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10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


5 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : il fallimento di una politica restrittiva

 Ovviamente, volendo seguire un’impostazione post-keynesiana (se non marxista) più congeniale ad un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, non possiamo che notare che una politica restrittiva non può assolutamente migliorare la situazione del nostro debito pubblico, dal momento che tale politica restrittiva non può che rallentare la crescita del Pil e dunque il rapporto tra interessi del debito e tasso di crescita del Pil e di conseguenza il rapporto debito/Pil. Quand’anche la crescita del debito fosse inferiore a quella del Pil i tempi per un rientro che abbia una rilevanza razionalmente comprensibile sono nell’ordine di almeno vent’anni di sacrifici. Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto hanno poi messo in evidenza che l’allargamento dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi non è collegato tanto al debito ed al deficit pubblico, quanto più al disavanzo con l’estero in quanto costituisce probabilmente una voce corposa del Pil ed anche della competitività comparata del nostro sistema produttivo con quello di altri paesi. Per Cesaratto e Stirati i casi di default sovrano riguardano prevalentemente paesi che hanno forti debiti con l’estero e che congiuntamente hanno rinunciato ad una piena sovranità monetaria.

Leon aggiunge che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca a sua volta il patrimonio pubblico (ad es. la vendita di società a capitale pubblico) induce le agenzie di rating a valutare che è peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Sergio Bruno dice invece che le manovre fiscali restrittive pretendono di mettere ordine, agendo su grandezze economiche di flusso (imposte e spese pubbliche), in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza, quando i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi.


3 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : la strategia restrittiva contro il debito pubblico

I primi tentativi di aggredire il debito pubblico italiano sono stati espletati più o meno all’inizio ed alla metà degli anni ’90 (dal 1992 al 1997) e principalmente con i governi Amato, Ciampi e Prodi. La strategia utilizzata è quella di una politica economica restrittiva e deflazionista, ispirata dalla CEE (che è poi diventata UE). Il bastone con cui la CEE ha costretto l’Italia ad intraprendere queste politiche restrittive è stata la speculazione che ha sbattuto la lira fuori dallo SME per alcuni anni (come abbiamo visto secondo alcuni anche in questo caso la speculazione viene usata come bastone dalla Germania per imporre una politica restrittiva nei paesi fortemente indebitati). All’origine di questa impostazione c’è l’interesse della Germania a gerarchizzare economicamente i rapporti tra gli Stati che compongono la CEE prima e la UE poi, in modo da favorire la supremazia economica tedesca attraverso l’ideologia liberista del controllo dell’inflazione, della moderazione salariale rispetto alla produttività e dell’economia orientata alle esportazioni. La moderazione salariale permette al capitalismo tedesco di ottenere un enorme surplus che a sua volta finanzia la periferia europea: l’esempio principale è la bolla immobiliare spagnola che le banche tedesche hanno felicemente finanziato. Il surplus tedesco in pratica crea il debito dei paesi periferici. Questa impostazione ha teso progressivamente a squilibrare le bilance commerciali degli stati europei e ad aggravare i processi per cui l’integrazione commerciale che si verifica come risultato delle economie di scala conduce anche alla concentrazione regionale delle attività industriali ed all’impoverimento speculare di altre aree produttive (Krugman). Già allora, studiosi come Augusto Graziani, Lapo Berti e Andrea Fumagalli avevano analizzato queste dinamiche ed ammonito a non prendere una certa strada. E sono stati facili profeti.

 

 

Berti diceva che per quanto riguarda i vantaggi della moneta unica, un primo contraccolpo negativo, con il rafforzamento di tale moneta nei confronti del resto del mondo, sarebbe stata una perdita di competitività almeno per alcune delle economie che avrebbero fatto parte della comunità. Inoltre la perdita della sovranità monetaria avrebbe fatto emergere ulteriori costi, in particolare a fronte di shock esterni che avessero avuto effetti differenziati sulle diverse economie, ad es. un aumento del costo del petrolio oppure una catastrofe naturale o una crisi settoriale, costi che, non potendo più usare la leva del cambio, si sarebbero scaricati su livelli di impiego della forza lavoro e del capitale. La rinuncia ad usare la politica monetaria per modellare i propri disegni macro economici avrebbe insomma potuto comportare, per i paesi più deboli, costi anche notevoli in termini di riduzione del tasso di crescita. Per Fumagalli è con gli accordi di Maastricht che la questione del deficit pubblico diventa il problema dei problemi. A ciò si deve aggiungere l’effetto distorsivo causato dal deficit pubblico sulla ricomposizione o l’ampliamento della conflittualità tra i diversi tipi di capitale in un contesto sempre più internazionalizzato. Gli effetti redistributivi della spesa pubblica e degli interessi passivi sul debito, se in primo luogo aumentano la polarizzazione tra i redditi incrementandone il grado di concentrazione, in secondo luogo comportano costi sempre più elevati nel processo di finanziamento a breve degli investimenti. Le imprese industriali e dei servizi sono poste davanti ad un bivio: da un lato hanno ancora bisogno della spesa pubblica come sostegno diretto e indiretto all’attività produttiva (vedi il caso Fiat per gli stabilimenti di Melfi o per l’aumento della cassa integrazione). Dall’altro, la situazione debitoria dello Stato necessita di tassi d’interesse elevati in una prospettiva sempre più perversa, secondo la quale si emettono titoli non per finanziare spese ma per pagare gli stessi interessi. La pressione sui tassi d’interesse interni che ne risulta mantiene elevato il costo del denaro e aggrava i costi di produzione per le imprese. La funzione svolta dal settore pubblico nel sostituire liquidità onerosa (da parte delle aziende di credito) con liquidità a basso costo (rendite finanziarie e contributi vari) diventa sempre meno sostenibile di fronte a tassi di interesse reali sempre più elevati e con un tasso di inflazione minore. Se ciò nei primi anni ’80 aveva consentito di risolvere la conflittualità tra capitale industriale e capitale creditizio a vantaggio di entrambi, ora la situazione si presenta rovesciata ed aggravata (sino all’estate del ’92), dal perseguimento di una politica monetaria e valutaria restrittiva, finalizzata al controllo del cambio, che impediva ed impedisce una diminuzione degli stessi tassi d’interesse in modo rilevante. Ciò che negli anni ’80 rappresentava un circolo virtuoso per i redditi da profitto e da interesse (elevato deficit pubblico, immissione di liquidità nuova per le imprese, rendita finanziaria per le banche, collusione tra capitale industriale e finanziario-creditizio) si sta trasformando in un circolo vizioso negli anni ’90, in presenza di una recessione economica di non semplice soluzione. Oltre all’elevatezza del tasso d’interesse sui crediti, l’esistenza di una domanda interna e internazionale poco sostenuta, la deficienza strutturale del nostro apparato produttivo, il restringimento di margini di profitto sono tutti elementi che possono incrementare il rischio di conflitto tra capitale industriale e finanziario-creditizio. Le  politiche di privatizzazione hanno rappresentano la risposta più matura del ceto politico dominante. Esse si basano infatti esclusivamente sulla vendita a lotti delle imprese a partecipazione statale indipendentemente dalla redditività esistente e senza che vi sia implicita una qualche forma di programmazione strategica-industriale. Piuttosto esse hanno avuto lo scopo di modificare l’attuale redistribuzione del surplus tra capitale industriale e capitale finanziario, così da consentire il ricompattamento delle conflittualità intra-capitalistiche. Si aggiunga che lo stesso Paolo Baffi era molto perplesso sull’ingresso dell’Italia nello SME nel 1979. Per altri economisti (come Marco Passarella) la costituzione dell’euro è stata una svalutazione occulta operata dalla Germania nei confronti dei paesi periferici (probabilmente Francia e Germania hanno permesso l’ingresso dell’Italia nell’euro per neutralizzare un concorrente fastidioso grazie alla perenne possibilità di svalutare la propria moneta). Lo stesso Pasinetti ha risolutamente negato l’utilità dell’imposizione di parametri unici all’interno degli accordi di Maastricht: i parametri sin dagli anni ’90 avrebbero dovuto essere relativi al rapporto tra debito e tasso di crescita di ogni singolo Stato. Imporre la stessa camicia di forza ha invece confermato ed ingigantito gli squilibri esistenti. Infine, secondo Pivetti, con l’abolizione di tutte le restrizioni ai movimenti di capitali è venuta meno l’autonomia del paese tanto in ambito monetario che nell’ambito della politica fiscale (includendo in quest’ultima la libertà di scelta del sistema di tassazione). Nel caso concreto dell’Italia, ciò comporta che la fonte stessa della continua crescita del rapporto debito/Pil viene allargata piuttosto che ristretta: il tasso d’interesse è necessariamente maggiore e il tasso di crescita minore che in regime di controllo dei movimenti di capitale.

 

 


3 aprile 2011

IL Travaglio dell'Italia : piove, governo Berlusconi !

Scartata l’ipotesi 1, politicamente scorretta, che Berlusconi porti sfiga, restano quattro plausibili spiegazioni del black out : è un trend internazionale, oppure è uno dei frutti del nuovo asse Roma-Washington, oppure è tutta colpa dei Francesi e degli Svizzeri, oppure ancora sono le conseguenze della politica dei governi precedenti. Insomma, è colpa degli altri.

Resta da capire di quali altri, visto che in questo disgraziato paese non c’è mai cesura tra ieri e oggi, confine tra noi e loro, soluzione di continuità tra questi ed altri.

 

 

 

Prendersela con i governi di compromesso storico ?Impossibile, Sanza, Gargani e soprattutto Pisanu protesterebbero.

Attaccare il governo Craxi ?Qualcuno potrebbe ricordare a Berlusconi chi è e cosa sarebbe senza i decreti di Craxi.

Sparare genericamente sul pentapartito ?E chi li tiene Pomicino, De Michelis, Ferrara ?

Prendersela con l’opposizione consociativa ?E chi li sente Ferrara, Bondi e Adornato ?

Cannoneggiare il governo Amato ? Lo si dovrebbe spiegare all’allora ministro della Sanità Costa.

Il governo Dini ? Frattini, allora alla Funzione pubblica, oggi agli Esteri, si risentirebbe.

Il governo D’Alema ?Protesterebbero Buttiglione e La Malfa.

Meglio restare nel vago allora. Meglio non fare nomi. Meglio il vecchio “Piove, governo ladro”

Senza precisare il governo. E nemmeno il ladro.

(Marco Travaglio 2003)

 


31 maggio 2009

Valerio Evangelisti : non votate per me, votate per i comunisti

 

Chi ha proposto di candidarmi alle elezioni europee aveva in mente, credo, non solo la mia relativa popolarità quale scrittore di romanzi di genere, ma anche una mia militanza attiva a sinistra che risale agli anni dell’adolescenza. Io ho accettato senza remore perché, secondo me, si sta soffrendo troppo dell’assenza, nelle istituzioni, di una rappresentanza comunista e anticapitalista.
Per temperamento e convinzioni non credo nell’efficacia di una presenza solo parlamentare. Vengo da un percorso – la cosiddetta “area dei centri sociali” – incompatibile con la semplice conquista di seggi e poltrone. Pur convinto che la battaglia decisiva si combatta nella società, nelle lotte di classe, nei movimenti ispirati alla democrazia diretta, trovo grave, sulla scorta di Lenin, che i comunisti non siedano in parlamento, dove farsi portavoce e difensori di ciò che si agita in ambiti non istituzionali. Soprattutto se si parla di Unione Europea.
E’ nella UE che si verificano i ripetuti tentativi di assottigliare gli spazi di democrazia, di sancire il liberismo quale unica forma di regola economica, di assoggettare la classe operaia e gli strati subalterni una volta per tutte. E’ l’Unione che, in presenza di referendum contrari al dispotismo del mercato (Francia, Danimarca. Olanda, Irlanda...), obbliga a ripetere il voto fino a ottenere il risultato auspicato, oppure fa sì che si rinunci al suffragio – vedi Francia – per capovolgerne i risultati per via parlamentare. L’Europa attuale non ha nulla di democratico. E’ lo spazio dei poteri eletti non si sa come e non si sa da chi. E’ un’entità monetaria e non politica. Chi manovra l’euro la governa. Ma chi sceglie il manovratore? Certo non i cittadini, il cui voto è disprezzato e, se fastidioso, costretto a infinite reiterazioni.
Quando l’euro fu introdotto Romano Prodi, responsabile di avere sedotto una sinistra immemore del proprio passato e pronta alla genuflessione, disse una memorabile cazzata. Secondo lui, i prezzi delle merci europee, esposti alla libera competizione, avrebbero teso tutti al ribasso. E’ accaduto l’esatto contrario, ed è facile capire il perché. L’Europa, così come ognuno dei paesi che la compongono, non è omogenea sul piano sociale. Vi sono regioni ricche e regioni povere. Dove la domanda è più bassa, anche i prezzi lo saranno. Non dovrebbe meravigliare un economista serio (ma Prodi lo è mai stato? La sua produzione scientifica è di sconcertante banalità) il fatto che un caffè, a Matera, costi meno che a Milano e molto meno che a Parigi. Né la moneta unica conta alcunché, posto che un barista parigino si guarda dal calibrare i suoi prezzi su quelli di Matera. L’esempio è puerile, ma può facilmente essere esteso all’assieme delle merci, con risultati preoccupanti.
L’euro sarebbe l’esito più brillante dell’azione di governo di Prodi, nei periodi in cui è stato premier. Bel risultato! Sappiamo tutti che un euro non vale le circa duemila lire dichiarate: vale, a essere generosi, la metà. Ciò significa che, dalla costituzione della UE, i salari sono stati ridotti a metà, e così le pensioni e i risparmi. E’ mai possibile che a denunciare un fatto tanto elementare debbano essere Tremonti, la Lega, addirittura Berlusconi? Cioè la destra, interessata, per storica vocazione, a trasferire risorse dai salari ai profitti. Con pieno successo: chi aveva sufficiente denaro da perderne senza danni, e si muoveva con disinvoltura tra le valute, è stato appena scalfito dal cambio di moneta. Chi invece subiva un impoverimento progressivo, ha visto i partiti che avrebbero dovuto salvaguardarlo appiattirsi su Prodi o su altri ex democristiani, fautori entusiasti delle logiche della globalizzazione. Chi mai avrebbe potuto entusiasmarsi per un governo che proponeva, nelle sue punte d’“avanguardia”, privatizzazioni in ogni campo, supporti al grande capitale e guerre quale motore complessivo di sviluppo? Per non parlare di amministrazioni locali censorie, codine, proibizioniste, capaci di costruire muri pur di mantenere i migranti in aree delimitate.
Io non so cosa aspettarmi da un’area comunista e anticapitalista. Pretenderei un’attenzione puntuale ai bisogni delle classi subalterne. Chiederei, per dovere di onestà etimologica, di non chiamare “imprenditori” quelli che un tempo erano, giustamente, definiti “i padroni”. Vorrei che si tornasse a parlare di classi e di lotta di classe. Auspicherei che nessun comunista giudicasse “giusta” una guerra qualsiasi, dovunque combattuta (la Costituzione, in teoria, lo vieta, e quella Costituzione è stata strappata col mitra in pugno... essenzialmente dai comunisti). Esigerei una politica anticapitalista, antimilitarista, antirazzista, antisessista, antiproibizionista, antimperialista, anticolonialista...
Troppi “anti”? Cavolo, cos’altro è il comunismo, se non un “anti”? Ricordo, a costo di annoiare, una frase notissima di Marx. “Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Cioè vive nel presente, nella quotidianità. Può persino cambiare direzione, obbedire a necessità tattiche, sconfinare e ristrutturarsi (vedi il “socialismo del XXI secolo” teorizzato dal compagno Hugo Chávez e da altri dopo di lui). L’importante è l’analisi delle classi, e la fedeltà a una sola. Un compito imposto all’unica opposizione reale, quella con fini egualitari, fin dalla Rivoluzione Francese.
Termino col dire che mai e poi mai il comunismo, l’anticapitalismo o quant’altro dovrebbe mostrarsi debole, fragile, subalterno alle scelte altrui (politiche o culturali). Per parafrasare Nietzsche, l’antagonista è uomo o donna bellicoso, che, quando non lotta contro estranei, è in guerra contro se stesso. Il pacifismo, se non nella forma dell’antimilitarismo, non gli si confà.
Francamente, dei rapporti – veri o presunti – tra Berlusconi e qualche minorenne non mi importa un accidente. E’ roba che lascio ai girotondini. A me interessa una sinistra di classe conscia del proprio humus e capace, finalmente, di non deluderlo. Sulla scia dei partigiani che hanno costruito quanto di buono resta di questa Repubblica.
La falce e il martello nello stemma, i saluti a pugno chiuso, mi sembrano ottimi segnali. Poi la lotta vera si combatte, lo sappiamo, non nelle istituzioni ma nella società. Però questo è un altro discorso.
Alle europee non votate per me. Votate, per favore, per i comunisti e gli anticapitalisti.

PS. Forse qualcuno si aspettava che io collegassi la candidatura alla mia attività di scrittore. No, io vedo le due cose come distinte. Certo, scriverei meglio in un clima meno condizionato dalla destra estrema al governo. Ma il resto del mondo non la considera nemmeno, e io, vagabondo per vocazione (passo in Italia il minor tempo possibile), mi faccio in sostanza gli affari miei. Nel senso che cerco di ignorare l’immondezzaio che è diventato il mio paese e, nel mio lavoro, tento di sognare e fare sognare realtà alternative.


10 marzo 2008

La maxi-spesa militare del governo Prodi

 

Le Camere sono già sciolte, ma in commissione Difesa si continua a discutere. Di rinfinanziamento delle missioni militari all'estero, di guerra, di armi. E così per domani è convocata una seduta straordinaria - visto che l'esecutivo di fatto non c'è più - per l'acquisto di due sommergibili di ultimissima generazione: gli U-212 di seconda serie. «Indispensabili», fanno sapere da Palazzo Madama, «per la sicurezza del nostro paese». Deve essere davvero così visto che questa coproduzione italo-tedesca costerà al nostro paese la bellezza di 915 milioni di euro, spalmati in dieci anni.
Vero e proprio fiore all'occhiello della moderna tecnologia bellica, questo modello di sottomarini sono unità ultra compatte, silenziosissime, dotate di sistema Aip per la rigenerazione dell'aria e comprendono un equipaggio di 27 uomini ed un'autonomia di 8000 miglia a 8 nodi in superficie e di 420 miglia a 8 nodi in immersione. Allo stabilimento Fincantieri del Muggiano, a La Spezia, sono già in trepidazione. E' lì che i due «bolidi» dell'acqua vedranno la luce, bissando il lavoro già commissionatogli dall'esercito italiano nel 2007 per la realizzazione dello Scirè, gemello dell'U-212.
Appena un mese fa, e sempre a Camere sciolte, le commissioni Difesa di Camera e Senato avevano votato un parere per l'acquisto di altri quattro velivoli «senza pilota» MQ-9 Predator B. La nostra aeronautica militare ne possiede già cinque di tipo A, tre dei quali sono già stati impiegati in Iraq (dislocati presso la base aerea di Tallil nell'ambito dell'operazione «Antica Babilonia») e oggi in Afghanistan, a Herat, per compiti di ricognizione. I Predator di tipo B, prodotti dall'industria bellica statunitense, hanno caratteristiche diverse soprattutto perché sono predisposti per trasportare e usare armamenti (missili superficie-aria, missili aria-aria, bombe a guida di precisione) e raggiungono una velocità di 405 km/h. Il costo totale si aggira intorno agli 80 milioni di euro, da pagare in quattro anni.
E ancora. Lo scorso febbraio l'Occar (Organizzazione congiunta di cooperazione in materia di armamento) aveva siglato con il ministero della Difesa un contratto relativo alla seconda tranche del programma della marina militare per le fregate multi-missione Fremm per il finanziamento di altre quattro unità della serie, oltre alle due già ordinate precedentemente. Per l'intero «pacchetto» sono stati stanziati altri 1,63 miliardi di euro. Spese su spese, tutte inserite nell'ultima Finanziaria che ha visto un'impennata degli investimenti bellici, in contrasto non solo col programma dell'Unione (dove Prodi e suoi alleati si impegnavano, nero su bianco, «a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti»), ma persino con la risoluzione sul Dpef votata lo scorso luglio al Senato che non ne prevedeva «in alcun modo» l'aumento. Promesse da marinaio per l'ex premier visto che la cifra è lievitata fino a toccare quota 5 miliardi di euro.
A crescere è l'intera spesa militare, dal funzionamento ordinario delle quattro forze armate, alle missioni all'estero fino al finanziamento pubblico al comparto militar-industriale. Perciò la Finanziaria 2008 dovrebbe gonfiarsi di oltre il 12% rispetto all'anno precedente, quando già c'era stato un incremento dell'11,3% rispetto al 2006, aumentando di oltre 2.341 milioni di euro e raggiungendo la cifra record di 23 miliardi e 352 milioni, di cui 20.928 milioni dal bilancio preventivo della Difesa e 2.424 aggiunti dalla Finanziaria stessa. E riuscendo nella triste impresa di spendere più del precedente governo Berlusconi.


(Stefano Milani)


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permalink | inviato da pensatoio il 10/3/2008 alle 2:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 marzo 2008

L'ultima cagata di Prodi

 Nel frattempo è ancora caos per l'affare smaltimento. Romano Prodi negli ultimi giorni utili di governo ha firmato l'ordinanza che dà il via libera alle ecoballe non a norma della Campania: ora si possono bruciare nel termovalorizzatore di Acerra. Nonostante la procura ipotizzi che in quei pacchi ci sia di tutto: pile, farmaci, copertoni e chissà cos'altro. Prodi ha deciso per un regalo con fiocco doppio: all'Impregilo che nel rinvio a giudizio di venerdì scorso ha incassato l'accusa più pesante proprio sulla truffa degli impianti cdr, nonché alle multinazionali (i francesi della Veolia e l'A2A di Milano) con le quali si sta trattando per la gestione. Questo colpo di mano l'aveva già provato il governo Berlusconi che, subito dopo la denuncia del senatore Prc Tommaso Sodano, aveva aggiunto la postilla alla legge Ronchi: si può termovalorizzare anche il cdr non «proprio» a norma. Ma allora non c'erano riusciti: la «deroga» per l'Impregilo durò appena 10 mesi, fino al 9 febbraio 2005, quando l'allora ministero dell'ambiente vietò la possibilità di utilizzare «combustibile non avente le caratteristiche di cui al d.m. 5.2.1998». Un comportamento schizofrenico che è anche riportato negli atti dell'indagine napoletana dei pm Noviello e Sirleo, sulla quale proprio ieri sia comune di Napoli che provincia si sono costituiti parte civile.
«Con la nuova ordinanza Prodi potrebbe influenzare un processo in corso - spiega il presidente della Commissione ambiente della Camera Tommaso Sodano (Prc) - perché se quelle ecoballe oggi si possono bruciare significa che il comportamento di Fibe non è stato poi così grave. Inoltre dopo i Cip6 concessi in esclusiva all'impresa che si aggiudica Acerra, ora arriva anche la possibilità di avere gratis il carburante, mettendo una pietra sopra la raccolta differenziata».
Ieri il sindaco di Acerra Espedito Marletta (Prc) ha annunciato che il comune impugnerà l'ordinanza di Prodi. Il comune si «appoggia» proprio al parere di compatibilità ambientale ministeriale del 2005 e alle normative comunitarie.

(Francesca Pilla)


16 febbraio 2008

Un nuovo inizio a Napoli ?

 Sembra ci siano cose più importanti di cui occuparsi, ad esempio se il Pd di Veltroni «correrà da solo» o se vi sarà effettivamente una «grande coalizione» all'indomani delle elezioni anticipate. Eppure, «siamo consci di una profonda crisi della democrazia rappresentativa che di certo non rinneghiamo né combattiamo ma che anzi con il nostro contributo vogliamo rilanciare». Chi scrive queste parole? Qualunquisti, eroi dell'«antipolitica»? No, sono i cittadini del quartiere napoletano di Pianura e dei comuni vicini di Quarto e Pozzuoli, quelli che avete visto in tv, le mani alzate, prendersi le manganellate delle truppe di De Gennaro. I quali ragionevolmente dicono, in una lettera aperta, che non è sopportabile un nuovo accumulo di «ecoballe» (quelle nocive e inutilizzabili prodotte dalla joint venture tra la famiglia Romiti e Antonio Bassolino) in una zona in cui si è minacciato o realizzato, oltre alla famosa discarica, «l'insediamento di una fabbrica di piombo, la costruzione di un carcere, l'apertura di un sito temporaneo di trasferenza durante l'acuirsi dell'emergenza rifiuti nel 2004, il trasferimento nell'area degli inerti derivanti dalla bonifica dell'area ex Italsider di Bagnoli». Tanto che, alla fine, «si è giunti al sequestro ordinato dalla Procura della Repubblica di parte dell'area della ex discarica chiusa dodici anni fa: i magistrati sono giunti a ipotizzare i reati di disastro ambientale ed epidemia colposa a seguito di quaranta anni di sversamenti leciti e illeciti di rifiuti tossici e nocivi ». E allora? Allora, i cittadini, lasciati soli dalle istituzioni locali e dalla sinistra, rivendicano la loro «dignità»: pretendono una immediata bonifica del territorio e «siamo pronti a partire con una raccolta differenziata porta a porta, con la riduzione dei rifiuti e degli imballaggi e con il riciclaggio, e ci batteremo per un'educazione ad un consumo responsabile e non inquinante».

(Pierluigi Sullo)


1 febbraio 2008

Iene e zombie si spartiscono il cadavere della Campania

Il ritiro dalla gara d'appalto delle aziende per la costruzione del termovalorizzatore di Acerra a causa del blocco degli incentivi Cip/6 ha subito scatenato le iene bipartisan, il gigantesco blocco di interessi che vuole lucrare sulla questione rifiuti campani mettendo quanto più possibile nel mega inceneritore di Acerra in costruzione. Subito si è proclamato araldo di tale blocco il Direttore del Mattino, Mario Orfeo, che ha gridato sia ieri a Porta a Porta sia oggi sul suo giornale affinchè questi incentivi vengano di nuovo riattivati. Si rassicurava che anche senza tale deroga, le voraci imprese candidate avrebbero potuto avere ugualmente i vantaggi sperati : sarebbe stato il prefetto Sottile, inviato in appoggio a De Gennaro a garantire tutto ciò.




A tagliare la testa al toro, ci pensa lo zombie Prodi, dall'alto del potere e dell'impunità conferita ai morti, che manda a cagare Pecoraro Scanio, i Verdi e tutta l'ecologia e garantisce le agevolazioni tariffarie per la vendita di energia elettrica (Cip/6)
Non è che il governo Marini dovrà fare operazioni del genere ? Approfittare come al solito dell'emergenza per fregare ora questo ora quel cittadino ?
Ecco, questi sono i governi d'emergenza, i governi tecnici, i governi bipartisan, i governi di unità nazionale. Sono il compattamento dei comitati d'affari del capitale.
I comunisti dovrebbero mandare questi rifiuti direttamente nel termovalorizzatore.


25 gennaio 2008

Elezioni subito

Il Partito democratico ha rapidamente abbandonato al suolo il cadavere di Prodi e già ha cominciato a pregare l'opposizione per cambiare la legge elettorale. Come diceva lo scorpione nel famoso apologo "Pungere è nella mia natura". 

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I comunisti  devono evitare che il partito democratico faccia il suo comodo e gestisca la prossima sconfitta approfittando del tempo che passa per chiudere i conti con gli altri partiti dell'Unione. Quindi paghiamo il dazio dovuto al centro destra e mettiamo il partito Democratico dinanzi al compito di fare opposizione. Se lo spirito Veltroni continuerà ad aleggiare mefiticamente sulla palude, esso lascerà carta bianca alla maggioranza e faranno l'opposizione di sua maestà, limitandosi ad accusare il governo in maniera incoerente. Tale comportamento però potrebbe portare ad un dimagrimento e ad un ridimensionamento della leadership veltroniana (dura a morire perchè supportata da una parte dei nani e delle ballerine del circo massmediatico).
Ovviamente lo scenario che il guardiano del bidone vuoto (la Costituzione) vuole promuovere è il governo istituzionale che dovrebbe consentire l'operazione di ulteriore omogeneizzazione del quadro politico italiano. In tal caso l'opposizione dovrebbe essere scontata.
Dimentichiamo però che abbiamo a che fare con il Bertinotti spaventato dalla sindrome del G8 di Genova  In questo caso il 2008 dovrà essere l'anno della separazione dei comunisti dalla Sinistra unita.


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