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10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


20 settembre 2010

Rosier : Onde lunghe e ordine produttivo

Il problema del trattamento pertinente dei dati statistici è essenziale per analizzare in modo serio i ritmi economici. L’identificazione delle crisi classiche Juglar del 1800 e del 1900 sulla base di criteri precisi (livello di produzione, di prezzi e profitti, disoccupazione) rende il loro riconoscimento (fondato su interpretazioni teoriche rigorose) relativamente solido e poco contestabile. Non è questo il caso delle fluttuazioni lunghe la cui iniziale messa in evidenza ha suscitato controversie ed inoltre ha indotto in Urss l’esigenza di perseguitare Kondratiev. Si sa e bisogna tenerlo presente che, anche sulla base di serie lunghe pertinenti ed affidabili, la loro interpretazione non si pone in modo necessario. Esse infatti devono essere in un certo senso costruite per essere spiegate e spiegate per poter essere costruite. Analisi statistica ed analisi storica devono di conseguenza essere costantemente legate. E si potrà parlare di onde lunghe solo se si mettono in evidenza non solo fluttuazioni ripetitive e relativamente regolari nella loro ampiezza, ma anche ripetitive nei grandi processi esplicativi. Trattandosi di un ritmo di capitalismo produttivo successivo all’inizio del 1800, possono essere considerati pertinenti solo indicatori propri della sfera capitalistica dell’economia interessate (ad es. indicatori dell’attività industriale) e ciò solo per i paesi veramente industrializzati o in via di industrializzazione  rapida. Emerge dalle principali teorie della crisi contemporanea che oggi, più che di apportare una prova irrefutabile dell’esistenza dei movimenti lunghi, si tratta di proporne una interpretazione coerente di forte valore euristico, capace di spiegare la successione storica di periodi di espansione prolungata e di periodi di crescita rallentata. Se vi è un terreno di convergenza dei diversi approcci sta proprio nel riconoscimento di questa successione in cui è rifiutata ogni idea di meccanicismo e sono indagati i fattori complessi che gradualmente mettono in discussione le modalità dell’accumulazione, caratteristiche dei periodi di espansione lunga. Questa convergenza può essere interpretata come un riconoscimento del fatto che un ritmo lungo costituisce uno dei caratteri più importanti della dinamica economica del capitalismo.

 

 

A partire da qui l’analisi proposta si articola intorno alla nozione di ordine produttivo indicando con ciò l’insieme dei fattori che operano nel sistema per consentire la sua efficacia economica durante lunghi periodi di accumulazione relativamente regolari. Questo concetto intende sottolineare l’esistenza necessaria di un ordine globale e relativamente coerente, capace di superare per un periodo di tempo le contraddizioni di un sistema attraversato da interessi divergenti di modo che possano aver luogo nel lungo periodo la produzione di surplus economico e l’accumulazione del capitale. Il concetto globale di ordine produttivo raggruppa diverse componenti che al tempo stesso specificano le condizioni dell’accumulazione e della crescita e corrispondono a grandi fattori esplicativi delle evoluzioni osservate.

 


15 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta : Mandel e le onde lunghe

 

L’interpretazione delle onde lunghe offerta da Mandel e incentrata sul movimento del tasso di profitto e sui fattori che lo influenzano. Egli preferisce il termine onde lunghe e non cicli lunghi, per meglio sottolineare che non si tratta di automatismi. Mandel spiega l’inversione della congiuntura espansionistica con un processo endogeno, mentre per contro l’uscita dalla depressione deriverebbe da fattori esogeni extraeconomici (tesi di Trotzkij). Per Mandel come per Schumpeter la fase di espansione prolungata è legata alla messa in atto di una rivoluzione tecnologica centrata su di un tipo specifico di macchine. Vi furono dapprima macchine come il telaio, prodotte artigianalmente e mosse da macchine a vapore. Poi ci sono macchine, come le locomotive, prodotte industrialmente, azionate da specialisti e mosse da motori a vapore. In seguito sistemi di macchine azionati da operatori semi-qualificati e mossi da motori elettrici (come l’automobile). Infine macchine concepite per la produzione a flusso continuo, integrate entro sistemi semi-automatici, resi possibili dall’elettronica.

 

 

 

Ma Mandel vede chiaramente che ogni sistema di macchine implica un certo tipo di organizzazione del lavoro e che la transizione dall’uno all’altro si scontra con la resistenza operaia nella misura in cui si accompagna alla degradazione delle condizioni di lavoro. Essa avrebbe luogo per Mandel sotto la pressione del capitale che, verso la fine del periodo di espansione lunga, non riuscirebbe più a compensare il declino del tasso di profitto, con l’allungamento dell’orario di lavoro o con l’intensificazione del lavoro, dovendo fare i conti con le lotte sociali. Ogni trasformazione nell’organizzazione del lavoro, resa possibile dalle rivoluzioni tecnologiche successive, emerge da tentativi coscienti del capitale di spezzare la resistenza della classe operaia all’accrescimento del tasso di sfruttamento ed aumentare i propri strumenti di controllo. L’uscita dalla depressione lunga si realizzerebbe per l’azione di un fattore esogeno che provocherebbe una inversione di tendenza del tasso di profitto e consentirebbe la messa in atto divenuta profittevole, della rivoluzione tecnologica e in un certo senso covava sotto la cenere e che si organizza intorno ad un nuovo sistema di macchine. A tal proposito Mandel si rifà ai lavori di G. Mensch che ha messo in evidenza l’apparizione di grappoli di innovazioni di base nel corso delle fasi di depressione lunga. L’analisi di Mandel apporta elementi interessanti ma resta tuttavia insufficiente, specialmente per ciò che concerne la spiegazione della fuoriuscita dalle depressioni lunghe, in quanto i fattori esogeni indicati sono in realtà fortemente legati alle contraddizioni del sistema economico. Inoltre la genesi delle rivoluzioni tecnologiche è poco esplicitata.


1 settembre 2010

Il New deal come esito intermedio del conflitto di classe

Nella fase storica in cui era giunto il capitalismo occorreva far ricorso a procedure completamente diverse da quelle precedenti. Per necessità di coerenza strutturale, poiché le condizione di una produzione di massa standardizzata cominciano ad essere presenti ed operanti, sono dunque le condizioni di un consumo di massa corrispondente che avrebbero dovute essere messe in atto. Ciò, in una società in cui i salariati occupano una parte in crescita della società, suppone un accrescimento del potere d’acquisto e dunque una nuova politica salariale. Henry Ford aveva avuto tale intuizione già nel 1913, di fronte al rifiuto della catena di montaggio da parte degli operai : il 1 gennaio 1914 egli raddoppia i salari pagando così la stabilità dell’occupazione senza la quale non avrebbe potuto proseguire la sua attività e solo più tardi egli raggiungerà il suo obiettivo. Ma sarà soprattutto la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt a porre storicamente i primi punti di riferimento per una strategia interamente nuova. Keynes è il primo a presentare una teoria generale della situazione e del suo sbocco preconizzando una politica di rilancio vigoroso della domanda effettiva.

 

 

Queste soluzioni si collocano su due piani complementari dal punto di vista dell’istituzione di un nuovo processo regolatore :

·         La messa in atto di un’articolazione funzionale tra produzione di massa e consumo di massa, designata con il termine fordismo da Antonio Gramsci e ben analizzata da M. Aglietta.

·         La messa a punto di forme nuove d’intervento degli stati mediante politiche sistematiche di regolazione congiunturale e di gestione globale delle forze del lavoro.

Non si tratta di una geniale intuizione o di un’analisi logica : questo processo appare soprattutto come il risultato di antagonismo, di interessi e di conflitti sociali, dunque di rapporti di forza stabiliti nella crisi tra capitale e lavoro : l’innovazione maggiore nasce ancora una volta dal conflitto. Consideriamo infatti un elemento chiave del New Deal e cioè quello che prevedeva in particolare la riduzione dell’orario di lavoro, la fissazione di un salario minimo ed il riconoscimento legale delle organizzazioni sindacali. Queste misure fondamentali sono state prese sotto la pressione della potente ed attiva federazione dei minatori della AFL contro una vigorosa resistenza padronale. Quest’ultima continuava ad opporsi all’applicazione delle misure in questione durante due anni di intensi conflitti sociali, che culminarono finalmente nel luglio 1935 in una grande legge (il Wagner Act) che istituisce definitivamente un nuovo diritto sociale. Il New Deal appare così più realisticamente un insieme di misure, messe a punto procedendo a tentoni ed in modo conflittuale, che realizzano una specie di compromesso tra gli elementi più avanzati del movimento operaio (che creeranno una nuova confederazione operaia, il Cio) e la frazione più cosciente del padronato sotto l’arbitrato dello stato.

I lavoratori però dovranno in un certo senso pagare l’aumento del loro potere d’acquisto e la riduzione del tempo di lavoro con l’accettazione della generalizzazione dell’organizzazione fordista e del loro inserimento in un modello di consumo di cui non possono afferrare il senso. Sarà un doppio processo di alienazione in quanto la borghesia industriale giungerà fino a far interiorizzare dai lavoratori i suoi propri valori e la sua propria razionalità economica. Quanto al capitale esso ne trae vantaggio sia dal punto di vista della domanda effettiva, sia dal punto di vista dell’aumento della produttività e del controllo sociale. Questo compromesso storico che è il New Deal fa entrare la dinamica economica del capitalismo in un era nuova : quella per cui la salvaguardia del tasso di profitto nel medio e lungo termine passa per l’incremento del tasso di salario e la riduzione della disoccupazione.

Il sistema economico si ritroverà ricostituito e trasformato dagli elementi analizzati, unitamente alla ripresa di un forte movimento di concentrazione industriale durante la depressione e alla elaborazione di innovazioni in materia sia industriale sia agricola, che saranno perseguite durante la guerra e costituendo un nuovo ordine produttivo. Così il capitalismo monopolistico sarà in grado con la seconda guerra mondiale per gli Usa e il dopoguerra per gli altri paesi capitalistici di imboccare una nuova e poderosa fase di espansione lunga.

 


31 agosto 2010

Il ruolo degli operai nella crisi del 1929

Quanto alla propagazione internazionale della crisi, l’economista americano Charles Kindleberger la attribuisce in gran parte all’assenza di leadership in quanto gli Usa, diventati economia dominante non esercitano in tutto e per tutto tale egemonia.

Se torniamo alla congiuntura degli anni ’20, se la resistenza operaia non ha potuto opporsi alla nuova tappa della dequalificazione del lavoro operaio rappresentata dall’organizzazione fordista, il movimento sindacale era tuttavia riuscito a modificare profondamente il funzionamento del mercato del lavoro rendendo il tasso di salario rigido verso il basso. Ciò ha abolito nella sostanza uno dei meccanismi classici della difesa, in quanto tale abbassamento del tasso di salario permetteva la ricostituzione del tasso di profitto. Questo processo non poteva giocare questo ruolo fin tanto che la domanda derivante dai salari restava minoritaria. Ma dal momento che (in una società caratterizzata dal rapporto di lavoro salariale) la domanda proveniente dai salari diventa considerevole, e ciò viene notato da Keynes, essa tende ad avere un effetto depressivo sulla domanda effettiva e sul tasso di profitto realizzabile molto superiore al suo effetto diretto sul tasso di profitto atteso dagli imprenditori. Ciò è direttamente proporzionale all’aumento del tasso di disoccupazione. Per questo la depressione che segue la crisi del 1929 non può spontaneamente creare le condizioni della ripresa. In definitiva la crisi dl 1929 si colloca in un contesto segnato dall’espansione del lavoro salariato e dagli inizi della produzione di massa, mentre restano immutate le politiche salariali (la quota dei salari su reddito nazionale tra il 1920 ed il 1929 tende addirittura a contrarsi). Quanto alla domanda estera essa si indebolisce con l’esaurirsi della ricostruzione europea.

 

 

 

Così la crisi del 1929 si situa, sia dal punto di vista dei ritmi del capitalismo sia da quello della teoria, al crocevia di due grandi tipi di fluttuazione : il ciclo classico e quello lungo. Si ritrova inasprita la vecchia contraddizione del capitalismo, colta già da Sismondi, tra la pressione a teneri bassi i salari delle imprese e la necessità per queste ultime di incontrare una domanda effettiva sufficiente. La crisi classica non potrà mai più giocare il ruolo di regolatore dell’attività economica. Ciò conferisce alla crisi del 1929 il carattere particolare di una crisi classica gigantesca (con la quale sparisce il processo di regolazione automatico teorizzato dai liberisti) nella misura in cui la sua funzione viene a confondersi con quella della depressione lunga nella quale si trova iscritta.

 


30 agosto 2010

1929 : la tesi di Galbraith

L’economista americano J. K. Galbraith s’impegna invece a costruire una spiegazione a partire da alcuni tratti che lui considera tipici del capitalismo americano degli anni ’20. Per Galbraith lo scatenamento della crisi si deve essenzialmente al divario che si è spalancato, tra il 1919 e il 1929, tra l’incremento della produttività del lavoro industriale (più 43%) e la quasi stagnazione dei salari e dei prezzi. Ne è risultato un forte aumento dei profitti che ha sostenuto la spesa delle classi agiate, ha alimentato la speculazione di borsa ed incoraggiato un livello di investimento elevato (la produzione di beni strumentali crebbe ad un tasso del 6,4%) mentre i consumi popolari salivano appena. In un simile contesto in cui l’investimento produttivo era stimolato esso stesso dalla speculazione, il ritmo della produzione industriale giunse a superare la domanda di beni di consumo e la stessa domanda di beni strumentali. Di qui l’arretramento del tasso di profitto e la frenata brusca delle spese d’investimento, che generò a sua volta una contrazione della domanda e della produzione, scatenando la crisi secondo lo schema classico ma con una violenza eccezionale. L’ampiezza ineguagliata della crisi è stata determinata per Galbraith da questi tre fattori :

·         La distribuzione notevolmente diseguale dei redditi (il 5% della popolazione aveva il 33% del reddito totale), cosa che rendeva l’economia dipendente da spese di lusso e/o da un alto livello d’investimento

·         La forma dominante delle strutture industriali sortisce effetti perversi in una congiuntura speculativa : le holding stornano dall’investimento i profitti delle imprese dei loro gruppi per pagare dividendi sufficienti, il che accentua la spirale deflazionistica

·         Il carattere non pertinente delle misure di politica economica, le quali per bloccare la deflazione, aumentano i dazi doganali, ricercano sistematicamente il pareggio di bilancio, rifiutano politiche fiscali e monetarie

 

 

 

Bisogna poi aggiungere il ruolo dei fattori monetari e finanziari : da una parte il crack finanziario con la speculazione ha amplificato la crisi industriale. D’altra parte il crollo del sistema monetario internazionale nel 1931, mettendo in discussione i mezzi di pagamento internazionali e la capacità di creare nuova liquidità, minacciava il finanziamento degli scambi e dunque il livello dell’attività economica mondiale : il crack era conseguenza della crisi ma ne estendeva l’ampiezza.

 


26 agosto 2010

Rosier : Crisi finanziaria e reale nel 1929

Il periodo 1922-1929 è, dopo la crisi del 1920 negli Usa ed in Francia, un periodo di espansione economica marcata, con una distribuzione del reddito favorevole ai profitti, il che stimola lo sviluppo industriale parallelamente alla speculazione di borsa, incoraggiata da intermediari finanziari che suscitano la speculazione a credito. Dal 1927 la divergenza tra l’indice dei corsi azionari e gli indici dell’attività economica si spalanca pericolosamente annunciando un inevitabile crack quest’ultimo ha causato la depressione o è nato dalle prime difficoltà industriali ? Lescure risponde che le esitazioni nell’industria automobilistica hanno preceduto il crack, ma questo ha giocato un ruolo decisivo nell’evoluzione della crisi industriale, facendo sparire un elemento essenziale di sovra consumo e cioè le plusvalenze di borsa. I fenomeni reali per Lescure non possono essere separati con sicurezza dai fenomeni monetari. Ma come si spiega l’ampiezza della crisi che sopravviene su questa base ?

 

 

Su questo piano le teorie degli economisti liberisti, quali Lionel Robbins e Jacques Rueff considerano ogni crisi come di natura puramente congiunturale e destinata a risolversi da sé finchè i mercati siano liberati da ogni intralcio. Queste interpretazioni si riferiscono ad un modello astratto che vorrebbe rappresentare una realtà molto diversa e complessa ed hanno consigliato terapie che si sono rivelate poi inappropriate.

 


24 agosto 2010

Boyer : la crisi del 1929 come prima crisi che non si regolamenta da sé ?

La crisi del 1929 si apre negli Usa con il gigantesco crollo della borsa di Wall Street. Questa catastrofe finanziaria è essa stessa il riflesso ritardato di un inizio di ripiegamento dei tassi di profitto realizzati e scontati in una congiuntura di superspeculazione sganciata dai fenomeni economici reali. Con il crack finanziario si innesca la depressione, di una durata e di una intensità senza precedenti, estendendosi rapidamente dagli Usa all’Europa attraverso gli effetti della contrazione del commercio estero e delle esportazioni di capitali. Tra il 1929 e il 1932 (punto più basso della crisi), la produzione industriale mondiale regredisce di più del 50%, i prezzi industriali all’ingrosso cadono del 35%, il numero dei disoccupati nel 1933 raggiunge i 30 milioni, negli Usa la disoccupazione è al 25%.

La depressione si amplifica senza che nessuno dei meccanismi classicamente considerati come fattore di ripresa sembri mettersi in azione. Il sistema economico pare incapace di trovare la strada della ripresa da sé. Ed effettivamente la depressione degli anni ’30 è la prima nella storia del capitalismo a non aver conosciuto una ripresa spontanea. In tal modo la crisi classica non gioca più il suo ruolo di regolatore dell’attività economica nel lungo periodo. Se ciò è vero, significa forse che il capitalismo non è più allora ciò che è stato prima


23 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : la crisi del '29 come fase B di un'onda lunga ?

Per l’ampiezza e per l’importanza degli effetti (disoccupazione massiccia, crollo della produzione dei prezzi e indirettamente nazismo e seconda guerra mondiale) la grande crisi del 1929 e la grande depressione che la seguì per circa dieci anni costituisce un problema teorico di grande importanza. Mentre i marxisti annunciavano la caduta del capitalismo e gli economisti liberisti vituperavano gli interventi dello stato ed il ruolo del sindacato nel difendere il tasso di salario, una nuova scuola di pensiero intorno a Keynes e ricollegandosi al New Deal di Roosvelt, annunciava un’era nuova del capitalismo e questa è l’interpretazione più corretta.

 

 

Questa crisi si inscrive nel quadro dei cicli classici, perché giunge esattamente otto anni dopo la crisi di riconversione del 1921. E tuttavia per la sua ampiezza e per i suoi effetti essa è molto più di questo : essa si colloca nel cuore di un periodo molto particolare che si apre alla fine della prima grande guerra mondiale e vede il verificarsi di eventi storicamente determinanti. Si pensi alla rivoluzione d’ottobre in Russia (1917), ad importanti sommosse operaie in Germania e in Italia (1919-1921), all’avvento del fascismo in Italia (1922), all’avvento del nazismo in Germania (1933), al franchismo in Spagna (1936), al New Deal negli Usa, alla socialdemocrazia in Svezia e al fronte popolare in Francia fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Questo periodo è interpretato da diversi autori come la fase B di un’onda lunga la cui fase espansiva avrebbe avuto inizio intorno al 1895.


25 novembre 2009

Domenico Moro : Usa, è vera decadenza ?

 

Alla vigilia del viaggio del presidente Obama in Estremo Oriente, il Sole24ore ha pubblicato un fondo di John Plender. La tesi del rinomato editorialista del Financial Times è semplice: la decadenza degli Usa è meno forte di quanto si creda e la loro egemonia non è realmente in discussione. Secondo il columnist gli Usa non sono condannati a ricalcare le orme della Spagna nel XVII secolo e della Gran Bretagna nel XX secolo, costrette al collasso dall’eccessivo allargamento dei loro imperi. Soprattutto Plender, pur riconoscendo la pericolosità dell’enorme debito Usa (delle famiglie, statale e del commercio estero) nei confronti dei paesi creditori (in primis la Cina) ritiene che: “Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all’altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.” Il punto è che c’è qualche “se” di troppo nel ragionamento di Plender. Invertire la tendenza all’indebitamento è non solo molto difficile, ma contrasta direttamente con i rapporti economici dominanti sia all’interno degli Usa sia tra gli Usa ed il resto del mondo. Se i lavoratori americani si indebitano non è per capriccio ma perché non vi sono altri modi per conservare i loro standard di consumo, che sono condizione necessaria agli alti tassi di profitto delle imprese Usa. Secondo l’Hedrich Center for Workforce Development della Rutger University negli ultimi venticinque anni il salario reale dei lavoratori Usa (la cosiddetta classe media) è crollato. Gli standard di consumo delle famiglie sono stati mantenuti solo grazie all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e all’aumento delle ore di lavoro (negli anni 90, 50 e 60 ore lavorative sono divenute la norma per molti lavoratori). Ma tutto ciò non è bastato e i lavoratori sono stati costretti a indebitarsi con le banche, a loro volta incitate a prestare oltre ogni logica dal governo e dalla Federal Bank mediante un bassissimo costo del denaro. La conseguenza è che il tasso di risparmio delle famiglie è crollato e che in venticinque anni i fallimenti individuali sono cresciuti del 400%. Ciò prima della crisi attuale, dopo il crollo dei mutui nel 2007 la situazione è ancora peggiorata. Contemporaneamente, negli Usa i profitti hanno raggiunto la quota più alta sul reddito nazionale degli ultimi 75 anni. Quale è la ragione di questa apparente contraddizione? La radice delle questione risiede nella tendenza alla caduta del saggio di profitto che si presenta più forte proprio al centro del sistema economico capitalistico, che oggi è negli Usa: quando si raggiunge un alto livello di accumulazione di capitale, l’ulteriore aumento del capitale investito e della produttività non determina una adeguata e proporzionale crescita del profitto. Dal momento che questo, per il modo di produzione capitalistico, è inconcepibile, sul piano interno ne consegue una tendenza alla diminuzione dei salari e alla produzione di profitto senza produzione di merci, cioè mediante una sempre più spasmodica speculazione. Sul piano esterno, si determina una tendenza a sfruttare i surplus di risparmio dei Paesi subalterni e a sostituire il dominio economico con quello militare con l’effetto però di peggiorare la situazione non solo della bilancia commerciale estera ma anche di quella dello Stato. Ma se la massa dei cittadini-lavoratori diventa più povera e lo Stato più indebitato, c’è una minoranza che si arricchisce in virtù di questa situazione, il capitale finanziario che impiega gli enormi flussi di liquidità che arrivano dall’estero, le multinazionali che impiegano lavoratori a salari più bassi in patria e all’estero, le imprese monopoliste e le burocrazie che come parassiti crescono all’ombra dell’indebitamento dello Stato. Pur con enormi differenze, sia la Spagna che la Gran Bretagna hanno attraversato queste fasi, abbandonando la produzione domestica per appoggiarsi sull’impero. La Spagna visse dei prestiti dei ricchi stati italiani garantiti dall’argento che fluiva dalle colonie americane, lasciando deperire la sua base produttiva in Castiglia, e dissanguandosi nelle guerre delle Fiandre nel tentativo di mantenere la propria egemonia. 



La Gran Bretagna compensava i propri deficit commerciali (anche allora con la Cina!), mediante gli enormi surplus commerciali dell’India, sua colonia, e successivamente anche grazie al dominio della finanza mondiale mediante l’egemonia della sterlina. La causa della decadenza degli imperi moderni, quindi, non sta nell’eccessivo allargamento, ma nel parassitismo, che a lungo andare rinsecchisce le radici vitali e produttive del centro imperiale. A questo fenomeno, dato che la produzione capitalistica mondiale è caratterizzata da uno “sviluppo diseguale”, si accompagna l’emergere di nuove potenze economiche che crescono più rapidamente. Quando, dopo la Prima guerra mondiale, gli Usa divennero la prima economia mondiale, passando da debitori a creditori dell’Europa, si capì che l’egemonia inglese e della sterlina dovessero essere sostituite da quelle degli Usa e del dollaro. Cosa che avvenne solo dopo una seconda conflagrazione mondiale con la sconfitta degli altri pretendenti in rapida ascesa industriale, la Germania e il Giappone. Oggi la storia si ripete e Plender prende un granchio citando come esempio di forza il fatto che la spesa militare Usa sia la metà di quella mondiale e molto superiore a quella cinese, specialmente considerando i pessimi risultati della macchina bellica Usa in Iraq e soprattutto in Afghanistan, che si stanno rivelando le Fiandre statunitensi. Gli Usa non possono “imparare” a risparmiare di più né possono semplicemente “deciderlo” i politici. L’indebitamento è oggi condizione necessaria al funzionamento degli Usa e ragione di arricchimento per chi detiene le leve del potere economico. Il vero nodo è che ciò entra in contraddizione con i sommovimenti prodotti dal mercato mondiale, che, accelerati dalla crisi, impongono un trasferimento di ricchezza e di potere a livello mondiale
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