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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

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3 maggio 2011

L'allarme di Robert Reich

Robert Reich suona ancora l’allarme crisi. Non è escluso che abbia ragione, ma lo è anche nel breve periodo ? Sembrerebbe di no.

Qual è la ricetta Obama ? Salvare le banche, dismettere i servizi pubblici e aprire così mercato alle imprese private. La falsa sinistra mette i consumatori nella mano invisibile del mercato e sappiamo la mano dove scenderà.  La crisi così nel breve periodo è scongiurata. Ma per quanto ?

 

 

Vediamo la cosa più nel dettaglio. Dal 2006 al 2009:

·         Il Pil procapite è aumentato da 41640 dollari a 46350, anche se si tratta di una sorta di media del pollo. Da una inflazione al 3,2% si è passati alla deflazione (-0,2%)

·         Gli investimenti sono aumentati dal 16,6% del Pil al 18% del Pil. Sono aumentate le esportazioni (dal 10,5%  del Pil al 12% del Pil), mentre le importazioni sono aumentate di meno (dal 16,2% del Pil al 17% del Pil), quindi il debito commerciale con l’estero è diminuito in percentuale dal 5,7% del Pil al 5%). Investimenti e esportazioni sono aumentate, ma non a spese dei consumi delle famiglie (che sono aumentate dal 70,2% del Pil al 71%), bensì a spese dei consumi collettivi (dal 19,1% del Pil al 16% del Pil). Ancora negli ultimi mesi le spese per consumi sono in aumento (l’ultimo dato di Febbraio dà un +0,7% rispetto all’anno precedente, anche se l’incremento del reddito è +0,3%). Dunque le cose non sono così semplici, come le presenta Reich. Altro è se la crisi riparte dalla banche : in questo caso la spiegazione è la stessa e cioè il sottoconsumo, ma la dinamica è più articolata, tenendo presente che il sottoconsumo in quanto fattore di crisi non si misura rispetto al consumo precedente, ma rispetto alla produzione . Ma di questi dati in Reich non v’è traccia, in quanto egli parla solo dell’indice di fiducia dei consumatori.

·         Il saldo di bilancio è migliorato da un -14,1% ad un +4,8%. Gli Stati Uniti con Obama stanno tentando di ridurre il proprio deficit commerciale, a spese della Cina. Questa strategia è compatibile con l’interpretazione della crisi da parte dell’ortodossia dominante. Tuttavia il fatto che Obama non ha scoraggiato i consumi privati è indice di un certo rispetto per la tesi che vede nella caduta della domanda aggregata la causa principale della crisi. Ovviamente però la riduzione dei consumi collettivi pure avrà un effetto negativo sulla strategia di Obama che probabilmente spera di dirottare la produzione in eccesso verso le esportazioni. Al tempo stesso egli sta procedendo nella privatizzazione di una serie di servizi sociali, per cui è anche probabile che l’aumento di consumi privati possa risultare di qui a poi una compensazione (regressiva dal punto di vista sociale) di una diminuzione dei consumi collettivi. La spesa sanitaria è aumentata dal 15,4% del 2006 al 15,7% del 2009, ma è probabile che si tratta appunto di un aumento della spesa privata per la salute, vista la diminuzione dei consumi collettivi. La spesa per l’istruzione è diminuita dal 5,9% al 5,7%. Il numero dei medici ogni 1000 abitanti è diminuito da 2,9 del 2008 a 2,7 del 2009, mentre i posti letto per 1000 abitanti si sono ridotti da 3,3 a 3,1. Fatto abbastanza preoccupante è che, mentre la rete idrica nel 2006 raggiungeva il 100% della popolazione, ora raggiunge solo il 99%. Questo vuol dire che qualche milione di persone ha difficoltà nell’accesso alla rete idrica.

Dunque l’allarme di Reich è generico e basato su indicatori non sempre significativi. Tuttavia possiamo dire che le strategie per la risoluzione della crisi non stanno affrontando il nodo della questione, che è la distribuzione del reddito. I provvedimenti presi da Obama privilegiano gli investimenti e le esportazioni. Collegati al braccio di ferro con la Cina sulla svalutazione della moneta cinese e collegati all’intervento congiunto in Libia fanno pensare che i tentativi di risolvere la crisi porranno i presupposti per una crisi più grave che coinvolgerà anche l’assetto geopolitico mondiale.

 

 


27 aprile 2009

Giancarlo De Vivo : economisti ed economisti

 Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.



Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.


24 febbraio 2009

Oltre i Nobel cazzari : quelli che qualcosa l'avevano prevista

Qualcuno mi ha rimproverato di attribuire all'economia facoltà profetiche giusto perchè avevo parlato di previsioni sbagliate (chissà a cosa serve l'economia...).
Ma se avevo parlato di Nobel cazzari, c'è anche qualcuno che delle previsioni sulla possibilità di una crisi di questo genere le aveva fatte. Vediamo un po' :
1)
Sul Sole 24 Ore del 03/11/2001 Nicola Cacace, ex presidente di Nomisma collega la crisi successiva all'11 Settembre a quelle asiatiche del 1997-1998 e sentenzia che si tratta di crisi legata al calo della domanda aggregata in uno con gli eccessi di investimenti finanziari speculativi con distorsione dei prezzi e delle regole di mercato. Egli dice pure : "Se la crisi depressiva è soprattutto crisi da domanda aggregata, così come nel '29, non serve a molto incentivare gli investimenti se non riparte la domanda di consumo... c'è da incentivare nei modi possibili quella vasta area di consumatori i cui salari hanno a mala pena recuperato l'inflazione...". Cacace ribadisce la sua analisi, sia pure generica, a fine 2001 , a Gennaio 2002 , ad Agosto 2002 , a Dicembre 2002, a Luglio 2003, ad Ottobre 2008 ed anche a Gennaio 2009 . Una tenacia ed una coerenza ammirevoli.
2)
In un intervista al Giornale del 30/10/2002, Mario Deaglio accenna alla possibilità di una recessione legata al crollo del mercato immobiliare Usa.
3)
In un articolo su Liberazione del 2/2/2003, Joseph Halevi, in una analisi storica delle contraddizioni dell'economia Usa, scrive : "Nel periodo clintoniano l'espansione avvenne sulla base di salari reali in diminuzione per cui la dinamica del consumo finì per dipendere dall'indebitamento crescente delle famiglie dando luogo ad una vera e propria bolla da debito. Se la bolla non è ancora scoppiata lo si deve all'abbassamento dei tassi di interesse. Questi però non possono scendere oltre un certo limite, mentre l'indebitamento delle famiglie continua ad espandersi in rapporto al reddito disponibile. Ergo il momento del reality check si avvicina". In un articolo sul Manifesto del 29/05/2003, Halevi ribadisce l'idea di guardare complessivamente alla storia dell'economia mondiale degli ultimi trent'anni ed a proposito dell'Europa evidenzia quella che adesso sarà un'altra difficoltà : "Il blocco della domanda interna europea poggia su di una vera e propria architettura istituzionale, molto difficile a riformare senza far crollare il castello della costruzione europea"
In un altro articolo del Luglio 2007 Halevi addirittura denuncia che : "L'accumulazione finanziaria viene in qualche modo contabilizzata nel Pil che quindi sembra crescere, mentre la precarizzazione riduce la disoccupazione senza dover ricorrere a politiche keynesiane con l'esercito di riserva che si situa dentro l'occupazione stessa...il sistema bancario fa soldi a tonnellate grazie all'accresciuta liquidità, ricicla ed aumenta il debito delle famiglie, le quali pur vedendo il rapporto debito/reddito aumentare, cercano di non cadere nella delinquenza finanziaria e si buttano ulteriormente sul mercato del lavoro con occupazioni precarie : ne consegue che la disoccupazione si situa al di sotto del 5%, mentre alò tempo stesso aumenta il rischio di insolvibilità delle famiglie..." 
4) Nel Settembre 2003 Paolo Sylos Labini
in questo articolo fa una articolata ipotesi di previsione sulla possibilità di una crisi del tipo di quella del 1929, crisi che sarebbe scaturita negli Usa a causa principalmente del debito privato. Tra le altre cose egli dice : " In una relazione sulle prospettive dell’economia mondiale, che presentai nell’aprile del 2002 a un convegno della Cgil e che poi fu pubblicata da Il Ponte (maggio 2002), esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita. In effetti, sin dal mio esordio come economista ho cercato di analizzare lo sviluppo capitalistico che, come aveva sostenuto Marx e riproposto in forme originali Schumpeter, ha un andamento ciclico, ossia passa attraverso fasi di prosperità e di recessione o di depressione. Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America...
Quando aumenta la disuguaglianza distributiva sorgono almeno due problemi: si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle. Negli anni Venti del secolo scorso la quota di reddito che va al quintile dei redditieri più ricchi sale di sei punti: passa dal 48% nel 1923 al 54% nel 1929 (Sylos Labini 1984, p. 265). Dal 1992 al 2001 il potere d’acquisto del reddito mediano del quintile più basso ha perso 3,6 punti, mentre quello del quintile più alto è cresciuto di 0,7 punti: il divario è salito di 4,3 punti: non è poco (dati del Federal Reserve System cortesemente forniti allo scrivente dal Servizio Studi della Banca d’Italia.
La diseguaglianza cresce in modo sistematico o come effetto della politica fiscale o come conseguenza di grandi innovazioni che fanno crescere i profitti nelle nuove industrie e poi, via via, in tante altre industrie, le cui condizioni di produzione e di vendita sono modificate 
dalle nuove industrie e dai nuovi prodotti – si tratta di una sorta di economie dinamiche esterne –. Crescono, a ondate successive, i profitti e ciò provoca ondate speculative in borsa, che hanno l’epicentro proprio nelle innovazioni. I profitti, i guadagni provenienti dalle azioni e gli elevati compensi ai manager, specialmente ai “top manager”, alimentano anche ondate di acquisti di immobili e si formano due bolle speculative, una in borsa e l’altra nei mercati immobiliari. In America la prima si è sgonfiata due volte, la seconda finora solo una volta ha subìto un arresto. Il fatto è che, nell’era della globalizzazione, le ondate speculative si diffondono nell’intero mondo sviluppato, ma con asincronie; inoltre, gli interessi coinvolti sono così rilevanti che la banca centrale e le principali banche, che a volte partecipano alle speculazioni, attuano una politica di sostegno, che può durare a lungo, anche se non all’infinito. Per questi motivi le bolle speculative non si sgonfiano di colpo. La bolla speculativa di Wall Street esplose una prima volta alla fine del 2000 con effetti nettamente negativi sul potere d’acquisto complessivo delle famiglie. Si è poi sgonfiata una seconda volta ma, in dimensioni ridotte, vi è ancora...
Con riferimento all’America sono da considerare quattro tipi di debiti: debito pubblico, debito delle imprese, debito delle famiglie, debito estero; è poi fondamentale la distinzione fra debiti a breve e a lungo termine, che quando diventano difficili da ripagare vengono chiamati immobilizzi. In America i debiti privati e il debito estero hanno raggiunto livelli patologici, mentre il debito pubblico solo da poco suscita preoccupazioni. Il problema fondamentale dell’economia americana sta proprio nei debiti, che oggi hanno assunto ampie dimensioni. È il risultato di vari fattori, economici – fra cui la politica liberale della banca centrale e gli abusi di diverse grandi imprese – e non economici – come la guerra in Iraq e l’occupazione di quel paese....
I problemi odierni sono gravi poiché l’indebitamento a medio e lungo termine ha assunto un peso rilevante. In America le famiglie si sono indebitate a lungo termine principalmente per acquistare immobili, le imprese per acquistare macchine e attrezzature e per acquistare altre imprese: spesso tali acquisti danno luogo a immobilizzi. Fornendo come garanzie gli immobili, le famiglie possono poi ottenere dalle banche prestiti a interessi più bassi di quelli che debbono pagare senza tali garanzie, ciò che consente loro di acquistare beni di consumo durevole che con il loro reddito non sarebbero in grado di acquistare. In generale, negli Stati Uniti la crescita del debito delle famiglie è stata assecondata dalle politiche liberali del credito ed è stata favorita dal tasso di risparmio che, come si sa, in quel paese è molto basso."
5) Il giornalista economico Alexander Weber avverte in quest'articolo del 2003 che l'Europa non sta molto meglio degli Usa : infatti "Da parte loro le famiglie hanno agito nel modo più semplice, trasferendo i risparmi dalle azioni alle proprietà immobiliari...Tale passaggio è stato massiccio. Ma gli effetti sulla distribuzione del reddito sono drammaticamente diversi...un aumento delle attività immobiliari in condizioni di prezzi che salgono tende a redistribuire il reddito rapidamente dal basso verso l'alto, cioè dai primi acquirenti ai detentori di capitali immobiliari. Anche in questo caso gli effetti sulla propensione al consumo sono negativi : le famiglie a reddito alto consumano meno in percentuale di quelle benestanti. "
6) Sempre nel 2003 Robert Reich, economista ed ex-ministro del lavoro Usa, afferma : "...i consumatori americani continuano a comprare. Ma c'è un limite a quanto i consumatori possono spendere, visto che i loro posti di lavoro stanno sparendo e i loro libretto degli assegni vacilla. La preoccupazione è dovuta al fatto che i consumatori in questo momento sono seriamente indebitati. I bassi tassi di interesse hanno reso facile per i consumatori più incalliti prendere in prestito del denaro fornendo in garanzia la propria casa. I proprietari di case stanno acquistando, con il denaro ottenuto in prestito, ogni sorta di cosa che altrimenti non potrebbero permettersi o stanno facendo fronte al  crescente debito delle loro carte di credito. Finchè il prezzo delle case continua a salire, chi prende denaro in prestito è protetto contro un crollo repentino delle proprie finanze. Ma se i tassi di interesse torneranno ad aumentare, i prezzi delle case smetteranno di salire e potranno anche cominciare a scendere..."
Al'inizio del 2004 Reich aggiunge : "Nel frattempo però, milioni di persone rimangono disoccupate o finiscono per essere così scoraggiate da rinunciare alla ricerca di un lavoro. A volte queste persone devono adattarsi a stipendi molto più bassi o a trasformarsi in  consulenti, un modo altisonante per dire lavoratori precari. Alla fine con così tante persone costrette a vivere nell'incertezza, la domanda di beni e  servizi da parte dei consumatori porebbe cominciare  a scemare"
7)
Stephen Roach della Morgan Stanley, sicuramente l'uomo più innamorato della teoria di una crisi sempre imminente, il 13/09/2004 dice : "Noi americani, l'intera popolazione della nazione più potente del mondo, paghiamo solo per gli interessi dei debiti privati più del venti per cento del reddito disponibile.. e il tasso di risparmio è uguale allo 0,6% dei salari.  Il rischio di un grande crack da debito è diventato spaventoso...e se si guarda il grafico di come sono andati avanti i lavoratori negli ultimi sei cicli di ripresa e come si stanno comportando nell'ultima congiuntura favorevole,  si scopre che, oltre al fatto che la crescita del numero dei posti di lavoro è totalmente insufficiente, neanche i salari stanno crescendo come dovrebbero...eppure i consumi si impennano. Essi escono dai debiti, ma non si può andare avanti così. La crescita nei fatti è anemica, senza aumenti nè di lavoro nè di salari e per di più, anche i consumi si stanno in parte raffreddando..." Roach nell'Agosto 2002 già aveva accennato a questi problemi : "Gli elementi che fino a questo punto hanno esercitato la spinta propulsiva sull'economia, come il comparto delle costruzioni e del consumo di beni durevoli stanno progressivamente indebolendosi....Se i governi europei non stimoleranno adeguatamente le politiche fiscali e monetarie di stimolo della domanda interna, il rallentamento statunitense avrà un impatto molto serio sulle altre economie" Nel Maggio del 2003 aggiunge a proposito dell'Europa : "Bisogna che la BCE abbassi e subito i tassi. Altrettanto importante è allentare i vincoli del Patto di stabilità, che è troppo restrittivo.". Il 14/02/2005 dice : "..L'America è il paese più indebitato del mondo, sia dal punto di vista pubblico che privato, e questa è una mina vagante per il pianeta che potrebbe sempre esplodere da un momento all'altro.". L'11/09/2006 Roach continua : "...è improvvisamente finito il discorso sul refinancing grazie all'immobile di proprietà e questo paralizza i consumatori che ora hanno semmai il problema di saldare i debiti più che di consumare..e l'economia americana si basa per il 70% sui consumi...". Infine il 1/05/2007 Roach avverte : "La distribuzione del lavoro ha provocato nel mondo sviluppato fortissime pressioni su occupazione e salari....i salari dovrebbero salire, i profitti delle grandi corporations dovrebbero scendere...è ragionevole aspettarsi che i politici vogliano controllare i profitti in eccesso del capitale..."
8) Il 20/05/2005 si sveglia anche Alan Greenspan il quale chiede il ridimensionamento di Fannie Mae e della Freddie Mac (aziende di interesse pubblico incaricate di rilevare e consolidare i mutui delle banche e di emettere obbligazioni lucrando sullo spread) agitando la crisi dei mercati finanziari
9) Il 10/06/2005 si sveglia anche Paul Krugman, il quale ammette (nonostante qualcuno gli voglia erroneamente attribuire la qualifica di profeta della crisi) "Alcuni analisti più pessimisti come Stephen Roach della Morgan Stanley sostengono che non abbiamo ancora finito di pagare per i nostri eccessi passati (relativamente alle bolle finanziarie). Personalmente non ho mai condiviso totalmente il suo punto di vista e tuttavia guardando il movimento del mercato immobiliare, sto iniziando a ricredermi ". Segue poi una descrizione più o meno analoga a quelle precedenti ed anche una domanda : "Ora cosa può rimpiazzare la bolla immobiliare ?" (domanda che tutto il capitale mondiale si sta forse ponendo in questo momento) oltre a rivelare che "A luglio 2001, Paul Mc Culley, economista del colosso finanziario Pimco, aveva previsto che la Federal Reserve non avrebbe fatto altro che sostituire una bolla speculativa con un altra (la bolla azionaria con la bolla immobiliare)" ed a citare Robert Shiller (autore di quest'articolo del 25/06/2004) che dice "quella immobiliare potrebbe essere la bolla più grande nella storia degli Stati Uniti".
10) Seguono poi articoli o interviste di Vaciago, Alvi, Roubini, Stiglitz  



Insomma, non solo questa crisi era stata prevista, ma era stata correttamente analizzata come crisi inizialmente legata alla domanda e ai bassi salari, crisi che si era tentato di scongiurare con bolle azionarie, con la guerra e con la bolla immobiliare e che è poi diventata crisi finanziaria, per poi di nuovo ritornare sull'economia reale, sull'occupazione e sui salari in un ciclo perverso che non si può spezzare riducendo nuovamente la massa salariale ed i diritti dei lavoratori, pena l'avvento di crisi ancora più pesanti.



4 luglio 2008

Il supercapitalismo di Robert Reich

 

L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli Stati Uniti le «guerre culturali» vedevano l'esercito dei «teo-con» all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria. Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti, le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori evangelici «nemiche dell'american way of life», erano invece maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana.
Con lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317, euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si basava il «capitalismo democratico» del secondo dopoguerra. Per Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni «quasi» d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato.
In primo luogo, gli anni Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune «regole» della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze, trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono aboliti né i diritti civili, né quelli politici.
Il libro di Robert Reich spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli «analisti simbolici» che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra capitale e forza-lavoro.
È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà. I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese.
Il limite del libro di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del consumatore, dell'investitore e del cittadino.
In primo luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella «guerra di classe» contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del supercapitalismo.
Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la «convergenza parallela» degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe, relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai liberal .

(Benedetto Vecchi)


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