.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







24 novembre 2009

Joseph Halevi : tra Usa e Cina è un compromesso tra junk-economies

 

La Stampa è stato il giornale italiano che ha meglio colto l'essenza del «deal», l'accordo-intrallazzo tra gli Usa e la Cina che si può riassumere nella traformazione dello slogan maoista «la politica al comando» in «l'economia al comando». Non si tratta però dell'economia in quanto base materiale per generare occupazione e livelli di vita socialmente e ecologicamente decenti. Si è trattato invece dell'incontro tra le due componenti principali di ciò che Loretta Napoleoni ha chiamato, nel suo ottimo libro, «economia canaglia», che diventa tale appunto perché è al posto di comando, plasmando le istituzioni nazionali e le relazioni internazionali. Sul piano produttivo e del consumo, Usa e Cina sono due «junk economies», junk essendo un termine americano per definire il ciarpame. I prodotti junk possono essere nuovissimi come i Suv e l'assurda Hummer - derivata dal veicolo militare Humvee - non a caso recentemente venduta dalla General Motors a una società cinese. I due paesi hanno strutture di consumo e di produzione che escludono il sociale più che altrove. Per ciò che riguarda gli Usa questa tendenza era stata individuata oltre 40 anni fa da John Kenneth Galbraith e da Baran e Sweezy. Ora la «junk economy», il lato materiale dell'economia canaglia, viene istituzionalizzata in quello che si prospetta come un lungo periodo di crisi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa. 



Miopi e noiosi sono gli economisti che vedono nella rivalutazione del remimbi, la moneta cinese nota all'estero come yuan, la soluzione del maggiore squilibrio nei conti internazionali. Al persistente deficit Usa verso Pechino (cioè al surplus cinese) sono indissolubilmente legati gli interessi capitalistici, imprenditoriali e finanziari, statunitensi e britannici, con forti ramificazioni in Europa continentale come in Francia. Quest'ultimo aspetto fa della voce grossa di Sarkozy contro lo svuotamento della conferenza climatica di Copenhagen una vocina in falsetto, emessa solo a fini populistici. La dinamica delle esportazioni cinesi è quella che garantisce al mondo capitalistico una forza lavoro attiva con salari da esercito di riserva. Nel mercato interno i margini di profitto sono molti bassi perché le autorità cinesi favoriscono, attraverso politiche di credito facile e mafiosamente articolato, la nascita di una pletora di imprese in tutti i settori. Ciò crea un grande flusso di produzione finale, un vasto consumo di input come l'acciaio (oltre mezzo miliardo di tonnellate annue), di cemento (oltre un miliardo di tonnellate) e di carbone con «ottimi» effetti ambientali sull'aria e sull'acqua. Ma, data la pletora di aziende, profitti non sarebbero sufficienti all'accumulazione se non ci fosse il mercato estero. Tali guadagni provengono proprio dalla differenza tra i salari monetari cinesi lungo l'arco dell'intera catena produttiva nazionale e i prezzi di vendita all'estero. Da questa differenza vengono ricavati anche una bella fetta dei proventi della società della grande distribuzione, come Walmart, e di tutte le società che subappaltano in Cina le cui esportazioni, appunto, originano per oltre il 60% da filiali di multinazionali estere.
Molte di queste sono europee. La trasformazione degli Stati uniti e anche di una parte dell'Europa (Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia) in economie di servizi è coerente con il ruolo industriale mondiale della Cina; l'India invece ne è ancora lontanissima. In questo contesto la Cina permette anche la deflazione salariale in Occidente, come ben sanno i sindacati Usa. Gli squilibri Cina-Usa sono quindi vitali agli interessi del capitale globale che vuole la «ripresa» ma non quella salariale.
Essi sono inoltre un aspetto cruciale degli interessi che controllano la cosiddetta ripresa economica, questa volta principalmente statunitense. Con le politiche di Geithner e Summers di salvataggio dei titoli tossici, la ripresa Usa viene fatta dipendere dalla spesa pubblica e da una nuova bolla speculativa. Se Geithner-Summers-Bernanke hanno ricreato le condizioni speculative regalando denari a banche e affini, chi ha permesso il collocamento dei soldi in titoli derivati nuovamente tossici? In primis la Cina stessa, col suo grande rilancio produttivo inquinante che ha invertito la caduta dei prezzi delle materie prime, ha rigonfiato la speculazione sul rischio dei mercati futuri, compresi quelli di fonti energetiche alternative, ha rilanciato le banche di investimento. Le nozze Cina-Usa fanno felici Wall Street, la City di Londra ed anche la Bourse de Paris.


17 luglio 2009

Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.


13 luglio 2009

Joseph Halevi : il G8 come istituzione inutile

 

Il gruppo dei «paesi G» nacque nel 1975 a Parigi (Rambouillet) su iniziativa dell'allora presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, per gestire in comune tanto la crisi del dollaro quanto la continuazione della sua centralità. Euroatlanticamente concepito per quattro paesi (Usa-D-F-GB), il «gruppo dei G» venne rapidamente esteso al Giappone ed all'Italia dopo le proteste di quest'ultimi, poi Washington si portò dietro anche il Canada. Nei confronti della crisi del dollaro l'impatto dei G7 fu nullo, visto che gli Usa hanno sempre agito unilteralmente; ad eccezione di una volta, cioè nelle fasi che portarono alla riunione del Plaza, a New York, il 22 settembre del 1985.
La politica di alti tassi di interesse inaugurata da Paul Volcker e Ronald Reagan, causa degli squilibri mondiali su cui è germogliata la crisi odierna, comportò una rapida rivalutazione del dollaro, acuendo la crisi occupazionale già esistente in Europa. La presidenza Reagan venne investita dalla pressione delle industrie nazionali che, non avendo ancora delocalizzato alla grande (l'attrazione fatale per la Cina era ancora in incubazione), perdevano mercati interni a favore delle importazioni nippo-coreane e germanico-italiane.
Anche gli europei, soprattutto Germania, Francia ed Italia, avevano da lamentarsi, perchè gli alti tassi di interesse strozzavano gli investimenti e inflazionavano il debito pubblico più di quanto alimentassero le esportazioni europee verso gli Usa. In tale contesto, e grazie alla guerra fredda, nacque l'accordo del 22 settembre 1985 che portò ad una svalutazione controllata - per un po' almeno - del dollaro e una riduzione dei tassi di interesse Usa. Tuttavia non furono i G7 a coordinare la manovra, bensì i G5, cioè i 4 summenzionati paesi con in più il Giappone. Il G8 non ha alcuna valenza decisionale. Le sue riunioni costituiscono una pura scena mediatica e di sfoggio di potere, attraverso i mezzi muscolarmente esibiti, che la popolazione delle città assediate vive con grande disagio; cui si aggiunge anche la reazione pavloviana dei no-global e compagnia. 



Le decisioni effettive vengono prese in circoli estremamente ristretti ed in forme molto discrete. Ci vogliono degli esperti giuridici per capire, ad esempio, che il patto tra Tesoro Usa, banca federale e grandi banche private per «riciclare» - piuttosto che eliminare - le cartacce tossiche, si basa sul principio del «non ricorso» che esenta le banche contraenti dal rimborsare i soldi pubblici, qualora, come accadrà, le cartacce non ottenessero sul mercato i valori attribuiti dalle aste truccate di Geithner e Summers.
In un'ottica più ampia, non esistono oggi istituzioni mondiali e regionali in grado di affrontare in maniera coordinata la crisi in corso. Anzi, come dimostrato dalla sciagurata azione del Bundestag nei confronti della stessa Germania e dell'Europa, le istituzioni preposte al coordinamento fanno finta di niente. Anche nel caso europeo l'accordo è in negativo e si articola su due punti: elargizioni al sistema finanziario e assoluta deflazione salariale e pensionistica. La non volontà di elaborare reali piani anticrisi nasce dai conflitti di interesse che gli Stati devono gestire soprattutto internazionalmente, in quegli snodi dove le relazioni internazionali diventano il punto debole su cui si scaricano le diverse incompatibilità.
Eppure la reale dinamica dei centri decisionali emerge dai rapporti di organismi sovranazionali completamente interni al sistema finanziario ufficiale. Recentemente, infatti, la Banca dei Regolamenti Internazionali - la banca delle banche appunto - ha osservato come le operazioni di elargizioni di denaro pubblico alle banche più coinvolte dalla crisi, ha portato, facilitando operazioni di assorbimento, alla formazioni di mega banche mondiali. Queste, come sostenuto anche dal Financial Times, mantengono tutti gli elementi del comportamento destabilizzante - ma in forma accentuata - che ha caratterizzato gli istituti di origine. Contrariamente a tutte le dichiarazioni mediatiche sulla «riforma del sistema finanziario», la crisi e i correlati interventi hanno già prodotto un risultato netto rafforzando, senza condizioni e riforme, proprio le istituzioni da cui la crisi è nata.


1 giugno 2009

Joseph Halevi : Stress test. Giova alle banche ed il cittadino paga

 

Sebbene l'economia continui ad andare a rotoli, da oltre un mese le borse si sono riprese grazie soprattutto al piano aste truccate di Geithner e Summers. Rammentiamo ai lettori che questo piano si basa sulla riabilitazione artificiale dei prodotti tossici, non sul loro sradicamento dal sistema finanziario. Lo «stress test», anch'esso inventato da Geithner, si inserisce pienamente nella strategia di mantenere i prodotti tossici come componente positiva dei portafogli bancari.
Il test dovrebbe verificare la solidità delle banche nell'eventualità che la situazione finanziaria precipiti ulteriormente. I criteri della prova si fondano su dei postulati che riguardano proprio il rischio contenuto in ciascuna della attività in possesso delle banche e vengono incluse anche le cartacce tossiche. Le attività sono classificate e valutate secondo degli indici collegati ad un ipotetico grado di rischio per ciascuna classe ed alla percentuale in cui ogni classe di titoli entra nel portafoglio delle banche. Nello schema, ciascuna classe di titoli ha comunque un valore positivo nel portafoglio bancario.
Nell'ipotesi che nel 2010 l'economia Usa esibisca un tasso di disoccupazione del 10,3 per cento, un declino del Pil del 3,3 per cento ed un calo del prezzo delle case del 22 per cento, le simulazioni del Tesoro Usa prevedono ulteriori perdite da parte delle banche di 600 miliardi di dollari. Lo «stress test» risiede nel misurare se i valori delle attività offrono margini sufficienti per assorbire le perdite.
Il risultato dell'esercizio è stato che 10 banche su 19 devono cercare dei soldi per entrare nei parametri di sicurezza.
La classificazione ed il collegamento dei titoli delle banche per mezzo di indici non ha alcun significato reale, perché una buona parte dei portafogli bancari non è valutabile in quanto contenente cartacce la cui sottoscrizione è avvenuta in maniera fraudolenta e senza documentazione adeguata. Le cartacce non dovrebbero far assolutamente parte dei portafogli bancari, in quanto non sono economicamente redimibili.
Lo «stress test» è un'ulteriore prova dello iato che esiste tra le misure di rilancio e le politiche finanziarie perseguite dal governo di Washington. L'ala economica dell'amministrazione Obama sta conducendo una politica volta a difendere i manager ed i detentori di titoli delle grandi banche nelle quali si concentra il marcio.
Il governo avrebbe potuto far intervenire la Federal Deposit Insurance Corporation, che ha l'autorità legale di assumere la gestione delle banche in crisi, di licenziarne la direzione, svalutarne le attività e farle ripartire su basi completamente nuove. Così successe nel 1983-1984 con la Continental Illinois, durante la presidenza Reagan.
Tuttavia, Geithner e Summers sono assolutamente decisi a salvare quanto più possibile tanto gli interessi economici quanto la struttura dirigenziale delle grandi banche. Dato che i titoli tossici non sono nei fatti redimibili, le banche, in base alla clausola del non ricorso, non dovranno rimborsare allo stato i prestiti ottenuti. Il costo ricadrà sulla collettività, cioè sul bilancio federale. Si vede quindi come lo «stress test» sia in effetti un ulteriore passo nella legittimazione dei titoli tossici in quanto parte delle classi di attività detenute dalle banche.
Questa politica si scontra con gli obiettivi di rilancio di Obama per due motivi. In primo luogo obera il bilancio federale, limitando politicamente la possibilità di maggiori spese nel prossimo futuro. In secondo luogo, non fa ripartire il sistema dei prestiti all'economia e soddisfa solo le esigenze di preservazione politico-economica del capitale finanziario, come comprovato dalla recente ripresa degli indici di Wall Street.


22 maggio 2009

Maurizio Donato : il piano Geithner ed il capitale paziente

  Dopo lunghe discussioni e non pochi contrasti con gli altri responsabili economici dell’amministrazione, il Segretario al Tesoro Usa ha rivelato i dettagli del piano con cui il governo intende risolvere i problemi delle banche a rischio di insolvenza. Come è noto, nonostante centinaia di miliardi di dollari e un piano di stimolo fiscale spesi nel tentativo di sbloccare il mercato del credito, il versante finanziario della crisi è dominato dall’incertezza circa il destino dei ‘titoli tossici’ presenti nel portafoglio delle banche. Avendo scartato l’ipotesi della nazionalizzazione, il governo americano ha preferito puntare sul salvataggio delle banche, stanziando mille miliardi di dollari per costituire un fondo a maggioranza pubblica che comprerà le attività finanziarie che gravano sui bilanci delle banche in crisi.

La notizia del piano è stata accolta favorevolmente da Wall Street, meno dalla grande stampa (New York Times, Financial Times del 24/3/09) e dalla comunità degli economisti da cui non sono mancati commenti sfavorevoli o quanto meno scettici circa le modalità di funzionamento e l’eticità complessiva dell’operazione.

Tra i favorevoli, Brad DeLong ha scritto a proposito di un ‘capitale paziente’ (non nel senso del malato, dal suo punto di vista) che potrebbe fare un buon affare, considerando che il programma pubblico – diviso in tre diverse componenti – finanzierebbe fino all’85% del prezzo dei titoli, rendendo convenienti transazioni che al momento non si verificano, stante le differenze tra la valutazioni dei titoli da parte dei venditori, che li ritengono sottovalutati, e i
compratori per cui valgono molto meno del prezzo richiesto.



L’aspetto di finanza creativa tipico del piano Geithner consiste proprio nel tentativo di creare un mercato per attività finanziarie che – in quanto tossiche - non incontrano un grande appeal da parte del pubblico, mentre la sostanza non appare molto diversa dal vecchio programma TARP (ribattezzato dai critici TRAP) redatto dall’ex Segretario al Tesoro di Bush, Mr. Paulson. L’idea che gli economisti di Obama sembrano condividere con i consulenti repubblicani è che il sistema finanziario americano sia sostanzialmente solido e sano; l’unico problema sarebbe rappresentato da questi ‘titoli tossici’ che inquinano l’ambiente e per i quali occorre trovare un prezzo. Il finanziatore intanto è stato individuato nel settore pubblico.

Secondo Paul Krugman – critico su questo piano – quello che il Tesoro Usa si starebbe accingendo a creare è qualcosa di molto simile alle Saving & Loans degli anni ’80: strutture finanziarie con scarso capitale, ma molte passività garantite dal settore pubblico. Per gli investitori privati, il piano costituirebbe un aperto invito alla scommessa facile: se esce testa, vinci, se esce croce perde il pubblico, con tanti saluti ai bei discorsi a proposito del rischio morale.

Il problema sul tappeto può essere riassunto in questi termini: gli investitori privati, come i fondi azionari e gli hedge funds, si sono rifiutati sinora di pagare più di 30 centesimi di dollari per la maggioranza di questi panieri di mutui, mentre le banche rifiutano di venderli per meno di 60 centesimi, altrimenti dovrebbero iscrivere a bilancio grosse perdite. Lo scopo del piano Geithner è costruire una situazione – un maxi gioco di fiducia – in grado di colmare il gap tra i due prezzi di domanda e di offerta finanziando la differenza con fondi pubblici che coprirebbero fino all’85% degli acquisti.

Una buona questione da risolvere per rispondere alla domanda che porta a chiedersi perché il settore pubblico dovrebbe impegnare mille miliardi di dollari per comprare titoli tossici, è in che modo l’operazione potrebbe funzionare. Un modo relativamente semplice per far crescere il prezzo dei titoli esiste, e consiste nello scatenare un’inflazione tale da ridurre il valore reale del debito per i soggetti in difficoltà facendo contemporaneamente crescere il prezzo nominale dei titoli, tutti, compresi quelli ‘tossici’. Questo spiegherebbe anche il nuovo obiettivo di aumento della quantità monetaria perseguito da parte della Federal Reserve, che ha praticamente esaurito le manovre possibili sui tassi di interesse.

Tuttavia, far svolgere all’inflazione il ruolo del mercato non sembra particolarmente fair. In teoria, il prezzo di un’attività finanziaria dovrebbe avere una relazione con la valutazione del rischio dei flussi di cassa del venditore e dall’avversione al rischio del compratore. Se un mercato non riesce a formarsi, questo potrebbe voler suggerire che i soggetti della mancata transazione hanno aspettative diverse sui flussi di cassa o un differente atteggiamento nei confronti del rischio, e allora assegneranno prezzi diversi ai titoli. Nella realtà le cose sono più complicate perché il valore che un agente economico attribuisce a un’attività finanziario dipende molto dalle informazioni che ha a disposizione.

Quello dell’informazione non completamente, né perfettamente distribuita è un tema ampiamente dibattuto e di notevole importanza che sembra rilevante per il caso in questione, sicché affermare che nessuno è in grado di dire oggi quanto valga un titolo o un paniere di titoli ‘tossici’ equivale a dire che esiste un’asimmetria informativa tra quello che sanno le banche sui titoli in loro possesso e quello che pensano di saperne gli eventuali investitori. Da questo punto di vista il piano Geithner non fa nulla per risolvere il gap informativo se non mettere dei soldi pubblici sul piatto della contrattazione, cercando di far aumentare in questo modo il prezzo di acquisto che diventa sovvenzionato.

Viste dal punto di vista dei sostenitori del piano, le cose stanno diversamente: è il mercato che ‘sbaglia’ a considerare zero il valore di questi mutui; le banche sanno – correttamente – che saranno onorati, c’è un eccesso di sfiducia e di pessimismo, tanto – sooner or later – la ripresa ci sarà e con questa il valore dei titoli tornerà ad essere ‘normale’.

Potrebbe trattarsi di rischio, di incertezza, di ambiguità, di incompletezza del sistema di preferenze, a far sì che il mercato non riesca a formare un prezzo, oppure potrebbe valere una spiegazione più semplice: le banche sanno perfettamente che il valore dei titoli è 30 ma sanno anche che Geithner prima o poi offrirà 60 e allora aspettano. Capitale paziente.


21 maggio 2009

Stefano Sylos Labini : considerazioni sulla crisi

 

In queste brevi considerazioni sulla crisi economica e finanziaria del 2008/2009 partirò dalla constatazione che alla forte restrizione monetaria determinata dal mercato gli Stati Uniti stanno rispondendo con una drastica espansione della base monetaria (Fig. 1) e del deficit pubblico il quale toccherà i valori massimi dalla seconda guerra mondiale (sarà intorno al 10% del Pil nel 2009).

Fig. 1 – Andamento della base monetaria non aggiustata per le variazioni delle riserve obbligatorie negli Stati Uniti nel periodo 1960 – 2009 in miliardi di dollari. Le aree verticali in grigio rappresentano i periodi di recessione (Fonte: Federal Bank of St. Louis).

L’espansione della base monetaria e del deficit pubblico si è resa necessaria perché la liquidità aggregata dopo aver toccato i valori massimi nel 2007 (circa 12 volte il Pil mondiale, Tab. 1) è andata incontro ad un processo di distruzione di cui ancora non si conosce l’esatta entità. Nel 2007 il valore nozionale dei prodotti derivati a livello globale aveva raggiunto il 976% del Pil mondiale. Questi strumenti finanziari possono avere la funzione di strumenti di pagamento cioè sono una forma di moneta che viene creata dal mercato (“moneta privata”) che sfugge in larga misura al controllo delle autorità pubbliche (governi e banche centrali) e che si regge sulla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento. La fiducia a sua volta dipende dalle aspettative di crescita dell’economia e permette di garantire un valore monetario a questi “pezzi di carta” i quali circolano e vengono scambiati sul mercato. Così la creazione di nuovi strumenti di pagamento ha prodotto una eclatante espansione della massa monetaria la quale ha trainato la crescita dei prezzi dei mercati immobiliari e delle quotazioni azionarie ed ha alimentato la domanda aggregata per diversi anni, anche quando i tassi di interesse hanno ripreso a crescere (negli Stati Uniti i tassi di interesse sono passati dall’1% al 5% nel periodo 2004/2006).

Ciò che è importante sottolineare è che il settore pubblico può influenzare la quantità di moneta creata dal mercato per esempio attraverso i tassi di interesse, ma il mercato ha una sua capacità di creare moneta che è indipendente dalla Banca Centrale e dallo Stato e che invece dipende dall’andamento del ciclo economico. In una fase di crescita il mercato crea la sua moneta, mentre in una fase di crisi il mercato distrugge moneta perché crolla la fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e si rompe l’equivalenza tra debito e moneta: i titoli finanziari perdono il loro valore monetario, il debito rimane mentre la moneta “sparisce” e si creano così gli assets tossici.

Questo è ciò che è successo a partire dal mese di settembre del 2008 quando l’economia mondiale ha iniziato a mostrare segni sempre più evidenti di rallentamento: da quel momento è crollata la fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e abbiamo assistito ad una violentissima restrizione monetaria attuata dal settore privato che ha portato al fallimento della banca Lehman Brothers, al crollo dei mercati azionari (anche le azioni sono una forma di moneta), al prosciugamento del credito interbancario ed alla caduta della domanda aggregata.

Così alla distruzione di moneta privata si è fatto fronte con la creazione di moneta pubblica (base monetaria e debito pubblico) sia per impedire i fallimenti di banche e imprese sia per riattivare il credito e la domanda aggregata, ma l’espansione della moneta pubblica ancora non è riuscita a ripristinare le condizioni monetarie e di fiducia precedenti alla crisi di settembre/ottobre 2008. Cioè la massa monetaria totale composta dalla moneta pubblica e da quella privata è ancora molto al di sotto della quantità che vi era prima della crisi economica e finanziaria, come dimostra il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione e il conseguente circolo vizioso che sta caratterizzando questa fase economica e che potrebbe portare l’economia mondiale in una depressione prolungata.

Solo quando gli interventi delle Autorità Pubbliche (Banca Centrale e Tesoro) riusciranno a risollevare la domanda aggregata e quindi a determinare dei segnali di ripresa dell’economia allora potrà tornare la fiducia nei mercati. In questo modo potrà riprendere la creazione di moneta da parte del mercato che è fondamentale per sostenere la domanda aggregata. Nel lungo periodo però solo una distribuzione del reddito meno squilibrata sia all’interno dei paesi ricchi sia tra i paesi ricchi e paesi poveri permetterà una sana crescita della domanda aggregata, cioè una crescita sospinta da fattori reali – aumento dei salari – e non da un abnorme espansione del debito privato. Questa è una condizione essenziale per garantire una crescita sostenibile dell’economia globale. Altre condizioni importanti per evitare di precipitare di nuovo in una crisi così pesante sono legate al controllo politico e sociale del sistema bancario, alla regolamentazione dei mercati finanziari, allo sforzo che il pianeta farà per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili (la crescita del prezzo del petrolio deprime la domanda aggregata e quindi ostacola l’espansione dell’economia) e ad un più equilibrato rapporto commerciale e finanziario tra gli Stati Uniti e i paesi asiatici.


7 aprile 2009

Giorgio Gattei : una formula per questa crisi

 . In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere:

C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.



2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.


6 aprile 2009

Joseph Halevi : La legge inganno Summers-Geithner sugli asset tossici

 

Se guardiamo ai recenti presidenti Usa dichiaratamente progressisti (Jimmy Carter e Bill Clinton) notiamo che invariabilmente il loro progressismo sfuma, nemmeno intenzionalmente, perché la belva, the beast, impone l'allineamento sulla sua realtà. Carter, che aveva fatto campagna contro lo stallo salariale del periodo Nixon-Ford, crollò di fronte alla politica antinflazionistica inaugurata dalla Federal Reserve di Volcker nel 1979. Fu questa politica ad aprire la porta alla finanziarizzazione dell'economia, alla disarticolazione del mercato del lavoro su cui si è fondata la presidenza Reagan. Per Bill Clinton la capitolazione avvenne con l'abbandono della riforma del sistema sanitario e la deregolamentazione sia delle comunicazioni che dell'ordinamento bancario. Gli esecutori di quest'ultima oggi si trovano al cuore dell'amministrazione Obama. Essi sono i proconsoli della belva, come Larry Summers, che durante Clinton si oppose ad ogni controllo sul traffico dei derivati finanziari. Oggi i Summers ed Geithner stanno facendo capitolare Obama sul terreno della capitalizzazione delle banche in crisi. 



Infatti il piano appena varato è ancora più favorevole agli interessi delle banche di quello di Paulson dello scorso ottobre. Il piano Paulson intendeva estrarre le cartacce tossiche dai libri di conto bancari. Si arenò sulla formulazione del prezzo che lo Stato avrebbe dovuto pagare le banche per prendersi le cartacce. Queste non sono azioni il cui valore, pur essendo crollato, è conosciuto ad ogni momento. Le cartacce dei prodotti derivati non hanno valori verificabili da transazioni di mercato continue. Non hanno valore, quindi. Nel piano Geithner-Summers-Obama è stata fatta la legge con l'inganno incorporato. Il Governo di Washington si impegna a finanziare per il 90% le scommesse al rialzo, effettuate dalle stesse banche, sui prezzi delle cartacce. Come in un'asta truccata. Il finanziamento pubblico è garantito con prestiti senza ricorso (no recourse). Legalmente non devono essere rimborsati se il valore del bene collaterale scendesse al disotto del prezzo di acquisto. Il governo Obama-Geithner-Summers considera quindi le cartacce come beni collaterali.
Per le banche tutto diventa un giochetto: prima si trucca l'asta, giocando al rialzo usando soldi pubblici. E i nuovi «prezzi» delle cartacce ricapitalizzano le banche. Se poi, quando le cartacce vengono rivendute, il loro prezzo dovesse risultare inferiore a quello emerso dall'asta truccata - e così sarà - i libri di conto delle banche non mostreranno un debito nel confronti dello Stato. La regola del «non ricorso» permette di non rimborsarlo. Non per caso le azioni finanziarie sono schizzate in alto a Wall Street. Nemmeno Paulson, sotto pressione dai crolli quotidiani, l'aveva pensata così bene. Allo Stato rimane il debito causato dal finanziamento al 90% dell'asta truccata. Quella di Obama-Geithner è una capitolazione totale agli incendiari. Essa aumenta il ricatto nei confronti dello «stato» delle ormai megabanche. Washington ha accettato il mantra del capitale monopolistico Usa (la belva, appunto) che ricapitalizza attraverso la nazionalizzazione temporanea, come successe in Svezia nel '93, sfiducia il pubblico e crea quindi instabilità compromettendo la ripresa. Cosa completamente falsa, semmai è vero il contrario. Più grave ancora l'accettazione da parte di Obama della tesi che i «prodotti» in mano alle banche abbiano un valore maggiore di quanto appaia, ma è la gente a non capirlo. Emerge pertanto che tutto il chiasso sui bonus ai manager era una cortina fumogena mediatica, mentre Summers e Geithner lavoravano alacremente per consolidare il potere del capitale nei confronti dello Stato.


17 febbraio 2009

Bruno Steri : il buco nero che ingoia qualsiasi aiuto

 

Quando il Tesoro americano e la Fed (la Banca centrale) cominciarono a pompare centinaia di miliardi di dollari riversandoli nel buco nero del sistema bancario, furono in molti a tirare sospiri di sollievo. I pochi keynesiani rimasti tornarono ad alzare la testa, altri diventarono tali con una giravolta spericolata, riscoprendo improvvisamente le virtù dell’intervento pubblico: Vedete? Bisogna fare come fanno gli Stati Uniti – dicevano entusiasti. Stiamo parlando di tre-quattro mesi fa. Noi vetero-comunisti di Rifondazione assistevamo perplessi e mettevamo in guardia: Attenzione! Siete così sicuri che una crisi prodotta dal debito (privato) sia risolvibile indebitando in questo modo le casse pubbliche, ritenendo che ciò sia sufficiente a ridare fiato al flusso dei prestiti interbancari e a riattivare il motore dell’economia? Non è forse il caso di impiegare quelle risorse per interventi diretti (un massiccio piano di investimenti pubblici), andando a prendere le risorse dove sono (i grandi patrimoni), e per riequilibrare la distribuzione del reddito (dando soldi a chi deve comprare e consumare)? E se si deve intervenire sul sistema bancario, non è il caso di farlo vincolando l’intervento a precise contropartite, ma anche nazionalizzando gli istituti ‘strategici’ e creando un polo pubblico del credito che regoli con criteri selettivi la sua attività? Non stavamo dunque chiedendo la socializzazione dei principali mezzi di produzione; ma, certo, la reintroduzione di un minimum di pianificazione e controllo democratico. Ma anche questo era ed è troppo (non solo per il ‘mangiacomunisti’ Berlusconi, ma anche per il pallido Veltroni).
Ora si scopre (si legga il seguente brano di Mario Platero) che il buco nero sta ingoiando tutto. E siamo al ‘o la va o la spacca’. La domanda è: ma per chi dovrebbe ‘andare o spaccarla’? Il timore è che sia sempre per i soliti noti. Per i privilegiati c’è sempre una comoda scialuppa di salvataggio; per i poveri cristi, no. A meno che i comunisti non riescano loro a rialzare la testa…
B.S.



La coreografia studiata da Summers segue un percorso annunciato: domani conosceremo i dettagli del piano di salvataggio delle banche, il ‘nuovo Tarp’ (Troubled Asset Relief Program) di Tim Geithner. Per la fine della settimana sapremo se il pacchetto di stimoli per l’economia da 780 miliardi di dollari in spese infrastrutturali e tagli fiscali avrà superato il difficile scoglio della riconciliazione bicamerale e potrà diventare operativo. Per la settimana prossima, il 17 di febbraio, sapremo se il Congresso avrà accolto con benevolenza il programma di ristrutturazione e di rilancio del settore auto, ancora in difficoltà estreme e in attesa di aiuti per svariati miliardi di dollari. Dopodiché non ci sarà più molto da fare se non attendere. E se le cose non dovessero funzionare per la terza volta allora saranno guai. Vorrà dire che la crisi è davvero inarrestabile e dovrà proseguire lungo il suo corso devastante. Continuerà a falciare occupazione, a far chiudere i battenti alle aziende, a paralizzare il mercato del credito, a far dominare la Borsa dall’ ‘Orso’.
Ricordiamolo: lo scorso settembre si cercò di salvare il salvabile in altre due settimane di fuoco. Con la nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae, di Aig, con la fusione Merrill Linch/Bank of America, con il fallimento di Lehman. Ci furono interventi della Federal Reserve e del Governo Federale, in tutto si misero sul tavolo alcune centinaia di migliaia di dollari. La strategia non funzionò. L’effetto domino di Lehman fu devastante. Ci si riprovò poco dopo con il Tarp1: 700 miliardi di dollari che avrebbero dovuto dare un’iniezione di fiducia al sistema bancario, garanzie da parte della Federal Reserve e politica di tassi zero. Non ha funzionato di nuovo. Poco dopo il Tesoro garantì circa 300 miliardi di attività patrimoniali di Citi e tappò alcune falle. Ma un’amministrazione al crepuscolo, la rotta confusa seguita dal segretario al Tesoro, Hank Paulson, non aiutavano.
Ora l’elemento chiave di questi dieci giorni, a partire da domani, sarà quello della novità: è nuovo ed è sulla carta più efficace il progetto del Tarp2 messo a punto da Geithner. (…) ‘Make it or break it’ insomma, come dicono a Wall Street, ‘o la va o la spacca’. Per Wall Street, per l’amministrazione Obama e per tutti noi. Anche perché un quarto ‘pacchetto’ per ora non riesce ad immaginarlo nessuno.

(Mario Platero, Regia anti-crisi targata Summers, ‘Il Sole 24 Ore’, 8 febbraio 2009)


9 gennaio 2009

Bruno Steri : è nella disuguaglianza sociale la contraddizione essenziale

 

Un paio di settimane fa (Affari&Finanza dell’8 dicembre) Marcello De Cecco ha indicato con la sua solita chiarezza i vizi che si celano dietro l’apparente virtù degli enormi esborsi di risorse finanziarie destinati dalle autorità statunitensi (Fed e Tesoro) al salvataggio di colossi bancari e assicurativi. C’è un problema di qualità ed uno - non meno preoccupante - di efficacia. Iniziamo dal primo, rievocando per sommi capi la vicenda di Citibank. A quest’istituto (un colosso con 2 mila miliardi di attivo) è stata riservata poco meno della metà (306 miliardi) dei 700 miliardi di dollari già stanziati dal Congresso per i salvataggi bancari. Una quota enorme, diretta verso un’unica banca, che ha comprensibilmente sollecitato il commento di De Cecco: “Alcune istituzioni sono più uguali di altre”. I dubbi aumentano se si passa a valutare le condizioni a cui tale enorme esborso è stato accordato. Esso serve infatti ad assicurare la garanzia pubblica sui prestiti, immobiliari e non, più o meno imprudentemente concessi da Citi (e le eventuali perdite a questi connessi). La logica è la stessa di quella del Piano Paulson, che mirava ad alleggerire le banche dall’ingombro di titoli tossici presenti in grosse quantità nei loro attivi. Come contropartita, Citibank ha pattuito unicamente la corresponsione alle casse pubbliche di un dividendo fisso dell’8% su un pacchetto di 27 miliardi di azioni acquistate dal governo. Ma la plancia di comando, a cominciare dal consiglio di amministrazione responsabile delle passate scelte speculative, e l’assetto aziendale, la cui gigantesca dimensione risulta ormai difficilmente governabile e controllabile, restano tali e quali erano. Il caso in questione è particolarmente significativo in quanto il principale artefice dell’intervento di soccorso è Robert Rubin, già Chief executive dello stesso Citigroup ed ora, assieme a Lawrence Summers, principale consigliere economico di Obama (alla faccia del conflitto di interessi!). 




Passiamo rapidamente al secondo dei problemi sopra detti. Finora, per tappare il buco finanziario, le autorità Usa hanno sborsato l’astronomica cifra di 3 mila miliardi di dollari (ma, secondo alcune stime, si arriva a 4 mila). In un anno, il debito pubblico ufficiale degli States è quasi raddoppiato, passando da 5,7 a 10 mila e 500 miliardi di dollari. A ciò occorre aggiungere i successivi esborsi che possono derivare dai rischi connessi all’esposizione delle varie banche “salvate” (oggi difficilmente quantificabili). In definitiva, si viaggia verso un debito pubblico che può in tempi brevi raggiungere le dimensioni del Pil (14 mila miliardi di dollari): come si usa dire, un rapporto debito/Pil di dimensioni “italiane”. Più nello specifico, il fatto che la stessa Federal Reserve (ma anche altre Banche centrali, in particolare quella inglese) abbia gonfiato a dismisura il suo bilancio, triplicandolo rispetto a un anno fa e deteriorandone la qualità per l’assorbimento dei titoli “spazzatura”, dovrebbe essere considerato non un’opportunità ma un fattore di fragilità del sistema. Non a caso, c’è chi ha criticamente osservato che il venir meno della robustezza patrimoniale, l’abnorme aumento dell’indebitamento e l’assunzione di funzioni improprie fa assomigliare questi stessi istituti centrali a dei veri e propri hedge funds. Ma evidentemente quanto fatto sin qui non è ancora bastato ed ora il presidente della Fed, Ben Bernanke, ricorre ad una misura del tutto eccezionale azzerando il costo del denaro: con la mente alla fallimentare strategia seguita negli anni 1929 e seguenti, si cerca oggi di fugare l’incertezza e la sfiducia iniettando denaro nel sistema, così da riattivare le transazioni interbancarie, ricostituire margini per indurre a prestare denaro e riavviare gli investimenti.
Si dice: in una fase eccezionale (e per molti versi inesplorata), si tratta di correre dei rischi. Ma il punto è un altro: tutto questo sarà sufficiente a riattivare la macchina capitalistica? La storia più recente (vedi Giappone fine anni ‘80/inizi ‘90) sembrerebbe suggerire una risposta negativa. E del resto – ricorda opportunamente De Cecco nell’articolo sopra citato - lo stesso Keynes “perse fiducia nella politica monetaria, quella politica monetaria espansiva che aveva predicato dal 1919 al 1930”. E prese a consigliare investimenti pubblici diretti. Dare soldi alle banche (e ai banchieri, soprattutto se amici) senza adeguate contropartite, ripercorrere la strada del denaro facile e dell’indebitamento può sembrare l’unica praticabile, solo se non si intenda toccare i rapporti di classe. A tale proposito, va ricordato che la crisi in cui siamo immersi è esplosa a seguito non tanto dell’indebitamento pubblico quanto di quello privato. Come è stato notato (perfino dallo stesso Tremonti), il parametro sensibile per monitorare cause ed effetti di questo tracollo è l’indebitamento totale di un Paese (comprendente, oltre all’esposizione del settore pubblico, anche quella di famiglie e imprese): si scoprirebbe allora che, ad esempio, il debito nazionale totale Usa ha raggiunto il 370% del Pil (un rapporto doppio rispetto al 1957). Le famiglie si sono indebitate (e continuano a indebitarsi) perché non hanno un reddito sufficiente a sopravvivere: è qui, nell’impennarsi della disuguaglianza caratterizzante la società e l’economia reale, che va individuata la contraddizione essenziale. Ed è qui che occorrerebbe decisamente intervenire, per disinnescare il dispositivo che in profondità genera la crisi. Questo intendeva Marx quando scriveva: “La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse, in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo della società”.
Tale fondamentale questione circoscrive l’ambito dell’opzione anticapitalistica. Lorsignori, nel vivo di questa crisi, offrono mance a chi è più direttamente colpito dall’onda recessiva e propongono di rivedere (in peggio) il sistema pensionistico. Noi – i comunisti, la sinistra – diciamo: blocco dei licenziamenti, estensione delle tutele a tutto il mondo del lavoro, redistribuzione del reddito, rimodulazione degli scaglioni fiscali (così da prendere le risorse necessarie là dove sono), abbattimento delle spese militari, nazionalizzazione/socializzazione dei principali istituti di credito e creazione di un polo creditizio pubblico in grado di selezionare l’offerta di finanziamento sulla base del carattere più o meno virtuoso (socialmente e ambientalmente) dell’investimento. E’ banale ricordarlo: ma la possibilità che queste opzioni prevalgano è esclusivamente affidata alla forza che sarà tributata (e che saprà conquistarsi) Rifondazione e, con essa, la sinistra.


sfoglia     ottobre        gennaio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom