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Quelli che la crisi l'avevano prevista

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Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

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27 giugno 2009

Valentino Parlato : intervista a Luciano Gallino

 

Questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?

Direi che, seppure con molte differenze tra un paese e l'altro, è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o alla deriva verso posizioni di centrodestra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Nell'insieme direi che è una sindrome europea.

Negli anni '70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?

Il crollo dell'Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss'altro perché ha rafforzato fortemente il centrodestra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni '60 e '70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l'Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno - ideologico oltre che materiale - ai partiti di sinistra dell'occidente. Caduta l'Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si sono trovate un po' l'erba tagliata sotto i piedi. C'è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l'Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l'India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c'è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.

Ma non ci sono anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza di esso, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?

No, per due motivi. Intanto l'industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell'industria, messi a punto nell'arco di un secolo dall'industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. L'agroindustria, la ristorazione rapida, i call center utilizzano modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.

Secondo lei il terziario si è industrializzato?

Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell'industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull'imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.

C'è una frase di Marx che ogni tanto viene citata: «Lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C'è una perdita di valore nel lavoro?

Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni 70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell'industria e dell'attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé - e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata - la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale. 



Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall'Unione sovietica? Sono stati «capitolardi»?

Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d'accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell'Urss è stato un trauma colossale. Che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di «capitolardi» sia azzeccata.

Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l'identità passata ma non si sono date una identità nuova.

Certo, perché - l'ho detto all'inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. È una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell'Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l'idea stessa di classe sociale.

Cosa fare per tornare forti e protagonisti?

Dall'89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent'anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell'economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centrosinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall'analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.

Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.

Il Pd è certo un aggregato un po' singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. È vero che sapendo che io sono di sinistra c'è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra.

Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
E per esempio l'unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione... a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d'accordo...

Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l'analisi, la critica, l'opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare.

Dovrebbero smettere di litigare...

E sì, questo fa veramente cascare le braccia.

L'ultima domanda. Io faccio questa intervista e chiedo articoli per aprire una discussione sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra? È utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?

Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. Inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare - oggi come oggi - molto difficile. È chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.

Il tuo è un contributo a questo lavoro e ti ringrazio molto.


27 maggio 2009

Facciamo fallire il referendum sulle elezioni

 

Il 21 giugno saremo chiamati a votare, ancora una volta, su referendum elettorali. Certo, condividiamo il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Queste leggi espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito.
L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano.
A tutt'altro, invece, mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 per cento o il 20 per cento dei voti avrebbe il 54per cento dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8 per cento.
Con la vittoria dei sì, si avrebbero un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento enormi, senza precedenti nella storia istituzionale italiana e in quella di ogni paese civile.
Con tre quesiti, che modificano ben 67 punti delle due leggi elettorali, oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini.
Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale.
Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (tale da poter agevolmente cambiare la Costituzione a suo piacimento), e che ingigantisce il potere del capo di tale arbitraria maggioranza.
Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e.

Per adesioni scrivere all'indirizzo:
fs.russo@tiscali.it

*** Associazione No al referendum elettorale: Gianni Ferrara, Pietro Adami, Cesare, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Claudio De Fiores, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Orazio Licandro, Enzo Marzo, Mario Montefusco, Francesco Pardi, Alba Paolini, Gianluigi Pegolo, Pino Quartana, Franco Russo, Giovanni Russo-Spena, Cesare Salvi, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Roberto La Macchia, Mattia Stella, Massimo Villone, Paola Massocci, Domenico Giuliva, Andrea Aiazzi, Bruno Mastellone, Sergio Pastore, Luigi Galloni


16 gennaio 2009

Rifondazione abbandona la maggioranza al Comune della città di Genova

 

Cara Marta,
ti scrivo con fatica umana e politica queste note.

Con fatica perché la stima personale da parte mia nei tuoi confronti non è messa in discussione. Sono da sempre abituato, fin dai tempi (1980) di semplice iscritto al PCI a ponderare bene le questioni e a pensare alla politica come strumento leale di competizione tra i partiti, nel reciproco rispetto tra le persone. E’ da tempo che nel corpo diffuso del nostro partito e – negli ultimi tempi – nei territori (posti di lavoro, comitati, ecc.) alberga un profondo malessere. Sai bene che da tempo Rifondazione è – nei fatti – fuori dalla Giunta che tu presiedi: dunque non partecipiamo più all’elaborazione delle scelte prioritarie per la città. Questo è un primo punto. Credo e crediamo che sia giunto il momento di dirlo apertamente ai cittadini: Rifondazione Comunista non è più, da tempo, nell’esecutivo di governo della città.

Ricorderai che siamo stati il primo partito a volere con forza le primarie e a dare in seguito il nostro apporto al tuo programma. Nel luglio 2008 – subito dopo il nostro congresso provinciale – abbiamo costituito un nuovo gruppo dirigente che, nella sua articolazione, ha deciso di ricominciare a far politica cercando di ricostruire un nuovo rapporto con il mondo del lavoro e coi territori. “Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada”. In questa frase di Majakovsky si è condensato un profondo sentimento del nostro partito ed è con questo sentimento che stiamo cercando di fare politica attiva con coerenza e serietà. Proust avrebbe detto che è possibile conoscere un’emozione/passione o un concetto solo se si trova per essa/o un’immagine adeguata: a noi l’ha regalata Majakovsky e ne facciamo tesoro.

Ora a noi pare che, aldilà di alcune questioni specifiche, questa amministrazione sia molto lontana dai programmi annunciati durante la campagna elettorale per le amministrative e soprattutto da quei punti per cui noi ci eravamo battuti. Lavoro, ambiente, politiche sulla sicurezza e infine anche la cosiddetta questione morale sono i temi fondamentali su cui abbiamo misurato giorno dopo giorno una maggiore distanza tra la tua maggioranza e il nostro corpo sociale e su cui – dopo quasi due anni – non ci è più possibile né ci sembra utile fare ulteriori mediazioni. Abbiamo sempre distinto – e continueremo a farlo – tra destra e sinistra, ma in questo momento è difficile per il nostro partito scorgere cose veramente di sinistra fatte dal governo della città. Ne traiamo le conseguenze considerando chiusa la nostra esperienza di sostegno a tale governo.

Questa tremenda crisi economica fa emergere ancor più la nostra distanza da una politica che pone al centro gli interessi del mercato, a livello nazionale come negli enti locali. Invece di trarre delle lezioni dall’esperienza si continua a coltivare un pensiero economico bipartisan che non ha mai voluto imporre regole certe al sistema finanziario e produttivo restandone prigioniero e che ha portato e porterà ancora una volta ad aggravare drammaticamente le condizioni di vita innanzitutto dei lavoratori. E’ venuto il momento di cambiare radicalmente la gerarchia dei valori. La difesa dell’interesse collettivo, della città e dei beni comuni, deve prevalere sul blocco sociale dei poteri forti e sulle speculazioni di ogni genere. Noi pensiamo che sia ragionevole lo slogan degli studenti “la vostra crisi non la paghiamo”, tanto ragionevole e responsabile che questo slogan di lotta può essere utile allargarlo a tutto il mondo del lavoro e a quella stragrande maggioranza di cittadini incolpevoli che si vedono arrivare sulla testa le conseguenze di questa crisi.


La storia di Mensopoli non è estranea a questo ordine di ragionamenti, è stata una grande ferita per la città e ha inferto un grave colpo alla fiducia del corpo elettorale del centrosinistra. Tu sei stata la prima a verificarlo e hai cercato di rivolgerti ai cittadini con dignità politica. La nostra preoccupazione per l’etica amministrativa è forte, ma va oltre la semplice questione giudiziaria e diventa tutta politica. Da un lato osteggiamo il ritorno a una politica compassionevole (stile social card), dall’altro siamo contro la riduzione della società a un’impresa economica attenta solo all’equilibrio di bilancio. E pensiamo che la radice della degenerazione “morale” stia nell’infiltrazione di interessi privati, che collidono con quelli dei lavoratori e della stragrande maggioranza dei cittadini, nel governo della cosa pubblica. Un’infiltrazione di cui le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli ultimi vent’anni hanno costituito il principale veicolo e di cui Mensopoli è espressione, senza che alcuno abbia il coraggio di trarne un bilancio. Ha ragione Maggiani quando afferma: “… sul tema Mensopoli e derivati sono arrivato alla personale, soggettivissima convinzione che gli interpreti di questo bel filmetto si possano dividere in tre categorie: un nucleo di primattori vecchi marpioni, un mazzetto di attori giovani molto ambiziosi, di parche pretese e abbastanza cretini e alcune ingenue candidamente incolpevoli comparse. In ogni caso trattasi di persone e personaggi inerenti la pubblica amministrazione e la giunta”. E visto che ciò succede anche fuori della nostra città, con contorni forse ancor più gravi, per noi di Rifondazione questo resta un tema a cui rispondere andando alla radice del problema. Noi non siamo dei sempliciotti giustizialisti, lavoriamo per la giustizia sociale, prima che per quella dei tribunali. Dunque crediamo che o la politica torna ad essere contrasto alla prevaricazione dell’interesse privato su quello pubblico oppure – come si sta dimostrando in questi giorni – di misfattopoli nei prossimi anni ne avremo in quantità.

Cara Marta per il nostro Partito continuare a rimanere nella maggioranza che ti sostiene significherebbe essere risucchiati dalle logiche centriste e liberiste cui accennavo poc’anzi, logiche lontane non soltanto dalle scelte politico-programmatiche fatte al nostro congresso, ma più in generale, dallo spirito politico e dal sentimento diffuso nel corpo militante di Rifondazione Comunista e tra la nostra gente, che chiede “un altro mondo possibile”: giusta e solidale. Logiche che – come ho cercato di argomentare – sono alla radice anche di infiltrazioni affaristiche nelle istituzioni. Marx guardando al nascente movimento operaio suggeriva: “non dobbiamo essere tanto vecchi da poter solo prevedere invece di vedere”. Per noi questo significa guardare alle battaglie di oggi facendo una precisa scelta di campo dalla parte di coloro che da sempre intendiamo rappresentare, i lavoratori innanzitutto, i giovani, le donne, gli anziani, tutti coloro che oggi rischiano di essere le vittime sacrificali di questa crisi se dai governi, nazionali e locali, non arrivano subito risposte adeguate.
P.S.
La decisione di uscire dal governo della città di Genova è stata votata il 18 dicembre al CPF all’unanimità, con due astensioni, dopo aver svolto una consultazione in tutti i circoli.

Genova, 22 dicembre 2008

Paolo Scarabelli
Segretario PRC Genova



La scelta fatta da Rifondazione qui a Genova è stata determinata da una insistente necessità di chiarimenti mai arrivati, da una scelta politica arrivata dal Partito Democratico che non è più vicino ai bisogni della gente.
I Compagni sul territorio hanno scelto, hanno chiaramente chiesto e deciso di uscire dalla maggioranza del Governo della città dopo le reiterate bordate al Sociale e soprattutto dopo un menefreghismo generalizzato nei confronti di tutti i lavoratori. La decisione non si è inserita sulla richiesta già avanzata durante il Congresso Provinciale di Luglio di uscire dalla maggioranza del Comune di Genova, bensì è stata formalmente definita dall’uscita dal Nostro Partito del Compagno Assessore Pastorino e poi maturata nel rispetto di una discussione politica prima all’interno della Segreteria Provinciale, dopo all’interno dei songoli Circoli territoriali e dopo nella discussione del Comitato Politico Federale.
Abbiamo scelto, lo abbiamo fatto in modo chiaro, motivando l’uscita con la realtà dei fatti; abbiamo sicuramente scelto la via più difficile, ma consapevolmente abbiamo mantenuto la coerenza rispetto i nostri elettori e soprattutto rispetto le classi di riferimento.
Come Responsabile dell’Organizzazione reputo la scelta fatta giusta e consapevole, e che il Partito Democratico, reo di una Politica di scarsa moralità, debba essere valutato anche sul piano Regionale e Provinciale continuando in questa operazione che abbiamo definito “Verifica Politica”.
Mi auguro che la nuova stagione politica si apra all’insegna del dialogo al nostro interno e non sfoci, un’altra volta, in posizioni di chiusura nei confronti di Compagni che hanno dato una mano fondamentale affinché il nostro Partito resti unito e coeso.

Gian Luca Lombardi
Responsabile Organizzazione PRC Genova


13 gennaio 2009

Sansonetti dimissionato da Ferrero

Don Saverio Sansonetti Vendola Bertinotti prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr......



Se ne va, se ne va, se ne va, se ne vaaaaaaaaaaaaaaaa....


7 dicembre 2008

Ma a proposito di politica...oggi che si mangia ?

Pensatoio : "Ma conoscete a chistu Villari ?"
Due cordiali conoscenti : " Come no...gli abbiamo fatto pure la campagna elettorale assieme a Nicolais..."
Pensatoio: "Ma che vuole fare secondo voi...?"
Due cordiali etc. "E cosa può volere..? Qualcosa in cambio..."
Pensatoio: "Un posto al Parlamento Europeo..?"
Due cordiali: "Eeehhh...tanto casino solo per un posto al Parlamento Europeo ? Nooooo.."



Villari mentre gioca a karaoke...

Pensatoio: "Ma si guadagna bene...si sta tranquilli..."
Due cordiali: " Sì, ma adesso questi vogliono la visibilità..."
Pensatoio: " Aaaaahhhh... allora Presidente della Regione Campania ? Sindaco di Napoli ?"
Due cordiali: "Sì, anche perchè profilandosi una sconfitta, l'unica alternativa è uno che pesca voti al centro..."
Pensatoio: " Ma dopo sta' figura di merda..."
Due cordiali: "Sì, ma lui può sempre dire di aver fatto una lotta per le istituzioni e questo al centro piace..."
Pensatoio: "Già..."
Due cordiali: "Nel frattempo lui sta llà e non si muove. Del resto al posto suo chiunque avrebbe fatto lo stesso...Chi si dimetterebbe senza qualcosa in cambio...?"
Pensatoio: "Già...chi ?" 

 


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8 novembre 2008

Pensatoio travolto dallo scandalo !

"Non sapevo che un imbecille 



avrebbe usato così male
una mia battuta
..."


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5 novembre 2008

L'abbronzato dell'avvenire

 


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5 agosto 2008

Qualche considerazione su Rifondazione

Per i soliti problemi familiari non ho potuto partecipare al congresso di Rifondazione.
Tuttavia sono soddisfatto del suo esito e probabilmente mi ci iscriverò di nuovo, senza illusioni ovviamente, ma con un minimo di convinzione. Molti hanno mimato l'atteggiamento di Vendola parlando di regressione identitaria. Altri hanno criticato l'affossamento dell'unità a sinistra. Altri hanno parlato di conservatorismo. Altri di trasformismo.



Non è un leader. Meglio così...

Credo che queste critiche non abbiano fondamento.
1) L'identità è il requisito minimo di una formazione politica che voglia proporre qualcosa ai cittadini che dovranno aderire al progetti di Rifondazione. Essa consiste non tanto in un sistema di valori, quanto in un programma di ricerca, fatto di categorie interpretative, metodi, analisi che si concretizzano in previsioni e progetti politici che vanno elaborati e verificati collettivamente. Per Rifondazione il punto di partenza è Marx, il punto d'arrivo è da identificare di volta in volta. Ma la riflessione e la conoscenza del punto di partenza sono fondamentali.
2) L'unità a sinistra non deve per forza realizzarsi in una formazione politica unitaria, ma deve essere una unità d'azione che si realizza a diversi livelli con chi ci sta e su punti specifici. Magari si può pensare anche a cartelli elettorali, programmi di governo comuni, patti di desistenza, tutti basati sul chiarimento delle differenze e sulla ricerca di convergenze corroborate dalla correttezza dei rapporti.
3) La riflessione e la partenza dalla propria tradizione politica non sono conservatorismo, ma l'ingrediente fondamentale di qualsiasi processo politico che non cerchi l'equivoco, l'ambiguità, l'opportunismo politico. Sin quando Bertinotti ha incoraggiato questa la discussione e l'approfondimento, oltre che la capacità di stare nei movimenti, il partito ha vissuto una buona vita. Quando è subentrata la paura (dopo Genova) e la riflessione ad una testa sola (quella del leader) è subentrata la decadenza.
4) Il rischio di trasformismo esiste nella misura in cui ci sia poca vita democratica all'interno di un partito e dunque è possibile anche scongiurarlo se non ci si affida a nessuna soluzione leaderistica.
Questo è quanto. Poi ci saranno momenti di approfondimento


26 giugno 2008

Un intervento di Sinistra critica

 La sconfitta della Sinistra Arcobaleno viene da vicino e da lontano insieme. Da vicino, perché è il frutto della partecipazione di Prc, Verdi, Pdci e Sd all'esperienza fallimentare del governo Prodi. Oltre al lungo elenco delle speranze tradite dall'esecutivo, l'esperienza degli ultimi due anni ha segnato uno smottamento senza ritorno, in particolare del Prc, sul terreno dell'avversario. Rifondazione, e il suo leader, hanno pagato lo snaturamento della propria esperienza, l'aver teorizzato e realizzato il governo della settima potenza mondiale con forze che rappresentano una fetta consistente della borghesia italiana. La lezione del 15 aprile è inequivocabile: una sinistra «radicale» che sostiene le logiche del capitale muore. Potremmo fermarci qui, e limitarci a ricordare che la rottura con Prodi era stata additata come un «mettersi fuori dalla politica»; chi l'ha sostenuto, oggi è fuori dalla politica più di ogni altro. Potremmo ricordare come il gruppo dirigente del Prc, che oggi mette in scena una spaccatura violenta, sia stato monolitico nel respingere ogni voce critica o abbia sostenuto unita l'espulsione di Turigliatto.
Ma tutto questo non basta per chi voglia capire gli elementi che parlano sia del fallimento di un progetto politico che dell'egemonia sociale e culturale delle destre. La sconfitta di aprile viene infatti da lontano, è il frutto di rapporti di forza sociali deteriorati da oltre vent'anni, frutto della concertazione o dell'incapacità della sinistra «radicale» di cimentarsi davvero con il tema del radicamento sociale. Un lavoro lungo, faticoso, spesso oscuro, ma unico vero antidoto all'egemonia delle destre e del mercato. Nella stagione di Genova avevamo visto la possibilità di una una ripresa di protagonismo sociale, ma quella speranza è stata gettata, sciaguratamente, sul tavolo del governo.
In questo contesto ci sembra fuorviante cercare vie d'uscita alla crisi sul terreno delle ricomposizioni politiciste. Né pensiamo che ci si possa salvare solo sventolando la bandiera rossa e la falce e martello, se si è sostenuta ogni politica liberista e di guerra. Il lavoro da fare è enorme, sia sul terreno sociale che su quello dell'elaborazione politica. Oggi c'è bisogno di un processo di ricomposizione sociale, di riconnessione di ciò che il liberismo ha frammentato, di tessitura di nuove solidarietà per ricominciare a contendere il consenso popolare che le destre si sono guadagnate sulle macerie prodotte dalla sinistra. Un lavoro fatto di unità delle lotte - sul fronte antirazzista, ambientalista, sindacale, studentesco - ma anche di costituzione di progetti di lavoro che recuperino un rapporto con la società, un «sindacalismo sociale» attorno al quale far convergere forze diverse. Per questo proponiamo la raccolta di firme per una legge d'iniziativa popolare per istituire anche in Italia il salario minimo intercategoriale e il salario sociale.
Serve però anche la costruzione di una nuova sinistra di classe. Noi proponiamo la Costituente della sinistra anticapitalista, ci stiamo già lavorando perché sappiamo che il processo richiederà tempi lunghi, nonché lo sforzo di descrivere «un altro mondo possibile» che faccia, finalmente, il bilancio dei disastri del Novecento ma anche l'analisi delle potenzialità andate perdute. Senza scorciatoie ma con la consapevolezza che una forza politica adeguata all'esistente o è anticapitalista o non è in grado di agire. Con questi obiettivi lavoriamo a partire dalla prima Conferenza nazionale che terremo dopo l'estate, convinti che una nuova sinistra di classe sarà il frutto di una nuova generazione politica

(Flavia D'Angeli)


28 maggio 2008

Un Parlamento delle Sinistre

 

Le Sinistre fuori dal Parlamento? Costituiamo allora, a partire dalle lotte, un parlamento delle sinistre, a base operaia e popolare, da contrapporre al governo Berlusconi e al «suo» parlamento addomesticato, che sia espressione unificante delle mobilitazioni, luogo pubblico di confronto tra posizioni e proposte diverse oggi presenti nel movimento operaio, e al tempo stesso sede democratica di organizzazione e unificazione dell'iniziativa di massa. Peraltro: se la Lega Nord inventò il Parlamento della Padania come simulazione di un contropotere secessionista, per quale ragione il movimento operaio non potrebbe dar vita a un proprio Parlamento come espressione reale di un'alternativa istituzionale di classe?
Partiamo da un principio di realtà. Due anni di subordinazione clamorosa al governo Prodi da parte degli stati maggiori della sinistra italiana - in una maggioranza di governo che per oltre un anno andava da Mastella a Turigliatto - hanno spinto alcuni milioni di lavoratori all'astensione e altri milioni, a parità di condizione, verso il «voto utile» al Pd contro Berlusconi. Così i dirigenti Arcobaleno non solo hanno regalato l'Italia a Berlusconi dopo aver votato per due anni le stesse politiche di Berlusconi (il peggio del peggio); non solo hanno regalato a Bossi settori operai e popolari facile preda di suggestioni xenofobe proprio perché privati di ogni difesa sociale (e anzi colpiti dal centrosinistra per conto della grande industria e delle banche); ma hanno regalato a industria e banche la totale rappresentanza dell'attuale Parlamento. O vogliamo ignorare la precisa documentazione disponibile circa il regolare finanziamento dei principali partiti di governo, di centrodestra e centrosinistra, da parte dei potentati della finanza, dei grandi petrolieri, dell'industria farmaceutica, ecc.?
Basterebbe citare il libro di Stella «La casta» nell'unica parte omessa (non a caso), dai media.
L'attuale Parlamento, occupato all'80% da Pdl e Pd, spartito cioè tra Berlusconi-Fininvest e Veltroni-Colaninno-Banca Intesa (con un 5% a Casini-Caltagirone) è persino nella sua rappresentanza politica, l'espressione diretta e/o indiretta del grande capitale. Di una piccola minoranza privilegiata che grazie ai propri partiti, distinti ma complementari, riesce a assoggettare a sé la maggioranza della società, nel finto gioco di un'alternanza tra élite che si spaccia spudoratamente per «democrazia». Ecco, l'attuale Parlamento è la più clamorosa confessione della democrazia borghese: di quell'«inganno per i poveri» di cui parlava Lenin un secolo fa e che oggi è persino più ipocrita e volgare di un tempo.
Ma allora perché non contrapporre al governo Berlusconi e all'attuale Parlamento l'embrione di una democrazia vera, di una democrazia dei lavoratori per i lavoratori? La logica che accompagnava la proposta di Gramsci dell' «Antiparlamento» , o la grande tradizione del consiliarismo italiano, non sono proprio oggi spunti preziosi da rielaborare e riattualizzare? Questo è il senso della nostra proposta.
Come Pcl siamo impegnati più che mai nella costruzione del nostro partito, l'unico che non si è compromesso, né in tutto né in parte, col centrosinistra e il suo disastro. Ma non contrapponiamo la costruzione del Pcl all'esigenza di un vasto fronte unico di lotta contro il governo Berlusconi e l'aggressione confindustriale. Un Parlamento popolare eletto direttamente dal popolo della sinistra a partire dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dal territorio, con delegati permanentemente revocabili e privi di ogni privilegio sociale, con un criterio di rappresentanza integralmente proporzionale tra le diverse posizioni, organizzazioni, partiti, sarebbe una grande espressione democratica di unità e di forza. E al tempo stesso uno straordinario laboratorio di autorganizzazione di massa. Sarebbe la sede pubblica di organizzazione della mobilitazione popolare contro il governo, di controinformazione e denuncia delle sue politiche, di confronto libero e aperto tra i lavoratori, in una grande casa di vetro, sulla costruzione di un'alternativa di società e di potere, fuori da un puro dibattito accademico separato dalle lotte.
Insomma, di fronte al volto corrotto e lontano della politica dominante e del suo parlamentarismo, un Parlamento popolare sotto il controllo dei lavoratori potrebbe divenire il riferimento di vasti settori di classe, un fattore di coinvolgimento progressivo di strati popolari oggi sfiduciati e passivi, di settori popolari antiberlusconiani oggi immobilizzati dal Pd, e persino di strati operai che hanno ripiegato a destra ma che presto saranno sotto i colpi del governo che hanno votato e potranno cercare nuove strade.
Questa proposta ha una sola implicazione, non sufficiente ma necessaria: la prospettiva di un'opposizione radicale, di sistema, al governo delle destre e alle classi dirigenti del paese, fuori da ogni ipotesi di ricomposizione, per l'oggi e per il domani, col Partito democratico di Veltroni e con la vecchia logica dell'alternanza.
Per questo dubito, realisticamente, che la proposta del «Parlamento popolare» possa interessare gli stati maggiori delle sinistre Arcobaleno, tanto più nel momento in cui sono avvitati in una guerra intestina senza ritorno. Mi auguro invece possa interessare dal basso tutte le forze e energie disponibili a ricostruire unitariamente, dalle attuali macerie, una prospettiva di riscatto per i lavoratori. Che faccia finalmente piazza pulita di ogni vecchio trasformismo.

(Marco Ferrando)


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