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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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8 marzo 2011

Brancaccio e Boldrin : un rutto di Bossi ci seppellirà

La discussione tra Brancaccio e Boldrin si sposta poi  sulla politica economica italiana. Boldrin dice che la nostra crisi è cominciata nel 2000 e, in termini reali, all’inizio degli anni ’90. Nessuno sembra secondo lui essere consapevole della gravità della situazione in quanto l’Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo : la produttività del lavoro non cresce da molti anni, la preparazione dei nostri studenti è sempre più scadente, l’intero sistema di servizi pubblici sta collassando ed il Pil procapite italiano di oggi è inferiore a quello del 2000 del 3%. In un sistema del genere non solo le imprese non investono, ma le stesse energie migliori non vedono l’ora di fuggire. Per Boldrin un paese riesce a rimanere sulla frontiera tecnologica e ad evitare il declino solo se riesce a far cooperare al suo interno le energie migliori con la massa dei lavoratori. Le persone altamente competenti, che sono il fattore produttivo più importante, invece se ne vanno e sia la destra che la sinistra sembrano non vedere il problema.

Brancaccio è d’accordo con il fatto che le risorse umane e dei giovani non vengono adeguatamente valorizzate. Uno degli indicatori che evidenzia il carattere bloccato di questa società è l’indice di mobilità intergenerazionale che misura la possibilità che ad es. ha il figlio di un operaio di migliorar e rispetto alla condizione della sua famiglia di origine. C’è da notare però che l’Italia è in coda in questa classifica, assieme però agli Usa e alla Gran Bretagna. Il paese del sogno americano in realtà è anch’esso bloccato in una sperequazione retributiva mai raggiunta da molti anni.

Per quanto riguarda l’Italia, Brancaccio dice che, in termini di crescita del Pil, l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti in Europa. La disoccupazione supera quella di Germania ed Inghilterra. A questo proposito Tremonti ha tirato fuori una tesi fantasiosa di tipo liberista secondo la quale, a fronte della crescita dei disoccupati, ci sarebbero in realtà moltissimi posti di lavoro vacanti : basterebbe favorire l’incontro tra gli uni e gli altri per ridurre significativamente il tasso di disoccupazione.

In realtà il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti e quindi pensare che, per ogni lavoratore rimasto a spasso ci sia un posto libero ad attenderlo è evidentemente illusorio. La crisi che ha colpito l’Italia rischia di avere ripercussioni irreversibili sul nostro tessuto produttivo. I tassi di mortalità delle imprese sono estremamente alti e quelli che rimangono non si accorpano e non si centralizzano. Per Brancaccio uno dei problemi principali dell’Italia è il basso grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali. Invece la politica economica italiana tende a recuperare competitività attaccando le condizioni dei lavoratori, strategia che dura da anni ma che non ha minimamente toccato gli enormi problemi strutturali che affliggono la nostra economia.

Boldrin, dopo aver criticato il suo interlocutore sulla tendenza a non fare nomi e cognomi, ma a parlare genericamente di economisti liberisti o socialisti, conviene sul fatto che la disoccupazione italiana non è un problema di mancato incontro tra domanda ed offerta di lavoro, mentre è un problema dell’economia americana nella quale la distribuzione territoriale della disoccupazione è estremamente disomogenea. Boldrin si chiede perché l’Italia ha una produttività così bassa e perché non nascono nuove imprese o perché le imprese straniere non vengono ad investire in Italia. Brancaccio pensa che la causa sia  la leggera riduzione (a dire di Boldrin) delle eccessive rigidità della legislazione italiana sul lavoro. Per Boldrin le cause sono altre e cioè mancanza di una vera concorrenza sui mercati, un eccessivo interventismo dello stato nell’economia, sussidi dati ad imprese improduttive, il degrado progressivo del sistema educativo ed una macchina amministrativa disastrosa.

Brancaccio replica che, per quanto riguarda la situazione statunitense, i liberisti non tengono conto del crollo della domanda effettiva. Inoltre in Italia il crollo dell’indice generale di protezione del lavoro è stato molto consistente (1,68 tra il 1996 ed il 2008 a fronte di una riduzione di 0,97 in Germania ed addirittura un lieve aumento in Francia. Brancaccio precisa anche che la riduzione delle protezioni per i lavoratori non è la causa del declino ma è il rimedio fallimentare che i governi italiani hanno adottato per combattere il declino, la cui causa principale è un grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali relativamente basso rispetto ad altri paesi.

Boldrin, premettendo di non capire la questione della scarsa concentrazione dei capitali, prende lucciole per lanterne quando confonde il carattere periferico (nel senso di marginale) dell’economia italiana, con la collocazione geografica in senso fisico della penisola italiana. Pare ovvio invece che si tratta di collocazione periferica rispetto ad un mercato oppure rispetto ad un circuito economico integrato.

Il fatto comunque che l’Italia abbia pagato più di altri la liberalizzazione del mercato interno, la creazione del mercato unico europeo e l’introduzione dell’euro è per Boldrin una conseguenza della crisi, non un fattore causale. Ma anche qui Boldrin dimostra di non ascoltare il suo interlocutore per il quale è la mancata centralizzazione dei capitali il principale fattore causale. Bisognerebbe riprendere il discorso da lì e costringere l’interlocutore ad approfondire il concetto.

Boldrin aggiunge che non si tratta di protezione dei lavoratori ma di rigidità del mercato del lavoro. L’Italia partiva da un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro e quindi, partendo dai livelli più alti, è facile che la riduzione sia più consistente. Ciò che conta sono le posizioni assolute, cioè quanto è rigido un mercato del lavoro rispetto ad un altro (anche qui Boldrin sbarella, in quanto ciò che conta, ad essere precisi sono le posizioni relative agli indici di protezione del lavoro degli altri paesi e non quelle relative ai propri indici di protezione del passato).

Boldrin dice che in Italia ci sono due mercati del lavoro : uno assurdamente rigido e perfettamente protetto, ma ingessato. L’altro assolutamente selvaggio. L’esistenza del secondo è dovuta al primo. I protetti dell’impiego pubblico e di una certa parte dell’industria privata, generano costi di impresa e costi aggregati di sistema che possono essere sostenuti e compensati solo grazie a quei poveracci del mercato selvaggio, cioè solo grazie allo sfruttamento di tutti coloro che sono costretti a subire una posizione di estrema debolezza sul mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne che sono stati costretti a sobbarcarsi il peso di coloro che sono già garantiti per tenere in piedi il sistema. Un esempio di questo sistema patologicamente duale è l’università dove da un lato ci sono i garantiti (professori di ruolo, ricercatori confermati) che sono poco produttivi e dall’altro i precari privi di garanzie e di prospettive che reggono tutto il peso dell’effettivo funzionamento dell’università.

Brancaccio, a proposito della centralizzazione dei capitali, si rifà al dibattito italiano sulla credenza per la quale le piccole dimensioni di impresa costituirebbero un fattore virtuoso, in grado di garantire alle imprese italiane la flessibilità necessaria per competere sui mercati. Secondo Brancaccio questi ragionamenti sono in realtà serviti a fornire una giustificazione per tutti coloro che da questo capitalismo nazionale polverizzato e frazionato sono riusciti a lucrare ampi margini di consenso, chiudendo gli occhi di fronte all’evasione fiscale, al sommerso che contraddistinguono il nostro tessuto produttivo. La questione della centralizzazione dei capitali è rilevante sia per quanto riguarda la storia economica dell’Italia sia con riferimento alle prospettive politiche future, tenendo conto del fatto che ad es. il mondo della piccola e piccolissima impresa costituisce l’ossatura principale del bacino di voti della Lega nord. Prendersela con Tremonti, non tenendo presente gli interessi di cui egli si fa portatore risulta essere alla fine un approccio superficiale.

Per quanto riguarda l’indice di protezione dei lavoratori, Brancaccio incassa il fatto che si è chiarito che non si è trattato di una leggera riduzione (Boldrin, cammin facendo, ha corretto la sua iniziale posizione) ed aggiunge che bisogna spiegare perché mai bisognerebbe ridurre le tutele e quale beneficio per l’occupazione potrebbe derivare da una strategia di questo tipo, visto che finora non ha avuto gli effetti sperati. Brancaccio dice anche che la dualità del mercato del lavoro ormai non esiste più ed il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ha più efficacia in quanto non può più impedire i licenziamenti individuali.

Boldrin ammette che in Italia c’è una scarsa mobilità sociale, ma sulla questione della struttura industriale polverizzata egli afferma che si tratta di un dato strutturale che ha accompagnato lo sviluppo economico italiano da molti secoli. Associarlo al dibattito politico attuale è un operazione stiracchiata. Bisogna formulare progetti di politica economica a partire da quello che si ha e non da quello che piacerebbe avere. È vero che questo sistema è un bacino elettorale per certe forze politiche, ma in realtà è il sistema delle piccole imprese che ha creato queste forze politiche. Perciò una politica economica realistica non dovrebbe accanirsi contro questo radicato sistema, ma cambiare quello che è possibile cambiare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, per Boldrin non si tratta solo dell’articolo 18 ma di un intero combinato disposto, fatto di giurisprudenza del lavoro, regolamenti amministrativi, meccanismi contrattuali che rendono una fetta del mercato del lavoro italiano estremamente rigida.

Nel settore pubblico italiano si è dei perfetti intoccabili. La produttività è al minimo. Questo non perché i dipendenti pubblici siano dei cattivoni, ma perché non hanno alcun incentivo a lavorare ed il loro stipendio non dipende dai risultati. Spendiamo una percentuale simile a Svezia o Germania in cambio di servizi pubblici che il mondo intero considera paragonabili a quelli dell’Egitto.

Brancaccio replica che Boldrin sbaglia a considerare la struttura del capitalismo italiano come un dato esogeno, quasi un destino ineluttabile. Ma l’assoluta prevalenza nazionale delle piccole dimensioni di impresa costituisce anche il frutto di una particolare linea di indirizzo politico. Quando si chiude gli occhi sull’evasione fiscale, quando si porta avanti una politica di compressione dei salari è chiaro che si incide in modo significativo sull’evoluzione del tessuto produttivo e sul gradi di organizzazione dei capitali. In questo modo si sono fatti sopravvivere pezzi di capitalismo inefficienti grazie a prebende fiscali, demolizione del sindacato, illegalità.

Inoltre il mercato del lavoro italiano non è rigido e sicuramente lo è meno rispetto ad altri 12 paesi europei. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il problema non sono i fannulloni, ma sono le politiche economiche che si adottano per combattere questi fenomeni. Brunetta con il blocco delle assunzioni e del turnover spera di risolvere il problema, ma la realtà è più complessa. Con il blocco del turnover l’età media continuerà a salire ed i lavoratori pubblici più anziani sono mediamente meno qualificati e meno motivati dei giovani assunti, i quali invece hanno maggiore dimestichezza con le innovazioni tecnologiche e sarebbero più qualificati. In questo modo il dimagrimento del personale promosso da Brunetta non aumenterà la produttività del settore pubblico, se non nelle sue mere intenzioni.

Boldrin ribatte che non è vero che l’Italia abbia una rigidità del lavoro più bassa rispetto ad altri paesi. Ad es. per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l’indice di rigidità dell’Italia è 4,88 rispetto ad una media Ocse del 2,48. In Italia più dell’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato e tutta la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori che Brancaccio menziona è dovuta all’introduzione dei contratti non a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali Boldrin dice che la concentrazione industriale è un punto di arrivo, non di partenza per le industrie. Le imprese innovative nascono piccole e diventano grandi quando hanno successo. La tesi del piccolo è bello nacque in California a causa di realtà che sono diventate Microsoft. Il problema è cosa ha impedito alle nostre imprese di avere successo e di diventare più grandi. Probabilmente è dovuto al fatto che in Italia l’intervento statale ha protetto i grandi gruppi impedendo alle piccole realtà di crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda i rimedi per Boldrin occorre ristrutturare il settore pubblico da cima a fondo, introducendo criteri di tipo privatistico e manageriale nella gestione, stabilendo criteri di produttività con misure oggettive, criteri di produttività che determinano anche il mantenimento del posto di lavoro, soprattutto a livello dirigenziale. In secondo luogo bisogna abolire il Ministero della Pubblica istruzione per trasformarlo in un’agenzia di controllo di qualità, prendere i soldi che spendiamo per l’istruzione e metterli in mano a famiglie e studenti sotto forma di buoni scuola, mentre gli insegnanti di scuola si debbono organizzare in libere cooperative. Bisogna dare agli insegnanti gli incentivi per decidere cosa insegnare e come, prevedendo criteri oggettivi per legare la retribuzione al merito gestiti dagli stessi insegnanti, portando una rivoluzione del merito. Infine per Boldrin va semplificato il sistema fiscale, riducendone la pressione e combattendo l’evasione fiscale senza illudersi che possa guarire il nostro debito (si può recuperare un 10 mld, non i 60 favoleggiati). Bisogna ridurre la tassazione sul reddito e alzare quella su patrimonio e consumi.

Brancaccio replica che sulla rigidità del mercato del lavoro parlano i dati Ocse e liquida così i tentativi di Boldrin di fare distinguo che effettivamente non incidono se non si affronta nel dettaglio il problema dell’attendibilità dell’indice Epl. Per Brancaccio bisogna diminuire il carico delle imposte su redditi bassi e medio-bassi, bisogna ripristinare la centralità del contratto a tempo indeterminato, fissare minimi salariali per legge. La lotta agli sprechi è stata troppo spesso confusa con lo smantellamento del sistema pubblico, mentre invece bisogna meglio investire nel pubblico (l’istruzione, la ricerca,la sanità, l’assistenza). Infine bisogna a livello europeo interrompere il dumping salariale e l’apertura dei mercati andrebbe condizionata al rispetto di determinati standard di lavoro.

 

 

Questo dialogo in parte è stata una occasione sprecata, perché entrambi i contendenti sui punti nodali di differenza hanno finito per glissare.

Ci sono da fare diverse riflessioni. La prima è che nel parlare di mercato duale Boldrin non cita affatto la malavita organizzata. Dunque si trascura quanta sia la percentuale di lavoro sommerso che fa capo alla malavita organizzata e su questa base non si può valutare quanto la perdita di garanzie per il mercato ufficiale del lavoro incida sull’estensione del mercato sommerso. A mio parere, l’incidenza sarà minima ed anzi sposterà verso il basso gli standard complessivi.

La seconda è quanto sommerso esista nel campo dell’istruzione e nel campo del settore pubblico complessivo, visto che le maggiori rigidità del mercato del lavoro si trovano in questi comparti lavorativi. A mio parere, se esistono due mercati del lavoro, uno ufficiale ed un altro sommerso, la loro relazione non è così semplice come la delinea Boldrin, che applica uno schema che forse valeva per i paesi del socialismo reale, ma non per gli Stati a Welfare abbondante.

L’unica sotto-tesi di Boldrin che rimane in piedi è il fatto che il settore pubblico fa pagare molte tasse e dà pochi servizi e questo diventa un costo per le imprese tale da facilitare il mercato sommerso. Il problema però diventa il miglioramento dei servizi erogati e non quello dei tagli o della perdita di garanzie lavorative. La questione fiscale ha anche a che fare con la selezione delle imprese e con la centralizzazione dei capitali, ma di questo parleremo tra poco.

Entrambi gli interlocutori, sempre a questo proposito, non analizzano il fatto che la disparità reddituale e nella dimensione dei fattori produttivi è molto geograficamente connotata e che il trend politico in corso aggraverà fortemente questa situazione critica, con pericoli forti per l’unità nazionale e la coesione sociale. Boldrin su questo ha un atteggiamento ambiguo e cercheremo di spiegare perché. Brancaccio parla della Lega, ma mette in evidenza il suo legame con le piccole imprese e non con quello delle disparità a livello di territorio.

La diminuzione del Pil procapite di cui parla Boldrin si riferisce forse al Pil procapite a parità di potere d’acquisto in relazione al corrispondente indice Usa e non credo che sia del tutto attendibile (il rapporto è con gli Usa 2000 e con gli Usa 2010 ad es., per cui il riferimento non è costante e non ci consente un reale raffronto intertemporale). Secondo questo indice anche la situazione della Francia e del Giappone sarebbero peggiorate. Insomma, per quanto il berlusconismo (questi meravigliosi 17 anni) abbia coinciso con una forte regressione sociale, la valutazione va fatta guardando un maggior numero di indicatori.

Quanto alla questione del mismatch, Brancaccio argomenta bene quando parla del fatto che il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti, mentre Boldrin parla di disomogeneità del quadro statunitense, ma sembra non accorgersi della disomogeneità italiana, sia di genere (la disoccupazione femminile quasi il doppio di quella maschile) sia territoriale, mentre altri autori vedono un mismatch di lungo periodo tra domanda e offerta di lavoro, riconducibile appunto a fattori di natura “strutturale”, tra cui le condizioni dello sviluppo produttivo locale. Anche questa svista di Boldrin è interessante, nell’interpretare l’ideologia alla base delle sue analisi.

Pure per quel che riguarda la produttività, essa andrebbe disaggregata almeno in produttività del capitale e produttività della forza lavoro. Oppure distinguere tra la produttività per occupato e quella per ora lavorata. Inoltre va evidenziato che nel 2000 la produttività italiana per occupato era la terza dell’Europa a 27. Ora è sì molto diminuita, ma comunque la Germania è sotto di noi, mentre al primo posto svetta il Lussemburgo. Se si guarda invece alla produttività per ora lavorata, l’Italia sta sempre sotto Francia e Germania, ma quest’ultima è inferiore alla prima, per quanto il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto della Francia sia molto basso (71,3 con gli Usa = 100) rispetto ad altri paesi.

Che significato hanno dati del genere ? E se sono significativi, va chiarito il dilemma della Germania che con una produttività relativamente così bassa per occupato (senza contare che anche il suo reddito pro capite PPA non è molto brillante rispetto ad altri paesi sviluppati, 76,3 mentre quello del Canada è 84,3, dell’Austria è 81,8 e dell’Australia è 83,7), è ammirata in tutto il mondo per la sua solida economia. Ancora si esige dunque un approfondimento che non c’è, per meglio interpretare la situazione (assoluta e relativa) dei diversi paesi.

Boldrin poi inspiegabilmente mostra di essere più realista del re quando si tratta di mettere mano alla scarsa centralizzazione del capitale, dicendo che si tratta di una tradizione plurisecolare e che bisogna partire con quello che si ha e proporsi quello che si può fare. Anche qui bisogna spiegare questo suo riflesso condizionato. Brancaccio su questo ha con lui gioco facile nel confutarlo ed infatti Boldrin assumerà dopo una posizione almeno degna di discussione.

Altrettanto inspiegabilmente Boldrin dal realismo radicale passa poi ad un delirio utopistico quando parla dell’abolizione del ministero della pubblica istruzione, delle libere cooperative di insegnanti o dei soliti buoni scuola che confondono la formazione con la spesa al supermercato. L’unica base realistica del suo discorso è il fatto che egli si augura che tutti gli insegnanti ed i docenti finiscano per strada, perché è questa pars destruens l’unica opzione realistica congetturabile. Perché tanto realista prima e tanto utopista poi ? Cominceremo con il dire che fa il realista quando la cosa che deve essere realizzata lo lascia almeno indifferente, se non dispiaciuto. Diventa utopista quando immagina di dare bacchettate sulle mani dei docenti garantiti e fannulloni. Si tratta di una regressione infantile.

La sua tesi sulle piccole imprese che diventano grandi è più interessante, ma trascura due fatti :

A)    Lo Stato italiano non ha protetto le grandi imprese, tant’è che il settore chimico fu distrutto, quello automobilistico annaspa e cerca conforto nella pause per andare a cagare e noi in realtà abbiamo ben poche imprese in grado di gareggiare con la grandi imprese transnazionali. Se lo Stato avesse davvero fatto un intervento forte di politica industriale non saremmo a questo punto.  

B)    Le imprese piccole che crescono lo fanno ai danni delle altre. Non tutte diventano grandi. Bisogna distinguere tra piccole imprese, tra quelle residuali appartenenti a settori produttivi a basso valore tecnologico e quelle che invece individuano linee di innovazione tecnologica e che possono sperare di crescere. Il permanere delle prime è una patologia che giustamente Brancaccio censura, mentre le seconde debbono prima o poi affrontare il passaggio della crescita dimensionale se non vogliono rimanere subordinate ad altre grandi imprese che sfruttano il loro slancio iniziale. Lo Stato deve aiutarle mettendo a disposizione infrastrutture efficienti, una formazione di base decente e ben distribuita, regole che aiutino la selezione (per cui il fisco progressivo ed esigente è paradossalmente un test che fa cadere rapidamente i frutti marci) e non aiutando a comprimere salari e diritti. La paura di perdere il posto di lavoro può motivare lo spirito gregario, l’aggressività, l’incapacità di tutelare la propria dignità. Non aiuta la creatività, ma solo gli espedienti. Cose cioè che di cui lo spirito italico si è nutrito anche troppo.

La verità è che Boldrin, date le sue ascendenze culturali (nel senso di cultura materiale, storicamente determinata) non  può non essere un leghista. Egli critica l’alleanza della Lega con Berlusconi, ma non rinnega in cuor suo il modello delle piccole imprese della sua terra d’origine. Perciò egli non parla della cattiva distribuzione territoriale dei fattori produttivi e del reddito, non parla di malavita organizzata, non vede il problema della scarsa centralizzazione dei capitali, non vede la necessità di una robusta protezione del lavoro. Nel profondo del suo cuore di professore esule e raffinato, rugge non lo spirto guerrier  ma il rutto menefreghista di Bossi.

Quanto a Brancaccio ha mantenuto uno sguardo a maglie troppo larghe, ripetendo cose che ha già detto e parlando di vincoli alla circolazione del capitale o standard retributivi. Il tutto però senza politicamente tematizzare quale Europa possa realizzare cose del genere, con quale programma di politica economica europea. In realtà l’ambito d’azione cui sembra pensare è quello nazionale. Un ambito troppo angusto che rischia di rendere angusta la sua riflessione. Inoltre, come molti economisti di sinistra, nell’incoraggiare una maggiore centralizzazione dei capitali sembra trascurare una delle conseguenze più serie delle economie di scala che si realizzerebbero : la disoccupazione tecnologica. Il problema è se questi processi risparmieranno nel medio periodo risorse da investire in modo da creare nuovi posti di lavoro o se alla lunga la riproduzione di questi ultimi risulterà sempre più difficile.

A questo proposito una delle ragioni per cui la produttività italiana è stata a quanto sembra così bassa è quella per cui i sindacati negli anni Novanta hanno accettato compressioni di salari e diritti per evitare un numero eccessivo di fuoriuscite occupazionali. Le imprese hanno accettato una bassa produttività a patto che il basso surplus toccasse interamente a loro. In  questo modo la questione occupazionale è stata rinviata di quasi due decenni, ma non scongiurata. Ora con la crisi è arrivato una sorta di redde rationem. Una proposta come quella di Brancaccio come si atteggia di fronte ai rischi di maggiore disoccupazione tecnologica ? Sarebbe il caso di sviluppare maggiormente una politica economica della riconversione che risponda alle dinamiche delle innovazioni e ci consenta anche di pensare al vincolo ecologico ?

 

 

 

 


28 febbraio 2010

Claudio Mezzamanica : la produzione è senza capitali

 

Gli oltre 2 milioni di disoccupati, il crollo della produzione industriale e delle esportazioni(-20%) dopo la caduta (-5%) dell'anno precedente. E l'allarme di fine gennaio di Moody's (le banche italiane sono ancora in sofferenza e non attrezzate ad affrontare il 2010) avrebbero dovuto scatenare una discussione allarmata sullo stato del pase. Invece niente. Il solo Draghi va lanciando allarmi sempre più accorati, ma è trattato da insetto fastidioso e, dunque, censurato. Epifani viene giudicato, invece, strutturalmente catastrofista e le sue preoccupazioni sulla occupazione non sono prese in considerazione. Assediato da vicende di puttane, ingiurie alla magistratura, fatti di corruzione grandi e piccoli, il paese è distratto dal suo andare a rotoli. Possiamo parlare di tutto tranne che dell'andamento economico,del dramma del lavoro.
Eppure i tempi si stanno facendo più duri. Lo testimoniano le persone in seconda fila. Nei giorni scorsi il presidente della Unione Industriali di Varese, nella sua relazione agli associati esprimeva la preoccupazione per la divaricazione di interessi tra mondo bancario e mondo industriale. «L'anno appena passato- ha spiegato - ha dimostrato che mondo finanziario e industria sono due mondi completamente distaccati». Un fatto gravissimo che sottointende un percorso difficile di uscita dalla crisi. Una dichiarazione che nessuno ha ritenuto di riprendere. Eppure Graglia ha ragione.



Il più grosso investimento industriale in corso in Italia, infatti non è sostenuto dalle banche italiane bensi dalla Banca Europea per gli investimenti. Suoi sono i cinquecento milioni con cui Alenia farà investimenti in Campania e in Puglia negli stabilimenti che possiede. Senza questo contributo della Comunità Alenia sarebbe al palo. Ma cosa dire di quella media industria del mobile del trevigiano che sta aprendo una fabbrica in Cina con un finanziamento al 100% di banche cinesi? Si badi bene, per vendere mobili in Cina non per esportarli in Europa perché quel mercato è maturo per assorbire quei prodotti ed i costi di spedizione vanificherebbero altri tentativi. Come spiega l'amministratore delegato, con una nuova fabbrica in Cina qui in Italia si ampliano i servizi, si assumono tecnici e designer e si richiedono al territorio nuovi servizi, come i voli per la Cina. E cambia il tipo di occupazione.
Il calo della produzione, quello dell'utilizzo degli impianti e del fatturato implica anche un calo se non la scomparsa degli utili. Come è possibile autofinanziare gli investimenti in questo quadro? Perché se il credito non arriva dal mercato finanziario l'azienda deve trovare al suo interno le risorse. Ma se gli utili non ci sono? Sulla mancanza di utili è ancora piu' preoccupante un rapporto di Unioncamere Lombardia. Nell'anno appena concluso nella regione una azienda su due ha fatto investimenti ma nel complesso sono calati del 2,8%. E il 57% delle aziende dichiara di avere un andamento molto negativo.
Del resto il calo del 38% degli investimenti industriali immobiliari nel 2009 rivela la mancanza di prospettiva del settore. Tale dato è altresi, temperato dall'intervento speculativo dei fondi immobiliari che hanno triplicato il loro fatturato negli ultimi tre anni. Questi fondi attivatisi all'inizio di questo decennio sono sostenuti abbondantemente dalle banche ed operano sul mercato immobiliare, massicciamente anche in quello industriale. Alla fine del 2008 possedevano immobili per 34 miliardi, debiti per quindici, quando solo cinque anni prima possedevano immobili per 3,5 miliardi e debiti per 500 milioni. All'inizio i debiti erano il 15% del valore posseduto ora sono il 50%. Nel 2003 in Italia esistevano 17 fondi immobiliari oggi sono più di 250. Pieni di debiti.
Anche questo fenomeno aiuta a capire dove sono finiti i soldi in questi anni: sono diminuiti quelli a disposizione della produzione, per la ricerca, la formazione e il marketing e si sono concentrati sull'immobiliare. 15 miliardi è la spesa del sistema Italia, in un anno per la ricerca. Spesa pubblica compresa. Come dire nulla.


27 febbraio 2010

Roberto Tesi : collassa l'export italiano

 In cifra assoluta il 2009 non è stato un anno pessimo per il commercio estero italiano, visto che il deficit complessivo è sceso dagli 11,478 miliardi del 2008 a 4.109 miliardi. Ma a leggere dentro la riduzione del disavanzo si scopre che gran parte del merito è della rapida discesa dei prezzi dei prodotti energetici che hanno largamente contribuito alla caduta dei valori delle importazioni crollate del 22%. E il crollo dell'import è stata accompagnato da una caduta altrettanto pesante dell'export sceso del 20,7% rispetto al 2008. La peggiore caduta - secondo i dati Istat - dal 1970. Commenta Guglielmo Epifani: «la spiegazione è che l'Italia, che non ha avuto problemi col proprio sistema bancario e finanziario, poi paga la crisi molto in quanto è il secondo Paese esportatore dell'Ue, assieme alla Germania». E aggiunge: questo implicherebbe una politica industriale che affronti il nodo della crisi che riguarda le imprese manifatturiere e una parte dei servizi: c'è bisogno che il Governo abbia un obiettivo di politica industriale perché non funziona lasciar andare le cose così con una crisi come questa».



Certo, nell'ultimo mese dell'anno rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, si nota un leggero miglioramento del trend: le esportazioni sono diminuite dell'1,9% e le importazioni del 3%. Su base tendenziale il saldo commerciale è risultato così negativo per 123 milioni di euro, inferiore a quello pari a 415 milioni di euro dello stesso mese del 2008. Insomma, saremmo di fronte a una «ripresa» a confronto con le percentuali annue. Ma c'è poco da gioire: il miglioramento è per larga parte una illusione statistica: a dicembre del 2008 l'interscambio con l'estero aveva già imboccato la strada del declino. In ogni caso, un leggero miglioramento c'è: rispetto a novembre, i dati destagionalizzati relativi all'interscambio complessivo presentano a dicembre 2009 un incremento sia per le esportazioni sia per le importazioni con tassi di crescita pari rispettivamente al 4,4% e dall'1,6%. E una conferma arriva dai dati dell'ultimo trimestre: a confronto con il trimestre precedente, i dati destagionalizzati mostrano una flessione dello 0,2% per le esportazioni e una crescita del 2,4% per le importazioni.
Per quanto riguarda l'area Ue nel 2009 rispetto al 2008, le esportazioni sono diminuite del 22,5% e le importazioni del 17,8%. Nello stesso periodo il saldo è stato negativo per 1,791 miliardi, in forte peggioramento dai 9,942 miliardi di attivo del 2008. A dicembre 2009, rispetto allo stesso mese del 2008, i flussi commerciali da e verso l'area Ue hanno registrato aumenti pari all'1,4% per le esportazioni e al 9,1% per le importazioni. Il saldo di dicembre è negativo per 1,396 miliardi, con un peggioramento rispetto a quello di 350 milioni dello stesso mese del 2008. Nel confronto con novembre, a dicembre 2009 si registra, in termini destagionalizzati, un incremento del 3,3% delle esportazioni e del 3% delle importazioni. Negli ultimi 3 mesi, rispetto ai 3 mesi precedenti, i dati destagionalizzati mostrano una crescita dello 0,3% per i flussi in uscita e del 3% per quelli in entrata.
Dall'analisi per area geografica a dicembre le esportazioni nell'Ue sono negative verso tutti i principali partner ad eccezione di Francia, Spagna e Gran Bretagna (rispettivamente +8,6%, +3% e +2,4%). Le importazioni sono invece cresciute da tutti i principali partner commerciali, tranne l'Austria; in particolare si sono registrati incrementi dalla Polonia (+ 30,3%) come effetto del maggior import di autovetture e dalla Spagna (+16,8%). Per attività economica a dicembre esportazioni in forte crescita per i mezzi di trasporto (+ 25,1%) con gli autoveicoli in aumento del 10,6%. Anche nei flussi di importazioni i mezzi di trasporto segnano una crescita consistente(+30,8%) con un +47% per le auto. Per i minerali energetici, nel 2009 le importazione di petrolio greggio rappresentano l'8,2% del totale dei flussi in entrata (10,6% nel 2008), mentre l'importazione di gas naturale pesano per il 5,9% (6% nel 2008). Il saldo commerciale al netto di greggio e gas è positivo per 36,7 miliardi di euro dai 49,9 miliardi del 2008


14 novembre 2009

Riccardo Realfonzo sul taglio dell'Irap

 Dall'altro lato del governo la politica proposta è delle più insulse. I ministri confindustriali chiedono infatti di allentare il rigore di bilancio nella maniera peggiore possibile: quella del taglio alle imposte che gravano sulle imprese e in generale della contrazione dei costi di produzione. Come se non fosse ormai dimostrato che il taglio del cuneo fiscale è stata, tra tutte, la più inutile e deleteria azione dell'ultimo governo Prodi.



Inutile dire che il Paese avrebbe bisogno di ben altro. Non serve vendere illusioni o proteggere i più ricchi dalla crisi. Servirebbe piuttosto una politica espansiva fondata sul sostegno dei redditi da lavoro tramite una politica fiscale nuovamente progressiva, e sul sostegno della occupazione attraverso investimenti pubblici ecologicamente sostenibili nelle infrastrutture materiali e immateriali.



Fonte : http://www.riccardorealfonzo.com/


20 ottobre 2009

Guglielmo Forges Davanzati : Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salari

 Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.

Va chiarito preliminarmente che questa proposta incide, nella migliore delle ipotesi, su una sola determinante della produttività del lavoro, ovvero la motivazione individuale a erogare elevato rendimento; fattore, questo, che, almeno nel caso italiano, è quello meno rilevante per la crescita della produttività del lavoro[1]. D’altra parte, ciò è testimoniato dal fatto che il progetto governativo tiene conto del fatto che, di norma, non vi è convenienza, da parte delle imprese, a rendere i lavoratori compartecipi agli esiti dell’attività d’impresa e che, dunque, occorre fornire incentivi. Alla proposta Brunetta - Tremonti è possibili rivolgere due ordini di critiche.



1) La produttività del lavoro dipende principalmente dallo stock di capitale fisso a disposizione dei lavoratori e dalle loro conoscenze generali e tecniche. Poiché la dotazione di capitale fisso è maggiore nelle imprese di grandi dimensioni, lì è più elevata la produttività del lavoro. In tal senso, uno dei problemi dell’economia italiana – per quanto attiene alla modesta dinamica salariale e al disavanzo dei conti con l’estero – consiste nella bassa produttività del lavoro che, a sua volta, dipende dal ‘nanismo’ imprenditoriale caratteristico del nostro assetto produttivo. La compartecipazione agli utili non agisce in alcun modo su questo aspetto e, dunque, non vi è da attendersi dalla sua eventuale attuazione significativi recuperi di produttività.

2) L’andamento degli utili aziendali è in larghissima misura indipendente dalle scelte dei lavoratori. Di norma, e a titolo esemplificativo, le operazioni di acquisizione e fusione accrescono i profitti, ma ciò è unicamente il risultato di scelte del management che il lavoratore può solo subire, in questo caso favorevolmente. Così come, per converso, scelte sbagliate del management riducono i profitti, riducono conseguentemente la parte variabile del salario legata al profit sharing e, di norma, non penalizzano i dirigenti d’impresa. Questa asimmetria (i lavoratori perdono per scelte sbagliate dei manager, i manager no) è spiegabile alla luce della constatazione stando alla quale, per effetto di un’elevata propensione al rischio, della difficoltà di controllare il loro operato e dell’inerzia caratteristica delle organizzazioni, i consigli di amministrazione delle società per azioni tendono a non licenziare i propri dirigenti[2]. Il profit sharing costituirebbe, dunque, un reale vantaggio per i lavoratori solo a condizione di essere associato alla cogestione e, dunque, a un effettivo potere decisionale dei lavoratori in ordine alle strategie aziendali. Ma, con ogni evidenza, non è questo il progetto governativo, e non rientra affatto negli obiettivi delle imprese la cessione di potere ai propri dipendenti, che configurerebbe la transizione a un assetto istituzionale non capitalistico, di tipo cooperativista[3].

In considerazione di questi rilievi, è opportuno chiedersi per quale ragione questa proposta (che pure è già tecnicamente fattibile) viene fatta in regime di crisi. La risposta più ragionevole è che, in fasi recessive, la compartecipazione ha l’effetto di ridurre i salari, dal momento che i profitti si riducono. Può essere sufficiente ricordare che, secondo uno studio della banca Citigroup, nella UE i margini operativi lordi delle imprese si sono ridotti dell’11% nel periodo tra l’ultimo trimestre 2008 e il primo trimestre 2009 rispetto all’anno precedente. Depurando il dato dal deprezzamento del capitale, e da interessi e rendite sulla proprietà, i redditi imprenditoriali netti risultano scesi del 23% nel medesimo arco temporale. In tal senso, e anche in considerazione degli sgravi fiscali programmati a beneficio delle imprese, il provvedimento costituisce un aiuto surrettizio alle nostre imprese, e avrà effetti di risparmio sui costi aziendali tanto maggiori quanto più ampia è la platea di lavoratori che accetteranno di assumere rischi in contesti sfavorevoli. Vi è da attendersi, a riguardo, che la scelta dei lavoratori – di certo poco informati in ordine all’andamento della domanda di beni e servizi e, ancor più, dell’andamento del mercato azionario - sarà ampiamente condizionata dalla capacità di persuasione dei media e, se conveniente, dei datori di lavoro. Se, poi, si considera che la parte variabile del salario sarà legata agli utili ottenuti mediante attività speculative (e, dunque, la ricerca di rendimenti elevati nei mercati azionari), la proposta assume connotati di palese asimmetria contrattuale a danno dei lavoratori, dal momento che i lavoratori non avranno potere di decisione in ordine all’allocazione di queste risorse e, anche se lo avessero, non sarebbero adeguatamente informati sulle dinamiche di un mercato – quello dei titoli – già di per sé estremamente volatile e caratterizzato da massima incertezza[4]. Vale poco il richiamo all’esperienza tedesca, dove il modello del profit sharing è stato adottato da diversi anni, sia perché la struttura produttiva tedesca – a differenza della nostra – è caratterizzata da imprese di grandi dimensioni (il cui rischio di perdite, o addirittura di fallimento, è minore rispetto a un’economia con prevalenza di microimprese), sia – e soprattutto – perché in Germania il modello della compartecipazione è stato introdotto in fasi del ciclo economico ben diverse da quella in corso, e caratterizzate da crescita economica sostenuta e contestuale crescita dei profitti[5].

 

[1] Ciò a ragione del fatto che, date le piccole dimensioni aziendali, l’impegno del lavoratore è agevolmente verificabile dal datore di lavoro e, data la sostanziale assenza di vincoli al licenziamento, il datore di lavoro può licenziare o non rinnovare il contratto di lavoro ai dipendenti che, a suo giudizio, non hanno erogato uno sforzo lavorativo soddisfacente. Semmai, la variabile motivazionale può incidere sensibilmente sulla performance dell’impresa laddove il l’imprenditore debba strutturare schemi di incentivazione quando è nell’impossibilità di controllare lo sforzo lavorativo; il che, di norma, si verifica in imprese di grandi dimensioni, o quando il rischio associato allo scarso impegno è estremamente elevato (quest’ultimo punto – si pensi al caso dei piloti di aereo - è stato messo in evidenza, fra i primi, da R. Ramaswamy. and R. Rowthorn, R. (1991). Efficiency Wages and Wage Dispersion. DAE Working Paper No. 9012). Per una trattazione generale del tema, si rinvia a G.Forges Davanzati e R.Realfonzo (1994), La teoria dei salari di efficienza: sviluppi storici e orientamenti metodologici alternativi, in AA.VV., Lavoro, organizzazione e produttività nell’impresa, ESI, Napoli.
[2] Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D. Schön, The Reflective Practitioner. How professionals think in action, Temple Smith, 1983.
[3] Da qui i timori di Confindustria. Come ha messo in evidenza Franco De Benedetti (Partecipare agli utili? Inutile, “Il Sole-24 ore, 8 settembre 2009) – criticando il progetto Sacconi – “Il Ministro Sacconi è stato esplicito nel negare che la compartecipazione agli utili sia il primo passo verso una qualche forma di cogestione. Ma l’allarme è scattato, e non si può liquidarlo come pretestuoso; infatti è evidente che, una volta dato il diritto a una parte degli utili, è difficile negare quello di co-decidere come si forma il tutto”.
[4] Vi è di più. Di norma, le imprese sono maggiormente disposte ad assecondare le rivendicazioni dei lavoratori nelle fasi espansive del ciclo economico. Come è stato fatto osservare (cfr. Bronars, S.G. and Deere, D.R. (1991), The threat of unionisation, the use of debt, and the preservation of the shareholder wealth, “Quarterly Journal of Economics”, February, pp.231-254), la scarsa disponibilità di liquidità derivante dalla destinazione di parti del profitto in speculazione costituisce una efficace strategia di contrasto alle organizzazioni sindacali, poiché l’impresa può comunque motivare il non aumento dei salari con l’indisponibilità di fonti di liquidità acquisibili a breve termine.
[5] Non è poi secondario il fatto che, in Germania, la linea prevalente in materia fa riferimento non al profit sharing ma alla codeterminazione (Mitbestimmung), ovvero a un modello nel quale sono previste rappresentanze dei lavoratori nel Consiglio di sorveglianza delle imprese.

 


17 luglio 2009

Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.


14 marzo 2009

Andrea Del Monaco : Il piano varato dal Cipe voce per voce

 

Un piano infrastrutturale da 17,8 miliardi, 9 miliardi sugli ammortizzatori sociali. Questo l'annuncio del governo nella conferenza stampa di ieri mattina. In realtà ieri sera la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) su queste misure non era ancora stata trasmessa in via definitiva alle regioni. I 9 miliardi per gli ammortizzatori sociali sono dati dal miliardo già stanziato in finanziaria per la cassa integrazione ordinaria e dagli 8 miliardi di euro nel biennio 2009-2010 per la cassa integrazione in deroga: il governo con 5,35 miliardi di Fondo Aree Sottoutilizzate (Fas) pagherà i contributi figurativi e la maggior parte del sostegno al reddito; le regioni con 2,65 miliardi del Fondo Sociale Europeo finanzieranno azioni combinate di politica attiva e di sostegno al reddito. La platea è data dai lavoratori delle imprese con meno di 15 dipendenti dell'edilizia, delle manifatture e dei servizi, dagli occupati delle aziende con 15-49 dipendenti del commercio con almeno 52 settimane lavorative. Ne sono esclusi i lavoratori con contratto a progetto o con collaborazione coordinata e continuativa. Mercoledì sera Tremonti ha chiesto ad Errani, governatore dell'Emilia Romagna, se, nel caso in cui avanzassero parte degli 8 miliardi, le regioni sarebbero disponibili a finanziare misure per gli esclusi. «Il problema non è se avanza qualcosa dagli 8 miliardi ma se c'è disponibilità immediata per i cococo e i cocopro, che sono i primi a perdere il posto», è stata la replica.
Per quanto concerne le infrastrutture il Cipe ha dato le seguenti assegnazioni: 1,2 miliardi per l'edilizia scolastica e carceraria, 1,3 miliardi per avviare la costruzione del Ponte sullo Stretto (spesa totale stimata 6,1 miliardi) e 800 milioni per il sistema Mo.se. a Venezia. Sono previsti 2.750 milioni per l'alta velocità ferroviaria (le tratte Milano-Verona; Milano-Genova prima fase; oneri ambientali per la Firenze-Bologna; il primo stralcio dell'asse pontremolese) e poco piu' di 1,5 miliardi per realizzare metropolitane (la linea C di Roma, la metro regionale campana, le reti di Palermo e Catania, le metro di Bari e Cagliari, gli adeguamenti per Parma Brescia e Bologna) e finanziare le reti di trasporto in vista dell'Expo milanese del 2015. Molti anche gli interventi stradali, finanziati con contributi pubblici (2 miliardi) e privati (8,090 miliardi), tra i quali alcuni riguardano il traforo del Frejus, il sistema pedemontana Lecco-Bergamo e il completamento della Salerno-Reggio Calabria.



Chi sembra perdere terreno nel governo è il Ministro dello Sviluppo Economico Scajola. Teoricamente il suo dicastero dovrebbe coordinare tutta la partita della programmazione dei fondi europei e del Fas. Tremonti vuole assicurarsi il Fas attribuito ai ministeri; è convinto che sia impossibile adottare vere misure anticicliche ovvero fare una vera programmazione delle politiche industriali per uscire fuori dalla crisi per tre ragioni: 1) l'eccessiva entità del debito pubblico italiano rispetto al nostro prodotto interno lordo impone una limitazione della spesa per conservare la maggiore liquidità possibile nella cassa del bilancio italiano; 2) un sistema produttivo desueto e non competitivo, impossibile da stimolare veramente; 3) l'incapacità delle burocrazie amministrative delle regioni di spendere con velocità ed efficacia. Di conseguenza il ministro dell'Economia spera che la crisi sia meno lunga del previsto, e che, quando l'economia americana ripartirà, anche le nostre imprese potranno iniziare a produrre grazie alle commesse estere. Nel frattempo, da un lato, Tremonti annuncia il ponte sullo stretto come misura anticlica, ben sapendo che prima di di 4-5 anni i lavori non inizieranno; dall'altro, dilata la spesa del Fas attribuito alle regioni mentre il ministro Fitto vorrebbe coordinare tutta la spesa del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) attribuito al governo ora in capo a Scajola. Qualora l'operazione non riuscisse è probabile una sua candidatura alla presidenza della Puglia nel 2010. Infatti se Berlusconi scegliesse la Poli Bortone come candidato vincente (appoggiata dall'Udc) per le prossime regionali e se il ministro per le Politiche regionali non riuscisse a coordinare il Fesr ora gestito da Scajola non avrebbe né una leva importante di consenso (le risorse) né il controllo del suo territorio. Nei fatti finora la Finanziaria ha avuto come copertura il Fas, usato come bancomat.


10 marzo 2009

Roberto Tesi : Tremonti scopre che la crisi è gravissima

 

Le certezze di Giulio Tremonti si stanno (per fortuna) sgretolando: il ministro dell'economia ha finalmente scoperto che la crisi è grave e serie e non è il caso - come ha fatto con Berlusconi finora, di minimizzare i rischi che corre l'Italia., visto che quello odierno è un presente durissimo e il futuro non da segni di miglioramento. «Il 2009 sarà un anno ancora più difficile del 2008. Il che è tutto dire», ha sostenuto ieri Tremonti incontrando al ministero i rappresentanti delle imprese e delle banche in occasione del «Credit day», la «giornata del credito». Com'è sua abitudine, però, il braccio destro di Berlusconi ha anche lanciato un messaggio di ottimismo. Con l'occhio rivolto ai lavoratori e a chi perso o perderà il lavoro (le stime sono pessime e alcuni centri di ricerca parlano anche di un milione di nuovi disoccupati nel 2009) ha anche promesso nuove risorse per potenziare gli ammortizzatori garantendo che il governo metterà a disposizione «un ulteriore gruzzoletto», che si aggiungerà agli 8 miliardi già stanziati per il biennio 2009-2010 già stanziati. L'entità del «gruzzoletto» però non è stata rilevata: «la settimana prossima vi diremo quale potrebbe essere la direzione», ha laconicamente dichiarato. Dimostrando così, di aver mandato a memoria molto bene la lezione di Berlusconi che da sempre gioca con «l'effetto annuncio». 



Poi il ministro dell'economia ha parafrasato l'apologo di Menenio Agrippa, sostenendo che per risolvere la recessione: «è necessario - ha affermato - uno sforzo collettivo di governo, imprese, parti sociali, istituzioni bancarie e finanziarie devono agire per ridurre, per quanto possibile, l'impatto della crisi. Gli obiettivi fondamentali sono due: coesione, nella società e conservazione della base industriale». Poi ha aggiunto che occorre «sostenere le famiglie e potenziare gli strumenti per aiutarle nel pagamento delle rate dei mutui per la casa, l'acquisto di automobili e di altri beni». Lo ha detto ai banchieri presenti (che della crisi attuale hanno molte responsabilità) e lo ha mandato a dire agli assenti, cioè alla società civile, al mondo del lavoro che più di tutti paga la crisi, che paga le tasse, ma che questo governo ha emarginato. Ma non ha spiegato perché solo pochi mesi fa, quando la crisi incombente era ormai evidente, il governo ha varato una manovra restrittiva da 25 miliardi di euro. E non ha neppure spiegato perché da quando è tornato lui al governo l'evasione fiscale (evidente dai dati sulle entrate) sia tornata a« sgavazzare», peggiorando la distribuzione dei redditi, oltre alla capacità di spesa del governo.
Un altro degli argomenti trattati da Tremonti è stato il credit crunch. Per il ministro dell'economia nella fase attuale il «rischio dei rischi» è la stretta creditizia, che minaccia le imprese e l'intero sistema produttivo. «E' assolutamente strategico - ha spiegato Tremonti - contrastare il 'rischio dei rischi', la stretta creditizia in cui si avvitano prima le imprese, poi i lavoratori e infine le stesse banche». «In questa fase - ha aggiunto - è, all'opposto, strategico aumentare il credito alle imprese sane, non ridurlo alle imprese in momentanea difficoltà. Assicurare adeguata liquidità può evitare la chiusura di imprese che sono in grado di superare la crisi».
A questo punto secondo Tremonti serve mettere mettere in campo «strumenti nuovi» per affrontare immediatamente alcune questioni, come ad esempio l'eccesso di burocrazia. Per Tremonti bisogna «verificare gli strumenti già in essere ma non ancora sufficientemente valorizzati. Ci sono circa 100 miliardi di euro bloccati sul territorio da un eccesso di 'burocrazia'. Parte non marginale della strategia è sbloccarli».
Poi Tremonti ha affrontato il tema dei cosiddetti «Tremonti bond» smentendo che il tasso dell'8,5% richiesto alle banche per i bond sia troppo alto e inaccettabile. E ha spiegato (con parecchie ragioni) che i bond non sono un debito, un finanziamento, ma uno strumento di patrimonializzazione delle imprese: «è come se fosse un aumento di capitale che allarga il patrimonio delle banche». Secondo il ministro se la rendita è dell'8,5% e la leva è 1 a 15 (si tratta del moltiplicatore del credito) in termini di costi dovreste prendere l'8,5% e dividerlo per 15.


24 novembre 2008

Sara Farolfi : chi paga il conto

 Non fosse tragico, sarebbe ridicolo. Le misure del governo a sostegno dell'economia reale dovranno aspettare ancora qualche giorno. Tutte tranne una, che invece viene data per certa: la proroga della detassazione di straordinari e premi, non meno di un miliardo di euro stanziati finora, destinati ad aumentare se, come pare, si alzerà la soglia di reddito necessaria per usufruirne o se la misura verrà estesa ai dipendenti pubblici. Che persino associazioni imprenditoriali, come Assolegno lombarda ha fatto ieri, ne parlino come di una misura «inutile», dovrebbe fare riflettere.
Soprattutto perchè non c'è numero, nè osservatorio, che non mostri in questi giorni la «straordinaria emergenza» della crisi in corso. I dati del ministero del lavoro sull'aumento della cassa integrazione a settembre e ottobre non sono che l'ultimo tassello di un mosaico di crisi che attraversa l'intero paese. Da nord a sud, trasversalmente in tutti i settori produttivi, e per tutte le dimensioni d'impresa. A ottobre, le ore di cassa integrazione (tra ordinaria e straordinaria) sono arrivate a quota 23 milioni (contro i 19,5 milioni di settembre). Osservando i diversi settori produttivi, è l'industria a registrare il dato peggiore, con un aumento della cassa integrazione ordinaria che, a settembre, è arrivato al 68,45% rispetto a un anno fa. Un dato eclatante, considerando che è la cassa integrazione ordinaria lo strumento utilizzato per fronteggiare crisi di tipo congiunturale. Complessivamente, tra interventi ordinari e straordinari, l'aumento a settembre è stato pari al 23% (sempre su base annuale), il 14% per l'edilizia.



Rigiriamo la frittata e vediamola dalla parte del lavoro. Una ricerca della Fiom bresciana mostra il ridimensionamento dei salari in un colosso (per le dimensioni d'impresa nostrane) come l'Iveco, che occupa circa 3 mila dipendenti: uno stipendio da cassintegrato, al terzo livello e con cinque scatti di anzianità, arriva a 847 euro al mese. Più in generale, dice il segretario della camera del lavoro di Brescia, Marco Fenaroli, in ottobre le richieste di cassa integrazione sono «raddoppiate» rispetto a settembre. In tutti i settori. E non solo nel Nord.
In Lombardia sono 800 le aziende che hanno chiesto la cig. Nella provincia di Torino sono 260. Il Nordest è in recessione. Nessun settore produttivo pare salvarsi. Alla crisi ormai consolidata del tessile, si aggiunge quella pesante dell'auto, e ancora, l'elettrodomestico, l'alimentare («storicamente un settore anticiclico», dicono dalla Cgil), il chimico. Persino la siderurgia, un settore che negli ultimi anni ha macinato utili a non finire e che costituisce il punto di fornitura delle materie prime nel manifatturiero, entra in fibrillazione: l'Ilva di Taranto ha chiesto 13 settimane di cig per 2000 dipendenti, e in crisi c'è anche il polo genovese e quello di Piombino. «Di una somma si tratta - dice Susanna Camusso (Cgil) - Tra la crisi dei consumi che già c'era e l'arrivo della crisi internazionale». A fronte di un quadro simile, i fondi per gli ammortizzatori sociali stanziati nella finanziaria 2009 sono pari a quelli dell'anno precedente (480 milioni di euro circa), con l'aggiunta di 150 milioni euro finalizzati alla copertura della cassa integrazione in deroga (quella destinata cioè alle aziende che altrimenti non ne avrebbero diritto). «Decisamente insufficienti», secondo Camusso.
Ma la crisi ha tante facce e non è uguale per tutti. C'è «un esercito» di persone che dalle aziende sta 'silenziosamente' uscendo: precari a vario titolo, apprendisti, interinali, collaboratori... Lo mostra, in parte, l'aumento delle richieste dei sussidi di disoccupazione. Secondo la Cgil, di qui ai primi mesi dell'anno, saranno messi fuori dai cicli produttivi tra i 300 e i 400 precari. Solo alla Brembo, l'azienda del vicepresidente di Confinfindustria, Alberto Bombassei, sono stati messi alla porta, ultimamente, 200 precari.
Ma il governo temporeggia, preoccupato esclusivamente dell'invarianza dei saldi di bilancio. Sarà che i dati sono stati forniti dal 'suo' ministero, ieri Maurizio Sacconi ha annunciato la predisposizione di un pacchetto di misure «a giorni». Allo studio del governo, ha detto sempre Sacconi, ci sarebbe anche una forma di 'copertura' per i contratti a termine e «in determinati contesti» per i collaboratori a progetto. «Per i settori del turismo e del commercio cercheremo di incoraggiare la diffusione di organismi bilaterali che gestiscano una parte di ammortizzatori sociali», ha aggiunto il ministro. Riferendosi a quanto già vale per l'artigianato, dove non c'è cassa integrazione ma la possibilità di ricorrere a «contratti di solidarietà». Una 'protezione' che copre il 75% delle ore non lavorate, e che non prevede l'anticipo delle prestazioni (quindi i soldi, per intendersi, arrivano più tardi), spiega la Cgil. Ancora peggio dunque, a livello di tenuta dei redditi, della cig.


23 novembre 2008

Galapagos : è pronto l'attacco ai lavoratori

 

Dice Tremonti: dalla crisi l'Italia uscirà più forte e pagherà meno costi degli altri paesi. Ovviamente falso. La conferma l'abbiamo avuta ieri al Senato: in sede di conversione di un decreto legge è stato approvato un emendamento che estende a tutte le imprese - in amministrazione straordinaria - la legge ad hoc varata per l'Alitalia. Si tratta di una modifica dell'articolo 2112 del codice civile che annulla le tutele per i lavoratori di grandi imprese in crisi, in caso di cessione di rami o parti aziendali. Significa che la crisi la pagheranno salata i lavoratori che non avranno più alcuna garanzia sui livelli non solo salariali acquisiti. A uscire più forte dalla crisi, insomma, sarà solo il capitale. 




La crisi incalza, ma il governo se la prende comoda anche se ha annunciato che mercoledì prossimi presenterà il piano di rilancio da 80 miliardi di euro. Una «patacca»: non si tratta di risorse aggiuntive. Ma prendiamola per vero e facciamo nostra la domanda che ieri il presidente della Cisl pensionati ha rivolto al governo: degli 80 miliardi quanti saranno destinati al sostegno delle pensioni? Oltre l'elemosina della sociale card da 40 euro al mese, per i «fortunati» che sopravvivono con 500 euro, non c'è altro.
E nulla è prevista per gli ammortizzatori sociali. In Italia ci sono quasi 4 milioni di lavoratori a tempo determinato e ogni mese scadono 300 mila contratti. Chi non viene «rinnovato» finisce a casa senza paracadute. Ancora una volta, sbaglia Angeletti, il segretario della Uil, a chiedere solo interventi di detassazione delle tredicesime (beato chi ce l'ha) e degli aumenti contrattuali di secondo livello, che per alcuni anni non ci saranno. Anche l'aumento - giusto - degli assegni familiari, in questa fase è poca cosa. Tutte le risorse, infatti, debbono essere finalizzate a sostenere il lavoro, creando nuovi posti, visto che a «valanga», per dirla con Epifani, ogni giorno arrivano notizie, quando va bene, di cassa integrazione, e più spesso di licenziamenti. Da mesi l'occupazione è in diminuzione, nuovi posti di lavoro non vengono creati e nel 2009 andrà ancora peggio. Dopo la sforbiciata al potere d'acquisto provocata dall'inflazione (e prima ancora dall'arrivo dell'euro) ora i tagli alla domanda arrivano dalla diminuzione del monte salari, provocata dalla crescente disoccupazione. E da provvedimenti come quello approvato ieri dal senato.
A questo punto la sinistra anziché dividersi per due scranni europei e per una manciata di consiglieri comunali, ha il dovere di riprendere l'iniziativa politica: ha di fronte a se una prateria di proposte di politica economica con le quali contrastare il disegno perverso di Tremonti e del Pdl. L grandi opere, anche se utili, non sono un ammortizzatore contro la crisi, ma solo un enorme serbatoio di profitti per le poche imprese che le realizzeranno con pochi, anzi pochissimi lavoratori. Per essere chiari: non siamo più ai tempi del New Deal quando i canali di bonifica era fatti con vanga e pala da decine di migliaia di lavoratori. Per contrastare la recessione e favorire la ripresa occorre puntare su settori innovativi, come le energie rinnovabili ad alta intensità di lavoro. E ancora: più che di nuovo cementificazioni, l'Italia ha bisogno di un recupero dell'enorme patrimonio urbano esistente. E necessita anche di interventi idrogeologici: basta una pioggia un po' violenta per provocare disastri e farci piangere vittime innocenti. Insomma: lavoro e difesa del lavoro, con ammortizzatori sociali diffusi. Con questo governo non è facile. Ma con la crisi nulla è impossibile.


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