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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


5 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : il fallimento di una politica restrittiva

 Ovviamente, volendo seguire un’impostazione post-keynesiana (se non marxista) più congeniale ad un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, non possiamo che notare che una politica restrittiva non può assolutamente migliorare la situazione del nostro debito pubblico, dal momento che tale politica restrittiva non può che rallentare la crescita del Pil e dunque il rapporto tra interessi del debito e tasso di crescita del Pil e di conseguenza il rapporto debito/Pil. Quand’anche la crescita del debito fosse inferiore a quella del Pil i tempi per un rientro che abbia una rilevanza razionalmente comprensibile sono nell’ordine di almeno vent’anni di sacrifici. Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto hanno poi messo in evidenza che l’allargamento dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi non è collegato tanto al debito ed al deficit pubblico, quanto più al disavanzo con l’estero in quanto costituisce probabilmente una voce corposa del Pil ed anche della competitività comparata del nostro sistema produttivo con quello di altri paesi. Per Cesaratto e Stirati i casi di default sovrano riguardano prevalentemente paesi che hanno forti debiti con l’estero e che congiuntamente hanno rinunciato ad una piena sovranità monetaria.

Leon aggiunge che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca a sua volta il patrimonio pubblico (ad es. la vendita di società a capitale pubblico) induce le agenzie di rating a valutare che è peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Sergio Bruno dice invece che le manovre fiscali restrittive pretendono di mettere ordine, agendo su grandezze economiche di flusso (imposte e spese pubbliche), in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza, quando i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi.


3 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : la strategia restrittiva contro il debito pubblico

I primi tentativi di aggredire il debito pubblico italiano sono stati espletati più o meno all’inizio ed alla metà degli anni ’90 (dal 1992 al 1997) e principalmente con i governi Amato, Ciampi e Prodi. La strategia utilizzata è quella di una politica economica restrittiva e deflazionista, ispirata dalla CEE (che è poi diventata UE). Il bastone con cui la CEE ha costretto l’Italia ad intraprendere queste politiche restrittive è stata la speculazione che ha sbattuto la lira fuori dallo SME per alcuni anni (come abbiamo visto secondo alcuni anche in questo caso la speculazione viene usata come bastone dalla Germania per imporre una politica restrittiva nei paesi fortemente indebitati). All’origine di questa impostazione c’è l’interesse della Germania a gerarchizzare economicamente i rapporti tra gli Stati che compongono la CEE prima e la UE poi, in modo da favorire la supremazia economica tedesca attraverso l’ideologia liberista del controllo dell’inflazione, della moderazione salariale rispetto alla produttività e dell’economia orientata alle esportazioni. La moderazione salariale permette al capitalismo tedesco di ottenere un enorme surplus che a sua volta finanzia la periferia europea: l’esempio principale è la bolla immobiliare spagnola che le banche tedesche hanno felicemente finanziato. Il surplus tedesco in pratica crea il debito dei paesi periferici. Questa impostazione ha teso progressivamente a squilibrare le bilance commerciali degli stati europei e ad aggravare i processi per cui l’integrazione commerciale che si verifica come risultato delle economie di scala conduce anche alla concentrazione regionale delle attività industriali ed all’impoverimento speculare di altre aree produttive (Krugman). Già allora, studiosi come Augusto Graziani, Lapo Berti e Andrea Fumagalli avevano analizzato queste dinamiche ed ammonito a non prendere una certa strada. E sono stati facili profeti.

 

 

Berti diceva che per quanto riguarda i vantaggi della moneta unica, un primo contraccolpo negativo, con il rafforzamento di tale moneta nei confronti del resto del mondo, sarebbe stata una perdita di competitività almeno per alcune delle economie che avrebbero fatto parte della comunità. Inoltre la perdita della sovranità monetaria avrebbe fatto emergere ulteriori costi, in particolare a fronte di shock esterni che avessero avuto effetti differenziati sulle diverse economie, ad es. un aumento del costo del petrolio oppure una catastrofe naturale o una crisi settoriale, costi che, non potendo più usare la leva del cambio, si sarebbero scaricati su livelli di impiego della forza lavoro e del capitale. La rinuncia ad usare la politica monetaria per modellare i propri disegni macro economici avrebbe insomma potuto comportare, per i paesi più deboli, costi anche notevoli in termini di riduzione del tasso di crescita. Per Fumagalli è con gli accordi di Maastricht che la questione del deficit pubblico diventa il problema dei problemi. A ciò si deve aggiungere l’effetto distorsivo causato dal deficit pubblico sulla ricomposizione o l’ampliamento della conflittualità tra i diversi tipi di capitale in un contesto sempre più internazionalizzato. Gli effetti redistributivi della spesa pubblica e degli interessi passivi sul debito, se in primo luogo aumentano la polarizzazione tra i redditi incrementandone il grado di concentrazione, in secondo luogo comportano costi sempre più elevati nel processo di finanziamento a breve degli investimenti. Le imprese industriali e dei servizi sono poste davanti ad un bivio: da un lato hanno ancora bisogno della spesa pubblica come sostegno diretto e indiretto all’attività produttiva (vedi il caso Fiat per gli stabilimenti di Melfi o per l’aumento della cassa integrazione). Dall’altro, la situazione debitoria dello Stato necessita di tassi d’interesse elevati in una prospettiva sempre più perversa, secondo la quale si emettono titoli non per finanziare spese ma per pagare gli stessi interessi. La pressione sui tassi d’interesse interni che ne risulta mantiene elevato il costo del denaro e aggrava i costi di produzione per le imprese. La funzione svolta dal settore pubblico nel sostituire liquidità onerosa (da parte delle aziende di credito) con liquidità a basso costo (rendite finanziarie e contributi vari) diventa sempre meno sostenibile di fronte a tassi di interesse reali sempre più elevati e con un tasso di inflazione minore. Se ciò nei primi anni ’80 aveva consentito di risolvere la conflittualità tra capitale industriale e capitale creditizio a vantaggio di entrambi, ora la situazione si presenta rovesciata ed aggravata (sino all’estate del ’92), dal perseguimento di una politica monetaria e valutaria restrittiva, finalizzata al controllo del cambio, che impediva ed impedisce una diminuzione degli stessi tassi d’interesse in modo rilevante. Ciò che negli anni ’80 rappresentava un circolo virtuoso per i redditi da profitto e da interesse (elevato deficit pubblico, immissione di liquidità nuova per le imprese, rendita finanziaria per le banche, collusione tra capitale industriale e finanziario-creditizio) si sta trasformando in un circolo vizioso negli anni ’90, in presenza di una recessione economica di non semplice soluzione. Oltre all’elevatezza del tasso d’interesse sui crediti, l’esistenza di una domanda interna e internazionale poco sostenuta, la deficienza strutturale del nostro apparato produttivo, il restringimento di margini di profitto sono tutti elementi che possono incrementare il rischio di conflitto tra capitale industriale e finanziario-creditizio. Le  politiche di privatizzazione hanno rappresentano la risposta più matura del ceto politico dominante. Esse si basano infatti esclusivamente sulla vendita a lotti delle imprese a partecipazione statale indipendentemente dalla redditività esistente e senza che vi sia implicita una qualche forma di programmazione strategica-industriale. Piuttosto esse hanno avuto lo scopo di modificare l’attuale redistribuzione del surplus tra capitale industriale e capitale finanziario, così da consentire il ricompattamento delle conflittualità intra-capitalistiche. Si aggiunga che lo stesso Paolo Baffi era molto perplesso sull’ingresso dell’Italia nello SME nel 1979. Per altri economisti (come Marco Passarella) la costituzione dell’euro è stata una svalutazione occulta operata dalla Germania nei confronti dei paesi periferici (probabilmente Francia e Germania hanno permesso l’ingresso dell’Italia nell’euro per neutralizzare un concorrente fastidioso grazie alla perenne possibilità di svalutare la propria moneta). Lo stesso Pasinetti ha risolutamente negato l’utilità dell’imposizione di parametri unici all’interno degli accordi di Maastricht: i parametri sin dagli anni ’90 avrebbero dovuto essere relativi al rapporto tra debito e tasso di crescita di ogni singolo Stato. Imporre la stessa camicia di forza ha invece confermato ed ingigantito gli squilibri esistenti. Infine, secondo Pivetti, con l’abolizione di tutte le restrizioni ai movimenti di capitali è venuta meno l’autonomia del paese tanto in ambito monetario che nell’ambito della politica fiscale (includendo in quest’ultima la libertà di scelta del sistema di tassazione). Nel caso concreto dell’Italia, ciò comporta che la fonte stessa della continua crescita del rapporto debito/Pil viene allargata piuttosto che ristretta: il tasso d’interesse è necessariamente maggiore e il tasso di crescita minore che in regime di controllo dei movimenti di capitale.

 

 


29 marzo 2011

Perchè Germania e Italia hanno andamenti divergenti ?

Nel trattare dell’ipotesi di Emiliano Brancaccio relativamente alla possibilità che le economie di Germania ed Italia possano nel futuro divergere in maniera sempre più rilevante, andrebbe spesa qualche parola sul perché c’è stata questa divergenza. Brancaccio e altri appartenenti alla scuola post-keynesiana sottolineano il ruolo della politica tesa all’aumento delle esportazioni da parte della Germania ed all’aumento del rapporto tra produttività e costo unitario del lavoro in Germania. La tesi è condivisibile ma va ulteriormente articolata. Ci preme in questa contingente riflessione sottolineare alcune cose :

 

La Germania con la Merkel è più esposta all'estero...

 

1.      L’Italia nel 1996 presentava una percentuale dei consumi delle famiglie sul Pil del 62,8%, mentre la quota dei consumi collettivi era del 17,3% e gli investimenti ammontavano al 17%. La bilancia commerciale era in attivo del 3%. Nel 2009 i consumi delle famiglie erano scesi al 59%, i consumi collettivi erano saliti al 20%, mentre gli investimenti sono saliti al 21%. La bilancia commerciale è sostanzialmente in pareggio, anche se nel 2008 era in passivo dello 0,2%. Il reddito procapite PPA è sceso da 76 del 1996 a 67,5 del 2009 (con gli Usa come riferimento a 100). La crescita del Pil da +2,9% del 1996 è scesa a +2% nel 2000 e a +1,2% nel 2001. Nel 2005 l’incremento è stato dello 0%, mentre con la crisi si è scesi sino a -0,2%. Le ragioni di scambio con la Germania sono passate da un sostanziale pareggio del 1996 (nel senso che il 19% delle nostre esportazioni era verso la Germania, mentre il 19,2% delle nostre importazioni proveniva dalla Germania) ad un peggioramento per cui il 12,8% delle nostre esportazioni è verso la Germania, mentre il 16% delle nostre importazioni proviene dalla Germania. Possiamo interpretare questi dati dicendo che una prima grande flessione si è avuta con l’entrata nel sistema dell’euro, in quanto la conseguente impossibilità di svalutazione della nostra moneta ha peggiorato le nostre ragioni di scambio (non a caso da un +2,9% nel rapporto tra export ed import del 1996 si è scesi ad un +1,2% del 2001). A ciò si è aggiunto il fatto che la diminuzione dei consumi  (delle famiglie e collettivi) dall’80,1% del Pil al 78,1% ha finanziato l’aumento degli investimenti dal 17,3% al 18,6%.  Questi investimenti però sono stati effettuati aumentando fortemente le importazioni (dal 20,1% del Pil al 27,2% del 2001) e dunque peggiorando le nostre ragioni di scambio (appunto da +2,9% del 1996 a +1,2% del 2001). Infine l’impatto delle crisi del 2000-2001 e del 2007-2009 ha ulteriormente indebolito la posizione delle nazioni europee già svantaggiate. L’ingresso nell’euro ha evidenziato le debolezze del nostro sistema economico che prima erano nascoste dalla possibilità di svalutazione della moneta. Al tempo stesso lo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti ha diminuito i consumi interni e peggiorato ulteriormente le nostre ragioni di scambio.

2.      La Germania invece che nel 1996 aveva solo un risicato attivo commerciale dello 0,7% (sempre in rapporto al Pil), manteneva comunque i consumi complessivi più bassi (nell’ordine del 77% del Pil) a vantaggio degli investimenti (nell’ordine del 22,5% del Pil) che, pur pesando sulle importazioni, hanno comunque dato slancio alle esportazioni al punto tale che la bilancia commerciale del 2008 ha registrato un attivo equivalente a +7% (in rapporto al Pil, cioè le esportazioni equivalevano al 46,9% del Pil, mentre le importazioni equivalevano al 39,9% del Pil). La percentuale dei consumi sul Pil è rimasta più o meno inalterata sino al 2006. Con la crisi c’è stata una riduzione percentuale dei consumi delle famiglie dal 58,9% del 2006 al 56% del 2009 e questo tutto a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti. Questi ultimi però sono scesi al di sotto del 20% e si può prevedere che la Germania nei prossimi anni non avrà lo slancio che ha avuto nel corso del primo decennio del terzo millennio. C’è da aggiungere che, seppure la Germania abbia migliorato le proprie ragioni di scambio con alcuni paesi europei, essa ha migliorato la propria bilancia commerciale soprattutto inserendosi nei mercati extraeuropei (le esportazioni verso l'UE25 erano il 63,9% del totale nel 2005, mentre quelle verso l'UE27 sono il 63,3 % del totale nel 2009), per cui sarebbe possibile mantenere un attivo della bilancia commerciale pur riequilibrando l’eccessivo sbilancio nei rapporti con gli altri paesi dell’unione europea.

 


21 marzo 2011

Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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