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10 ottobre 2009

Antonio Sciotto : Brunetta, la sua "rivoluzione" è un mezzo flop

 

Pubblico impiego, la rivincita dei lavoratori (i cosiddetti - a destra - «fannulloni»). E' di ieri la notizia che dopo mesi di propaganda a tutta fanfara, il «ministro più amato dagli italiani» (da sua stessa definizione) si è dovuto rimangiare la «rivoluzione» (oggetto anche di un libro autoagiografico con tanto di foto gigante in quarta di copertina): addio decreto anti-fannulloni. Silenziosamente, il titolare della Funzione pubblica è stato costretto (dalle insistenze dei sindacati, anche delle «amiche» Cisl e Uil, e dalle incompatibilità di conti imposte dal collega Tremonti) a cancellarne il nucleo fondamentale, mentre tutti i suoi fan erano al mare: l'abrogazione risale infatti allo scorso 1 luglio, per mezzo di un apposito decreto, successivamente convertito in legge (102/2009). Sarà per questo che ha poi sfogato, solo qualche giorno fa, tanto livore contro la sinistra, definita di m..., e poi gentilmente invitata ad andare «a morì ammazzata»? Forse già se lo sentiva che la fine della sua revolution avrebbe dilagato a tutto web: ieri infatti la notizia è uscita su Repubblica.it, a cui ovviamente - a strettissimo giro di posta, come sempre fa - il ministro ha tentato di replicare con una nota ufficiale. 



Ma nulla: la marcia indietro è significativa, e in realtà - come ci spiega Carlo Podda, segretario della Fp Cgil - non si è prodotta solo attraverso un decreto, ma anche con alcune circolari, anch'esse fino a ieri restate abbastanza anonime. Innanzitutto sono state ricostituite le passate regole sulla reperibilità, riportandole in pari con quelle dei lavoratori privati: il ministro aveva introdotto una disparità ben poco gestibile, e si è reso conto che era necessario tornare indietro. Importante marcia indietro anche sulle visite fiscali: Brunetta aveva creato un sistema che avrebbero dovuto gestire Asl e Regioni, e non più i medici di famiglia, ma questo avrebbe comportato lo stanziamento di risorse da parte del governo, e Tremonti ha detto no.
Altro punto importante, decisivo in uno Stato civile, l'assurda legge per cui veniva imposta una trattenuta a chi andava a donare il sangue, alle donne che effettuavano il test preventivo rispetto ai tumori, o a chi era costretto ad assistere un familiare disabile: anche qui, cancellato tutto. «Il ministro su questo punto in realtà aveva già anticipato che sarebbe tornato indietro - dice Podda - e questo è successo dopo che era andato a visitare a casa, con un codazzo di telecamere e giornalisti, una dipendente che aveva gravi problemi nel conciliare esigenze familiari e lavoro». Podda aggiunge comunque che «molte di queste erano già conquiste acquisite negli contratti siglati unitariamente, come d'altra parte regioni come la Toscana stavano approntando leggi che neutralizzavano le misure decise dal ministro». Insomma, afferma il sindacalista Cgil, «Brunetta si è reso conto da tanti lati che la sua annunciata "rivoluzione" è stata un flop, e così ha fatto retromarcia: la cosa da sottolineare, piuttosto, è che tutto, dopo più di un anno di governo Berlusconi, è rimasto allo stesso punto, se non peggiorato. Complici anche i tagli imposti».
Così il sindacato, unitariamente, chiede adesso una vera «rivoluzione» nel pubblico, ma stavolta concertata. Podda, insieme ai colleghi Giovanni Faverin (Fp Cisl) e Giovanni Torluccio (Fpl Uil), chiede «l'apertura di un grande tavolo di confronto con governo nazionale, Regioni, Autonomie locali e imprese». Si chiede di ridiscutere in questo contesto pure i contratti: e dunque, visto che vengono chiamate al tavolo anche le imprese, sembra profilarsi non solo come la volontà di azzerare il protocollo Brunetta (separato) che recepì l'accordo sul modello contrattuale del 22 gennaio, ma anche un modo per aggirare le stesse divisioni sul 22 gennaio, partendo dal pubblico.


10 luglio 2009

Guglielmo Forges Davanzati : l'unità nazionale e le gabbie salariali

 La tesi secondo la quale occorre prendere atto del fatto che esistono ‘nuove’ modalità di organizzazione del lavoro e che esse si basano su rapporti cooperativi fra imprenditore e lavoratore viene reiteratamente usata per legittimare i provvedimenti di depotenziamento del sindacato e la riduzione del potere contrattuale del lavoro dipendente. Si tratta di quella “complicità tra capitale e lavoro” che è un punto fermo dell’elaborazione teorica del Ministro Sacconi. Partendo dalla legislazione sulla ‘flessibilità del lavoro’ avviata dagli anni ottanta e con significativa accelerazione nei primi anni duemila, il processo è fin qui giunto al sostanziale superamento della contrattazione nazionale[1]. Anche i più tenaci difensori di questi provvedimenti non si spingono a sostenere che dalla loro attuazione c’è da attendersi un aumento generalizzato dei salari: viene semmai sostenuto che – per il tramite del cosiddetto salario di ‘produttività’ – si registrerà un’accentuazione dei differenziali salariali nella direzione di maggiori premialità per il contributo individuale alla produzione e, dunque, di maggiore incentivo all’erogazione di impegno lavorativo.



La ratio che sottende questo provvedimento sta nella convinzione – tutta da dimostrare – che la modesta dinamica della produttività del lavoro delle imprese italiane, di gran lunga inferiore alle loro concorrenti europee, dipende dal fatto che, nel nostro contesto, non viene premiato il merito; e ciò, a sua volta, viene ricondotto a un modello di relazioni industriali che è stato tradizionalmente caratterizzato da una marcata centralizzazione. Occorre chiarire, a riguardo, che sebbene nessuno possa farsi difensore del demerito, così che l’esaltazione meritocratica finisce per diventare mera retorica, ad oggi non si dispone di alcun criterio oggettivo di misurazione della produttività individuale. Ed è necessario aggiungere che – poiché il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto –  è teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. In tal senso, premiare il merito è un dover essere che non trova alcun sostegno scientifico, e, conseguentemente, non può avere una sua traduzione nelle prassi aziendali. Ciò che le imprese verosimilmente fanno, in assenza di una quantificazione oggettiva del merito, è – nella migliore delle ipotesi – premiare chi si è dimostrato più affidabile (e, non per questo, più produttivo) e – nella peggiore delle ipotesi – attuare forme di discriminazione, a danno dei lavoratori meno ‘graditi’ e/o con minor potere contrattuale.
Stando così le cose, si può ritenere che il depotenziamento del sindacato ha, come effetto, innanzitutto una riduzione generalizzata dei salari e i costi connessi alla tutela aziendale dei diritti dei lavoratori. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione, che attiene agli effetti di questi provvedimenti sull’economia meridionale, sulla base di una duplice constatazione.
1) Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, nel settore privato i salari al Nord sono mediamente più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio[2], stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si può osservare, a riguardo, che la quota delle esportazioni del Mezzogiorno è stata in aumento, seppur lieve, negli ultimi anni, passando – su fonte ISTAT – di circa 1 punto percentuale dal 2006 al 2007. Poiché le imprese meridionali, tecnologicamente di retroguardia e di piccole dimensioni, riescono ad acquisire quote di mercato solo mediante la compressione dei prezzi e, dunque, dei costi di produzione, la ripresa delle esportazioni meridionali sembra dipendere dalla riduzione dei salari nel Mezzogiorno. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area, così che non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri che vengano reinvestiti in loco. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.
2) L’ultimo rapporto ISTAT registra che, nelle regioni meridionali, oltre il 90% delle imprese censite ha un numero di dipendenti inferiore a nove. In tali condizioni, appare del tutto evidente che la contrattazione aziendale o non si fa o, se si fa, è al più un fatto meramente formale che si limita a ratificare l’asimmetria dei rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti, asimmetria massima nelle micro-imprese. La conseguente prevedibile caduta dei salari dei lavoratori meridionali, a seguito delle nuove politiche del lavoro, non può che determinare un’accelerazione – politicamente indotta – dei differenziali salariali fra macro-aree.
Il ritorno alle ‘gabbie salariali’ è, in effetti, nell’agenda politica, come testimoniato dalle ripetute sollecitazioni provenienti soprattutto dalla Lega Nord e da Confindustria. E’ opportuno ricordare che il dispositivo delle gabbie salariali, vigente negli anni cinquanta-sessanta, manteneva ope legis i salari monetari dei lavoratori meridionali più bassi dei loro colleghi settentrionali, con un duplice argomento: i) essendo differente il livello dei prezzi fra aree del Paese, occorreva tenere basse le retribuzioni nominali nelle aree con prezzi più bassi; ii) essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, e poiché il salario è (deve) essere commisurato alla produttività del lavoro, occorreva comprimere le retribuzioni nelle aree nelle quali la produttività era minore. L’obiettivo e le motivazioni oggi non cambiano. Si aggiunge che la compressione relativa dei salari al Sud favorirebbe gli investimenti nell’area. E’ bene chiarire che nessuno di questi argomenti trova un adeguato sostegno teorico ed empirico. Innanzitutto, se anche il livello dei prezzi è inferiore nel Mezzogiorno, occorre considerare che i lavoratori meridionali accedono a una quantità di beni e servizi pubblici di gran lunga inferiore a quella dei loro colleghi settentrionali. A ciò si può aggiungere che, per il meccanismo perverso precedentemente descritto, quanto più il paniere dei beni di consumo dei lavoratori meridionali include anche prodotti del Nord (e del resto d’Europa), tanto minore è il loro salario reale. Si consideri che le rilevazioni ISTAT che vengono poste alla base del ritorno alle gabbie salariali non certificano un livello dei prezzi più basso per ogni bene di consumo nelle città meridionali. A titolo puramente esemplificativo, si può richiamare il fatto che i prezzi più alti dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature – fra tutti i comuni italiani - si registrano a Reggio Calabria[3]. In secondo luogo, la minore produttività dei lavoratori meridionali non è imputabile al loro scarso rendimento, ma a una struttura produttiva tecnologicamente di retroguardia sulla quale, con ogni evidenza, non possono incidere[4].  In terzo luogo, e per quanto attiene all’attrazione di investimenti, i riscontri empirici disponibili, riferiti agli ultimi anni, segnalano l’inesistenza di questo effetto. Sia sufficiente qui richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, pure a fronte di un significativo calo dei salari nel Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nel precedente biennio, dal 2.4% allo 0.5%.¼br> L’impoverimento materiale dei lavoratori meridionali – già in atto e presumibilmente in crescita – viene in qualche modo compensato da un’operazione culturale che passa dalla retorica delle ‘vocazioni naturali’ – secondo la quale il Sud è naturalmente dedito al turismo e all’agricoltura – per arrivare al ‘pensiero meridiano’. L’apologia della lentezza, dell’analisi misurata e tranquilla del mondo che ci circonda viene contrapposta, con segno positivo, alla velocità che caratterizza gli stili di vita e i modi di produzione delle economie industrializzate più avanzate. E’ su questo duplice dispositivo che si cerca di mantenere l’unità nazionale che la gran parte dei provvedimenti di questo Governo sta seriamente mettendo in discussione


28 febbraio 2009

Fabio Sebastiani : le reazioni dei delegati sindacali

 

«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione.
«Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. 




Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato».
«I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita».
Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma.
«Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice.
L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo».
«In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi».
Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta».
Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».


26 febbraio 2009

Serena Salucci : stretta di Brunetta sui precari nella Pubblica Amministrazione

 

Non hanno ancora vinto la loro battaglia, ma da ieri hanno qualche speranza in più di riottenere il loro posto di lavoro. Anna, Laura e Valentina, tre delle undici centraliniste interinali dell'Ospedale di Legnano licenziate a settembre, erano giunte a Roma mercoledì mattina con gli occhi coperti da una benda nera, per partecipare al presidio dei precari della Pubblica Amministrazione organizzato sotto Palazzo Madama dall'RdB Cub. «Siamo bendate - avevano spiegato - perché il nostro futuro non esiste, non lo lo vediamo più. Vogliamo chiedere spiegazioni direttamente al ministro Brunetta, perchè secondo la sua legge non possiamo più riavere il nostro lavoro». Ieri mattina hanno continuato il loro "sciopero del futuro" sotto la sede del Ministero della Funzione Pubblica finché non sono state ricevute dallo staff del Ministro.
Dopo un rimpallo di responsabilità, durato mesi, tra l'azienda sanitaria lombarda e il ministero, finalmente si è acceso un lumicino. Secondo i funzionari che hanno ricevuto le lavoratrici, esiste la possibilità di deroga al famigerato art. 49 della legge 133 che fissa il limite di tre anni per l'utilizzo dei lavoratori precari da parte della Pubblica Amministrazione: è sufficiente che l'Ospedale formuli un quesito da inviare a Roma per la predisposizione di un provvedimento ad hoc. Tolte le "bende", le ragazze hanno fatto ritorno a casa, con la certezza di un appuntamento per il 4 marzo prossimo al Ministero, sempre che l'Ospedale di Legnano lavori perché la vicenda si concluda positivamente. 



Quel che è certo per ora, è che la storia delle centraliniste "spogliarelliste", che si erano messe provocatoriamente all'asta su You Tube per un posto di lavoro, rappresenta solo l'inizio dell'effetto devastante dei provvedimenti del governo su migliaia di precari del pubblico impiego. La preoccupazione cresce con l'avvicinarsi del passaggio alle Camere del Disegno di Legge 1167, il collegato alla finanziaria che nell'articolo 7 inserisce una revisione drastica della disciplina sul ricorso al lavoro flessibile all'interno degli enti pubblici. La norma, definita "ammazzaprecari" dai sindacati di base, mette definitivamente un punto alle procedure di stabilizzazione iniziate nella Pa a seguito delle finanziarie del 2006 e del 2007. Il termine perentorio fissato per tutte le conversioni e le assunzioni dei precari è il 30 giugno 2009. «Tecnicamente fino a quando il Ddl 1167 non entra in vigore - sottolinea Carmela Bonvino, resposabile RdB per il precariato - le amministrazioni possono far riferimento alle vecchie norme e stabilizzare i tempo determinato fino alla copertura per le carenze di organico, e per i cococò la trasformazione a tempo determinato. Ora non solo vengono abrogate tutte le norme, ma le amministrazioni che hanno fatto il passaggio da cococò a tempo determinato non avranno più la possibilità di fare il secondo passaggio e assumere i lavoratori. Soprattutto negli enti locali la situazione rischia di diventare critica, perché la lentezza burocratica non consentirà di completare le procedure. Finiti i tre anni si è fuori». Per questo cresce la mobilitazione dei precari degli enti pubblici. L'unica promessa strappata con il presidio dell'altro giorno, che chiedeva alla cancellazione dell'articolo 7 del progetto di legge, è quella dei senatori dell'Italia dei Valori che nel passaggio in Commissione Lavoro presenteranno alcuni emendamenti, nessuna risposta da Pd e nessun sostegno per ora dai sindacati confederali. È quindi probabile che l'"ammazzaprecari" andrà avanti senza ostacoli. Ieri, dopo il passaggio indenne del Ddl in Commissione Affari Costituzionali del Senato, Brunetta ha espresso la ferma intenzione di arrivare alla votazione in Senato martedì prossimo.


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