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30 marzo 2010

Aldo Garzia : Olof Palme e il socialismo democratico

Gli Editori Riuniti University Press hanno inviato in libreria Olof Palme e il socialismo democratico, un'antologia di scritti e discorsi del leader svedese. Si tratta di un piccolo evento editoriale perché è la prima volta che quei testi sono tradotti in italiano. Del «modello svedese» si è discusso appassionatamente in alcuni cenacoli della sinistra italiana degli anni Settanta. Anche la personalità politica e di statista di Palme ha incuriosito a lungo, prima che una mano tuttora misteriosa premesse il grilletto nella notte del 28 febbraio 1986 uccidendolo all'uscita di un cinema mentre si apprestava a fare ritorno in metropolitana nella sua residenza accompagnato dalla moglie. Dopo quel delitto politico, l'oblio è tornato a dominare il dibattito italiano sulla socialdemocrazia svedese, che intanto declinava priva del suo leader di maggior prestigio. Destino d'oblio capitato pure a personaggi del calibro del tedesco Willy Brandt e dell'austriaco Bruno Kreisky che - come Palme - avevano cercato di far risorgere la socialdemocrazia europea negli anni più bui della «guerra fredda». Chi voleva documentarsi su quella fase, aveva a disposizione in italiano solo un libro del 1976 (Quale socialismo per l'Europa, edizioni Lerici), introdotto da Gaetano Arfè, che raccoglieva un carteggio tra Brandt, Palme e Kreisky che si interrogavano sul passaggio d'epoca di quegli anni. Avendo scritto l'unica biografia in italiano di Palme (Editori Riuniti, 2007), posso testimoniare l'assoluta assenza di fonti perfino sui suoi incontri con Enrico Berlinguer a Roma nel 1983 e nel 1984. Ora il lettore può farsi finalmente una opinione sulle idee-forza di uno straordinario protagonista della scena europea prima che cadesse il Muro di Berlino. E può orientarsi sui riferimenti politici contenuti nei testi tradotti grazie alla puntuale introduzione di Monica Quirico, curatrice e ideatrice del libro.

Gli interventi raccolti in volume sono per lo più discorsi tenuti in occasioni pubbliche, ma sufficientemente significativi del linguaggio e della politica di Palme. Emerge innanzitutto la sua fiducia nella democrazia politica ed economica come fucina di consenso e trasformazioni. Del resto, la storia del welfare svedese si basa sul ruolo attivo degli operai e dei sindacati in un sistema di cogestione delle imprese all'interno di una economia di mercato regolato. È quella stessa tradizione che porterà proprio Palme a indicare nel Piano Meidner, alla fine degli anni Settanta, il punto critico mai raggiunto da un'altra esperienza socialdemocratica di governo (ecco perché tornare a discuterne): la possibilità che i lavoratori diventassero proprietari delle imprese reinvestendone in forma concordata i profitti. A Palme, per indicare questa meta, piaceva usare una precisa metafora: «Il capitalismo assomiglia a una pecora che va tosata periodicamente ma non ammazzata».
In questi discorsi raccolti in volume emerge anche il protagonismo di Palme sulla scena internazionale, che è poi l'apporto qualitativamente nuovo da lui dato alla storia della socialdemocrazia svedese che passa dal tradizionale «neutralismo» a un «neutralismo attivo» capace di agire sulla scena mondiale. Dal no alla guerra in Vietnam (pagata con la rottura dei rapporti diplomatici tra Stoccolma e Washington) al sostegno dei movimenti di liberazione nel Terzo mondo e di quelli democratici in Europa (Spagna, Grecia, Portogallo), dal contrasto dell'espansionismo sovietico alla ferma posizione anti-riarmo in Europa dei primi anni Ottanta, fino alla scelta di agire contro il regime dell'apartheid in Sudafrica e di mediare nei conflitti su mandato dell'Onu (come nel caso della guerra Iran-Iraq iniziata nel 1980). Da qui l'ipotesi che Palme potesse diventare segretario generale del Palazzo di Vetro.
Dalla lettura dei discorsi del leader svedese, si rafforza la convinzione che egli abbia interpretato un originale modo di pensare il socialismo nei decenni Settanta e Ottanta, frutto certo della storia del movimento operaio svedese e della più ferma autonomia dall'Unione sovietica e dagli Stati uniti. Ciò ha reso credibili i suoi progetti di critica e correzione del capitalismo che avevano nell'estensione delle conquiste del welfare il principale obiettivo di politica interna. E proprio con l'azione di Palme la Svezia, paese di nove milioni di abitanti, ha conquistato un ruolo e un prestigio internazionali inversamente proporzionali al peso della sua popolazione.
Se c'è stata una «terza via» tra capitalismo e comunismo nei decenni passati, non può che essere quella della Svezia di Palme. Come annota Monica Quirico, proprio per gli audaci indirizzi della sua politica Palme era un leader molto amato e molto odiato in patria dove era diventato premier nel 1969 raccogliendo il testimone di Tage Erlander. Sconfitto nelle elezioni del 1976, era tornato a guidare il governo nel 1982 ed era ancora primo ministro quando fu ucciso nel 1986.
Valga per tutte questa citazione di Palme presente nel volume: «La politica è desiderare qualcosa. La politica socialdemocratica consiste nell'auspicare un cambiamento. È chiaro tuttavia che il desiderio deve avere un indirizzo, e il cambiamento una meta. Noi socialisti siamo abbastanza presuntuosi da auspicare il cambiamento perché sappiamo che questo può trasformare le utopie in realtà».


15 dicembre 2008

L'oggetto della contesa

Il Piano per il salvataggio di General Motors non è stato approvato, in quanto Democratici e Repubblicani non hanno trovato l'accordo sui termini del piano stesso.
La questione tra le due forze politiche è quella dei tempi del riallineamento verso il basso dei salari orari degli operai di General Motors a quelli dela Toyota, o meglio della diminuzione dei benefits che rimpolpano i salari dei primi.
La questione è, come al solito, detto in altri termini,  il saggio di sfruttamento degli operai del settore automobilistico americano. Il conflitto, l'oggetto del contendere sta sempre là, a dimostrare la giustezza delle tesi di Marx. E l'infinita superiorità del modello sociale europeo su quello americano.
Negli Usa democratici e sindacati non discutono della inevitabile necessità di abbassare i salari dei lavoratori, ma discutono solo i tempi di questo riallineamento. Questo forse garantisce maggiore occupazione, ma indebolisce il legame tra occupazione e maggior benessere, dal momento che permette anche l'esistenza dei working poors, del "correre per rimanere in piedi".




Invece in Europa nella maggior parte c'è un contratto nazionale (o una legge addirittura) che non permette l'abbassamento del salario oltre un certo livello e non permette una eccessiva rincorsa dei salari verso il basso. Ma ancor di più (visto che tra i benefits della General Motors vi è l'assicurazione sanitaria), vi è un Welfare che prevede un'assistenza sanitaria più o meno uguale per tutti e che consente alle aziende di non doversi accollare alcuna assicurazione sanitaria. Questo non vuol dire che non vi siano benefits aziendali, ma che questi sono integrativi e non sostitutivi dell'assistenza sociale e dunque la loro rimozione costituisce uno svantaggio ma non un dramma per i lavoratori.
Nel frattempo in Svezia, in vista dei problemi notevoli che dovranno affrontare Volvo e Saab, il governo di centro destra (CENTRO DESTRA !!!) stanzierà venti miliardi di corone in garanzie su prestiti destinati alla produzione di veicoli più ecologici (PIU' ECOLOGICI !!!)  e 3 miliardi di corone che una nuova azienda statale (STATALE !!! NON INCENTIVI A PIOGGIA ALLE IMPRESE !!!) investirà in ricerca legata all'auto.
Ma di che vogliamo parlare ?


24 ottobre 2008

Francesco Piccioni : il rapporto OCSE sulla distribuzione del reddito

 

Le statistiche sono fredde come armi da taglio, a volte. Il rapporto dell'Ocse lo è fin dal titolo: Growing unequal? (crescere diseguali?). E fotografa una tendenza ultraventennale in atto nei trenta paesi più industrializzati: l'aumento delle disegualianze di reddito tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.
Una tendenza nota, che tutti dicono di voler combattere, ma che va diventando sempre più cruda e irreversibile. I numeri sono impietosi, anche usando il coefficiente di Gini (oscillante tra lo zero - che designa la perfetta ugualianza tra tutti, ovviamente inesistente - e l'uno, usato per descrivere la situazione teoricamente opposta). I paesi più «equilibrati» sono Svezia, Danimarca e Lussemburgo, contrassegnati da un indice 0,25; mentre l'Italia è sesta tra i più diseguali, con un 0,35 battuta soltanto dagli Stati uniti e altri campioni della giustizia sociale come Turchia, Portogallo, Polonia e Messico. I centroamericani sono ultimi in classifica, ma hanno almeno il merito - al contrario di quasi tutti gli altri membri dell'Ocse - di aver ridotto il divario negli ultimi anni.
Per l'Italia si tratta di una conferma sconfortante. Qui «i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza» (redditi più patrimoni), che peraltro è distribuita anche peggio dei redditi. Il 10% più ricco, infatti, controlla il 42% della ricchezza totale e il 28% delle entrate. Certo, gli Usa restano inarrivabili. Lì l'1% controlla addirittura il 33% della ricchezza. Ma l'Italia berlusconiana pare voler accelerare in questa infernale direzione. Il reddito medio annuale del 10% più povero è al di sotto dei 3.770 euro, mentre la media Ocse (che comprende, ricordiamo, paesi decisamente meno sviluppati del nostro, come Turchia, Polonia, Messico) è di 5.280 euro. Al contrario, il 10% più ricco ha un reddito medio superiore a quello di paesi decisamente più «produttivi», come la stessa Germania. Una riprova del fatto che la forte disugualianza non è in correlazione positiva con lo «sviluppo». Insomma, non incentiva la «competitività» tra poveri per migliorare la propria posizione sociale. Anzi.
I più penalizzati dalla povertà crescente sono proprio le fasce di età più basse, a cominciare dai bambini. Mentre gli anziani riescono a compensare meglio grazie a un qualche patrimonio (in genere l'abitazione in proprietà e l'oculata gestione della liquidazione). La povertà giovanile - redditi bassi o bassissimi, causa la precarietà del lavoro - è per ora contenuta soltanto dal sostegno di genitori e nonni. Impossibile quantificare le ricadute sociali, tra qualche anno, della fisiologica scomparsa di questo sostegno (altro che «scontro generazionale»).
Questa situazione implica un blocco assoluto della mobilità sociale. Che un povero possa «scalare» posizioni sociali è pressoché escluso; a meno di talenti eccezionali, la «capacità media» viene respinta indietro, perché - anche quando riesce a raggiungere un titolo di studio medio-alto - prevale sempre il rapporto familistico-sociale. Tanto è vero, dice l'Ocse, che «la mobilità sociale è generalmente maggiore nei paesi che registrano una minore disugualianza di redditi e viceversa». E ancora: «una maggiore egualianza delle opportunità va di pari passo con redditi meno diseguali».
Le ricette dell'Ocse per attenuare questa tendenza universale sono quanto mai vaghe. Ma vanno sottolineate alcune affermazioni. «L'unico approccio sostenibile per ridurre la disegualianza è di intervenire per bloccare la soggiacente disparità tra redditi da lavoro e da capitale». Ovvero «far sì che le persone siano in grado di lavorare e percepiscano stipendi sufficienti per il proprio sostentamento e per quello della famiglia». Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia (e a Sacconi e Veltroni) che persino per l'Ocse il salario non è una pura variabile dipendente dal profitto di impresa (magari «legato alla produttività»), ma va misurato sulla capacità di far vivere dignitosamente le persone e le famiglie. Visto il livello cui sono arrivate le retribuzioni italiane (le più basse della zona euro, ormai), l'obiettivo primario di un qualunque sindacato degno di questo nome dovrebbe essere il loro aumento. E in misura consistente.
Notevole anche il ruolo «redistributivo» individuato in servizi pubblici come la scuola e la sanità (che il governo vuole palesemente privatizzare). Anche perché l'avere un lavoro non è più sufficiente ad evitare di cadere nella povertà. «Oltre la metà delle persone povere appartengono a famiglie che percepiscono un reddito da lavoro»; ma se è part-time o mal retribuito il risultato è comunque tragico.

Quei «comunisti» dell'Ocse - l'organizzazione dei 30 paesi più industrializzati - smentiscono, forse senza volerlo, il luogo comune che ottenebra gli editorialisti mainstream degli ultimi trent'anni: «se volete che tutti stiano meglio, lasciate fare al mercato». L'espressione è menzognera anche per un altro motivo: il «mercato» è vecchio almeno quanto la scrittura (oltre 5.000 anni), mentre il capitalismo è decisamente più giovane (meno di tre secoli). Ma in così poco tempo è riuscito ad ampliare a dismisura le ineguaglianze, invece di ridurle.
Lì dove lo stato sociale è stato fatto arretrare - in Italia, negli Usa - il divario tra più ricchi e più poveri è esploso. Anche perché, spiegano, istituzioni come scuola, sanità ed edilizia pubbliche attenuano gli effetti della pessima distribuzione del reddito e contribuiscono ad avvicinare le «condizioni di partenza» dei giovanissimi. Solo se queste istituzioni sono forti può verificarsi una mobilità sociale verso l'alto. Altrimenti il mitico «merito» viene soffocato nella culla, prima ancora che possa manifestarsi.
Dalla metà degli anni '90 le disegualianze di reddito sono andate crescendo di pari passo con la riduzione delle politiche statuali di redistribuzione. Una constatazione che chiama imparzialmente in causa, per l'Italia, i governi di centrodestra così come quelli di centrosinistra. Entrambi politicamente strabici, con l'occhio attento solo alle imprese (e alle banche), in base all'indimostrato assunto che se le imprese guadagnano, va meglio anche per i lavoratori. Proprio in Italia la deregulation normativa, il blocco dei salari e la legalizzazione di forme contrattuali precarie hanno fatto crescere del 33% la disegualianza tra più ricchi e più poveri. La media Ocse, pur infame, si ferma a un +12.
Il governo attuale si propone evidentemente di rendere siderale questa distanza. L'accanimento nei confronti della scuola pubblica a tutti i livelli - dagli asili all'università - fa il paio perfettamente con lo smantellamento reazionario dei diritti del lavoro (dallo sciopero al reintegro, alle misure contro la pratica delle «dimissioni in bianco» firmate al momento dell'assunzione). Spiega sempre l'Ocse che laddove i sindacati sono stati indeboliti, i lavoratori hanno perso «protezione». Salariale e non solo.



Qualche blog, come il ben noto Gnègnè, in passato si è impegnato nell'evidenziare come le differenze tra i redditi siano collegate a dinamiche poco controllabili. Tuttavia i risultati di Danimarca e Svezia stanno lì a dimostrare come politiche economiche e sociali adeguate possono ridurre la forbice esistente tra i redditi ed attenuarne gli effetti negativi. La curva di Pareto rimane, ma risulta meno pericolosa.


17 febbraio 2008

L'alternative dispute resolution : i compromessi impossibili

 Nel caso di fallimento della mediazione infatti, la riprovazione si sposta sul torto di chi ha fatto fallire il tentativo dimostrando la propria iragionevolezza piuttosto che su quello di chi aveva violato in origine i diritti. E così la moglie abusata che non accetta di mediare sull'assegno di risarcimento del marito violento, il consumatore che non accetta il premio di consolazione offerto dalla Corporation, il lavoratore che insiste perché il suo diritto sia integralmente rispettato invece di accettare il compromesso «ragionevole» su cui magari sono d'accordo padroni e sindacato, lo Stato più debole che non accetta un compromesso sulle frontiere, passa automaticamente dalla parte del torto.
Fino alla fine degli anni Settanta l'ideale dell'accesso alla giustizia era perseguito in occidente con gli strumenti, costosi, del Welfare state. Il gratuito patrocinio per i meno abbienti e le altre forme di sovvenzione dell' accesso alla giustizia che in Germania e Svezia avevano raggiunto le punte più avanzate di civiltà, erano perseguite, con sforzi piùo meno efficaci, in tutti i paesi. Lo sviluppo irresistibile dell'Alternative Dispute Resolution della sua promozione ideologica, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo, è coinciso con un nuovo paradosso della postmodernità. Al problema dell' accesso alla giustizia si risponde, con grande risparmio di fondi pubblici, appaltando all' «industria dell'armonia» il suo sostanziale diniego. L'uomo o la donna non conformisti perdono il loro diritto a che una corte si pronunci sul loro dissenso.

(Ugo Mattei)


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19 luglio 2007

Ah, la spesa pubblica in Italia....

Facciamo una comparazione tra i costi dell'università in Italia, Germania, Svezia (anno 2005).
1) In Italia l'università costa allo studente da 1200 a 1700 euro all'anno. In Germania 40-50 euro all'anno. In Svezia è gratuita.
2) In Italia il costo mensile per un alloggio è circa 500 euro (per una stanza  a Milano). In Germania è 200-250 euro (per una stanza a Berlino). In Svezia è 200-300 euro ma per un appartamento, che non si usa condividere.
3)In Italia l'abbonamento al trasporto pubblico all'anno è (o meglio era) di 170 euro all'anno. In Germania 140 euro. In Svezia 100 euro.
4) Una birra in un pub in Italia costa 4-5 euro, in Germania 3 euro, in Svezia 6 euro. La paga oraria di un cameriere in un pub è di 6 euro in Italia, 8 in Germania, 10 in Svezia.
5) Gli aiuti economici dallo Stato in Italia sono legati al reddito familiare e così pure in Germania (dove però si fanno prestiti da restituire al 50%). In Svezia, a prescindere dal reddito si danno 300 euro mensili a studente, più un prestito di 400 euro da restituire alla fine degli studi.

Per questo che in Italia, la spesa sociale va tagliata.
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17 giugno 2007

Terapia e pallottole (il caso svedese)

In uno dei commenti al mio precedente post, la mia amica Studium mi ha apostrofato dicendo "Secondo me tu non stai bene", poi, come tanti tipi disimpegnati (;-)), è andata al mare.
Sarò allora più preciso, rischiando di aggravare ancora di più il mio stato di salute.
Per me non è colpa dei sedicenti terroristi.
Nè è colpa dei vari Bagnasco, Bassolino e co.
La colpa è nostra, quando, come dice ingenuamente Galatea in un altro commento, "..bisogna fare muro e difendere anche gli indifendibili (tipo Bagnasco), perchè sono diventati vittime...".
Ecco, noi siamo i veri colpevoli, noi, intendo la sinistra che all'altare della political correctness e del marketing politico sacrifica i propri principi e la razionalità.
Ormai facciamo la ola al centro-destra :
Berlusconi parla dei comunisti e noi rinneghiamo il comunismo
Berlusconi dice che bisogna abbassare le tasse e noi gli facciamo eco
Berlusconi attacca la magistratura e noi pure
Berlusconi dice che bisogna garantire la sicurezza e noi diciamo lo stesso.
La Lega dice no a Roma ladrona e noi subito a parlare di questione settentrionale
Il Papa dice no ai Dico e noi subito blocchiamo i Dico
Insomma in nome del marketing politico, scimmiottiamo tutte le possibili derive populistiche.
La destra toglie la sicura e ci consegna la granata che ci scoppierà in faccia.
Anche con la questione delle stelle a cinque punte ormai andiamo per automatismi come il cane di Pavlov : le Br minacciano Cofferati e noi "solidarietà al compagno Cofferati", minacciano Bagnasco e noi "solidarietà a Bagnasco" etc.
Mi domando : se le Br mandano tre pallottole a Provenzano in carcere noi che facciamo ?
E se le mandassero a Nadia Desdemona Lioce ?
Faremmo la ola lo stesso ?
Immaginiamo che Riina, fautore della linea militarista all'interno della mafia, avesse ricevuto minacce dall'ala moderata, che non voleva lo scontro diretto con lo Stato, noi avremmo smesso di criticare la linea di Riina, perchè era diventato vittima ?
Insomma, in Italia, il mondo politico (compreso gli elettori più consapevoli) non sa o non vuole distinguere tra individuo e concezione politica portata avanti da quell'individuo.
E questo è gravissimo. Una moderna democrazia non può sopportare una cosa del genere.
Faccio un esempio riguardante al Svezia, uno dei paesi più civili al mondo:
Pochi giorni prima del referendum sull'ingresso della Svezia nella zona euro, Anna Lindh, esponente di spicco dei socialdemocratici svedesi e apertamente a favore del sì al referendum per l'adesione, viene uccisa mentre faceva la spesa in un supermercato. Nonostante fosse un ministro molto apprezzato, gli svedesi non si fecero prendere dall'onda emotiva e votarono NO al referendum , mostrando di distinguere con chiarezza il rispetto e la difesa della persona dalla valutazione politica, cosa che un popolo di papponi come il nostro si rifiuta di fare.
Allora, come ho già detto, a Bagnasco si può tentare di garantire la sicurezza (nella stessa misura con cui viene data ad un commerciante di Napoli minacciato dai percettori del pizzo), ma non bisogna concedere nulla sul piano delle idee.
Fare diversamente (come in effetti fa la sinistra cagona nel nostro paese), vuol dire inquinare completamente la situazione. Infatti con questi presupposti, se effettivamente un personaggio politico acquista un sovrappiù di credibilità (ed una sorta di impunità ideologica) grazie alle minacce di chicchessia , allora diventa razionale per qualcuno ricevere finte minacce.
Diventa razionale anche per terroristi vari agitare con forza bandiere che noi teniamo ammainate per vigliaccheria.
Perciò dipende da noi, dalla nostra capacità di tenere sempre vigile il nostro senso critico.
Non dobbiamo lasciare deserti gli spazi del conflitto sociale. In politica (come in natura) vale il principio dell'horror vacui.


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9 giugno 2007

Competitività globale e paesi scandinavi

Su Crisieconflitti


28 maggio 2005

Welfare

MODELLO SCANDINAVIA
C'è crescita solo dove il pubblico investe
I tassi di sviluppo più alti nei paesi con forti interventi statali
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
Due giganti malati in Europa - la Germania e l'Italia - mentre anche gli altri paesi della zona euro non stanno molto bene, poiché «la ripresa europea manca crudelmente all'appello». Le ultime Prospettive economiche dell'Ocse, il think tank che raggruppa le 30 economie più forti del mondo, non sono per nulla ottimistiche. «Contrariamente alle attese - ha spiegato ieri il capo economista, Jean-Philippe Cotis - lo scenario di ripresa condivisa non si è materializzato». Vanno meglio gli Usa e il Giappone della zona euro, che non crescerà quest'anno che dell'1,2%, cioè con previsioni in netto calo rispetto a quelle di sei mesi fa, mentre gli Usa viaggeranno a un più 3,6% e il Giappone a un più 1,5%. « In prospettiva - aggiunge Cotis - appare sempre più chiaro che le spiegazioni di circostanza - la guerra in Iraq, gli shock petroliferi, le fluttuazioni dei cambi - non sono sufficienti a spiegare la successione di riprese abortite in Europa». L'Europa, difatti, è stata vittima di una sequenza di false partenze: inizio di ripresa nel primo semestre del 2004, che aveva fatto sperare in una crescita intorno al 2,25% sull'anno, chiuso poi a un modesto più 1,8%, di nuovo qualche speranza all'inizio di quest'anno, subito ricaduta per le prospettive di rallentamento generale a solo un più 1,1% nel secondo semestre. L'analisi della situazione dei paesi nordici, che sfuggono a questo pessimismo generale, messa a confronto con quella della Francia, dà alcuni elementi di risposta. Al punto che l'Ocse arriva a dire, contrariamente alle posizioni tradizionali di ortodossia liberista, che «il modello nordico può essere una fonte di ispirazione»: il modello nordico è fatto di un'alta pressione fiscale, unita a un'ampia spesa pubblica e a una forte protezione sociale. Al contrario, la Francia ha subito un «rallentamento sensibile» - le previsioni Ocse sono per una crescita del pil dell'1,4% quest'anno, mentre il governo continua a puntare su un 2-2,5% - a causa soprattutto di una «diminuzione della spesa pubblica». Danimarca, Finlandia (che pure ha attraversato nel recente passato un periodo di fortissima disoccupazione), Svezia e Norvegia (che è un caso a parte, con la rendita petrolifera senza essere nell'Unione europea) se la cavano e registrano tassi di crescita molto superiori agli altri (previsioni Ocse rispettivamente al 2,4%, 2,2%, 2,8% e 3,1%). Quello che manca alla Germania - per non parlare dell'Italia - cioè la fiducia nel futuro, che spinge a spendere, è invece presente nei paesi scandinavi, dove la disoccupazione è molto più bassa della media (5% in Danimarca, 6,3% in Svezia), mentre i governi hanno messo in opera grossi programmi di formazione che anche se non sono più riusciti a garantire il pieno impiego durato fino agli anni `70, hanno ridotto i guasti degli effetti collaterali della mondializzazione. «L'ambiente sociale - commentava ieri il Consiglio dei sindacati nordici - grazie al carattere pacifico e prevedibile, crea un clima favorevole allo sviluppo della competitività sul luogo di lavoro».

Invece, per i due malati d'Europa, Germania e Italia, esiste una «incapacità cronica» a resistere agli shock esterni. L'incertezza sul futuro accresce questi handicap. L'Ocse, a parte suggerire una riflessione sui vantaggi del modello nordico, non propone grandi ricette per uscire da questa situazione: in particolare, invita a favorire l'aumento della domanda delle famiglie attraverso dei mercati ipotecari maggiormente elastici (per esmepio, permettere di indebitarsi sulla base del valore della casa di proprietà) oppure un ribasso dei tassi di interesse. Nelle ultime Prospettive, difatti, l'Ocse rimprovera la Banca centrale europea, considerando la sua politica un freno alla crescita, e le suggerisce di abbassare i tassi.

Per l'Italia, l'Ocse ha confermato ieri l'analisi pessimista del Rapporto della settimana scorsa. Il paese è in recessione - il pil diminuirà dello 0,6% quest'anno - e il deficit sfonda il tetto di Maastricht, al 4,4% e «continuerà a crescere nel 2006, in assenza di nuove iniziative, come conseguenza della graduale eliminazione delle una tantum». Anche la disoccupazione, che era un po' diminuita, riprenderà a crescere (8,4% quest'anno e stabilità su questa cifra nel 2006). 


 


28 maggio 2005

La Svezia accusa la Cia

SVEZIA ACCUSA LA CIA DI RAPIMENTO
Dalla Svezia nuove accuse alla Cia per la pratica delle «rendition», il prelievo di sospetti islamici in paesi stranieri per trasferirli in paesi terzi, come l'Egitto, dove questi sono sottoposti a trattamenti inumani. Al termine di un lavoro di 10 mesi, un'inchiesta parlamentare ha infatti stabilito che l'agenzia di intelligence statunitense ha violato le leggi e la sovranità territoriale svedesi prelevando, nel dicembre del 2001, gli attivisti islamici (e richiedenti asilo) Ahmed Agiza e Muhammad Zery che furono consegnati alle autorità egiziane. Esponendo così i due a «trattamenti degradanti ed inumani», si legge nelle rapporto presentato dall'investigatore incaricato dell'inchiesta dal Parlamento. 
 


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