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Quelli che la crisi l'avevano prevista

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Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

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14 novembre 2009

Riccardo Realfonzo sul taglio dell'Irap

 Dall'altro lato del governo la politica proposta è delle più insulse. I ministri confindustriali chiedono infatti di allentare il rigore di bilancio nella maniera peggiore possibile: quella del taglio alle imposte che gravano sulle imprese e in generale della contrazione dei costi di produzione. Come se non fosse ormai dimostrato che il taglio del cuneo fiscale è stata, tra tutte, la più inutile e deleteria azione dell'ultimo governo Prodi.



Inutile dire che il Paese avrebbe bisogno di ben altro. Non serve vendere illusioni o proteggere i più ricchi dalla crisi. Servirebbe piuttosto una politica espansiva fondata sul sostegno dei redditi da lavoro tramite una politica fiscale nuovamente progressiva, e sul sostegno della occupazione attraverso investimenti pubblici ecologicamente sostenibili nelle infrastrutture materiali e immateriali.



Fonte : http://www.riccardorealfonzo.com/


3 giugno 2008

Le balle di Scajola

 

Non credo che Scajola non sappia che sta raccontando un sacco di balle per giustificare la «storica» decisione di abbattere il «tabù del nucleare» nel nostro paese per portarlo finalmente (!) al livello tecnologico e produttivo dei paesi più avanzati dell'Occidente. Sa benissimo in primo luogo che, proprio in questi paesi (Stati uniti e Europa) di centrali nucleari non se ne costruiscono più dagli anni Settanta (la Finlandia ne ha una in costruzione che ha già sforato il costo previsto del 35 per cento) perché costano troppo e dunque sa che non è vero che l'energia prodotta in questo modo costa meno di quella proveniente da altre fonti.
In secondo luogo Scajola sa benissimo che gioca sulle parole quando parla, per tranquillizzare l'opinione pubblica sui problemi della sicurezza e delle scorie, di centrali «dell'ultima generazione» da iniziare a realizzare entro cinque anni, facendo surrettiziamente pensare che si tratterà di centrali all'avanguardia su queste questioni. In realtà, si tratta delle centrali di «terza generazione» disponibili oggi, che non contengono nessun sostanziale passo avanti avanti in termini di sicurezza e di quantità e qualità di scorie prodotte rispetto a quelle che oggi l'Europa sta già in parte smantellando, mentre quelle di «quarta generazione» che dovrebbero incorporare importanti innovazioni su queste questioni dovrebbero essere disponibili soltanto e forse, fra 25 anni.
Infine Scajola sa benissimo che il contributo dell'energia nucleare alla riduzione dell'emissione di CO2 in tutto il mondo andrà addirittura diminuendo nel futuro. E in particolare che quello che potrebbero fornire le centrali nucleari da realizzare in Italia - dato e non concesso che tutti i problemi di individuazione dei siti, di realizzazione di misure di sicurezza e di stoccaggio delle scorie possano essere risolti a colpi di bacchetta magica - sarebbe assolutamente irrisoria.
Non è un caso che l'Europa (con l'obiettivo del 20 per cento di solare e di eolico nel 2020) escluda il nucleare come possibile contributo.
E, proprio su questo tema, Scajola sa benissimo che gli investimenti in centrali nucleari faranno abortire miseramente ogni speranza di raggiungere l'obiettivo europeo, ostacolando il decollo dell'industria del nostro paese nelle tecnologie energetiche dell'avvenire: il solare, l'eolico e soprattutto il risparmio energetico. Perderemo dunque la speranza non dico di competere, ma di rincorrere la Germania, che è all'avanguardia per il solare (ma non eravamo noi il «paese del sole»?) e la Spagna che è in testa alla classifica nello sviluppo dell'eolico. Perderemo soprattutto anche questa occasione per sostituire il miraggio, peraltro anacronistico, di uno sviluppo industriale fondato sul modello novecentesco dell'industria pesante e centralizzata con uno sviluppo economico centrato sulle tecnologie «morbide» e sulla soft economy diffusa sul territorio.
Bisogna dunque domandarsi che cosa c'è dietro questo colossale battage pubblicitario che improvvisamente esplode, coinvolgendo la politica (con preoccupanti contributi anche dell'opposizione), il mondo della produzione con in testa la nuova Confindustria della Marcegaglia, e, naturalmente, il coro pressoché unanime dei media.
Non sono un esperto delle multidecennali faccende più o meno pulite dei protagonisti del capitalismo nostrano, che si è sempre ingrassato mettendo le mani - per usare uno slogan spudoratamente usato da uno dei maggiori esperti in materia - nelle tasche dei cittadini, ma non posso non rilevare collegamenti impressionanti tra questa operazione e alcuni episodi clamorosi di promesse mancate, di incompetenze clamorose, di colossali appropriazioni indebite di denaro pubblico.
Il ruolo dell'Impregilo, nello scandalo della «monnezza» in Campania ne è un recente esempio paradigmatico, ma i precedenti di imprese del genere sono numerosi. Non sarà che anche in questo caso tutto si ridurrà a un altro progetto faraonico (una strana coincidenza con il rilancio del ponte sullo Stretto di Messina) finalizzato soltanto a far intascare miliardi di euro ai soliti noti (e ai loro amici)?

Marcello Cini


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2 giugno 2008

Ma il nucleare conviene ?

 

Ministri, politici e Confindustria ripetono che dall'energia nucleare si può trarre energia abbondante, tanto da liberarci dalla schiavitù del petrolio e del gas, energia pulita, tanto da contrastare l'incubo del cambiamento climatico, energia a prezzi ben più limitati, tanto da ridar fiato alla nostra stanca economia.
Tutto ciò è una favola, non ha alcun fondamento scientifico razionale: non poco o tanto discutibile, semplicemente inesistente. Tanto che sorge una domanda ingenua: è possibile che ministri, politici e industriali possano proclamare tante assurdità senza che un tecnico amico gli suggerisca qualche dato?
Basterebbe guardare gli altri paesi nucleari: forniscono un quadro di crisi dell'energia nucleare, documentata dai rapporti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) e, in particolare, dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) delle Nazioni Unite.
L'energia nucleare abbondante. Di che parliamo? Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001 ce n'era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all'uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, ma attraverso il processo di cattura di un neutrone, si puo trasformare in plutonio, materiale fissile, anzi ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione. La Francia, che aveva perseguito con decisione questa strada, l'ha abbandonata col venir meno dell'urgenza strategica della force de frappe.
La questione delle scorie radioattive provenienti dalla fabbricazione e dall'impiego del combustibile nucleare. Solo per l'Italia, con il suo modesto passato nucleare, si tratta di un centinaio di migliaia di metri cubi, da sistemare in modo che non vengano più a contatto - per «ere» intere - con l'ambiente, la falda idrica, tutti noi. Oggi non c'è soluzione. Si era fatto molto affidamento - anche per Scanzano - sulle strutture geologiche saline, fidando sul carattere idrorepellente: l'acqua è un temibile avversario per la sua capacità di fessurazione di qualsiasi contenitore e conseguente messa in circolazione dei materiali radioattivi. La fiducia è crollata qualche anno fa, quando, nel corso della messa a punto del deposito Wipp del New Mexico, l'acqua ha fatto irruzione là dove non ci si sarebbe aspettati di trovarla e, inoltre, si è anche ipotizzata la possibile circolazione d'acqua a causa dell'insediamento di materiali ad alta temperatura (a causa della loro radioattività) con conseguente alterazione delle condizioni di stabilità geologica. Oggi si spera nelle rocce argillose e la Francia indirizza a queste strutture geologiche la sua ricerca.
Ma allora quanto costa il kilowattora, in una situazione nella quale il ciclo del combustibile nucleare è tutt'ora materia di ricerca fondamentale?
E si torna alla complessità di una tecnologia che ripropone il problema della radioattività, l'insoluta sfida che conosciamo dal 1896, con la scoperta di Becquerel. E' questo in definitiva il fattore che ha fatto lievitare il costo dell'energia prodotta, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.
Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tutt'ora il danno sanitario da riadioazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c'è rischio: dosi comunque piccole - questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti - possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico. Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.
Nasce da tutto questo il progressivo abbandono del nucleare civile, che dal 1978 diviene totale per gli Usa e all'inizio degli anni '90 per tutti i paesi Ocse (con la sola eccezione del Giappone), Francia compresa. Di qui il consorzio di ricerca guidato dagli Stati Uniti, Generation IV, che proclama la messa a punto di un reattore che si vorrebbe più sicuro, che usi con maggior efficienza l'uranio, non proliferante e che dovrebbe costare di meno. Il prototipo non è atteso prima del 2025, ma il premio Nobel Carlo Rubbia giudica già insufficiente il programma.
In questo quadro è incredibile parlare di energia pulita e poco costosa: il Department of Energy situa a 0,06 euro il prevedibile costo del kWh al 2010 e vien da sorridere se si pensa al costo del vento e alla sua formidabile espansione, altro che nucleare, su scala mondiale.
Certo, le imprese elettromeccaniche devono pur lavorare e forniscono impianti per esempio a Cina e India, ma continuano a non piazzarli in casa: solo gli enormi incentivi del provvedimento di Bush fanno dire alla Exelon, una delle principali elettriche Usa, che, in virtù di quegli incentivi, partiranno un paio di impianti entro il decennio, ancora di terza generazione, come di terza generazione è quello che si annuncia in Francia in mancanza di meglio.
È questo che ci propongono Governo, politici e industriali? Attendiamo chiarimenti.

(Gianni Mattioli-Massimo Scalia)


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1 giugno 2008

Centrali nucleari

 Il ministro Scajola fa anche un altro errore quando sostiene che le centrali nucleari sono «sicure e competitive».
Sicure? Nessuno dei problemi che spinsero gli italiani a bocciare il nucleare 20 anni fa è stato risolto: non il rischio d'incidenti, non lo smaltimento in sicurezza delle scorie, non lo smantellamento degli impianti in disuso, né la loro protezione da eventuali attacchi terroristici. La storia del nucleare è costellata da una lunga lista di gravi incidenti, da quello di Three Mile Island nel 1979 negli Usa a quello di Mihama nel 2004 in Giappone. In Europa, dopo la catastrofe di Cernobyl, a Temelin nella Repubblica Ceca negli scorsi anni si è verificata una serie di incidenti che hanno messo in allarme la vicina Austria. Per non parlare delle scorie. Si calcola che 250mila tonnellate di rifiuti radioattivi nel mondo siano in attesa di stoccaggio. Esistono circa 80 depositi «provvisori» nel mondo, ma non ancora un sito di stoccaggio definitivo. C'è poi lo smantellamento delle centrali una volta spente, processo delicato e oneroso, che comporta rischi altissimi per la sicurezza.
Competitive? Sarebbe corretto considerare nel costo tutto il ciclo, dalla progettazione allo smaltimento delle scorie e delle centrali. Negli Usa, dove i produttori sono tutti privati, non si mette in cantiere un impianto dalla fine degli anni 70 e oggi, nel mondo, solo la Finlandia sta costruendo un nuovo reattore, che ha già visto decollare i costi del 35%. Inoltre, la Energy Information Administration degli Stati uniti afferma che l'elettricità proveniente da una nuova centrale nucleare è più costosa del 15% rispetto a quella prodotta per il gas naturale e nel computo economico non sono considerati né i costi di smaltimento delle scorie né lo smantellamento dell'impianto alla fine del ciclo vita. Non è un caso che l'Aiea calcola che il contributo dell'atomo al fabbisogno mondiale di energia scenderà dal 15% al 13% entro il 2030.
 
(Vittorio Cogliati Dezza)

La produzione di energia elettrica tramite fissione nucleare costa tanto. Anche se i fautori del nucleare mettono l'accento sui bassissimi costi operativi, a questi, vanno però aggiunti gli esorbitanti costi di costruzione, di smantellamento e di gestione delle scorie radioattive. Senza contare gli «altri costi» non quantificabili, come quelli ambientali ed energetici.
Infatti una centrale nucleare difficilmente può entrare in funzione prima di dieci anni, e nel frattempo di energia, invece che produrne, ne consuma. Se il «piano Scajola» andrà in porto, quindi, di benefici per l'Italia, se di benefici si potrà parlare, se ne vedranno a partire dagli anni venti del Duemila. Nel frattempo, si continuerà a subire le bizzarrie del mercato petrolifero, con l'incognita assoluta sul prezzo che avrà l'uranio allora. Una centrale ha anche bisogno, per funzionare, di considerevoli quantitativi d'acqua, e di questi tempi non è cosa da poco. La scelta del luogo di costruzione poi, soprattutto in Italia, pone forti interrogativi, specie in tempi di «arresto per chi protesta». Dubbi anche sul rispetto della democraticità nello smaltimento delle scorie radioattive, in particolare dopo l'imposizione del segreto di stato su tutto ciò che riguarda il nucleare, tra gli ultimi atti del governo Prodi.
Ma anche escludendo questi costi da «esternalità», la situazione non è affatto così rosea per il nucleare, soprattutto dal punto di vista economico. Per costruire un reattore da mille megawatt, secondo un calcolo del Mit (Massachussets Institute of Technology), servivano nel 2003 circa due miliardi di dollari. Greenpeace cita il Doe, ministero per l'energia statunitense, che stima i costi di produzione dell'energia nucleare, con nuovi impianti, in 6,33 centesimi di dollari per ogni chilowatt (kwh). Produrre con il carbone ne costa 5,61, mentre con il gas, che è il metodo più economico, ne costa 5,52. L'eolico, ancora inefficiente, costa più del nucleare: 6,8 centesimi al kwh. A questi costi per la fissione tuttavia, va aggiunto un sussidio governativo di 1,8 centesimi/kwh, innalzando il costo di produzione «reale» a più di 8 centesimi complessivi. Inoltre, va anche sommato il necessario per lo smantellamento, o decommissioning della centrale, cifra difficilmente quantificabile a priori, ma di certo significativa. Il costo oscillerebbe dai 500 milioni ai 2,6 miliardi di dollari per i reattori più sofisticati: praticamente quanto il costo di costruzione di una centrale nuova di zecca.
Insomma, sembra chiarissimo il motivo per cui di centrali nucleari, al mondo, se ne costruiscono davvero poche: conti della serva alla mano, non conviene, anche in tempi di petrolio alle stelle. Su oltre 358 mila Mwe (Megawatt electric) di capacità complessiva mondiale, le nuove centrali in costruzione aggiungerebbero solo 18 mila Mwe. Ottomila di questi vengono però da Cina, India e Corea del Sud, «tigri» asiatiche affamatissime di energia. Gli Stati uniti hanno in costruzione solamente mille megawatt, contro i 100 mila attualmente in esercizio.



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