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3 aprile 2010

Roberta Fantozzi : la controriforma del lavoro

“Abbiamo solo cominciato, si può fare molto di più” – ha detto il Ministro Sacconi, ieri l’altro sostenendo la necessità di farla finita con l’“ossessivo” intervento del legislatore in materia di lavoro, per passare finalmente dalla “ cultura ostile all’impresa” al motto romano “famo a fidasse”. Testuale. Evidentemente, è in omaggio a questo motto che il governo ha omesso di disturbare la Fiat, rinunciando ad avere voce in capitolo sui piani della multinazionale. Ed è il medesimo motto che guida le azioni del governo quando smantella i diritti e il processo del lavoro. A che serve un giudice, quando si può risolvere tutto con una pacca sulla spalla? Sono faccende da chiudersi in famiglia, con arbitri privati che dispensano decisioni senza l’intralcio di leggi e tribunali. Faccende da archiviarsi senza sindacati, a meno che non siano collaborativi, parte della medesima famiglia, alla cui testa sta la paterna guida dell’imprenditore.


Il siparietto di Sacconi non è, con tutta evidenza, una battuta. E la sua dichiarazione che “si può fare molto di più” va presa sul serio. Perché quello che ha fatto il governo dal suo insediamento ad oggi non è un insieme casuale di scelte, ma sta dentro un disegno limpido, quello di operare una controriforma organica del modello sociale di questo Paese, eversiva della Costituzione repubblicana. Come ha scritto Paolo Ciofi, i disegni di Berlusconi non rappresentano un’alternativa di governo, ma un’alternativa di sistema, che si cerca di far passare, “aiutati” dal contesto della crisi. Il governo lascia che la crisi macini. Non fa niente sul terreno delle politiche industriali, né sul terreno di interventi anticiclici di sostegno al reddito, ai salari e alle pensioni. Nella giornata di ieri i nuovi dati pesantissimi sulla perdita di posti di lavoro testimoniano tutta la drammaticità della situazione: cala l’occupazione, cresce la disoccupazione, cresce il numero degli inattivi. Nella stessa giornata di ieri la vicenda delle indiscrezioni sul piano Fiat, con il taglio di cinquemila posti di lavoro diretti e l’emorragia conseguente nell’indotto, testimoniano lo scandalo non solo dell’irresponsabilità totale di un’impresa che, dopo aver ampiamente goduto di benefici pubblici, mette in dubbio la stessa esistenza nel nostro paese di un comparto strategico, ma tutta la sudditanza del governo che non ha mosso foglia. Parallelamente, a fronte dell’evidenza della fine della cassa integrazione ordinaria in molte realtà, si rifiutano provvedimenti di incremento della durata degli ammortizzatori sociali, dell’entità del sostegno al reddito, della generalizzazione delle tutele. Ma se su questo versante non si agisce, ci si dedica alacremente, viceversa, ad attaccare i diritti del lavoro. Il “collegato lavoro” è un tassello di un mosaico che si compone con l’accordo separato sulla contrattazione, con le politiche concrete portate avanti sul sistema di welfare, con il Libro Bianco. Si vuole svuotare l’intero sistema di garanzie a tutela dell’effettività dei diritti del lavoro, si vuole compiere un passo decisivo verso l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, verso la polverizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, verso la distruzione del ruolo e dell’autonomia dei sindacati. L’estensione totalizzante della bilateralità è il cuore del nuovo modello sociale che si vuole costruire. Prevista dall’accordo separato, sancito nei rinnovi contrattuali dei chimici come dei meccanici e di altre categorie, gli enti bilaterali acquisiscono un ruolo ulteriore con il collegato lavoro: certificatori dei contratti e “arbitri” che decidono sulle controversie al posto del giudice. Mentre nei disegni del Libro Bianco ad essi vengono assegnate una pluralità di funzioni impressionante: dalla “gestione condivisa dei mercati locali del lavoro .. alla sicurezza, alla formazione, all’integrazione del reddito, al ricollocamento, alla previdenza complementare, all’assistenza sanitaria, agli oneri per la non-autosufficienza”. La privatizzazione di interi comparti del sistema di welfare, la volontà di sostituire ruoli e prerogative pubbliche con la gestione di organismi neo-corporativi è manifesta. Si attaccano congiuntamente il ruolo e l’autonomia della magistratura, il ruolo e l’autonomia del sindacato, la funzione pubblica e il carattere universalistico dei diritti sociali. Per affermare un modello in cui tutto è discrezionale e in cui la reductio ad unum, cioè alle ragioni dell’impresa, è garantito dalla cogestione tra imprese e sindacati. Al diritto, alla libertà dell’azione sindacale, al carattere progressivo del conflitto sociale si vuole sostituire il regno della “dipendenza” e forse del “favore”. Questo è il disegno. E la crisi, con la debolezza oggettiva di lavoratrici e lavoratori, il contesto in cui lo si vuole realizzare. Questo disegno deve essere fermato. Facendo un salto di qualità nella costruzione del conflitto. Avviando la campagna referendaria contro la precarietà e per abrogare le norme su cui si basa l’aberrazione del “collegato lavoro”. Sostenendo la campagna avviata dalla Fiom contro gli accordi separati e per la democrazia sindacale. Ed anche con il voto di domenica, per dare forza alle ragioni del lavoro e della democrazia.


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permalink | inviato da pensatoio il 3/4/2010 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 maggio 2009

Una strana concezione dei costi

Festeggeremo il Primo Maggio facendo delle considerazioni su di un commento di Etienne 64 all'articolo di Guglielmo Forges Davanzati qui postato sul lavoro nero.
Etienne dice in sostanza che la semplificazione fatta nel Libro Unico importa un calo della possibilità di beccare gente in nero ma un minor costo di gestione della posizione lavorativa. E poichè il lavoro in nero non viene impedito da un registro in più o in meno, ma il registro in più nell'aumentare i costi di gestione del personale diventa un piccolo disincentivo ad assumere altra gente, allora sarebbe preferibile la soluzione proposta dal Libro Unico voluto da Sacconi.



A me l'argomento non sembra cogente. Fatta salva la tesi per cui mantenere un registro in più avrebbe un incidenza sulle assunzioni (ma in tal caso andrebbe fatto qualche conticino), ci sono tanti adempimenti che potrebbero essere messi in un fondo per assumere nuovo personale (e anche questa è un eventualità non una sicurezza), ma non per questo questi adempimenti vanno sempre cancellati (sarebbe come dire che se mangiassimo meno di 1000 calorie al giorno, potremmo comprarci la seconda casa). Poi dire che un registro in più non incide sul lavoro nero, quando un registro in meno diminuisce la possibilità di beccare gente in nero è un ragionamento che desta qualche perplessità. Il problema è che questo tipo di ragionamento viene continuamente fatto nel Mezzogiorno d'Italia (dove gli adempimenti spesso non si sa nemmeno cosa siano), che forse non a caso è un territorio con un tasso molto alto di disoccupazione.


26 aprile 2009

Roberto Croce : la sicurezza sul lavoro come bene disponibile

 A pochi mesi dall’entrata in vigore di un provvedimento così articolato e complesso come il nuovo Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81) è possibile procedere a un primo bilancio sul suo stato di attuazione.
Al di là dei tanti proclami e delle tante buone dichiarazioni di principio, è possibile così scoprire come la materia che doveva costituire il nodo centrale delle nuove misure previste in tema di salute e sicurezza sul lavoro, ossia la valutazione dei rischi, sia rimasta ad oggi pressoché inattuata.



La gravità di tale circostanza non potrà sfuggire ove si rifletta sul fatto che mediante la valutazione dei riscDecreto legge n. 207 del 31.12.2008 hi, il datore di lavoro individua le caratteristiche della propria realtà organizzativa e produttiva al fine di scegliere le misure idonee a costruire un modello di prevenzione adatto a garantire la sicurezza e la tutela dei propri lavoratori e di quanti, a vario titolo, intervengono od operano nell’ambito del contesto organizzativo aziendale.
Non è un caso che “la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” compaia al primo posto nell’elenco delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro previste dall’art. 15 del nuovo Testo Unico.
Nonostante l’assoluta rilevanza della materia in questione (o, forse, sarebbe più esatto dire a causa della sua indiscussa centralità), l’art. 306 del decreto legislativo n. 81, in deroga al principio generale di immediata efficacia dell’intero Testo Unico, aveva rinviato l’efficacia delle norme riguardanti l’attività di valutazione dei rischi (e delle relative disposizioni sanzionatorie) al decorso del termine di 90 giorni dalla data di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale.
Ma la storia dei rinvii, purtroppo, non finisce qua.
E infatti, su pressione delle lobbies imprenditoriali presenti in maniera trasversale nel Parlamento, il comma 2 bis dell’art. 4 della legge 2 agosto 2008 n. 129 (intitolata “Conversione di legge, con modificazioni, del decreto legge 3 giugno 2008 n. 97, recante disposizioni urgenti in materia di monitoraggio e trasparenza del meccanismo di allocazione della spesa pubblica nonché in materia fiscale di proroga dei termini”) ha disposto un ulteriore differimento dell’efficacia delle disposizioni in tema di valutazione dei rischi al 1 gennaio 2009.
A pochi giorni dallo scadere della fatidica data, il governo di centrodestra è intervenuto nuovamente sulla materia con l’art. 32 del Decreto legge n. 207 del 31.12.2008 (intitolato “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti”) concedendo alle imprese un ulteriore differimento del termine in questione fino al 16 maggio 2009 “con riferimento alle disposizioni di cui all’art. 28, commi 1 e 2 del medesimo decreto legislativo, concernenti la valutazione dello stress lavoro-correlato e la data certa” del documento di valutazione dei rischi.
Quest’ultimo aspetto del rinvio è particolarmente grave e insidioso.
E’, infatti, evidente che concedere una proroga fino al 16 maggio 2009 per ciò che concerne la “data certa” del documento da elaborare a conclusione dell’attività di valutazione dei rischi equivale a concedere alle imprese (fino a tale data) una fin troppo agevole “via di fuga” dall’adempimento tout court dell’obbligo di aggiornare ed integrare il documento di valutazione dei rischi secondo le nuove prescrizioni introdotte dagli artt. 28 e ss. del Testo Unico.
La certezza della data del documento è componente essenziale della garanzia di svolgimento dell’attività di valutazione dei rischi.
Il differimento al 16 maggio 2009 disposto dall’art. 32 del Decreto Legge n. 207 ha, inoltre, riguardato la disposizione che vieta le visite mediche “in fase preassuntiva” nonché la disposizione che obbliga le imprese alla comunicazione all’Inail o all’Ipsema dei dati, per fini statistici e informativi, relativi agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, mentre, a fini assicurativi, delle informazioni relative agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a tre giorni.
Dal sintetico quadro fin qui esposto, la desolante conclusione a cui si può giungere è la seguente: una materia di rilievo costituzionale (art. 32 Cost.) quale la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro è stata sistematicamente declassata a bene “disponibile”, a mero oggetto di scambio e di mediazione con le imprese, le cui potenti lobbies sono state persino in grado di congelare l’efficacia di una importante riforma legislativa per quasi un anno.
Non può, infatti, sfuggire ad alcuno che, così facendo, lo Stato ha garantito (e sta continuando a farlo) alle imprese per l’arco di un intero anno l’assenza di controlli da parte degli organismi ispettivi competenti in una materia così delicata quale la “valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” dei lavoratori.
Per avere una idea della gravità delle omissioni qui denunciate è sufficiente riflettere sul numero degli infortuni e dei morti sul lavoro nel nostro paese dall’inizio del 2008 fino al 22 dicembre: 1.027 morti, 1.027.436 infortuni, 25.685 invalidi (fonte dati: articolo 21).
Siamo di fronte a una guerra “a bassa intensità” che ha ucciso oltre 8.000 lavoratori dal 2001 a oggi e che comporta un costo sociale di circa 42 miliardi di euro l’anno (pari al 3% del Pil).
Ora, invece di potenziare le misure di prevenzione e di vigilanza, lo Stato ha deciso di ritirarsi dalla scena per un anno proprio nella materia che doveva costituire uno dei nodi centrali delle nuove misure previste in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
Si tratta a nostro giudizio di concessioni gravi innanzitutto dal punto di vista delle loro implicazioni culturali. Si direbbe, riflettendo su tali produzioni legislative, che la sicurezza del lavoro sia materia sulla quale, in un’ottica di scambio, sia possibile chiudere gli occhi o (quantomeno) stare a temporeggiare.
Che nell’anno di grazia 2009, nel bel mezzo di una ennesima recrudescenza delle morti bianche, si accordi tolleranza nell’adeguamento alle norme poste a presidio della salute e della sicurezza dei lavoratori è cosa indegna di un paese civile.
La non conversione in legge da parte del Parlamento dell’art. 32 del potrebbe essere un modo (sia pur tardivo) per rimediare.


25 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : il lato nero del profitto

Il Ministro Sacconi dichiara, in ogni occasione possibile, che il lavoro nero va contrastato con tutti gli strumenti possibili, in primo luogo con l’attività di vigilanza e repressione. Si tratta dello stesso Ministro che ha voluto il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, il cui primo obiettivo consiste nel ‘semplificare’ l’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione. Non soltanto si è in presenza di norme che oggettivamente favoriscono il ricorso al lavoro nero, ma si è di fronte a una inversione di tendenza – difficilmente giustificabile - rispetto a quanto si è cercato di fare nel recente passato, soprattutto per impulso della CGIL, mediante l’adozione di “indici di congruità” finalizzati a quantificare l’impiego ‘normale’ di forza-lavoro in relazione al fatturato aziendale, con interventi di sanzionamento per deviazioni significative da tali valori, che hanno dato buon esito laddove sono stati sperimentati. Nel corso degli ultimi anni, si è potuto riscontrare il simultaneo aumento delle dimensioni dell’economia sommersa, in Europa e in Italia, e dei profitti. Il Fondo monetario internazionale stima che, nell’Unione europea, sono circa 20 milioni gli individui coinvolti in attività irregolari, che in Italia una percentuale di lavoratori oscillante fra il 30 e il 48% si colloca in segmenti di mercato ‘nascosti’ e che tale percentuale è di molto aumentata nel corso dell’ultimo decennio. Disaggregando il dato, si rileva, su fonte CENSIS, che il tasso di irregolarità si assesta intorno al 20% nel Mezzogiorno, in aumento rispetto ai primi anni 2000, a fronte di una media del 9% al Nord, dove subisce una pur lieve flessione.  Al tempo stesso, la BCE registra che i profitti complessivi in Europa sono aumentati dai circa 7 milioni di euro nel 1999 ai quasi 13.000 milioni nel 2007. Paiono sufficienti questi dati per destituire di fondamenta la tesi liberista secondo la quale l’intera economia sommersa costituisce causa di concorrenza sleale nei confronti dell’economia regolare e, dunque, comprime i profitti delle imprese che rispettano la normativa vigente. Ciò può portare a ritenere il sommerso – o almeno una sua porzione significativa – come semmai funzionale alla riproduzione capitalistica, per diverse ragioni. In primo luogo, soprattutto tramite esternalizzazioni, le imprese formalmente regolari riescono ad approvvigionarsi a più bassi prezzi di prodotti intermedi; il che consente loro di ridurre i costi di produzione, acquisendo quote di mercato a danno delle potenziali concorrenti, e soprattutto, delle imprese concorrenti formalmente e sostanzialmente regolari. In secondo luogo, data l’inesistenza di vincoli di orario di lavoro nell’economia sommersa, le imprese che operano in quel contesto riescono a ottenere ritmi di produzione superiori alle imprese che fronteggiano tali vincoli e, dunque, possono produrre in tempi più brevi e consentire alle imprese formalmente regolari di vendere prima delle proprie concorrenti, acquisendo – anche per questa via – quote di mercato e profitti. Si può anche notare che il crescente ricorso all’economia sommersa è strettamente connesso all’intensificazione dei processi concorrenziali, quantomeno nel senso che l’aumento dell’intensità competitiva – in larga misura derivante dall’accelerazione dei movimenti internazionali di capitale - stimola la crescente necessità di farvi fronte mediante l’acquisizione di profitti di breve periodo.

 

Vi è di più. Per quanto specificamente attiene al sommerso da seconda busta paga, in un’economia nella quale è significativamente elevata la trasmissione di informazioni, e nella quale dunque gli effetti di emulazione giocano un ruolo non secondario, l’aumento delle disuguaglianze – caratteristica delle economie OCSE almeno dell’ultimo trentennio – connesso all’ostentazione dei consumi, tende a generare un aumento dei consumi desiderati da parte dei ceti meno abbienti, il cui soddisfacimento si rende possibile per il fatto che le imprese irregolari hanno costantemente necessità di forza-lavoro da sottopagare.
L’Italia e, ancor più il Mezzogiorno, sperimentano una crescita delle dimensioni dell’economia sommersa maggiore rispetto alla media OCSE. Se è osservabile che il sommerso ha natura pro-ciclica, la variabilità delle sue dimensioni rispetto al PIL si spiega essenzialmente alla luce dei diversi modelli di sviluppo, nel senso che le economie che competono mediante strategie di compressione dei costi di produzione - ed è il caso dell’Italia - sono quelle nelle quali è vitale disporre di un bacino di manodopera da utilizzare in modo irregolare. E tali strategie sono strettamente associate alle piccole dimensioni aziendali. Può essere sufficiente ricordare, a riguardo, che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il 95% delle imprese meridionali occupa meno di 9 dipendenti. Letta in questa prospettiva, la tesi che vede nel sommerso meridionale un segno di ‘vivacità imprenditoriale’ – così che si ritiene che non debba essere contrastato – getta luce sul fatto che il sottosalario pagato ai lavoratori irregolari è comunque una componente della domanda interna e, per questa via, contribuisce alla realizzazione monetaria dei profitti, quantomeno di entità maggiore rispetto al caso in cui il sommerso venga significativamente ridimensionato. Si tratta di una tesi che, se ben maschera le ragioni strutturali che rendono il sommerso funzionale alla riproduzione del sistema, presenta seri vizi logici e che, messa alla prova dei fatti (vedi i contratti di riallineamento), si è rivelata fallimentare. Innanzitutto, non si capirebbe per quale ragione le imprese irregolari, in un futuro che non è dato prevedere, intraprendano più o meno spontaneamente un processo di regolarizzazione, dal momento che il mercato non dispone di meccanismi endogeni tali da rendere conveniente l’emersione spontanea. In secondo luogo, questa tesi regge sulla proposizione implicita - per nulla neutrale sul piano etico-politico - secondo la quale è preferibile tollerare l’ingiustizia oggi per avere (forse) maggiore crescita economica domani, piuttosto che sanzionare ciò che oggi è illecito.
Non è un fatto nuovo che, nei periodi di recessione, le imprese cerchino di recuperare i propri margini di profitto avvalendosi di ogni possibile strategia, anche violando le più elementari regole formali e morali. E’ semmai un fatto abbastanza nuovo, e allarmante, che il nostro Governo non solo le lasci fare, ma crei i presupposti normativi perché l’irresponsabilità sociale d’impresa diventi la norma.


24 aprile 2009

Luciano Del Sette : un caso di cantiere selvaggio

 

Questa è una piccola ma eloquente storia di mala edilizia, simile a tante che ogni giorno vanno in scena nei cantieri delle città. Storie che si aprono e si chiudono in alto, lungo le facciate dei palazzi, sopra la testa della gente che cammina per strada e non può vederle, e se magari anche le vedesse, non ci farebbe caso. Storie a volte ancora più nascoste dalle reti davanti ai tubi Innocenti e alle passerelle di legno, tese per arginare la polvere e i detriti dei calcinacci. Questa è una piccola storia di mala edilizia, mascherata dietro i cartelli previsti dalla legge, l'impianto antifurto, la recinzione di plastica rossa che delimita l'area dei lavori. E resa ancor più incredibile e spudorata dal luogo in cui si è appena svolta: il centro storico di Torino.
L'indirizzo è via Cavour 7-9, a pochi metri da via Lagrange, ripavimentata e pedonalizzata di fresco per farne la nuova regina dello shopping nella capitale sabauda. La casa è un edificio d'epoca brutalmente e forse abusivamente sopraelevato di due piani negli anni '70 del secolo scorso. Due piani che nulla hanno a che vedere con le architetture originali: un lungo balcone grigio su cui affaccia una fila di porte a vetri e, sotto il tetto, una serie di finestre altrettanto grigie. Proprio il tetto deve aver creato non piccoli problemi al condominio, visto che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, è stato necessario provvedere a ripararlo. L'accesso al tetto da parte degli operai dell'impresa incaricata è possibile soltanto montando un'impalcatura esterna: strutture fatte di tubolari, su cui poggiano lunghe passerelle fatte di assi di legno con alle spalle molti pesi sopportati negli anni. Cinque piani di impalcatura, che raggiungono almeno una quindicina di metri di altezza da terra. È un intervento abbastanza rapido, affidato a un piccolo gruppo di operai. Visto così, il cantiere sembra in perfetta regola: recinzione protetta sul marciapiede, cartello che indica le attrezzature obbligatorie per chi lavora (dal casco alla cintura di sicurezza, passando per le calzature e i guanti protettivi), segnali di divieto di accesso ai non addetti ai lavori. 



Alla voce "Soccorsi di urgenza" lo spazio per il relativo numero di telefono è però rimasto in bianco. Anche il cartello dei responsabili dell'intervento risulta a norma, con i cognomi del progettista, del direttore dei lavori, dell'assistente tecnico. Il responsabile della sicurezza viene indicato nell'architetto Rossetto. Due giorni fa, finiti i lavori, si cominciano a smantellare le impalcature. E due giorni fa, l'autore di questa cronaca apre la finestra di un appartamento al terzo piano, proprio davanti al cantiere, a pochi metri di distanza. Apre la finestra e rimane impietrito. Uno degli operai sta smontando, in alto, al quinto livello, i tubolari di ferro. Li sbullona con una grossa chiave inglese, li appoggia sulle assi traballanti e sconnesse delle passerelle, e quando ne ha radunato un numero sufficiente, li lega a una fune che sale e scende grazie a una carrucola. Tutto questo avviene senza che l'operaio indossi il casco e senza alcuna imbragatura che lo assicuri nel caso in cui un gesto brusco o un imprevisto gli possano far perdere l'equilibrio. A terra, un collega (anche lui senza casco) raccoglie il carico, che cala oscillando pericolosamente, e potrebbe benissimo precipitare sulla testa dei passanti prima di arrivare a destinazione. Ma c'è di più, molto di più. Basta uno sguardo appena attento per notare la totale mancanza di scalette per accedere ai vari livelli delle impalcature. E allora, come si fa? Si fa così, anzi lo fa l'operaio addetto allo smontaggio: una volta sbullonate le strutture di un livello, si aggrappa a un tubolare verticale e scende al livello inferiore. Qui, appoggia i piedi su un tubolare orizzontale, sotto c'è il vuoto, e fa scivolare dall'alto le assi per allestire una nuova e precaria passerella.
Alle sei del pomeriggio l'operaio, che ha iniziato il turno alle nove, è arrivato dal quinto al terzo livello. Sulla sua faccia e nei suoi gesti rallentati si legge tutta la fatica di un lavoro svolto in condizioni tali da rendere fatale anche il più piccolo errore. Un segmento di tubolare, con i suoi raccordi, è rimasto incastrato tra le colonne di un balcone, non vuole saperne di venire via. E allora bisogna impugnare con più forza la grossa chiave inglese, farla lavorare con una mano, mentre l'altra cerca un appiglio che dia un minimo di sicurezza. Ci vogliono cinque minuti buoni perché il problema si risolva. Cinque minuti, e poi a casa, ben lontano dalla centralissima via Cavour. Ieri mattina, alle nove, il cantiere ha riaperto. Chi scrive era già affacciato alla finestra, la macchina fotografica pronta. L'operaio, lo stesso del giorno prima, è arrivato. Ha indossato i guanti protettivi, il casco non c'era. Ha buttato uno sguardo verso l'alto, si è aggrappato a un tubolare dell'impalcatura e ha cominciato a salire. Poi, più su, mettendo i piedi sulla ringhiera di un balcone, si è issato a forza di gambe e di braccia fino a raggiungere la passerella di assi di legno al terzo livello. E ha ripreso il suo lavoro.
Capelli neri e ricci, pelle scura, baffi e barba corta, il suono delle poche parole scambiate con il collega tre livelli più sotto, dicevano senza ombra di dubbio che era un nordafricano. Con buone probabilità lavoratore irregolare quanto il cantiere aperto in una via della Torino chic. Ma questo, e altro ancora, bisognerebbe chiederlo all'architetto Rossotto: secondo il cartello, ma soltanto secondo il cartello, responsabile di una sicurezza che, nelle vie delle città, dove i cantieri di restauro sono all'ordine di ogni giorno, diventa una dichiarazione formale, una regola che si può fare a meno di non rispettare. La regola, quando si muore di lavoro magari cadendo da un'impalcatura, è quella della tragica fatalità.


24 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : quando le morti bianche non sono un problema

 L’Italia è il Paese europeo nel quale si muore di più sul lavoro. L’ultimo rapporto Censis segnala che il numero di incidenti sul lavoro è, nel nostro Paese, il doppio della Francia e il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Se si escludono i cosiddetti infortuni “in itinere” (ad esempio quelli avvenuti nel tragitto casa-luogo di lavoro), sebbene non siano rilevati in modo omogeneo in tutti i Paesi europei, si registrano – nell’ultimo anno - 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia. E si tratta di un problema strutturale. Al 2004, l’Eurostat riporta che, in termini assoluti, l’Italia fa registrare 944 vittime contro le 804 della Germania; l’Italia conta un numero di vittime sul lavoro in rapporto alla popolazione per centomila residenti pari 1,62 contro una media UE dello 0,97; in termini di occupati si calcola una percentuale di 4,21 vittime contro il valore medio europeo del 2,24 per centomila lavoratori. Recenti ricerche condotte presso l’Università del Sannio, in particolare da Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa, hanno messo in evidenza che le ‘vittime per unità di prodotto’ ammontano, in termini percentuali, allo 0,68 in Italia a fronte dello 0,36 in Germania. Eppure, a fronte di questa evidenza, autorevoli esponenti di Confindustria continuano a sostenere che la numerosità degli incidenti sarebbe in Italia circa uguale a quella registrata in Germania.



Alcuni esponenti del Governo, e non pochi commentatori vicini a Confindustria, ritengono che gli infortuni siano responsabilità dei lavoratori, poco attenti a utilizzare le misure di sicurezza che pure le imprese mettono a loro disposizione. E le recenti campagne televisive del Governo riflettono esattamente questa impostazione, rendendo esplicito che la causa delle morti bianche sta nella scarsa informazione dei lavoratori sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza, assumendo che questi esistano e siano efficaci. E’ una congettura piuttosto singolare, almeno nel senso che attribuisce ai lavoratori un’attitudine masochistica, o una propensione al rischio talmente alta da mettere a repentaglio la propria salute per un presunto eccesso di fedeltà all’azienda. A ben vedere, e come è stato mostrato, fra gli altri, da Riccardo Realfonzo sulle colonne del Corriere della sera, l’elevato numero di incidenti in Italia deriva dal fatto che la struttura produttiva delle nostre imprese è tipicamente associata all’utilizzo di tecnologie di retroguardia. E’ ben noto che le imprese italiane – di dimensioni medio-piccole - cercano di fronteggiare la concorrenza internazionale comprimendo i costi di produzione, a fronte del fatto che le proprie concorrenti competono innovando. Comprimere i costi significa ridurre i salari nella misura del possibile, avvalersi di lavoro precario, ridurre le spese di formazione, ricorrere al lavoro irregolare e, non da ultimo, accrescere l’intensità del lavoro mediante l’accelerazione dei tempi di produzione. Ora, appare del tutto evidente che in prima istanza accelerare i tempi di produzione, con tecnologie di retroguardia, non può non determinare un aumento della probabilità di incidenti. In più, la precarizzazione del lavoro, che ‘disciplina’ gli occupati mediante la minaccia di licenziamento, contribuisce certamente ad aggravare il problema: se il rinnovo del contratto è subordinato a un elevato rendimento, è chiaro che l’intensità del lavoro tende ad aumentare. Ma l’aumento dell’intensità del lavoro – nelle condizioni date – può significare, e – come si è visto – significa, ulteriore aumento della probabilità di incidenti.

Occorre poi prendere atto che la sequenza di effetti che porta agli infortuni non parte dalle politiche aziendali di compressione dei costi. Queste ultime, a loro volta, sono state accentuate – negli ultimi anni - dagli indirizzi restrittivi delle politiche fiscali e monetarie, in ambito nazionale ed europeo. In primo luogo, gli elevati tassi di interesse – per effetto delle scelte ‘conservatrici’ della BCE – e il razionamento del credito, soprattutto nel Mezzogiorno, accrescendo le passività finanziarie delle imprese e/o riducendo la possibilità di espandersi, incentivano, di fatto, il ricorso alla precarizzazione, al lavoro irregolare e all’aumento dell’intensità del lavoro, in una condizione nella quale – è necessario ribadirlo - la propensione a innovare è sostanzialmente nulla. In secondo luogo, le politiche fiscali restrittive, riducendo la domanda interna, costringono ulteriormente le imprese a ricorrere a strategie di compressione dei costi per mantenere almeno inalterati i propri margini di profitto. Se il neoliberismo – pur rivisto e corretto alla luce della crisi in atto - riconosce la necessità di una maggiore regolamentazione dei mercati, non può ancora rimuovere il tabu delle politiche fiscali espansive: così come non può rimuovere i tabu della regolamentazione del mercato del lavoro, della lotta al sommerso, delle azioni di contrasto alle morti bianche. In questo contesto, non appare singolare la proposta del Ministro Castelli di escludere dal computo delle ‘morti bianche’ quelle che non si verificano direttamente in azienda, ma che, per esempio, si determinano per spostamenti durante la giornata lavorativa. Per lui non vale l’obiezione che si tratta comunque di erogazione di forza-lavoro: a rigor di logica, se l’argomento di Castelli fosse accettato, la morte di un operaio inattivo ma presente sul luogo di lavoro non sarebbe un incidente sul lavoro. Per Castelli, come per Confindustria, non sono più gli incidenti sul lavoro a costituire un problema: lo è semmai la metodologia utilizzata per calcolarli. Il funereo rimpallo di cifre che ne deriva – o soltanto il semplice tacere - serve a evitare di ‘legare le mani’ alle imprese, lasciandole così libere di non investire sulla sicurezza sul lavoro, e – cosa di non poco conto - a ridurre le spese per gli indennizzi.


27 marzo 2009

Sara Farolfi : precari a terra, manager strapagati

 

Salta il potenziamento degli ammortizzatori sociali per i precari e salta anche il tetto alle retribuzioni dei manager. Le due misure, presentate dal governo come due emendamenti al decreto legge sugli incentivi al settore dell'auto e elettrodomestici, non hanno superato le maglie di «ammissibilità» (per estraneità di materia) e sono state rigettate insieme alla metà circa degli emendamenti presentati (400). Ma se sui precari ieri sera veniva data quasi per certa la reintroduzione del provvedimento, per il tetto agli stipendi dei manager (deciso da Prodi, poi congelato da Berlusconi) pare trattarsi di un nuovo - definivo probabilmente - affossamento.
«Gli emendamenti del governo sui precari verranno ripescati», assicurava in serata il relatore del decreto legge alla commissione finanze della camera, dopo le aperture del presidente della camera Gianfranco Fini. La misura d'altro canto è stata ampiamente pubblicizzata dal ministro Sacconi, e non comporta un particolare esborso per le casse statali, trattandosi di circa 100 milioni di euro. Si tratta del raddoppio - dal 10 al 20 per cento della retribuzione percepita - dell'indennità una tantum per i parasubordinati (ossia i collaboratori fasulli) che saranno licenziati: 1600 euro medi, per una platea di 80-90 mila persone (il 10 per cento circa dei parasubordinati conosciuti), secondo i conti della Cgil, che ha criticato la misura definendola un «raddoppio dell'elemosina». Oltre a questo, il pacchetto del governo prevedeva una semplificazione del procedimento di accesso agli ammortizzatori sociali (oggi servono dai 120 ai 140 giorni per gli strumenti ordinari). «Talvolta si può rimanere vittima del troppo decisionismo, ma se quel poco che si è fatto salta vorrei che il governo accogliesse le proposte da noi fatte», commenta il segretario Cgil, Epifani. Per i precari la Cgil chiede un ampliamento della platea degli interessati (dai 90 mila che sono a circa 180 mila) e un raddoppio dell'assegno una tantum, dal 20 al 40 per cento della retribuzione dell'anno precedente. Il segretario della Cisl Bonanni ha chiesto al governo di «trovare un rimedio immediato», e così hanno fatto molti esponenti del Pd. Difficile pensare che il governo non accolga le richieste, trattandosi di una misura a basso costo ma sicuramente popolare in tempi di crisi come questi.



Decisamente più impopolare invece, tanto è vero che ieri in pochissimi ne hanno parlato e nessuno ne ha prefigurato un reinserimento, il tetto agli stipendi di manager e banchieri. L'emendamento era stato presentato dalla Lega e prevede che il trattamento economico di dirigenti di banche e imprese che, in seguito alla crisi beneficeranno di aiuti pubblici, non possa superare il limite di 350 mila euro all'anno. Un altro emendamento, ugualmente respinto, prevede similmente il limite massimo del trattamento previsto per i parlamentari, per qualunque soggetto in rapporto di lavoro con amministrazioni statali, o con enti pubblici di ricerca. Non la rivoluzione, insomma. Tanto più che un tetto agli stipendi dei manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della corte di cassazione, ossia 289 mila euro) era stato previsto e introdotto dal governo Prodi, per essere poi congelato seduta stante da Berlusconi.
«Mentre si licenziano i precari della pubblica amministrazione, il governo riesce a eliminare il tetto delle retribuzioni: un fatto gravissimo anche perchè sarebbe bastato non fare nulla e applicare la norma esistente», commenta a caldo il segretario della funzione pubblica Cgil Carlo Podda. Ma sempre in tema di precari e di pubblica amministrazione, l'iperattivo ministro Brunetta sembra avere compiuto il miracolo: dalle cifre diffuse ieri sui primi risultati del monitoraggio lanciato nel settore, risultano appena 1125 persone con i requisiti per la stabilizzazione. «Un vero miracolo», replicano dalla Cgil: «Brunetta è riuscito a fare sparire i precari».


28 febbraio 2009

Fabio Sebastiani : le reazioni dei delegati sindacali

 

«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione.
«Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. 




Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato».
«I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita».
Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma.
«Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice.
L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo».
«In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi».
Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta».
Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».


10 febbraio 2009

Confronto tra Tito Boeri e Massimo Roccella

Tito Boeri
La proposta del «contratto unico» è stata presentata per la prima volta dal professor Pietro Garibaldi e da me nel 2002 all'università Statale di Milano e poi sul sito lavoce.info. Siamo passati da una fase di sostenuta crescita economica, in cui si registravano significativi tassi di crescita del prodotto interno lordo, non accompagnata però da un'altrettanto sostenuta capacità del sistema di generare nuovi posti di lavoro (è ciò che nelle pubblicazioni in lingua inglese viene definita jobless growth , crescita senza lavoro), a una situazione esattamente rovesciata, in cui la nostra economia è entrata in una fase di stagnazione che di fatto continua da circa la metà degli anni Novanta e tuttavia è riuscita a creare moltissimi posti di lavoro, più di 2 milioni.
Siamo passati dalla crescita senza posti di lavoro alla crescita del lavoro senza crescita economica [...]. Questo è un fenomeno - sulla cui analisi teorica abbiamo lavorato molto io e il professor Garibaldi - che abbiamo definito honeymoon , cioè «luna di miele»: quando in un mercato del lavoro che ha un regime di protezione dell'impiego abbastanza forte si introduce la possibilità per il datore di lavoro di assumere dei lavoratori molto flessibili e non eccessivamente tutelati, i datori di lavoro possono costruirsi una specie di «cuscinetto» di lavoratori, i quali saranno i primi a essere mandati via qualora la situazione del ciclo dovesse peggiorare. Ecco perché può avvenire che, anche quando l'economia non va a gonfie vele, si registri un aumento dell'occupazione.
Chiarito il quadro di fronte al quale ci troviamo, passiamo a vedere le patologie dalle quali è affetto, che sono principalmente tre. Il primo aspetto rimanda all'eccessiva complessità normativa determinata dalla moltiplicazione delle figure contrattuali [...]. Il secondo aspetto davvero grave e preoccupante concerne l'asimmetria molto forte che penalizza soprattutto i giovani, perché sono loro a entrare nel mercato del lavoro da una porta secondaria, attraverso queste nuove tipologie contrattuali [...]. La terza patologia è forse quella più grave. I lavoratori precari sono destinati ad avere carriere lavorative discontinue, con frequenti episodi di disoccupazione e salari bassi. Con le nuove regole del regime previdenziale - un regime di tipo contributivo - questi lavoratori sono destinati ad arrivare alla fine della loro carriera lavorativa con dei trattamenti previdenziali molto bassi, in molti casi al di sotto del minimo vitale [...].
Veniamo allora alla nostra proposta. Noi pensiamo che si debba superare questa stridente asimmetria tra i contratti a tempo indeterminato e le altre tipologie contrattuali, asimmetria che si è creata anche per l'incentivo fortissimo che le imprese hanno nel ricorrere ai contratti flessibili, dal momento che quelli a tempo indeterminato hanno fin da subito - o meglio, dopo il periodo di prova - regimi di protezione dell'impiego molto stringenti. Nella nostra proposta noi sosteniamo che si debbano creare degli standard minimi applicati a tutte le tipologie contrattuali; per esempio i contributi previdenziali devono essere gli stessi per tutti i tipi di lavori che vengono svolti [...]. In secondo luogo deve essere istituito un salario minimo orario, che deve tutelare tutti i lavoratori, e quindi anche quelli cosiddetti precari, i quali molto spesso hanno un potere contrattuale così basso da essere costretti a svolgere prestazioni a dei salari orari davvero bassissimi. Pensiamo solo al fatto che in Italia ci sono persone che percepiscono meno di 5 euro all'ora [...]. Il nostro «contratto unico» si prefigge infine di rendere progressiva la costruzione delle tutele nei primi tre anni del rapporto lavorativo, in modo tale da non porre il datore di lavoro di fronte al forte deterrente all'assunzione costituito dalle garanzie contenute nel tradizionale contratto a tempo indeterminato.

Massimo Roccella
Boeri e Garibaldi continuano a fare riferimento all'Ocse, sostenendo che il nostro mercato del lavoro sarebbe caratterizzato da uno dei regimi più restrittivi per quanto riguarda le tutele nei confronti del licenziamento, ma lo fanno trascurando dati della stessa fonte Ocse che oggi dicono esattamente il contrario [...]. Tutte le cose che si sono scritte per sostenere, in primo luogo, che la nostra legislazione in materia di licenziamento è particolarmente restrittiva e, in secondo luogo, che, quand'anche non lo fosse, molto restrittivi sarebbero i giudici del lavoro, non soltanto non riposano su dati empirici, ma anzi sono da questi contraddette.
Questa è la cornice teorica entro la quale è formulata anche la proposta del «contratto unico», ed è evidente che se la cornice teorica non regge alla prova empirica anche la proposta concreta ne risulta compromessa.
I giuristi sono abituati a utilizzare le parole con proprietà di linguaggio e quindi se dicono «contratto unico», intendono dire proprio «contratto unico». Invece nella proposta di Boeri e Garibaldi il contratto unico non è affatto un contratto unico. È un contratto ulteriore, nel senso che verrebbe introdotta una nuova tipologia contrattuale che si affiancherebbe a tutte quelle oggi esistenti, le quali rimarrebbero perfettamente in vita così come sono, grossomodo identiche [...]. Ora: questo contratto potrebbe essere uno strumento per migliorare le condizioni lavorative e le tutele rispetto alle situazioni attualmente esistenti? No, sfortunatamente le peggiorerebbe. Il contratto unico sarebbe sì un contratto a tempo indeterminato, ma si badi bene che «contratto a tempo indeterminato» non è affatto sinonimo di impiego stabile [...]. Di questo appunto si tratta nel caso della proposta dei professori Boeri e Garibaldi: un contratto a tempo indeterminato con libertà di licenziamento nei primi tre anni di durata del rapporto. 




Tito Boeri
Oggi i vari contratti atipici costituiscono il canale principale di ingresso nel mondo del lavoro: sappiamo che il 70 per cento dei lavoratori sotto i 40 anni viene assunto tramite queste nuove formule contrattuali. Per cui, quando l'Ocse nel corso del tempo aggiorna i suoi indicatori, è evidente che recepisce anche le novità della legislazione. E questo spiega la diminuzione del punteggio attribuito all'Italia. Tale diminuzione è dovuta unicamente ai contratti atipici, non ai contratti regolari, la cui rigidità è rimasta uguale nel corso del tempo. Fatta questa precisazione, perché definiamo la nostra proposta «contratto unico»? L'idea è che il contratto a tempo indeterminato deve tornare a essere la modalità principale di ingresso nel mercato del lavoro, per tutti. Noi siamo contrari a dei trattamenti specifici per i giovani, perché i trattamenti specifici sono quelli che spesso portano a delle condizioni di dualismo e di segregazione [...]. Non pensiamo che sia giusto proibire tutti gli altri contratti oggi esistenti, perché tale misura comporterebbe il serio rischio di distruggere posti di lavoro [...]. Quanto alla critica mossa dal professor Roccella secondo la quale il nostro contratto abbasserebbe le tutele, rispondo che non è affatto vero. Sicuramente le innalzerebbe moltissimo rispetto a coloro che entrano nel mercato del lavoro con le modalità attuali. Poiché è sicuramente molto più forte la protezione garantita da un contratto a tempo indeterminato sul modello del nostro «contratto unico», rispetto a quella garantita dai contratti di collaborazione coordinata e continuativa (nella pubblica amministrazione) o dai contratti a progetto (nel settore privato).

Massimo Roccella
L'indice Ocse è stato costruito sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato. I lavori atipici non c'entrano, sono un'altra cosa [...]. Ritorniamo al contratto unico. Ribadisco: qui davvero si rischia di parlare due linguaggi diversi. Non ha nessun senso comparare le mele con le pere e dire, ad esempio, che alla scadenza di un contratto a termine il lavoratore non ha diritto a nulla, mentre nel caso del contratto unico sin dall'inizio avrebbe diritto a qualche cosa. Bisogna comparare situazioni omogenee. Quello che è certo è che, se tu sei licenziato durante un contratto a termine in maniera arbitraria, hai diritto a un risarcimento integrale del danno, corrispondente alle retribuzioni del periodo sino al termine originario del rapporto, mentre nel caso del contratto unico ventilato da Boeri e Garibaldi, il risarcimento sarebbe veramente irrisorio.
Ma andiamo al punto di sostanza [...]. Boeri e Garibaldi immaginano che al termine del triennio il datore di lavoro, avendo investito in capitale umano, sarebbe portato quasi automaticamente a confermare il lavoratore in servizio con tutte le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma le cose non stanno affatto così: questa è una rappresentazione semplificata del mercato del lavoro, come se esistessero imprese tutte identiche e lavoratori tutti identici. In particolare l'offerta di lavoro è assolutamente diversificata: ci sono lavoratori con competenze molto elevate ed altri con competenze molto basse, destinati a mansioni per il cui espletamento è necessario e sufficiente un brevissimo periodo di prova, non certamente tre anni come immaginano Boeri e Garibaldi. Pensate che per imparare a fare il cassiere di un supermercato sia necessario un periodo di inserimento di tre anni? E pensate che al termine del triennio non sarebbe molto più conveniente per il datore di lavoro licenziare quel lavoratore e assumerne un altro, sempre con clausola di licenziamento incorporata? La verità è che in questo modo si finirebbe col creare una casta molto ristretta di lavoratori che accederebbero al beneficio dell'articolo 18, circondata da un vastissimo settore del mercato del lavoro che alla stabilità non arriverebbe mai. Allora sì, a quel punto l'articolo 18 diventerebbe un privilegio e si creerebbero le condizioni per la sua abrogazione definitiva.


12 gennaio 2009

Sara Farolfi : il 2009 sarà record di cassa integrazione. E spunta l'ipotesi «gabbie»

 

Gabbie salariali in arrivo per gli ammortizzatori sociali? Uno degli emendamenti presentati ieri al (cosiddetto) decreto anticrisi prevede, per quanto riguarda la cassa integrazione in deroga - destinata alle aziende o settori che a norma di legge non ne avrebbero diritto e alimentata da fondi pubblici - la possibilità di «trattamenti modulati e differenziati» a livello regionale o locale. Secondo Fulvio Fammoni (Cgil), due sono le possibilità: «O ci si riferisce alla possibilità di trattamenti diversi tra lavoratori magari dello stesso gruppo a seconda dell'area geografica oppure, fermo restando il tetto uguale per tutti, di una diversa ripartizione delle quote tra stato e enti locali». Nulla di buono in entrambi i casi, osserva la Cgil, trattandosi o dell'introduzione di gabbie salariali per gli ammortizzatori sociali o comunque di una marcata divisione tra regioni ricche e povere. «La solita critica preconcetta», dice il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, precisando che «l'emendamento non si riferisce alla dimensione del sussidio del lavoratore, che deve essere garantito ovunque nella stessa misura, ma alla diversa mescolanza di finanziamento che si può produrre tra fondi dello stato, delle regioni e, ove possibile, degli organismi bilaterali».



Ma secondo la Cgil, è l'intero decreto ad essere «sbagliato e, in alcuni casi, a rischio di incostituzionalità». In causa c'è soprattutto l'odiosa norma che prevede che nelle piccole imprese i lavoratori abbiano diritto al sussidio pubblico (in questo caso si tratta del sussidio di disoccupazione) solo qualora ci sia stato l'intervento preventivo degli enti bilaterali. Che significa condizionare un diritto all'azione di enti privati costituiti tra imprese e sindacati a titolo facoltativo (ma la norma suggerisce la volontà di renderli obbligatori...). Non solo: il diritto a percepire qualsiasi «sostegno al reddito» è subordinato alla firma da parte del lavoratore di una «dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale». Anche oggi l'accettazione di un altro lavoro è condizione sine qua non per ottenere il sussidio ma «l'accanimento sul punto, senza mai dire peraltro quale debba essere la congruità tra il lavoro che si perde e quello che eventualmente si trova, induce al pensiero che la crisi sia colpa del lavoratore», nota Fammoni.
Una riunione in Cgil (con i segretari generali di categoria e dei principali territori) ha fatto ieri il punto sul decreto. Le modifiche da chiedere si vorrebbero unitarie e concordate con Cisl e Uil, ma anche su questo terreno l'accordo tra i sindacati confederali è tutt'altro che scontato: l'ipotesi di «gabbie salariali» per dire non ha sollevato neppure una rimostranza ieri da parte di Cisl e Uil. Anzi. «Con Cisl, Uil e Confindustria, il decreto anticrisi è stato discusso nei dettagli - scandisce il ministro Tremonti - Con la Cgil il dialogo è un pò più difficile, speriamo nel futuro».
Nella sostanza il decreto non stanzia un euro in più per gli ammortizzatori sociali. Nonostante il presidente dell'Inps abbia definito, ieri, il 2009 come «un anno record per la cassa integrazione». «Il governo garantisca le risorse per la cig in deroga nelle regioni che hanno esaurito i fondi», chiede Cesare Damiano (Pd). Qualcosina è stato fatto invece per gli esercenti del turismo e del commercio: una sorta di «prepensionamento» che dà diritto a un sostegno al reddito (pari alla pensione minima, 516 euro al mese) per chi chiude bottega a tre anni dalla pensione. «Nessun onere per lo stato» - si è affrettato a chiarire ieri il governo - trattandosi di un ammortizzatore finanziato da un contributo specifico a carico di tutti gli iscritti alla gestione pensionistica Inps.


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