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L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
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13 gennaio 2009

Sansonetti dimissionato da Ferrero

Don Saverio Sansonetti Vendola Bertinotti prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr......



Se ne va, se ne va, se ne va, se ne vaaaaaaaaaaaaaaaa....


5 agosto 2008

Qualche considerazione su Rifondazione

Per i soliti problemi familiari non ho potuto partecipare al congresso di Rifondazione.
Tuttavia sono soddisfatto del suo esito e probabilmente mi ci iscriverò di nuovo, senza illusioni ovviamente, ma con un minimo di convinzione. Molti hanno mimato l'atteggiamento di Vendola parlando di regressione identitaria. Altri hanno criticato l'affossamento dell'unità a sinistra. Altri hanno parlato di conservatorismo. Altri di trasformismo.



Non è un leader. Meglio così...

Credo che queste critiche non abbiano fondamento.
1) L'identità è il requisito minimo di una formazione politica che voglia proporre qualcosa ai cittadini che dovranno aderire al progetti di Rifondazione. Essa consiste non tanto in un sistema di valori, quanto in un programma di ricerca, fatto di categorie interpretative, metodi, analisi che si concretizzano in previsioni e progetti politici che vanno elaborati e verificati collettivamente. Per Rifondazione il punto di partenza è Marx, il punto d'arrivo è da identificare di volta in volta. Ma la riflessione e la conoscenza del punto di partenza sono fondamentali.
2) L'unità a sinistra non deve per forza realizzarsi in una formazione politica unitaria, ma deve essere una unità d'azione che si realizza a diversi livelli con chi ci sta e su punti specifici. Magari si può pensare anche a cartelli elettorali, programmi di governo comuni, patti di desistenza, tutti basati sul chiarimento delle differenze e sulla ricerca di convergenze corroborate dalla correttezza dei rapporti.
3) La riflessione e la partenza dalla propria tradizione politica non sono conservatorismo, ma l'ingrediente fondamentale di qualsiasi processo politico che non cerchi l'equivoco, l'ambiguità, l'opportunismo politico. Sin quando Bertinotti ha incoraggiato questa la discussione e l'approfondimento, oltre che la capacità di stare nei movimenti, il partito ha vissuto una buona vita. Quando è subentrata la paura (dopo Genova) e la riflessione ad una testa sola (quella del leader) è subentrata la decadenza.
4) Il rischio di trasformismo esiste nella misura in cui ci sia poca vita democratica all'interno di un partito e dunque è possibile anche scongiurarlo se non ci si affida a nessuna soluzione leaderistica.
Questo è quanto. Poi ci saranno momenti di approfondimento


26 giugno 2008

Un intervento di Sinistra critica

 La sconfitta della Sinistra Arcobaleno viene da vicino e da lontano insieme. Da vicino, perché è il frutto della partecipazione di Prc, Verdi, Pdci e Sd all'esperienza fallimentare del governo Prodi. Oltre al lungo elenco delle speranze tradite dall'esecutivo, l'esperienza degli ultimi due anni ha segnato uno smottamento senza ritorno, in particolare del Prc, sul terreno dell'avversario. Rifondazione, e il suo leader, hanno pagato lo snaturamento della propria esperienza, l'aver teorizzato e realizzato il governo della settima potenza mondiale con forze che rappresentano una fetta consistente della borghesia italiana. La lezione del 15 aprile è inequivocabile: una sinistra «radicale» che sostiene le logiche del capitale muore. Potremmo fermarci qui, e limitarci a ricordare che la rottura con Prodi era stata additata come un «mettersi fuori dalla politica»; chi l'ha sostenuto, oggi è fuori dalla politica più di ogni altro. Potremmo ricordare come il gruppo dirigente del Prc, che oggi mette in scena una spaccatura violenta, sia stato monolitico nel respingere ogni voce critica o abbia sostenuto unita l'espulsione di Turigliatto.
Ma tutto questo non basta per chi voglia capire gli elementi che parlano sia del fallimento di un progetto politico che dell'egemonia sociale e culturale delle destre. La sconfitta di aprile viene infatti da lontano, è il frutto di rapporti di forza sociali deteriorati da oltre vent'anni, frutto della concertazione o dell'incapacità della sinistra «radicale» di cimentarsi davvero con il tema del radicamento sociale. Un lavoro lungo, faticoso, spesso oscuro, ma unico vero antidoto all'egemonia delle destre e del mercato. Nella stagione di Genova avevamo visto la possibilità di una una ripresa di protagonismo sociale, ma quella speranza è stata gettata, sciaguratamente, sul tavolo del governo.
In questo contesto ci sembra fuorviante cercare vie d'uscita alla crisi sul terreno delle ricomposizioni politiciste. Né pensiamo che ci si possa salvare solo sventolando la bandiera rossa e la falce e martello, se si è sostenuta ogni politica liberista e di guerra. Il lavoro da fare è enorme, sia sul terreno sociale che su quello dell'elaborazione politica. Oggi c'è bisogno di un processo di ricomposizione sociale, di riconnessione di ciò che il liberismo ha frammentato, di tessitura di nuove solidarietà per ricominciare a contendere il consenso popolare che le destre si sono guadagnate sulle macerie prodotte dalla sinistra. Un lavoro fatto di unità delle lotte - sul fronte antirazzista, ambientalista, sindacale, studentesco - ma anche di costituzione di progetti di lavoro che recuperino un rapporto con la società, un «sindacalismo sociale» attorno al quale far convergere forze diverse. Per questo proponiamo la raccolta di firme per una legge d'iniziativa popolare per istituire anche in Italia il salario minimo intercategoriale e il salario sociale.
Serve però anche la costruzione di una nuova sinistra di classe. Noi proponiamo la Costituente della sinistra anticapitalista, ci stiamo già lavorando perché sappiamo che il processo richiederà tempi lunghi, nonché lo sforzo di descrivere «un altro mondo possibile» che faccia, finalmente, il bilancio dei disastri del Novecento ma anche l'analisi delle potenzialità andate perdute. Senza scorciatoie ma con la consapevolezza che una forza politica adeguata all'esistente o è anticapitalista o non è in grado di agire. Con questi obiettivi lavoriamo a partire dalla prima Conferenza nazionale che terremo dopo l'estate, convinti che una nuova sinistra di classe sarà il frutto di una nuova generazione politica

(Flavia D'Angeli)


28 maggio 2008

Un Parlamento delle Sinistre

 

Le Sinistre fuori dal Parlamento? Costituiamo allora, a partire dalle lotte, un parlamento delle sinistre, a base operaia e popolare, da contrapporre al governo Berlusconi e al «suo» parlamento addomesticato, che sia espressione unificante delle mobilitazioni, luogo pubblico di confronto tra posizioni e proposte diverse oggi presenti nel movimento operaio, e al tempo stesso sede democratica di organizzazione e unificazione dell'iniziativa di massa. Peraltro: se la Lega Nord inventò il Parlamento della Padania come simulazione di un contropotere secessionista, per quale ragione il movimento operaio non potrebbe dar vita a un proprio Parlamento come espressione reale di un'alternativa istituzionale di classe?
Partiamo da un principio di realtà. Due anni di subordinazione clamorosa al governo Prodi da parte degli stati maggiori della sinistra italiana - in una maggioranza di governo che per oltre un anno andava da Mastella a Turigliatto - hanno spinto alcuni milioni di lavoratori all'astensione e altri milioni, a parità di condizione, verso il «voto utile» al Pd contro Berlusconi. Così i dirigenti Arcobaleno non solo hanno regalato l'Italia a Berlusconi dopo aver votato per due anni le stesse politiche di Berlusconi (il peggio del peggio); non solo hanno regalato a Bossi settori operai e popolari facile preda di suggestioni xenofobe proprio perché privati di ogni difesa sociale (e anzi colpiti dal centrosinistra per conto della grande industria e delle banche); ma hanno regalato a industria e banche la totale rappresentanza dell'attuale Parlamento. O vogliamo ignorare la precisa documentazione disponibile circa il regolare finanziamento dei principali partiti di governo, di centrodestra e centrosinistra, da parte dei potentati della finanza, dei grandi petrolieri, dell'industria farmaceutica, ecc.?
Basterebbe citare il libro di Stella «La casta» nell'unica parte omessa (non a caso), dai media.
L'attuale Parlamento, occupato all'80% da Pdl e Pd, spartito cioè tra Berlusconi-Fininvest e Veltroni-Colaninno-Banca Intesa (con un 5% a Casini-Caltagirone) è persino nella sua rappresentanza politica, l'espressione diretta e/o indiretta del grande capitale. Di una piccola minoranza privilegiata che grazie ai propri partiti, distinti ma complementari, riesce a assoggettare a sé la maggioranza della società, nel finto gioco di un'alternanza tra élite che si spaccia spudoratamente per «democrazia». Ecco, l'attuale Parlamento è la più clamorosa confessione della democrazia borghese: di quell'«inganno per i poveri» di cui parlava Lenin un secolo fa e che oggi è persino più ipocrita e volgare di un tempo.
Ma allora perché non contrapporre al governo Berlusconi e all'attuale Parlamento l'embrione di una democrazia vera, di una democrazia dei lavoratori per i lavoratori? La logica che accompagnava la proposta di Gramsci dell' «Antiparlamento» , o la grande tradizione del consiliarismo italiano, non sono proprio oggi spunti preziosi da rielaborare e riattualizzare? Questo è il senso della nostra proposta.
Come Pcl siamo impegnati più che mai nella costruzione del nostro partito, l'unico che non si è compromesso, né in tutto né in parte, col centrosinistra e il suo disastro. Ma non contrapponiamo la costruzione del Pcl all'esigenza di un vasto fronte unico di lotta contro il governo Berlusconi e l'aggressione confindustriale. Un Parlamento popolare eletto direttamente dal popolo della sinistra a partire dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dal territorio, con delegati permanentemente revocabili e privi di ogni privilegio sociale, con un criterio di rappresentanza integralmente proporzionale tra le diverse posizioni, organizzazioni, partiti, sarebbe una grande espressione democratica di unità e di forza. E al tempo stesso uno straordinario laboratorio di autorganizzazione di massa. Sarebbe la sede pubblica di organizzazione della mobilitazione popolare contro il governo, di controinformazione e denuncia delle sue politiche, di confronto libero e aperto tra i lavoratori, in una grande casa di vetro, sulla costruzione di un'alternativa di società e di potere, fuori da un puro dibattito accademico separato dalle lotte.
Insomma, di fronte al volto corrotto e lontano della politica dominante e del suo parlamentarismo, un Parlamento popolare sotto il controllo dei lavoratori potrebbe divenire il riferimento di vasti settori di classe, un fattore di coinvolgimento progressivo di strati popolari oggi sfiduciati e passivi, di settori popolari antiberlusconiani oggi immobilizzati dal Pd, e persino di strati operai che hanno ripiegato a destra ma che presto saranno sotto i colpi del governo che hanno votato e potranno cercare nuove strade.
Questa proposta ha una sola implicazione, non sufficiente ma necessaria: la prospettiva di un'opposizione radicale, di sistema, al governo delle destre e alle classi dirigenti del paese, fuori da ogni ipotesi di ricomposizione, per l'oggi e per il domani, col Partito democratico di Veltroni e con la vecchia logica dell'alternanza.
Per questo dubito, realisticamente, che la proposta del «Parlamento popolare» possa interessare gli stati maggiori delle sinistre Arcobaleno, tanto più nel momento in cui sono avvitati in una guerra intestina senza ritorno. Mi auguro invece possa interessare dal basso tutte le forze e energie disponibili a ricostruire unitariamente, dalle attuali macerie, una prospettiva di riscatto per i lavoratori. Che faccia finalmente piazza pulita di ogni vecchio trasformismo.

(Marco Ferrando)


21 aprile 2008

Un passo indietro

Non sono riuscito a votare Berlusconi 
Ho votato alla Camera Sinistra critica e al Senato Partito comunista dei Lavoratori.
Quindi sono tra quelli che ha affossato la Sinistra Arcobaleno
Lo rifarei ancora. Perchè penso che la Sinistra Arcobaleno non sia altro che un plausibile partito riformista di sinistra. Una versione aggiornata del Pds come lo pensava  Achille Occhetto con la svolta della Bolognina. Naturalmente molto meglio di quel partito centrista (partito ideologicamente di destra ma elettoralmente puttana) che risponde al nome di Partito Democratico.
Ma allora perchè ho tanto criticato quelli che hanno votato Partito Democratico per il voto utile ?
Non tanto per il fatto che non hanno votato Sinistra Arcobaleno, ma per il fatto che hanno votato Partito Democratico, pur condividendo (almeno a chiacchiere) le istanze della Sinistra Arcobaleno.
Essi pensano che le differenze tra Pd e Berlusconi siano rilevanti rispetto alle istanze di cui si fanno portatori e questo è un errore catastrofico che evidenzia come nel popolo di sinistra via sia approssimazione e confusione, una sorta di analfabetismo politico di ritorno.

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Veltroni, che conosceva bene l'esito delle elezioni, si è inventato, da delinquente qual è, il possibile sorpasso e dopo averli politicamente schifati (correndo da solo) li ha attirati nella trappola del voto utile e loro come gonzi ci sono cascati, mostrando anche una mancanza di orgoglio politico, accucciandosi come cagnolini ai piedi di chi da un lato strimpellava la favola dell'antiberlusconismo e dal'altra convergeva verso la stessa merda della destra.
Ora tramite i suoi lacchè al Tg3, lo stronzo cinefilo sta tentando di accreditare l'idea che i voti persi dalla Sinistra Arcobaleno siano passati alla Lega, mentre pare proprio che non sia così (parte consistente sono astenuti, parte più piccola ai due partitini che ho votato, parte consistente di gonzi al voto utile) 
La cosa più insultante è che questi strateghi del voto utile, dopo questa colossale cagata, si sono fatti scivolare la scelta fatta come la tintura dai capelli e non hanno fatto un solo respiro di riflessione. Magari rivendicano la laicità della scelta elettorale, senza pensare che ammettere di aver fatto una cagata non è necessariamente come celebrare il sacramento della confessione.
Possono farlo laicamente cioè.
Mi preme sottolineare comunque che la stessa scelta del voto utile è politicamente molto discutibile, dal momento che finisce per legittimare sistemi elettorali che almeno a mio parere sono uno schiaffo anche alla regole formali di una democrazia rappresentativa. Dunque la scelta del voto utile è comunque una concessione, una adesione a quella cultura antidemocratica e barbara che loro paventano con l'ascesa politica di Berlusconi. Il Berlusconi in loro è già grande come il Berlusconi in sè.
Una delle prime cose che d'impulso ho fatto dopo queste elezioni è stata la richiesta a Kilombo di revocare la mia appartenenenza al metablog. Ho sempre considerato Kilombo un aggregatore come tanti altri, un posto dove lanciare le proprie riflessioni e quello che succede succede.
Ma mi riesce difficile condividere spazi che vorrebbero (ma non sono) essere di dibattito politico con persone che votano uno che in questa tornata elettorale ha voluto solo distruggere una parte politica con cui hanno condiviso fino all' ultima tornata elettorale addirittura un programma elettorale. Sarebbe come perpetuare un rapporto tra camorristi che si baciano in pubblico e si sparano una volta girate le spalle.
Anche perchè mi fa cadere le braccia questo profluvio di kefiah, di guerrille, di complotti orditi dalla Cia, di Palestinelibere o Gaza free che alla fine si concretizzano nel voto utile. Sa tanto di misero stronzetto dopo la Grande Abbuffata.
Questo non vuol dire che non vado su blog di persone che votano Pd (o qualsiasi altro partito). Ma lo faccio perchè possono fare post che possano interessare e/o perchè sono persone cortesi e simpatiche a prescindere dalle loro scelte politiche. Un equivoco però va risolto : con queste persone gentili, simpatiche ed interessanti pensavamo di condividere un insieme di istanze, ma in realtà non è così. E a partire da questa separazione si può magari tentare di ragionare.
Oltre tutto penso che la cosiddetta sinistra dei blog non abbia ancora strumenti per tentare un'analisi incisiva del presente. E perciò sforzarsi di costruire un dibattito è tempo perduto nel titillare quella tendenza che Marx sfotteva chiamandola la
critica critica.
Per questo cercherò (anche se è difficile, dal momento che esistono più fenomeni politici tra la terra e il cielo che incubi nella testa di Freddie Krueger) di non parlare più tanto di attualità politica, dal momento che per ragioni personali non posso impegnarmi nella strada (l'unico posto da cui si può ora ricominciare a parlare di politica) così come conciona Mario. Inoltre se l'alternativa a Berlusconi è Veltroni di cosa cazzo stamo a parlà ?
Potrei continuare parlando dei limiti della Sinistra Arcobaleno o del fatto che le mezzeseghe che la hanno diretta stanno facendo larghi giri attorno alle stesse opzioni con cui hanno perso.  L'unica cosa positiva sono le annunciate dimissioni di Giordano. Vedremo Ferrero e Grassi che riusciranno a fare.
Quindi questo blog tenterà di limitarsi a parlare di  filosofia e marxismo. Insomma volerà più basso di prima, limitandosi a poche sortite scritte dopo la mezzanotte, sempre che la mancanza di ossigeno non mi faccia ronfare alla mia stentorea maniera. 
Nulla a pretendere.


18 marzo 2008

Al voto !

Tra gli elettori della cosiddetta sinistra radicale è in atto un dibattito sul fatto se si debba votare o meno. Tra i blogger sostengono di no Cloro, Mario e Batsceba (alcuni dicono che non bisogna andare a votare, altri che bisogna annullare la scheda con una frase etc.). Mentre Lameduck ha confermato quello che è il suo impegno di voto.
Personalmente se tra tutti i documenti sparsi nella casa (sono angosciato da tutti gli adempimenti) riesco a trovare il certificato elettorale, andrò a votare. Non so ancora per chi. La Sinistra Arcobaleno ha un programma non esaltante, è stata ambigua durante il governo Prodi, ha un leader sempre più compiaciuto e autoreferenziale, è subalterna comunque al Partito Democratico. E tuttavia Sinistra critica, Il partito comunista dei Lavoratori e Alternativa comunista fanno disperdere voti dandoti in cambio del mero massimalismo.




Tuttavia questo è sempre meglio del non-voto o dell'annullamento motivato.
La partecipazione politica ha un aspetto formale, quello elettorale ed uno materiale, quello della militanza in un organizzazione. Questi due aspetti sono complementari e nessuno dei due intralcia l'altro. Quello che riesci a fare con uno non lo fai con un altro. Perciò volendosi pure impegnare nelle strade (e rimettersi a lottare...) non bisogna per forza rifiutare il voto nella cabina elettorale.
La classe politica è corrotta, ma essa rappresenta fedelmente la società italiana e  questa per essere migliorata comunque ha bisogno della politica anche a livello istituzionale.
E comunque ci sono uomini politici meno corrotti di altri e programmi più condivisibili di altri.
Nei paesi dove l'astensione è più alta, essa non viene accolta come segnale politico e non produce effetti sul sistema : negli Usa nessuno degli astensionisti ha mai organizzato un partito di sinistra che si faccia portatore di determinati bisogni sociali, nè l'opposizione sociale riesce a produrre effetti rilevanti all'esterno.
Neanche l'annullamento motivato può, se non raggiunge livelli macroscopicamente rilevanti, essere politicamente recepito. E se il messaggio non è univoco e chiaro, un Veltroni qualunque con il suo metabolismo acefalo potrebbe benissimo dire che il rinnovamento non è stato abbastanza deciso, l'abbandono delle ideologie abbastanza netto, il conflitto politico abbastanza privato delle sue asperità. E a quel punto il silenzio di chi non vota rimarrà un silenzio assenso per la normalizzazione decisionista in atto in questo paese.
 


16 marzo 2008

La Sinistra e il Veneto

 "Oui, se puede»: l'impagabile titolo del manifesto di ieri ricorda, con l'esito delle elezioni spagnole e francesi, che le lingue in cui si può dire la propria speranza politica sono molte, e altrettante le realtà sociali e civili da interpretare ed esprimere in un progetto politico e in un programma di governo. Esattamente ciò che non accade, o non abbastanza, qui nel Nordest, dove Pd e Sinistra Arcobaleno confermano, in questo frangente elettorale e in questa congiuntura sociale ed economica, la propria difficoltà, in certi casi la propria cronica incapacità e perfino la non volontà, di capire cosa sta accadendo. Quei limiti di lettura che Marco D'Eramo notava ieri a proposito di sondaggi italiani disancorati dalla realtà effettiva, a differenza di quelli usati nella corsa alle presidenziali Usa che sono sempre ricondotti alla composizione sociale, di genere, di generazione, di etnia, di territorio eccetera, tali limiti, sono qui a Nordest, se possibile, ancora più evidenti e segnano tutto l'approccio della politica.
Galan e la Lega capiscono a intuito la realtà, come pesci che nuotano nell'acqua propria. La sinistra sembra invece non capirla e cerca a volte di superare lo spiazzamento e l'imbarazzo con gesti sopra le righe. Prendiamo il caso della discussa candidatura di Massimo Calearo nel Pd. Il messaggio che si vorrebbe mandare è forte, perché il vicentino ex leader di Federmeccanica è un candidato che molti, qui nel Veneto, mai si sarebbero aspettati di vedere nel centrosinistra. E tuttavia si tratta di una scelta che non coglie il cuore della questione della rappresentanza dei veri mondi vitali che distinguono oggi, nell'impresa e nel lavoro, nella società e nella comunità locale a Nordest. Quest'area del paese, come riassume benissimo Aldo Bonomi in un saggio di estrema lucidità contenuto nell'importante volume La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, da poco edito a cura di Giuseppe Berta dalla Fondazione Feltrinelli, dopo la sua emersione e assunzione a «modello» avvenuta negli ultimi due decenni (in parallelo alla disarticolazione del «triangolo industriale» a Nordovest), vive una nuova effervescente stagione di cambiamenti dei quali è protagonista quella «geocomunità» in cui ormai prevale una sorta di «capitalismo personale» che assume il territorio come «elemento imprescindibile di sviluppo» in una nuova e stringente dialettica tra reti locali e flussi globali.
Le cose, in realtà, forse non sono ancora così compiute come le descrive Bonomi, certo per fissarne meglio le tendenze fondamentali, ma la sua analisi illumina bene il passaggio di fase in cui siamo. La candidatura di Calearo, tornando all'episodio elettorale, non può intercettare che molto parzialmente le domande politiche e di rappresentanza della nuova composizione. E', però, un tentativo forte ed esplicito in tale direzione. A sinistra, invece, non c'è ancora quasi nessun tentativo di capire e rappresentare questa comunità in trasformazione. Nel migliore dei casi, ci si limita apprezzabilmente a tentare di rappresentare il disagio e la protesta di talune componenti, senza però nemmeno dar loro, nella circostanza elettorale, visibilità e peso adeguati. Le liste dei candidati in loco, appena rigidamente compilate a Roma, sono infatti di desolante estraneità e, vien da dire, di irridente ostilità, al contesto regionale. E però, dopo le poliglotte esortazioni pre-elettorali, la sera del 14 aprile la vera domanda sarà, con la lingua del Marco Paolini gran poeta del rugby, «Chi gà vinto»?

(Gianfranco Bettin)


15 marzo 2008

L'inefficienza energetica dell'Italia

 

C'è un luogo comune pericoloso che circola in Italia. La scarsità di energia elettrica; come se ci fosse un black out sempre in agguato. Di conserva, un altro luogo comune: la penalizzazione italiana per l'energia troppo costosa. E questo discorso precipita sempre nel nucleare. A conti fatti, tutti sanno - Pierferdicasini a parte - che solo uno stato può finanziare il nucleare, perché è il solo che ha soldi da buttare. Ma l'Unione europea sarebbe molto scontenta e arriverebbe una multa salata da scaricare anch'essa in bolletta, oltre alla lunga costruzione e all'eterno smaltimento.
Ma torniamo alla scarsità. I media sono per lo più sensibili agli interessi dei baroni elettrici. Allineati, chiedono sempre più energia, di qualsiasi fonte e colore, purché pesante, si faccia e si cominci subito. Siamo in pochi a sostenere la causa dei tremendissimi verdi, alleati ai nimbysti di ogni cortile che impediscono, conti alla mano, che si progetti alla carlona e si costruisca senza valutazioni di impatto ambientale. La questione è a un tale punto di stallo quando dice la sua l'Enea (ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente). Sull'Enea gravano molti interessi e molta tradizione. Non può dire troppo, ma quello che dice, pesa. Se da un lato, costruire una centrale elettrica, purchessia, aumenta il pil e quindi quasi nessuno se la sente di parlare contro in termini diretti, è pur vero che per far capire una realtà diversa si può invitare ai convegni qualcuno come Gianfranco Bologna del Wwf che faccia passare qualche parola diversa da quelle diffuse dall'industria maggiore. E che dica tutto il contrario del pensiero dominante e cerchi di far riflettere sui disastri ambientali iscritti nel nostro futuro a meno di non agire subito per prepararsi in tempo (mettendo i classici sacchetti di sabbia per rinforzare gli argini) e attenuarne gli effetti.
L'Italia è messa molto male in termini di energia, ma non per la scarsità, per il contrario. "È come se ogni individuo portasse sulla propria testa 55 lampadine da 60 watt sempre accese per 24 ore su 24, lampadine che, 10 anni fa erano 45». L'immagine, tratta da un'intervista all'esperto Mauro Annunziato, pubblicata dall'Enea, è affascinante, perché oltre a mostrare il peggioramento intervenuto nel nostro paese nei dieci anni indicati, offre anche la possibilità di riflettere su altri aspetti. C'è lo spreco di tenere molte lampadine accese di giorno, quando non servono; e poi c'è anche la stranezza nel comportamento di chi tiene decine di lampadine accese sulla testa, quasi volesse emulare, in pieno Mediterraneo, la Santa Lucia di Svezia che celebra il solstizio di inverno con una corona di candele sulla biondissima testa.
Ma fermiamoci al primo aspetto, il peggioramento, cioè l'aumento delle candele, pardon, delle lampadine sulla testa dell'italiano-tipo. l'Enea ha presentato di recente uno studio europeo sull'efficienza energetica. Questa viene calcolata in chili di petrolio equivalente necessari per realizzare un punto di prodotto interno lordo. Risulta dagli studi francesi dell'Ademe, (L'Agence de l'environnement et de la matrise de l'énergie) francese che l'Unione europea è la regione del mondo in cui il Pil è meno energivoro e che confrontando i paesi europei, quelli nei quali l'attività economica ha bisogno di più energia sono quelli dell'ex patto di Varsavia: Bulgaria, Slovacchia, Polonia, paesi del Baltico ... Nella parte alta della classifica, relativa al 2004, al secondo posto vi è l'Italia, preceduta dal Regno unito e seguita dalla Germania. Motivo di soddifazione? Non tanto, perché dopo il 2004 l'Italia non ha saputo migliorarsi mentre gli altri lo hanno fatto. Non solo ma nel 1990 era la migliore d'Europa di gran lunga e da quel momento ha perso terreno, non si è più occupata della cosa, mentre altri paesi hanno ridotto l'energia necessaria, pur godendo di gruppi industriali potenti nel ramo e perfino di centrali nucleari.
Negli anni ottanta, dopo il secondo shock petrolifero, è infatti avvenuto che l'Italia ha riconvertito la propria economia e per dieci anni ha saputo produrre più pil con meno e meglio, almeno dal punto di vista energetico. Dopo di allora ci siamo lasciati andare. Può darsi che gli interessi dell'Enel, divenuto società per azioni e con interessi legati all'azionariato, ai dividendi e poi alla Borsa, abbiano cambiato di segno, modificando la questione energetica nazionale. Quello che è avvenuto lo si vede nel grafico pubblicato in questa pagina e dovuto anch'esso all'Enea (Emidio D'Angelo e Giulia Iorio). L'Italia era energicamente più efficiente di Francia e Germania nel '90, ha peggiorato, mentre i paesi vicini sono stati molto più virtuosi: un peggioramento italiano del 3% e un miglioramento degli altri del 17 e del 19%. In tal modo è stata anche superata in assoluto. A Francia e Germania occorrono circa 0,100 e 0,104 kg di petrolio equivalente per 100 euro di pil, mentre all'Italia ne servono 108. .

(Guglielmo Ragozzino)


15 marzo 2008

Questione ambientale e campagna elettorale

 

Due ragioni rendono necessaria una svolta radicale e globale nelle politiche energetiche: il tendenziale esaurirsi del petrolio, più in generale delle fonti non rinnovabili e la drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici.
Entrambe sollecitano decisioni politico programmatiche capaci di portare il mondo fuori dalla dipendenza dal petrolio, più in generale dalle energie fossili. In poche parole il petrolio il carbone e il gas rimasti non bastano più a soddisfare una domanda di energia in crescita esponenziale, sia perché il 20% dell'umanità che consuma l'80% delle risorse (dalle quattro tonnellate equivalenti petrolio anno per abitante degli europei alle otto degli statunitensi) vuole, in nome della crescita economica, consumare ancora di più, sia e soprattutto perché si sono stabilmente e giustamente affacciati sulla scena mondiale oltre due miliardi (cinesi, indiani e brasiliani) di nuovi consumatori di mobilità, illuminazione, riscaldamento, rinfrescamento, alimentazione, merci.
La crescita esponenziale del prezzo del barile, che ormai si è stabilizzato al di sopra dei cento dollari, fotografa questa contraddizione fra domanda ed offerta di greggio, forse la meno grave delle conseguenze provocate dalla scarsità di energie non rinnovabili. Essa, infatti, ha già spinto il mondo ad un riarmo, anche atomico, generalizzato e la tentazione di usarlo per conquistare il controllo del petrolio rimasto è elevatissima e per ora prevalente.
La seconda ragione che rende necessario uscire dalla dipendenza dai fossili è la drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici. Il quarto rapporto sul clima dell'Ipcc (Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici) ci dice che nei prossimi cinquant'anni se non si riuscirà a fermare il surriscaldamento del pianeta, causato dalla combustione dei fossili, dovremo convivere con processi di progressiva desertificazione di ampie zone della terra, con un aumento esponenziale degli eventi estremi (uragani e tifoni) con un aumento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci. Basta un solo dato per far capire la dimensione dei problemi che il cambio di clima solleva alla politica: nei prossimi decenni sono previsti oltre duecento milioni di profughi ambientali.
Per rispondere a questi problemi non basta sostituire petrolio con solare e tutto può andare avanti come prima. Serve introdurre notevoli discontinuità ed innovazioni nelle politiche economiche, in quelle fiscali ed industriali e negli stessi comportamenti e stili di vita della popolazione: va messo in discussione insieme al petrolio anche il dogma dell'eterna ed infinita crescita economica su cui invece sono tuttora attestate le culture politiche delle destre, ma anche di una larghissima parte della sinistra.
E' evidente che questa svolta politica non la si può progettare se non a livello globale e quindi nel quadro di un'azione per modificare i rapporti di forza attuali che vedono prevalere risposte come la guerra preventiva al nodo della scarsità delle risorse energetiche non rinnovabili e il rifiuto di qualsiasi vincolo a ridurre i gas serra (Kyoto) per quanto riguarda il cambio di clima. Nei prossimi due anni (elezioni americane, ma anche le decisioni di Cina, India e Brasile) si capirà quale sarà la risposta che prevarrà e in che direzione andrà il mondo. Si capirà soprattutto se il movimento di Porto Alegre per un altro mondo possibile saprà ritrovare capacità di mobilitazione e quindi incidere su questi processi, dando così anche forza al tentativo che l'Europa sta facendo di assumere la guida della lotta al riscaldamento globale (decisione unilaterale e vincolante per i suoi stati membri di ridurre, entro il 2020, le emissioni climalteranti del 20% e di aumentare entro la stessa scadenza e sempre del 20% l'efficienza e la dipendenza dalle fonti rinnovabili: le cosiddette tre venti)
Queste sono le grandi questioni al centro delle decisioni energetiche, sulle quali dovrebbe concentrarsi anche lo scontro elettorale italiano, che invece sembra quasi ignorarle. Chi governerà questo paese dopo il 13 di Aprile starà con la direttiva europea sulle tre venti o, come è stato fatto per Kyoto, la boicotterà, scaricando sulla popolazione (a proposito di caro vita) le inevitabili multe che la Ue ci infliggerà per le inadempienze? Ecco una buona domanda da porre alle varie forze politiche in campo. Una domanda che hanno già sicuramente fatto Enel ed Eni e con loro Confindustria, suggerendo anche le risposte, con il risultato di spingerle lontano dalle tre venti e dall'Europa.
Alcune brevi e schematiche note conclusive per far comprendere cosa significa invece proporsi di realizzarle. In primo luogo due no: al carbone che aumenta le emissioni e al nucleare che non emette anidride carbonica ma non sa come smaltire i rifiuti radioattivi che produce. Detto il «non fare» vediamo il fare: cambiare modello energetico; sottoporre alla cura del ferro e del cabotaggio i trasporti; aumentare l'efficienza; sviluppare le fonti rinnovabili.
Proviamo per ognuna delle proposte a fornire qualche schematica spiegazione, qualche ragionevole proposta di alternativa
Abbandonare il modello monopolista e centralistico di ora per passare a quello distribuito sul territorio significa conquistare democrazia energetica: ogni casa, ogni condominio, comunità, quartiere, centro commerciale, fabbrica produrrà l'energia di cui ha bisogno sfruttando la fonte rinnovabile più conveniente secondo le caratteristiche del sito. In questo quadro più intervento pubblico, adeguamento della rete e riforma e ridefinizione della missione di Enel ed Eni.
Sottoporre città e territorio ad una cura del ferro per spostare la mobilità di persone e merci dalla gomma al treno e al cabotaggio tra i porti, cioè concentrare su questi le scelte infrastrutturali e non su strade ed autostrade e trasporto individuale.
Far compiere a questo paese un gigantesco sforzo per migliorare la propria efficienza energetica: un piano di riqualificazione energetica degli edifici che ne riduca i consumi di elettricità e calore e sposti le attività di costruzione verso la manutenzione e riqualificazione del già costruito e non su nuova occupazione di territorio. Conquistare una reale autonomia energetica al paese sfruttando le uniche fonti energetiche di cui è ricco e cioè il sole, il vento, le biomasse, la forza dell'acqua fluente e il calore che scorre sotto terra.
Un messaggio alla Sinistra arcobaleno: proponendo queste scelte in Assia si è spostato il 12 per cento dei voti verso sinistra. Non vale la pena provarci anche qui?

(Marina Forti)


21 febbraio 2008

Le conseguenze del Veltrusconismo

 Il «Veltrusconi» è nelle cose, prima ancora che negli eventuali accordi programmatici. Eppure, a sinistra, si procede persino in campagna elettorale col freno a mano tirato.
Perché sta avvenendo questo? Come si spiega questo atteggiamento politico? Probabilmente occorre partire da un'evidenza di fondo: la dinamica del capitalismo non la stiamo capendo. «Moderati» contro «radicali» non funziona, ma nemmeno «neo» contro «social» liberisti.
Queste categorie hanno un loro appeal, una loro immediata spendibilità, ma non ci aiutano a capire, e possono anzi condurci fuori strada. Occorre allora evitare le semplificazioni, occorre tornare a fare quel che un tempo i comunisti sapevano fare: indagare a fondo nel capitale, nella sua meccanica, nei suoi scontri e nelle sue alleanze interne. Perché in realtà c'è proprio un'alleanza, un patto tra fratelli coltelli, tra piccoli e grandi capitali, dietro l'ambita «modernizzazione» del paese evocata quasi all'unisono da Berlusconi e da Veltroni. Ma la modernizzazione di cui lorsignori parlano è l'antitesi della modernità. Essa consisterà nella politica deflazionista di sempre, anzi, peggio: consisterà nella combinazione perversa del peggio degli ultimi anni. Si punterà infatti allo schiacciamento contemporaneo dei salari per unità di prodotto e del deficit pubblico in rapporto al reddito. Allo scopo da un lato di dare fiato a un piccolo capitale asfittico, che per la sua frammentazione regge sempre più a stento la concorrenza mondiale; e dall'altro per aprire finalmente la strada a un'ondata ulteriore di privatizzazioni, obiettivo chiave delle grandi oligarchie finanziarie. Oligarchie internazionali, beninteso, rispetto alle quali i frequentatori dei nostri vecchi salotti buoni potranno ormai limitarsi solo a fare da modesti pontieri.
E noi? Noi cosa ci accingiamo a fare? ebbene, noi che il capitalismo non lo capiamo, a quanto pare ci accomodiamo per l'oggi e per il domani a far la questua davanti alle porte di un Partito democratico che palesemente non è interessato a noi, che non ha bisogno di noi. E probabilmente cercherà di non aver bisogno nemmeno in futuro della sinistra, per quanto addomesticata questa potrà essere. Dunque la questua è davvero l'unica cosa sensata che possiamo fare?
La risposta sarebbe tristemente affermativa se avessero ragione coloro i quali, dalle nostre parti, si sono convinti che la dinamica del sistema sia in fondo robusta e stabile. Ma essi hanno torto: l'intesa tra capitali che va profilandosi è fragile.
La cosiddetta politica di «modernizzazione» non permetterà di salvare i capitali nazionali, frammentati e marginali, soffocati dalla loro insipienza, dal cambio fisso e da una produttività che strutturalmente arranca. Essi potranno magari accaparrarsi l'ulteriore depotenziamento del contratto nazionale. Potranno ricevere altre massicce iniezioni di precarizzazione del lavoro. Ma alla fine i dati ci dicono che verranno comunque o buttati fuori dal mercato oppure saranno facilmente acquisiti dai grandi capitali esteri.

(Emiliano Brancaccio)


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