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22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


8 aprile 2010

Anna Maria Merlo : Francia contro Germania, la crisi greca spacca la Ue

È scoppiata una crisi nella crisi che sta travolgendo la Grecia. Riguarda la coppia franco-tedesca. Potrebbe crearsi una crisi europea generale, proprio perché l'esplosione di divergenze tra le due principali economie del continente, non servirà certo a rassicurare i mercati, mentre l'euro è già sotto pressione.
È da tempo che l'economia francese si sta allontanando da quella tedesca. Da un lato deficit sempre maggiori, dall'altro una politica decennale di rigore, che ora sta dando i suoi frutti, in controtendenza con l'andamento delle altre economie dell'Euroland. La bilancia commerciale tedesca è in attivo di 135,8 miliardi di euro (dati 2009, è il secondo esportatore al mondo, dopo la Cina) e il peso di Berlino nel mercato interno della zona euro è salito dal 25 al 27%. Contemporaneamente, la Francia è calata dal 18,5 al 12,9% (l'Italia è crollata dal 17 al 10%) e accumula i deficit commerciali, oltre i 43 miliardi di euro nel 2009.


La ministra delle finanze francese, Christine Lagarde, ha accusato senza mezzi termini la Germania di portare danno alla coesione della zona euro, puntando tutto sull'export, al prezzo di comprimere i salari all'interno e di mantenere bassa la domanda interna. In sostanza, Lagarde afferma che l'eccedente tedesco non è altro che il deficit degli altri, visto che il 44% delle esportazioni tedesche sono verso i paesi della Ue. La buona salute della Germania sarebbe costruita tutta sul debito dei paesi più deboli. Lagarde è persino arrivata a suggerire a Angela Merkel la politica economica: deve abbassare le tasse per rilanciare i consumi interni, ha affermato (in Germania l'Iva è stata aumentata di 3 punti nel 2007 per diminuire i deficit). La Germania ha preso molto male queste critiche. Il Consiglio Ue del 25 e 26 marzo si annuncia molto caldo e teso.
La Francia prende le distanze dalla Germania con il rischio di rompere il tandem alla guida dell'Europa, perché vuole fare pressioni su Berlino, per evitare quello che Parigi considera il baratro assoluto per se stessa: perdere la classifica AAA delle agenzie di rating. La Francia pensa a sè e alle difficoltà a cui potrebbe trovarsi di fronte, se la crisi si estende, dopo i casi di Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia.
Ieri la Germania, che prima era ostile, ha cominciato ad accettare l'idea che la Grecia si rivolga all'Fmi. «Nel caso in cui si arrivasse a quella situazione - ha detto il portavoce dell'esecutivo Merkel, Ulrich Wilhelm, riferendosi a un'eventuale incapacità di Atene di rimettere in sesto le proprie finanze pubbliche - il governo tedesco non esclude il ricorso all'Fmi». La svolta dipende dal fatto che l'idea di creare un Fondo monetario europeo, vista con favore a Berlino - che voleva anche un «castigo» con la sospensione del diritto di voto per i paesi presi in fallo che poteva arrivare fino all'esclusione - è stata respinta dalla Francia, che non vuole altri strumenti di controllo dei deficit che vadano oltre il già vincolante trattato di Maastricht (che pure è stato allentato nella primavera del 2005 su iniziativa franco-tedesca).
Berlino, che è il primo contributore al bilancio Ue, ritiene di fare già abbastanza e come la formica della favola di Lafontaine più volte citata in questi giorni in Francia, non ha intenzione di mettere mano al portafoglio per le cicale del Club Med, oggi la Grecia, ma domani forse Portogallo, Spagna e Italia. La Francia, per il momento, si è allineata sulla Germania nel rifiuto di emettere delle obbligazioni europee.
Entrambi i paesi temono di dover pagare tassi di interesse più alti (i tassi greci sono del 3% più alti di quelli dei bond tedeschi a 10 anni). La Germania rifiuta ogni «politicizzazione» nell'interpretazione dei parametri ed è restia alla proposta francese di governance più coordinata, rifiutando persino una riunione d'emergenza dell'Euroland.
Anche il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ieri si è sbilanciato a favore di un eventuale aiuto dell'Fmi: «Vorrei ricordarvi che la Grecia e tutti i paesi Ue sono anche membri dell'Fmi - ha detto a France 24 - Peraltro i paesi membri sono la maggior fonte di finanziamento dell'Fmi. Non è una questione di prestigio ma di vedere qual è il modo migliore per rispondere alla situazione».


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permalink | inviato da pensatoio il 8/4/2010 alle 9:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 marzo 2010

La disfatta di Sarkozy

I leader della destra, in coro, hanno negato la sconfitta. La strategia è stata messa a punto all'Eliseo. Impossibile, per il primo ministro François Fillon, «trarre una lezione nazionale da questo voto». Per il ministro dell'ecologia, Jean-Louis Borloo, «quando 23 milioni di elettori non votano, su un corpo elettorale di 40 milione, diventa difficile ragionare sulle percentuali». Addirittura, per la sottosegretaria Nathalie Kosciusko-Morizet «la sinistra voleva un referendum anti-Sarkozy, ma un elettore su due non è stato al gioco». Ma tutti i commentatori sono unanimi: Sarkozy e il governo non potranno guardare altrove e far finta di niente. Il primo turno delle elezioni regionali è stato uno schiaffo elettorale per il potere in carica. L'Ump, il partito unico voluto da Sarkozy, ottiene il peggior risultato della destra nella storia della V Repubblica (26,3%), pur avendo assorbito parte dei centristi ed essersi alleato con il Nuovo centro, i seguaci di de Villiers e persino i cacciatori. L'iperpresidente ne dovrà tener conto. La sinistra ha vinto, il Ps è il primo partito del paese con il 29,5%, mentre sembrava agonizzante dopo il crollo delle europee l'anno scorso. I verdi di Europa Ecologia diventano la terza forza politica. Lo schieramento progressista dovrà tener conto del Front de gauche, unione del Pcf e di una frangia uscita dal Ps, che supera il 6% e vince la battaglia alla sinistra della sinistra, dove l'Npa (Nuovo partito anticapitalista, erede del Lcr) annaspa con il 3,4% (e Lutte ouvrière è all'1,1%). Il Fronte nazionale, che Sarkozy pensava di aver soffocato, riprende fiato, ottiene un risultato a due cifre (11,6%) e sarà presente nelle dodici regioni dove ha superato il 10%, imponendo delle triangolari (sfavorevoli alla destra). Il MoDem centrista di François Bayrou prosegue la discesa agli inferi, fermo al 4,3% (al primo turno delle presidenziali nel 2007, Bayrou era 18%). Domenica prossima, il Ps dovrebbe confermarsi in testa nelle 20 regioni che già governa. La Corsica potrebbe andare a sinistra, grazie ai regionalisti, mentre l'incertezza domina in Alsazia (dove ci sarà una triangolare).



L'astensione, allarme sociale
Il 53,5% degli elettori non si sono recati alle urne. Il dato preoccupa tutte le forze politiche, anche se la destra cerca di sfruttare questo dato per screditare la vittoria della sinistra. La crisi e i suoi effetti sono all'origine di questo scoraggiamento generalizzato. La parola dei politici è screditata, dice l'astensione di massa. Una buona fetta dei cittadini non crede più nell'incidenza dell'azione politica. E questo riguarda soprattutto le classi popolari e quelle più sfavorite. Ma l'astensione, malgrado quello che dice la destra - sono i presidenti socialisti, che governavano 20 regioni su 22 dal 2004 che non sono riusciti ad interessare l'elettorato - è un segnale che riguarda prima di tutto Sarkozy. Il presidente si era fatto eleggere nel 2007, promettendo il «volontarismo», l'azione politica efficace. Ma, malgrado gli interventi per contrastare la crisi e le molte parole spese a questo riguardo, la disoccupazione è ormai al 10% e le chiusure di fabbriche si susseguono. Le affermazioni, a caldo, della ministra delle finanze, Christine Lagarde, non possono che inquietare: «non mi lascerò scuotere dal tasso di astensione o da questo o quello che grida vittoria. Il tutto mi lascia indifferente e proseguirò con la mia politica delle tre R: rilancio, riforma, risanamento delle finanze pubbliche». Il peccato originale del sarkozysmo - lo scudo fiscale che protegge i più ricchi - non ha nulla da temere.

Un risultato storico
Come è storico il brutto risultato della destra, lo è anche il successo della sinistra, che, complessivamente, arriva intorno al 50% dei voti. Il Ps si riprende, torna ad essere di gran lunga il partito più forte di questo schieramento, dopo essere stato dato per agonizzante in seguito al crollo delle europee dello scorso anno e alle battaglie di personalità al vertice. Martine Aubry, conservando una certa modestia, non ha nascosto che considera questa vittoria come un suo successo personale. Unico neo, il caso del Languedoc-Roussillon, la regione del sud, dove la lista sostenuta dal Ps nazionale, contro quella dei socialisti locali guidati dal problematico Georges Frêche, è ferma al 7,74% (ma Frêche ha preso il 35,2% e Aubry, pur non indicando di votare per lui, ha invitato gli elettori a «sbarrare la strada alla destra»). Il Ps arriva in testa al primo turno in 13 regioni. In Guadalupa, il presidente uscente, il socialista Victorin Lurel, è già rieletto al primo turno, con il 56,5% dei voti.
Europa Ecologia conferma di essere diventato il terzo partito francese, anche se la percentuale è un po' in calo (12,5%) rispetto alle europee. Le trattative con il Ps, per formare le liste che dovranno essere presentate oggi entro le ore 18, sono dure, ma sembrano leali. Daniel Cohn-Bendit frena gli entusiasmi della portavoce Cécile Duflot e insiste che l'insediamento nel panorama politico è un progetto di lunga gittata, da non sciupare con dispute locali. Anche il Front de gauche, che ha ottenuto un risultato onorevole con il 6,1%, vuole far sentire la propria voce. Il Front de gauche, unione del Pcf e una frangia uscita dal Ps con Jean-Luc Mélenchon come leader, ha vinto la battaglia a sinistra della sinistra, con la marginalizzazione del'Npa di Olivier Besancenot, al 3,4% e quella, ancora peggiore, di Lutte ouvrière, all'1,1%.

Il ritorno del Fronte nazionale
Sarkozy aveva vinto nel 2007 incassando l'adesione di parte dell'elettorato del Fronte nazionale. Il balletto del dibattito sull'identità nazionale, orchestrato nei mesi che hanno preceduto il voto regionale, si è rivelato un fallimento: avrebbe dovuto confermare il soffocamento dell'estrema destra, ma gli elettori, come si dice, hanno preferito «l'originale alla copia». Il Fronte nazionale sarà presente in tutte le dodici regioni dove ha superato il 10%, ha confermato ieri Marine Le Pen. La famiglia Le Pen, del resto, ha ripreso fiato: Marine Le Pen è arrivata al 18% nel Nord, mentre Jean-Marie Le Pen, alla sua ultima elezione, ha superato il 20% in Provenza-Costa Azzurra. «L'elezione presidenziale del 2007 è stata una parentesi - ha commentato il deputato socialista Manuel Valls - sindaco di Evry - i francesi risentono inquietudine, rancore, che si traducono nell'astensione e nella crescita del Fronte nazionale».


15 febbraio 2010

Joseph Halevi : I potenti senza egemonia che impoveriscono il mondo

 

Quest'anno, alla riunione mondana di economia nella ricca ed esclusiva cittadina svizzera di Davos non corrisponderà il contraltare del forum di Porto Alegre, segno della fine del movimento no global proprio quando pratica e ideologia della globalizzazione sono entrate in crisi. Del resto i no global non hanno mai voluto fare un'analisi del capitalismo mondiale e oggi il Brasile di Lula non è più interessato a proseguire sulla linea della denuncia, visto che è cambiato sia il suo peso nel panorama internazionale che la sua situazione interna.
Il fattore principale - se non esclusivo - del mutamento della posizione concreta di Brasilia si chiama Pechino. La Cina traina il Brasile, come il resto dell'America Latina - non il Messico, legato a doppio filo agli Usa, che invece è perdente - grazie alla grande domanda di materie prime e prodotti agricoli. Il Brasile è stato ripescato assai rapidamente dalla recessione che lo ha investito al momento dell'esplosione della crisi mondiale, a fine del 2008. La molla è stato il rilancio cinese, varato nel novembre di quell'anno, con Pechino che piazzava ordinativi di materie prime ovunque. Oggi il capitalismo agrario (carne e soia) e delle società minerarie - che fanno un tutt'uno con gli interessi finanziari - guidano l'economia brasiliana, con Lula come autista.




Senza Porto Alegre, il ballo in maschera di Davos fa risaltare il potere senza egemonia delle stesse forze che hanno provocato la crisi. La situazione è chiara: disoccupazione galoppante e crolli industriali da Grande Depressione (negli Usa, nel 2009, le vendite di beni durevoli sono diminuite del 20,2% rispetto al 2008; in Italia ci saranno in marzo 30 mila cassintegrati nella sola Fiat). Se i paesi colpiti da questi fenomeni fossero attraversati sia da forti e organizzate tensioni sociali, sia da sfide intellettuali - non solo alle politiche economiche, ma anche alle strutture di classe - il panorama sarebbe diverso e la dislocazione del ruolo che nel passato ricopriva «Porto Alegre» sarebbe avvenuta in modo naturale.
Ma oggi succede il contrario. Gli agenti della crisi avocano a sé stessi, senza opposizione, anche il diritto di precedenza e monopolio nella critica. E' il caso dell'intervento del presidente francese Sarkozy a Davos, mentre a casa lui e il suo governo continuano a privatizzazione e finanziarizzare l'economia, all'insegna della deflazione salariale. Tuttavia «potere» non significa egemonia nel senso programmatico del termine. Nessuno dei convenuti ha la più vaga idea di cosa fare davvero. Lo scontro sulle banche tra l'Europa e gli Usa riflette principalmente uno scontro tra differenti capitali monopolistici. In Europa le banche sono più capitalizzate, quindi molto meno in crisi rispetto a quelle statunitensi. Tuttavia, se queste ultime mirassero a raggiungere i livelli europei perderebbero notevoli quote di mercato. Ciò che unisce i partecipanti non sono le prospettive, inesistenti, ma che queste devono essere ricercate solo all'interno del dogma della deflazione salariale e della moltiplicazione ad infinitum dell'esercito industriale di riserva. Tanto si sbranano tra di loro, come in Italia ha dimostrato l'infamante pogrom dei nuovi ebrei africani a Rosarno. Se questo è possibile è perché «non c'è più il socialismo come sfida politica ed intellettuale». Lo dice John Kay sul Financial Times del 27 gennaio. Assolutamente da tradurre e leggere.


14 settembre 2008

Fede e Ragione : la moderna lotta per le investiture

Ratzinger ammette : "E Dio creò la Donna..."

 Sarkozy e Carla Bruni accolgono il Papa in Francia

Carla Bruni chiarisce : "Dio me l'ha data, beato chi la tocca..."

Sarkozy conclude : " (Sono) (stato) io " o meglio "Lo (Stato) (sono) io"


5 luglio 2008

L'icona della Betancourt

Ora la Betancour diventerà icona e profetessa. Sarebbe stato interessante sentirla prima del rapimento, quando voleva rappresentare un alternativa sia ad Uribe che alle Farc.




La durezza della prigionia e le circostanze del suo rilascio  l'hanno comprensibilmente appiattita sulle posizioni del governo colombiano e sulla riscoperta della fede.
Essa avrà putroppo megafono quando non ha più nulla da dirci. E del resto a che servono i megafoni se non a diffondere quello che già altri sanno ?
Del resto di questo possiamo ringraziare anche le Farc, che nutrendosi del tanto peggio tanto meglio, stanno inevitabilmente soffocando nel loro stesso nutrimento.


3 giugno 2008

La flessione di Sarkozy

 

«Mitterrand era appassionato di storia francese, Chirac delle arti prime, Sarkozy ama i Rolex e EuroDisney. Abbiamo il presidente che ci meritiamo», dice una battuta della comica Anne Roumanoff, molto cliccata su Internet. Più dottamente, l'editorialista Claude Weill, sul Nouvel Obsevateur, osserva che «anche se oggi non c'è più molta gente che si ricorda di aver votato per lui, Nicolas Sarkozy non si è però autoincoronato, come Napoleone. E' stato proprio eletto. Non dai marziani, ma dai francesi. Da noi (...) C'è una sorta di propensione nazionale a fare cattive scelte - o una scelta che rimpiangiamo subito dopo».
E' bastato un anno, per far crollare Sarkozy dal 65% di opinioni favorevoli, un record dopo un'elezione vinta alla grande, al 38% attuale, altro record, ma negativo: nessun presidente è mai stato così poco considerato dopo soli 12 mesi di potere.
Ci sono state le amicizie troppo ravvicinate con i potenti della finanza e dei media, le vacanze miliardarie, gli alti e bassi della vita privata spiattellati su tutti i magazine e commentati in diretta dall'Eliseo. Poi, Sarkozy ha abbozzato una svolta, dando l'impressione di voler riprendere la «funzione» presidenziale con la dignità che le coinviene e che si aspetta la parte più anziana del suo elettorato: Sarkozy è stato votato dai cittadini più avanti con l'età, ma in questa categoria di persone il crollo di fiducia è stato il più forte (meno 23%). Poi, negli ultimi giorni, nuova svolta. Sarkozy torna in prima linea, riprende i toni da campagna elettorale che lo hanno portato al successo (ma che hanno causato il crollo alla presidenza).
Alla base di questa nuova offensiva, una convinzione profonda: non c'è nessuna alternativa al sarkozismo, pensa il presidente, né a destra né, tantomeno, a sinistra. La Francia ha bisogno di riforme - tutti ne sono covinti - e io imporrò le mie a tutti i costi. L'offensiva prosegue su un terreno sicuro - la lotta all'immigrazione clandestina (25mila espulsioni quest'anno, 28mila il prossimo) e «priorità» per la presidenza francese dell'Unione europea, nella seconda metà di quest'anno. E riparte sulla principale promessa della campagna - il potere d'acquisto.
Ma il nervosismo cresce. Lo dimostrano i continui attacchi alla stampa, Afp compresa (accusata di aver «censurato» dei comunicati del partito di maggioranza) e la voglia di punire la tv pubblica, dove non è stata per ora trovata nessuna soluzione sui finanziamenti, dopo l'annuncio della fine della pubblicità.
Il bluff del potere d'acquisto
Sarkozy dunque è tornato in campagna elettorale. Aveva vinto con la promessa «lavorare di più per guadagnare di più». La legge che avrebbe dovuto rilanciare i consumi, la legge Tepa della scorsa estate, è stata un flop. C'è stato, in sostanza, un regalo ai ricchi di 14 miliardi di euro di sgravi fiscali, mentre la defiscalizzazione degli straordinari ha dato scarsi risultati. L'elettorato popolare, che lo aveva votato in massa, si è sentito tradito.
Oggi, Sarkozy riparte alla carica: al centro, il problema dell'aumento del costo del petrolio. E ha deciso di ignorare che più di 500mila persone hanno sfilato giovedì contro la riforma delle pensioni, che nella scuola ci sono state una decina di giornate di protesta molto seguite negli ultimi due mesi e che il malessere cresce. Fa dire da uno dei suoi fedelissimi, il ministro del lavoro, Xavier Bertrand: «Un ministro non è lì per contare i manifestanti». Come aveva già detto il ministro dell'Educazione, Xavier Darcos: manifestate pure, noi non cambiamo linea, le riforme si faranno. Anzi: faremo leggi per limitare il diritto di sciopero, per un «servizio minimo» dappertutto popolare.
Gli anni di contributi per le pensioni saranno portati a 41 per tutti, anche per i lavori usuranti e per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, e anche se il tasso di occupazione dei seniors resta bassissimo e il padronato non vuole sentir parlare di misure coercitive per assumere o mantenere al lavoro chi ha più di 50 anni. I tagli nel pubblico impiego saranno, come previsto, di 29mila posti di lavoro quest'anno, di cui 11.200 solo nella scuola secondaria. Un funzionario su due che va in pensione non sarà sostituito.
Sarkozy ha deciso di ignorare il malessere sociale diffuso e punta tutto su una riformetta molto debole: aprire il commercio a una più grande concorrenza, permettendo il sorgere di un numero maggiore di supermercati, soprattutto hard discount, per far abbassare i prezzi. L'ottimismo è corroborato dalla crescita del 2007 - più 2,2% - superiore a tutte le previsioni.
Le corporazioni si scatenano
Ma le corporazioni che sanno di avere un orecchio sensibile nella destra non si accontentano della pioggia di milioni promessa per calmare gli umori. I pescatori francesi sono sul piede di guerra, i porti sono in gran parte bloccati, gli episodi di violenza si susseguono. Non credono che la promessa di sovvenzioni per 108 milioni di euro possa risolvere i loro problemi strutturali. E il progetto di sovvenzionare il litro di gasolio per i pescatori, che lo pagheranno 40 centesimi invece di 70, ha fatto venire delle idee ad altre corporazioni: gli agricoltori e i camionisti hanno chiesto un analogo intervento. I trasportatori minacciano di bloccare la Francia con operazoni-lumaca sulle strade, gli agricoltori si preparano all'azione.
Nel frattempo, pensionati, insegnanti e impiegati pubblici (queste due ultime categorie più legate alla sinistra) accumulano rancori perché, malgrado la forte mobilitazione, vengono ignorati, mentre ai pescatori sono bastate alcune azioni di forza per ottenere qualche milione.
I disoccupati masticano amaro
Ancora peggio per i disoccupati, considerati ormai con sospetto come imbroglioni che gravano sui conti pubblici. Ormai, i disoccupati dovranno accettare una proposta di lavoro «ragionevole». Al secondo rifiuto, cominceranno a perdere i sussidi. «Proprio nel momento in cui i conflitti salariali sono in aumento, come non erano mai stati da tempo - afferma Bernard Thibault, leader della Cgt - il governo vuole imporre ai lavoratori licenziati di accettare un impiego a un salario inferiore al precedente, addirittura qualsiasi lavoro pagato un po' di più degli indennizzi. E' una forma di dumping sociale rivendicato politicamente e un incoraggiamento al padronato per contenere le rivendicazioni salariali». Per non parlare dei poveri (4 milioni) e delle banlieues, più o meno abbandonati, con programmi in attesa di trovare eventuali finanziamenti.
La fronda a destra
Una serie di incidenti parlamentari ha messo in luce una presa di distanza tra una parte dei parlamentari dell'Ump e il presidente uscito dal loro campo. Il governo è andato sotto grazie a una mozione di procedura di un parlamentare comunista in occasione della discussione dell'ambigua legge sugli Ogm (organismi geneticamente modificati), combattuta dagli ecologisti ma presentata come un felice «compromesso» dal ministro Jean-Louis Borloo. La legge poi è passata di forza, senza discussione parlamentare, ma la fronda di una buona fetta di deputati Ump, che ha disertato l'aula, ha lasciato il segno. In più, la commissione affari esteri ha emesso parere sfavorevole sul progetto di riforma costituzionale ora al voto dei parlamentari, il più ambizioso dalla fondazione della V Repubblica. Inoltre, le ripetute critiche di Sarkozy al suo predecessore Chirac sono dispiaciute a parte della destra. Sarkozy si sente solo. La conflittualità con il primo ministro, François Fillon, che lo supera da mesi nei sondaggi, è al colmo. Al punto che, da due settimane, Sarkozy riunisce all'Eliseo un gruppetto di 7 ministri considerati «fedelissimi», cui ha affidato il compito di «fare politica»: c'è l'ambizioso Xavier Bertrand, c'è il ministro dell'Educazione Xavier Darcos, ma non ne fanno parte né il primo ministro, né i responsabili dei grossi dicasteri (Interni, Esteri, Giustizia, Economia). La cacofonia è forte a destra. I ponti sembrano rotti anche con la direzione dell'Ump: il segretario Patrick Devedjian è stato seccamente smentito da Xavier Bertrand sulla proposta di «smantellamento definitivo» delle 35 ore (abolire le 35 ore significherebbe annullare di fatto gli efffetti della defiscalizzazione degli straordinari).
E a sinistra c'è la guerra dei leader
Di fronte all'attacco alle 35 ore, il Ps non ha reagito, imbarazzato. Sulla riforma delle istituzioni, regna la confusione. Neppure le manifestazioni di protesta sono riuscite a ridare veri contenuti a sinistra. Fillon è convinto che la destra ha ormai vinto «la battaglia ideologica». Il Ps è preda della guerra per la leadership (del partito e, in prospettiva, per la candidatura all'Eliseo nel 2012). L'ex candidata Ségolène Royal è partita per prima, per conquistare la segreteria. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ufficiosamente, si prepara anch'egli alla battaglia. Dominique Strauss-Kahn, dall'Fmi a Washington, pensa a un rientro per la scadenza del 2012. Martine Aubry, rieletta bene a sindaco di Lille, è tornata in pista. Poi ci sono i giovani leoni, in primis l'ex ministro degli affari europei Pierre Moscovici e il sindaco di Evry, Manuel Valls.
Sul piano delle idee, è la corsa alla realpolitik. In sostanza, passo dopo passo, l'asse del Ps si sposta a destra. «Liberale e socialista» dice di sé Delanoë, dove liberal in francese significa anche «liberista». Royal insiste sul «gusto del rischio» in economia, per Delanoë «il problema numero uno della Francia è la competitività internazionale delle imprese». Valls, sindaco di un comune di banlieue, insiste sulla «sicurezza». Delanoë ammette che «la sinistra deve interiorizzare il bisogno di autorità della società». Royal già voleva i «centri educativi chiusi» per i giovani devianti.
La nuova «dichiarazione di principi» del Ps sposa il «riformismo». Royal ha aperto chiaramente ad alleanze con il centro, mentre Delanoë, per il momento, temporeggia, e afferma: «non credo che un'offerta politica possa situarsi, contemporaneamente, a destra e a sinistra, è una forma di menzogna». Di fronte a questo progressivo scivolamento verso il centro, l'opinione pubblica mette tra le personalità più amate a sinistra il giovane Olivier Besancenot, portavoce della Lcr, che alle ultime presidenziali ha sfiorato il 5% polverizzando tutti i rivali alla sinistra della sinistra e che, in autunno, intende fondare un nuovo «partito anticapitalista».

Anna Maria Merlo


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1 giugno 2008

Scioperi contro Sarkozy

 

Centinaia di migliaia in provincia, 70mila a Parigi, ieri le città francesi sono state attraversate dai cortei, per protestare contro l'ennesima riforma delle pensioni - che prevede, fra l' altro, di portare da 40 a 41 anni il periodo di versamenti per una pensione piena. Manifestazioni imponenti (più di 500mila persone secondo i sindacati): 60mila a Marsiglia, 25mila a Nantes, Tolosa o Grenoble, mentre la partecipazione allo sciopero è stata modesta (anche nei trasporti), perché non molti possono permettersi oggi di perdere un'altra giornata di stipendio dopo lo sciopero della funzione pubblica, riuscito, del 15 maggio scorso.
Nei cortei molto presenti gli insegnanti, che si preparano a un'altra giornata di mobilitazione sabato (contro la soppressione di 11.200 posti di lavoro per il prossimo anno) e, in particolare a Marsiglia, anche i portuali, che protestano contro l'ultimo atto di privatizzazione dei porti.
Tutti i leader sindacali erano in prima fila al corteo parigino di ieri, anche se non c'è un fronte comune tra le principali confederazioni. La Cgt e Fo rifiutano l'aumento a 41 anni di contributi obbligatori. La Cfdt sarebbe disposta a discutere, ma vuole che prima il governo si impegni a risolvere il problema della scarsa occupazione dei «seniors» (solo il 38% di chi ha più di 50 anni lavora in Francia, contro una media europea del 42,5%): per i sindacati, alzare gli anni di contribuzione significa di fatto imporre pensioni al ribasso alla maggioranza dei lavoratori. Cosa che vale ancora di più per i giovani, che accumulano anni di precariato e di lavoro intermittente. Inoltre, c'è un problema di equità in Francia molto sentito: come aumentare gli anni di contributi per tutti mentre le statistiche dicono che lo scarto tra la speranza di vita tra un quadro e un operaio è di 7 anni? Ma il governo rifiuta di tener conto dei «lavori usuranti» e di chi ha cominciato a lavorare presto.
Ieri, cortei in un'ottantina di città che hanno condensato molteplici inquietudini. Non solo le pensioni ma anche le ristrutturazioni selvagge nel settore pubblico, con più di 29mila dipendenti in meno per il prossimo anno. Più in generale, la questione del mantenimento di un servizio di qualità, dagli ospedali ai tribunali passando per la scuola, che è la preoccupazione maggiore dopo un anno di regno di Sarkozy.
La protesta è popolare. Secondo un sondaggio dell'istituto Viavoice (per Libération), il 60% dei francesi appoggia il movimento e solo il 36% è contro lo sciopero. Ma nessuno si fa illusioni: il 49% ritiene che il sistema pensionistico per ripartizione, oggi in vigore, non potrà essere mantenuto e che la Francia andrà inevitabilmente verso una deriva «americana», dove «ciascuno paga per la propria pensione», se può. A credere nella sopravvivenza del sistema sono soprattutto i più vecchi, mentre tre quarti dei giovani non hanno più speranze. In maggioranza, i francesi rifiutano l'aumento a 41 anni (considerato solo una tappa, visto che per Medef, la Confindustria francese, bisognerebbe passare fin da subito a 43,5 anni di contributi). Ma non vogliono neppure un ribasso delle pensioni, chiedono di tener conto dei lavori usuranti e sperano in un mercato del lavoro più favorevole agli over 50. Il 44% dà maggiore fiducia alla sinistra sulle pensioni e solo il 32% spera ancora nella destra al potere.
E' soprattutto la sfiducia nel potere in carica che era ieri al centro dei cortei. I manifestanti hanno denunciato le riforme a ripetizione, che cambiano le carte in tavola. Nel 2003, l'attuale primo ministro, François Fillon, aveva allungato gli anni di contributi da 37,5 a 40, ma questa riforma non ha risolto i problemi di fondo.
A gennaio, il governo è riuscito ad avviare le trattative per l'abolizione dei «regimi speciali» nei trasporti ma adesso dice che 40 anni non bastano ancora. Più in generale è in discussione tutta la questione della protezione sociale: con Sarkozy è stato imposto il ticket per visite mediche, ricoveri e medicinali, c'è un programma di chiusura dei piccoli ospedali pubblici e di raggruppamento dei servizi. I cittadini sentono che il welfare viene ridotto, immolato sull'altare dell'equilibrio dei conti pubblici, e che nessuna soluzione concreta - a parte l'ognun per sé - viene proposta da Sarkozy.

(Anna Maria Merlo)


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31 maggio 2008

Perchè non si può sorridere ad un bambino votando Sarkozy (parte terza) ?

Ma chi è Sarkozy ? Perchè è tanto duro per un fondamentalista dei diritti umani digerirlo ?
Semplice, Sarkozy è un poliziotto, un uomo del controllo e non delle libertà. Tant'è che il suo slogan sull'immigrazione è "Fermezza, controllo e repressione"
C'è prima di tutto un aspetto umano del personaggio che non dà molto respiro all'istanza di libertà e di empatia umana : Sarkozy viene descritto come megalomane, paranoico, spietato, vendicativo come un piccolo re in una corte shakespeariana. Ma anche anche volgare e opportunista, esaltato come un moderno padrino.
E anche un uomo triste, il cui sorriso sembra il ghigno del coccodrillo nascosto in basse acque, con le sue orecchie da Dottor Spock e i suoi contorni quadrati e spigolosi.

 

Nemmeno il matrimonio con Carla Bruni sembra averlo slegato un po'.
E dal punto di vista politico è consequenziale con la sua personalità : Sarkozy è accusato di imbavagliare la stampa, di attaccare i diritti degli immigrati e dei lavoratori, di volere la castrazione chimica per i pedofili, di scacciare i vagabondi e i rom, di essere razzista e fascista.
Insomma tutto un programma che fa a pugni con le intenzioni da anima bella di Andrè Glucksmann, il quale si trova costretto a sdoganare il suo Presidente del Cuore dal cesso nel quale si sta rinchiudendo. Perchè allora non iniziare dal Sessantotto ? Di qui l'ultimo libro del metrapanzè.
Ma che c'entrano i bambini ?
(continua)


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28 maggio 2008

Perchè non si può sorridere ad un bambino votando Sarkozy (parte seconda) ?

Glucksmann (come il suo alterego) è un radicale (con un passato da militante maoista ma gli analoghi italiani funzionano a suo sfavore) e come tutti i radicali promuove in maniera fondamentalista una battaglia per i diritti civili in diversi paesi del mondo illudendosi che essa possa essere fatta a prescindere dai rapporti di produzione. Anzi, ed in ciò consiste l'essere un'anima nera, egli contrappone frontalmente la battaglia per la rivoluzione degli attuali rapporti di produzione a quella per i diritti civili, mettendo Marx nel calderone delle ideologie e dei totalitarismi.
Partendo da questi presupposti, Glucksmann ha deciso di fare una battaglia per i diritti civili funzionale alla politica di guerra degli Stati Uniti, denunciando in maniera insistente solo le violazioni dei diritti civili stessi nei paesi invisi a Washington (Russia, il fondamentalismo islamico, la Serbia, l'Iraq) e appoggiando le ultime guerre Usa.



Il senescente Glucksmann con una parrucca metallizzata gentilmente prestata da Vittorio Sgarbi


Ovviamente questo porta a contraddizioni in continua crescita (che avrà detto Glucksmann di fronte a Guantanamo, ad Abu Ghraib, al bombardamento indiscriminato della popolazione civile, ai territori palestinesi occupati ?) fino al sostegno (a chi un tempo aveva definito la Francia una dittatura fascista) del poliziotto Sarkozy, in nome di una Francia del cuore (un misto tra Pascal e le partite di calcio di beneficenza).  Ma cosa è simbolicamente Sarkozy per provocare il conflitto all'interno di un'anima nera, di un magliaro della cultura come Glucksmann, dopo che questi ha sposato la causa di uno come Bush che i diritti non sa nemmeno dove stiano di casa ?


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