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20 luglio 2008

L'emergenza rifiuti in 5 violazioni

 

Il libro Ecoballe di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli nei procedimenti giudiziari sui rifiuti campani, permette di fare il punto sulle responsabilità di un disastro unico al mondo. Sulla vicenda sono in corso due processi a cui è demandato l'accertamento delle responsabilità penali degli imputati; ma sul meccanismo che ha portato a sommergere la Campania sotto cumuli di rifiuti non ci possono più essere dubbi. Questo meccanismo è la sistematica violazione dell'ordinanza con cui, fin dal marzo del 1998, l'allora Ministro degli interni Giorgio Napolitano aveva delineato i termini con cui avrebbe dovuto essere affrontata la crisi dei rifiuti nella regione.
Quell'ordinanza prescriveva il raggiungimento del 35% di raccolta differenziata; l'affidamento per 10 anni della gestione di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania a valle della raccolta differenziata; la realizzazione entro l'anno degli impianti di selezione e trattamento delle frazioni secca e umida del rifiuto indifferenziato e, entro il 2000, di due inceneritori predisposti per il trattamento del solo Cdr (la frazione secca del rifiuto indifferenziato, trattata perché raggiunga un tot potere calorifico). Per evitare indebiti accumuli di Cdr fino alla realizzazione degli inceneritori, lo stesso doveva essere bruciato in altri impianti, anche fuori regione; e per non pregiudicare la raccolta differenziata, il Cdr non doveva eccedere la metà dei rifiuti complessivamente prodotti in Campania. L'elettricità prodotta dagli inceneritori avrebbe goduto, per un periodo di 8 anni, degli incentivi Cip6 cioè di un prezzo di cessione dell'elettricità generata con i rifiuti 4 volte superiore al costo di produzione di un ordinario impianto termoelettrico. Il decreto Napolitano era in perfetta linea con le esperienze all'epoca più avanzate di gestione dei rifiuti urbani e ne riproduceva le fasi e le caratteristiche principali.
La prima violazione del decreto avviene con il bando di gara indetto dal Commissario straordinario ai rifiuti, l'allora Presidente della giunta regionale di centrodestra, Rastrelli. Il bando viene dimensionato per il trattamento di tutti i rifiuti prodotti dalla regione e non solo della parte che residua dalla raccolta differenziata; le prescrizioni del capitolato d'oneri riguardano solo l'inceneritore, senza alcun riguardo per gli impianti di selezione e trattamento a monte dell'incenerimento; non una parola viene fatta sugli impianti di compostaggio (processo che trasforma la frazione organica in un ammendante per i suoli agricoli), senza i quali la raccolta differenziata dei rifiuti urbani non ha senso. Una scelta a favore del «tutto fuoco» che rispecchia l'orientamento della giunta regionale dell'epoca, ma che viene poi confermata dalle successive giunte Bassolino di centrosinistra. Per di più si affida all'impresa vincente il compito, pubblico, di scegliere i siti dove costruire gli impianti.
La seconda violazione è con l'aggiudicazione del servizio. Viene scelto il progetto del raggruppamento Fisia-Impregilo, che la commissione tecnica giudica il peggiore tra quelli presentati (era obsoleto già 10 anni fa); inoltre in esso si prospetta la produzione di compost senza fare la raccolta differenziata della frazione organica, ma ricavandolo dal rifiuto indifferenziato, e in quantità superiori alle capacità di trattamento degli impianti: è evidente che non si intende né produrre compost, per il quale ci vuole la raccolta differenziata, né stabilizzare - cioè rendere inoffensiva - la frazione «umida» del rifiuto indifferenziato; ma solo chiamare compost tutto ciò che viene scartato nella preparazione del rifiuto combustibile per l'inceneritore. Non basta, l'impresa proponente subordina la validità della sua offerta all'accettazione da parte della stazione appaltante di una nota del tutto illegale dell'Abi che «mette al bando» la raccolta differenziata di plastica e carta - gli unici materiali combustibili che possono alimentare un inceneritore - attraverso la formula deliver or pay: i comuni devono pagare a chi gestisce gli impianti la stessa tariffa sia che facciano la raccolta differenziata o no. Lo scopo è quello di massimizzare gli incassi da produzione di energia elettrica: più rifiuti ci sono, più si guadagna. Molti economisti sostengono che gli incentivi per le fonti rinnovabili alterano i meccanismi di mercato. E' vero, ma promuovono il futuro: cioè l'unica alternativa energetica in un'era post-fossile. Gli incentivi per l'incenerimento finanziano il passato: la dissipazione, con rendimenti insignificanti, di tutta l'energia utilizzata e contenuta nei materiali distrutti; uno spreco concepibile con un'offerta di combustibili fossili illimitata e senza l'assillo dell'effetto serra: un'epoca ormai alle nostre spalle.
La terza violazione del decreto Napolitano si verifica cancellando dolosamente dal contratto le clausole che obbligano l'appaltatore a bruciare i rifiuti combustibili in altri impianti fino al completamento dell'inceneritore e quelle che limitano il materiale da bruciare alla metà dei rifiuti prodotti in regione. Quelle clausole obbligherebbero l'appaltatore a pagare il servizio a altri operatori, perdendo gli incentivi Cip6. Meglio allora impacchettare quel tesoro in migliaia di «ecoballe», in attesa di poterle bruciare nel proprio forno. Se poi la realizzazione dell'inceneritore tarda e le ecoballe diventano milioni, che importa? Valgono tant'oro quanto pesano, tanto è vero che le banche (ecco che torna in campo l'Abi) le accetteranno a garanzia dei prestiti concessi, come fossero tanti barili di petrolio (quelle accumulate l'anno scorso valevano già un miliardo e mezzo di euro).
Se poi questi stoccaggi illeciti - dopo un anno gli stoccaggi cessano di essere depositi temporanei, autorizzati dalla legge, e diventano discariche, per le quali sono necessari presidi ambientali mai realizzati - costano troppo, si mette a carico del Commissario, cioè di tutta la nazione, la differenza tra il prezzo pagato alla camorra, proprietaria delle aree di stoccaggio, e quello che l'appaltatore aveva indicato nella sua offerta al ribasso. E' la quarta violazione del decreto: una porta spalancata alla camorra che affitta camion per portare le ecoballe in giro per tutta la regione e i terreni dove accumularle.
Quinta violazione: per produrre più ecoballe si fanno lavorare i Cdr al di sopra delle loro capacità; si sospende la manutenzione e li si mette fuori uso, anche perché non c'è più un solo buco dove conferire la parte più molesta del loro output: la frazione umida non lavorata e puzzolente che dovrebbe essere compost. Sembra che rovinando i propri impianti i titolari dell'appaltato danneggino se stessi; ma non è così. Con quegli impianti fuori uso e le discariche piene, i rifiuti si accumulano per le strade e l'emergenza torna a farsi pressante. Tanto da giustificare nuove ordinanze e nuove deroghe: cioè l'autorizzazione a produrre compost che non è compost e Cdr che non è Cdr. E nuovi impianti con lucrosissimi incentivi: non più un solo inceneritore e nemmeno 2, ma 4; e tutti con gli incentivi Cip6, aboliti nel resto dell'Italia e fuorilegge per la Commissione europea. «Da diverse conversazioni intercettate - scrive Rabitti - emerge il sistematico ricorso al blocco della ricezione dei rifiuti come strumento di pressione per avere le autorizzazioni agli stoccaggi e per giustificare i provvedimenti». Ecco spiegata l'emergenza rifiuti.

(Guido Viale)


17 luglio 2008

La ricchezza dei cassonetti

 

I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.
Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.

(Guido Viale)


8 luglio 2008

I militari ad Acerra

 Si danno un gran da fare questi ragazzi. Quelli che guidano le ruspe e quelli che sistemano i bagni chimici, chi porta le scale e chi parcheggia gli automezzi. Deve fare un gran caldo sotto la tuta mimetica e dall'elmetto giallo, sulla tempia di un giovanotto metà militare e metà operaio, spunta una goccia di sudore, mentre appende sulla rete metallica una serie di cartelli anch'essi gialli: «Area d'interesse nazionale vietato l'accesso, sorveglianza armata». Chissà se ci avrebbe scommesso su quando è entrato nell'arma: andrò a sorvegliare un termovalorizzatore per amor di patria. Ma ad Acerra tutto è al posto giusto, anche le sentinelle con i mitra a tracolla, e potrebbe passare per un campo in Afghanistan.
Il sottosegretario Guido Bertolaso ha fatto la prima mossa, ieri ha inviato 60 militari, scortati dalle forze dell'ordine (o viceversa) per presidiare l'impianto che dovrebbe essere terminato (non è stato deciso ancora da chi) entro dicembre. Forse il timore che si possano innescare una serie di proteste a catena, dopo che ad Agnano già domani i cittadini scenderanno in piazza contro l'impianto napoletano che dovrebbe sorgere nel loro territorio e ieri a Chiaiano hanno banchettato nella cava di tufo in centinaia al pic nic contro la discarica. O forse si tratta di «mostrare i muscoli alle mosche e ai gabbiani» come ironizzano alcuni gruppi di acerrani arrivati in località Pantano un po' per curiosità, molti per rabbia.
Il sole batte e benché intorno ci siano solo campagne, quel che resta della Campania Felix, il mare è lontano, non si respira, soprattutto quando arrivano le zaffate delle montagne di rifiuti accatastati nel sito di trasferenza che sorge a poche centinaia di metri. «Poveri ragazzi - infieriscono le donne del luogo - fare la guardia ai cani randagi». E infatti bastardini di tutte le misure si muovono con dimestichezza nella loro «mensa» personale.
Qui l'ultima protesta in strada dei cittadini contro il termovalorizzatore risale a quattro anni fa. Era il 29 agosto e in 30mila, tra comitati e partiti della sinistra «rossa», si ritrovarono davanti al sito, allora di proprietà della Fibe, che era stato sgomberato 12 giorni prima. Anche all'epoca il governo Berlusconi «scelse» la tolleranza zero e la folla venne dispersa a manganellate. Feriti e arresti, con il sindaco Espedito Marletta e il senatore Tommaso Sodano portati in ospedale. «A distanza di tempo Berlusconi - dice oggi Marletta - ripete la scelta di militarizzare lo scontro, utilizzando risorse dello Stato per difendersi dai cittadini e tutelando affari privati, neanche tanto chiari». Eppure da quel fine agosto i cittadini hanno smesso di manifestare, scegliendo la strada dei ricorsi. «Quella di oggi - conferma Franco, acerrano di nascita - è l'ennesima messa in scena che serve a tranquillizzare i fornitori. Da tempo i nostri comitati cittadini stanno portando le nostre ragioni nelle sedi opportune, come la magistratura e l'Ue». Uno dei sostenitori di queste «cause» è l'avvocato Tommaso Esposito, un pezzo di uomo dall'aria mite che nel suo studio ha collezionato un'enciclopedia di materiali sull'impianto, dai rilievi tecnici alle pecche di un termovalorizzatore che doveva essere pronto circa 8 anni fa. «L'impresa ha sbagliato progetto e proprio ad essa, unico caso in Europa, si concede di passare sulla pelle della gente azzerando la valutazione di impatto ambientale». In realtà non è ancora ben chiaro se sarà proprio la Fibe-Impregilo a terminare i lavori, perché nel decreto legge di Berlusconi è stato specificato che il sottosegretario Bertolaso potrebbe far subentrare una nuova società senza nemmeno bisogno di gara pubblica. Ma ai residenti poco importa: questo inceneritore non si deve fare. Acerra è la terra delle pecore morte di Butiful Cantri, degli uomini e delle donne con il più alto tasso di tumori del nostro paese, dei campi infestati dalla diossina.
Fuori dai cancelli la gente guarda verso l'alto le due torri in ferro ferme lì da qualche anno, poi verso il basso quei ragazzi con la bandiera dell'Italia sul braccio. «Stanno sorvegliando una cattedrale nel deserto la cui costruzione è stata bloccata dalla magistratura» ritira il collo nelle spalle Franco, mentre cerca sguardi d'intesa con gli altri. Una bimba, avrà più o meno sei anni, tiene per la mano il suo papà: «Non è che vogliono prendere mia figlia come prigioniera di guerra?». Si tratta dell'assessore comunale all'ambiente Andrea Piatto che stenta a credere ai suoi occhi: «Sembra di stare in Iraq o in Afghanistan con cartelli che richiamano a scenari di guerra. Non ho ancora capito, però, chi è il Bin Laden che bisogna prendere».
Bertolaso è puntuale nelle spiegazioni: «La sorveglianza del cantiere del costruendo termovalorizzatore di Acerra - spiega in una nota - come previsto dal decreto legge 90/2008 ha acquisito status di sito di interesse strategico nazionale». Martedì il presidente del consiglio tornerà a Napoli per un sopralluogo.

(Francesca Pilla)


4 luglio 2008

Il tavolo tecnico a Chiaiano non c'è mai stato

 

«Il tavolo tecnico non c'è mai stato». Il professore Franco Ortolani, geologo, racconta i retroscena di un incontro mancato: «La struttura commissariale ha capito subito che un confronto sui dati li avrebbe visti perdenti. Così solo una volta abbiamo ragionato sui risultati, non completi, delle analisi». Domenica scorsa Bertolaso ha convocato direttamente gli amministratori per annunciare che la discarica a Chiaiano si farà. «In sostanza una decisione politica» è il commento di Ortolani che aggiunge «se mi invitano alla riunione dove annunciano la fase di progettazione del sito, andrò a sentire come giustificano i milioni di euro che ci vorranno per realizzare lo sversatoio». L'interrogativo che gira è perché proprio nella selva di Chiaiano: «Il governo aveva comunicato che erano allo studio 10 siti - racconta il professor de Medici - e cioè Savignano Irpino e Sant'Arcangelo Trimonte, 2 a Terzigno che, con questo, fanno 5. 'E gli altri?', ho chiesto a Bertolaso ma non ho ricevuto risposta». Poi il governo ha annunciato la chiusura dei parchi e a molti è parso di vedere il ciclo del cemento che si rimette in moto.
Il sottosegretario ai rifiuti ribatte che la discarica si può fare perché i problemi di viabilità sono superabili e, sul fronte salute, basta inviare in cava solo immondizia urbana non pericolosa. Il geologo insiste: «Ci siamo trovati come controparte la Tecno In di Milano, società incaricata di fare i rilievi dall'Arpac, e la loro elaborazione delle analisi lascia molto a desiderare, per così dire. A parte il fatto che stiamo ancora aspettando gli esiti degli esami, indispensabili per dare un parere che abbia senso». Intanto, di certo c'è solo che, a norma di legge, per essere idoneo a ospitare una discarica, il sito deve essere stabile, il suolo impermeabile, lontano da falde acquifere e coltivazioni di pregio, ospedali e centri abitati, facilmente raggiungibile dai mezzi. «A Chiaiano non c'è nemmeno una di queste condizioni» commenta Ortolani. Che la zona sia densamente abitata e vicina ai principali ospedali della regione lo sanno tutti, che ci siano le coltivazioni doc anche e allora ragioniamo sul resto: «Le cave adiacenti sono già crollate, la stratigrafia delle pareti mostra chiaramente lastroni di tufo in condizione alterate dalla massiccia attività estrattiva subita, predisposti allo scivolamento. I più grossi sono puntellati da cunei ma tutta la zona è molto instabile anche perché, con le piogge, l'acqua dilava attraverso le cave e finisce nella falda sottostante. Addirittura le carte che ci avevano mostrato indicavano carotaggi a 60 metri quando tutta la letteratura indicava la presenza della acque a 160». Dal commissariato sono convinti di poter effettuare l'impermeabilizzazione «ma sono sfortunati - commenta il geologo - perché a giugno è caduta molta pioggia e si è visto che il terreno l'ha assorbita tutta, non c'è nessuna fascia di terreno argilloso o altro che la blocchi in tutta la zona. In queste condizioni, bastano 15/30 giorni al percolato per arrivare in falda».

(Adriana Pollice)


3 luglio 2008

Acerra chiama Napoli

 

Il sole brucia, toglie l'aria e non aiuta ad affrontare i 18 km di marcia, da Acerra a Napoli. Tra i più giovani partono le sgomitate: «Un'idea così poteva venire solo a un prete». Ci ride sopra anche padre Alex Zanotelli, appiccicato, sudato come le altre centinaia di manifestanti e un ginocchio malandato che gli permette di avanzare solo per metà percorso. «Qui non si scherza, facciamo sul serio», rimbrotta al decimo km, dopo aver superato Casoria, Mario Avoletto, irriducibile dell'antagonismo partenopeo, membro attivo della Rete ambiente: «Abbiamo unito oggi le diverse realtà resistenti perché dobbiamo aprire una vertenza generale». E non sarà il termometro rosso a fermare i 700, compresi le associazioni, gli amici di Beppe Grillo, l'assise di Palazzo Marigliano, il Wwf e Legambiente, che hanno accettato di partecipare allo «scarpinetto». D'altra parte chi è venuto se l'è cercata. «Ma per i mille "sì" ad altrettante ipotesi ecocompatibili sullo smaltimento dei rifiuti - spiega Anna Fava di Palazzo Marigliano - ci sta bene anche la smazzata votiva. Considerato che questa notte non ho dormito mi pare di stare benissimo. No?». Facce infuocate a parte, sono state sei ore di tragitto, macinate metro per metro, fino al secondo concentramento a piazza Garibaldi per radunare il popolo cittadino, e via per altri tre chilometri con i nuovi arrivati.
Segno dei tempi se per ottenere una «grazia» si è passati dalla tradizionale camminata scalzi fino a Pompei al percorso dal termovalorizzatore più grande d'Europa a piazza Dante. «Sono i due simboli di un progetto scellerato - spiega serio Nicola Capone, a capo del coordinamento regionale - la capitale dell'indifferenziata Napoli e lo scandalo di un progetto assurdo, Acerra. Qui nascerà il primo di 4 inceneritori che dovrebbero bruciare 3 milioni di tonnellate l'anno. Con una differenziata al 30% se ne produrrebbero circa 1 milione e 800mila. E il resto?». E' fatto di motivazioni tecniche e soprattutto economiche, a cui si è aggiunta la proposta del coordinatore campano del Pd Tino Iannuzzi di estendere, con il decreto Berlusconi, a tutti gli impianti quei famosi «premi» per gli imprenditori, i Cp6, da miliardi di euro. «Figo vero? Loro si prendono i soldi e noi il cancro», dice una ragazza tra i 250 delegati delle popolazioni in lotta. Appena dietro Espedito Marletta, il sindaco di Acerra che 4 anni fa nella manifestazione in pieno agosto si beccò un po' di manganellate da parte del suo stesso stato e oggi annuncia iniziative legali contro i Cip6.
Ma a 24 ore dal via ufficiale alla discarica di Chiaiano, a pochi mesi dal completamento dei lavori per l'impianto brucia-immondizia, con un dl militarizzato, che il sottosegretario Bertolaso possa cedere alle richieste dei comitati sarebbe un miracolo. «Siamo decisi a costruire un boicottaggio - spiega Pietro Rinaldi del centro sociale Insurgentia - non è questione di militari, ma di efficacia delle nostre forme di ostruzionismo. Se stiamo seduti per terra, mani alzate e ci massacrano, significa che passeremo a bucare le ruote degli automezzi, o chissà». Quanto a determinazione, chi è riuscito ad arrivare a Piazza Dante dopo otto ore sotto il sole ne ha da vendere. Chiude Daniele Sepe: «Un tempo uno andava in galera perché voleva fare la lotta armata, oggi perché fa la differenziata».

Francesca Pilla


29 giugno 2008

La discarica a Chiaiano non si può fare

 

«Insistono a dire che la cava è idonea perché se no devono rendere conto dei milioni che ci vogliono per metterla in sicurezza, soldi che usciranno dalle tasche dei contribuenti». Il professor Ortolani scalda la folla a Marano, riunita ieri pomeriggio nella sala consiliare, spiegando punto per punto i motivi per cui il progetto di fare una discarica da 700mila tonnellate di tal quale nella selva di Chiaiano è una follia. E' uno dei tecnici designati dai comitati nella commissione governativa che dovrà decidere sull'idoneità della cava di Chiaiano ad ospitare la megadiscarica. E domenica prossima avranno un nuovo incontro con la struttura commissariale. «La stampa rilancia le parole del governo, è tutto un coro di è possibile, ma come si fa a dirlo se stiamo ancora aspettando i risultati delle analisi?» il professor de Medici racconta del plico di poche pagine che, secondo la controparte, esauriva le analisi per ottenere i permessi: «Abbiamo chiesto gli approfondimenti dovuti per legge, solo allora si vedrà». Intanto gli unici risultati certi sono che i suoli delle cave sono inquinati da piombo e antimonio, per aprire lo sversatoio bisognerebbe bonificare il luogo, eliminando tonnellate di terra da stoccare in discariche speciali, spendendo cifre che in altri luoghi hanno dissuaso dall'aprire la discarica. In quanto poi alla viabilità, il professor Milone definisce l'afflusso dei previsti 130 compattatori a Chiamano, zona ad altissima presenza di pendolari, «un infarto viario, con congestione della zona e costi altissimi per la comunità». Per i comitati è evidente che solo interessi come le cave della Fibe e il braccio di ferro con le realtà locali giustifica l'apertura: «Con la volontà di dismettere i parchi, il governo apre la via per cementificare la selva e riempire le altre cave. Vuol dire che riprenderemo la lotta lì dove ci eravamo fermati». Domenica è prevista una marcia da Acerra a Napoli per un altro piano di smaltimento, a partire dalla logica dei rifiuti zero.

(Adriana Pollice)


29 giugno 2008

Chiaiano frontiera di democrazia

 

Dice Alex Zanotelli: «Adesso c'è paura. La gente, i ragazzi, temono di essere arrestati». Il missionario comboniano vive a Napoli, sabato parteciperà alla «Marcia dei mille» che comincerà ad Acerra, dove si sta costruendo l'unico inceneritore prodotto dalla valanga di denaro che il governo e Antonio Bassolino hanno versato nelle tasche di Fibe-Impregilo (Romiti); poi la gente si sposterà in treno fino a Napoli, Piazza Dante.
Perché «mille»? «Un po' per via dei garibaldini - dice Alex - e anche per i 'mille volontari' che Berlusconi vorrebbe mandare a ripulire la Campania». Zanotelli, con una limpidezza che è difficile trovare ormai nelle parole e nelle azioni delle sinistre politiche - le quali non accennano ad abbandonare il barcone del presidente della Regione - indica il problema sostanziale. Che, è vero, è stato a suo tempo, e con scarso successo, segnalato su «la Repubblica» da Stefano Rodotà: il decreto sui rifiuti, oltre a insistere sulla fallita strada dell'«emergenza» degli ultimi quindici anni, oltre a violare ogni norma ambientale, avvia alla rottamazione la democrazia. Non solo la ex «sinistra radicale» campana si confonde nel mucchio, ma il Partito democratico non ha trovato nulla di strano nel fatto che si minaccino arresti e pene severe contro i cittadini, le comunità, che vogliano opporsi appunto a quella demente politica sui rifiuti, e che i loro comitati vengano sciolti d'autorità.
L'esercito a sorvegliare le discariche (così come le strade metropolitane) sono il compimento esibizionistico di un piccolo colpo di stato. A Veltroni sembra fregare solo di Rete4 e dei processi di Berlusconi, e lasciamo stare i rom e i «clandestini», la detassazione degli straordinari e gli annunci di una ulteriore «flessibilizzazione» del lavoro, ecc..
Ma, dice ancora Zanotelli, la Campania è una cavia: se l'esperimento funzionerà qui, sarà esportato - come la democrazia di Bush - nelle valli piemontesi e nelle città venete e ovunque cittadini organizzati oppongano coesione, resistenza e democrazia costituente a ogni tipo di «grande opera» e di aggressione a un territorio esausto.
Io non so se questa - tra «sviluppo» e territorio, parola che comprende l'ambiente e le società locali - sia la «contraddizione principale».
Credo non sia nemmeno interessante stabilirlo: è un vecchio sport che non suscita più l'entusiasmo delle folle.
Certo, se le teste pensanti della sinistra italiana rispolverassero il vecchio vizio di piegare la schiena e guardare da vicino il loro prossimo, magari scoprirebbero che il novanta per cento di quel che vanno ripetendo sulla «ricostruzione della sinistra» serve solo a confortare, e confermare, se stessi. Là fuori c'è vita, c'è una società che resiste e che avrebbe bisogno di aiuto.
E invece no: sentiti e letti dirigenti che non dirigono più nulla e intellettuali che rimasticano il passato dire e scrivere che sì, la politica fa schifo, ma tanto fa schifo anche la società, e anzi è la politica a dover «rimettere ordine» nella società. Alibi.
Domenica prossima, il giorno dopo la «marcia dei mille», sarà reso noto il responso su Chiaiano, cavia numero uno del parco-cavie campane. E già si annuncia - la Protezione civile, cioè Bertolaso, cioè il governo - che la cava è idonea.
Cosa accadrà poi? Che la gente di lì, e tutti i loro amici, si arrenderanno di colpo? O che non si arrenderanno, e allora rivedremo Genova in un'altra dimensione e forma, tanto poi ogni violenza poliziesca viene perdonata, anzi premiata?
Siamo alla vigilia di un «dentro o fuori» molto più drammatico, ed essenziale, della partita tra Italia e Francia. Per chi tifiamo, noi? Chiaiano è sola?
Post Scriptum. La nostra maglietta «Clandestino» sta avendo un successo imprevisto. Ce ne stanno chiedendo a pacchi sedi sindacali di Fiom e Cgil, circoli dell'Arci, commercio equo, associazioni, perfino alcuni edicolanti, e centinaia di persone.
L'altro giorno è venuto un ragazzo del Bangla Desh per comprarne sei: «Sono fatte nel mio paese», ha spiegato. E noi: «Come l'hai saputo?». «Sono un lettore di Carta, no?».
Non abbiamo avuto il coraggio di dirgli: se vai in giro così, magari qualche poliziotto ti prende sul serio.

(Pierluigi Sullo)


28 giugno 2008

L'autogestione della monnezza

 

Per certi versi è un po' come l'occupazione delle fabbriche del 1921; ma i tempi sono cambiati e nessun giornale o telegiornale ha riportato la notizia. Da più di quindici giorni in Campania gli operai dei sette «Cdr» fanno marciare gli impianti «da soli». I direttori degli stabilimenti sono stati tutti arrestati nell'ambito della retata che ha messo in galera i vertici della Protezione civile; poi sono stati rilasciati (hanno dimostrato di aver avvertito per tempo l'ex commissario straordinario, ora sottosegretario, della pessima qualità dei materiali che uscivano dagli impianti); ma sono stati diffidati dal riprendere il loro posto. Il Genio militare, che il governo ha incaricato di sostituirli, non è ancora subentrato. Ma quando lo farà, non servirà a molto: l'Esercito non ha knowhow in questo campo e i suoi ufficiali ci metteranno un po' prima di acquisire una competenza anche solo paragonabile a quella degli operai che ci lavorano da anni.
Nel frattempo i «Cdr» hanno funzionato come sfogo per la monnezza raccolta sulle strada (l'esportazione in Germania non basta), prevenendo l'accumulo di decine di migliaia di tonnellate in più. Per garantire questa funzione di pubblica utilità, il 13 giugno i sindacati hanno persino revocato uno sciopero indetto per protestare contro lo smantellamento degli impianti previsto dal decreto governativo sull'emergenza rifiuti in Campania del 23 maggio scorso. Il decreto prescrive infatti che i «Cdr» campani vengano chiusi, messi in vendita e - eventualmente - riutilizzati dai nuovi compratori come impianti di compostaggio, riattivando cioè solo la linea di stabilizzazione della frazione organica e dismettendo quella di trattamento della frazione secca. Il che comporterebbe il licenziamento della metà, e anche più, delle maestranze in forza negli impianti, e la possibilità per gli altri di riprendere il lavoro solo se gli impianti troveranno dei compratori. La lotta degli operai dei «Cdr» va sostenuta, anche perché sul loro destino si gioca una partita più grande.
In merito, gli indirizzi enunciati dalla Regione Campania e illustrati a suo tempo dal nuovo assessore all'Ambiente Walter Ganapini, sono quelli di un'urgente riabilitazione e adeguamento (revamping) di questi impianti, attualmente fermi o malfunzionanti non per fondamentali difetti di progettazione e costruzione (come è invece il caso dell'inceneritore di Acerra), ma perché inspiegabilmente sigillati senza essere mai entrati in produzione (è il caso dell'impianto di Tufino); oppure, perché intasati da cumuli ancora non lavorati di Fos (Frazione organica stabilizzata: è il materiale che si ricava dal trattamento della parte organica del rifiuto urbano indifferenziato: destinata, se il ciclo di lavorazione viene completato, alla copertura di discariche o a bonifiche ambientali); oppure ancora, e per lo più, perché fatti funzionare per anni al di sopra delle loro capacità, senza preoccuparsi di separare correttamente la frazione organica putrescibile e mescolando al tutto anche rifiuti radioattivi e rifiuti tossici introdotti surrettiziamente dalla camorra, insaccando il tutto in milioni di ecoballe che attendono il fuoco purificatore dell'inceneritore di Acerra; con il beneficio delle generosissime tariffe incentivanti per l'energia elettrica prodotta (Cip6), erogati a spese delle energie rinnovabili e delle bollette elettriche pagate da tutti noi.
Il revamping dei «Cdr» - per il quale l'assessore Ganapini, dopo un'ispezione tecnica agli impianti, aveva stimato un costo complessivo di 3-5 milioni di euro e pochi mesi per essere completato - permetterebbe di avviare immediatamente la frazione secca combustibile (plastica, carta e stracci, e non quell'ammasso di rifiuto indifferenziato e triturato di cui sono fatte le ecoballe) a impianti in grado di utilizzarli come combustibile addizionale, perché già dotati degli apparati di abbattimento delle emissioni che ne verrebbero generate: cementifici o centrali elettriche alimentate a carbone; oppure a uno stabilimento di arricchimento con l'addizione di pneumatici fuori uso: trattamento per il quale la Pirelli dispone già di un impianto in provincia di Cuneo, che intende potenziare. Trattative per attivare questi sbocchi sono state avviate da tempo. Quanto alla Fos, una volta completato il trattamento e depurata da materiali estranei, può essere utilizzata con effetti benefici (assorbe la diossina presente nel suolo) nella bonifica di terreni agricoli compromessi e non utilizzabili per diversi anni in colture alimentari. Da mandare in discarica resterebbe in tal caso solo il «sottovaglio», cioè lo scarto di lavorazione (cocci, cicche, frammenti di plastica e vetro, polveri, ceneri, ecc.). Infine, un potenziamento delle linee di lavorazione della frazione «secca», con operazioni sia meccaniche che manuali, potrebbe portare a un recupero quasi completo dei materiali contenuti. Impianti del genere (detti Mbt) sono già in funzione in diversi paesi; in Italia una performance di eccellenza, con il recupero integrale di tutto il rifiuto conferito, è stato raggiunta in un impianto di Vedelago (Tv). Il costo complessivo di interventi del genere è una frazione di quello di un inceneritore di capacità equivalente, e non ha bisogno di incentivi Cip6. La capacità di trattamento dei sette «Cdr» campani è comunque già oggi sufficiente ad assorbire tutta la produzione di rifiuti urbani della regione.
Ma non ce ne sarà bisogno. Il decreto governativo del 23 maggio prescrive di portare la raccolta differenziata al 50% entro il 2010 (e al 25% entro il 2008). Complessivamente sono 3-3.500 tonnellate di rifiuti urbani al giorno che verranno recuperati dai consorzi aderenti al Conai (Conosorzio nazionale imballaggi) in impianti già esistenti o in programma e in impianti di compostaggio che la regione Campania si accinge a finanziare e di cui sono in corso identificazione, dimensionamento e localizzazione. Se questi ambiziosi obiettivi verranno raggiunti, o anche solo avvicinati, sarà grazie alla riorganizzazione del servizio promosso dalla regione attraverso la creazione di nuove società che sostituiranno i consorzi inefficienti, e non certo grazie agli «angeli della monnezza» reclutati in via estemporanea dalla Protezione Civile. L'altra metà dei rifiuti campani (altre 3-3.500 tonnellate al giorno) viene destinata dal decreto del governo a finire direttamente nei quattro inceneritori previsti (quando ci saranno), saltando il passaggio nei «Cdr» e, in attesa che gli inceneritori vengano realizzati e attivati, nelle 10 discariche presidiate dall'esercito. Ma la capacità prevista per i quattro inceneritori è il doppio del rifiuto residuo destinato a combustione. Se poi i «Cdr» verranno riabilitati, ci sarà un eccesso di capacità di incenerimento ancora maggiore: il governo intende utilizzarlo per bruciare le ecoballe già prodotte e altri rifiuti tossici estratti dalle zone di bonifica (materiali che richiedono soluzioni e impianti di tutt'altro tipo); ma potranno venir inceneriti in Campania anche rifiuti provenienti da regioni che non godono degli incentivi Cip6. La popolazione della Campania non ne sarà molto contenta; l'Unione europea probabilmente neanche. Le misure per rimettere in sesto i «Cdr» prima che il piano di incenerimento si concretizzi è una corsa contro il tempo.

(Guido Viale)


25 giugno 2008

La repressione parte per la tangenziale

Solo dei media asserviti dai poteri forti potevano recepire la protesta pacifica  degli abitanti di Chiaiano sulla tangenziale di Napoli come una sorpresa.
Nessuno ha evidenziato e tematizzato a sufficienza il fatto che non c'era accordo sui risultati della commissione tecnica che avrebbe dovuto analizzare la fattibilità della discarica nel quartiere di Chiaiano stesso. 



Ora Berlusconi addirittura vuole far intervenire l'esercito : si puniranno persone che camminano in auto a 20 all'ora, mentre centinaia di persone muoiono all'anno a causa di chi va oltre i centotrenta all'ora. E' uno dei paradossi della fase politica attuale : il trionfo del liberismo coincide con quello dell'autoritarismo repressivo. Non è un caso.
 


14 giugno 2008

Ecomafie

 

Ogni due ore «qualcuno» in Campania si inoltra nelle campagne e sversa scarti industriali illegalmente, sale su per le colline, di notte come di giorno, e immette diossine, arsenico, piombo nel terreno e nell'acqua, prende rifiuti pericolosi e li impasta, all'insaputa dei cittadini, con il cemento usato per l'edilizia. Ieri, nel giorno della presentazione del dossier di Legambiente sulle ecomafie che vedono la regione «leader nel settore» per il 14esimo anno consecutivo, Giorgio Napolitano, in visita a Napoli, ha puntato il dito contro questi criminali. Quel «qualcuno» che si divide tra manodopera e committenza, tra chi sversa e chi paga per sversare e che anche per il presidente della repubblica ha due nomi: camorra e industriali del Nord.
Napolitano aveva detto che nel suo giro, culturale e privato, non avrebbe affrontato il tema, ma davanti a quel reato su sei commesso quotidianamente in Campania, nella sua regione, si è sentito colpito. E ha detto, confermando le stime dell'associazione, che «in gran parte sono arrivati dal nord» e che «ne sia consapevole l'opinione pubblica di queste regioni, perché è una cosa abbastanza trascurata dai "nordisti"».
Per Legambiente Campania, da tempo impegnata in questo campo, si tratta di un vero tzunami ambientale, un disastro che tra scempi ambientali, ciclo dei rifiuti illegale, racket di animali, cemento a go go, non sembra temere crisi di mercato. I numeri spesso non riescono a dare la percezione reale di cosa accade nella regione, ma aiutano a capire. Sono 13 i crimini commessi ogni contro l'ambiente e che nel 2007 hanno portato a 4.695 illeciti accertati (+56% rispetto al 2006); 3.289 persone denunciate o arrestate (+16%) e 1.463 sequestri effettuati. Un business nel quale la camorra da tempo si è tuffata, preferendolo spesso a quello degli stupefacenti, perché più sicuro e parimenti remunerativo. Sono infatti a livello regionale almeno 75 i clan con le mani in pasta, casalesi in testa, come confermato dall'inchiesta Eco4 e dal delitto dell'imprenditore Michele Orsi domenica. Ma il rapporto va oltre, disegnando uno scenario in cui le cosche sono in grado di organizzare un commercio di macellazione del bestiame senza controlli, di far sorgere dalla sera alla mattina anche interi quartieri, ma soprattutto di garantire agli imprenditori settentrionali pozzi e terreni dove far sparire i rifiuti nocivi, in barba alle regole e a prezzi stracciati. «In Italia - spiega Raffaele Del Giudice, il protagonista del documentario Beautiful Cauntri, neodirettore di Legambiente Campania - in 9 anni sono scomparsi 143 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e crediamo che in gran parte siano sotterrati qui. Spesso - continua - le denunce sono il frutto dei circoli degli umili, dei contadini che riescono a sottrarsi dalle minacce. Ma se ci fosse una legislazione più chiara in materia questo disastro potrebbe essere più contenuto». Tre sono dunque le proposte lanciate dallo stesso direttore e dal presidente Michele Buonomo: Un patto con la Confindustria affinché aiuti a individuare gli imprenditori che delinquono, un appello alle istituzioni perché partano con la bonifica dei territori; una richiesta al parlamento affinché accelerino l'iter legislativo per approvare il reato di delitto ambientale, fermo da oltre 5 anni.
Ma è anche la «cemento connection» a mettere la regione in ginocchio e farle conquistare il primato nel mercato abusivo. Gli ecocriminali lavorano anche nell'edilizia senza regole e senza sosta, distruggendo i campi agricoli, bruciando e devastando i terreni boschivi, corrodendo le coste. Sono 6mila le costruzioni sorte in un anno senza alcun tipo di permesso, Costiera amalfitana e penisola sorrentina in testa. A nulla è valsa dunque la tragedia a Conca dei Marini lo scorso agosto, quando crollò un terrazzo abusivo provocando la morte di un barbiere di Soccavo, l'imperativo resta costruire e guadagnare. Piscine ricavate dalle rocce, nessuna differenza tra mattoni, scogli e cemento, alberghi ampliati, ville e villette, ecomostri. «Qui - dicono dall'associazione - il colore preferito è il verde dei teloni che nascondono i lavori in corso». Ma anche la provincia di Napoli è «competitiva» nel settore, non si contano le «case fantasma» che non compaiono in nessun catasto e di cui nessuno si accorge.

C'è un'azienda in Italia che purtroppo non conosce crisi, ed è quella legata ai reati ambientali. Un business capace di garantire ai clan che la gestiscono un fatturato da capogiro, che nel 2007 si è attestato sui 18,385 miliardi di euro, raccolti operando nei due principali settori di intervento criminale, come il mercato illegale (gestione dei rifiuti speciali, abusivismo edilizio e traffico di animali) e i cosiddetti investimenti a rischio (appalti e gestione dei rifiuti urbani). E nonostante l'attività di forze dell'ordine e magistratura abbia portato a una flessione dei guadagni rispetto all'anno precedente (-4,4 miliardi di euro) insieme a un parallelo aumento delle inchieste e degli arresti, nelle quattro regioni a maggiore concentrazione criminale il traffico dei rifiuti resta tra le attività principali e più lucrose. Basti pensare che, come denuncia Legambiente nel suo rapporto Ecomafie 2008 presentato ieri, «ogni anno sparisce nel nulla una montagna di rifiuti speciali alta poco meno di 2.000 metri». «Le ecomafie gestiscono nel nostro paese un vero e proprio sistema eco-criminale, estremamente flessibile e diversificato - spiega il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - - al quale dobbiamo contrapporne uno legale ed eco-sostemibile». Perché si possa parlare di una vera difesa dell'ambiente, però, anche quest'anno, come accade ormai da parecchi anni, l'associazione torna a chiedere l'introduzione nel nostro codice penale dei delitti contro l'ambiente «per punire in maniera congrua chi avvelena l'aria che respiriamo, inquina l'acqua , saccheggia il territorio, minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite».
Per avere un'idea di quanto imponenti siano gli affari illeciti collegati all'ambiente, basti pensare che ogni ora vengono commessi più di tre creati di questo tipo, ben 83 al giorno. Gli illeciti contestati complessivamente nel 2007 sono stati il più di 30 mila, con un incremento rispetto all'anno precedente del 27,3% . Un'attività,q quella della magistrata, che ha portato anche a un incremento delle persone denunciate, (22.069), con un incremento del 9,7%) e i sequestri effettuati (9.074, +19%). A far la parte del leone, ovviamente è il traffico dei rifiuti. nel 2007 i reati accertati di questo tipo sono stati oltre 4.800, A sorpresa, subito dopo la campania, la regione nella quale si concentrati il maggior numero di rati è il Veneto, seguita dalla puglia, con il foggiano che si conferma come una terra dove si scaricano illegalmente nei terreni agricoli i rifiuti prodotti dal centronord, scorie che spesso vengono fatte passare per compost.
per quanto rigiatda le altre attività criminali, cresce il numero di infrazioni riscontrate nel ciclo illegale del cemento (7.978, il 13% in più rispetto al 2006), con 28 mila casi abusive costruite rispetto alle 30 mila del 2006 e alle 32 mila del 2005.
Pesante anche il bilancio degli incendi boschivi (oltre 10 mila, con 225 mila ettari di boschi e foreste distrutti) e il racket degli animali, settore che, stando alle cifre fornite dalla Lav, la Lega antivivisezione, nel 2007 ha fruttato circa 3 miliardi di euro tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna esotica protetta e macellazione clandestina.

(Francesca Pilla)


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