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29 giugno 2008

La discarica a Chiaiano non si può fare

 

«Insistono a dire che la cava è idonea perché se no devono rendere conto dei milioni che ci vogliono per metterla in sicurezza, soldi che usciranno dalle tasche dei contribuenti». Il professor Ortolani scalda la folla a Marano, riunita ieri pomeriggio nella sala consiliare, spiegando punto per punto i motivi per cui il progetto di fare una discarica da 700mila tonnellate di tal quale nella selva di Chiaiano è una follia. E' uno dei tecnici designati dai comitati nella commissione governativa che dovrà decidere sull'idoneità della cava di Chiaiano ad ospitare la megadiscarica. E domenica prossima avranno un nuovo incontro con la struttura commissariale. «La stampa rilancia le parole del governo, è tutto un coro di è possibile, ma come si fa a dirlo se stiamo ancora aspettando i risultati delle analisi?» il professor de Medici racconta del plico di poche pagine che, secondo la controparte, esauriva le analisi per ottenere i permessi: «Abbiamo chiesto gli approfondimenti dovuti per legge, solo allora si vedrà». Intanto gli unici risultati certi sono che i suoli delle cave sono inquinati da piombo e antimonio, per aprire lo sversatoio bisognerebbe bonificare il luogo, eliminando tonnellate di terra da stoccare in discariche speciali, spendendo cifre che in altri luoghi hanno dissuaso dall'aprire la discarica. In quanto poi alla viabilità, il professor Milone definisce l'afflusso dei previsti 130 compattatori a Chiamano, zona ad altissima presenza di pendolari, «un infarto viario, con congestione della zona e costi altissimi per la comunità». Per i comitati è evidente che solo interessi come le cave della Fibe e il braccio di ferro con le realtà locali giustifica l'apertura: «Con la volontà di dismettere i parchi, il governo apre la via per cementificare la selva e riempire le altre cave. Vuol dire che riprenderemo la lotta lì dove ci eravamo fermati». Domenica è prevista una marcia da Acerra a Napoli per un altro piano di smaltimento, a partire dalla logica dei rifiuti zero.

(Adriana Pollice)


29 giugno 2008

Chiaiano frontiera di democrazia

 

Dice Alex Zanotelli: «Adesso c'è paura. La gente, i ragazzi, temono di essere arrestati». Il missionario comboniano vive a Napoli, sabato parteciperà alla «Marcia dei mille» che comincerà ad Acerra, dove si sta costruendo l'unico inceneritore prodotto dalla valanga di denaro che il governo e Antonio Bassolino hanno versato nelle tasche di Fibe-Impregilo (Romiti); poi la gente si sposterà in treno fino a Napoli, Piazza Dante.
Perché «mille»? «Un po' per via dei garibaldini - dice Alex - e anche per i 'mille volontari' che Berlusconi vorrebbe mandare a ripulire la Campania». Zanotelli, con una limpidezza che è difficile trovare ormai nelle parole e nelle azioni delle sinistre politiche - le quali non accennano ad abbandonare il barcone del presidente della Regione - indica il problema sostanziale. Che, è vero, è stato a suo tempo, e con scarso successo, segnalato su «la Repubblica» da Stefano Rodotà: il decreto sui rifiuti, oltre a insistere sulla fallita strada dell'«emergenza» degli ultimi quindici anni, oltre a violare ogni norma ambientale, avvia alla rottamazione la democrazia. Non solo la ex «sinistra radicale» campana si confonde nel mucchio, ma il Partito democratico non ha trovato nulla di strano nel fatto che si minaccino arresti e pene severe contro i cittadini, le comunità, che vogliano opporsi appunto a quella demente politica sui rifiuti, e che i loro comitati vengano sciolti d'autorità.
L'esercito a sorvegliare le discariche (così come le strade metropolitane) sono il compimento esibizionistico di un piccolo colpo di stato. A Veltroni sembra fregare solo di Rete4 e dei processi di Berlusconi, e lasciamo stare i rom e i «clandestini», la detassazione degli straordinari e gli annunci di una ulteriore «flessibilizzazione» del lavoro, ecc..
Ma, dice ancora Zanotelli, la Campania è una cavia: se l'esperimento funzionerà qui, sarà esportato - come la democrazia di Bush - nelle valli piemontesi e nelle città venete e ovunque cittadini organizzati oppongano coesione, resistenza e democrazia costituente a ogni tipo di «grande opera» e di aggressione a un territorio esausto.
Io non so se questa - tra «sviluppo» e territorio, parola che comprende l'ambiente e le società locali - sia la «contraddizione principale».
Credo non sia nemmeno interessante stabilirlo: è un vecchio sport che non suscita più l'entusiasmo delle folle.
Certo, se le teste pensanti della sinistra italiana rispolverassero il vecchio vizio di piegare la schiena e guardare da vicino il loro prossimo, magari scoprirebbero che il novanta per cento di quel che vanno ripetendo sulla «ricostruzione della sinistra» serve solo a confortare, e confermare, se stessi. Là fuori c'è vita, c'è una società che resiste e che avrebbe bisogno di aiuto.
E invece no: sentiti e letti dirigenti che non dirigono più nulla e intellettuali che rimasticano il passato dire e scrivere che sì, la politica fa schifo, ma tanto fa schifo anche la società, e anzi è la politica a dover «rimettere ordine» nella società. Alibi.
Domenica prossima, il giorno dopo la «marcia dei mille», sarà reso noto il responso su Chiaiano, cavia numero uno del parco-cavie campane. E già si annuncia - la Protezione civile, cioè Bertolaso, cioè il governo - che la cava è idonea.
Cosa accadrà poi? Che la gente di lì, e tutti i loro amici, si arrenderanno di colpo? O che non si arrenderanno, e allora rivedremo Genova in un'altra dimensione e forma, tanto poi ogni violenza poliziesca viene perdonata, anzi premiata?
Siamo alla vigilia di un «dentro o fuori» molto più drammatico, ed essenziale, della partita tra Italia e Francia. Per chi tifiamo, noi? Chiaiano è sola?
Post Scriptum. La nostra maglietta «Clandestino» sta avendo un successo imprevisto. Ce ne stanno chiedendo a pacchi sedi sindacali di Fiom e Cgil, circoli dell'Arci, commercio equo, associazioni, perfino alcuni edicolanti, e centinaia di persone.
L'altro giorno è venuto un ragazzo del Bangla Desh per comprarne sei: «Sono fatte nel mio paese», ha spiegato. E noi: «Come l'hai saputo?». «Sono un lettore di Carta, no?».
Non abbiamo avuto il coraggio di dirgli: se vai in giro così, magari qualche poliziotto ti prende sul serio.

(Pierluigi Sullo)


28 giugno 2008

L'autogestione della monnezza

 

Per certi versi è un po' come l'occupazione delle fabbriche del 1921; ma i tempi sono cambiati e nessun giornale o telegiornale ha riportato la notizia. Da più di quindici giorni in Campania gli operai dei sette «Cdr» fanno marciare gli impianti «da soli». I direttori degli stabilimenti sono stati tutti arrestati nell'ambito della retata che ha messo in galera i vertici della Protezione civile; poi sono stati rilasciati (hanno dimostrato di aver avvertito per tempo l'ex commissario straordinario, ora sottosegretario, della pessima qualità dei materiali che uscivano dagli impianti); ma sono stati diffidati dal riprendere il loro posto. Il Genio militare, che il governo ha incaricato di sostituirli, non è ancora subentrato. Ma quando lo farà, non servirà a molto: l'Esercito non ha knowhow in questo campo e i suoi ufficiali ci metteranno un po' prima di acquisire una competenza anche solo paragonabile a quella degli operai che ci lavorano da anni.
Nel frattempo i «Cdr» hanno funzionato come sfogo per la monnezza raccolta sulle strada (l'esportazione in Germania non basta), prevenendo l'accumulo di decine di migliaia di tonnellate in più. Per garantire questa funzione di pubblica utilità, il 13 giugno i sindacati hanno persino revocato uno sciopero indetto per protestare contro lo smantellamento degli impianti previsto dal decreto governativo sull'emergenza rifiuti in Campania del 23 maggio scorso. Il decreto prescrive infatti che i «Cdr» campani vengano chiusi, messi in vendita e - eventualmente - riutilizzati dai nuovi compratori come impianti di compostaggio, riattivando cioè solo la linea di stabilizzazione della frazione organica e dismettendo quella di trattamento della frazione secca. Il che comporterebbe il licenziamento della metà, e anche più, delle maestranze in forza negli impianti, e la possibilità per gli altri di riprendere il lavoro solo se gli impianti troveranno dei compratori. La lotta degli operai dei «Cdr» va sostenuta, anche perché sul loro destino si gioca una partita più grande.
In merito, gli indirizzi enunciati dalla Regione Campania e illustrati a suo tempo dal nuovo assessore all'Ambiente Walter Ganapini, sono quelli di un'urgente riabilitazione e adeguamento (revamping) di questi impianti, attualmente fermi o malfunzionanti non per fondamentali difetti di progettazione e costruzione (come è invece il caso dell'inceneritore di Acerra), ma perché inspiegabilmente sigillati senza essere mai entrati in produzione (è il caso dell'impianto di Tufino); oppure, perché intasati da cumuli ancora non lavorati di Fos (Frazione organica stabilizzata: è il materiale che si ricava dal trattamento della parte organica del rifiuto urbano indifferenziato: destinata, se il ciclo di lavorazione viene completato, alla copertura di discariche o a bonifiche ambientali); oppure ancora, e per lo più, perché fatti funzionare per anni al di sopra delle loro capacità, senza preoccuparsi di separare correttamente la frazione organica putrescibile e mescolando al tutto anche rifiuti radioattivi e rifiuti tossici introdotti surrettiziamente dalla camorra, insaccando il tutto in milioni di ecoballe che attendono il fuoco purificatore dell'inceneritore di Acerra; con il beneficio delle generosissime tariffe incentivanti per l'energia elettrica prodotta (Cip6), erogati a spese delle energie rinnovabili e delle bollette elettriche pagate da tutti noi.
Il revamping dei «Cdr» - per il quale l'assessore Ganapini, dopo un'ispezione tecnica agli impianti, aveva stimato un costo complessivo di 3-5 milioni di euro e pochi mesi per essere completato - permetterebbe di avviare immediatamente la frazione secca combustibile (plastica, carta e stracci, e non quell'ammasso di rifiuto indifferenziato e triturato di cui sono fatte le ecoballe) a impianti in grado di utilizzarli come combustibile addizionale, perché già dotati degli apparati di abbattimento delle emissioni che ne verrebbero generate: cementifici o centrali elettriche alimentate a carbone; oppure a uno stabilimento di arricchimento con l'addizione di pneumatici fuori uso: trattamento per il quale la Pirelli dispone già di un impianto in provincia di Cuneo, che intende potenziare. Trattative per attivare questi sbocchi sono state avviate da tempo. Quanto alla Fos, una volta completato il trattamento e depurata da materiali estranei, può essere utilizzata con effetti benefici (assorbe la diossina presente nel suolo) nella bonifica di terreni agricoli compromessi e non utilizzabili per diversi anni in colture alimentari. Da mandare in discarica resterebbe in tal caso solo il «sottovaglio», cioè lo scarto di lavorazione (cocci, cicche, frammenti di plastica e vetro, polveri, ceneri, ecc.). Infine, un potenziamento delle linee di lavorazione della frazione «secca», con operazioni sia meccaniche che manuali, potrebbe portare a un recupero quasi completo dei materiali contenuti. Impianti del genere (detti Mbt) sono già in funzione in diversi paesi; in Italia una performance di eccellenza, con il recupero integrale di tutto il rifiuto conferito, è stato raggiunta in un impianto di Vedelago (Tv). Il costo complessivo di interventi del genere è una frazione di quello di un inceneritore di capacità equivalente, e non ha bisogno di incentivi Cip6. La capacità di trattamento dei sette «Cdr» campani è comunque già oggi sufficiente ad assorbire tutta la produzione di rifiuti urbani della regione.
Ma non ce ne sarà bisogno. Il decreto governativo del 23 maggio prescrive di portare la raccolta differenziata al 50% entro il 2010 (e al 25% entro il 2008). Complessivamente sono 3-3.500 tonnellate di rifiuti urbani al giorno che verranno recuperati dai consorzi aderenti al Conai (Conosorzio nazionale imballaggi) in impianti già esistenti o in programma e in impianti di compostaggio che la regione Campania si accinge a finanziare e di cui sono in corso identificazione, dimensionamento e localizzazione. Se questi ambiziosi obiettivi verranno raggiunti, o anche solo avvicinati, sarà grazie alla riorganizzazione del servizio promosso dalla regione attraverso la creazione di nuove società che sostituiranno i consorzi inefficienti, e non certo grazie agli «angeli della monnezza» reclutati in via estemporanea dalla Protezione Civile. L'altra metà dei rifiuti campani (altre 3-3.500 tonnellate al giorno) viene destinata dal decreto del governo a finire direttamente nei quattro inceneritori previsti (quando ci saranno), saltando il passaggio nei «Cdr» e, in attesa che gli inceneritori vengano realizzati e attivati, nelle 10 discariche presidiate dall'esercito. Ma la capacità prevista per i quattro inceneritori è il doppio del rifiuto residuo destinato a combustione. Se poi i «Cdr» verranno riabilitati, ci sarà un eccesso di capacità di incenerimento ancora maggiore: il governo intende utilizzarlo per bruciare le ecoballe già prodotte e altri rifiuti tossici estratti dalle zone di bonifica (materiali che richiedono soluzioni e impianti di tutt'altro tipo); ma potranno venir inceneriti in Campania anche rifiuti provenienti da regioni che non godono degli incentivi Cip6. La popolazione della Campania non ne sarà molto contenta; l'Unione europea probabilmente neanche. Le misure per rimettere in sesto i «Cdr» prima che il piano di incenerimento si concretizzi è una corsa contro il tempo.

(Guido Viale)


25 giugno 2008

La repressione parte per la tangenziale

Solo dei media asserviti dai poteri forti potevano recepire la protesta pacifica  degli abitanti di Chiaiano sulla tangenziale di Napoli come una sorpresa.
Nessuno ha evidenziato e tematizzato a sufficienza il fatto che non c'era accordo sui risultati della commissione tecnica che avrebbe dovuto analizzare la fattibilità della discarica nel quartiere di Chiaiano stesso. 



Ora Berlusconi addirittura vuole far intervenire l'esercito : si puniranno persone che camminano in auto a 20 all'ora, mentre centinaia di persone muoiono all'anno a causa di chi va oltre i centotrenta all'ora. E' uno dei paradossi della fase politica attuale : il trionfo del liberismo coincide con quello dell'autoritarismo repressivo. Non è un caso.
 


14 giugno 2008

Ecomafie

 

Ogni due ore «qualcuno» in Campania si inoltra nelle campagne e sversa scarti industriali illegalmente, sale su per le colline, di notte come di giorno, e immette diossine, arsenico, piombo nel terreno e nell'acqua, prende rifiuti pericolosi e li impasta, all'insaputa dei cittadini, con il cemento usato per l'edilizia. Ieri, nel giorno della presentazione del dossier di Legambiente sulle ecomafie che vedono la regione «leader nel settore» per il 14esimo anno consecutivo, Giorgio Napolitano, in visita a Napoli, ha puntato il dito contro questi criminali. Quel «qualcuno» che si divide tra manodopera e committenza, tra chi sversa e chi paga per sversare e che anche per il presidente della repubblica ha due nomi: camorra e industriali del Nord.
Napolitano aveva detto che nel suo giro, culturale e privato, non avrebbe affrontato il tema, ma davanti a quel reato su sei commesso quotidianamente in Campania, nella sua regione, si è sentito colpito. E ha detto, confermando le stime dell'associazione, che «in gran parte sono arrivati dal nord» e che «ne sia consapevole l'opinione pubblica di queste regioni, perché è una cosa abbastanza trascurata dai "nordisti"».
Per Legambiente Campania, da tempo impegnata in questo campo, si tratta di un vero tzunami ambientale, un disastro che tra scempi ambientali, ciclo dei rifiuti illegale, racket di animali, cemento a go go, non sembra temere crisi di mercato. I numeri spesso non riescono a dare la percezione reale di cosa accade nella regione, ma aiutano a capire. Sono 13 i crimini commessi ogni contro l'ambiente e che nel 2007 hanno portato a 4.695 illeciti accertati (+56% rispetto al 2006); 3.289 persone denunciate o arrestate (+16%) e 1.463 sequestri effettuati. Un business nel quale la camorra da tempo si è tuffata, preferendolo spesso a quello degli stupefacenti, perché più sicuro e parimenti remunerativo. Sono infatti a livello regionale almeno 75 i clan con le mani in pasta, casalesi in testa, come confermato dall'inchiesta Eco4 e dal delitto dell'imprenditore Michele Orsi domenica. Ma il rapporto va oltre, disegnando uno scenario in cui le cosche sono in grado di organizzare un commercio di macellazione del bestiame senza controlli, di far sorgere dalla sera alla mattina anche interi quartieri, ma soprattutto di garantire agli imprenditori settentrionali pozzi e terreni dove far sparire i rifiuti nocivi, in barba alle regole e a prezzi stracciati. «In Italia - spiega Raffaele Del Giudice, il protagonista del documentario Beautiful Cauntri, neodirettore di Legambiente Campania - in 9 anni sono scomparsi 143 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e crediamo che in gran parte siano sotterrati qui. Spesso - continua - le denunce sono il frutto dei circoli degli umili, dei contadini che riescono a sottrarsi dalle minacce. Ma se ci fosse una legislazione più chiara in materia questo disastro potrebbe essere più contenuto». Tre sono dunque le proposte lanciate dallo stesso direttore e dal presidente Michele Buonomo: Un patto con la Confindustria affinché aiuti a individuare gli imprenditori che delinquono, un appello alle istituzioni perché partano con la bonifica dei territori; una richiesta al parlamento affinché accelerino l'iter legislativo per approvare il reato di delitto ambientale, fermo da oltre 5 anni.
Ma è anche la «cemento connection» a mettere la regione in ginocchio e farle conquistare il primato nel mercato abusivo. Gli ecocriminali lavorano anche nell'edilizia senza regole e senza sosta, distruggendo i campi agricoli, bruciando e devastando i terreni boschivi, corrodendo le coste. Sono 6mila le costruzioni sorte in un anno senza alcun tipo di permesso, Costiera amalfitana e penisola sorrentina in testa. A nulla è valsa dunque la tragedia a Conca dei Marini lo scorso agosto, quando crollò un terrazzo abusivo provocando la morte di un barbiere di Soccavo, l'imperativo resta costruire e guadagnare. Piscine ricavate dalle rocce, nessuna differenza tra mattoni, scogli e cemento, alberghi ampliati, ville e villette, ecomostri. «Qui - dicono dall'associazione - il colore preferito è il verde dei teloni che nascondono i lavori in corso». Ma anche la provincia di Napoli è «competitiva» nel settore, non si contano le «case fantasma» che non compaiono in nessun catasto e di cui nessuno si accorge.

C'è un'azienda in Italia che purtroppo non conosce crisi, ed è quella legata ai reati ambientali. Un business capace di garantire ai clan che la gestiscono un fatturato da capogiro, che nel 2007 si è attestato sui 18,385 miliardi di euro, raccolti operando nei due principali settori di intervento criminale, come il mercato illegale (gestione dei rifiuti speciali, abusivismo edilizio e traffico di animali) e i cosiddetti investimenti a rischio (appalti e gestione dei rifiuti urbani). E nonostante l'attività di forze dell'ordine e magistratura abbia portato a una flessione dei guadagni rispetto all'anno precedente (-4,4 miliardi di euro) insieme a un parallelo aumento delle inchieste e degli arresti, nelle quattro regioni a maggiore concentrazione criminale il traffico dei rifiuti resta tra le attività principali e più lucrose. Basti pensare che, come denuncia Legambiente nel suo rapporto Ecomafie 2008 presentato ieri, «ogni anno sparisce nel nulla una montagna di rifiuti speciali alta poco meno di 2.000 metri». «Le ecomafie gestiscono nel nostro paese un vero e proprio sistema eco-criminale, estremamente flessibile e diversificato - spiega il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - - al quale dobbiamo contrapporne uno legale ed eco-sostemibile». Perché si possa parlare di una vera difesa dell'ambiente, però, anche quest'anno, come accade ormai da parecchi anni, l'associazione torna a chiedere l'introduzione nel nostro codice penale dei delitti contro l'ambiente «per punire in maniera congrua chi avvelena l'aria che respiriamo, inquina l'acqua , saccheggia il territorio, minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite».
Per avere un'idea di quanto imponenti siano gli affari illeciti collegati all'ambiente, basti pensare che ogni ora vengono commessi più di tre creati di questo tipo, ben 83 al giorno. Gli illeciti contestati complessivamente nel 2007 sono stati il più di 30 mila, con un incremento rispetto all'anno precedente del 27,3% . Un'attività,q quella della magistrata, che ha portato anche a un incremento delle persone denunciate, (22.069), con un incremento del 9,7%) e i sequestri effettuati (9.074, +19%). A far la parte del leone, ovviamente è il traffico dei rifiuti. nel 2007 i reati accertati di questo tipo sono stati oltre 4.800, A sorpresa, subito dopo la campania, la regione nella quale si concentrati il maggior numero di rati è il Veneto, seguita dalla puglia, con il foggiano che si conferma come una terra dove si scaricano illegalmente nei terreni agricoli i rifiuti prodotti dal centronord, scorie che spesso vengono fatte passare per compost.
per quanto rigiatda le altre attività criminali, cresce il numero di infrazioni riscontrate nel ciclo illegale del cemento (7.978, il 13% in più rispetto al 2006), con 28 mila casi abusive costruite rispetto alle 30 mila del 2006 e alle 32 mila del 2005.
Pesante anche il bilancio degli incendi boschivi (oltre 10 mila, con 225 mila ettari di boschi e foreste distrutti) e il racket degli animali, settore che, stando alle cifre fornite dalla Lav, la Lega antivivisezione, nel 2007 ha fruttato circa 3 miliardi di euro tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna esotica protetta e macellazione clandestina.

(Francesca Pilla)


10 giugno 2008

Per Bruxelles la monnezza è il governo italiano

 

Silvio Berlusconi è sceso a Napoli per sconfiggere, da vero stratega, l'immondizia e ottenerne il trionfo. In qualche modo ricorda Crasso, anch'egli spudoratamente ricco, anche se non così tanto, sceso duemila anni fa da Roma nel Mezzogiorno d'Italia, per vincere e crocifiggere Spartaco e la sua povera armata di schiavi. Sfortunato Silvio! Invece di discutere di temi elevati con Cicerone in Senato, si deve accontentare di cantargliele chiare al sottosegretario Guido Bertolaso.

Più deciso, o forse più sincero di quest'ultimo, il capo va subito allo scontro con i cittadini di Chiaiano: chi ha detto che si deve lasciare un tempo per una riflessione comune? Quelli di Chiaiano possono solo obbedire, tacendo. Altrimenti guai a loro. Più in generale, rivolto al mondo, dichiara che «le leggi non sono un Moloch assoluto, vanno cambiate a seconda delle esigenze sociali e per venire incontro ai cittadini».
Il mondo lo ascolta. Lo ascoltano a Bruxelles, dove, pur al sicuro dalle truppe italiane, temono per l'Europa. I veleni che Napoli non riesce a gestire, appaiono lassù come un segnale disperato. Il rischio di essere seppelliti da una frana immonda di ingordi resti è ben presente. I consumi delle popolazioni europee infatti si assomigliano, dal Nord al Sud. D'altro canto il modo italiano ultimo, per affrontare i problemi degli scarti, mette paura.
L'Europa dell'Unione è in una stretta. E' impaurita e trova detestabili le montagne di rifiuti che costellano le strade di Napoli, perché sono simili a ciò che altrove sanno solo nascondere meglio; e inoltre teme che gli strappi alla democrazia ambientale che oggi si presentano nel decreto sui rifiuti campani e che il governo italiano le ha fatto pervenire, diventino presto misure comuni: il rischio vero è che dilaghino insieme l'immondizia e l'illegalità di matrice italica. La rottura della convivenza che Roma pratica su Napoli ricorda che nessuna democrazia è davvero immune da rischi e da avventure.
Il decreto numero 90 (23 maggio 2008) del nostro governo è decisamente fuori legge per un'Europa dei cittadini e delle libertà. Le deroghe per la valutazione d'impatto ambientale sui siti delle discariche; e poi il lunghissimo articolo 18 del provvedimento che prevede deroghe a decine di leggi, dal regio decreto del 18 novembre del 1923 in avanti e che annullano le normative in materia ambientale, igienico sanitaria, prevenzione incendi, sicurezza sul lavoro, beni culturali. Questo dicono a Bruxelles, loro che sanno tutto perfino del regio decreto del 1923. Ma che si fa con Berlusconi? Non è meglio trattare con lui? Fargli sapere in anticipo, con qualche indiscrezione pilotata, che certe deroghe alla democrazia ambientale, certe forme dittatoriali per imporre termovalorizzatori e siti, causano guasti al vivere civile molto peggiori dei rifiuti da spalare? L'Europa si propone insomma di riaprire la trattativa, di incivilire il decreto, prima di rifiutarlo, incattivendo Crasso.
Due articoli del decreto - 8 e 13 - che forse l'Europa lascia correre, sono poi particolarmente malvagi. Uno invita il sindaco di Napoli a fissare in città un luogo per un termovalorizzatore entro 30 giorni. Altrimenti lo sceglieremo noi (io e Bertolaso) «anche in deroga alle previsioni edilizie ed urbanistiche vigenti». L'altro punta all'informazione e alla partecipazione dei cittadini: ma è una presa in giro. Nell'articolo compare tre volte il medesimo concetto «senza maggiori oneri»; «senza ulteriori oneri»; «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Chi vuole capire capirà. L'apprendimento alla raccolta differenziata è lasciato alle scuole. Saranno dunque bambini e bambine a insegnare alle mamme che fare per salvare Napoli un'altra volta. 


Guglielmo Ragozzino.


8 giugno 2008

Voglia di scontro

 

A Chiaiano «useremo la forza dello stato, l'esercito», «chi si opporrà sarà perseguibile di reato». Sembra più una dichiarazione di guerra quella del presidente del consiglio, che il rapporto sullo stato dei rifiuti in Campania. Ma questo è il tipo di stato che piace a Berlusconi e che è uscito dalle urne lo scorso 14 aprile. Questo è quello che si aspettano i suoi elettori, un governo decisionista, accentratore e sordo che non dialoga, ma impone, ai cittadini come alla magistratura. E così il decreto non si tocca, la linea non retrocede di un millimetro, il popolo delle libertà avanza solamente.
La superprocura sarà realizzata perché i suoi «migliori costituzionalisti» hanno detto che si può fare, la discarica a Chiaiano pure, perché i suoi tecnici «sono sicuri dell'idoneità dei suoli». In altre parole se è costituzionale o meno accentrare tutti i processi in un unico tribunale a Napoli, schiacciando l'autonomia di azione dei singoli pm, lo si deciderà probabilmente in uno scontro istituzionale, se la cava è idonea o meno lo si decreterà in uno scontro di piazza, perché «non deve più succedere che lo stato faccia un passo indietro». Berlusconi non vuole bastoni fra le ruote, e tra le righe lancia un avvertimento perfino al Csm che dovrà decidere sull'eccezione di incostituzionalità avanzata dal 75 pm su 100 della procura napoletana: «Le leggi non sono un moloch assoluto, le leggi devono essere adattate». Il premier ha aggiunto dopo una pausa «per il bene dei cittadini», sta nelle cose che l'adattamento oggi lo vorrebbe decidere lui.
In una piazza del Plebiscito sempre più transennata e pulita a dispetto delle tonnellate di immondizia ancora in strada, in una sala della prefettura costipata di telecamere con vista sul palazzo reale, il cavaliere tira dritto sulla «fermezza», senza sorrisi sulle labbra e con più di un'ora di ritardo. Ha infatti avuto precedentemente una riunione fiume con i 5 presidenti delle province, con i sindaci dei 5 capoluoghi, con i prefetti e i responsabili delle forze dell'ordine e armate, nonché con il presidente Bassolino che insieme alla Iervolino è poi uscito dalla porta posteriore per evitare contestazioni. Al fianco del cavaliere la squadra che deve attuare il decreto «militarizzato», il ministro dell'ambiente Prestigiacomo, quello degli interni Maroni, l'ancora prefetto De Gennaro con un piede già al Sisde, il sottosegretario Bertolaso.
Tutti senza diritto di parola, eccetto il capo della protezione civile cui viene concessa qualche battuta tecnica su cdr da chiudere, il piano da intraprendere nei prossimi tre anni, stato dell'arte sulla raccolta di emergenza. A lui però Berlusconi dedica una difesa d'ufficio per quei provvedimenti giudiziari al suo staff «che qualcuno (delle sue truppe cammellate, ndr) afferma essere avvenuti a orologeria». L'hanno demotivato, ma Bertolaso - che non è indagato, però ne esce screditato per i suoi comportamenti - «è un uomo vero», dice Silvio, e se ha infranto qualche regola è perché «quei dettami di legge erano fatti per la normalità, non per una situazione eccezionale come questa».
Andrà avanti e con la strada spianata, dalle forze armate. Su questo il capo del governo è stato chiarissimo: «Nessuna opera pubblica sarà fermata da una minoranza», «dall'anarchia». E a chi gli domanda timidamente «delle prove di dialogo», di quegli spiragli di confronto con i diversi soggetti coinvolti, risponde sicuro: «Ho appena terminato una riunione con i rappresentanti di quella parte politica che ora sta all'opposizione, i sindaci campani. Da loro è arrivato non solo il sostegno, ma la richiesta di approvare il decreto con un iter veloce e senza cambiamenti». La conferma, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che l'opposizione del Pd non esiste.

(Francesca Pilla)


7 giugno 2008

L'inchiesta rompiballe

 

Sono cominciati ieri a Napoli gli interrogatori degli indagati nell'inchiesta Rompiballe. I primi a finire davanti al gip Rosanna Saraceno sono stati i responsabili degli impianti di cdr campani, accusati di reati che vanno dalla truffa all'illecito smaltimento dei rifiuti. Impresa ardua spiegare come non sapessero nulla della prassi di triturare le ecoballe nei piazzali degli impianti passandoci sopra con i camion, «trattamento» - secondo i pm Noviello e Sirleo - studiato per far apparire il tutto come «mero scarto composto da inerti» da mandare in discarica con tanto di analisi false.
A difendersi ieri, durante l'audizione in commissione Ambiente alla Camera, anche Guido Bertolaso: «Ogni volta che troviamo la soluzione, scopriamo altre difficoltà. Il provvedimento della magistratura crea problemi nel confronto con le autorità locali». Insomma, a infastidire il sottosegretario sono questi intoppi legali che rallentano la sua proverbiale efficienza. La Fibe, poi, contribuisce alla discussione inviando una missiva a Bertolaso che se ne fa latore: «Ad aggravare la situazione c'è la decisione dell'impresa, che operava in nome del commissariamento e che facevano funzionare gli impianti, di ritirarsi dopo l'indagine della magistratura sui vertici delle società». Una prassi già sperimentata, quella di simulare una crisi nei rapporti, come nei migliori matrimoni. Nel novembre 2005 Bertolaso rescisse il contratto con la controllata della Impregilo per gravi inadempienze, con relativa causa per danni intentata dalla Fibe, salvo annunciare di averle assegnato il completamento degli impianti, senza spese di gestione.
Il fatto, poi, che le ecoballe altro non fossero che spazzatura triturata, secondo Bertolaso non è grave, si tratta di un fatto «abbastanza noto. Se vi sono state parole forti derivava solo dall'esasperazione di chi aveva accettato di tentare di risolvere il problema». Un sottosegretario dal volto umano, quello di ieri in commissione. Però, secondo il gip Saraceno, l'allora commissariato straordinario più che solitudine mostrava «insofferenza» verso «lo zelo e il pericoloso spirito investigativo dei carabinieri», in particolare per le attività di indagine nella discarica di Villaricca. Quella, per intenderci, satura fino all'orlo di percolato, ricoperta di terra per evitare che tracimasse, come un piccolo Vajont. Che qualcuno se ne interessasse infastidiva ad esempio Marta Di Gennaro, braccio destro di Bertolaso, che se ne lamenta a telefono con un dirigente della Protezione Civile: «Il giorno 2 ho ricevuto una richiesta dal Noe di esibire documenti su Villaricca, allora io l'ho detto a Guido e gli ho detto che questa è una cosa stranissima...ti ricordi che Guido ha smesso di autorizzare le missioni dei Carabinieri...». Quindi la benemerita in discarica non era gradita, meglio l'esercito contro facinorosi e smaltitori illegali.

(Adriana Pollice)


E la monnezza va anche al Nord

Rifiuti smaltiti in terreni agricoli delle province di Torino e Alessandria o portati in container dal Friuli Venezia Giulia e dal Veneto in Cina: sull'asse Ivrea-Venezia le due nuove inchieste, slegate tra loro, della magistratura sullo smaltimento illecito di rifiuti. Nel porto di venezia sono stati sequestrati 22 container, mentre ieri i carabinieri del Comando provinciale di Torino hanno eseguito sette misure cautelari nei confronti di persone che facevano capo al Consorzio Asa di Castellamonte (Torino) che si occupa di recupero e smaltimento rifiuti per 54 comuni del canavese. Per risparmiare sui costi di smaltimento di quelli pericolosi e della raccolta differenziata, secondo la ricostruzione del procuratore di Ivrea Elena Daloisio, alcuni dei dipendenti del Consorzio gestivano abusivamente, utilizzando false certificazioni di laboratorio, ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi e non, tra cui anche l'amianto. I rifiuti venivano dispersi e mescolati su un terreno agricolo di S. Antonino (Torino) e Pontestura (Alessandria) o stoccati in discariche abusive. Riscontrati anche danni ambientali dovuti alle infiltrazioni tossiche nei terreni e nelle falde acquifere che hanno anche causato una moria di pesci per l'alta tossicità dei derivati dal degrado dai rifiuti.

E c'è pure Fangopoli a Pescara

La Procura di Pescara ha emesso 25 informazioni di garanzia nell'ambito dell'inchiesta denominata «Fangopoli» riguardante l'appalto pubblico e la gestione del depuratore di Pescara e traffico di rifiuti. Fra gli indagati Bruno Catena Presidente dell'Aca, l'ex presidente dell'Ato Giorgio D'Ambrosio, Paolo Federico sindaco di Navelli, Giovanni Di Vincenzo della ditta Di Vincenzo Dino & C. Gli indagati devono rispondere a vario titolo di reati quali turbativa d'asta, abuso d'ufficio, falsità ideologica, frode in pubbliche forniture, truffa, trasporto e smaltimento dei rifiuti in assenza di autorizzazione, traffico di rifiuti, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, corruzione, violazione di sigilli. I fanghi o non venivano trattati oppure lo erano in modo non adeguato per l'avvio al compostaggio. Nonostante questo, però, si procedeva comunque alla vendita del compost. Lo smaltimento sarebbe avvenuto, tra l'altro, nell'impianto Biofert di Navelli per migliaia di tonnellate di rifiuti, provenienti non solo da Pescara, e in quantità di gran lunga superiori a quelle consentite. Tra i terreni sui quali sarebbero stati smaltiti i fanghi ci sarebbero anche quelli agricoli. Nell'ambito dell'inchiesta nei mesi scorsi sono state eseguite da parte del corpo forestale dello stato perquisizioni e sequestri, questi ultimi in particolare a Pescara, a Navelli, in Toscana, a Marina di Ginosa in Puglia e in Molise.


5 giugno 2008

L'ultimo tentativo di Bassolino

 

Intombamento del tal quale e incenerimento a oltranza versus strategia dei rifiuti zero. La Campania sembra essere il laboratorio di tutto e il contrario di tutto. Il governo, con l'avallo dei vertici degli enti locali, si presenta a Napoli per far digerire alle popolazioni rifiuti a pochi passi dalle abitazioni e scorie da termovalorizzatori, mentre l'assessore regionale all'ambiente Walter Ganapini mette a punto un gruppo tecnico di lavoro per il rientro alla gestione ordinaria del ciclo integrato dei rifiuti che sembra studiato per contraddire il decreto legge appena pubblicato. Tra i membri che dovrebbero farne parte Guido Viale e Fortunato Gallico.
«La vera partita si gioca qui. Nell'impegno dei cittadini, dei loro comitati e associazioni, delle loro amministrazione e delle nuove imprese provinciali previste dalla recente legge regionale a battere sul tempo il programma del "tutto fuoco"» scriveva sabato scorso su il manifesto l'ex di Lotta continua che - se verrà raggiunto l'accordo - potrebbe far parte del team chiamato a sottrarre carburante all'impianto di Acerra, il più grande d'Europa, e agli altri tre che dovrebbero essere costruiti. Quello di Acerra, in particolare, il Cdm ha deciso che verrà completato dalla Impregilo, che si era impegnata a realizzarlo in 300 giorni: «Siamo ancora lì ad aspettarlo - scrive ancora Viale - e, per metterlo a norma, ci vogliono altri 150 milioni di euro: quasi il costo di un inceneritore nuovo. E non è detto che funzioni». La filiera dei rifiuti scomposta e analizzata a partire dagli sprechi indotti dalla civiltà dell'usa e getta, per un ciclo virtuoso che abbatta alla fonte la produzione inutile, a partire dagli imballaggi, per un'organizzazione sociale rispettosa di salute e ambiente: le teorie di Viale vanno in rotta di collisione con il piano per uscire dall'emergenza e oltre, poiché le linee illustrate dal neosottosegretario Bertolaso raccontano di un ciclo campano fatto apposta per ingoiare, poi, l'immondizia delle altre regione, oltre a fornire loro energia finanziata con i Cip6.
Poco compatibile con le linee del governo, che non parla affatto di differenziata, anche il profilo professionale di Fortunato Gallico, autore con Ganapini dell'impresa di tirare fuori il comune di Milano dalla crisi rifiuti del 1995. Chiamato a Napoli già nel 2002, Gallico aveva studiato per il Conai, il Consorzio nazionale imballaggi - delegato dal decreto Ronchi ad avviare il sistema integrato basato sul recupero e riciclo dei rifiuti - il progetto per portare la raccolta differenziata partenopea dal 10 al 35%. Una raccolta spinta basata su un mix di porta a porta e contenitori di prossimità, in base alla struttura dei singoli quartieri. Circa 400 pagine consegnate nel 2003 e pagate per rimanere chiuse nel cassetto: «Telefonai spesso all'Asìa (la municipalizzata che si occupa della raccolta rifiuti a Napoli) - racconta Gallico - chiesi perché il mio piano fosse stato abbandonato. Un muro di gomma».
A selezionare la nuova task force, l'assessore regionale all'ambiente Ganapini, ex presidente di Greenpeace, che appena insediato in Campania dichiarava: «Dimostrerò a Bassolino che una corretta gestione del ciclo dei rifiuti è in antitesi con i termovalorizzatori. Negli anni sessanta erano la modernità, oggi non li costruisce più nessuno in Europa». Uno di quelli che vedono il pericolo delle nano polveri - «a Reggio Emilia l'Apat calcola che siano responsabili di 500 morti all'anno» - anche lui sulla linea dei rifiuti zero: «Occorre disimballare i prodotti all'uscita dei supermercati, dove allestire centri di raccolta». Come conciliare tutto questo con i dieci sversatoi presidiati dalle forze dell'ordine in armi e i mega termovalorizzatori è da capire.

(Adriana Pollice)


4 giugno 2008

Intervista al geologo Prof. Ortolani

 

Il professore Franco Ortolani è uno scienziato dell'ambiente, non improvvisa di certo e ad ogni inesattezza risponde con dati alla mano. Lo studioso che dirige il dipartimento di pianificazione e scienza del territorio all'università Federico II di Napoli è convinto che la discarica a Chiaiano non si può fare. Il suo non è certo un capriccio, così come non lo è per il resto dei componenti del tavolo tecnico scelto dai residenti della zona collinare della città e composto da Giovanni De' Medici, Aldo Loris Rossi, Cosimo Barbato e Angelo Spizzuoco.
Professore, ci risiamo. Così come a Pianura e Serre, secondo voi, la scelta del governo è ancora una volta sbagliata...
Ci tengo a precisare che il nostro non è un tavolo di parte, noi redigeremo una relazione istituzionale insieme ai tecnici dell'Arpac, della Seconda Università e ai tecnici del commissariato per l'emergenza.
E qual è la vostra posizione?
Prima di scegliere un sito si deve fare un'istruttoria tecnica, cosa che non è stata fatta. Ora si deve procedere subito alle rilevazioni, in ogni caso io ho provveduto già a documentare con un reportage fotografico che le fratture all'interno della cava di tufo sono tali da mettere in pericolo la falda acquifera.
Vuole dire che le foto riescono a mostrare che la cava di tufo non è integra?
Certo, sono lesioni macroscopiche. Si tratta di blocchi instabili. Ho già scritto tutto nell'indagine che ho presentato al sindaco di Napoli un mesetto fa.
Il decreto del governo dice che la discarica verrebbe messa in sicurezza.
Due teli e uno strato di argilla assicurano forse per una decina d'anni o forse anche meno. E comunque l'intera falda verrebbe messa in pericolo. Il sottosuolo si ricarica in corrispondenza della collina dei Camaldoli che fa defluire l'acqua in tutte le direzione. L'acqua piovana che si infiltra arriva nelle acque utilizzate per le irrigazioni. Il fondo di questa cave non si riempie mai, sono dotate di notevole permeabilità. Quindi l'acqua scorre velocemente. La falda si trova a 150 metri di profondità, ma la frattura permette una facile trasferibilità. Riempire questo fossato di sessanta, settanta metri di rifiuti, tra cui anche rifiuti pericolosi e non differenziati come avverrebbe a Chiaiano, avvolti da un pacchetto molto fragile, fa sì che il percolato aggressivo vada molto giù in profondità. E' ingovernabile ciò che a accade a tanti metri di profondità.
Oltre ai miasmi che si espanderebbero tra le abitazioni, in un'area che conta quattro ospedali, quali sarebbero i danni per il sottosuolo?
I cattivi odori per oltre 120 mila famiglie sono poco in confronto agli inquinamenti dei terreni. Ma questa non è una novità, anche se ci sono studi che dimostrano come i venti spirano proprio in questa zona collinare. Mentre al Nord si istituisce un commissariato per l'emergenza siccità sul Po, qui andiamo a contaminare acque pulite e zone con produzioni agricole pregiate. Nella zona tra Chiaiano e Marano si produce la ciliegia della Recca. I biogas che produrrebbe una discarica di questo tipo andrebbero oltre i 15 anni come si dice. Basta vedere a Contrada Pisani dove da quando è stato chiuso l'invaso nel '95 continuano ad esalare gas come prima.
C'è uno spazio a Napoli e dintorni dove è possibile costruire una discarica da proporre come alternativa a quella di Chiaiano?
Direi sicuramente di no. Studio il territorio napoletano da decenni, qui non ci sono le caratteristiche. Si possono fare aree di stoccaggio provvisorio, di compostaggio e di riciclo, ma non invasi per il talquale. Nel resto della Campania invece si possono trovare altre centinaia di aree più sicure e integre, basterebbe fare un'analisi a tappeto della regione per rendersene conto. Siamo all'abc di quello che significa governare.
Qual è stato l'atteggiamento del commissariato quando avete avanzato le vostre perplessità su Chiaiano?
Durante la riunione in Prefettura ieri i rapporti sono stati cordiali. Di solito invece non esistiamo. Vedremo...

(Ilaria Urbani)


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