non sia avvenuto si riflette anche in un abbassamento della vita culturale del paese. La gravità della "crisi generale" rende necessario e urgente che emerga sul piano politico e sociale una forza di sinistra in grado di proporsi essa stessa come nuova cultura. Sinistra e cultura hanno costituito, dalla lotta contro il
fascismo in poi, un binomio inscindibile nella storia della società italiana. Occorre riprendere il cammino.


9 febbraio 2009

Alberto Burgio : Il socialismo reale e il Pci non ci sono più. Il mondo e l'Italia sono migliori ?

 

Di solito chi a sinistra se la prende con la storia del comunismo butta a mare il cosiddetto «socialismo realizzato» (cominciando dall'Unione sovietica, che ne fu fondamento e metropoli) e cerca di salvare il resto: le idee, la storia delle lotte, l'esperienza di qualche partito comunista. Nella sua foga demolitrice, il compagno Franco Russo va oltre e non risparmia nulla e nessuno. Lo guida la ferma convinzione che il comunismo (in blocco: teoria e pratica politica) sia sinonimo di conservazione e repressione. E che, per contro, l'anticapitalismo sia appannaggio di posizioni culturali e politiche diverse dal comunismo. Che convinzioni del genere alberghino nella mente di un dirigente di Rifondazione comunista può forse sorprendere, ma è soltanto un piccolo indizio delle difficoltà in cui la sinistra di classe si dibatte. È sempre più difficile, di questi tempi, definire la propria cultura politica, collocare il proprio impegno, rintracciare i propri antecedenti. Anche questo è il portato di una sconfitta epocale.
Dunque la storia del comunismo lascia, secondo Russo, soltanto cumuli di «macerie». Non credo abbia ragione, né per l'Urss e il «socialismo reale», né, tanto meno, per il Pci, la demolizione del quale è il principale obiettivo della sua invettiva.
L'Unione sovietica nacque dal primo tentativo riuscito di costruire uno Stato diretto dal proletariato operaio e contadino. Le conseguenze di quell'evento rivoluzionario furono di immensa portata non solo per le popolazioni dell'ex Impero zarista, emancipate da condizioni di servaggio feudale, ma anche per le masse lavoratrici dei Paesi capitalistici (il welfare, le socialdemocrazie), per i popoli colonizzati, per le stesse democrazie occidentali, sfidate dal nazifascismo e salvate dalla vittoriosa resistenza dell'Armata Rossa. Dire questo non significa dimenticare la collettivizzazione forzata delle campagne, le purghe staliniane, il gulag, la repressione del dissenso, la degenerazione oligarchica dei gruppi dirigenti e delle tecnocrazie. Significa soltanto evitare bilanci monchi. Utili, forse, a costruire arringhe, ma non a capire la complessità degli accadimenti storici. Qualche giorno fa Lancet ha pubblicato i risultati di una ricerca sugli effetti sociali della vittoria del capitalismo nell'ex-Urss. Si parla di un aumento della mortalità del 12,8% tra il 1991 e il '94, cioè della morte di un milione di persone, alle quali era stato brutalmente tolto il lavoro e quanto in Unione sovietica era, bene o male, garantito a tutti: casa, assistenza sanitaria, vacanze, un'idea di sé e della propria funzione sociale. Anche se questa notizia disturba la critica «radicale» del «comunismo realizzato», bisognerebbe ugualmente tenerla presente nella formulazione dei propri giudizi. 



Riguardo al Pci, l'unilateralità di Russo è disarmante. Per ciò che dice: tutta la storia del Pci gli pare inscritta dentro la cornice delle «compatibilità», scandita da un'ossessione autoritaria e normalizzatrice, irretita in un'ottica conservatrice, moderata e «governista», motivata da una incoercibile avversione nei confronti dei movimenti (quello studentesco nel '68 in primis, ma anche quello sindacale, che il Pci avrebbe sistematicamente tentato di ridurre a «cinghia di trasmissione»). È disarmante, questo bilancio, anche per ciò che omette: la resistenza al fascismo sino alla Liberazione; la Costituzione repubblicana; l'educazione delle masse lavoratrici alla partecipazione politica; le lotte contro Scelba, Tambroni e il neofascismo; il sostegno alle lotte bracciantili nel Mezzogiorno e alle lotte operaie per la democrazia in fabbrica negli anni Settanta. Una parte diventa il tutto, una storia lunga e complicata risulta appiattita in un'immagine astratta e fuori dal tempo.
Non ripeterò quanto ho appena osservato a proposito della dubbia utilità dei bilanci a senso unico. Piuttosto, meraviglia come Russo non si ponga una domanda inevitabile: come mai la fine dell'Urss e la liquidazione del Pci non hanno fatto fare all'Italia e al mondo intero un balzo in avanti verso quella libertà degli uguali che giustamente Russo considera meta da perseguire? Se i suoi giudizi cogliessero nel segno, in questi vent'anni avremmo assistito ovunque a trasformazioni progressive e questo Paese avrebbe percorso di slancio il cammino verso una compiuta democrazia. Come mai non è accaduto niente di tutto questo e invece ci lasciamo alle spalle un ventennio di guerre di inaudita e crescente violenza; continue violazioni del diritto internazionale; la devastazione dello Stato costituzionale; l'esasperazione delle ingiustizie sociali; l'immiserimento delle masse subalterne, il supersfruttamento del lavoro subordinato? E come mai dai primi anni Novanta questo Paese è venuto via via cancellando i diritti del lavoro e svuotando di senso la Carta costituzionale? Come mai ha radicalizzato le ineguaglianze, dilapidato il pluralismo politico, compromesso la libertà di informazione, riabilitato il fascismo, seminato i germi di un nuovo razzismo?
Intendiamoci. Nessuno nega che tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta nel Pci si siano verificati processi degenerativi, dei quali peraltro lo stesso Berlinguer ebbe chiara e angosciata coscienza. Ha ragione Russo: l'occhettismo non nacque dal nulla e all'improvviso. Ma non è vero che esso figurasse nel patrimonio genetico del Pci. Fu invece il frutto maturo di una mutazione che trasformò radicalmente parte del gruppo dirigente. Questa è una storia che attende ancora di essere scritta e che ci porta dritto sino a noi. Una storia che parla di congedo dal mondo del lavoro e dal conflitto di classe. Di caduta della tensione critica. Di rinuncia all'impegno trasformativo. Di omologazione e di opportunismo e di subalternità culturale al capitale. Ma appunto: questa fu la fine del Pci, non la storia del Pci.
D'altra parte, non è proprio il caso di concedersi infantili autoassoluzioni. Se la sinistra italiana è in questo disastro, non c'è nessuno che possa chiamarsi fuori, addossando ogni responsabilità, inadeguatezza o errore agli altri: agli eterni padri, con i quali i conti restano ancora aperti dopo quarant'anni e nutrono inestinguibili risentimenti. La sconfitta è di tutti e raccomanda a ciascuno modestia e serietà. Quella meta che Russo addita - l'uguaglianza dei liberi, la libertà degli eguali - non è chiaro a nessuno come conseguirla. Di certo non consente le evasioni utopiche care al pensiero libertario. Pone, al contrario, i problemi dell'organizzazione, del potere e del comando. E impone di fare duramente i conti con il modo di produzione, radice ultima del dominio e dell'ineguaglianza.
Sostiene il compagno Russo che l'anticapitalismo non sia affare dei comunisti. È un punto di vista singolare, che meriterebbe di essere illustrato nel dettaglio. Sarebbe interessante conoscerne i presupposti che - immagino - ispirano una così implacabile requisitoria anticomunista. Chissà che non scopriremo finalmente, a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, una nuova direzione di marcia per le nostre battaglie. Mi permetto soltanto di segnalare un rischio. Chi, in cerca del nuovo, getta alle ortiche l'eredità della storia, si ritrova il più delle volte al punto di partenza, come nel vecchio giuoco dell'oca. Ce lo ricordano altri compagni, sino a ieri con noi, tornati proprio in questi giorni a invocare la nascita di un partito post-comunista dalemiano dopo la «parentesi» di Rifondazione. «Heri dicebamus»… a proposito di risorgente, o mai estinto, occhettismo.


18 gennaio 2009

Luciana Castellina : Non facciamo morire due volte Jan Palach. La primavera di Praga era comunista.

 

Se qualcuno pretendesse di parlare di una persona limitandosi a raccontare il suo funerale la cosa verrebbe ritenuta perlomeno bizzarra. E invece è proprio questo metodo che, col generale consenso di media e di storici, è stato adottato per parlare di Praga: molta enfasi sull'ingresso dei carri armati sovietici - evento certamente decisivo - ma neanche una parola su ciò che è stata la straordinaria stagione che - come ha recentemente ricordato Anthonin Lyehm, che dirigeva Lyterarny Listy ( il giornale più seguito all'epoca, un milione di lettori su 15 di abitanti ) - è durata almeno 10 anni. Da quando si dette il via ad una riforma che via via mutò nel profondo la società cecoslovacca.

 
Ota Sik

Silenzio anche, sebbene ora ci si sia improvvisamente ricordati di Jan Palak, su quello che è stato il periodo della normalizzazione successiva all'invasione del patto di Varsavia, nel cui contesto è inserito il sacrificio del giovane praghese che - in significativa sintonia con il gesto dei bonzi vietnamiti - si dette fuoco sulla piazza San Venceslao. Perché quella fase fu forse persino peggiore dell'invasione. Alla fine infatti fu accettata anche da chi contro i carri armati aveva protestato: governi piegati alla cosiddetta real politik, e partiti di sinistra (non certo, in Italia, il solo Pci) che si disinteressarono di come la maggioranza dubceckiana del Pc cecoslovacco aveva reagito e della sorte politica degli esuli. Chi, fra l'altro, se non il solo Manifesto, pubblicò nei mesi successivi, le tesi di quel partito, che aveva tenuto subito dopo l'agosto il suo XIV congresso, clandestino, nelle officine Ckd presidiate dalle milizie operaie che ancora avevano potuto resistere? A noi le passò proprio Anthony Lyehm (e le tradusse Luciano Antonetti), ma non fummo certo i soli a poterne disporre. Fummo però i soli a pubblicarle. Il momento più duro della nostra polemica con il Pci che poi ci radiò non fu infatti nell'agosto del 1968, al momento dell'invasione di Praga, perché, sebbene limitatamente (ma sempre più vigorosamente della direzione dello Psiup) questo partito aveva protestato. Fu un anno dopo e proprio per la disattenzione alla drammatica normalizzazione intervenuta. Lo storico editoriale della rivista Il manifesto - «Praga è sola» - è non a caso del luglio 1969.
Questi vuoti storici, che accompagnano ora anche il ricordo di Jan Palach, vogliamo ricordarli non per toglierci la soddisfazione di rammentare che noi avevamo visto giusto e in tempo. È perché senza parlare di cosa fu la Primavera di Praga e poi la normalizzazione, si stravolge il senso degli avvenimenti. Innanzitutto che quel tentativo di riforma fu avviato e diretto da comunisti, e che loro furono poi le vittime principali della repressione. La normalizzazione fu accettata di fatto perché aiutava a far dimenticare il senso di quel tentativo di salvare l'esperienza comunista, che, ove fosse riuscito, sarebbe stato assai pericoloso per la Mosca di Breznev, ma anche per la destra di casa nostra. Per questo si preferisce parlare del suo funerale piuttosto che della sua vita; per questo non si racconta fino in fondo nemmeno il dopo invasione.
Ha detto ancora Liehm intervenendo in una tavola rotonda della Fondazione della Camera dei Deputati: «La Primavera cecoslovacca non è la prova dell'impossibilità di riformare il socialismo, al contrario. Si è cercato di preparare una società pluralistica, e questa era quella che oggi viene ironicamente chiamata "l'utopia della terza via". Io dico che a partire da Babilonia l'umanità è alla ricerca della terza strada. Questa è la storia dell'umanità». Il '68 praghese è stato messo in diretta connessione con l'89. Vale la pena ricordare le parole dette in proposito da Milan Kundera: «La primavera cecoslovacca è morta due volte: nell'agosto del '69 e nell'autunno dell''89». Perché non equivochiamo: non era la restaurazione di un capitalismo selvaggio che Dubcek e i suoi compagni volevano.


8 novembre 2008

Pensatoio travolto dallo scandalo !

"Non sapevo che un imbecille 



avrebbe usato così male
una mia battuta
..."


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5 novembre 2008

L'abbronzato dell'avvenire

 


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4 agosto 2008

Un comunista contro la ndrangheta : Peppe Valarioti

 

E' la notte tra il 10 e l'11 giugno del 1980, Giuseppe Valarioti, giovane professore di lettere con la passione per l'archeologia e la tessera del Pci di Rosarno in tasca (è il segretario di sezione) è al ristorante con i compagni: il partito ha vinto le amministrative e c'è da festeggiare. Finita la cena esce dal locale, arriva una pioggia di fuoco: Peppe Valarioti muore tra le braccia del suo compagno (e padre politico) Peppino Lavorato. E' la conclusione drammatica di settimane ad alta tensione, di minacce e intimidazioni, miste ad entusiasmo e, a volte, incoscienza. Si va avanti, anche se di notte gli 'ndranghetisti tentano di incendiare la sezione del partito e distruggono le auto dei militanti. Anche se i manifesti elettorali vengono capovolti. Non strappati o coperti, capovolti. Non è la stessa cosa. Il Pci para i colpi: comizi e manifestazioni, volantinaggi e porta a porta. Dopo la batosta del 1979 il Pci non si può permettere di perdere ancora. Le cosche però non possono accettare che si parli apertamente dei loro traffici e affari. Peppe e Peppino, i compagni della sezione lo sanno e vanno avanti: condannano i tentativi della mafia di controllare le cooperative agricole, difendono il territorio dalla 'ndrangheta, dalla speculazione edilizia e dalle infiltrazioni. Peppe è un passo avanti agli altri e non smorza i toni nonostante i compagni di partito, i parenti, la fidanzata gli chiedano prudenza. Lui ascolta ma va avanti e organizza un comizio contro gli 'ndranghetisti, nella piazza principale di Rosarno, proprio il giorno in cui si svolgono i funerali della madre del boss Giuseppe Pesce. Da una parte Peppe e i suoi, dall'altra il boss e i suoi uomini: in mezzo la gente di Rosarno. Un affronto mai visto, a pochissimi giorni dalle elezioni. La sfida finale. Vince il Pci, gli uomini dei clan non vengono eletti. La 'ndrangheta reagisce e lo uccide. Durante la festa, perché sia chiaro per tutti. Peppino Lavorato terrà aperta la sezione del Pci di Rosarno. E dieci anni dopo diventerà sindaco del paese. Nel nome di Valarioti. Che non ha avuto giustizia.


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29 settembre 2007

Soccorso Rosso (la storia delle Brigate rosse): sindacati gialli e quaderni rossi

 

Nel frattempo i disordini a Roma del 1962 danno una forte spallata ai sindacati gialli :

La repressione padronale in fabbrica continua divenendo galoppante. La debolezza del sindacato tocca livelli impressionanti: nella FIAT, i due sindacati "gialli" UIL e SIDA arrivano ad ottenere da soli il 63% dei voti all'elezione per le commissioni interne. La notte tra il 6 ed il 7 luglio 1962, nel corso delle trattative per il rinnovo del contratto, UIL e SIDA firmano col padrone un accordo separato, ed invitano i loro aderenti a non partecipare allo sciopero proclamato da CGIL e CISL per il giorno successivo. Inaspettata giunge la risposta operaia: lo sciopero si rivela un grosso successo. Vi partecipa, secondo il quotidiano "Il Giorno," il 92% dei lavoratori. È cosí sancita dopo tanti anni l'esplicita sconfessione dei sindacati padronali o capitolardi: si stracciano centinaia di tessere UIL e, spontaneamente, gli operai danno l'assedio alla sede di questo sindacato. Scoppia una violenta manifestazione con lancio di pietre e scontri con la polizia. Il bilancio è pesante: una trentina di fermi, molti contusi.

Una testimonianza diretta la fornisce, ancora una volta, Sante Notarnicola: "Nell'estate del '62, per la prima volta la base rivoluzionaria scavalca apertamente il partito [...] La battaglia durò tre giorni e 'l'Unità' ci chiamò teppisti allineandosi con i borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di ravvedimento rivoluzionario del PCI. Mi ricordo di Pajetta, era con noi, non sapeva cosa fare; il grande dirigente non era piú davanti a una folla entusiasta, ma in mezzo a gente esaltata che gli stava mangiando il piedistallo eretto in tanti anni sul suo passato di combattente. Quando gli arrivò una pietrata, allora si risvegliò mettendosi a sbraitare contro i padroni e gli sbirri, spingendoci all'attacco. Il suo passato riemergeva dall'inconscio. Poi, a mente fredda, il giorno dopo, su 'l'Unità' ci chiamò fascisti."

La CGIL si allinea con il PCI e denuncia "la presenza di provocatori che operano sul piano del teppismo del tutto estraneo e anzi respinto dalla gran massa dei lavoratori in sciopero."

Viene addirittura fatta circolare la voce, rivelatasi falsa, di "individui scesi nelle strade vicine da lussuose auto targate Cuneo, Torino, Ferrara." "E furono poi questi 200 o 300 ragazzi a buttarsi verso le 22,30 all'assalto della polizia con la cieca furia dei kamikaze."

Ma le bugie del "Giorno" e dei sindacati hanno le gambe corte. Al processo si verifica che "due terzi degli imputati sono meridionali, giovani ma non giovanissimi, non mancano gli operai iscritti ai sindacati, alcuni dei quali avevano addirittura la tessera della UIL, l'organizzazione contestata."
Nove anni dopo, finalmente, il sindacato fa l'autocritica. Giorgio Benvenuto, segretario nazionale della stessa organizzazione allora contestata, cogliendo il significato unitario della manifestazione, definirà il luglio 1962 "una data significativa che costituisce una svolta nella storia sindacale del nostro paese. È infatti il principio della fine degli accordi separati, e la fine della discriminazione tra sindacati 'democratici' e sindacati 'social-comunisti.' "




Un anno dopo, nel 1963, sono gli edili che a Roma danno luogo, in piazza SS. Apostoli, ad una manifestazione violenta e spontanea: il centro-sinistra, se da un lato crea un terreno piú favorevole per le lotte operaie, dall'altro radicalizza sempre piú le frange estremiste e di opposizione alla linea ufficiale dei partiti di sinistra”

La Rivista “Quaderni Rossi” nata in quegli anni intuisce la crisi che attanaglia i sindacati e cerca di trovare vie alternative :

appaiono, probabilmente per la prima volta, geniali intuizioni come quella in cui di fronte al disegno di ammodernamento neocapitalistico si configura la necessità degli scioperi selvaggi (1963):
E' chiaro che la lotta operaia costituisce il pericolo piú grosso per i capitalisti. Ma è chiaro che essi non si illudono di poterla eliminare; per questo non tentano di reprimerla totalmente, adottando dovunque metodi fascisti, né si illudono di raggiungere una concordia generale. Il loro obiettivo diviene allora quello di far svolgere la lotta operaia in certe forme ed entro certi limiti. Non si elimineranno gli scioperi purché si svolgano - per cosí dire - "a date fisse" e quindi siano prevedibili, e soprattutto, purché, insomma, la classe operaia non metta in discussione chi deve decidere, purché essa collabori a uno sviluppo deciso dai capitalisti."
Appaiono alcune prime considerazioni che saranno la base per una successiva definizione dell'autonomia operaia. Riferendosi ad uno sciopero ad oltranza attuato da parte degli edili di 25 fabbriche nonostante il parere contrario delle organizzazioni sindacali, Vittorio Foa osserva:
’La differenza tra la richiesta sindacale e l'offerta operaia si riduce a 9.000 lire l'anno. Non è per questa somma che gli operai hanno deciso, in dissenso coi loro rappresentanti, la forma estrema della lotta; è per qualcosa d'altro che può sembrare confuso ed opaco, ma che invece è limpido e chiaro: è per essere finalmente qualcuno, e non oggetto passivo della disponibilità padronale, è per sentirsi come classe, per conquistare un potere, sia pure generico, di fronte al padrone ed al sistema del padrone’.


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