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19 settembre 2010

Testimonianza (ecce Bombo)

L’assoluta mancanza di dialettica democratica in questo paese, stato di cose determinato dall’arretramento dei diritti dei lavoratori in questi trent’anni di egemonia dei padroni, da un lato sta causando l’isolamento del sindacato che almeno in certi suoi spezzoni mostra di resistere alla normalizzazione, e cioè la Cgil, dall’altro sta aprendo all’interno delle diverse coalizioni politiche, tra loro inconfrontabili, lotte intestine (si pensi al ritorno dell’imbecille, alias Water closed Veltroni, mai pago di generare disastri) volte alla scelta di chi deve gestire le briciole di un sistema che, in presenza di problemi della domanda aggregata mondiale, si avvita ancora di più nell’accumulazione di capitale e lascia a chi ha ancora la forza lavoro, la libertà di morire di fame.

 

 

L’unica strategia possibile è la resistenza irragionevole, irriducibile, radicale.

Nessun compromesso a perdere. Meglio una sconfitta netta, ma che disegni bene le linee in campo, la posta in gioco, la direzioen verso la quale bisogna andare. Se lasciamo fare ai manovratori, presto ci vorrà una terza guerra mondiale per distruggere il capitale ed il bisogno in eccesso che non riesce a farsi domanda.

In nome della pace mondiale, dobbiamo fare una guerra civile di resistenza all’interno dei nostri ghetti. Buona fortuna ragazzi. Tenetevi bene in salute. Ce ne sarà bisogno. Rifiutiamo il lavoro.

 


21 aprile 2009

Stefano Perri : distribuzione del reddito e diseguaglianza. L'Italia e gli altri

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.


20 aprile 2009

La scorsa settimana, nel quasi silenzio dei media, è stato firmato il protocollo sul nuovo modello contrattuale. Un vecchio articolo sull'argomento di Massimo Roccella

 La manovra economica appena varata dal Governo, fra le tante altre cose, contiene una misura suscettibile di incidere sui futuri assetti della contrattazione collettiva e, più in generale, sulle modalità di erogazione delle retribuzioni. Con l’art. 5 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 l’Esecutivo è tornato sui suoi passi quanto alla controversa questione della detassazione dei compensi per lavoro straordinario. La Cgil, che aveva sempre contestato tale agevolazione fiscale, ha visto riconosciute le proprie ragioni. Anche Confindustria, Cisl e Uil, peraltro, hanno motivo di rallegrarsi, dal momento che la stessa disposizione ha confermato, ed anzi rafforzato, il trattamento fiscale di favore per il c.d. salario di ‘produttività’ erogato a livello aziendale: l’imposta sostitutiva con aliquota al 10%, infatti, è destinata adesso ad essere applicata entro il limite (raddoppiato rispetto a quello previgente) di € 6.000 lordi annui percepiti a titolo di retribuzione variabile e con riguardo ad una platea più ampia di beneficiari (i lavoratori del settore privato che abbiano percepito nel 2008 una retribuzione non superiore ad € 35.000).

Ancorché l’intesa definitiva non sia stata ancora raggiunta, la strada per la riforma del modello contrattuale sembra spianata. Vale la pena, dunque, di cominciare ad interrogarsi, tenendo conto di quel che oggi si conosce (ovvero delle Linee guida per la riforma della contrattazione collettiva, già sottoscritte da Confindustria, Cisl e Uil), sugli effetti prevedibili del nuovo modello sulla condizione salariale dei lavoratori.

Il presupposto del ragionamento, naturalmente, va individuato nell’assunto, apparentemente oggetto di larga condivisione, che nel nostro paese esiste, ormai da anni, una drammatica questione salariale, cui sarebbe necessario fare fronte con rimedi incisivi. Ebbene, se di questo si tratta, occorre prendere atto che il modello caldeggiato da Confindustria e condiviso da una parte del movimento sindacale appare, prima facie, peggiorativo, per tutti i profili essenziali, rispetto a quello, tuttora vigente, del Protocollo del 23 luglio 1993.

La funzione del contratto collettivo nazionale, innanzi tutto, risulta inequivocabilmente legata al mero recupero dell’erosione inflazionistica. Non è così nel modello del luglio ’93, il quale, a prescindere dalla successiva esperienza applicativa, di per sé non avrebbe affatto escluso che a livello nazionale, tenendo conto della produttività media del settore coinvolto, si concordassero incrementi di salario in termini reali.

Neppure l’obiettivo (minimo) di garantire, attraverso il ccnl, la tutela del salario reale risulterebbe acquisito. Vero è infatti che, per conseguire tale obiettivo, si vorrebbe adottare un diverso indice previsionale dell’inflazione (l’Indice dei Prezzi Armonizzato Europeo [IPCA]), più sensibile e realistico dell’ormai inattendibile tasso di inflazione programmata su cui si sono fondate le negoziazioni salariali negli ultimi quindici anni. Va però ricordato, in primo luogo, che il tasso d’inflazione programmata ha perso credibilità in ragione dell’uso strumentale e manipolatorio che di tale strumento è stato fatto negli anni in cui ha governato la destra (basti pensare al tasso dell’1,7% fissato dall’ultimo DPEF); e comunque, in secondo luogo, che neppure col nuovo indice (che, peraltro, di per sé non garantisce di corrispondere all’inflazione effettiva) sarebbe assicurata la tutela del salario reale: questo risultato, anzi, è escluso a priori, dal momento che l’indicatore di aumento dei prezzi dovrebbe essere depurato della c.d. inflazione importata legata all’aumento del prezzo dei prodotti energetici, destinata a scaricarsi interamente sulle spalle dei lavoratori. Quanto al meccanismo di recupero certo degli scostamenti fra l’inflazione prevista secondo i criteri dell’IPCA e quella poi effettivamente registrata, esso appare delineato, allo stato, in termini ancora troppo indeterminati per permettere di farsene un’idea e concludere che si tratti di qualcosa di più incisivo del criterio già oggi previsto in relazione alla successione nel tempo dei bienni di negoziazione dei salari.

Rispetto alla contrattazione di secondo livello, nulla cambia. Essa è destinata a svolgersi a livello aziendale o, alternativamente, territoriale, avendo ad oggetto emolumenti retributivi totalmente variabili (legati a produttività, redditività, ecc.) e non determinabili a priori: esattamente come prevede già oggi il protocollo del luglio 1993. Semmai, oggi risulta ancora più chiaramente espressa l’impossibilità di consolidare in cifra fissa le erogazioni riconosciute al secondo livello di contrattazione: essendo d’altra parte la variabilità delle stesse condizione imprescindibile per beneficiare del trattamento di favore contributivo e soprattutto fiscale (previsti dalla legge 247/2007 e, rispettivamente, dal d.l. n. 185/2008).

Nulla cambia, in particolare, con riguardo all’essenziale questione dell’effettività della contrattazione aziendale: la quale, svolta oggi in un numero ridotto di imprese di medio-grandi dimensioni con riferimento ad una platea di meno di 2.000.000 di lavoratori, verosimilmente non appare destinata a particolare espansione. Si ipotizza, naturalmente, che la ‘spinta’ fiscale decisa dal Governo possa determinare uno sbilanciamento verso la periferia degli equilibri della contrattazione collettiva: ma non è affatto detto che quest’effetto si verifichi (o, almeno, che si verifichi nelle dimensioni immaginate: v. infra).



C’è di nuovo la previsione di un “elemento di garanzia retributiva”, che il ccnl dovrebbe fissare in favore dei lavoratori che non beneficiano di erogazioni salariali aziendali. La previsione sarebbe in sé positiva, ma, a parte il fatto che è figlia dell’evidente scetticismo circa la virtù espansiva della contrattazione di secondo livello, si presta a due rilievi che inducono (quanto meno) a sospendere il giudizio: 1. I criteri per la determinazione di tale elemento restano avvolti assolutamente nel vago, cosicché risulta impossibile prevedere se, e come, possano tradursi in incrementi di salario reale (tanto più che l’attivazione di tale elemento è relegata al termine di ciascun triennio contrattuale). 2. La propensione delle imprese alla contrattazione salariale aziendale dovrebbe risultare accresciuta proprio perché, in alternativa, esse sarebbero costrette a corrispondere l’elemento di garanzia retributiva. Nella realtà potrebbero innescarsi comportamenti del tutto diversi. Dal momento che l’elemento di garanzia sembra destinato ai lavoratori che non percepiscono nessun tipo di erogazione salariale aziendale e poiché lo sconto fiscale deliberato dal Governo riguarda il salario di “produttività” comunque definito, anche mediante accordi individuali o addirittura a seguito di erogazioni unilaterali, nulla vieta di aggirare la contrattazione collettiva, provvedendo ad emarginare i sindacati previo ricorso a simili, e ben conosciuti, strumenti.

Si è detto che nulla cambia rispetto alla configurazione della contrattazione di secondo livello. A ben vedere un elemento di novità c’è e riguarda l’eventualità che i ccnl consentano di apportare modifiche ai propri contenuti economici o normativi attraverso accordi di livello territoriale. La novità è evidente, la sua positività altamente discutibile: stante il fatto che le evocate modifiche legittimerebbero, all’evidenza, deroghe peggiorative, e che potrebbero essere concordate non solo per far fronte a situazioni di crisi, ma anche per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale di aree specifiche, se ne deduce che anche la funzione di garanzia salariale minima, riservata al ccnl, rischia nella pratica di rivelarsi della stessa consistenza della carta velina.

Rispetto a quanto previsto dal Protocollo del ’93, infine, muta la cadenza di negoziazione del ccnl che sarebbe unificata per l’insieme dei suoi contenuti e, di conseguenza, anche per la parte salariale risulterebbe calibrata non più su due, ma su tre anni. Questa dilatazione della cadenza della contrattazione salariale appare tutt’altro che irrilevante. In condizioni di normalità del ciclo economico (dunque ovviamente non nella fase attuale, che potrebbe anche dar luogo ad un calo dell’inflazione legato alla più generale depressione delle attività produttive) le previsioni sulla crescita, e comunque sull’andamento, dell’inflazione sono notoriamente tanto più difficili, quanto più ampio è il lasso temporale di riferimento. Appare dunque poco credibile un sistema di negoziazione salariale che, privo di meccanismi di indicizzazione automatica, pretenda di reggersi su cadenze temporali così dilatate. Se si vuole tenere ferma la scelta di rinunciare a forme di indicizzazione dei salari e, nel contempo, non perdere di vista l’obiettivo di salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori, sarebbe assai più ragionevole la scelta opposta: sarebbe assai più sensato accorciare (e non allungare) le cadenze della contrattazione salariale. Il modello prefigurato, viceversa, incorpora il rischio che, medio tempore (ovvero durante il triennio di vigenza del ccnl), i salari vadano incontro ad un’erosione inflazionistica non adeguatamente controllata ex ante e difficilmente rimediabile ex post.

Si dirà che questo difetto d’impostazione era già presente nella piattaforma unitaria con cui i tre sindacati confederali si sono presentati alla trattativa con la Confindustria. E’ vero. La Cgil però, rifiutando di sottoscrivere le Linee guida, sembra essersi resa tempestivamente conto del pericolo di infilarsi in un vicolo cieco. Sarebbe altamente auspicabile che anche gli altri sindacati sappiano respingere le pressioni di Governo e Confindustria per una conclusione affrettata del negoziato, si concedano una pausa di riflessione ed evitino di imboccare la strada di un accordo interconfederale separato, inedita e gravida di pericoli per l’intero sindacalismo confederale e per la condizione salariale dei lavoratori.


25 febbraio 2009

Pietro Ancona : Veltroni e il fallimento della democrazia plebiscitaria

Da il Pane e le Rose 

Una riflessione può farsi a partire dalle dimissioni di Veltroni ma che riguarda la cosidetta "modernizzazione"della democrazia così come l'abbiamo conosciuta e praticata nel corso di tutti gli anni a partire dalla Costituzione. Credo che tirate le somme, per quanto le regole della democrazia prima delle recenti riforme fossero a volte macchinose e rallentassero il processo decisionale, tutt'ora sono preferibili a quelle innestate dal populismo e dal plebiscitarismo attuale. 



Prendiamo ad esempio le primarie e l'elezione di Veltroni con conseguente formazione di un organismo di circa tremila persone (nessuno sa chi siano e probabilmente non si conoscono tra di loro e molti sono sconosciuti al Partito). Alle primarie per l'elezione di Veltroni hanno partecipato (si dice) tremilioni e mezzo e persone. Se la democrazia è numero non c'è dubbio che l'investitura di tremilioni e mezzo di persone sia più suggestiva della elezione di uno dei vecchi Comitati Centrali del PCI e del Consiglio Nazionale della DC. C'è da osservare che tremilioni e mezzo di persone hanno votato in un'ottica truccata dalla assenza di reali contendenti se consideriamo che la Rosy Bindi partecipava per sua stessa ammissione per una propria scelta personale di identificazione nel nuovo gruppo dirigente del PD. La nomina dei tremila è stata una conta nel territorio, il prodotto dei rapporti di forza tra i seguaci di alcuni leader nazionali, personaggi della provincia che si sono piazzati al seguito o addirittura in rappresentanza di un potente oligarca. Ci sono eletti fedeli o fedelissimi di Veltroni, altri di Fassino, altri di D'Alema, Rutelli e cosi via. La politica non c'entra quasi niente! C'entra la benevolenza del leader nazionale verso il suo protetto che diventa per via di questa investitura un "potente", un capo bastone, una persona di quelle che contano specialmente quando si debbono scegliere i candidati che poi sono gli "eletti" per elezioni politiche prive del voto di preferenza, quando si debbono scegliere tutti gli uomini per le cariche nella amministrazione locale rigidamente lottizzata non solo tra i partiti ma anche dalle fazioni dei partiti.

Le dimissioni di Veltroni hanno messo a nudo l'inganno della neodemocrazia praticata a sinistra (cosa assai grave) in un Paese in cui il Presidente del Consiglio ha creato un suo Partito-azienda ove naturalmente non c'è mai stato nè mai ci sarà un congresso dal momento che non si saprebbe come fare, in cui c'è in corso una crisi della sinistra comunista, dei socialisti, dei verdi. Quale sarà il procedimento che porterà alla elezione del nuovo segretario e degli organismi dirigenti? Non sappiamo neppure se i tremila delle primarie siano ancora tutti nel PD e naturalmente le decisioni saranno prese dai capibastone nazionali delle varie fazioni dell'ex DS e dell'ex Margherita.

La neodemocrazia leaderistica ha prodotto danni enormi anche nella pubblica amministrazione. Viene arrestato il Presidente della regione Abruzzo e l'intero Consiglio Regionale viene sciolto e si indicano nuove elezione per eleggere il nuovo Presidente e tutto il Consiglio.. Lo steso dicasi per la Sardegna. Si tratta di una norma che paralizza il ruolo delle assemblee generali elettive che vengono legate alla sorte del Presidente. Perchè un Consiglio regionale si deve dimettere se muore, si dimette, succede qualcosa al Presidente della regione? Si annulla la distinzione tra potere di controllo, potere legislativo e potere esecutivo. La carica di consigliere regionale o comunale diventa in qualche modo una emanazione del Presidente della regione o del Sindaco. Un capovolgimento della democrazia in cui il controllato (presidente) diventa controllore e dante causa.

Erano molto ma molto più serie le norme che presiedevano alla formazione degli organismi dei partiti e delle pubbliche amministrazioni prima della ubriacatura generale di modernismo, di innovazione, di plebescitarismo. Un iscritto al PCI o al PSI che votava in Sezione valeva molto di più, era assai più importante, di un anonimo partecipante ad una primaria fasulla di tre o quattro milioni di persone. Il suo voto contava e si discuteva a fondo sulle qualità della persona da eleggere sia per il Comitato Direttivo della Sezione, sia per altre cariche. Il Partito era una cosa seria specialmente nel suo Comitato Centrale che era capace di discutere per giorni e giorni scelte politiche che oggi vengono assunte velocemente ma anche spesso con leggerezza. Tutto è cominciato dallo scioglimento del Comitato Centrale del PSI e della sua sostituzione con quello che Rino Formica definì una "corte di ballerini e nani". La qualità del dibattito e della democrazia italiana sono peggiorati. Le riforme della pubblica amministrazione hanno diffuso il virus dello oligarchismo nel vasto corpo dello Stato. Si è invertito il rapporto tra elettori ed eletto. L'Oligarca è diventato talmente potente da essere addirittura temuto da coloro che gli stanno vicini.

La riforma politica e la riforma amministrativa hanno degradato la qualità della democrazia italiana. Molte norme introdotte dalla riforma Bassanini si sono rivelate veri e propri cavalli di troia ed hanno fatto degenerare una pubblica amministrazione magari vecchiotta ma certamente assai più accettabile di quella odierna fatta di distanze siderali tra managers e comuni funzionari. I due processi di volatilizzazione dei partiti a vantaggio degli oligarchi e di riforma delle leggi elettorali e della struttura delle amministrazioni hanno fatto degenerare la democrazia italiana che è diventata quasi virtuale ed ha invertito il rapporto tra base e vertice. La base intesa come comunità di elettori o di cittadini non conta più niente. Tutto si consuma nelle stanze frequentate dagli oligarchi che sono privi di qualsiasi controllo, si stabiliscono gli stipendi che più aggradano,
insomma fanno quello che vogliono.

Non propongo il ritorno al Partito "pesante" ma credo che si debba trovare modo di restituire alle comunità di base il potere di scelta. Primarie di migliaia o milioni di persone sono il contrario della democrazia. Si svolgono in silenzio precedute da comizi dei candidati. La democrazia è discussione delle situazioni, scelta,
valorizzazione del bene comune. Insomma, è il contrario del punto in cui siamo giunti dopo venti anni di riforme demolitrici di un sistema vecchio ma rispettoso della libertà e del diritto di partecipazione dei cittadini.

La democrazia è la capillare partecipazione di quanti vogliono partecipare al processo decisionale, elettivo,
politico.

Pietro Ancona


20 febbraio 2009

Paolo Ferrero : fallimento di una politica, non di un uomo

 

Il risultato delle elezioni sarde ha reso evidente il fallimento del progetto politico del Pd. Non l'errore di un leader, ma la crisi organica di un progetto politico che copre un arco temporale lungo. E' la strategia nata dal progetto occhettiano di scioglimento del PCI e caratterizzata da un progressivo spostamento al centro che si mostra fallimentare. Con questo fallimento occorre fare i conti in modo non propagandistico. Anche perché il risultato sardo colpisce pesantemente un'esperienza di governo che nel bene e nel male non rappresenta certo uno dei frutti peggiori del Pd. Anzi. Il centrosinistra ha fallito non per imperizia di qualche dirigente ma proprio perché il suo progetto politico non è in grado di prefigurare una via di uscita dalla crisi. Così, anche le cose buone fatte da Soru - penso alla legge sulla tutela del territorio - si sono ritorte contro un centrosinistra che non è riuscito a dare uno sbocco positivo al drammatico problema della disoccupazione. Anche la speculazione edilizia può essere vista come un'ancora di salvezza in una condizione in cui manca il lavoro.
La sconfitta sarda ci pone quindi il problema di fondo. Il centrosinistra è nato e cresciuto in simbiosi con la globalizzazione capitalistica. Di quella globalizzazione ha assunto le culture e i valori: dal liberismo temperato alla centralità dell'impresa. Di fronte alla crescente insicurezza sociale prodotta dal quel modello di sviluppo, insicurezza diventata vero e proprio terrore dentro la crisi economica, il centrosinistra non è stato in grado di dare alcuna risposta credibile. Al contrario la destra ha usato l'insicurezza sociale come un'arma per fomentare la guerra tra i poveri e costruire su queste basi il suo consenso. La destra, di fronte alla crisi ha detto: la coperta è corta, è bene che restino fuori i piedi degli altri, immigrati in primo luogo; se si deve sacrificare un po' di libertà e democrazia, pazienza. Su questo ha vinto la destra.
Di fronte alla crisi la destra propone uno sbocco barbarico. il Pd non ha proposto nulla. Nel suo ultimo piano contro la crisi non è nemmeno stato in grado di porre la questione della redistribuzione del reddito, che è con ogni evidenza il problema più grande che abbiamo dinnanzi.



In questa situazione è bene, a sinistra, evitare illusioni che vedo pericolosamente affacciarsi.
Da questa crisi non si esce con un cambio di leadership. Non è un problema di nomi, né è sufficiente, come al gioco dell'oca, tornare indietro di qualche casella, magari riscoprendo i Ds al posto del Pd. Il problema è che tutto il gruppo dirigente che ha operato per sciogliere il Pci si è identificato con la gestione della globalizzazione liberista ed è andato in crisi proprio nella crisi della globalizzazione.
Un anno e mezzo fa è saltato Prodi, oggi Veltroni, domani chi? Questa crisi strategica non si risolve con i giochi di sponda con le correnti interne al Pd o con qualche belletto. Questa crisi non si risolve nemmeno con una rinnovata intesa tra Pd e sinistra. Il fallimento dei due governi Prodi, così come la giunta di Soru è li a dimostrarlo. Quello che manca oggi non sono le relazioni tra le due sinistre o un nuovo centrosinistra. Quello che manca è la credibilità di una sinistra di alternativa che sappia elaborare e declinare credibilmente una proposta di uscita dalla crisi. Una proposta alternativa alle ricette liberiste e "riformiste". Per questo Rifondazione Comunista lavora alla costruzione di una sinistra di alternativa, anticapitalista e comunista, non subalterna alla crisi del Pd, capace di costruire con la Cgil, il sindacalismo di base, la moltitudine di comitati locali, l'opposizione sociale nel Paese. E formulare proposte che diventino parole d'ordine di massa: redistribuzione del reddito, ammortizzatori sociali per tutti, intervento pubblico nell'economia, rilancio del welfare. Si tratta di promuovere un movimento generale, consapevole che dalla crisi non si esce con i sacrifici, ma con la radicale messa in discussione degli attuali assetti di reddito e di potere.
Nessuna scorciatoia, quindi. Il gruppo dirigente del Pd non ha sbagliato linea, ma la strategia di fondo, da vent'anni a questa parte. Costruire un progetto e una sinistra alternativi a questa fallimentare strategia è il compito che noi di Rifondazione abbiamo dinnanzi, sul piano sociale, su quello culturale come su quello elettorale. Lavorarci da subito è tanto più necessario per costruire un punto di riferimento che alla crisi del Pd opponga una risposta in avanti, in Italia come in Europa.


17 febbraio 2009

Grazie Silvio

Non so se sia vero, credo che ritorni sui suoi passi.
Ma se è vero, grazie Silvio.
Avresti potuto tenerlo in vita e fare qualche inciucio a senso unico con lui. Avresti potuto ammazzare questo paese con il consenso di tutti i benpensanti, Ed invece vuoi tutto : questo paese lo vuoi distruggere non con una lenta eutanasia, ma in maniera drammatica ed esplosiva. Nel frattempo però hai fatto sì che nell'opposizione ci fosse una scansione, un equivoco fosse chiarito, un mito della comunicazione svanisse dinanzi ai suoi fedeli. E' bastato solo un anno e qualche mese. Grazie, Silvio per il tuo istinto da fighter, per la tua voglia di K.O. Ora dobbiamo cercare solo di non fare peggio di questo ridicolo e pernicioso personaggio.



Ah, scusa Water...ma VAFFANCULO, tu e chi ti ha tenuto in piedi e ti ha dato fiducia, chi ti ha permesso di sgretolare la Sinistra con il voto utile, chi ha pensato che eri il nuovo.
 


13 febbraio 2009

Il Vetrusconi : un modellino di generazione dell'ibrido

Berlusconi : "Cambieremo la Costituzione ! E' un retaggio sovietico !"
Veltroni: "No !
E' il fondamento dell'antifascismo Appoggiamo il Presidente Napolitano !"
Berlusconi : "
Non ho mai rinnegato la Costituzione, ma non è un moloch, può essere modificata..."
Veltroni: "La Costituzione è ancora molto attuale...
possiamo cambiarla, ma non snaturarla..."
Berlusconi : "
La Cgil è un ferro vecchio..."
Veltroni: "
La Cgil accetti la sfida delle innovazioni..."



Veltrusconi : "Adesso andiamo a fregare i lavoratori...uah uah uah..."


28 gennaio 2009

Carlo Magi : europee, verso l'inciucio Pd/Pdl. Sbarramento al 4% e sistema misto

 

Alle elezioni europee si andrà con uno sbarramento del 4%. Non è un annuncio ufficiale, non è una decisione raggiunta ma è sicuramente qualcosa di più di una possibilità. Perché ieri un vertice fra Pd e Pdl ha avvicinato molto le parti su questa posizione, perché sono giorni che i due partiti maggiori "inciuciano" sui temi di stretta attualità (federalismo, giustizia e Commissione di vigilanza Rai), perché sotto sotto il sogno di bipolarismo perfetto non è stato del tutto esaurito dalle scorse elezioni politiche.


Che fai, pensi ? Non è da te....

Solo due settimane fa il dibattito sulla riforma elettorale era tornato d'attualità e i nodi da sciogliere erano i soliti noti: lo sbarramento e soprattutto le preferenze. Sul primo versante il Pd ha da sempre caldeggiato il 3%, il Pdl il 5%. In medio stat virtus e il 4% metterebbe d'accordo tutti, Lega e Udc comprese. Chi rimane col cerino in mano? I cosiddetti piccoli, ossia tutti i partiti, a destra e sinistra, che con lo sbarramento hanno già dovuto fare i conti nel parlamento italiano. E infatti ieri non hanno fatto mancare alcuna voce nel coro di protesta che si è alzato un secondo dopo il lancio dell' Ansa che ipotizzava il "grande accordo". Da Paolo Ferrero, segretario del Prc, che attaccava frontalmente il Pd («Per un tale atteggiamento da parte del Pd di Walter Veltroni non ci sarebbe altra spiegazione se non relativa all'intenzione di colpire a morte le sinistre») a Francesco Storace che parlava di «norma canaglia che attenta alla democrazia», il fronte del "no" allo sbarramento si è schierato compatto. Prc, Sd, Socialisti, Verdi, Pdci (che con il presidente Diliberto sono tornati a chiedere a Ferrero l'unità dei comunisti) in trincea, sperando magari di trovare sponda in quella parte del Pd (D'Alema e Rutelli) che invece è contraria a intervenire sulle regole del gioco a gioco quasi iniziato. Certo è che se il 4% fosse confermato si riaprirebbero tutte le opzioni possibili per quanto riguarda le alleanze elettorali. Una carta che le sinistre hanno intenzione di giocare è quella delle giunte locali. Essendo quello del 6 e 7 giugno un election day che unirà europee e amministrative, se venisse cambiata la legge elettorale si andrebbero a ridiscutere anche le partecipazioni nei Comuni e nelle Regioni dove il Pd governa con quella che una volta era l'Unione.
C'è poi la questione delle preferenze che invece divide soprattutto Pd e Pdl (oltre all'Udc). L'idea di Berlusconi, ricalcando il "porcellum" nazionale è quella di andare con liste bloccate, ossia esclusivamente con candidati indicati dai partiti. Un'idea che non convince An né tantomeno il Pd che invece vorrebbe un sistema di preferenza, così come l'Udc. La forma su cui si starebbe ragionando è quella usata per eleggere i delegati del congresso Pdl: possibilità di liste bloccate ma anche preferenze, che sarebbero valide solo se maggiori rispetto alle schede con i candidati proposti dai partiti. Insomma, una bella matassa da sbrogliare nel più breve tempo possibile.


13 gennaio 2009

Sto con Rosetta !

Non mi illudo : l'asse Bassolino-Iervolino è una satrapia corrotta (magari con qualche eccezione individuale), un potentato locale. I rifondaroli vendoliani che cercano di ossigenare il morituro (vedi ad es. Giulio Riccio) sono parte integrante di questa satrapia. Ma Ferrero e Diliberto che si dissociano giustamente da questa esperienza sulla base del fatto che essa non ha niente a che fare con la Sinistra, comunque finiscono per appoggiare un'operazione del Pd nazionale che è ancora più discutibile ed oscura.
Come forse pochi sanno,
all'inizio l'allora Pds non caldeggiava la candidatura Bassolino a sindaco di Napoli, volendo un esponente di più basso profilo e più obbediente alla segreteria nazionale o una candidatura di alto profilo intellettuale e morale (come Aldo Masullo che adesso vorrebbe prendersi una rivincita), ma che costituisse alla resa dei conti un vello bianco (Masullo ad es. era maestro del discusso e acerrimo avversario di Bassolino e cioè Berardo Impegno che è stato il capo dell'ala liberal dei Ds a Napoli e cioè l'ala dell'attuale commissario del Pd Morando) che nascondesse pratiche amministrative di ben altro colore. Fu Rifondazione a volere Bassolino, che era il capo ambiguo della Terza mozione del Congresso che sancì la fine del Pci, ma che comunque era di ascendenza ingraiana (ricordo un suo dibattito con Pietro Barcellona all'Istituto italiano di studi filosofici) ed uno dei migliori uomini del Pds campano.  Infatti nei primi quattro anni si parlò di Rinascimento napoletano, Bassolino fu considerato il sindaco più amato dai suoi concittadini etc etc. Si trattava di ordinaria amministrazione e l'ordinaria amministrazione a Napoli è un miracolo. Ovviamente vennero poi le sfide vere, ma tra queste ci furono gli scontri tra Bassolino e i dirigenti nazionali dei Ds. Bassolino creò un alleanza ed un intreccio con rappresentanti del centrosinistra, intreccio di potere in cui entrarono De Mita, Mastella, la Iervolino e gli ex-socialisti (si pensi a Cardillo e Sarnataro) . Tale intreccio era solo l'effetto meridionale di quel processo di decentramento di compiti istituzionali che era il verbo leghista un po' sfumato dal centrosinistra settentrionale (si pensi a Bassanini, Cacciari, Bresso, Chiamparino, Penati, Errani).
Il fallimento sulla questione "monnezza" è il risultato del processo di corruzione causato da questo intreccio, ma è anche il fatto che da un lato Bassolino non si poteva inimicare la Sinistra radicale, dall'altro non poteva avocare quei poteri eccezionali che hanno consentito a Berlusconi di svuotare le strade dei centri cittadini (ma non quelle di periferia o extraurbane) dichiarando le discariche zona militare ( e togliendo così forza alla protesta). Il fatto che la corruzione e l'inefficienza campane siano state oggetto del can-can mediatico è per il resto il risultato di una precisa operazione politica. Quale ? 



P-p-p-passo dopo passo....sempre a schifìo siamo finiti...

A mio parere, il federalismo è il modo in cui si scaricheranno le contraddizioni sociali del sistema capitalistico italico, cioè lasciando il Meridione da solo con tutta la sua corruzione e la sua inefficienza. Perchè tale operazione funzioni però devono essere evitati tutti i protagonismi politici a Sud e si deve approfittare della strutturale alta corruzione dei processi politici meridionali per condizionare qualsiasi tentativo di progettualità politica e di autonomia decisionale del Meridione.
Tale operazione è fatta con l'alto avallo del
capocorrente della destra (del Pci, del Pds, dei Ds, del Pd) e cioè Giorgio Napolitano, che periodicamente fulmina la satrapia campana con i suoi comunicati e progetta un'Italia finalmente bipartisan che avvicini l'economia italiana al tanto amato capitalismo anglosassone (con tutti i suoi squilibri ben occultati da una patina di perbenismo old style)
Cosa sono i
Nicolais e i Iannuzzi infatti se non notabilato ben allineato, pronto in cambio di prebende a chiedere solo periodicamente l'elemosina e ad avallare un Italia a due velocità, con nuove gabbie salariali e previdenziali, con una continua osmosi tra poteri mafiosi, imprese ed istituzioni ? Perchè mai tra gli avversari più accaniti della satrapia campana c'è il sicario piddino del sistema di imprese che vuole impadronirsi anche dei servizi essenziali (es. la distribuzione idrica) e cioè la Linda Lanzillotta, memore della resa (almeno parziale e momentanea) di Rosetta al movimento che si opponeva a Napoli alla privatizzazione dell'acqua (movimento che era in parte lo stesso che non voleva l'inceneritore di Acerra) ?
Perchè a Bassolino e Iervolino non si rimprovera niente, se non la resa al movimento (il cui leader è
Padre Zanotelli) che meglio rappresenta a Napoli la Sinistra radicale. Un movimento tutt'altro che forte e strutturato, ma che tuttavia rallenta la digestione di questi coccodrilli.
Dunque non sto con Rosetta, ma la sua vana resistenza comunque mi diverte, perchè evidenzia l'ipocrisia farisaica di chi vuole sanzionarla e non ne ha nemmeno i titoli.




24 dicembre 2008

Auguri : Il 13 febbraio lo sciopero fa bis

 

Il 13 febbraio assisteremo a un evento inedito in Italia: i dipendenti pubblici e i metalmeccanici faranno in contemporanea il loro sciopero generale e insieme manifesteranno a Roma, contro altri due soggetti alleati, il governo e la Confindustria che dettano all'unisono «le regole di un nuovo modello sociale» e «approfittano della crisi per modificare i rapporti di potere nel paese. E' una risposta sindacale e politica a chi tenta di mettere i lavoratori privati contro quelli pubblici». Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, legge i rischi che si aprono dentro una crisi economica, sociale e politica devastante e ricorda alla Cgil, che il 22 riunirà il direttivo nazionale, che lo sciopero generale del 12 è solo una tappa di un lungo percorso di lotta: «Seguitare il confronto sulla riforma contrattuale sarebbe surreale, i lavoratori non lo capirebbero». La Cgil, aggiunge Rinaldini, «pur con i suoi problemi e le ammaccature, dentro un processo di liquefazione dell'opposizione politica rappresenta un baluardo democratico, un punto di tenuta e un riferimento per il disagio sociale del paese».


Al Capitale manca il cuore o il cervello ?


C'è appena stato uno sciopero generale della sola Cgil con manifestazioni in tutt'Italia di cui si è parlato pochissimo. Che giudizio ne dai?

Nonostante i problemi climatici oltre un milione di lavoratori ha manifestato a sostegno della nostra piattaforma per affrontare la crisi più pesante. Nei posti di lavoro lo sciopero è riuscito, la conferma paradossalmente viene dai grandi media che hanno oscurato la grande mobilitazione. Puoi star sicuro che se lo sciopero non fosse riuscito la notizia avrebbe riempito le prime pagine e aperto i telegiornali. Questo atteggiamento dei media pone un problema delicato: in una situazione così pesante di disagio sociale qualcuno potrebbe pensare che per fare notizia sia necessario compiere atti eclatanti. Non penso naturalmente al terrorismo ma a radicalizzazioni un po' disperate.

Come continua la lotta della Cgil contro le politiche economiche e sociali del governo?

Quello che ci hanno detto i lavoratori in decine di migliaia di assemblee è che bisogna dare una continuità alle iniziative di lotta perché lo sciopero del 12 non si riduca a una presenza di pura testimonianza. Abbiamo una grande responsabilità, accresciuta dalla crisi politica, in particolare delle forze di opposizione.

Siamo di nuovo al ruolo di supplenza politica della Cgil, di fronte al vuoto lasciato dalla liquefazione della sinistra?

Le dimensioni di questa crisi sono finalmente evidenti e nessuno potrà continuare ad accusare la Fiom di catastrofismo. Alla luce degli eventi politici di questi giorni e del clima che determinano credo che la Cgil sia un punto di riferimento per il disagio sociale del paese, persino un punto di tenuta della nostra democrazia minacciata. L'intreccio tra crisi economica e questione cosiddetta morale accentua il distacco della gente, dei lavoratori da questo mondo politico, determinando una miscela inquietante. Il voto abruzzese segnato dall'astensionismo rende credibili i sondaggi, secondo cui anche nelle regioni del nord starebbe letteralmente esplodendo la disaffezione al voto, in termini sconosciuti nella storia italiana del dopoguerra. Dobbiamo ribadire il ruolo di presidio democratico della Cgil che viene caricata di un significato generale, non certo per responsabilità della Cgil, ma perché essa rappresenta l'unica organizzazione di massa e il principale ostacolo alle scellerate scelte di politica economica del governo e della Confindustria.

Lo sciopero del 12 ha messo sotto accusa le politiche di Berlusconi: quelle di Confindustria sono forse migliori?

E' vero che in primo luogo la critica era rivolta al governo. Ma oggi le scelte governative e quelle confindustriali sono inscindibili perché hanno in mente la stessa ipotesi politico-sociale. Hanno un obiettivo esplicito, come dimostra la moltiplicazione degli accordi separati che ormai, dall'industria al pubblico impiego, riguardano l'80% dei lavoratori italiani. L'obiettivo è l'isolamento della Cgil, che con le sue iniziative di lotta ha aperto una nuova fase. Il messaggio è «o stai dentro il modello a cui tendono Berlusconi e Macegaglia o sei fuori».


A chi parla lo sciopero congiunto che avete deciso con la Funzione pubblica per il 13 febbraio? Alla Cgil?

No, lo sciopero generale di otto ore con manifestazione congiunta a Roma di meccanici e pubblici era già stato deciso per il 12 dicembre, poi venne rinviato in seguito alla decisione confederale di fare in quella data uno sciopero generale di tutte le categorie. L'averlo riconfermato serve a dare continuità alle iniziative di mobilitazione della Cgil. La situazione economica e sociale del paese sta precipitando rapidamente e le risposte politiche sono, prima che inadeguate, sbagliate. Due esempi: il documento riservato della Confindustria apprezzato dal governo e che il manifesto ha pubblicato, sul testo unico sulla sicurezza è vergognoso, e l'attacco alle pensioni avviato con la pretesa di alzare a 65 anni l'età per le lavoratrici lascia intendere un'aggressione a tutto campo agli accordi del 23 luglio sul welfare. Vogliono mettere mano ai coefficienti e ai lavori usuranti per stringere le maglie. Come ci attrezziamo ad affrontare questa emergenza? Secondo noi, tenendo insieme le misure di emergenza contenute nella nostra piattaforma - blocco dei licenziamenti, estensione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori e sospensione della Bossi-Fini - e la lotta contro chi approfitta della crisi per disegnare i profili di un nuovo modello sociale, rendendo strutturale la precarietà, cancellando l'articolo 18, utilizzando lo strumento dei sussidi di disoccupazione. In questo contesto, l'iniziativa unitaria con la Funzione pubblica è tesa a impedire la rottura a cui lavora il governo tra dipendenti pubblici e privati, utilizzando ora gli uni ora gli altri per abbattere i diritti di tutti. Gli accordi separati, infine, mettono al centro della nostra discussione l'esigenza di definire nuove regole sulla democrazia e la rappresentanza.

Ha ancora senso parlare di un tavolo di trattativa con la Confindustria sulla riforma del sistema contrattuale?

Non ha alcun senso. Attraverso gli accordi separati governo e Confindustria stanno cancellando il valore universale dei contratti, cioè l'universalità dei diritti. Puntano a trasferire ogni materia relativa al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali agli enti bilaterali, in una logica fondata sui patti corporativi, per cui le imprese devono essere negli enti bilaterali e i lavoratori devono iscriversi ai sindacati firmatari. Nell'emergenza vogliono ridisegnare il modello sociale e per la Cgil questo non può essere un terreno di confronto.

Come pensi che un sindacato, per quanto forte e rappresentativo, possa sperare di strappare modifiche importanti senza sinistra e di fatto senza opposizione nel parlamento?

Rovescio la tua domanda: per riaprire una vera discussione politica sui processi in atto è essenziale un ruolo centrale e una tenuta della Cgil. Il percorso opposto non è più possibile
.


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