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5 agosto 2008

Il bilancio nell'Unione Europea

 

Il dibattito attorno alla legittimità delle istituzioni europee e al relativo deficit democratico dell'Unione accompagna l'Europa quale soggetto politico fin dalla sua creazione. Negli ultimi anni abbiamo osservato bassi livelli di partecipazione alle elezioni  europee, la presenza al parlamento Europeo di formazioni politiche esplicitamente anti-integrazione e sondaggi d'opinione di distanza dalle istituzioni comunitarie. Poi sono arrivate le vere e proprie opposizioni ad un processo di costruzione dell'Europa politica che non si era posto il problema della partecipazione dei cittadini. I «no» alla costituzione europea di Francia e Olanda e il più recente «no» irlandese al trattato di Lisbona possono essere interpretati anche come una rivendicazione dei cittadini a partecipare alla definizione del modello di Europa che si sta costruendo.
Le istituzioni europee operano senza un mandato chiaro e trasparente che i cittadini possano riconoscere facilmente, in questa maniera legittimando almeno in parte le istituzioni stesse.
Il deficit d'informazione
Ma il deficit più grande del procedimento decisionale comunitario è forse il deficit informativo. L'informazione che arriva ai cittadini europei riguardo le decisioni prese a Bruxelles è costantemente mediata dal punto di vista dei Governi nazionali. Quando si tratta di decisioni che vanno a vantaggio dei propri elettori sono frutto del lavoro fatto dai nostri rappresentanti a Bruxelles, quando si tratta di misure possibilmente invise, allora sono prese dagli «euroburocrati». Questa è un'asimmetria informativa preziosa per i politici ma che allontana tremendamente i cittadini dalle istituzioni comunitarie. I «no» alla costituzione prima e al trattato di Lisbona poi sono in qualche maniera frutto di quest'Europa costruita solo a Bruxelles. Il testo del trattato non è mai stato soggetto ad una discussione pubblica sui mezzi d'informazione, la Convenzione preposta alla redazione del testo «costituzionale» non è stata eletta, bensì designata, e i parlamentari che ne facevano parte non potevano proporre testo ma solo emendare quello redatto da Giscard d'Estaing e i suoi vice-presidenti. Il Trattato modificativo, quello di Lisbona, che doveva recuperare il no franco-olandese è addirittura stato redatto in segreto. A seguito di un percorso tanto lontano da qualsiasi discussione pubblica e pratica partecipativa, il fatto che la ratifica del testo non sia sottoposta a referendum in nessuno Stato Membro (tranne l'Irlanda!) è semplicemente coerente con l'impostazione di fondo.
Di fronte ad un quadro desolante dei rapporti tra l'Unione e i cittadini, le istituzioni europee in alcuni casi si danno da fare per recuperare la distanza esistente ed incrementare almeno in parte la propria legittimità. Uno degli esempi più emblematici è la consultazione aperta per discutere della riforma del bilancio comunitario. La discussione sul bilancio avviene fondamentalmente in seno al Consiglio ed è questo che raggiunge l'accordo definitivo (benché debba essere approvato anche dal Parlamento). Nel caso delle Prospettive Finanziarie 2007-2013 il Consiglio non ha raggiunto l'accordo su diversi punti, in particolare la riforma della politica agricola, l'incremento delle risorse per la Strategia di Lisbona e una maggiore coerenza dell'azione esterna. Buoni propositi che si sono scontrati con la richiesta di una riduzione del volume complessivo del bilancio da parte di Francia, Germania e Regno Unito all'1% del reddito dell'Unione.
Non essendo riusciti a chiudere le trattative nei tempi utili per l'inizio della nuova gestione finanziaria, si è proposta una revisione del bilancio di medio periodo per il 2009. La Commissione ha allora lanciato una consultazione pubblica sulla riforma del bilancio in modo da arrivare alla mid-term review con un processo partecipativo: alla consultazione hanno risposto 250 tra istituzioni nazionali ed europee, enti locali, centri di ricerca, imprese private, organizzazioni non governative e singoli cittadini. Considerando che la consultazione è stata aperta per circa 8 mesi in 27 paesi l'adesione appare ridicola. Questo è dovuto principalmente a due fattori: il primo è il deficit informativo di cui sopra, per cui l'esistenza della consultazione è resa nota solo all'interno dei circoli di Bruxelles e non è mai diventata dibattito pubblico negli Stati Membri.
Democrazia e sistemi complessi
Il secondo motivo sta nella complessità delle questioni che si richiedeva di affrontare come ad esempio: come conciliare stabilità e flessibilità all'interno dei quadri finanziari pluriennali? Come migliorare l'efficacia e l'efficienza dei sistemi di esecuzione del bilancio? Come garantire che le priorità di spesa rispettino gli obiettivi politici? Ad alcune questioni il trattato di Lisbona stava già dando risposta definendo gli ambiti di azione dell'Unione.
I processi che le istituzioni europee creeranno affinché si tratti di una riforma partecipata non sono però affatto chiari e la società civile europea si sta già muovendo per proporre delle alternative concrete all'attuale budget. Costruendo un network di organizzazioni in grado di coprire tutti gli aspetti rilevanti nella definizione del bilancio comunitario è possibile proporre una valutazione organica delle politiche comunitarie e una vasta gamma di raccomandazioni. La campagna Sbilanciamoci! - che già da diversi anni promuove in Italia la redazione di una finanziaria della società civile - ha iniziato un lavoro di questo tipo con alcune delle reti attive nel continente. Le analisi e le proposte alternative, provenienti da venti organizzazioni, reti e think tank che seguono costantemente le politiche di Bruxelles, sono stati raccolte nel volume «Budgeting for the future, building another Europe».
Il punto di partenza affinché i cittadini europei siano inclusi nei processi decisionali sta nella trasparenza delle procedure e dell'informazione. Sapere che tra i beneficiari compaiano ricchi latifondisti come la regina Elisabetta II, il Duca di Westminster e la duchessa di Alba o multinazionali alimentari come Nestlè o Tesco è essenziale per farsi un'idea di come i fondi comunitari debbano essere spesi.
La lotta alla povertà è considerata effetto collaterale di occupazione e competitività. L'inclusione sociale, che costituiva uno dei pilastri fondamentali della Strategia di Lisbona, dal 2005 non compare più quale obiettivo prioritario. Le politiche estere mostrano un'incoerenza di fondo tra commercio e aiuti allo sviluppo. L'esempio più lampante sono gli Accordi di Partenariato Economico (EPAs) con i Paesi ACP, accordi che per ora sono stati bloccati ma che sono in grado di destabilizzare gravemente l'economia degli stessi paesi africani che si presume l'Europa debba aiutare.
Il bilancio è uno strumento attraverso il quale i governi hanno il potere di decidere come generare risorse pubbliche e dove e come spenderle ogni anno.Anche nel caso dell'UE il budget è lo strumento chiave  per soddisfare i bisogni della società: sono dati che ci riguardano pertanto da vicino, parlano di noi, delle esigenze, dei diritti e del futuro di ognuno di noi. Restare al di fuori di tali questioni significa lasciare il nostro futuro nelle mani di pochi.

(Tommaso Rondinella)


2 agosto 2008

Eurostangata alla Bulgaria : troppa corruzione

 

La colpa: risultati «troppo scarsi» nella lotta a crimine organizzato e corruzione, illegalità impunita, mancata riforma del codice penale. La pena: taglio di 500 milioni di euro di finanziamenti, che si aggiungono ai 300 milioni già sospesi informalmente da gennaio. Come preannunciato da un duro rapporto del giugno 2007, la Commissione Ue boccia la Bulgaria su giustizia e legalità e revoca i fondi pre-adesione alle due agenzie incaricate di gestirli. È la punizione più grave mai inflitta dall'Europa a un paese membro. E tocca uno dei nuovi arrivati dell'est, nell'ultimo allargamento del gennaio 2007. I fondi per ora sono solo congelati, ma per il premier socialista Sergei Stanishev è un duro colpo. Ieri il governo si è visto recapitare la sesta richiesta di voto di sfiducia da parte dell'opposizione conservatrice, che affronterà in settimana. Nella mozione si legge: le sanzioni Ue sono per la Bulgaria «un danno morale e materiale». La coalizione dovrebbe reggere grazie alla sua larga maggioranza in parlamento, ma ne esce svilita in vista delle elezioni 2009. E alcuni partiti minacciano il boicottaggio.
Si difende il segretario del partito socialista bulgaro Kutev: l'Europa usa i nuovi membri come capro espiatorio dei suoi problemi attuali. Ma a bruciare è anche la mano leggera usata con i vicini rumeni. Insieme a quello bulgaro, a Bruxelles il portavoce della Commissione Leitenberger ha presentato un rapporto egualmente duro verso Bucarest, risparmiando però le sanzioni: là la lotta alla corruzione è più avanti, anche se c'è il vizio di usarla come strumento politico. Cerca di correre ai ripari il primo ministro bulgaro Sergei Stanishev, annunciando la creazione di una nuova agenzia antimafia: «La verità - dice - è che la Bulgaria sta ancora imparando come gestire il denaro Ue». Per il premier lo scandalo non è sufficiente a provocare una crisi di governo. Nel rapporto europeo si parla però di «corruzione ad alti livelli», e la Bulgaria negli ultimi anni ha visto abbondare i casi di «legami pericolosi» tra importanti personalità politiche, magistratura e gruppi criminali. Primo fra tutti, ironia della sorte, l'ex vicedirettore della Direzione generale incaricata di combattere il crimine organizzato, Ivan Ivanov, arrestato a marzo e poi liberato su cauzione con l'accusa, fra l'altro, di aver rivelato informazioni segrete a individui implicati nell'«economia grigia» bulgara - in pratica i resti del caos post-Urss degli anni Novanta, quando le gang prosperavano.
Oggi la Bulgaria segna i margini sudorientali dell'Unione, cerniera con Asia e Islam, e i malviventi si sono specializzati in traffici di confine: droga, prostituzione, contrabbando di carburante e auto. Tra gli arresti recenti c'è Aneliya Tsvetkova, presidente del tribunale amministrativo della cittadina balneare di Varna: avrebbe preso mazzette in una delle attività più visibili della criminalità bulgara: la speculazione edilizia, che colpisce soprattuto le zone costiere, verso la quale la società civile inizia però a mobilitarsi.
Secondo gli esperti, la mossa di Bruxelles è un avvertimento agli altri paesi balcanici candidati Ue. E insieme una concessione al crescente scetticismo verso l'allargamento a est.

(Lucia Sgueglia)


23 luglio 2008

Se l'Unione Europea è vuota

 Ci sono momenti in cui siamo così imbarazzati dalle dichiarazioni pubbliche dei leader politici del nostro paese da vergognarci di essere loro connazionali. A me è successo leggendo come ha reagito il ministro degli esteri sloveno quando gli irlandesi hanno votato no al referendum sul Trattato di Lisbona: egli ha dichiarato apertamente che l'unificazione europea è troppo importante per essere lasciata alle persone (comuni) e ai loro referendum. L'élite guarda al futuro e la sa più lunga: se si dovesse seguire la maggioranza, non si otterrebbero mai le grandi trasformazioni, né si imporrebbero le vere visioni. Questa oscena dimostrazione di arroganza ha raggiunto l'apice con l'affermazione seguente: «Se avessimo dovuto aspettare, diciamo così, una iniziativa popolare di qualche tipo, probabilmente oggi francesi e tedeschi si guarderebbero ancora attraverso il mirino dei loro fucili». C'è una certa logica nel fatto che a dirlo sia stato un diplomatico di un piccolo paese: i leader delle grandi potenze non possono permettersi di esplicitare la cinica oscenità del ragionamento su cui poggiano le loro decisioni - solo voci ignorate di piccoli paesi possono farlo impunemente. Qual è stato, allora, il loro ragionamento in questo caso?
Il no irlandese ripete il no francese e quello olandese del 2005 al progetto della Costituzione europea. Esso è stato oggetto di molte interpretazioni, alcune delle quali anche in contraddizione tra loro: il no è stato un'esplosione dell'angusto nazionalismo europeo che teme la globalizzazione incarnata dagli Usa; dietro il no ci sono gli Usa, che temono la competizione dell'Europa unita e preferiscono avere rapporti unilaterali con partner deboli... Tuttavia queste letture ad hoc ignorano un punto più profondo: la ripetizione significa che non siamo di fronte a un fatto accidentale, ma con un'insoddisfazione perdurante negli anni.
Ora, a distanza di un paio di settimane, possiamo vedere dove sta il vero problema: molto più inquietante del no in sé è la reazione dell'élite politica europea. Questa non ha imparato niente dal no del 2005 - semplicemente, non le è arrivato il messaggio. A un meeting che si è tenuto a Bruxelles il 19 giugno i leader dell'Ue, dopo avere pronunciato parole di circostanza sul dovere di «rispettare» le decisioni degli elettori, hanno presto mostrato il loro vero volto, trattando il governo irlandese come un cattivo insegnante che non ha disciplinato ed educato bene i suoi alunni ritardati. Al governo irlandese è stata offerta una seconda chance: quattro mesi per correggere il suo errore e rimettere in riga l'elettorato.
Agli elettori irlandesi non era stata offerta una scelta simmetrica chiara, perché i termini stessi della scelta privilegiavano il sì: l'élite ha proposto loro una scelta che in effetti non era affatto tale - le persone sono state chiamate a ratificare l'inevitabile, il risultato di un expertise illuminato. I media e l'élite politica hanno presentato la scelta come una scelta tra conoscenza e ignoranza, tra expertise e ideologia, tra amministrazione post-politica e vecchie passioni politiche. Comunque, il fatto stesso che il no non fosse sostenuto da una visione politica alternativa coerente è la più forte condanna possibile dell'élite politica: un monumento alla sua incapacità di articolare, di tradurre i desideri e le insoddisfazioni delle persone in una visione politica.
Vale a dire, c'era in questo referendum qualcosa di perturbante: il suo esito era allo stesso tempo atteso e sorprendente - come se noi sapessimo cosa sarebbe successo, ma ciononostante non potessimo davvero credere che potesse succedere. Questa scissione riflette una scissione molto più pericolosa tra i votanti: la maggioranza (della minoranza che si è presa la briga di andare a votare) era contraria, sebbene tutti i partiti parlamentari (ad eccezione dello Sinn Fein) fossero schierati nettamente a favore del trattato. Lo stesso fenomeno si sta verificando in altri paesi, come nel vicino Regno Unito, dove, subito prima di vincere le ultime elezioni politiche, Tony Blair era stato prescelto da un'ampia maggioranza come la persona più odiata del Regno Unito. Questo gap tra la scelta politica esplicita dell'elettore e l'insoddisfazione dello stesso elettore dovrebbe far scattare il campanello d'allarme: la democrazia multipartitica non riesce a catturare lo stato d'animo profondo della popolazione, ossia si sta accumulando un vago risentimento che, in mancanza di una espressione democratica appropriata, può portare solo a scoppi oscuri e «irrazionali». Quando i referendum consegnano un messaggio che mina direttamente il messaggio delle elezioni, abbiamo un elettore diviso che sa molto bene (così egli pensa) che la politica di Tony Blair è l'unica ragionevole, ma nonostante ciò... non lo può soffrire.
La soluzione peggiore è liquidare questo dissenso come una semplice espressione della stupidità provinciale degli elettori comuni, che richiederebbero solo una migliore comunicazione e maggiori spiegazioni. E questo ci riporta all'improvvido ministro degli esteri sloveno. Non solo la sua dichiarazione è sbagliata fattualmente: i grandi conflitti franco-tedeschi non esplosero per le passioni delle persone ordinarie, ma furono decisi dalle élite, alle loro spalle. Essa sbaglia anche nel rappresentare il ruolo delle élite: in una democrazia, il loro ruolo non è solo governare, ma anche convincere la maggioranza della popolazione della giustezza di ciò che vanno facendo, permettendo alle persone di riconoscere nella politica di uno stato le loro aspirazioni più profonde alla giustizia, al benessere, ecc. La scommessa della democrazia è che, come disse Lincoln molto tempo fa, non si può ingannare tutti per sempre: sì, Hitler andò al potere democraticamente (anche se non proprio...), ma nel lungo periodo, nonostante tutte le oscillazioni e le confusioni, bisogna avere fiducia nella maggioranza. È questa scommessa a tenere viva la democrazia - se la facciamo cadere, non stiamo più parlando di democrazia.
Ed è qui che l'élite europea sta miseramente fallendo. Se essa fosse veramente pronta a «rispettare» la decisione degli elettori, dovrebbe accettare il messaggio della persistente sfiducia delle persone: il progetto dell'unità europea, il modo in cui esso è formulato attualmente, è viziato in modo sostanziale. Gli elettori stanno scoprendo la mancanza di una vera visione politica al di là della retorica - il loro messaggio non è anti-europeo, anzi, è una richiesta di più Europa. Il no irlandese è un invito a cominciare un dibattito propriamente politico su che tipo di Europa vogliamo veramente.
In età ormai avanzata, Freud rivolse la famosa domanda Was will das Weib? - Cosa vuole la donna? - ammettendo la sua perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Il pasticcio con la Costituzione europea non testimonia forse lo stesso smarrimento? Cosa vuole l'Europa? Che tipo di Europa vogliamo?

(Slavoj Zizek)


27 giugno 2008

L'integrazione difficile dell'Europa

 

Fin dai referendum sul trattato di Maastricht, approvato per un soffio dall'elettorato francese e bocciato da quello danese, la prova delle urne ha messo sistematicamente in crisi l'Europa istituzionale. Le bocciature dei trattati europei sono viste come un attaccamento anacronistico agli stati nazionali mentre, si dice, la globalizzazione li svuota di significato.
La realtà è ben diversa. Sul piano dell'integrazione economica l'Europa è pienamente inserita nel processo mondiale sia sul piano reale che su quello finanziario. La stessa Irlanda ne costituisce un esempio. Nella fase cumulativa gli aiuti da Bruxelles e la detassazione dei capitali hanno trasformato il paese in una base per multinazionali farmaceutiche ed elettroniche proiettate verso il mercato europeo ed oltre.
Oggi, dopo aver raggiunto i più alti livelli dell'Unione europea, Dublino è in fase decrescente, con perdite di aziende verso i paesi dell'est, tra i quali l'altrettanto piccola Estonia emerge come una base offshore dell'elettronica scandinava in diretta contrapposizione all'Irlanda. Nel frattempo poli di avanzata tecnologia globale come Grenoble in Francia si stanno svuotando per le rilocalizzazioni in Cina. È l'integrazione politica che è da tempo fallita in Europa impedendo quindi di affrontare la globalizzazione.
A differenza dell'integrazione economica che, dal Piano Marshall in poi, ha coinvolto l'intera Europa occidentale dalla Norvegia alla Grecia, il cuore dell'integrazione politica si basa su un nocciolo di paesi continentali. In particolare sulla Germania, sulla Francia e sull'Italia.
Questo nucleo, come vedremo non omogeneo, ha dovuto poi mediare con le esigenze di liberismo finanziario (quello aspramente criticato dalla Merkel per intenderci) provenienti dalla Gran Bretagna per la quale l'Europa è unicamente uno spazio per il libero traffico di capitali e servizi finanziari. La caratteristica principale del nucleo europeo è il neomercantilismo: cioè la dinamica economica e sociale di ciascun paese viene fatta dipendere dall'ottenimento di eccedenze nei conti esteri che, concretamente, non possono che realizzarsi in Europa stessa e, solo in parte, negli Usa. Con l'Asia è impossibile. Ne consegue che il neomercantilismo del nocciolo europeo è un gioco a somma zero. I due estremi neomercantilistici dell'Europa sono quello forte tedesco e quello debole italiano. La Scandinavia, l'Olanda e l'Austria gravitano su quello tedesco anche per le connessioni intersettoriali che esibiscono nei confronti dell'economia della Germania.
Questi paesi accumulano sistematicamente un surplus con il resto dell'Europa drenando domanda effettiva europea. Invece l'export italiano andava bene per l'insieme dell'economia nazionale solo grazie a sgambetti ed a lire ballerine. Finita la disponibilità di questi espedienti l'export dell'Italia può andar bene per le regioni della Lega e dell'ex Pci, nonché per il tessile della Napoli di Saviano, ma non fa sistema; non traina niente. Il colbertismo straccione di Tremonti e l'antieuropeismo della Lega nascono da questa debolezza.
In mezzo ai due neomercantilismi c'è la Francia, la quale vorrebbe essere industrialmente come la Germania ma non ce la fa, perché non ha la produzione dei macchinari tedeschi. Invece ha una componente di beni di consumo di tipo italiano solo che in questo campo è surclassata dalle regioni lego-rosse, nonché dalla Napoli di Saviano.
Le stesse regioni, ma non Napoli, fanno mangiare la polvere alla Francia, in termini di export, anche nel campo della meccanica e dei macchinari intermedi senza minimamente intaccare la supremazia tedesca sull'insieme del mercato dei macchinari. Un feroce critico thatcheriano del trattato di Maastricht, Bernard Connolly (The Rotten Heart of Europe. London: Faber and Faber, 1996) ebbe così a sintetizzare la mediazione che portò al trattato: le grandi industrie tedesche vogliono il potere di mercato in Europa mentre la Francia, non avendo il suo capitalismo la stessa capacità, vuole usare il suo superiore apparato statale per controllare le istituzioni europee e specificamente togliere alla Germania la supremazia del marco.
Condivido queste osservazioni. Ho studiato le centinaia di pagine della bocciata costituzione europea, da cui è scaturita la versione rimaneggiata di Lisbona. Essa è imperniata a difendere le esigenze dei due obiettivi egemonici in conflitto fra loro cercando poi, con infiniti ed anodini contorcimenti, di creare dei tasselli per le altre componenti. A mio avviso l'unico modo per affrontare la problematica europea è attraverso un'ottica federalistica. Ma a ciò si oppongono sia gli stati che una buona fetta delle imprese che concentrano potere economico e politico: possiamo pensare a Mediaset o alla Fiat senza l'appoggio dello Stato italiano?

(Joseph Halevi)


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25 giugno 2008

Il no all'Europa e la recessione

 

Nel no all'Europa nel referendum irlandese conta certo l'insularità, un po' come la resistenza accanita che i britannici opposero per decenni all'idea di un tunnel sotto la Manica, sentito come una sorta di irreversibile guinzaglio al continente. Ma ancor più pesa il vento della recessione mondiale.
Perché negli ultimi 25 anni l'Irlanda ha costituito la «success story» della globalizzazione in Europa. La mancata crescita degli altri paesi era attribuita all'eccessiva regolamentazione, ai lacci e laccioli ivi imposti alla libertà imprenditoriale: «Guardate invece all'Irlanda dove sono stati spazzati via i vincoli, dove la deregulation ha fatto affluire capitali e investimenti accolti a braccia e portafogli aperti!».
L'Irlanda era il caso da manuale portato a esempio dai liberisti che aspiravano un'Europa tutta manchesteriana, il cui unico motto sarebbe stato «Laissez-faire!». E certo il successo irlandese era impressionante. Da paese di emigranti (il ricordo dell'ottocentesca carestia delle patate è ancora vivo nelle menti), per la prima volta l'Eire è divenuta un paese d'immigrazione. Da questo (ma solo questo) punto di vista, il «miracolo irlandese» somigliava al «miracolo italiano» del 1960. Con tutti gli sconvolgimenti sociali che questi miracoli sempre portano (non solo in Italia, ma anche in Giappone). Per la prima volta, a Dublino come a Cork e a Limerick, si reca alle urne una generazione nata nel benessere, nella relativa agiatezza (pur con tutte le povertà annidate nelle sue pieghe). Una generazione che, per la prima volta nella millenaria storia dell'isola, non ricorda ristrettezze, disagi quotidiani.
Ma ora il «miracolo» sta finendo. La stessa globalizzazione che aveva portato agio all'Eire, adesso ne minaccia la precaria prosperità. Chi aveva visto il grande mondo, là al largo, come fonte inesauribile non solo di ipod e computer, ma di settimane bianche, vacanze ai tropici, Suv e mega schermi tv ultrapiatti, lo vede ora come portatore di nubi minacciose di recessione, grondanti debiti, foriere di licenziamenti.
In Irlanda il mutare del vento è più netto, proprio perché lì l'euforia era stata più travolgente, ma è percepibile ovunque. Quest'inverno, facevano capolino scetticismi e autocritiche persino a Davos, proprio nel tempio dove ogni anno si celebravano le sorti magnifiche e progressive della globalizzazione! Qua e là nel mondo riaffiora un sentimento protezionista che il pensiero unico dava per defunto e invece rispunta in tutti i continenti. Non è un caso se in Italia il ministro dell'economia più popolare (almeno per adesso) degli ultimi decenni è un netto oppositore all'Europa, favorevole persino a ristabilire barriere doganali protezionistiche, cioè quel Giulio Tremonti che si atteggia a Robin Hood in quella foresta di Sherwood che è il sistema impositivo italiano.
Ma non hanno qualche ragione gli irlandesi a diffidare di un'Europa liberista che, proprio alla vigilia del referendum, ha abrogato il limite delle 48 ore lavorative alla settimana e le ha portate fino a 60-65 (cioè 11 ore al giorno per sei giorni, o 9 ore per sette)? Che ha abrogato cioè il fine settimana?

(Marco D'Eramo)


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