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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


29 marzo 2011

Perchè Germania e Italia hanno andamenti divergenti ?

Nel trattare dell’ipotesi di Emiliano Brancaccio relativamente alla possibilità che le economie di Germania ed Italia possano nel futuro divergere in maniera sempre più rilevante, andrebbe spesa qualche parola sul perché c’è stata questa divergenza. Brancaccio e altri appartenenti alla scuola post-keynesiana sottolineano il ruolo della politica tesa all’aumento delle esportazioni da parte della Germania ed all’aumento del rapporto tra produttività e costo unitario del lavoro in Germania. La tesi è condivisibile ma va ulteriormente articolata. Ci preme in questa contingente riflessione sottolineare alcune cose :

 

La Germania con la Merkel è più esposta all'estero...

 

1.      L’Italia nel 1996 presentava una percentuale dei consumi delle famiglie sul Pil del 62,8%, mentre la quota dei consumi collettivi era del 17,3% e gli investimenti ammontavano al 17%. La bilancia commerciale era in attivo del 3%. Nel 2009 i consumi delle famiglie erano scesi al 59%, i consumi collettivi erano saliti al 20%, mentre gli investimenti sono saliti al 21%. La bilancia commerciale è sostanzialmente in pareggio, anche se nel 2008 era in passivo dello 0,2%. Il reddito procapite PPA è sceso da 76 del 1996 a 67,5 del 2009 (con gli Usa come riferimento a 100). La crescita del Pil da +2,9% del 1996 è scesa a +2% nel 2000 e a +1,2% nel 2001. Nel 2005 l’incremento è stato dello 0%, mentre con la crisi si è scesi sino a -0,2%. Le ragioni di scambio con la Germania sono passate da un sostanziale pareggio del 1996 (nel senso che il 19% delle nostre esportazioni era verso la Germania, mentre il 19,2% delle nostre importazioni proveniva dalla Germania) ad un peggioramento per cui il 12,8% delle nostre esportazioni è verso la Germania, mentre il 16% delle nostre importazioni proviene dalla Germania. Possiamo interpretare questi dati dicendo che una prima grande flessione si è avuta con l’entrata nel sistema dell’euro, in quanto la conseguente impossibilità di svalutazione della nostra moneta ha peggiorato le nostre ragioni di scambio (non a caso da un +2,9% nel rapporto tra export ed import del 1996 si è scesi ad un +1,2% del 2001). A ciò si è aggiunto il fatto che la diminuzione dei consumi  (delle famiglie e collettivi) dall’80,1% del Pil al 78,1% ha finanziato l’aumento degli investimenti dal 17,3% al 18,6%.  Questi investimenti però sono stati effettuati aumentando fortemente le importazioni (dal 20,1% del Pil al 27,2% del 2001) e dunque peggiorando le nostre ragioni di scambio (appunto da +2,9% del 1996 a +1,2% del 2001). Infine l’impatto delle crisi del 2000-2001 e del 2007-2009 ha ulteriormente indebolito la posizione delle nazioni europee già svantaggiate. L’ingresso nell’euro ha evidenziato le debolezze del nostro sistema economico che prima erano nascoste dalla possibilità di svalutazione della moneta. Al tempo stesso lo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti ha diminuito i consumi interni e peggiorato ulteriormente le nostre ragioni di scambio.

2.      La Germania invece che nel 1996 aveva solo un risicato attivo commerciale dello 0,7% (sempre in rapporto al Pil), manteneva comunque i consumi complessivi più bassi (nell’ordine del 77% del Pil) a vantaggio degli investimenti (nell’ordine del 22,5% del Pil) che, pur pesando sulle importazioni, hanno comunque dato slancio alle esportazioni al punto tale che la bilancia commerciale del 2008 ha registrato un attivo equivalente a +7% (in rapporto al Pil, cioè le esportazioni equivalevano al 46,9% del Pil, mentre le importazioni equivalevano al 39,9% del Pil). La percentuale dei consumi sul Pil è rimasta più o meno inalterata sino al 2006. Con la crisi c’è stata una riduzione percentuale dei consumi delle famiglie dal 58,9% del 2006 al 56% del 2009 e questo tutto a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti. Questi ultimi però sono scesi al di sotto del 20% e si può prevedere che la Germania nei prossimi anni non avrà lo slancio che ha avuto nel corso del primo decennio del terzo millennio. C’è da aggiungere che, seppure la Germania abbia migliorato le proprie ragioni di scambio con alcuni paesi europei, essa ha migliorato la propria bilancia commerciale soprattutto inserendosi nei mercati extraeuropei (le esportazioni verso l'UE25 erano il 63,9% del totale nel 2005, mentre quelle verso l'UE27 sono il 63,3 % del totale nel 2009), per cui sarebbe possibile mantenere un attivo della bilancia commerciale pur riequilibrando l’eccessivo sbilancio nei rapporti con gli altri paesi dell’unione europea.

 


21 marzo 2011

Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 ottobre 2009

Maurizio Matteuzzi : il risultato delle elezioni portoghesi

 Tutto secondo le previsioni o quasi. Ma il bello, ossia il difficile, comincia adesso.
Le elezioni politiche di domenica in Portogallo hanno confermato le previsioni della vigilia dando la vittoria al Partito socialista e al suo leader, il liberl-liberista José Socrates. Se il risultato è stato molto significativo dal punto di vista politico - perché la conferma è venuta dopo la crisi globale che (anche) in Portogallo ha picchiato duro e dopo la secca sconfitta del Ps nelle europee del giugno scorso -, il prezzo è stato pesante. Il Ps, sceso dal 45% delle ultime politiche del 2005 al 36.6% di domenica, ha perso mezzo milione di voti e la maggioranza assoluta passando da 120 a 96 deputati (su 230) nella prossima Assemblea della repubblica. Per cui ora, per i prossimi 4 anni, dovrà trovare alleati per mantenere la «stabilità» politica necessaria per uscire dalla crisi e ritornare alla crescita economica.
Confermata anche la disfatta del Psd e della sua leader Manuela Ferreira Leite, la «dama di ferro» esponente dell'ala più dura. Anche se i social-democratici - che in Portogallo sono destra allo stato puro - possono consolarsi con un modestissimo aumento di voti e seggi sul 2005 (29.1 contro 28.7%, 78 contro 72) sono rimasti lontanissimi da «ribaltone» e dalla alternativa di destra che speravano.



Confermata infine l'ascesa della sinistra radicale, anche se con qualche chiaroscuro. Il Bloque de Esquerda del popolare «Robin Hood» ex-trotzkista Francisco Louçã ha registrato un vistoso aumento di voti (dal 6.3 al 9.8%) e il raddoppio dei seggi (da 8 a 16), ha superato per la prima volta il vecchio Partito comunista e ha centrato il suo principale obiettivo - quello di impedire al Ps dell'«arrogante» Socrates la conferma della maggioranza assoluta -, ma non è riuscito nell'obiettivo di divenire la terza forza parlamentare e neanche di rendere i suoi seggi decisivi, sommati a quelli socialisti, per la maggioranza assoluta. Il Pcp di Jeronimo de Sousa a sua volta (in coalizione con i verdi) può vantare anch'esso un leggero progresso - che ne testimonia la vitalità non solo residuale - in percentuale e seggi (dal 7.5 al 7.8% e da 14 a 15), ma ha subito l'onta del sorpasso da parte degli «estremisti» del Be (e quindi dell'inversione dei rapporti di forza politici) e della retrocessione da terza a quinta (e ultima) rappresentanza parlamentare.
La vera sorpresa di domenica è stata la destra-destra del Cds-Pp, Centro democratico-sociale-Partito popolare di Paulo Portas, passato dal 7.2 al 10.5% e da 12 a 21 deputati, e balzato al ruolo di terza forza parlamentare: la disfatta del Psd gli ha tolto l'appellativo ironico di «partito del taxi» (nel senso che i suoi deputati stavano tutti in un taxi) e gli ha dato un ruolo che potrebbe rivelarsi decisivo per gli equilibri del prossimo governo Socrates. Stando ai numeri, la somma dei seggi socialisti e popolari danno la maggioranza assoluta.
Anche la somma aritmetica dei voti del Ps, del Bloque e del Pcp darebbero alle sinistre una comoda maggioranza assoluta in parlamento - il 54% -, ma un governo di sinistra appare molto improbabile se non da escludere a priori visti la differenza dei programmi e le posizioni reciprocamente belligeranti assunte in campagna elettorale. Le sinistre radicali bollano - non senza ragione - Socrates e le sue riforme come «liberisti».
In definitiva hanno vinto tutti. Numericamente hanno vinto la destra e la sinistra radicale, e perfino il Pds. Politicamente ha vinto il Ps nonostante abbia lasciato per strada mezzo milione di voti e più di venti seggi. L'unico sconfitto (anche grazie al sistema proporzionale vigente) è stato il bipolarismo del «voto utile» a cui si erano appellati sia Socrates sia Ferreira Leite. Ha vinto anche l'astensione, arrivata al 39% (nel 2005 fu del 35%), sintomo di una disincanto che per altri versi ha portato parte dell'elettorato del Psd a votare per il Cds-Pp e parte dell'elettorato socialista a votare per il Blocco di sinistra.
Ieri in Portogallo ci si interrogava sul prossimo governo: Socrates tenterà una coalizione o andrà - come Zapatero in Spagna - a un governo di minoranza cercando voti di volta in volta a destra o sinistra? E se tenterà la coalizione, andrà a sinistra (dopo la rivoluzione dei garofani del '74 non c'è mai stato un governo di coalizione di sinistra) o a destra? Col Cds o addirittura una «grande coalizione» con il Pds, come fu fra l'83 e l'85 sotto la guida di Mario Soares? Ma, con una sinistra «estrema» a quasi il 18% in parlamento e radici nel tessuto sociale, per il Ps portoghese sarebbe quasi un suicidio come è stato per la Spd tedesca.


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