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8 settembre 2010

Schlick e la possibilità di altre logiche

Conoscenza valida e giudizi analitici

 

Schlick dice che, già esplorando l’essenza della conoscenza, si sa anche cos’è conoscenza valida giacché una conoscenza che non fosse valida non sarebbe una conoscenza ma un errore.

Schlick poi si chiede se le conoscenze a cui si può arrivare sono quelle certe o solo quelle probabili e se le conoscenze valgano in assoluto o solo per noi esseri umani.

Egli poi dice che di un oggetto un giudizio analitico asserisce solo ciò che fa parte della definizione dell’oggetto e dunque tale giudizio semplicemente coordina all’oggetto quel segno stabilito per convenzione ed opera una coordinazione univoca per cui il giudizio risulta assolutamente vero.

Schlick aggiunge che “i giudizi analitici sono validi in assoluto” è esso stesso un giudizio analitico.

Il fatto che i giudizi analitici possano avere per oggetto cose reali e non solo concetti, non è da mettere in dubbio. Infatti la proposizione kantiana, per la quale i giudizi analitici riguardano solo concetti, mentre i giudizi sintetici riguardano gli oggetti, dice qualcosa di giusto ma che può essere frainteso. Se infatti nel concetto di “corpo” assumo la proprietà dell’estensione, allora la proposizione “i corpi sono estesi” pretende di valere per tutti i corpi reali ed è ad essi applicabile, non avendo per oggetto soltanto un concetto. Ciò al contrario di un giudizio puramente logico come “Con l’aumentare del contenuto, l’estensione di un concetto diminuisce”.

Dunque, conclude Schlick, vi sono anche proposizioni sul reale alle quali spetta assoluta validità in quanto sono analitiche.

 

 

Validità ed evidenza delle leggi logiche : John Stuart Mill

 

Schlick ha aggiunto poi che la situazione per cui è possibile avere giudizi analitici sulla realtà da un lato ha indotto i metafisici a concludere che l’essere ed il pensiero sono equivalenti, dal momento che anche le cose reali obbediscono al principio di identità e di non contraddizione. D’altro canto ha indotto gli scettici a pensare che la realtà non è costretta ad obbedire al PDNC, che sarebbe solo una legge del pensiero, mentre il pensiero di altri esseri potrebbe obbedire a tutt’altre leggi, per cui la pretesa realistica dei giudizi analitici sarebbe infondata.

Seppure tali logiche alternative fossero inconcepibili, ciò non implica la loro impossibilità secondo J. S. Mill, dal momento che l’inconcepibilità non obbliga la realtà stessa a sottomettersi al nostro pensiero. Così come ci sono geometrie non euclidee, potrebbero esserci logiche non aristoteliche, dove le proposizioni analitiche non sarebbero valide.

Schlick a tal proposito osserva che Mill combatte giustamente la dottrina dell’evidenza di Spencer, ma sbaglia nel mirare anche alla validità dei giudizi analitici. Il groviglio per Schlick è causato dalla sovrapposizione del concetto di evidenza al concetto di validità. Schlick fa l’esempio della proposizione “L’accaduto non può essere reso non-accaduto” che è un giudizio analitico assolutamente valido e conseguente solo dal PDNC.

Schlick si domanda se ha senso che lo scettico metta in dubbio la correttezza della proposizione o che il teologo si ponga la domanda se nemmeno Dio che è onnipotente possa rendere non-avvenuto ciò che è stato. Schlick risponde che non ha senso, perché così si tratta erroneamente il suddetto giudizio come una conoscenza ulteriore rispetto all’accaduto e chiedersi se il primo possa esser falso quando il secondo è invece vero. È evidente però che i due giudizi dicono la stessa cosa, sono identici nel senso e differiscono solo nella forma. Chi i concetti di “accaduto” e “non-accaduto” li vuole applicare ad un solo e medesimo evento non fa che modificare il senso delle parole ed intendere per verità qualcosa d’altro rispetto alla univocità di designazione.

Schlick dice poi che tutti questi giudizi in nessun caso asseriscono qualcosa sul comportamento della realtà. Essi regolano solo la nostra designazione del reale.

Il principio d’identità, quello di non contraddizione e quello del terzo escluso sono proposizioni che si riferiscono alla coordinazione dei concetti alla realtà ed è per questo che essi valgono necessariamente per ciò che riguarda la realtà.

Il principio di non contraddizione significa solo la regola per l’uso delle parole “non”, “nessuno” nella designazione del reale. Esso cioè definisce la negazione.

Ciò che contraddice il PDNC si dice impensabile e l’impensabile è allora in effetti semplicemente ed assolutamente impossibile. Ma in questo non c’è alcuna violenza che il pensiero farebbe alla realtà, in quanto l’impossibilità non significa un comportamento dell’essere, ma si riferisce alla designazione dell’essere mediante concetti e quindi concerne il rapporto del pensiero con l’essere.

 

 

Impensabilità e irrappresentabilità

 

Schlick aggiunge che affermare che ciò che sarebbe impossibile per il pensiero, potrebbe benissimo essere possibile per la realtà, sarebbe un confondere l’impensabilità con l’irrappresentabilità.

Invece il rappresentare il flusso di configurazioni psichiche intuitive è un processo reale per cui rappresentabilità e realtà non coincidono. Pensare però vuol dire coordinare concetti ad oggetti reali. Impossibilità per il pensiero vuol dire impossibilità ad effettuare certe coordinazioni e tale impossibilità dipende solo dalle regole di coordinazione convenute, a cui non arriviamo mediante esperienza, ma mediante stipulazione.

L’impossibilità di dichiarare irreali la coscienza e le sensazioni è tale semplicemente perché il concetto di esistenza reale è stato ricavato proprio da questi oggetti. Tale concetto serve alla loro designazione non in virtù di qualsiasi conoscenza, bensì in forza del suo significato, del significato da noi creato per il termine “reale”.

E’ il vecchio errore cartesiano di concepire proposizioni esistenziali come conoscenze, mentre sono semplici giudizi analitici e definizioni mascherate.

 

 

Logiche non aristoteliche

 

Schlick poi dice che queste sinora addotte sono le ragioni per cui le proposizioni della logica pura debbono valere con incontestabile certezza per le cose reali. Tale circostanza non ha nulla di prodigioso ed è perciò fuorviante parlare di logiche non aristoteliche, giacché queste solo apparentemente differirebbero dalla logica standard. Infatti si può immaginare di costruire un sistema di assiomi logici in cui non ci siano ad es. non-contraddizione  e terzo escluso.

In tale  logica ci sarebbero giudizi né veri né falsi, oppure veri e falsi ad un tempo. Ma un attento esame delle proposizioni di questa nuova logica mostrerebbe che essa opera solo uno spostamento di significato dei termini logici che ci sono noti. I termini “vero”, “falso”, “non”, “tutti”, “nessuno” non avrebbero più il loro vecchio senso. Tuttavia sarebbe sempre possibile trovare combinazioni di termini a cui compete lo stesso significato che prima possedevano quei termini usuali. Se introduciamo di nuovo questi ultimi, veniamo ricondotti alla vecchia logica e riconosciamo la nuova come la vecchia logica aristotelica in forma diversa. Ciò è dovuto al fatto che la logica, priva della sua veste psicologica, non contiene altro che ciò che riguarda la designazione univoca degli oggetti e cioè la loro determinazione. I diversi sistemi logici divergenti apparentemente l’uno dall’latro, hanno sempre il medesimo senso.

Schlick dice che Zilsel che perseguiva l’idea di logiche non aristoteliche diceva che il razionale è la coerenza intrinseca, la forma più pura di tutte che sta al di sopra di tutte le logiche. Schlick osserva a tal proposito che le regole della logica formale aristotelica rappresentano già in maniera pura ciò che è comune a tutte le logiche ed esprimono da sole le regole della determinazione in generale. Perciò non è lecito usare “logiche” al plurale perché ciò che differisce tra diverse logiche è solo qualcosa di psicologico o di linguistico.

 

 

Giudizi analitici e stupore filosofico

 

Schlick poi dice che da sempre ha suscitato stupore che il nostro pensiero riesca a penetrare la natura e che certe inferenze revisionali vengano confermate dagli eventi. Sembrerebbe proprio un’armonia prestabilita tra pensiero ed essere. Tuttavia, dice Schlick, tale meraviglia è giustificata solo in parte in quanto si dice che la deduzione possiede assoluta validità per le cose reali in quanto essa è un procedimento analitico, si vuole dire solo che, se le premesse sono in accordo con la realtà, allora con tutta certezza, anche la conclusione (il risultato dell’analisi) è in pieno accordo con il reale comportamento delle cose.

Ciò che è degno di meraviglia è come noi veniamo in possesso di premesse che designano con assoluta univocità i fatti del mondo esterno. C’è senz’altro da dubitare che si sia mai in possesso di proposizioni valide di tal genere. Ma chi crede nella bontà delle premesse non può sorprendersi della validità delle conclusioni, che non aggiungono niente alle premesse stesse. Se qualcuno ritiene per certo che le leggi della gravitazione descrivano correttamente il comportamento dei corpi celesti, per lui è ovvio che i calcoli basati su quelle leggi vengono confermati dall’osservazione.

Schlick dice poi che il fatto che la meraviglia filosofica si concentra sul punto sbagliato, si spiega con il fatto che il risultato di una deduzione spesso non permette più di riconoscere le premesse da cui la deduzione è partita. Egli aggiunge che le deduzioni si ottengono alla combinazione di giudizi ed i giudizi sono segni per dei fatti, per relazioni tra oggetti. La combinazione di tali segni di relazione ottiene un risultato sempre più semplice della totalità dei segni combinati. Quindi, dice Schlick, la situazione è diversa nel caso dei concetti e dei segni di oggetti, giacché dalla combinazione di concetti risultano configurazione più complicate. Ad es. un gran  numero di lettere non darà mai luogo ad una parola semplice, né molte sensazioni danno luogo ad una percezione semplice.

Invece la combinazione di giudizi porta sempre ad una semplificazione in quanto gli elementi ad essi comuni si elidono. Infatti (continua Schlick) i giudizi sono combinabili solo se contengono termini comuni che vengono eliminati dal processo di inferenza. Così da numerose premesse si può derivare una conclusione e complicate operazioni di calcolo possono condurre ad una formula semplice. Lo si può vedere con la massima chiarezza dalle procedure algebriche che sono simboli abbreviati per certi processi sillogistici. L’intera analisi matematica è nient’altro che una combinazione di equazioni nella quale certe parti comuni si elidono con il che si ottengono nuovi risultati semplici che sono interamente contenuti nelle premesse iniziali. Ma ciò, come è stato detto, “solo implicitamente” e per questo può sorgere l’illusione che ci sia bisogno di un ponte specifico tra premesse e risultato, un ponte presente nei pensieri, ma assente nel mondo esterno, come se il risultato ottenuto deduttivamente non ritrovasse riscontro nel mondo reale.

Schlick aggiunge che, se però, nelle conclusioni a cui giunge deduttivamente il nostro pensiero, i singoli giudizi che fanno da premesse fossero ancora riconoscibili come le lettere in una parola scritta o i singoli suoni in una melodia,  allora non  ci sarebbe alcuno stupore.

 

 

 

 

  

 L’analitico è sintetico ?

 

In primo luogo Schlick non si rende conto che errore non è contrapposto a conoscenza : una conoscenza non valida è una credenza non giustificata ma non necessariamente falsa.

Inoltre una definizione non costituisce un semplice segno  che si possa convenzionalmente appioppare ad un oggetto. La definizione individua alcuni attributi di un oggetto che sono essenziali nel momento in cui ci si riferisce ad esso, ed il fatto che gli attributi rientrino nella definizione non è una conoscenza analitica, né una semplice stipulazione, ma una questione spesso aporetica.

Un’altra questione è se “non esistono giudizi sintetici apriori” sia una proposizione sintetica (non esistono …) o una proposizione analitica (data la definizione di “ giudizi sintetici apriori ”). Comunque la tesi tautologica sarebbe costretta ad abbracciare un approccio kantiano (e quindi trascendentale e sintetico) in quanto dovrebbe poter dire “qualsiasi proposizione che mi verrebbe dinanzi io la valuterei sempre analitica apriori oppure sintetica a posteriori”.

 A proposito dei giudizi analitici, Schlick fa poi confusione perché prima mette insieme una proposizione in linguaggio-oggetto (“i corpi sono estesi”) e poi una proposizione in meta-linguaggio (“l’estensione di un concetto diminuisce all’aumento di articolazione del suo contenuto”; a tal proposito si veda il rapporto tra sinn e denotatum, dove alla maggiore precisione e complessità del primo, corrisponde la tendenza all’unicità del secondo). Schlick poi considera la prima proposizione analitica su oggetti reali e la seconda proposizione analitica su concetti. Egli però non tiene conto del fatto che anche la prima può essere tradotta metalinguisticamente in una proposizione analoga alla seconda : “il concetto di corpo è  incluso nel concetto di estensione”.

Schlick inoltre cerca di vanificare la discussione sulle verità logiche dicendo che esse non portano nuova conoscenza. Egli però deve chiarire in che senso siano vere delle proposizioni che non incrementano la nostra conoscenza. Sembra che retoricamente i neopositivisti vogliano salvare le verità logiche da una possibile critica nascondendole dietro la veste umile dell’ovvio e del banale. Ma se non fossero in realtà né ovvie e né banali ?

Poi dire che (p implica p) non aggiunge niente a (p) è giusto, ma dire che entrambi dicano la stessa cosa è sbagliato. È ben vero che {[p et (p implica p)] implica p}. Ma questa formula non vuol dire [(p implica p) implica p], per cui il senso di (p) è diverso da quello di (p implica p). Inoltre (p implica p) non ha lo stesso livello semantico di (p) : quest’ultimo significa un che di specifico volta per volta ed è vero o falso a seconda del suo specifico contenuto. Invece (p implica p) dice che “per tutti i valori di (p), (p implica p)” e perciò il suo contenuto specifico è proprio l’universale che vuole descrivere una struttura ontologica universale cui solo la retorica epistemica può pensare, circoscrivendola al linguaggio, di farne perdere la sua pretesa universalistica.

 

 

Regole di designazione e  regole di deduzione

 

Schlick poi quando dice che chi nega le verità analitiche modifica il senso delle parole non fa altro che ribadire la fede nelle verità logiche che il suo ipotetico avversario contesta. Quest’ultimo appunto contesta che, fermo il senso delle parole, le cosiddette verità analitiche siano necessariamente vere. Ma qui non si nega il senso delle parole : si negano le regole di deduzione. Si nega il fatto che qualcosa debba restare fermo.

Quanto alle regole di deduzione (che Schlick ricollega all’univocità di designazione) vanno fatte le seguenti osservazioni :

  1. Il rapporto del pensiero con l’essere (del segno con il designato) non rientra comunque nell’essere (il segno a sua volta non rientra anch’esso nel designabile) ? E perché le regole di designazione devono essere quelle della logica tradizionale ?
  2. Le regole che riguardano la designazione della realtà non riguardano anche la nostra designazione della realtà ? E se sì, perché la nostra rappresentazione della realtà deve essere in un certo modo e non in un altro ?
  3. Perché ciò che viola le regole di designazione, oltre ad essere impensabile deve essere anche impossibile ? Allora le regole di designazione del reale sono anche regole sulla struttura del reale ? E perché è ora Schlick a mutare il senso del termine “impossibile”, negando che esso si riferisca alla realtà ?

Schlick inoltre fa ancora confusione quando distingue possibilità da rappresentabilità, ma da tale distinzione fa derivare la riduzione dell’impossibilità ad inconcepibilità. Ma questa è un’inferenza per nulla cogente : per fare questa operazione egli arbitrariamente inventa un doppio senso del termine “inconcepibilità” e cioè inconcepibilità intesa come irrappresentabilità e inconcepibilità intesa come impossibilità. Tale distinzione, guarda caso, non era stata fatta nella critica a Spencer. Schlick poi, mentre considera la rappresentazione un processo reale, dice che invece le regole di designazione del pensiero sono stipulate, per cui trasgredire ad esse è semplice nonsenso. Egli però non ci dice chi abbia operato questa stipula e perché questo fantomatico contratto vada rispettato. Ovviamente una risposta a questa domanda rimetterebbe in gioco la dimensione pratica con tutti i fattori di tipo storico od antropologico ad essa collegati. Ma il vincolo non si può, alla luce di quest’analisi, porre a livello teoretico.

Infine egli per quanto riguarda le regole di designazione si rifà ad una storia presunta che ovviamente non può essere un vincolo per nessuno tranne per chi già è persuaso. Il tutto senza contare che pure chi critica la logica aristotelica può benissimo accettare le modalità di attribuzione di senso ma contestare le regole di deduzione.

Vanno fatte a tal proposito anche altre considerazioni. In primo luogo non si capisce assolutamente perché da un lato la logica riguarda le regole convenzionalmente stipulate dalla designazione, mentre dall’altro lato Schlick insiste sulla loro validità in riferimento alle cose reali. In secondo luogo non si capisce perché Schlick continuamente confonda il livello semantico del significato ed il livello sintattico delle regole di deduzione. Può essere che, seguendo il formalismo hilbertiano per lui tra livello semantico e livello sintattico non ci sia differenza, ma questo nel senso che i segni non hanno un significato indipendente dal rapporto con altri segni, per cui il fatto che si tratti di significati diversi dei termini usati non vuol dire altro che la diversità della struttura formale e/o delle regole sintattiche del sistema di riferimento. Per cui la differenza dell’uso dei termini non significa sostanziale equivalenza delle logiche, ma una strutturale diversità delle stesse. In terzo luogo può anche essere che, dal punto di vista formalistico, come il significato di “retta” non sia riducibile né a quello della G-euclidea né a quello della G-non euclidea, così allo stesso modo il significato di “non” non sia in realtà né quello della logica aristotelica né quella della logica non-aristotelica.

In quarto ed ultimo luogo è possibile che tra diverse logiche ci sia una reciproca traducibilità, ma ciò non implica che esse abbiano lo stesso sinn, oppure che esse portino alla medesima rappresentazione del mondo.

 

 

Il paradosso del dialetto ed il rapporto tra premesse e conclusioni

 

A proposito della pluralità di logiche, Schlick cade nella trappola del dialetto (o del linguaggio primario) : date diverse lingue con diverse regole grammaticali e sintattiche, Schlick dal fatto che queste grammatiche sono scritte nel suo dialetto (essendo state scritte per gli alunni del suo paese) deduce che la sua lingua è superiore a tutte le altre perché descrive le grammatiche di tutte le altre lingue. Schlick deduce pure che le differenze tra grammatiche sono irrilevanti, altrimenti non sarebbe possibile scrivere grammatiche di altre lingue nel suo dialetto. Questo errore di prospettiva è molto frequente. Il fatto è che, se la traducibilità reciproca delle logiche presuppone regole comuni alle logiche stesse, queste regole non sono quelle proprie delle singole logiche (ad es. il pdnc) ma vanno indagate più in profondità. Anche se Einstein era certo delle leggi da lui individuate, pur tuttavia il problema sta proprio nell’individuazione delle leggi (cioè nella determinazione delle premesse). Ma anche la deduzione delle conclusioni dalla premesse potrebbe essere problematizzata : perché ad es. “Socrate è mortale” deriva certamente da “Tutti gli uomini sono mortali” e “Socrate è un uomo” ? 

 

Quanto al ragionamento fatto da Schlick sulle combinazioni di giudizi e di relazioni, va detto che le tesi di Schlick sono interessanti, ma andrebbero verificate nel dettaglio. Si può anticipare che, mentre le combinazioni di concetti sono analoghe a somme o prodotti, le combinazioni di giudizi sono analoghe a divisioni.

 

 

Mentre invece ci si può domandare perché secondo Schlick i risultati delle deduzioni sono contenuti nelle premesse solo implicitamente e perché l’esplicitazione di essi non può essere considerata un implementazione di conoscenza. Infatti le conclusioni logiche quanto meno sembrano essere diverse dalle premesse e questo Schlick non riesce a spiegarlo.

 

 

 

 

 


9 febbraio 2010

Concetti e giudizi in Moritz Schlick

 

I concetti in funzione dei giudizi

 

Schlick dice che la definizione implicita comporta la riduzione dei concetti ai giudizi, in quanto i concetti sono definiti in base ai giudizi nei quali sono inseriti. Poiché in ogni giudizio compaiono concetti, il giudizio stesso determina i concetti e concetti e giudizi sono quindi tra loro correlativi. Per Schlick i concetti ci sono affinché ci siano i giudizi : seppure l’uomo designa oggetti per mezzo di concetti, egli fa questo solo per poter pensare e parlare su di essi, per poter emettere giudizi. Come i concetti  sono segni per oggetti, così i giudizi sono segni per le relazioni tra oggetti.  Schlick fa l’esempio di “La neve è fredda”, dove il bambino mette in rapporto la neve (bianca, fioccosa) e l’esser-freddo.

Schlick precisa che i giudizi designano non tanto una relazione, quanto il sussistere di tale relazione, il fatto che la relazione tra gli oggetti ha luogo. Egli aggiunge che, per designare una relazione come tale, non c’è bisogno di un giudizio ma è sufficiente un concetto (ad es. “simultaneità” o “diversità”), ma che certi oggetti siano di fatto simultanei o diversi lo si può esprimere solo con un giudizio. Schlick a tal proposito cita Stuart Mill quando dice che bisogna distinguere tra un certo ordine e l’indicazione che quest’ordine è un fatto attuale. L’essenza del giudicare consiste in una presa di posizione del soggetto giudicante. Il giudizio è il segno per uno stato di fatto ed uno stato di fatto può essere anche uno stato di fatto concettuale (es. 2x2 = 4) per cui c’è differenza tra “2x2 = 4 (giudizio) e “l’uguaglianza di ‘2x2’ e ‘4’” (concetto).

 

 

Le tesi di Brentano

 

Schlick giudica complicata ed artificiosa la tesi di Brentano secondo la quale la forma originaria del giudizio sia la proposizione esistenziale per cui “Un uomo è malato” è riducibile a “Esiste un uomo malato” oppure “La luce è un processo di oscillazione elettrica” è riducibile a “Non c’è luce che non sia un processo di oscillazione elettrica”. Egli inoltre critica Brentano per il fatto che vuole ridurre anche le proposizioni relazionali a proposizioni con un unico soggetto logico che viene riconosciuto o respinto. A tal proposito egli dice che le categorie di riconoscimento e rifiuto sono psicologistiche.

Schlick dice inoltre che nemmeno quei giudizi che sono manifestatamente proposizioni esistenziali possono essere considerati come giudizi costituiti da un solo soggetto logico (come giudizi non relazionali). Ad es. si prenda

A)    Il mondo è

B)    Il mondo è grande

Schlick afferma che chi pensa che (A) è costituita di un solo membro, in contrapposizione a (B), confonde semplicemente due significati diversi della parola “è” , dove in (A) “è” vuol dire “ha esistenza” (oppure “è reale”). Dunque in (A) oltre il concetto di “mondo”, c’è anche quello di “esistenza” o di “realtà”. Ogni proposizione esistenziale ha come senso di asserire che l’oggetto designato dal concetto è un oggetto reale  e perciò i giudizi esistenziali designano una specifica relazione di un concetto con la realtà.

 

 

 

 

 

 

 

L’esistenza dei concetti e la contraddizione

 

Schlick poi dice che nei giudizi in ambito puramente concettuale, l’esistenza ha un senso diverso che nelle proposizioni sul reale. Quando un giudizio afferma di un concetto che esso esiste, questo non significa altro che tale concetto non contiene contraddizioni. Il matematico ad es. ha dimostrato l’esistenza di un oggetto non appena è riuscito a mostrare che esso è definito senza contraddizione. Ciò vale per tutti i concetti puri che sono determinati attraverso definizioni implicite, le quali non sono soggette ad altra condizione che quella di essere esenti da contraddizioni.

Schlick continua dicendo che è ovvio però che la contraddizione non sia altro che una relazione tra giudizi e consiste nella compresenza di due affermazioni opposte riguardo allo stesso oggetto. Diventa chiaro che, nel caso dei concetti, la loro esistenza significa il sussistere di una relazione tra i giudizi che li definiscono. Schlick puntualizza che, anche nel caso di altre tesi, dove si distingue tra incontraddittorietà ed esistenza, comunque si tratta di relazioni tra più membri. Dunque ogni giudizio è costituito da più di un termine.

 

 

Critica del monismo logico

 

Schlick poi dice che, chi intende sostenere che certi giudizi, come quelli impersonali (tipo “Piove!”), sono costituiti da un solo termine, ebbene confonde il piano linguistico con quello logico.

Il linguaggio ovviamente è libero di esprimere anche le relazioni più complicate in una forma abbreviata. Ma ciò non deve portare a fallacie. Infatti tali brevi proposizioni, nonostante la forma semplice, designano uno stato di fatto complesso (“nevica” equivale ad es. a “cadono fiocchi di neve”).

Dunque per Schlick ogni giudizio è segno per un fatto ed un fatto comprende sempre almeno due oggetti ed una relazione tra di essi.

Egli poi dice che, affinché da un giudizio si possa vedere a quale stato di fatto sia coordinato, occorre che in esso siano contenuti segni specifici per i differenti membri dello stato di fatto e per le relazioni tra di essi. Dunque devono comparire almeno due concetti come rappresentanti dei due membri della relazione nonché un terzo segno che stia ad indicare la relazione stessa tra i due.

 

 

I concetti e i giudizi nella rete della conoscenza

 

Schlick poi disegna una interessante interrelazione tra concetti e giudizi : i concetti da un lato sono legati tra loro attraverso i giudizi, ma anche i giudizi sono legati tra loro attraverso i concetti, dal momento che un concetto che compare in una pluralità di giudizi stabilisce una relazione tra di essi.

Schlick afferma anche che ogni concetto deve ricorrere in più giudizi differenti se vuole avere un senso ed una funzione. Se infatti un concetto si presentasse solo in un unico asserto, questo non potrebbe essere che la sua definizione, altrimenti dovrebbe essere definito da altri giudizi, contraddicendo l’assunto. Ma cosa sarebbe un concetto che comparisse solo nella sua definizione ?

Dunque ogni concetto costituisce un punto in cui una serie di giudizi (tutti quelli in cui esso ricorre) si incontrano e, come un giunto li tiene tutti insieme : i sistemi della scienza formano una rete in cui i concetti rappresentano i nodi (i centri relazionali di giudizi) ed i giudizi i fili.

Schlick poi spiega l’essenzialismo aristotelico, dicendo che le definizioni di un concetto sono quei giudizi che lo mettono in contatto con i concetti che gli sono più vicini (a tal proposito egli cita Riehl che dice che la differenza tra concetto e definizione è la differenza tra potenza ed atto).

Egli aggiunge però che si devono comunque annoverare le definizioni tra i giudizi, giacché ad es. la scelta in matematica di considerare definizioni certi teoremi è una scelta pratica e convenzionale. Una volta in matematica si consideravano assiomi le proposizioni che apparivano più evidenti, mentre oggi si parte anche da assiomi meno evidenti che magari consentono delle semplificazioni.

Schlick applica questa distinzione sfumata tra definizione e conoscenza ulteriore anche alle scienze della natura e della realtà, dicendo che, quando diventano note altre proprietà di oggetti reali, i concetti relativi a tali oggetti diventano sempre più ricchi di contenuto nonostante i termini siano più fissi e costanti. La differenza tra definizioni e giudizi conoscitivi è magari storica perché il concetto di un oggetto è sempre definito inizialmente con quelle proprietà o relazioni attraverso le quali l’oggetto è stato originariamente scoperto. Schlick aggiunge (anticipando forse la teoria del mutamento di paradigma di Kuhn) che, con il procedere della ricerca scientifica, avviene spesso che, in un secondo momento, quello stesso oggetto, venga determinato in tutt’altro modo, cosicché le vecchie definizioni ora appaiono come giudizi derivati.

Schlick conclude giustamente che la conoscenza è costituita dall’interconnessione strutturale di concetti e giudizi e la sua possibilità consiste dall’essere i concetti collegati tra loro attraverso i giudizi

 



 

Tra concetti e giudizi un rapporto più articolato

 

Ma se i concetti sono riducibili a giudizi, vuol dire che la semantica è riducibile a sintassi ? Siamo di fronte ai presupposti di un riduzionismo computazionale ?

In realtà se il rapporto sintattico tra proposizioni non è turbato dalla semantica dei termini, comunque il significato della singola proposizione è relato al significato dei singoli termini (saturazione della funzione proposizionale).

Nel dire poi che l’uomo designa oggetti per mezzo di concetti e lo fa solo per emettere giudizi, Schlick fa l’errore di confondere i concetti con i meri segni con i quali l’uomo riporta le cose all’interno del linguaggio. I concetti infatti non sono segni di oggetti, se per oggetti si intendono i dati dei sensi, ma al massimo sono la versione intensionale delle classi.

Quanto alla tesi di Schlick per cui i giudizi sono segni per le relazioni tra oggetti, c’è da dire che anche alcuni concetti sono, a loro volta, segni di relazioni tra concetti (che a loro volta designano oggetti). Ad es. il concetto “neve” può ben essere la relazione tra i concetti “bianco” + “fioccoso” + “caduto dal cielo”. Perciò forse molti concetti sono l’unificazione in un solo termine di precedenti giudizi (attraverso le descrizioni di tipo russelliano).

 

 

Giudizi e asserzioni

 

Sulla tesi del giudizio come unione o separazione di rappresentazioni c’è da dire che, quando J.S. Mill afferma che una connessione di rappresentazioni non fa un giudizio, qui  si sovrappongono due cose : la concezione del giudizio come unificazione e la concezione del giudizio come asserzione aleticamente orientata. Naturalmente questa sovrapposizione si può rivelare un legame più profondo e coerente, se s’intende l’unificazione come sintesi che segna un passaggio di stato (un novum ) tra un enunciato morto (fatto di parti molteplici e scollegate tra di  loro) ed un’asserzione viva (con un significato unitario). Perciò il giudizio, inteso come unificazione, produce un’asserzione aleticamente orientata (Mill a tal proposito ha ragione a dire che il di più del giudizio è un problema metafisico intricato).

L’autocorrezione di Schlick relativamente alla natura del giudizio, inteso non più come designazione di una relazione, ma come segno dell’esserci effettivo della relazione stessa, è però rappresentata in maniera ambigua : altro è la saturazione di relazioni tipo xRy con oggetti più concreti ed altro è la differenza tra una proposizione asserita ed una messa tra virgolette.

Schlick ha ragione nel dire che l’oggetto di asserzione può sussistere anche a livello ideale : tale posizione è propedeutica a quella dell’esistenza di L-verità. Ma in questa tesi di Schlick c’è pure l’assimilazione di una L-verità ad una descrizione, cosa che rimanda ad un’ontologia della logica che forse non va d’accordo con l’attuale concetto di tautologia.

Nel dire che c’è differenza tra “2x2 = 4 e  il concetto di uguaglianza tra “4 e “2x2”, Schlick si ricollega alla nozione fregeana di asserzione. Ma quest’asserzione non può limitarsi ad essere una tonalità emotiva, un punto esclamativo ? E questa differenza si può considerare analoga a quella humeana tra impressioni ed idee ?

 

 

Le proposizioni esistenziali

 

Quanto alla tesi di Brentano, Schlick non si accorge che Brentano in un certo senso anticipa la tecnica logica di Russell delle descrizioni definite, caratterizzate da una proposizione esistenziale il cui soggetto è una variabile, per cui “un uomo è malato” diventa “esiste un x tale che x = uomo malato”, mentre “tutti gli uomini sono mortali” è riducibile ad una proposizione esistenziale attraverso la congiunzione rappresentata dal quantificatore universale (che si può ritradurre in

n-quantificatori esistenziali).

Piuttosto Brentano pensa che alcune proposizioni (tipo l’universale affermativo) siano riducibili ad un esistenziale  negativo, mentre invece l’universale affermativo è un insieme di esistenziali affermativi e ad essi è riducibile (la tecnica russelliana forse in questo ci può aiutare). L’intuizione di Brentano ci porta alla possibilità di fondare ontologicamente la dimensione apriorica dell’asserzione e dunque di interpretare quest’ultima come il fatto che la condizione di pensabilità di qualsiasi proposizione è il suo radicarsi nella dimensione transfenomenica dell’Essere : tutto ciò che si pensa deve avere uno statuto ontologico minimo e deve, in qualche accezione,  esistere. Quindi l’errore di Brentano sarebbe solo di non riportare tutti i giudizi a proposizioni esistenziali positive.

Schlick sbaglia a dire anche che affermazione e negazione siano psicologistiche. Infatti esse sono categorie logiche e sono perfettamente equivalenti a riconoscimento e rifiuto. La tesi di Brentano dell’unico soggetto logico si collega alla logica aristotelica della sostanza ed alla critica di Bradley alla teoria delle relazioni esterne (almeno così come è interpretata tale critica dalla ricostruzione polemica di B. Russell).

 

 

L’esistenza e il predicato

 

Alle obiezioni di Schlick circa la tesi di Brentano vale la pena fare le seguenti osservazioni :

  • Schlick sovrainterpreta Brentano ed alla fine critica una posizione che è solo una finzione di Schlick stesso. Brentano dice semplicemente che qualsiasi proposizione implica un giudizio esistenziale o meglio l’esistenza o l’inesistenza ad un dato livello ontologico del soggetto  della proposizione stessa. Perciò al massimo si può dire che Brentano dimostri che si possa ridurre una proposizione del tipo “S è P” in una del tipo “esiste un SP”. E Schlick può a sua volta rispondere che al tempo stesso “esiste un SP” si può tradurre in “S è P”. ma questo non implica la confutazione di Brentano, se non di quello pensato solo da Schlick.
  • Il mondo è grande” è pure traducibile monisticamente in “Esiste un mondo grande” in cui “mondo grande” è un unico soggetto.
  • La traduzione di Schlick di “Il mondo è” in “Il mondo è reale” si può al massimo concepire come una dialettica relazione tra una identità (“Esiste ciò che esiste”, giacchè il mondo è “ciò che esiste”) ed una differenza (dal momento che i due termini di una identità sono anche due termini di una differenza). Ma da un altro punto di vista dicendo che “Il mondo è” sia traducibile in “Il mondo è reale”, Schlick cerca di assecondare la tesi dell’esistenza come contingenza. Ma l’argomento di Brentano (la traducibilità di ogni proposizione in una proposizione esistenziale) evidenzia proprio il fatto che l’esistenza non è un predicato contingente, ma il fondamento della pensabilità di un soggetto logico, per cui “A non è reale” è una contraddizione dialettica che va superata nella proposizione “A è (reale)”.
  • Dire quindi che “Esiste SP” equivale a “S è P(esistente)” è un paralogismo che parte dal considerare l’esistenza un predicato. La critica di Kant alla prova ontologica invece apre la strada alla soluzione ontologica di Brentano, o meglio alla ontologia radicale di Meinong.

 

 

Pluralismo logico e monismo ontologico

 

La tesi poi di Schlick sulla esistenza logica (intesa come non-contraddittorietà) si presta alle seguenti considerazioni :

    1. Schlick si accanisce contro la pseudo-tesi dei monisti per cui ci sarebbe un unico soggetto logico delle proposizioni. Mentre invece il monismo sostiene che i soggetti logici possono essere molteplici, ma sono parti dell’unica Realtà ontologica, la quale viene intuita attraverso le deficienze del linguaggio, così ben evidenziate ad es. da Bradley
    2. La molteplicità di soggetti logici che Schlick cerca disperatamente di evidenziare è una molteplicità non di relazioni esterne, ma di relazioni interne tra un tutto e le sue parti. Lo stesso Schlick dice che l’esistenza dei concetti significa la compresenza e dunque la relazione reciproca tra i giudizi che li definiscono.
    3. Altro è dire che l’esistenza di un oggetto matematico si dimostra con la sua non-contraddittorietà, altro è dire che la sua esistenza sia la sua non-contraddittorietà.
    4. Se la contraddittorietà è in un certo senso per Schlick la compresenza di due proposizioni, la non contraddizione è la negazione di tale compresenza e dunque dovrebbe confermare addirittura una concezione monista dello stesso soggetto logico. A meno che non si argomenti rigorosamente sul principio di non contraddizione come filtro tra compresenze lecite ed illecite. Ma la mera accettazione del principio di non contraddizione è un argomentazione in tal senso ?

 

 

La struttura ambigua del fatto e il ruolo delle definizioni nella rete dei concetti

 

Schlick inoltre, analizzando “nevica” (che sarebbe composta in realtà), non argomenta sul perché l’enunciato composto dovrebbe essere basico (e più fondamentale) rispetto a quello monoterministico. Inoltre egli non spiega perché il linguaggio ha la possibilità di esprimere in forma monoterministica relazioni più complicate. Una ricerca del genere sarebbe troppo per la  faziosità dell’empirismo.

Schlick inoltre non argomenta neppure sul perché un fatto deve comprendere sempre due oggetti ed una relazione tra di essi. Analizzando il presunto isomorfismo tra linguaggio e realtà, egli fa anticipazioni impegnative sulla realtà che dovrebbero ispirare la struttura del linguaggio descrittivo, ma così incoraggia il circolo vizioso nel quale il linguaggio raffigura la realtà e poi si uniforma a tale raffigurazione.

Poi Schlick nel domandarsi retoricamente cosa sarebbe un concetto che comparirebbe solo nella sua definizione, dimentica che ci sono i concetti tautologici che hanno una struttura circolare, ma che si usano pur senza essere menzionati nella costituzione di tutti gli altri concetti (concetti del genere possono essere Il Pensiero di pensiero aristotelico e il Concetto hegeliano). Oltre tutto Schlick nella sua epistemologia riproduce il relazionismo che nega ontologicamente nella sua furia antimetafisica.

Quanto al carattere relativo della definizione e delle conoscenze che da questa dipendono, forse le definizioni nella rete della conoscenza descrivono quell’insieme di proprietà attraverso le quali si può dedurre e collegare il maggior numero delle altre  proprietà di un oggetto. Sarebbero una sorta di insieme che fa da snodo verso tutte le altre proprietà che sarebbero altrimenti in un certo senso divise ed inattingibili tra loro.


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