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8 giugno 2011

La forma (logica) dell'acqua

Sul blog di Noise from Amerika si può leggere un post sul referendum sull’acqua. All’interno dei commenti a questo post si è ad un certo punto avvitata una discussione sulla natura dei beni pubblici e sull’appartenenza dell’acqua potabile a questa categoria. Ovviamente la discussione non poteva assumere un tono civile, dato il carattere uterino di alcuni dei partecipanti alla discussione stessa.

A parte un commento sarcastico al fatto che una discussione col professor Boldrin dopo poche battute si riduce alla solita disputa tra guappi su chi ce l’ha più lungo (il curriculum naturalmente), la questione presenta un certo interesse, in quanto nella definizione dei beni pubblici si possono nascondere strategie ideologiche tese a favorire, in nome del libero mercato, il capitale privato nell’ingresso a beni che sono di rilevanza collettiva.

Prima di affrontare però questo problema, due note sul post di Sandro Brusco che probabilmente non aveva intenzione di sollevare questo vespaio. Brusco giustamente nota che l’acqua è un bene scarso ed, in quanto tale, avente rilevanza economica. Questo però non vuol dire che essa debba essere una merce, ma vuol dire solo che la sua gestione deve essere consapevole del carattere non illimitato della disponibilità del bene. Tuttavia Brusco ha detto anche una solenne sciocchezza, equiparando un bene come l’acqua con un bene come il pane (egli argomenta che, dal momento che le panetterie sono gestite da privati, non si vede perché anche l’acqua non possa essere distribuita da imprese private), quando l’utilità dell’acqua ed il suo carattere indispensabile è molto maggiore di quella del pane, che è solo uno degli alimenti ed è perfettamente sostituibile nella dieta. Inoltre fare riferimento (come fa il libro pubblicizzato da Brusco e tradotto da Giannino) alle economie ed agli Stati dei paesi in via di sviluppo è una strategia troppo superficiale per argomentare sul ruolo dello Stato nella  gestione dell’acqua. Dire che “Il libro è incentrato sulla politica della gestione dell'acqua nei paesi in via di sviluppo, che al momento è praticamente solo pubblica. È anche in buona misura fallimentare, risultando sia inefficiente dal punto di vista tecnologico (un notevole ammontare di acqua viene sprecato) sia profondamente ingiusta dal punto di vista distributivo (i poveri sono quelli che più frequentemente pagano le inefficienze della distribuzione)” significa fare una semplificazione fuorviante. I problemi legati all’acqua nei Pvs sono problemi complessi che hanno cause spesso legate all’attività estrattiva ed industriale di imprese private.

La definizione di bene pubblico, così come è trattata nella letteratura specialistica, nasconde invece una operazione ideologica. Il primo tassello di questa operazione è quello solito con cui gli scienziati  in genere generano l’equivoco tra la dimensione nel sapere specialistico e quella del linguaggio comune. L’operazione consiste nel prendere un termine di uso comune e di dargli un senso almeno parzialmente diverso. Come ad es. dimostra Frege in un suo scritto, l’operazione è fatta in maniera assolutamente irresponsabile e indifferente alle conseguenze che possono generarsi. Una di queste è la possibilità che persone mediamente istruite possano riflettere sul contenuto di una scienza incoraggiati dall’utilizzo di termini di uso comune. Il problema è che però queste persone intendono tali termini nel senso che viene loro comunemente attribuito. Il risultato spesso è che le tesi sostenute all’interno di quella scienza che utilizza questi termini risultano spesso contro intuitive e questo causa malintesi e corto circuiti nella comunicazione tra scienziati ed il resto del corpo sociale. Ma in questo caso l’operazione non ha solo questo effetto collaterale, come si può vedere dal fatto che uno dei partecipanti alla discussione del post suddetto sia stato mortificato dal Pico della Mirandola di turno.

Per evidenziare questa strategia ideologica bisogna in primo luogo osservare che nel caso del termine “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” almeno nel linguaggio comune in Europa attiene alla dimensione in cui interviene lo stato oppure le c.d. “istituzioni pubbliche” a causa della rilevanza etico-politica dei beni o delle situazioni considerate. Inserire  il termine “bene pubblico” in un contesto semantico del genere può portare perciò a malintesi. Questi consistono soprattutto nel fatto che l’ambito più ristretto cui si riferisce il termine tecnicamente interpretato si sostituisce surrettiziamente all’ambito semantico più esteso cui si riferisce il termine nell’uso comune. In questo modo si induce l’ascoltatore a considerare i beni pubblici definiti dalla letteratura specialistica come i soli beni pubblici che debbano essere necessariamente tutelati dalle pubbliche istituzioni, a meno che non si introducano ipotesi aggiuntive. Infatti nella definizione specialistica di “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” non si riferisce a quei beni che vengono considerati collettivamente rilevanti dalla comunità dei cittadini, ma da quei beni di cui è inutile o impossibile appropriarsi e che, per questo motivo, vengono demandati alla gestione delle istituzioni pubbliche. In questa prospettiva lo stato prima facie diventa l’agenzia che si occupa in senso residuale di quei beni di cui i privati non possono fare uso per arricchirsi. Ovviamente questo processo non è deducibile dalle tesi della letteratura specialistica che ha operato questa definizione di “bene pubblico”. Dunque apparentemente gli intellettuali che hanno svolto questa operazione hanno la coscienza pulita. Ma l’effetto psicologico e ideologico di questa operazione lo si può riconoscere sia nel dibattito accademico esistente intorno a questi problemi, sia proprio nella spiacevole discussione generata da questo malinteso nella discussione del post suddetto. Gli economisti e i giuristi di impostazione liberista infatti spesso giocano sull’ambiguità : da un lato essi sostengono che le loro definizioni sono quelle più libere da intrusioni ideologiche o etiche, d’altro canto essi usano quelle definizioni per sostenere la loro posizione ideologica ed etico-politica che impedisce allo stato di occuparsi di molte attività economiche in nome della proprietà e della libertà d’impresa. La presunta neutralità teorica diventa non-intervento pratico (con tutti i rischi di connivenza e di omissione che questo comporta).

Che questo paradigma abbia successo è dato dal fatto che anche economisti liberal accettino queste definizioni ed il ruolo residuale dello Stato che da esse deriva. Non serve a nulla assicurare che lo Stato non si debba occupare solo dei beni pubblici, in quanto la manovra ideologica consiste nel rendere più difficile argomentare sulla necessità che lo Stato si debba occupare di certe questioni.

Ma anche se vogliamo fare astrazione da questa ipotetica funzione ideologica che la definizione specialistica di “bene pubblico” dovrebbe svolgere, non possiamo fare a meno di notare che tale definizione presenta alcuni problemi di carattere analitico. Si dice infatti che bene pubblico è un bene che riunisca in sé le due caratteristiche della non-escludibilità nel consumo e della non-rivalità nel consumo. Ma cosa s’intende con queste due proprietà ? E quali sono gli esempi di beni di questo tipo ? In realtà la definizione di queste due proprietà nella letteratura specialistica spesso non è unica, in quanto, dietro una apparente equivalenza, si nascondono differenze che andrebbero concettualmente ricomposte. Per quanto riguarda ad es. la non-escludibilità essa si tradurrebbe nel fatto che l’esclusione di un consumatore addizionale dal godimento del bene è impossibile. Altri però parlano semplicemente del fatto che è impossibile escludere dal godimento del bene un consumatore qualsiasi (in realtà probabilmente quest’ultima definizione è costituita da quella precedente più la proprietà della non-rivalità). Come esempi di non-escludibilità si elencano le boe luminose come ausilio della navigazione, la difesa nazionale, l’illuminazione stradale, il controllo dell’inquinamento e la diffusione radiotelevisiva. Il problema è che l’accezione de facto del termine “impossibile” (necessaria perché la definizione rimanga pura rispetto ad istanze etico-politiche) non permette di ricomprendere all’interno della definizione nessun bene, in quanto tale impossibilità potrebbe essere continuamente messa in discussione nel corso del tempo, ma anche a seconda dei desideri, delle aspettative e della tenacia dei soggetti che si potrebbero candidare all’appropriazione di tali beni. Nel caso della diffusione radiotelevisiva, si potrebbero scoraggiare gli utenti che non pagano sequestrando l’apparecchio televisivo. Nel caso del trasporto pubblico si potrebbero comminare ammende a tappeto per un lasso di tempo pianificato. E la convenienza economica di questi provvedimenti potrebbe essere variabile. Nel caso della difesa nazionale si potrebbe provvedere a difendere più una parte del territorio che non un’altra (per ragioni diverse e con giustificazioni più o meno condivisibili) ed in questo caso non sarebbe così automatico il fatto che il bene sia fruito in modo paritario da tutti. Si potrebbero escludere interi rioni dalla fruizione dell’illuminazione stradale. Alcuni possono ragionare sull’escludibilità a partire dal momento precedente l’accensione dei lampioni, altri a partire dal momento immediatamente successivo. Spesso il bene viene considerato astraendo dalle sue modalità di erogazione, altre volte invece viene considerato a valle del sistema che lo eroga. Questa molteplicità di prospettive genera una certa confusione e denota il fatto che la definizione proposta ha qualche problema abbastanza rivelante da renderla inefficace ad orientare le scelte politiche dei cittadini e dei loro rappresentanti.

Per quanto riguarda invece la non-rivalità nel consumo essa viene definita o come la possibilità di godimento del bene da parte di un consumatore addizionale a costo zero, oppure come la possibilità di tale godimento senza che il godimento di un altro venga compromesso, oppure ancora come l’impossibilità di tale gioco competitivo nel momento in cui il bene (o più correttamente il servizio) viene erogato. Queste definizioni sono equivalenti tra loro solo attraverso ipotesi aggiuntive e questo è un problema teorico ulteriore. Alla fine non è un caso che all’interno della categoria dei beni pubblici puri si rischi di non trovare neanche un tipo di bene. La letteratura probabilmente include la difesa nazionale solo per il pregiudizio ideologico secondo il quale la concezione liberal-minimalista considera le truppe anti-sommossa come un residuo statuale ineliminabile atto a garantire l’incolumità della proprietà privata. A guardia del bidone vuoto dei beni pubblici rimane imperturbabile il principe di Windisch-Graetz.

 

A parere di chi scrive, per evitare queste problematiche derivanti dal ricorso a troppo oscillanti criteri di fatto, bisogna ridefinire il concetto di bene pubblico ricomprendendo in esso le istanze etico-politiche utopisticamente escluse e riconciliando l’uso comune del termine con quello della letteratura specialistica. Si può tentare tale definizione dicendo che bene pubblico è un bene non-escludibile de iure. Questo nel senso che il bene venga considerato correlato necessario di un diritto soggettivo e dunque vada assicurato a tutti, tenendo conto della sua scarsità. Questo evita di dover sempre aggiornare l’elenco dei beni che rientrano in questa categoria a causa del progresso tecnologico. Tale aggiornamento può seguire il ritmo più ragionevole (si spera) del dibattito pubblico e della trasformazione del corredo dei valori condivisi da una o più comunità. Dalla proprietà della non-escludibilità può derivare anche quello della non-rivalità, nel senso che, dal momento che viene assicurato a tutti, non è possibile una sua ulteriore fruizione che escluda alcuno degli aventi diritto. Naturalmente, essendo queste proprietà garantite de iure, da un lato l’intervento dello stato non è residuale ma è un impegno in positivo, volto ad assicurare e migliorare la fruizione del bene pubblico da parte di tutti gli aventi diritto. D’altro canto si può spiegare il fatto che tale accessibilità de facto non sia sempre e nella stessa misura garantita. Inoltre questa definizione sancisce che i beni pubblici economici non possono essere definiti all’interno di una presunta scienza economica avalutativa e si inserisce all’interno di una filosofia (o di una teoria) del diritto e della politica che forniscono i vincoli e i limiti che delineano il campo all’interno del quale si può costituire una politica economica. Al massimo l’economia può definire dei beni che vengano collettivamente fruiti, senza però che tale modalità sia tale da portare ad una definizione di “bene pubblico”, dal momento che il termine “pubblico” ha un riferimento di tipo giuridico e normativo difficilmente trascurabile.

 Dunque, applicando questa tesi alla questione dell’acqua, si può concludere che, per quanto questa non sia un bene pubblico nei termini della letteratura pseudo-scientifica (tale proprio perché presume ideologicamente di poter fare a meno dell’istanza etico-politica nel costruire le proprie definizioni), essa è un bene pubblico in quanto la sua erogazione garantisce l’esercizio del diritto alla vita ed alla salute dei cittadini. Qualcuno a questo proposito dice che l’acqua potabile sia un bene escludibile anche perché si può far ricorso all’acqua piovana o a quella imbottigliata. Tuttavia la modalità di erogazione legata agli acquedotti ed ai sistemi di depurazione è probabilmente quella più adatta a garantire la non-rivalità del bene e la sua fruizione genuinamente collettiva. 

 

 


5 marzo 2010

Walden Bello : perchè il liberismo resiste

 Il recente crollo dell'economia globale - causato, tra le altre cose, dalla mancata regolamentazione dei mercati finanziari - ha ulteriormente eroso la credibilità del neoliberismo, che continua però ad esercitare una forte influenza sulla maggior parte degli economisti e dei manager economici. Per loro il neoliberismo resta il discorso per definizione, nonostante i suoi evidenti limiti.



Perché si continua a invocare i mantra neoliberisti, quando le promesse di questo approccio dottrinario sono state contraddette dalla realtà quasi a ogni passo?
Il neoliberismo è un approccio che vede nel mercato il regolatore fondamentale dell'attività economica e mira a ridurre al minimo l'intervento dello stato nella vita economica. In tempi recenti esso è stato identificato con l'economia stessa, data la sua egemonia in quanto paradigma di questa disciplina, dato cioè il fatto che il neoliberismo ha scalzato gli altri approcci in quanto forme legittime dell'agire economico.
Poiché l'economia è vista in molti ambienti come una «scienza dura», un po' come la fisica - essendo, ad esempio, l'unica scienza sociale per cui c'è un Premio Nobel - il neoliberismo ha avuto un'influenza enorme e pervasiva non solo nei circoli accademici ma anche in quelli politici (secondo una certa visione, nella hard science rientrano le scienze biologiche e le altre discipline basate su dati «oggettivi», mentre le scienze sociali sono relegate al ruolo di soft science in quanto viene loro attribuita minore validità scientifica, ndt). Mentre l'Università di Chicago, casa del guru del neoliberismo economico Milton Friedman, diventava la fonte della saggezza accademica, nei circoli dei tecnocrati il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale erano considerati le istituzioni chiave per tradurre questa teoria in politica, con un insieme di prescrizioni pratiche applicabili a tutte le economie.
È sorprendente realizzare come il neoliberismo sia diventato un paradigma egemonico solo di recente. Fino alla metà degli '70 del Novecento, l'ortodossia era l'economia keynesiana, che considerava necessaria per la stabilità e la crescita regolare una buona dose di intervento statale. In quello che veniva chiamato il Terzo Mondo, l'approccio dominante era lo sviluppismo, che prescriveva la teoria keynesiana alle economie che non erano state ancora sufficientemente penetrate e trasformate dal capitalismo. Lo sviluppismo aveva una corrente più conservatrice ed una più progressista, ma entrambe vedevano nello stato, e non nel mercato, il meccanismo centrale per lo sviluppo.
Ritengo siano tre i motivi per cui il neoliberismo resta dominante nonostante i suoi fallimenti.
Primo, in determinati paesi in via di sviluppo, come le Filippine, continua ad essere pervasiva l'idea che la corruzione spieghi il sottosviluppo. Poiché lo stato è considerato la fonte della corruzione, un rafforzamento del suo ruolo nell'economia, anche come regolatore, è visto con scetticismo. Il discorso neoliberista si lega molto chiaramente a questa teoria della corruzione, con la sua minimizzazione del ruolo dello stato nella vita economica e la sua idea che rendere più dominanti le relazioni di mercato nelle transazioni economiche a spese dello stato possa ridurre le opportunità di corruzione da parte dei soggetti economici e statali.
Ad esempio, per molti filippini, e non solo nella classe media, lo stato corrotto - e non le relazioni di disuguaglianza generate dal mercato e l'erosione degli interessi economici nazionali determinata dalla liberalizzazione del commercio e dei mercati finanziari - continua ad essere il principale ostacolo a un maggiore benessere. Esso è visto come il maggiore impedimento allo sviluppo e ad una crescita economica sostenuta. La corruzione naturalmente è da condannare per ragioni morali e politiche, ma questa presunta correlazione tra corruzione, sottosviluppo e povertà ha poca ragion d'essere.
Secondo, nonostante la profonda crisi del neoliberismo, non è emerso nessun discorso o paradigma alternativo credibile, sia a livello locale che a livello internazionale. Non c'è niente che assomigli alla sfida che l'economia keynesiana rappresentò per il fondamentalismo del mercato durante la Grande Depressione, agli inizi degli anni '30 del Novecento. Le sfide lanciate da economisti di successo come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Dani Rodrik restano dentro i confini dell'economia neoclassica, con la sua equazione tra welfare sociale e riduzione del costo unitario di produzione.
Terzo, l'economia neoliberista continua a proiettare un'immagine di «scienza dura» perché è stata completamente matematizzata. All'indomani della recente crisi finanziaria, questa sua estrema formalizzazione e matematizzazione è stata criticata dagli stessi economisti. Alcuni hanno sostenuto che il fine ultimo della pratica economica è diventato la metodologia e non la sostanza, e che di conseguenza la disciplina ha perso il suo contatto con i trend e i problemi del mondo reale. Vale la pena osservare che John Maynard Keynes, egli stesso una mente matematica, era contrario alla matematizzazione dell'economia proprio per il falso senso di solidità che quella le conferiva. Come osserva il suo biografo Robert Skidelsky, Keynes era «notoriamente scettico sull'econometria»; per lui i numeri erano «semplicemente indizi, stimoli per l'immaginazione», e non l'espressione di certezze o probabilità di eventi passati e futuri.
Perciò, per superare il neoliberismo bisognerà andare oltre l'adorazione dei numeri che spesso celano il reale, e oltre lo scientismo che si maschera da scienza.


27 aprile 2009

Giancarlo De Vivo : economisti ed economisti

 Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.



Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.


12 marzo 2009

Stiglitz : meglio nazionalizzare

 La notizia che la nazionalizzazione delle banche potrebbe essere necessaria anche secondo Alan Greenspan dimostra quanto la situazione sia disperata. Come è evidente da tempo, l'unica soluzione è che il nostro sistema bancario sia rilevato dal governo, forse sulla falsariga di quanto fecero Norvegia e Svezia negli anni '90. Bisogna farlo, e farlo in fretta, prima che altri soldi vadano sprecati in manovre di salvataggio.
Il problema delle banche americane non è solo un problema di liquidità. Anni di comportamenti sconsiderati, tra cui la concessione di crediti inesigibili e l'avere giocato d'azzardo con i derivati, le hanno ridotte in bancarotta. Se il nostro governo rispettasse le regole del gioco - che prevedono tra l'altro la chiusura delle banche il cui capitale è inadeguato - sono molte, se non moltissime, le banche che uscirebbero dal mercato.
Nessuno sa con certezza quanto sia grande il buco; secondo alcune stime la cifra ammonterebbe a duemila o tremila miliardi di dollari o più. Dunque la domanda è: chi si farà carico della perdite? Wall Street non chiederebbe di meglio che uno stillicidio continuo del denaro dei contribuenti. Ma l'esperienza di altri paesi suggerisce che quando sono i mercati finanziari a comandare, i costi possono essere enormi. Paesi come l'Argentina, il Cile, l'Indonesia, per salvare le proprie banche hanno speso il 40% e oltre del loro prodotto interno lordo. Il costo per il governo è di particolare importanza, dato l'indebitamento ereditato dall'amministrazione Bush, che ha visto il debito nazionale lievitare da 5.700 miliari di dollari a oltre 10.000 miliardi di dollari. Se non stiamo attenti, la spesa pubblica per il salvataggio determinerà l'esclusione di altri programmi essenziali del governo, dalla previdenza sociale ai futuri investimenti in campo tecnologico. C'è un principio fondamentale nell'economia dell'ambiente, detto «l'inquinatore paga»: gli inquinatori devono farsi carico del costo necessario a eliminare l'inquinamento da essi prodotto. Le banche americane hanno inquinato l'economia globale di rifiuti tossici; è una questione di equità ed efficienza che esse vengano costrette, prima o poi, a pagare il prezzo della bonifica. Solo facendo sì che il settore paghi i costi delle sue azioni, recupereremo efficienza.



L'amministrazione Obama ha lanciato una serie di idee, dal comprare i bad assets (detti anche «asset tossici», ndt) e metterli in una bad bank, lasciando che sia il governo a disporne; all'assicurare le banche; all'aiutare gli investitori privati (come gli hedge funds) a comprare i bad assets, presumibilmente prestando denaro agli investitori a condizioni di favore. Causa la mancanza di dettagli, il mercato ha accolto con perplessità l'annuncio dell'amministrazione Obama del suo cosiddetto piano. Il diavolo è nei dettagli, e senza i dettagli non possiamo essere certi di come si presenteranno le cose.
Una delle prime idee lanciate da Paulson era che il governo comprasse i bad assets dalle banche. Naturalmente, Wall Street era entusiasta di questa idea. Chi non vorrebbe scaricare la propria spazzatura sul governo a prezzi gonfiati? Le banche potrebbero liberarsi di alcuni di questi asset «cattivi» anche adesso, ma non al prezzo che vorrebbero. Poi ci sono altri asset con cui il settore privato non vuole avere niente a che fare. Il 15 settembre il colosso delle assicurazioni Aig ha annunciato che era sotto di 20 miliardi di dollari. Il giorno successivo, le sue perdite erano salite a circa 85 miliardi di dollari. Un po' dopo, quando nessuno ci faceva caso, c'è stata una ulteriore sovvenzione, che ha portato il totale a 150 miliardi di dollari. Poi il 1° marzo il governo ha stanziato per l'Aig altri 30 miliardi di dollari di soldi dei contribuenti: il quarto intervento in meno di sei mesi.
Quasi tutte le varianti della proposta «cash for trash» («soldi in cambio di spazzatura») si basano sull'idea di mettere i bad assets in una bad bank (i fautori del piano preferiscono il termine più gentile «banca aggregatrice»). Ma le banche, anche se avessero solo gli asset «buoni», probabilmente non disporrebbero di liquidità neanche dopo che i contribuenti avessero strapagato la spazzatura. Io credo che la bad bank, senza nazionalizzazione, sia una cattiva idea. Dobbiamo respingere qualunque piano di tipo «soldi in cambio di spazzatura». È un altro esempio dell'economia voodoo che ha segnato il settore finanziario: il tipo di alchimia che ha consentito alle banche di sminuzzare i mutui subprime, che avevano rating F, trasferendoli in titoli presunti sicuri con rating A.
Ancora peggiori sono le proposte di cercare di spingere il settore privato a comprare la spazzatura. In questo momento i prezzi che esso è disposto a pagare sono così bassi che le banche non sono interessate - la dimensione del buco nei loro bilanci verrebbe allo scoperto. Ma se il governo assicurasse gli investitori del settore privato - e inoltre concedesse prestiti a condizioni favorevoli - il settore privato sarebbe disposto a pagare un prezzo più alto. Con una sufficiente assicurazione e termini per i prestiti favorevoli, oplà! Possiamo rendere le nostre banche solvibili. Questa proposta, come molte altre provenienti dagli ambienti bancari, si basa in parte sulla speranza che, se le banche renderanno le cose sufficientemente complesse e opache, nessuno noterà il regalo al settore bancario finché non sarà troppo tardi.
Le imprese spesso si mettono nei guai - accumulando più debiti di quanti ne possano ripagare. Da sempre c'è un modo di risolvere il problema, chiamato «riorganizzazione finanziaria», o bancarotta. La bancarotta spaventa molte persone, ma non dovrebbe. Tutto quello che succede è che le pretese finanziarie nei confronti dell'impresa vengono ristrutturate. Quando l'impresa naviga in acque molto brutte, gli azionisti vengono spazzati via, e gli obbligazionisti diventano i nuovi azionisti. Quando la situazione è meno grave, una parte del debito viene convertita in capitale netto. In ogni caso, senza il fardello dei pagamenti mensili del debito, l'impresa può tornare alla redditività.
Le banche differiscono sotto un solo aspetto. Il fallimento di una banca si traduce in un particolare stato di sofferenza per i correntisti e può portare a problemi più ampi sul piano economico. Ancor peggio, la lunga esperienza ci ha insegnato che quando le banche rischiano di fallire, i loro dirigenti mettono in atto comportamenti che comportano il rischio di far perdere ancora più soldi ai contribuenti. Ad esempio, possono fare grosse scommesse: se vincono, si tengono il ricavato; se perdono - e allora? tanto sarebbero morti comunque. Ecco perché abbiamo leggi che dicono che quando il capitale di una banca è poco, questa deve essere chiusa. Non aspettiamo che la cassa sia vuota. L'amministrazione Obama sembra proporre una via d'uscita da questo pasticcio: vi sottoporremo a uno «stress sotto sforzo». Vediamo come ve la cavate. Se superate il test, vi aiutiamo a uscire dalle vostre difficoltà temporanee. Il ricorso a test sotto sforzo comporta l'utilizzo di modelli matematici per vedere che cosa succede nei diversi scenari. Le banche dovevano sottoporsi esse stesse a questo tipo di test regolarmente. I loro modelli dicevano che tutto andava bene. Sappiamo che quei modelli hanno fallito. Quello che non sappiamo è se i modelli che userà l'amministrazione saranno migliori. Ci è stato detto che servirà del tempo per fare il test, e mentre aspettiamo, metteremo altri soldi in istituzioni che stanno fallendo, soldi buoni in cambio di cattivi, con un debito nazionale sempre maggiore.
Gradualmente l'America sta capendo che dobbiamo fare qualcosa, adesso. Abbiamo già una cornice di riferimento per quanto riguarda il modo di trattare con le banche il cui capitale è inadeguato. Dovremmo usarla, e velocemente, forse con alcune modifiche necessarie ad affrontare la natura inusuale dei problemi odierni. Possiamo procedere in molti modi. Una proposta innovativa (varianti della quale sono state lanciate da Willem Buiter alla London School of Economics e da George Soros) prevede la creazione di una good bank (una «banca buona»). Invece di riversare gli asset tossici sul governo, dovremmo estrarre quelli buoni - quelli a cui si può facilmente assegnare un prezzo. Se il valore delle pretese dei correntisti e di altre pretese che riteniamo debbano ricevere tutela è minore del valore degli asset, allora il governo firmerà un assegno alla vecchia banca (la chiameremmo bad bank). Se accade il contrario, allora il governo potrebbe vantare una pretesa prioritaria nei confronti della vecchia banca. In tempi normali, sarebbe facile ricapitalizzare la banca «buona» privatamente. Ma questi non sono tempi normali, perciò il governo potrebbe dover gestire la banca per un po' di tempo.
Di questi tempi, non suonano convincenti coloro che dicono che non si può confidare nel fatto che il governo allochi il capitale in modo efficiente. Dopo tutto, il settore privato non si è comportato molto bene. Nessun governo in tempo di pace ha sprecato tante risorse quante ne ha sprecate il sistema finanziario privato americano. Gli incentivi di Wall Street erano studiati per incoraggiare un comportamento miope ed eccessivamente rischioso.
C'è ogni motivo per credere che una banca temporaneamente nazionalizzata si comporterà molto meglio - anche se la maggior parte dei dipendenti saranno comunque gli stessi - semplicemente perché avremo cambiato gli incentivi perversi. L'esperienza maturata in altri paesi, compresi quelli scandinavi, dimostra che l'intera operazione può essere condotta bene - e quando alla fine l'economia torna alla prosperità, le banche in grado di fornire un utile possono essere restituite al settore privato. Non servono soluzioni mirabolanti. Le banche, semplicemente, devono tornare a ciò a cui servono: prestare soldi, con prudenza, alle imprese e alle famiglie, sulla base di una valutazione buona - e non marginale - dell'utilizzo cui è destinato il prestito e della possibilità per chi lo ha ricevuto di restituirlo.
Ogni fase di flessione prima o poi termina. Alla fine potremo vendere le banche ristrutturate a un buon prezzo - anche se, è sperabile, non a un prezzo basato sull'aspettativa esuberante e irrazionale di un'altra bolla finanziaria. L'idea che trarremo profitto dalle manovre di salvataggio - il settore finanziario ha cercato di spacciarcele per «investimenti» - sembra essere caduta dal discorso pubblico. Ma almeno possiamo usare i proventi della vendita finale delle banche ristrutturare per ripagare l'enorme deficit che questa debacle finanziaria avrà causato al nostro paese


24 febbraio 2009

Oltre i Nobel cazzari : quelli che qualcosa l'avevano prevista

Qualcuno mi ha rimproverato di attribuire all'economia facoltà profetiche giusto perchè avevo parlato di previsioni sbagliate (chissà a cosa serve l'economia...).
Ma se avevo parlato di Nobel cazzari, c'è anche qualcuno che delle previsioni sulla possibilità di una crisi di questo genere le aveva fatte. Vediamo un po' :
1)
Sul Sole 24 Ore del 03/11/2001 Nicola Cacace, ex presidente di Nomisma collega la crisi successiva all'11 Settembre a quelle asiatiche del 1997-1998 e sentenzia che si tratta di crisi legata al calo della domanda aggregata in uno con gli eccessi di investimenti finanziari speculativi con distorsione dei prezzi e delle regole di mercato. Egli dice pure : "Se la crisi depressiva è soprattutto crisi da domanda aggregata, così come nel '29, non serve a molto incentivare gli investimenti se non riparte la domanda di consumo... c'è da incentivare nei modi possibili quella vasta area di consumatori i cui salari hanno a mala pena recuperato l'inflazione...". Cacace ribadisce la sua analisi, sia pure generica, a fine 2001 , a Gennaio 2002 , ad Agosto 2002 , a Dicembre 2002, a Luglio 2003, ad Ottobre 2008 ed anche a Gennaio 2009 . Una tenacia ed una coerenza ammirevoli.
2)
In un intervista al Giornale del 30/10/2002, Mario Deaglio accenna alla possibilità di una recessione legata al crollo del mercato immobiliare Usa.
3)
In un articolo su Liberazione del 2/2/2003, Joseph Halevi, in una analisi storica delle contraddizioni dell'economia Usa, scrive : "Nel periodo clintoniano l'espansione avvenne sulla base di salari reali in diminuzione per cui la dinamica del consumo finì per dipendere dall'indebitamento crescente delle famiglie dando luogo ad una vera e propria bolla da debito. Se la bolla non è ancora scoppiata lo si deve all'abbassamento dei tassi di interesse. Questi però non possono scendere oltre un certo limite, mentre l'indebitamento delle famiglie continua ad espandersi in rapporto al reddito disponibile. Ergo il momento del reality check si avvicina". In un articolo sul Manifesto del 29/05/2003, Halevi ribadisce l'idea di guardare complessivamente alla storia dell'economia mondiale degli ultimi trent'anni ed a proposito dell'Europa evidenzia quella che adesso sarà un'altra difficoltà : "Il blocco della domanda interna europea poggia su di una vera e propria architettura istituzionale, molto difficile a riformare senza far crollare il castello della costruzione europea"
In un altro articolo del Luglio 2007 Halevi addirittura denuncia che : "L'accumulazione finanziaria viene in qualche modo contabilizzata nel Pil che quindi sembra crescere, mentre la precarizzazione riduce la disoccupazione senza dover ricorrere a politiche keynesiane con l'esercito di riserva che si situa dentro l'occupazione stessa...il sistema bancario fa soldi a tonnellate grazie all'accresciuta liquidità, ricicla ed aumenta il debito delle famiglie, le quali pur vedendo il rapporto debito/reddito aumentare, cercano di non cadere nella delinquenza finanziaria e si buttano ulteriormente sul mercato del lavoro con occupazioni precarie : ne consegue che la disoccupazione si situa al di sotto del 5%, mentre alò tempo stesso aumenta il rischio di insolvibilità delle famiglie..." 
4) Nel Settembre 2003 Paolo Sylos Labini
in questo articolo fa una articolata ipotesi di previsione sulla possibilità di una crisi del tipo di quella del 1929, crisi che sarebbe scaturita negli Usa a causa principalmente del debito privato. Tra le altre cose egli dice : " In una relazione sulle prospettive dell’economia mondiale, che presentai nell’aprile del 2002 a un convegno della Cgil e che poi fu pubblicata da Il Ponte (maggio 2002), esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita. In effetti, sin dal mio esordio come economista ho cercato di analizzare lo sviluppo capitalistico che, come aveva sostenuto Marx e riproposto in forme originali Schumpeter, ha un andamento ciclico, ossia passa attraverso fasi di prosperità e di recessione o di depressione. Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America...
Quando aumenta la disuguaglianza distributiva sorgono almeno due problemi: si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle. Negli anni Venti del secolo scorso la quota di reddito che va al quintile dei redditieri più ricchi sale di sei punti: passa dal 48% nel 1923 al 54% nel 1929 (Sylos Labini 1984, p. 265). Dal 1992 al 2001 il potere d’acquisto del reddito mediano del quintile più basso ha perso 3,6 punti, mentre quello del quintile più alto è cresciuto di 0,7 punti: il divario è salito di 4,3 punti: non è poco (dati del Federal Reserve System cortesemente forniti allo scrivente dal Servizio Studi della Banca d’Italia.
La diseguaglianza cresce in modo sistematico o come effetto della politica fiscale o come conseguenza di grandi innovazioni che fanno crescere i profitti nelle nuove industrie e poi, via via, in tante altre industrie, le cui condizioni di produzione e di vendita sono modificate 
dalle nuove industrie e dai nuovi prodotti – si tratta di una sorta di economie dinamiche esterne –. Crescono, a ondate successive, i profitti e ciò provoca ondate speculative in borsa, che hanno l’epicentro proprio nelle innovazioni. I profitti, i guadagni provenienti dalle azioni e gli elevati compensi ai manager, specialmente ai “top manager”, alimentano anche ondate di acquisti di immobili e si formano due bolle speculative, una in borsa e l’altra nei mercati immobiliari. In America la prima si è sgonfiata due volte, la seconda finora solo una volta ha subìto un arresto. Il fatto è che, nell’era della globalizzazione, le ondate speculative si diffondono nell’intero mondo sviluppato, ma con asincronie; inoltre, gli interessi coinvolti sono così rilevanti che la banca centrale e le principali banche, che a volte partecipano alle speculazioni, attuano una politica di sostegno, che può durare a lungo, anche se non all’infinito. Per questi motivi le bolle speculative non si sgonfiano di colpo. La bolla speculativa di Wall Street esplose una prima volta alla fine del 2000 con effetti nettamente negativi sul potere d’acquisto complessivo delle famiglie. Si è poi sgonfiata una seconda volta ma, in dimensioni ridotte, vi è ancora...
Con riferimento all’America sono da considerare quattro tipi di debiti: debito pubblico, debito delle imprese, debito delle famiglie, debito estero; è poi fondamentale la distinzione fra debiti a breve e a lungo termine, che quando diventano difficili da ripagare vengono chiamati immobilizzi. In America i debiti privati e il debito estero hanno raggiunto livelli patologici, mentre il debito pubblico solo da poco suscita preoccupazioni. Il problema fondamentale dell’economia americana sta proprio nei debiti, che oggi hanno assunto ampie dimensioni. È il risultato di vari fattori, economici – fra cui la politica liberale della banca centrale e gli abusi di diverse grandi imprese – e non economici – come la guerra in Iraq e l’occupazione di quel paese....
I problemi odierni sono gravi poiché l’indebitamento a medio e lungo termine ha assunto un peso rilevante. In America le famiglie si sono indebitate a lungo termine principalmente per acquistare immobili, le imprese per acquistare macchine e attrezzature e per acquistare altre imprese: spesso tali acquisti danno luogo a immobilizzi. Fornendo come garanzie gli immobili, le famiglie possono poi ottenere dalle banche prestiti a interessi più bassi di quelli che debbono pagare senza tali garanzie, ciò che consente loro di acquistare beni di consumo durevole che con il loro reddito non sarebbero in grado di acquistare. In generale, negli Stati Uniti la crescita del debito delle famiglie è stata assecondata dalle politiche liberali del credito ed è stata favorita dal tasso di risparmio che, come si sa, in quel paese è molto basso."
5) Il giornalista economico Alexander Weber avverte in quest'articolo del 2003 che l'Europa non sta molto meglio degli Usa : infatti "Da parte loro le famiglie hanno agito nel modo più semplice, trasferendo i risparmi dalle azioni alle proprietà immobiliari...Tale passaggio è stato massiccio. Ma gli effetti sulla distribuzione del reddito sono drammaticamente diversi...un aumento delle attività immobiliari in condizioni di prezzi che salgono tende a redistribuire il reddito rapidamente dal basso verso l'alto, cioè dai primi acquirenti ai detentori di capitali immobiliari. Anche in questo caso gli effetti sulla propensione al consumo sono negativi : le famiglie a reddito alto consumano meno in percentuale di quelle benestanti. "
6) Sempre nel 2003 Robert Reich, economista ed ex-ministro del lavoro Usa, afferma : "...i consumatori americani continuano a comprare. Ma c'è un limite a quanto i consumatori possono spendere, visto che i loro posti di lavoro stanno sparendo e i loro libretto degli assegni vacilla. La preoccupazione è dovuta al fatto che i consumatori in questo momento sono seriamente indebitati. I bassi tassi di interesse hanno reso facile per i consumatori più incalliti prendere in prestito del denaro fornendo in garanzia la propria casa. I proprietari di case stanno acquistando, con il denaro ottenuto in prestito, ogni sorta di cosa che altrimenti non potrebbero permettersi o stanno facendo fronte al  crescente debito delle loro carte di credito. Finchè il prezzo delle case continua a salire, chi prende denaro in prestito è protetto contro un crollo repentino delle proprie finanze. Ma se i tassi di interesse torneranno ad aumentare, i prezzi delle case smetteranno di salire e potranno anche cominciare a scendere..."
Al'inizio del 2004 Reich aggiunge : "Nel frattempo però, milioni di persone rimangono disoccupate o finiscono per essere così scoraggiate da rinunciare alla ricerca di un lavoro. A volte queste persone devono adattarsi a stipendi molto più bassi o a trasformarsi in  consulenti, un modo altisonante per dire lavoratori precari. Alla fine con così tante persone costrette a vivere nell'incertezza, la domanda di beni e  servizi da parte dei consumatori porebbe cominciare  a scemare"
7)
Stephen Roach della Morgan Stanley, sicuramente l'uomo più innamorato della teoria di una crisi sempre imminente, il 13/09/2004 dice : "Noi americani, l'intera popolazione della nazione più potente del mondo, paghiamo solo per gli interessi dei debiti privati più del venti per cento del reddito disponibile.. e il tasso di risparmio è uguale allo 0,6% dei salari.  Il rischio di un grande crack da debito è diventato spaventoso...e se si guarda il grafico di come sono andati avanti i lavoratori negli ultimi sei cicli di ripresa e come si stanno comportando nell'ultima congiuntura favorevole,  si scopre che, oltre al fatto che la crescita del numero dei posti di lavoro è totalmente insufficiente, neanche i salari stanno crescendo come dovrebbero...eppure i consumi si impennano. Essi escono dai debiti, ma non si può andare avanti così. La crescita nei fatti è anemica, senza aumenti nè di lavoro nè di salari e per di più, anche i consumi si stanno in parte raffreddando..." Roach nell'Agosto 2002 già aveva accennato a questi problemi : "Gli elementi che fino a questo punto hanno esercitato la spinta propulsiva sull'economia, come il comparto delle costruzioni e del consumo di beni durevoli stanno progressivamente indebolendosi....Se i governi europei non stimoleranno adeguatamente le politiche fiscali e monetarie di stimolo della domanda interna, il rallentamento statunitense avrà un impatto molto serio sulle altre economie" Nel Maggio del 2003 aggiunge a proposito dell'Europa : "Bisogna che la BCE abbassi e subito i tassi. Altrettanto importante è allentare i vincoli del Patto di stabilità, che è troppo restrittivo.". Il 14/02/2005 dice : "..L'America è il paese più indebitato del mondo, sia dal punto di vista pubblico che privato, e questa è una mina vagante per il pianeta che potrebbe sempre esplodere da un momento all'altro.". L'11/09/2006 Roach continua : "...è improvvisamente finito il discorso sul refinancing grazie all'immobile di proprietà e questo paralizza i consumatori che ora hanno semmai il problema di saldare i debiti più che di consumare..e l'economia americana si basa per il 70% sui consumi...". Infine il 1/05/2007 Roach avverte : "La distribuzione del lavoro ha provocato nel mondo sviluppato fortissime pressioni su occupazione e salari....i salari dovrebbero salire, i profitti delle grandi corporations dovrebbero scendere...è ragionevole aspettarsi che i politici vogliano controllare i profitti in eccesso del capitale..."
8) Il 20/05/2005 si sveglia anche Alan Greenspan il quale chiede il ridimensionamento di Fannie Mae e della Freddie Mac (aziende di interesse pubblico incaricate di rilevare e consolidare i mutui delle banche e di emettere obbligazioni lucrando sullo spread) agitando la crisi dei mercati finanziari
9) Il 10/06/2005 si sveglia anche Paul Krugman, il quale ammette (nonostante qualcuno gli voglia erroneamente attribuire la qualifica di profeta della crisi) "Alcuni analisti più pessimisti come Stephen Roach della Morgan Stanley sostengono che non abbiamo ancora finito di pagare per i nostri eccessi passati (relativamente alle bolle finanziarie). Personalmente non ho mai condiviso totalmente il suo punto di vista e tuttavia guardando il movimento del mercato immobiliare, sto iniziando a ricredermi ". Segue poi una descrizione più o meno analoga a quelle precedenti ed anche una domanda : "Ora cosa può rimpiazzare la bolla immobiliare ?" (domanda che tutto il capitale mondiale si sta forse ponendo in questo momento) oltre a rivelare che "A luglio 2001, Paul Mc Culley, economista del colosso finanziario Pimco, aveva previsto che la Federal Reserve non avrebbe fatto altro che sostituire una bolla speculativa con un altra (la bolla azionaria con la bolla immobiliare)" ed a citare Robert Shiller (autore di quest'articolo del 25/06/2004) che dice "quella immobiliare potrebbe essere la bolla più grande nella storia degli Stati Uniti".
10) Seguono poi articoli o interviste di Vaciago, Alvi, Roubini, Stiglitz  



Insomma, non solo questa crisi era stata prevista, ma era stata correttamente analizzata come crisi inizialmente legata alla domanda e ai bassi salari, crisi che si era tentato di scongiurare con bolle azionarie, con la guerra e con la bolla immobiliare e che è poi diventata crisi finanziaria, per poi di nuovo ritornare sull'economia reale, sull'occupazione e sui salari in un ciclo perverso che non si può spezzare riducendo nuovamente la massa salariale ed i diritti dei lavoratori, pena l'avvento di crisi ancora più pesanti.



24 ottobre 2008

La parola d'ordine negli Usa : spalmare la ricchezza

 

Ci mancava l'Ocse a dare un giudizio definitivo sull'amministrazione Bush. Il rapporto sulla distribuzione del reddito pubblicato ieri non fa che confermare quello che tutti ripetono: il sogno americano è a rischio, l'idea di un futuro radioso per le prossime generazioni in crisi. Gli Stati Uniti, infatti sono il terzo Paese Ocse dove le diseguaglianze sono cresciute di più negli ultimi venti anni - i primi due sono Turchia e Messico, non esattamente il tipo di nazione con cui gli States sono abituati a paragonarsi. Dal 2000 ad oggi la distanza tra ricchi e poveri è aumentata ad un ritmo più rapido che in passato. Sono aumentati gli anziani poveri e leggermente diminuiti i bambini poveri, il 10 per cento più ricco è più ricco di dieci anni fa, il 10 per cento più povero è più povero che altrove. Ovvero, la distribuzione del reddito è cambiata verso l'alto. Un fenomeno questo che risale agli anni 80, fino ad allora la forbice dei redditi era come la nostra. Dal 1980 la tendenza si è invertita. E lo Stato non ha potuto né voluto, intervenire per redistribuire il reddito.
E' in questo contesto che ci si avvia alle elezioni. «Spalmare la ricchezza» è il nuovo modo in cui McCain-Palin spiega il programma «socialista» degli avversari. La verità sta altrove, ma la crisi di Wall street ha finalmente fatto emergere la situazione di un Paese dove le differenze si stanno accentuando e la middle class sente mancare il terreno sotto i piedi. Per discutere delle conseguenze della crisi e dei programmi dei candidati, la Columbia University ha organizzato due forum. Al primo partecipavano il finanziere-filantropo George Soros, l'economista Nouriel Roubini, professore a Nyu e Jeffrey Sachs, direttore Dell'Earth institute alla Columbia e portavoce dell'Onu per gli Obbiettivi del millennio. Nella seconda sala si confrontavano i due consiglieri economici delle campagne presidenziali, Austan Goolsbee per Obama e Douglas Holtz-Eakin per McCain, interrogati da economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz.



Soros, il coccodrillo della finanza : prima mangia e poi piange...

Roubini e Soros hanno dalla loro il fatto di aver avvertito della crisi, chiesto regole, quando la bolla speculativa si stava ancora gonfiando. L'economista si è addirittura meritato il nomignolo di Doctor Doom, Dottor Catastrofe, il principale nemico dei Fantastici 4. Due anni fa venivano presi in giro, oggi non più. Se Soros non fa previsioni per il futuro («Dipende dal voto e da quanto i risparmiatori saranno presi o meno dal panico, ma non vedo un nuovo '29»), Roubini non si smentisce: «La domanda è, quanto sarà lunga e dura la recessione, non se e quando entreremo in recessione». Per Sachs, la colpa della crisi è di Greenspan: «Si è ostinato a tenere bassi i tassi di interesse». A proposito di povertà, Sachs spiega che questa crisi tocca l'economia reale più che non quella della new economy. «Allora molti piccoli investitori persero molto. Stavolta la bolla è durata più a lungo, i marchingegni finanziari sono più improbabili e il debito accumulato dalle famiglie più alto» (c'è di mezzo la casa, non solo gli investimenti). E per finire «stavolta sono coinvolti gli istituti di credito, l'olio che fa girare il motore, delle grandi, come delle piccolissime imprese o delle famiglie». Sachs fa anche qualcosa che somiglia ad un appello al voto: «Il 16 per cento del Pil finisce in spese sanitarie, militari, nelle pensioni e per finanziare il debito. Lo Stato raccoglie il 17 per cento di tasse, qualcuno mi spieghi, se le abbassiamo ancora come faremo le infrastrutture o ci occuperemo della povertà».
Se tra finanzieri ed economisti, il dialogo è vivace, tra i consiglieri dei candidati tutto è già sentito. Goolsbee e Holtz-Eakin si scambiano accuse. Le ricette sono le solite: Goolsbee rilancia i tagli fiscali alla middle class e un piano di investimenti per il lungo periodo, Holtz-Eakin spiega che il cuore dell'America è il piccolo business e che per salvarlo bisogna tagliare le tasse. Anche ai più ricchi. Si parla delle case, delle regole, del deficit fuori controllo. L'impressione è che il clan Obama eviti di usare parole d'ordine tipo New Deal per non rischiare e che quello McCain abbia scelto che l'utlima spiaggia è ricompattare quel che resta della base evangelica (con Palin) e di quella conservatrice, con i discorsi sull'economia. Certo, i dati Ocse danno una mano a quelli che vogliono spalmare la ricchezza. Gli altri hanno perso su tutta la linea.

(Martino Mazzonis)


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