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27 agosto 2010

Gennaro Zezza : Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Gennaro Zezza* - 16 Agosto 2010

Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, in un articolo del 2008 sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.

A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (New York Times Magazine, 2.9.2009) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..

In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.

La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, “Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del Levy Institute, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).

Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.

Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella Lettera degli economisti, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.

La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.

Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.

*Professore di economia politica nell’Università di Cassino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
[1] L’articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e Antonio Guarino (18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul Sole 24 Ore Paolo Leon (20 luglio), Antonella Stirati (20 luglio) e poi, insieme, Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (26 luglio).
[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.

 

 
 

 

 

 

Gennaro Zezza collabora con il Levy Institute. Si tratta di quegli economisti come Godley che hanno previsto questa crisi con quasi 10 anni d'anticipo, mentre un altro economista che non vedeva di buon occhio i neoclassici, Sylos Labini, cominciava a vederla solo cinque anni prima. Niente però rispetto a signori comeEngle e Becker che proclamavano alla signora marchesa che tutto andava ben. Basterebbe questo per rendere meno sicuri loro signori quando valutano la Lettera dei 100 economisti.


28 luglio 2010

La lettera degli economisti : noiseFromAmerika

Gli economisti Bisin e Boldrin  hanno fatto delle obiezioni alle tesi della Lettera degli economisti sia sulle pagine del Sole 24 Ore sia (in maniera più aspra) su quelle del blog noiseFromAmerika. Da dilettante faccio le seguenti osservazioni alle loro critiche, mantenendomi su di un piano da manualetto marxista-leninista. Non posso far altro. Sono un paleo-marxista e poco capisco le raffinatezze da gourmet dei polemisti, anche se in questo caso Bisin e Boldrin non mi pare abbiano preparato un capolavoro :

 

Il tono

Il fatto che sia offensivo porta ovviamente gli interlocutori ad essere altrettanto piccati e porta a perdite di tempo che non arricchiscono il dibattito. Ma la cosa che noto è che il tono dei due autori del post è annoiato, come se stessero per l’ennesima volta ripetendo verità ovvie che purtroppo raccomandati incompetenti e in mala fede non si rassegnano a condividere. Il risultato è che i fedeli si raggruppano intorno ai loro parroci complimentandosi a vicenda ed inventano pettegolezzi verso le contrade nemiche (basti a tal proposito vedere i commenti al post).

Il fatto è che bisogna rendersi conto che si è in presenza di paradigmi diversi di interpretazione della realtà e per risolvere la questione ci vorrebbe ben altro livello di divulgazione approfondita.

 

Unione Europea ed area euro

Alla lettera si rimprovera en passant di confondere tra Unione europea ed area euro. In realtà la lettera non dice che Unione europea ed area euro siano la stessa cosa. Dice che gli squilibri della zona euro derivano dal profilo liberista del Trattato dell’Unione. Tesi che magari è discutibile, ma che andrebbe appunto discussa e chiarita.

 

Il 95%

Bisin e Boldrin si fanno matte risate per il fatto che i cosiddetti percettori di reddito da lavoro sono il 95% delle famiglie. Ma questo dato non mi sembra evidenziare alcuna altra ovvietà e dunque non ci aiuta in nessun modo. La tesi della lettera sembra essere invece che, all’interno di questo 95% c’è una distribuzione del reddito che favorisce situazioni di sottoconsumo.

Ed è questa tesi che va criticata.

A tal proposito Boldrin cerca di confutare la teoria della propensione al consumo decrescente al crescere del reddito, dicendo che Giappone ed Usa sono paesi più ricchi di Cina ed India ma hanno una maggiore propensione al consumo di quei paesi. A tal proposito sono perplesso su questa comparazione non tra individui o gruppi di individui relativamente omogenei al loro interno per livelli di reddito, ma tra Stati che possono a loro volta  avere al loro interno  forti squilibri distributivi. Per cui non credo che l’argomentazione di Boldrin sia pertinente. Tuttavia, anche tra gli Stati, se si guarda a quelli più poveri, essi hanno una percentuale del consumo familiare che supera spesso il 70% del Pil, quota sfiorata tra i paesi più ricchi solo dagli Usa con i brillanti risultati che sappiamo.

 

Americani ed europei si sono comprati tutti quelli che potevano

Questo dicono Bisin e Boldrin : qui non si confonde il consumo naturale di un bene (il firmare un contratto e l’abitare una casa) con il consumo economico di una merce (il pagare il mutuo) ? A me pare che la tesi sottoconsumista dica che il consumo si perfeziona, pena la crisi, con il pagamento per intero del debito assunto dai nuovi proprietari di case. Poiché i neo proprietari non hanno pagato i mutui, è stata allora innescata la miccia della crisi.

C’è una differenza tra chi compra una casa avendo un lavoro a tempo indeterminato con salari decenti e dunque con alte probabilità di pagare il suo debito e chi invece ha un lavoro incerto, poco garantito. In Italia grazie ad un mercato del lavoro garantito circa il 74% delle famiglie sono proprietarie della prima casa. In Italia il mercato immobiliare e dei mutui non ha conosciuto una crisi come quella americana grazie ad un mercato del lavoro più garantito. In Italia il consumo in senso economico c’è stato effettivamente : le case sono state pagate e questo perché era possibile farlo.

 

 

I capitalisti sono stupidi ?

Questa è la domanda retorica che si pongono Bisin e Boldrin. No, ma non ritenendo vera la teoria del sottoconsumo non si comportano di conseguenza. Oltre tutto sarebbe un comportamento abbastanza in contrasto con alcune abitudini radicate.

I capitalisti infatti  potrebbero acquistare le merci, ma poiché, nonostante i trust e gli accordi, sono in competizione tra loro, cercano comunque di evitare di comprare tutto, cercano comunque di astenersi dal consumo per investire ancora in vista di ulteriori guadagni. Essi cercano inoltre di vendere sempre il proprio prodotto ad altri cercando di trarne il massimo profitto possibile.

 

 

Il valore della produzione

Bisin e Boldrin dicono che, se i capitalisti buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori, essi

non ci guadagnano e dunque il valore della produzione quell’anno è minore. Il valore della produzione cioè si misura dopo averla venduta. Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla.

Però per produrre una cosa c’è stata una spesa a cui va aggiunta una aspettativa di guadagno (incerta, ma che costituisce la motivazione dell’intrapresa). Questa spesa viene a più livelli comparata con l’ammontare della vendita. Se a livello collettivo il costo della produzione è maggiore dell’ammontare del consumo si verifica una situazione di sottoconsumo. Tale sottoconsumo si verifica anche quando diminuisci i prezzi delle merci, in quanto vendere tutto a prezzi stracciati permette magari di attenuare le perdite, ma non di evitarle del tutto (e ricordiamo la comparazione va fatta con il costo più il guadagno atteso, altrimenti il gioco potrebbe non valere la candela). Il sottoconsumo non si ha cioè solo quando alcune merci rimangono invendute, ma anche quando vengono vendute sottocosto. Dunque il valore delle merci va computato a monte e a valle (il valore e la realizzazione del valore) e dalla comparazione dipende lo stato di salute di una economia capitalistica.

 

La pacchia infinita

Piuttosto sciocco mi sembra il tentativo di ironizzare sul fatto che una situazione del genere sarebbe una pacchia tanto che sarebbe preferibile fare i lavoratori. A parte il fatto che per certi versi è un paradosso che potrebbe essere vero. Nel Manifesto Marx dice letteralmente questo “Il lavoratore torna a carico della società, ed il pauperismo s’accresce più rapidamente ancora che la popolazione e le ricchezze. È adunque dimostrato, che la borghesia è incapace di sostenere la parte di classe dominante e d’imporre alla società, come legge suprema, le condizioni d’esistenza della propria classe. Essa non può più regnare, perché non può più assicurare l’esistenza al suo schiavo, neppure nelle condizioni della sua schiavitù, poiché essa è costretta di lasciarlo cadere in una situazione così precaria da doverlo nutrire invece di esser nutrita. La società non può più esistere sotto la sua dominazione, ciò che vorrebbe dire che la sua esistenza è incompatibile con quella della società”.

Al tempo stesso l’ironia è sciocca, in quanto tale “pacchia” è fatta di stress, di paure, di mortificazione. Chi deve pagare un mutuo e non può farlo sta in condizioni in cui solo chi non ha certi problemi può ironizzare.

 

Produttività e salari

Bisin e Boldrin hanno presentato una loro interpretazione dei dati che smentirebbe l’esistenza di una correlazione. Tale interpretazione ha trovato conforto in una analisi di Giulio Zanella sullo stesso blog. Tali interpretazioni però si devono confrontare con altre di tenore diverso qui, qui e qui. Sarebbe il caso di riparlarne. Ovviamente i periodi considerati sono diversi, la produttività a volte si misura facendo riferimento alle ore lavorate, a volte al numero degli addetti, ma credo che una comparazione tra le indagini in campo sia possibile.

 

La produttività tedesca 

Bisin e Boldrin dicono che gli estensori della lettera non si chiedono come mai i tedeschi abbiano così aumentato la produttività.

In realtà la lettera forse non poteva dilungarsi su questo tema, ma ciò non vuol dire che la domanda non si sia posta. Lo ha fatto qualcuno dei firmatari qui, qui e qui.

Invece Bisin e Boldrin si abbandonano parlando dell’Italia al vecchio “Va' a lavurà, barbun!”, alla gente che non lavora, all’assistenzialismo, alle terribili tasse. Manca il traffico a Palermo.

La lettera poi non dice che i governi europei siano indebitati con i tedeschi (come sostengono gli autori), ma che l’Italia importa dalla Germania più di quanto esporti, accumulando debito (privato non pubblico) crescente.

 

L’euro

Bisin e Boldrin difendono inoltre l’adozione dell’euro che però nella Lettera degli economisti non è criticata, per quanto, pur difendendo il potere d’acquisto delle famiglie, l’introduzione dell’euro ha coinciso con un aumento dell’inflazione di tutti i paesi europei (in Italia si è passati dal 2% del 1998, al 2,5% del 2000 e al 2,7% del 2001). Può ben essere una coincidenza, anche se personalmente la interpreto come una conseguenza di un aumento dei prezzi legato al commercio ed a fenomeni di arrotondamento permessi dall’impreparazione dei consumatori. Per una tesi analoga vedi qui.

 

La speculazione finanziaria

Bisin e Boldrin attribuiscono alla Lettera la tesi che gli speculatori vogliano far deflagrare l’euro, ma questa sarebbe una tesi assurda perché a perderci sarebbero i detentori di titoli pubblici e cioè i cosiddetti speculatori. Essi attribuiscono alla Lettera anche l’idea che i derivati siano cose diaboliche, mentre in generale le operazioni speculative sono giochi a somma zero in cui se uno perde l’altro vince e quindi se metà degli speculatori ci guadagna, l’altra metà ci perde.

In realtà la Lettera dice che gli speculatori stanno scommettendo sulla deflagrazione del debito, non che vogliono maliziosamente farlo deflagrare, ma, scommettendo, tendono a fare sì che queste previsioni si auto realizzino, accelerando i processi reali oggetti delle previsioni. Si tratta di processi cumulativi che possono essere difficilmente controllati (una volta avviati) e che dunque necessitano di vincoli preventivi. Da decenni si evita l’avvitamento dell’inflazione con queste cautele spesso ferree, perché allora non discutere con altrettanto distacco anche l’ipotesi di meglio regolamentare la circolazione dei capitali ? Quanto al fatto che non tutti gli speculatori ci guadagnano, la Lettera non dice che tutti gli speculatori di guadagnano, ma che la speculazione nel suo complesso può avere effetti dannosi per l’economia.

Per chiarire l’atteggiamento della sinistra verso gli speculatori valga questa citazione :

In questa sede non si intende attribuire alcun connotato negativo, tanto meno sul piano morale, a quella attività economica che va sotto il nome di speculazione. Essa è una attività di compravendita come tutte le altre, e come tutte le altre, trae la sua ragion d’essere dalla prospettiva di lucrare la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. In una economia di mercato questa è la regola e non l’eccezione. Il fatto che si cerchi di lucrare non sulla differenza di prezzo tra beni, ma su quelle tra monete o attività finanziarie, non modifica in nulla il fenomeno della speculazione, cui, in condizioni normali, spetta il compito economico di portare in equilibrio i prezzi di domanda e di offerta. Quello che rende tristemente famosa la speculazione su attività finanziarie e valute è il fatto che, in condizioni di squilibrio particolarmente pronunciate, essa si trasforma in un potente fattore di amplificazione dello squilibrio, rendendo impossibile qualsiasi altro intervento di risanamento che non sia la crisi. La speculazione non crea lo squilibrio. Ciò non toglie che si ponga un problema di governo dei flussi internazionali di capitali speculativi che li assoggetti quanto meno al pagamento delle tasse sui profitti (qui)”

C’è anche da precisare che a sinistra si teorizza che nell’ambito della speculazione esista una fondamentale divisione tra pastori (investitori individuali e collettivi più ricchi ed informati che acquistano al prezzo più basso, vendono al prezzo più alto in quanto determinano i movimenti di capitale più consistenti) e greggi (il resto degli investitori che, aggregandosi in un secondo momento ai pastori, determina il successo dell’investimento di questi ultimi, i quali hanno la facoltà di vendere il titolo quando lo ritengono più opportuno e di lasciare a loro  a cascata il cerino acceso). Sicuramente i liberisti ad oltranza negheranno l’esistenza di questa divisione. Sarebbe interessante sapere quali sono le loro argomentazioni al proposito.

 

Il moltiplicatore

Secondo Bisin e Boldrin, gli estensori della lettera ritengono che la capacità produttiva cada dal cielo, sia sempre sottoutilizzata e vada messa in opera dall’aumento della domanda. Essi crederebbero che la spesa si autofinanzia fiscalmente con il giusto moltiplicatore. Ma, si chiedono i due autori, se una volta che la spesa pubblica entra nel mercato si genera sottoconsumo, non c’è una contraddizione tra sottoconsumo e moltiplicatore ? In realtà non è certo il moltiplicatore che ci fa crescere. L’evidenza schiacciante dal punto di vista statistico è che nel lungo periodo crescono di più i paesi che risparmiano ed investono di più.

In realtà credo che la tesi attribuite agli estensori della lettera siano state ricostruite in maniera un po’ arbitraria ed alla fine si è creato un avversario fittizio e più facile da confutare. Volendo dunque dire liberamente la propria opinione, a me non sembra che la spesa pubblica favorisca la generazione del sottoconsumo, ma, come si è già detto, possa rimediare alle eventuali crisi di sottoconsumo.. Quanto alla crescita dei paesi con alti tassi di risparmio, si tratta di un fenomeno che riguardi alcune fasi dello sviluppo (quello delle economie emergenti tipo Cina, India, Vietnam), ma che non si possa applicare ai paesi dove tale accumulazione si è già articolata. Il problema di una economia matura non è un alto tasso di crescita , ma un tasso che consenta uno sviluppo più armonioso ed equilibrato e  magari un diverso sistema di valutazione

La Grecia

Bisin e Boldrin hanno ridacchiato circa il fatto che gli estensori della lettera avrebbero incoraggiato la spesa sicuri che i mercati non avrebbero sanzionato le cicale. La Grecia avrebbe seguito il consiglio di questi economisti e sarebbe stata fregata.

Non mi pare che le cose stiano così. L’ipotesi che fosse possibile un aumento del differenziale del rendimento dei titoli pubblici europei in condizioni eccezionali è stata fatta. E tuttavia è diversa l’interpretazione di come si sia generata. Bisognerebbe discutere nel dettaglio queste differenze di impostazione invece di fare facile ironia.

Guardando alla Grecia bisogna dire che invece di fare la cicala, ha proprio seguito i consigli di chi persegue strategie deflazioniste : la quota degli investimenti sul Pil è aumentata dal 18,1% del 1995  al 25,8 del 2005. La quota dei consumi delle famiglie è diminuita dal 71,8% del 1995 al 66,8% del 2005. La quota dei consumi collettivi è scesa dal 19,8 % del 1995 al 16,4 % del 2005. La spesa sanitaria è scesa dall’8,3% del Pil al 7,9%, nonostante l’età media dei greci sia piuttosto alta e pure la percentuale di ultrasessantenni (fonte). Piuttosto il problema della Grecia sembra più il disavanzo commerciale con l’estero, in armonia con le tesi degli estensori della lettera.

In conclusione spero che gli autori rendano più chiari quali siano i loro presupposti teorici e soprattutto quali siano i rapporti tra questi e gli esempi e le metafore da loro utilizzati, nella prospettiva di una spiegazione razionale dei fenomeni reali. 

 

 


6 luglio 2010

La lettera degli economisti contro le politiche restrittive europee

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

≈≈≈

La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

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Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.

Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

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Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie e valutarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

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Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.

Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

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Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.


6 marzo 2009

Riccardo Realfonzo : Linee programmatiche. I servizi pubblici devono restare in mano pubblica

 

Gentile direttore, nel corso dell’ultima settimana sono stato più volte sollecitato a fornire una prima cornice della politica economica che intendo portare avanti in qualità di assessore al bilancio del Comune di Napoli. Dal momento dell’insediamento sono passati solo pochi giorni ed è ovviamente ancora in corso un esame approfondito dei conti. Rilevo tuttavia che dall’esterno piovono sul bilancio pareri e suggerimenti talvolta strategicamente disfattisti, talaltra ingenuamente ottimistici e in generale di dubbia rilevanza. Ritengo pertanto opportuno fare il punto della situazione sugli andamenti economici e di bilancio e più in generale sulla linea di indirizzo che reputo corretta e praticabile.
La crisi. Sarà un’impressione, ma credo non sia chiaro a tutti che siamo di fronte alla più grave recessione dai tempi del dopoguerra. A Napoli e nel Mezzogiorno l’onda della crisi sarà molto più dura che altrove e potrebbe mettere radici profondissime. Oggi sappiamo che le cause di fondo di un tale tracollo risiedono nelle politiche liberiste che si sono irresponsabilmente poste in atto a livello globale, nazionale e persino locale. Chi sosteneva che per risolvere ogni problema sarebbe bastato liberalizzare i mercati, abbattere la spesa pubblica, eliminare le tutele dei lavoratori e privatizzare i servizi pubblici essenziali, adesso appare basito eppure cerca di resistere ideologicamente. Questa resistenza culturale, questo enorme ritardo di percezione della gravità della crisi e della inadeguatezza degli strumenti convenzionali di politica economica rischia di costarci carissimo. Per uscire da una recessione così intensa ci vorrebbe infatti il coraggio di una svolta nella politica economica nazionale, ma di questa in Italia non si vede per adesso nemmeno l’ombra. Il governo centrale ha posto in atto un risibile provvedimento anti-crisi e si è assunto pure la grave responsabilità di legare le mani agli enti locali. Abbiamo assistito a un ulteriore irrigidimento del Patto di stabilità interno, che penalizza il finanziamento in disavanzo della spesa delle amministrazioni periferiche. Inoltre, ai comuni sono state sottratte ingenti risorse ed è stata cancellata quasi ogni autonomia sul versante delle entrate. E’ bene chiarire che nel tempo una tale morsa finanziaria potrebbe rivelarsi insostenibile per molti enti locali. Continuamente ci giungono dati drammatici sulla crescita della disoccupazione, della cassa integrazione e sulla conseguente caduta dei redditi dei cittadini. Pertanto, non semplicemente Napoli ma tutte le amministrazioni potrebbero a breve registrare crescenti difficoltà di riscossione delle entrate. Non disponendo di leve alternative le sofferenze di bilancio diventeranno inevitabili. Il governo insomma sta gestendo male la crisi, e specialmente al Sud potremmo dover scontare per anni gli errori che si stanno collezionando in questi mesi. In un simile scenario dobbiamo tutti augurarci che della esigenza di un cambio di percorso ci si renda conto in tempo utile. Sarà mio dovere sottolineare le gravi responsabilità dell’esecutivo nazionale, un giorno sì e l’altro pure, di fronte a una situazione che richiederebbe risposte tempestive.



No alla svendita. La crisi morderà ferocemente sui bilanci ma questo non dovrà indurci a una corsa sconsiderata verso la dismissione, la privatizzazione e la svendita, che in fondo sono sempre stati gli obiettivi di chi ha agito per strangolare le finanze pubbliche. Detto in altri termini, questa non sarà l’amministrazione degli affari facili, oppure alternativamente non sarà la mia amministrazione. La gestione dell’acqua è e deve restare in mano pubblica. L’erogazione dei servizi fondamentali pure. I problemi relativi all’efficienza dei servizi pubblici non si risolvono con la scorciatoia dell’affidamento della gestione ai privati. L’esperienza ha dimostrato che queste politiche possono danneggiare i cittadini dal momento che si traducono in un aumento delle tariffe molto più che dell’efficienza. E’ tempo di comprendere che spesso le privatizzazioni e le dismissioni invece di favorire l’interesse pubblico lo danneggiano gravemente, soprattutto se effettuate in fretta, sull’onda di una emergenza.
Sviluppo economico. Attendo un chiarimento sul perimetro delle mie effettive possibilità di intervento nel campo decisivo delle politiche industriali e del lavoro. Di certo mi aspetto da questa amministrazione una svolta nella gestione dei fondi europei, che abbandoni la vecchia, pedestre logica dei finanziamenti a pioggia e che punti invece a quei mirati programmi di modernizzazione che si rendono indispensabili per far avanzare la frontiera tecnologica del tessuto produttivo locale e rilanciare una equilibrata prospettiva industriale per l'area orientale di Napoli.
Solidarietà sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio da un secolo a questa parte. Il nostro paese batte molti record in tema di disuguaglianze sociali. Soprattutto a Napoli i differenziali di ricchezza costituiscono ormai un fattore di scatenamento del caos e della violenza. Sappiamo bene che il sistema della camorra prospera esattamente in questo immane scarto tra i fortunati e i disperati. Il governo nazionale ci ha sottratto l’autonomia fiscale e finanziaria, ma nei limiti delle residue competenze rimaste mi impegno affinché ogni provvedimento sia finalizzato non ad ampliare ma a ridurre i divari tra i redditi. Dalle mense scolastiche, agli asili, alla distribuzione dei carichi fiscali, ogni misura dovrà assumere finalità perequative.
Efficienza. In questi primi giorni di insediamento ho avuto modo di apprezzare la competenza, l’abnegazione e il senso dello Stato di tanti dirigenti e dipendenti dell’apparato amministrativo. Queste confortanti evidenze tuttavia non debbono indurci a ridurre l’attenzione su alcune oggettive debolezze della macchina amministrativa. Sotto diversi aspetti, come ad esempio la dimensione del debito, il Comune di Napoli si situa in una posizione migliore rispetto a molti altri enti locali. E’ vero però che questa amministrazione attraversa difficoltà specifiche, alcune dettate dal complicatissimo territorio in cui agisce ma altre dipendenti da alcuni limiti operativi interni. Sul versante delle riscossioni la crisi si farà presto sentire, ma occorre comunque proseguire nel rafforzamento dei sistemi di recupero delle risorse. Nell’ambito dell’apparato, bisogna porre un muro davanti all’onda anomala dei debiti fuori bilancio. A tale riguardo occorre subito rafforzare il controllo delle procedure di spesa in capo alle dirigenze, e si rende necessaria una verifica sulle modalità di gestione dei contenziosi e sugli oneri conseguenti.
Legalità. La cultura del malaffare si combatte attraverso lo sviluppo economico e la lotta alle ingiustizie sociali, non solo limitandosi a invocare il rispetto della legge. Detto questo, però, la battaglia contro gli sprechi, le malversazioni, gli usi privati della cosa pubblica e la corruzione si situerà al centro della mia azione politica e amministrativa. Per cominciare, riguardo ai contratti da stipulare che vedano coinvolti soggetti sottoposti a misure restrittive, io sono un convinto fautore delle garanzie costituzionali ma sul piano etico e politico ritengo sia il minimo indispensabile interrompere ogni rapporto con tali soggetti fino a un chiarimento delle rispettive posizioni giudiziarie.
Responsabilità. Avverto il peso della responsabilità che mi è stata conferita e sono riconoscente a coloro i quali hanno riposto fiducia nelle mie competenze. Tuttavia, devo chiarire che io non sono qui per discutere di alchimie politiche. Una volta completata la ricognizione del bilancio e dei margini effettivi di azione proporrò alla Giunta e al Consiglio la linea di politica economica che reputo giusta e praticabile. Confido nel sostegno delle istituzioni e nella vicinanza dei tanti cittadini che da tempo attendono un rinnovamento della città sotto il segno dello sviluppo economico, della solidarietà sociale e della legalità. Se questa linea di azione si rivelerà impraticabile, la coerenza politica e la responsabilità istituzionale mi imporranno di dimettermi senza alcun indugio.


15 dicembre 2008

Rimbocchiamoci le idee e sbocconiamoci i pregiudizi...

 

Sarà on line nei prossimi giorni www.economiaepolitica.it, il nuovo sito dedicato alla “critica della politica economica”, coordinato da Riccardo Realfonzo, direttore del dipartimento di Analisi economica e sociale dell’università del Sannio e animatore, negli ultimi anni, di importanti battaglie politiche: l’appello, nel 2006, contro l’abbattimento del debito pubblico realizzato dall’allora ministro dell’economia Padoa Schioppa; e i due importanti convegni, nel 2005 e nel 2007, denominati Rive Gauche e l’Economia della precarietà (di quest’ultimo la Manifestolibri ha da poco pubblicato gli atti, curati dallo stesso Realfonzo insieme a Paolo Leon). Cosa contraddistingue il lavoro di analisi dell’economista del Sannio e dei suoi colleghi che parteciperanno a questa nuova avventura? La critica alle posizioni dominanti del pensiero economico, per anni succube della controriforma neoliberista, dell’assioma del pareggio di bilancio, dei parametri monetaristi di Maastricht, della competizione al ribasso del costo del lavoro. Economisti di parte, dunque, schierati nettamente a sinistra, che negli ultimi anni hanno svolto un prezioso lavoro, seppur da una posizione di minoranza nel dibattito scientifico, dominato dalla scuola dei “bocconiani”, di destra (Giavazzi, Alesina) come di sinistra (Garibaldi, Boeri). Posizioni, quelle di Realfonzo e co., che oggi, dinanzi alla violenza della crisi capitalistica, dimostrano tutta la loro forza. Basti pensare alla critica dei parametri di Maastricht, fino a pochi anni fa un tabù, oggi una posizione condivisa anche da governi di destra (Sarkozy e Merkel), seppur non dal nostro camaleontico Tremonti. O alla stessa crisi finanziaria, nata proprio dalle conseguenze dell’”economia della precarietà”: la riduzione dei salari viene nascosta dalla liberalità del credito al consumo, fino all’esplodere dell’attuale bolla. O infine alla tesi della mezzogiornificazione dell’Europa oggi all’ordine del giorno dinanzi alla fuga verso il “centro” dei capitali esportati con copiosità all’estero negli anni passati, mentre molte multinazionali chiudono gli stabilimenti periferici, per concentrare “a casa” la loro produzione.
Facile dire, col senno di poi, che la posizione degli “antibocconiani del Sannio” è stata confermata dalla realtà. Il problema centrale, però, è un altro, ed è tutto politico: l’analisi degli interessi materiali che hanno dominato la controrivoluzione neoliberista; la capacità della sinistra di agire per cambiare i rapporti di forza. In anteprima (la presentazione ufficiale avverrà mercoledì 10 dicembre, a Roma al Centro Congressi Cavour, via Napoli 36, alla presenza di Pier Luigi Bersani e Paolo Ferrero) abbiamo intervistato Riccardo Realfonzo, che presenta ai lettori di esserecomunisti.it la nuova rivista. 




Riccardo Realfonzo, da quale bisogno nasce “Economia e Politica”?

C’è principalmente una esigenza che nasce dalla battaglia politico-culturale e relativa alla comunicazione con il pubblico. In questi anni abbiamo assistito ad una crescente monopolizzazione dei grandi media da parte di esponenti degli approcci neoclassico-monetaristi, o se preferisci neoliberisti. Un po’ alla volta si è venuto affermando una sorta di “pensiero unico”, secondo un processo di americanizzazione del dibattito mediatico. Insomma, siamo in presenza di una posizione egemonica del neoliberismo, con una presenza martellante degli economisti “bocconiani”. Si tratta di un dato decisamente eccentrico rispetto alla realtà del dibattito scientifico nel quale le teorie neoliberiste - pur avendo una posizione forte, anche grazie all’accesso privilegiato alle risorse finanziarie - sono sottoposte a un vaglio critico intenso ed efficacemente contrastate da paradigmi di pensiero economico critico, robusti e consolidati. “Economia e politica” vuole informare i lettori su questo patrimonio di letteratura critica rispetto alle teorie e alle politiche economiche dominanti. Vuole instillare dubbi e proporre, su basi scientifiche e in piena indipendenza, proposte di politica economica e sociale alternative.

Quali temi saranno al centro della vostra rivista?

Intendiamo sottoporre a vaglio critico le principali decisioni di politica economica e sociale che si sono affermate in questi anni: le deregolamentazioni del mercato del lavoro e dei mercati finanziari, le privatizzazioni, le politiche di bilancio e monetarie restrittive, i tagli allo stato sociale. Vogliamo accendere i riflettori in modo nuovo e documentato sulle condizioni materiali di produzione della ricchezza; sui processi redistributivi di questi anni, che hanno visto cadere la quota del salario sul Pil; sugli effetti reali della precarizzazione del lavoro; sulla drammaticità delle questioni ambientali e di genere.

A chi si rivolge la vostra rivista?

In primo luogo al grande pubblico, come dicevo prima, anche con l’auspicio di aprire un ragionamento smaliziato sulle ragioni concrete, sugli interessi, che hanno portato alla affermazione delle principali decisioni politiche di questi anni. Poi naturalmente ci rivolgiamo alle forze politiche “progressiste”, quelle sostanzialmente scaturite dalla dissoluzione del PCI. Pensiamo che ci siano grandi difficoltà sia in quelle forze che hanno vissuto una traiettoria via via più “moderata” sia in quelle che hanno tentato di resistere a sinistra. Le prime, sembrano sempre più in difficoltà nel coniugare le istanze di giustizia sociale con l’accettazione sempre più ampia di un paradigma teorico-culturale del tutto estraneo, direi antitetico, alla sinistra, quello neoclassico-monetarista appunto. Le seconde, sono dilaniate da conflitti interni e politicamente molto deboli, forse anche perché non hanno saputo o voluto costruire negli anni scorsi un ragionamento di politica economica e sociale complessivo e coerente, che potesse contrastare il potere egemonico del pensiero neoliberista.

Chi ti accompagnerà in questo viaggio? Puoi presentarci la tua redazione e il comitato scientifico?

Si tratta di un gruppo di economisti e studiosi di scienze sociali di grande spessore scientifico, con il quale abbiamo in vario modo condiviso diverse importanti iniziative degli ultimi anni. Mi riferisco ai due convegni organizzati con “il manifesto” nel 2005 e nel 2007: “Rive Gauche” e “L’economia della precarietà”, i cui atti sono stati pubblicati dalla Manifestolibri. E poi l’appello degli economisti “Non abbattere il debito pubblico ma stabilizzarlo e rilanciare il Paese” lanciato nel 2006. La redazione della rivista è composta da Bruno Bosco, Luigi Cavallaro, Sergio Cesaratto, Roberto Ciccone, Guglielmo Forges Davanzati, Francesco Garibaldo, Sergio Marotta, Rosario Patalano, Massimo Roccella, Roberto Romano e Antonella Stirati. Mentre Emiliano Brancaccio funge da consulente editoriale. Abbiamo poi pensato che una rivista indipendente ed autorevole dovesse avvalersi di un consiglio scientifico del massimo spessore. E con nostro piacere hanno accettato di farne parte il sociologo Luciano Gallino e gli economisti Pierangelo Garegnani ed Augusto Graziani. C’è poi un gruppo di giovani studiosi che ci aiuta nel lavoro tecnico, redazionale e nella comunicazione. Tutti volontari. Tutto autofinanziato. Va da sé che noi speriamo di coinvolgere nella preparazione dei materiali un gran numero di studiosi; e su questo piano siamo ottimisti: ai primi inviti a collaborare ci hanno già risposto alcune decine di studiosi, soprattutto giovani.

Ma perché una rivista online?

Per molte ragioni. Internet è sempre più il mezzo di comunicazione del futuro. E noi intendiamo sfruttare fino in fondo la flessibilità e la duttilità del mezzo. La rivista uscirà nel continuo, mano mano che perverranno articoli o ci saranno notizie che intendiamo commentare, evitando insomma la periodicità prefissata cui sono costrette le riviste a stampa. E poi intendiamo presentare non solo articoli, ma anche interviste e video.
A leggere con occhi attenti la manovra dell’esecutivo sulla crisi verrebbe da dire: “è morto il re, viva il re”. L’antieuropeista Tremonti vara un intervento che ha l’obiettivo di rispettare i parametri di Maastricht e di raggiungere il pareggio di bilancio, proprio come il suo predecessore Padoa Schioppa.
Noi pensiamo che le difficoltà che hanno portato alla rapida fine della seconda esperienza di governo Prodi siano in buona parte imputabili proprio alla nefasta linea rigorista adottata da Padoa Schioppa. Ed altrettanto dicasi per l’esito elettorale della primavera scorsa. Tremonti è liberissimo di incamminarsi sulla stessa strada. Ma è chiaro che si tratta di una scelta politica assolutamente deleteria, che porterà a un crescendo di tensioni politiche e sociali. Il nostro Paese sta vivendo infatti un “processo di mezzogiornificazione”: è sempre più parte delle periferie arretrate d’Europa. Ne sono prova l’allarmante crescita del passivo della bilancia commerciale - che sinteticamente mostra tutta l’inadeguatezza, la scarsa competitività, del nostro apparato produttivo - e la crescita intensa delle sacche di povertà, di precarietà, di lavoro nero. Per arrestare questi processi occorrerebbero incisive politiche industriali. E quindi fondi. E per queste ragioni noi italiani dovremmo essere i principali avversari dei vincoli di Maastricht e in generale delle politiche di restrizione dell’intervento pubblico. Dovremmo sfruttare tutti i varchi che si aprono. E dovremmo chiedere che l’Europa intervenga seriamente, cominciando con l’ampliare il bilancio dell’Unione, per contrastare i forti processi di divaricazione territoriale in atto. Invece niente di tutto ciò.

Eppure i bocconiani non sembrano persuasi: Giavazzi e Alesina, nel loro ultimo libro, continuano a vaticinare i rischi del ritorno dello Stato e del protezionismo.

Nel quadro attuale di pesante recessione e con le emergenze italiane cui prima accennavo simili esortazioni dovrebbero semplicemente cadere nel vuoto. Sarebbe meglio per tutti. Purtroppo in Italia non va così e i bocconiani, nonostante tutto, continuano ad avere grande ascolto. Ed anche per questo serve “Economia e politica”.

La crisi, insomma, mette in discussione dogmi fino a pochi mesi fa consolidati e all’apparenza imbattibili. Quali rischi opportunità si aprono per il Paese, e in particolare per la sinistra?

La recessione nella quale siamo entrati ha e soprattutto avrà aspetti drammatici. Con costi sociali gravissimi a carico dei lavoratori che perderanno i posti di lavoro, ad iniziare da quelli che hanno contratti di lavoro precario. Le stime si fanno ogni giorno più pesanti e il nostro Paese continua ad essere assolutamente privo di una significativa rete di ammortizzatori sociali. Il pacchetto anticrisi del governo è a riguardo risibile. Ma almeno la crisi svela palesemente tutta la fallacia dei dogmi neoliberisti. Credo rimarranno davvero in pochi a continuare a credere sul serio sulle capacità di autoregolazione dei mercati, sugli effetti benefici delle politiche restrittive e dei tagli allo stato sociale. Tuttavia, non possiamo essere ottimisti circa il modo in cui usciremo dalla crisi e questo essenzialmente per la grande debolezza politica del mondo del lavoro, non solo in Italia. Insomma, esiste in teoria una via di uscita “progressista” dalla crisi; ma esistono anche vie di uscita “restauratrici” e purtroppo non sono affatto le meno probabili.


1 dicembre 2008

Riccardo Realfonzo : L'Unione Europea finge di impegnarsi

 La crisi inizia a mordere e l'Europa monetarista è costretta ad adeguarsi. La Commissione europea annuncia un piano anti-crisi di 200 miliardi con poca luce e molte ombre. Il dato positivo è che il famigerato Patto di Stabilità viene sostanzialmente messo nel congelatore. Per fare fronte alla crisi i singoli stati membri potranno infatti oltrepassare il vincolo in base al quale il deficit pubblico non poteva superare il tre per cento del reddito nazionale. La notizia è confortante ed è anche in un certo senso carica di ironia. Qualcuno ricorderà che l'ultima esperienza di governo della sinistra è fallita anche sul «confronto» con Maastricht. 



Una delle cause della caduta di Prodi è stata infatti l'ottusa decisione di considerare quel Patto come una legge economica indiscussa e quindi inviolabile, e non per quello che era: il prodotto contingente di un pessimo accordo tra i paesi europei.
Il dato negativo dei provvedimenti annunciati dalla Commissione è che le cifre fornite rappresentano non molto più che la semplice somma delle iniziative che verranno autonomamente intraprese dai singoli stati europei. Più dell'ottanta per cento delle somme stanziate, infatti, risulta a carico dei bilanci nazionali mentre la parte restante, che spetta al bilancio comunitario, dovrebbe in parte derivare dalla distrazione di fondi l'Unione aveva destinato al sostegno delle aree depresse del continente.
Nonostante le apparenze, dunque, siamo ancora una volta di fronte a una decisione scarsamente coordinata, che proprio per questo rischia di risultare insufficiente rispetto all'entità della recessione. In assenza di un impegno realmente comunitario, infatti, le nazioni più deboli potrebbero subire dei contraccolpi pesantissimi dalla crisi. I bilanci dei paesi del Sud Europa sono stati già sottoposti a delle tensioni, in queste settimane. I tassi d'interesse sui titoli pubblici italiani sono cresciuti in modo significativo rispetto ai rendimenti dei bund tedeschi. Questa è una tendenza pericolosa, che potrebbe accentuarsi. Naturalmente, come spesso accade, gli economisti liberisti hanno dato di questo fenomeno un'interpretazione discutibile. Essi hanno detto che i nostri tassi crescono a causa di un debito pubblico troppo alto. Ma, come ha osservato Emiliano Brancaccio, questa lettura non trova adeguati riscontri. I differenziali tra i tassi stanno infatti crescendo pure sui titoli di Portogallo, Grecia e Spagna, che presentano livelli del debito pubblico anche molto bassi, e comunque ampiamente diversi tra loro. Il dato che piuttosto realmente accomuna questi paesi al nostro è la scarsa competitività delle merci e quindi la tendenza sistematica ad andare in disavanzo nei conti con l'estero (i parziali recuperi dell'Italia si spiegano col generoso abbattimento del cuneo fiscale di Prodi e non certo con le decantate modernizzazioni del flaccido capitalismo nostrano). Dunque non tanto a causa del deficit pubblico, quanto piuttosto a causa della bassa competitività e del deficit estero, l'Italia e gli altri paesi del Sud Europa potrebbero pagare cara la decisione europea di procedere in ordine sparso di fronte alla crisi.
C'è poi un limite tutto italiano nella gestione della crisi. Il governo infatti sembra insistere con provvedimenti generosi per le imprese e i redditi alti, mentre ai lavoratori dipendenti e ai ceti più deboli concede solo indegne elemosine; e soprattutto non sembra avere ricette per la massa di licenziamenti che si annuncia. Questa politica è inaccettabile sul piano etico e rischia pure di rivelarsi fallimentare alla prova dei fatti. Questa infatti è in gran parte una crisi causata dall'enorme squilibrio tra ricchi e poveri che è venuto a crearsi in questi decenni. Accentuare questo squilibrio, anziché attenuarlo, potrebbe aggravare una situazione già per molti versi compromessa.


28 novembre 2008

Gnè Gnè cade per la prima volta

Avevo preannunciato che sarei tornato su di un post in cui GnèGnè vorrebbe prendersi gioco di Emiliano Brancaccio. La verità che l'articolo (da me attinto con tutta probabilità) è un'intervista a Riccardo Realfonzo, ma c'è da dire che Brancaccio e Realfonzo di frequente lavorano e scrivono insieme e dunque condividono spesso molte opinioni.
Ma che dice GnèGnè nella sua lagna pignola (chiedo venia per le frequenti -gn-, ma è il rumore di fondo del pensiero di GnèGnè) ?

Un assaggino:
Lasciamo perdere che, secondo il genio incompreso, tra la crisi del '29 e l'attuale depressione ci sarebbe "un grande elemento comune ... ed attiene alla vera causa di fondo, di cui ancora non abbiamo parlato. La depressione di quegli anni e quella che ora si sta aprendo sono accomunate dal ristagno della domanda. Soprattutto sono bassi i consumi.": udite udite, una depressione (=caduta della domanda e dei consumi) è, per l'appunto, una depressione. Chi mai ci sarebbe arrivato senza l'ec. gen. incomp.? Tra l'altro, dicendo una simile ovvietà, non stiamo ancora dicendo nulla sulle cause

Ma ohibò ohibò, la depressione non è un periodo più o meno lungo in cui la variazione annuale del Pil è negativa ? Perchè identificarlo con la caduta della domanda e dei consumi ? Questi non sono più uno dei fattori che lo costituiscono e che al tempo stesso ne possono accentuare i caratteri ? Una prima riduzione dei consumi non può causare (in maniera dominante, ma assieme ad altri fattori) una ulteriore riduzione dei consumi ? Questa rigidità terminologica di Gnè Gnè (che secondo me è il motivo delle sue non sempre riuscite sortite) è anche alla radice della critica a mio parere immotivata a Scalfari (che, premetto, mi sta sul cazzo come quant'altri mai...).

GnèGnè in quest'ultimo caso gniaula :
"le cause della crisi sono la caduta della domanda e per conseguenza il crollo degli investimenti", cioè:
caduta della domanda===>crollo degli investimenti===>crisi fin.,
(visto che recessione=caduta della domanda aggregata)????????
Come è possibile che la recessione sia allo stesso tempo causa e conseguenza della crisi fin.? E se gli investimenti sono parte della domanda aggregata, come fa il crollo degli inv. ad essere conseguenza della caduta della domanda, anziché causa della caduta della dom.????????

Ma una caduta della domanda (per consumi) può provocare un crollo degli investimenti ? E questo può causare ulteriori fenomeni (disoccupazione, ulteriore caduta della domanda etc etc) che costituiscono tutti insieme una recessione e perdurando una depressione ? Perchè inoltre GnèGnè finge di non considerare la natura autoalimentantesi di alcuni processi economici, tali da far parlare Gunnar Myrdal di causalità circolare ? Perchè non riesumare la categoria kantiana dell'interazione invece di chiedersi come mai la gallina è causa dell'uovo e l'uovo causa della gallina ? Perchè elevare uno dei fattori costituenti un processo (la domanda o i consumi) al tutto di quel processo ?



Mi immagino GnèGnè Doctor House che sente un suo assistente in corsia dire ad una donna "Suo marito è morto per un arresto cardiaco" ed un altra ad un ragazzo "Suo padre sta male perchè gli è collassato un polmone". GnèGnè imbestialito dirà allora : "Ma chi ti ha fatto laureare (GnèGnè è molto selettivo, ti boccia a libretto in men che non si dica) ? L'arresto cardiaco è la morte, che credi ? E' come se avessi detto che è morto perchè è morto..." e ancora "Ma chi ti ha messo lo stetoscopio in mano, Carlin Petrini ? Ma lo sai che il collasso del polmone è già stare male, anzi malissimo...Sarebbe come dire che il padre sta male perchè sta male..."
E al povero malcapitato che risponda " Dottore, ma se l'arresto cardiaco è la morte, se lo riprendiamo con il defibrillatore lo facciamo risorgere ?", GnèGnè Dottor House ruggirà con la sua pedagogica arroganza " Sai che ti dico ? Ti tolgo il saluto, ti cancello il commento e dulcis in fundo, tolgo il tuo link dai miei preferiti, come a quello stronzo di Pensatoio..."
 


23 novembre 2008

Il patto di stabilità deve essere superato. Intervista a Riccardo Realfonzo

 

Qualcuno ricorda quando si incalzava da sinistra il governo Prodi chiedendo un'intelligente spesa pubblica, un aiuto a salari e pensioni per favorire una fase espansiva della domanda e una stagione di innovazione ambientalista e tecnologica per le nostre imprese? Bene. Ora queste sono le cose che a parole tutti dicono servirebbero per uscire dalla crisi (almeno la prima e l'ultima, perché di salari continuiamo a parlare solo noi). In quella stagione prodiana alcuni economisti lanciarono un appello per la stabilizzazione del debito pubblico rispetto al Pil che avrebbe potuto rappresentare l'inizio di un new deal italiano.
Il promotore di quell'appello è il professor Riccardo Realfonzo, classe 1964, direttore del Dipartimento di analisi dei sistemi economici e sociali all'Università del Sannio. Un prof. con la dote della chiarezza e il cuore a sinistra, senza per questo staccarlo dalla testa. Uno di quelli che vorremmo andasse in tv (l'abbiamo visto a Ballarò) perché rende comprensibili cose che gli esperti di solito fanno diventare molto difficili. A lui abbiamo chiesto di spiegarci a che punto siamo della crisi passata da tempesta finanziaria, a carestia bancaria, a recessione per tutti, e di valutare gli interventi realizzati o promessi dai governi. In attesa di un'altra Bretton Woods... 



Ma era proprio indispensabile mettere pesantemente mano al portafoglio pubblico per "salvare le banche" (iniezioni di liquidità, garanzie, interventi diretti e indiretti per ricapitalizzare)?

E' necessario interrompere il meccanismo di propagazione della sfiducia, che colpisce in primo luogo i lavoratori tramite distruzione dei posti di lavoro e dei piccoli risparmi. Ma questo non significa affatto che si debba iniettare denaro pubblico a costo zero, magari acquistando obbligazioni bancarie o azioni senza diritto di voto, in modo da lasciare assolutamente invariati gli assetti proprietari e strategici del capitale bancario privato. Con la scusa di tamponare la crisi di fiducia si stanno facendo passare provvedimenti iniqui, che non solo non puniscono ma addirittura sembrano salvaguardare i responsabili del dissesto finanziario.

Negli Usa alcuni commentatori insospettabili scomodano addirittura la definizione "socialismo dei ricchi" per richiamare l'antico detto della socializzazione delle perdite private, ma possibile che in questo intervento pubblico nessuno chieda conto di un decennio di profitti record per banche e finanza?

Infatti. I "salvataggi" dovrebbero perseguire l'obiettivo dell'interesse collettivo. In altre parole, tutti gli interventi dello Stato dovrebbero prevedere sia la rimozione del management responsabile della passata gestione sia la modifica degli assetti proprietari e di controllo, dal privato al pubblico. Ci vorrebbero delle nazionalizzazioni non mascherate, insomma. Qualcosa si è mossa persino in Gran Bretagna, in questa direzione. Ma il governo italiano - al di là di qualche dichiarazione roboante - sembra volersi muovere in tutt'altra direzione.

Ma quanto peserà la crisi bancaria sull'andamento macroeconomico per il 2009?

Peserà molto. Dopo che i titoli subprime hanno fatto il giro del mondo e abbiamo assistito ad episodi clamorosi, come la messa in liquidazione del colosso Lehman Brothers, la fiducia tra le banche è venuta ad incrinarsi gravemente. Il che ha portato ad una forte crescita dei tassi sui crediti interbancari e dunque ad una seria difficoltà delle banche nel procacciarsi liquidità. Un situazione complessa, soprattutto se si pensa che le principali banche hanno enormi quantità di obbligazioni in scadenza e debbono necessariamente rifinanziarsi. Come conseguenza di tutto ciò le banche hanno fortemente contratto le concessioni di credito. Insomma, il mercato del credito bancario si è fermato. Ma il processo economico capitalistico non si mette in moto senza l'iniezione di liquidità garantita dai finanziamenti bancari, e quindi alla fine l'intero sistema si inceppa. Basti pensare che negli USA nell'ultimo anno si sono già persi un milione e duecentomila posti di lavoro.

Esiste un paragone storico possibile di questo mega-intervento di salvaguardia del mercato creditizio?

La storia economica ci può aiutare a capire questa crisi o è tutto nuovo?
Molti si sono lanciati in improbabili confronti con la crisi del '29. In realtà ci sono ampie differenze tra la realtà attuale e quella di ottant'anni fa. Occorrerebbe rendersi conto, tra l'altro, che oggi la finanziarizzazione dell'economia è molto più spinta di allora, e questo è un aspetto di maggiore debolezza dei sistemi attuali. Per contro, lo spazio occupato dall'economia del settore pubblico sul Pil è molto maggiore rispetto ad allora, e questo conferisce più stabilità al sistema. Ma un grande elemento comune con la depressione degli anni'30 c'è ed attiene alla vera causa di fondo, di cui ancora non abbiamo parlato. La depressione di quegli anni e quella che ora si sta aprendo sono accomunate dal ristagno della domanda. Soprattutto sono bassi i consumi.

Ovvero lavoratori e famiglie hanno poco da spendere...

Certo. Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito in Europa e negli USA ad una forte compressione dei salari. In qualche fase i salari si sono ridotti persino in termini assoluti ma sempre, costantemente, si è ridotta la quota del prodotto complessivo attribuita ai salari, con tutto vantaggio per le rendite e i profitti. È stata questa compressione salariale a determinare un forte ristagno della domanda. E intanto il capitalismo ha continuato a sfornare merci senza che ci fosse una domanda adeguata ad "sparecchiare i mercati", come dicono gli economisti. L'espansione del credito al consumo negli USA per un po' ha avuto proprio questa funzione: assorbire l'eccedenza di merci prodotta nella parte industrializzata del mondo. Ma si trattava di una domanda "drogata" che, come abbiamo visto, è rapidamente venuta meno. Tutto ciò significa che alla base di questa crisi vi è un conflitto distributivo.

Dalla crisi del '29, mi pare, si uscì con un pacchetto di iniziative tra cui un ruolo importante ebbe la spinta all'industria bellica in vista della seconda guerra mondiale. Quale intervento si può immaginare oggi?

Occorre regolamentare i mercati, ridimensionando la finanziarizzazione dell'economia. Ma ciò non basta. Sul piano europeo occorrerebbe rivedere drasticamente il quadro di Maastricht, ridando fiato alle politiche pubbliche espansive, sia per quanto attiene alle politiche di bilancio sia a quelle monetarie. In Italia occorrerebbe abbandonare il falso dogma del "risanamento" delle finanze pubbliche e varare un piano di politiche industriali di ampio spettro, finalizzato a sostenere la domanda e a favorire un salto tecnologico e dimensionale delle nostre imprese. E poi bisognerebbe invertire radicalmente marcia rispetto alla stagione della precarietà e del contenimento dei salari. Come dicevo prima le deregolamentazioni del mercato del lavoro e l'attacco al potere contrattuale dei sindacati, in Italia e nel mondo, hanno gravi responsabilità nella crisi attuale.

Sarebbe un'uscita da sinistra dalla crisi o buon senso macroeconomico?

Sarebbe una via di buon senso uscire da sinistra dalla crisi. È chiaro che le cose che dicevo poc'anzi non sono politicamente neutre. In economia non esistono ricette neutre. In alternativa si potrebbe disastrosamente spingere per una uscita da destra dalla crisi, comprimendo ulteriormente i salari, i livelli di attività del sistema e continuando a ignorare le compatibilità ambientali. E magari anche con un rilancio in grande stile delle spese militari. Sono scenari apocalittici, ma con un mondo del lavoro sempre più privo di rappresentanza non possiamo considerarli scenari inverosimili, purtroppo.

L'Europa nei giorni scorsi ci ha indicato in parte e timidamente qualcosa che assomiglia a un green deal ovvero sforare i parametri per investimenti pubblici in tecnologia e produzione verdi. E' un timido inizio?

Sono le crepe che vengono alla luce. Si palesa l'insostenibilità economica e sociale di un quadro restrittivo come quello di Maastricht. Ormai anche alcuni tra i vecchi apologeti del Patto di stabilità cominciano a pensare a un qualche sistema di deroghe. E i governi locali delle tante periferie d'Europa si trovano costretti ad assumere delibere che superano di fatto gli accordi di bilancio, come ad esempio è accaduto recentemente in Campania. Ma non si tratta di emendare un po' il palinsesto europeo. Come dicevo prima, occorrerebbe incamminarsi su una nuova strada del tutto nuova.

Come sai gli studenti sono stati tra i primi ad accorgersi che la crisi rischiano di pagarla i soggetti sociali più deboli. Tu sei un docente giovane per l'università italiana, cosa pensi dell'Onda e cosa credi dovrebbero chiedere gli studenti affinché l'università cambi davvero?

Gli studenti dell'Onda mi piacciono, io sono dalla loro parte. E penso che siano la prima buona notizia dopo tempi bui. Cose da chiedere ce ne sarebbero a iosa, basti pensare che la spesa pubblica per l'università italiana è scandalosamente bassa rispetto alle medie europea e Ocse. Non credo però che si possa ottenere qualcosa di significativo dal governo attuale. Piuttosto mi auguro che il movimento cresca e che si saldi alla insoddisfazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Per il momento auspico che lo sciopero generale del 12 dicembre diventi un momento di incontro e di coesione tra lavoratori e studenti. In una realtà sociale frammentata come quella attuale, ricucire una tela di rivendicazioni comuni può essere molto importante.


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