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27 settembre 2010

Rosier : la crisi nasce da nuove lotte sociali

L’ordine produttivo affermatosi nel corso del lungo periodo di espansione successivo alla seconda guerra mondiale si basa su di un modo di accumulazione che si regge su di un sistema di oligopoli stabilizzati a livello nazionale, costituiti da imprese e gruppi industriali e finanziari giganti incamminati sulla via della multi nazionalizzazione e praticanti il fordismo. Quanto alle industrie motrici del periodo (chimiche, elettroniche, aereonautiche, automobilistiche), campi di attività delle imprese suddette, esse sono scaturite a loro volta dagli sconvolgimenti della grande crisi e della seconda guerra mondiale che fu un fantastico laboratorio tecnologico. Su questa base tecnica le grandi imprese danno forma ad un determinato tipo di sviluppo fortemente caratterizzato in senso sociale tanto dal punto di vista delle modalità della produzione che da quelle del consumo e dell’utilizzazione dello spazio (concentrazione urbana, esodo rurale). La loro attività si iscrive in una divisione specifica del lavoro su scala mondiale tra il centro industrializzato dell’economia-mondo e la sua periferia sottosviluppata. Infine, l’insieme del sistema si presenta fortemente regolato tanto dalle strutture economiche quanto dalle politiche economiche che abbiamo descritto. Ma la sua operatività dipende da un determinato equilibrio tecnologico (intorno ad un determinato paradigma tecnico-economico nel senso di Freeman), da un determinato equilibrio economico (oligopoli stabilizzati nel senso di Baran e Sweezy, oppure fordismo nel senso di Aglietta) e soprattutto da un determinato equilibrio sociale (patto tra capitale e lavoro nel senso di Bowles, Gordon e Weisskopf). Tutti questi equilibri devono contenere ed imbrigliare le innovazioni e soprattutto quelle de stabilizzatrici nei limiti di ciò che è socialmente tollerabile. La crisi degli anni ’70 è interpretabile come una nuova depressione lunga che sopravviene dopo un periodo di espansione durato più di 25 anni. Ed è proprio il successo dell’accumulazione del capitale nel corso di questo periodo che produce l’emergere di nuove contraddizioni che finiscono per avere ragione dell’ordine produttivo esistente in quel momento (processo dialettico) : una sensibile riduzione della profittabilità del capitale ne è il segno annunciatore.

È il modo di accumulazione del capitale a trovarsi minato da un fascio convergente di fenomeni. L’ascesa a partire dal 1966-1969 di lotte sociali originali che prendono di mira le forme stesse del lavoro industriale (organizzazione fordista) apre una vera e propria crisi del lavoro. Ora quest’ultima, dopo una lunga tregua scaturita dal compromesso storico del New Deal mette di nuovo in piena luce quest’aspetto della contraddizione del rapporto di lavoro salariale. Nello stesso tempo essa viene a costituire, attraverso la flessione degli incrementi di produttività e gli aumenti salariali che comporta, uno dei fattori fondamentali che concorrono a deprimere la profittabilità del capitale. Gli effetti di questi fenomeni si trovano rafforzati dai limiti posti all’espansione delle attività capitalistiche da una parte dall’espansione delle attività non lucrative (salute, istruzione, edilizia popolare) e dunque anche dei lavoratori improduttivi e dall’altra parte l’espansione dei servizi nel consumo delle famiglie, laddove i servizi sono prodotti mediante procedimenti dotati di incrementi di produttività inferiori alla media. Ne risulta una forte espansione dei costi socializzati della crescita ed un deciso spostamento della domanda verso consumi collettivi il cui costo relativo tende ad aumentare.

 

 

Ben più di un esaurimento di un regime di accumulazione su basi sostanzialmente tecniche o di limiti incontrati dall’espansione delle attività produttive su basi economiche, si tratta dell’aumento di contraddizioni nuove su base sociale : la modificazione graduale del rapporto di forza a favore dei salariati nel corso degli anni ’60 destabilizza l’equilibrio sociale sul quale si regge l’ordine produttivo di allora. Questo fenomeno costituisce un primo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga e presenta il vantaggio di integrare differenti elementi esplicativi correttamente enunciati da una serie di autori. Tali elementi ne costituiscono al tempo stesso una manifestazione ed un effetto : la crisi del lavoro ed il crollo del patto tra capitale del lavoro, una tendenza allo spostamento a vantaggio dei salariati del tasso di ripartizione tra profitto e salari e l’aumento dei costi collettivi socializzati della crescita. Questi due ultimi fenomeni sono il frutto della pressione efficace dei salariati. L’insieme concorre a spiegare il fenomeno direttamente osservabile, e cioè la pericolosa caduta della redditività del capitale.

 


7 marzo 2009

Pasquale Voza :E dagli giù al Sessantotto, così hanno normalizzato l'Italia

 Una delle vie possibili di lettura critica di quello che nel dibattito politologico e culturale è stato chiamato il "caso italiano" (genesi, sviluppo, crisi e sua lunga, non ancora del tutto consumata, normalizzazione) può essere costituita senza dubbio, dalla interrogazione e dall'analisi della formidabile, mai intermessa, durata interpretativa del Sessantotto.
A ben guardare, l'insieme delle interpretazioni del Sessantotto italiano (o, meglio, del biennio '68-69) che, all'incirca dai primi anni Ottanta del secolo scorso, hanno tenuto il campo nell'opinione pubblica e nel senso comune, si può ricondurre sostanzialmente, pur in una grande varietà di articolazioni, a due filoni principali. L'uno ha teso a far risalire al movimento del Sessantotto, e ai processi da esso innescati, la genesi di un progressivo impazzimento estremistico-corporativo della società italiana lungo il corso degli anni Settanta e oltre. Si pensi al ricorrente accostamento Sessantotto-anni di piombo, o, per altro verso, persino alle metafore del Fellini di Prova d'orchestra, che alludevano al "disordine" assembleare, senza regole e anti-autoritario, di una troppo concitata "democrazia".
L'altro filone, in una sorta di sistemazione insieme apologetica e riduttiva, di storicismo sdrammatizzante, ha visto nel Sessantotto un fattore o un veicolo della modernizzazione in atto (nel campo delle istituzioni culturali e formative, del costume, dei rapporti familiari, del linguaggio ecc.). 



Ora, se si guarda all'oggi più stringente, e in particolare alla ricorrenza del quarantennale, si può constatare la presenza sempre più pervasiva di un peculiare, acuto interesse "revisionistico", di vario segno, nei confronti del problema del Sessantotto. Del resto, sul piano del senso comune (anche in riferimento alle coscienze giovanili) la cultura diffusa del revisionismo, più in generale, ha teso ad imporre un Novecento seccamente "liberato" della sua reale complessità storica e ridotto ad una sorta di bene culturale e spirituale di cui fruire in un consumo inerte e pacificato: un consumo riconducibile ad una nuova forma di "americanismo", da intendersi come terreno esemplare di caduta secca di ogni rapporto critico col passato e col presente, e con le forme culturali e ideologiche dell'uno e dell'altro. In questo ambito, le aberrazioni anti-conoscitive e profondamente corruttive si sono andate ampiamente sprecando. Si pensi, ad esempio, alla nozione di totalitarismo, proposta come mistificante, generico e qualunquistico, canone di lettura del «secolo breve», e alla pratica del conteggio, da rissa al Bar dello sport, dei morti di un totalitarismo rispetto ad un altro: esempio questo della degradazione populistico-plebiscitaria di una importante, ancorché discutibile, categoria di ordine etico-culturale e storiografico (quale quella, appunto, di totalitarismo).
Rovesciare il '68 è il titolo di un recente volume di Marcello Veneziani, che si può assumere come emblematico di questo revisionismo "selvaggio", spiccio e perentorio. In una prosetta vagamente aforistica e laboriosamente spiritosa, del tutto priva della vera, grande forza dell'ironia, l'Autore si adopera ad illustrare la sua "tesi" di fondo, secondo cui il Sessantotto non è stato un «evento», bensì «un virus con effetti ancora attivi»: uno, tra i principali, di questi effetti viene indicato in una sorta di «intolleranza permissiva». Citando e semplificando fino all'estremo Del Noce e Pasolini, l'Autore attribuisce al Sessantotto il ruolo di promotore del «passaggio della borghesia dal vecchio universo cristiano-famigliare e nazionale a una neoborghesia spregiudicata e sradicata, priva di valori e pudori, irridente alla morale».
C'è chi ha constatato che «la caricatura di un Sesssantotto opera di figli di papà un po' tonti e un po' fanatici furoreggia ancora», e si è chiesto «perché - quarant'anni dopo! - sopravviva un tale bisogno di riscossa, un'ansia demolitoria, nei confronti di un movimento talmente lontano nel tempo» (Gad Lerner). La risposta va cercata all'interno di quell'acuirsi recente del furor revisionistico di cui parlavo: è qui che si collocano innanzitutto i vari tentativi in corso di mettere mano alla Costituzione, e alla forma-Stato ad essa connessa, attraverso l'attacco diretto o indiretto al valore dell'antifascismo come storico valore fondativo; ed è qui che si collocano anche, in questa fase "estremistica" della lunga transizione italiana, i bisogni di liquidare, di mettere in caricatura, di rendere invisibile la critica "inaudita" capillarmente portata dal Sessantotto alle strutturazioni egemoniche della forma-capitale. In un certo senso, si tratta dell'esigenza diffusa, ora indistinta ora consapevole, di sancire, di fissare una formidabile rivincita dell'esistente come base di un processo definitivo, se pure ancora laborioso, di normalizzazione del "caso" italiano.
Tale acuto furor revisionistico assume ed esaspera l'idea di un'onda lunga e nefasta del Sessantotto nella storia italiana. D'altro canto, uno dei problemi più complessi legati al Sessantotto, alla sua radicalità pervasiva, è proprio quello della sua cosiddetta durata. Per quanto concerne quello che viene indicato come il progressivo impazzimento estremistico-corporativo della società italiana, ivi compreso l'esito degli "anni di piombo", ebbene si deve dire che non dal Sessantotto, bensì dalla sua morte, e insieme dalla formidabile "strategia della tensione" posta in essere (si pensi, in primis, alla strage di Piazza Fontana), si produsse quell'abnorme e violenta esasperazione dell'autonomia del politico, che caratterizzò il fenomeno della lotta armata e del "brigatismo". L'«attacco al cuore dello Stato» era radicalmente fuori della ri-definizione della politica elaborata e perseguita dal Sessantotto, che riproponeva in forme inedite, nel tempo della modernizzazione neo-capitalistica, il problema integrale della egemonia, che non a caso poteva essere nominato anche come il problema della «irruzione della lotta politica nella vita quotidiana».
Si possono connettere con tutto questo, sia pure attraverso una serie complessa di mediazioni, le questioni legate a ciò che, qualche tempo fa, Zygmunt Bauman ha chiamato la «decadenza degli intellettuali». Egli ha messo l'accento sul passaggio dalla figura dell'intellettuale «legislatore» a quella dell'intellettuale «interprete», dagli anni del secondo dopoguerra agli anni Settanta, allo crisi dello Stato sociale: vale a dire, il passaggio da chi, in chiave universalistica, si riconosceva nella funzione di elaboratore di idee di promozione e di direzione di un ordine sociale "progressivo", a chi, abbandonate o dismesse le ambizioni universalistiche, mette le proprie competenze professionali al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani e plurali, in un mix di specialismo corporativo e di cultura-spettacolo.
Naturalmente, non si tratta solo di decadenza degli intellettuali, ma si tratta anche, e soprattutto, di processi di riclassificazione dei saperi negli ambiti interagenti della tecnica e del mercato, e di loro incorporazione nella macchina, entro una tendenziale, e pur ricca di contraddizioni, dilatazione "totalitaria" del capitalismo post-fordista. Ma proprio qui si pone con forza, in maniera acuta e drammatica, contro ogni forma di spontaneismo (dal vecchio e nuovo operaismo a ogni eccedenza antagonistica già data, che sia moltitudine o nuovo, diffuso general intellect ), ebbene si pone con forza il problema della soggettivazione, della costituzione politica dei soggetti dell'antagonismo e del conflitto, e quindi, detto altrimenti, il problema della riattivazione diffusiva di un pensiero critico, a partire dall'interno delle istituzioni culturali e formative (e il movimento dell'Onda anomala tende ad opporsi, appunto, ai processi di normalizzazione-passivizzazione in atto e di privatizzazione del sapere). Anche per quanto riguarda il cosiddetto lavoro immateriale e cognitivo, andrebbe messa in discussione l'idea, comunque declinata, di una sua "autonomia": l'idea secondo cui la nuova intellettualità di massa, in quanto lavoro "complesso", nutrito di competenze linguistico-cognitive, genericamente umane, andrebbe considerata come irriducibile a lavoro «semplice» (Virno). Ma ciò che non è tenuto in debito conto è che quelle competenze linguistico-cognitive sono pur sempre segnate dal comando, non neutro, della macchina informatica e che questo comporta una forma di subordinazione inedita del lavoro immateriale. Qui, piuttosto, si apre un terreno di lotta teorica e politica finora pressoché insospettato, che investe anche quella che è stata chiamata l'industria di senso (l'industria dei media).
Infine, solo un accenno ad un ultimo punto essenziale. Oggi, nel tempo di inediti, sconvolgenti processi di frammentazione-passivizzazione, di "colonizzazione" della vita, riattivazione del pensiero critico e centralità politica del problema della soggettivazione, del divenire soggetti, fanno tutt'uno. Qui il riferimento alla riflessione più lucida e drammatica del pensiero bio-politico (da Foucault ad Agamben) è assai utile: nel senso che ogni tentativo di ripensare la forma politica, lo spazio politico dovrebbe partire dalla consapevolezza che è venuta meno la distinzione classica tra zoè e bìos , fra nuda vita materiale ed esistenza politica, tra il nostro corpo biologico e il nostro corpo politico (Agamben). L'assunzione di questo punto costituirebbe uno strumento formidabile per una nuova critica pratica dei nessi sapere-potere e per la costruzione di quello che Gramsci chiamava un nuovo senso comune.


7 marzo 2009

Luigi Vinci : i grandi meriti del Pci, un partito democratico

 

Ho trovato sorprendente l'intervento con il quale Franco Russo descrive il Pci come forza sostanzialmente di normalizzazione del conflitto sociale, e trovo molto ragionevole l'invito di Alberto Burgio a evitare le analisi a metà e aprioristiche dei complicati fenomeni storici. Ancora, credo che Paolo Ferrero abbia ragione a sottolineare come in Italia l'abbandono dell'appartenenza alla sinistra comunista sia stato, dalla Bolognina a Nichi Vendola, la foglia di fico ideologica del passaggio verso posizioni subalterne. L'unica cosa su cui concordo con Franco, forse, è che con l'enfasi retorica sull'appartenenza al comunismo non si risolve nessuno dei nostri non facili problemi di rilancio di consenso e di più ampio radicamento sociale. I bravi comunisti si caratterizzano per essere concreti. Inoltre ravviso, nelle risposte all'intervento di Franco, il pericolo di torcere il bastone dall'altra parte, ovvero di sottovalutare la necessità di una ricerca non minimalista orientata alla rifondazione culturale e strategica del comunismo, ragionando sia su errori e fallimenti storici che sulle questioni della contemporaneità.
Le ragioni della trasformazione a larga maggioranza del Pci in Pds e poi Ds sono state, intuitivamente, di lunga lena e complesse, e purtroppo manca a tuttora un'interpretazione che le tenga assieme. Provo a esporre alcune ipotesi (senza nessuna pretesa di completezza e neanche di rigore).



Intanto occorrerebbe ragionare sul complesso dei fattori che fecero del Pci un partito di grandi dimensioni, di larghissima influenza sociale e di forte egemonia su gran parte della cultura italiana. Sono stati molto menzionati in passato gli orientamenti unitari e democratici adottati nella lotta al fascismo, successivamente il ruolo avuto nella tenuta e nel consolidamento della democrazia e, anche attraverso l'azione della Cgil, il contributo alla crescita delle condizioni materiali delle classi popolari, sul terreno dei salari e su quello dello "stato sociale". Sono stati invece trascurati il fondamento teorico di queste scelte e cioè la riflessione teorica di Antonio Gramsci e la consuetudine a questa riflessione da parte di Palmiro Togliatti. A Gramsci è sempre stato riservato, nel grosso della sinistra italiana, un ruolo bizzarramente contraddittorio: di essere posto tra le proprie icone fondamentali e di essere ignorato, salvo che da figure di intellettuali e da pochi dirigenti di partito. Affermerei dunque come, nonostante l'appartenenza a un campo di forze stalinista (marxista-leninista") e il ruolo dominante dello stalinismo nella formazione di militanti e quadri, il Pci debba proprio a Togliatti, e con Togliatti a Gramsci, quelle posizioni che ne fecero un partito capace a lungo di grandi risultati democratici e sociali. Certo Togliatti non fu un gramsciano "puro", mediò invece, anche con convinzione, la riflessione di Gramsci allo stalinismo. Ma non è possibile ignorare le nozioni gramsciane di "egemonia", "blocco storico", "guerra di posizione" nell'individuazione delle basi teoriche delle posizioni del Pci nella Resistenza, alla Costituente e in fatto di "partito di tipo nuovo" di massa e aperto ai "ceti medi".
Occorrerebbe poi ragionare sul fallimento, invece, di quella che a me pare essere stata la fondamentale ipotesi strategica di Togliatti in fatto di sblocco della situazione italiana, vincolata all'appartenenza al campo di egemonia degli Stati Uniti. Opportunamente all'Italia Togliatti aveva evitato di fare la fine della Grecia: essa però non era entrata nel migliore dei mondi possibili. Togliatti pensava che la situazione italiana sarebbe stata sbloccata dall'espansione del "campo socialista" e, in esso, dell'Unione Sovietica. Questo campo si sarebbe via via rafforzato economicamente, politicamente e militarmente, il tenore di vita delle sue popolazioni sarebbe cresciuto sino a superare quello delle popolazioni occidentali: ciò che avrebbe messo in discussione gli equilibri dell'Europa occidentale. In realtà accadrà esattamente il contrario. La rivolta popolare nel 1956 in Ungheria e in Polonia già scosse molte certezze, soprattutto esse lo saranno dalla "primavera" cecoslovacca del 1968. E il Pci si troverà così, nell'insieme, senza una prospettiva strategica di ricambio. Certo, c'era Gramsci come possibilità: ma, come ho scritto, era soprattutto un'icona, la cultura di fondo dei quadri era un superficiale marxismo-leninismo. Si aprirà perciò una crisi dentro alla quale chi aveva l'idea di riqualificare il senso dell'appartenenza comunista si sarebbe trovato in minoranza dinanzi al grosso dei quadri di partito. Toccherà anche a Enrico Berlinguer, mi pare, di trovarsi in questa situazione.
Occorrerebbe infine ragionare sugli effetti di una tale crisi di prospettiva strategica e, a monte, della crisi verticale, che poi diverrà crollo, del "campo socialista" sugli animi e sui modi di pensare di quella grande massa di quadri che, grazie ai risultati democratici e alla grande influenza sociale del Pci, erano diventati tranquilli e stabili funzionari di partito, dei sindacati e delle "organizzazioni di massa", sindaci, presidenti di province, amministratori, consiglieri, funzionari di comuni, province e gruppi consiliari. Non mi pare così strano che, in molte vie poco consapevoli, attraverso "passaggi molecolari" (sempre Gramsci) spesso intrecciati a nuovismi confusionari, essi in gran parte si siano alla fine trovati a subire l'egemonia avversaria, sino all'introiezione, a un certo momento, del liberismo, divenuto dominante in tutto l'Occidente.


16 gennaio 2009

Hotsessanthot.... (la storia vista Dal Basso...)

Una bella bimba si fa le tette al silicone stile anni Ottanta e nascono un sacco di gruppi su Facebook.



E' il caso di dire che il privato è politico : ora anche le pippe si fanno tutti quanti insieme...


27 maggio 2008

Perchè non si può sorridere ad un bambino votando Sarkozy (parte prima) ?

Questo si chiede il blogger KK, ossessionato dai girotondini, dagli ecologisti e dai socialisti umanitari, e citando un passo dell'ultimo libro di Andrè Glucksmann, anima nera con Bernard-Henri Levy del radicalismo europeo.
Ovviamente questa domanda è posta retoricamente per concludere come sia degenerata la cultura della sinistra europea, la quale avrebbe abdicato al monumento marxiano, per abbracciare una sorta di esistenzialismo vacuo e solipsista.



Eppure la domanda andrebbe presa sul serio, come pure andrebbe presa sul serio la questione del perchè quell'anima nera di Glucksmann voglia fare il simpatico e spiegare il Sessantotto a Nicolas Sarkozy.
Qual è l'esigenza di Glucksmann ? Quale il suo fine ?


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permalink | inviato da pensatoio il 27/5/2008 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 marzo 2008

Dal 1968 : un monarca per favore

 

Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata.
Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea» astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento.
Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta «facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente «premio di maggioranza», decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi della politica», producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la «pericolosità sociale» come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata «la transizione italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.

(Rossana Rossanda)


29 febbraio 2008

Il Sessantotto secondo Augusto Illuminati

 Oltre questi paradossi, è questo il punto in cui esplode il genio ironico di Illuminati: egli andrà ad analizzare, per restituircelo, «il lato oscuro» della forza del '68, quello cioè che è impossibile recuperare da parte dei reazionari. Il lato oscuro: che cosa significa allora? Il lato selvaggio, la potenza di quell'esperienza: quegli anni non vanno misurati in termini di realizzazione storica ma piuttosto in termini di esodo dall'assetto politico che l'Italia aveva trovato dopo la caduta del fascismo. Che cosa significò allora esodo? «Immaginare il comunismo come esperienza presente più che progetto per tappe o bel sogno futuro può condurre a disastri o coprire peregrine velleità esistenziali, ma testimonia altresì in forma intensa la potenza cooperativa consapevole in cui la singolarità si reindividua socialmente in una crisi sistemica. Spinoza ce ne aveva già parlato con il termine equivalente di eternità».

Una vicenda inconclusa? Certamente, se si guarda alla crisi del sistema politico, ci dice Illuminati. Due generazioni tolte di mezzo, ideologie pietrificate, corruzione al posto dell'innovazione: ecco gli effetti perversi del tentativo reazionario di cancellare l'anomalia italiana. E se si guarda poi al progetto ed alla speranza di emancipazione, «qui l'inconcluso del '77 coincide con l'oscura sensazione che il comunismo non sia un concetto andato a male, che insomma nos aeternos esse». Grazie: così si capisce infine che cosa sia l'oscuro lato della forza. È quello che anche il mio bisnonno forse voleva esprimere.

(Toni Negri)


29 febbraio 2008

Il Sessantotto secondo Marco Revelli

 

Valle Giulia. Era il primo marzo del 1968. La rivolta degli studenti arrivava per la prima volta sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Per la verità il Sessantotto italiano era incominciato qualche mese prima, già dalla fine del '67, quando erano state occupate prima la Cattolica di Milano - un vero e proprio sacrilegio -, poi Palazzo Campana a Torino. Ma le notizie erano rimaste confinate nelle pagine locali. C'erano volute le cariche della polizia in assetto da combattimento, le camionette rovesciate, il fuoco e le pietre, gli arresti e i feriti, perché il sistema dei media si accorgesse della cosa. C'era voluta, insomma, la violenza perché il Sessantotto diventasse un evento mediatico. Le riflessioni sofferte dei cristiani ribelli di Milano, i controcorsi di Torino, più di un mese di studio collettivo e autogestito da parte di centinaia di giovani in rivolta mentale, le «tesi della sapienza» di Pisa, non avevano ricevuto nessuna attenzione al di fuori degli ambienti universitari in sommovimento, né da parte della politica, né da parte dell'informazione. Le immagini (ancora in bianco e nero, allora) delle scalinate di architettura di Roma, invece, esplosero sugli schermi televisivi con la forza di un terremoto.
Il maggio francese
Pochi giorni più tardi, alla metà di aprile, le stesse immagini aprono i telegiornali tedeschi, con i violenti scontri di Berlino, seguiti al grave attentato contro Rudi Dutschke - uno dei leaders del movimento studentesco tedesco - colpito con tre colpi di pistola da un fanatico di estrema destra al culmine di una aggressiva campagna stampa mossagli contro dai giornali della catena mediatica Springer. Poi, è la volta di Parigi, dove ii 2 maggio le autorità accademiche avevano deciso la serrata dell'università di Nanterre, in risposta ad alcune azioni di protesta da parte degli studenti. Era l'inizio del «maggio francese». Il nocciolo duro del Sessantotto. Il suo luogo simbolico, con la Sorbonne in mano agli studenti, il Quartiere latino in fiamme, le barricate sul Boulevard Saint Michel, i Crs, i grandi cortei imponenti, con gli intellettuali - Sartre, Simone de Bouvoir, quelli del «Nouvel Observateur» - a braccetto, in testa, a formare cordone come negli anni Trenta, e il difficile ma incendiario rapporto con gli operai, Flins, Billancourt, i metalleaux della Renault, il servizio d'ordine della Cgt... Tutto insieme. Tutto comnpresso in un solo mese, anzi in venti giorni, con l'apoteosi dello sciopero generale del 20 e 21: tutti fermi, dai musicisti dell'Opera ai taxi, dai ferrovieri alle maestre d'asilo.
Intanto era iniziata, al di là della «cortina di ferro», la Primavera di Praga, e si era innescato il processo che in poco tempo porterà all'invasione sovietica della Cecoslovacchia - 20 e 21 agosto - con i carri armati in Piazza San Venceslao, Jan Palach che si dà fuoco e le sue immagini, terribili, che fanno il giro del mondo, il socialismo reale che muore in diretta, per eccesso d'esibizione di forza.
I pugni chiusi di Mexico City
Quasi contemporaneamente, la rivolta che si accende dall'altra parte dell'Atlantico, nel Messico che si prepara a un altro evento globale, le Olimpiadi, e l'eccidio di Piazza delle Tre culture, gli studenti fucilati dall'alto, dagli elicotteri, sotto gli occhi dei giornalisti di tutto il mondo, fino all'epilogo inatteso, il 16 ottobre: i due atleti neri americani - Tommie Smith e John Carlos - vincitori rispettivamente della medaglia d'oro e di quella di bronzo nei 200 metri piani che, sul podio, alzano il pugno destro avvolto nel guanto nero nel saluto del Black Power. Il gesto costò loro caro: per «vilipendio alla bandiera» e «oltraggio allo spirito olimpico» furono espulsi dai giochi. Ma il loro gesto lasciò un segno indelebile, questa volta sulla falsa coscienza dell'Occidente: era l'onda lunga dell'esplosione seguita all'assassinio di Martin Luther King, il 5 di aprile di quell'anno, con le comunità nere di 110 città americane in rivolta, i ghetti in fiamme, 39 morti, 2500 feriti, 5000 arresti.
Nell'altro emisfero, infine - a completare il panorama globale di quell'anno così denso di eventi da assumere il peso specifico di un intero decennio e anche di più -, l'insurrezione degli Zenga Kuren giapponesi, con l'assedio alle basi americane, retrovie della guerra nel sud est asiatico. E, soprattutto, la rivoluzione culturale cinese, con Mao Tze Tung che invitava a «bombardare il quartier generale» e le guardie rosse che imponevano nelle università le «squadre di controllo operaio», dando l'illusione (oggi sappiamo quanto falsa) di una rivolta antiburocratica e libertaria, di una «rivoluzione nella rivoluzione» in cui soffiasse lo stesso spirito di Parigi o di Praga, di Roma o di Berkeley.
Il Vietnam in casa
Su tutto - a costituirne, per così dire, l'involucro metallico, e a segnare il clima dell'anno - la guerra del Viet-nam: il grande «buco nero» dell'Occidente. Il segno della sua caduta morale, e la ferita aperta nella sua legittimazione etica. E insieme, il segno della sua debolezza sul terreno stesso che gli era più favorevole: quello della forza. Della potenza tecnologica e militare. È il contesto senza il quale è impossibile concepire il Sessantotto. La maledizione di quella guerra segnerà l'anno in tutta la sua estensione, fin dal suo inizio, dal gennaio 1968, quando in corrispondenza del Capodanno buddista, tra il 30 e il 31 gennaio, fu lanciata la celebre «offensiva del Têt» nel delta del Mekong, la quale investì tutte le principali città sud-vietnamite e la grande base americana di Khe Sahn. Da allora, giorno per giorno, il Vietnam entrerà nelle nostre case, con le sue immagini di distruzione, di tortura, di morte, come una sorta di contrappunto costante alla nostra vita quotidiana, con una tacita investitura morale all'opinione pubblica mondiale, chiamata a giudicare quell'orrore reso visibile. Ed i campus, le aule universitarie, le piazze, si trasformarono in pubblici «tribunali delle coscienze», in cui in qualche misura si finiva anche per giudicare noi stessi, e la nostra passività.
Passaggio d'epoca
Dunque, cosa è stato il Sessantotto? Sulla base di questa sommaria mappa geografica e cronologica, un primo punto possiamo stabilirlo, con relativa certezza. Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d'inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla sperficie nella sua dimensione conclamata, e che segna il passaggio - storicamente decisivo e periodizzante - a una spazialità inedita e, appunto, «globale». Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l'impressionante tendenza a «divorare lo spazio», da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all'altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti).
Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro «anno dei miracoli», e un'altra «rottura rivoluzionaria» di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch'essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l'analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. «Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968.
Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo», hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements (manifestolibri). E ciò è senz'altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni «fallite» hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società (nel costume, nell'antropologia, nel contesto culturale e comportamentale), più di tante altre rivoluzioni «riuscite». Ma richiede una precisazione sul versante del contesto. Della rispettiva natura «spaziale».
Una rivolta globale
Perché il Quarantotto di metà Ottocento fu «mondiale» nel senso che fu caratterizzato in senso forte dall'esplosione simultanea o comunque in rapida successione di una molteplicità di «rivoluzioni nazionali» all'interno di uno spazio internazionale segmentato nettamente in una pluralità di Stati cui si trattava di far corrispondere le relative Nazioni. In questo senso esso inaugurò l'epoca delle «questioni nazionali», e della politica moderna incentrata sul contesto assorbente dello Stato-nazione. Il Sessantotto di fine Novecento, invece, nasce esplicitamente come «rivolta globale»" (o, come si disse allora «contestazione globale»). Assume come proprio habitat naturale uno spazio strutturalmente «globalizzato», indifferente ai confini, alle distinzioni di lingua o di cultura nazionale. Potremmo dire addirittura che esso segna la fine delle culture nazionali. E apre l'epoca della «questione globale»: della definizione del destino del pianeta. Dell'assunzione dell'«Umanità» come soggetto storico e morale di riferimento.
La terra come patria
Mentre il Quarantotto, dunque, aveva attraversato lo spazio internazionale radicando tuttavia le proprie identità nei diversi contesti nazionali, il Sessantotto si costituisce invece ex origine come globalità. Non si comunica per «imitazione» di un altrove, ma per «identificazione» entro una totalità spaziale che è il pianeta. È sulla dimensione-mondo che elabora la propria «geografia mentale», anticipando, per molti aspetti, quella rottura «antropologica» che, quasi un quarto di secolo più tardi, all'inizio degli anni '90, Ernesto Balducci sintetizzerà nell'idea del passaggio dal vecchio «uomo delle tribù», identificato nella dimensione esistenziale nazionale, all'inedito «uomo planetario» mentalmente radicato nello spazio-mondo. E che Edgar Morin esprimerà con l'assunzione, anch'essa senza precedenti, della Terra-patria.
Né stupisce che quella «rottura antropologica»" fosse compiuta allora (o meglio «vissuta») solo da una parte - da uno strato sottile ma enormemente esteso - di popolazione: dai giovani, e in particolare da quelli acculturati, dagli studenti. Che essa assumesse, cioè, una dimensione generazionale, essendo appunto i giovani coloro che esperivano, esistenzialmente, in tutta la sua portatata, la trasformazione radicale del mondo, in un certo senso la sua «palingenesi integrale», nei convulsi, densissimi decenni, seguiti all'orrore globale della seconda guerra mondiale, e segnati da un mutamento tecnologico di portata dirompente.

(Marco Revelli)


Il Sessantotto, contrariamente a quanto scrivono alcuni, può essere ricondotto nella tradizione marxista.
Si tratta della presa di coscienza del fatto che
1) La scienza ed il sapere istituzionalizzato sono forze di produzione asservite al capitale e come tali vanno controllate ed interpretate
2) Sono possibili forme di sviluppo specifiche per i paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Attraverso la lotta per l'ambiente è possibile accedere a tali forme e promuovere percorsi alternativi di emancipazione.
3) La guerra è un'altro processo che attraverso la corsa agli armamenti consente al capitalismo di sopravvivere e dunque va avversata in quanto tale.
4) Il capitale cerca di sopravvivere anche attraverso la crescita indifferenziata dei consumi privati e attraverso il condizionamento dei media. Dunque anche i media e il consumo sono strumenti ed al tempo stesso ambiti di lotta.


12 febbraio 2008

Le dimenticanze di Eco

 Due frammenti sul destino della nostra storia nei nostri tempi. Uno. Qualche volta anche Omero dormicchia. L'inserto di «Repubblica» sul '68 si apre stralciando un brano di Umberto Eco: «Il Sessantotto è finito, ed è giusto che lo si giudichi storicamente. Il Sessantotto ha prodotto anche il terrorismo...».
Persino Eco, nostro maestro, viene ridotto a quel riflesso condizionato che nel '68 vede per prima cosa le origini del terrorismo.
Ci vuole molta smemoratezza per non ricordarsi che il terrorismo in Italia comincia con Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, una strage di stato che non fu certo «prodotta» dal '68, ma semmai contro il '68 e contro l'autunno caldo.
«È giusto chiedersi, anche dal punto di vista storiografico - continua il brano - che cosa ci sia stato nel Sessantotto che ha prodotto, in alcuni che non hanno saputo riaversi dalla sua crisi la scelta terroristica». Va bene. Ma non sarà giusto chiedersi che cosa ci fosse, e che cosa ci sia, nello Stato di allora e di oggi, che ha prodotto quella strage rimossa? E che relazione ci sia fra la stagione iniziata quel giorno a piazza Fontana e le sciagurate scelte di una minoritaria frazione del movimento che cominciò nel '68 e che continuò, e continua, in tante forme che con gli assassini non hanno avuto niente a che fare?

(Alessandro Portelli)


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