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26 novembre 2009

Geraldina Colotti : I piani di Washington attraverso Bogotà

 

L'Honduras non diventerà «il nuovo Afghanistan» dell'America latina, ha scritto il giornale El soberano, vicino alla resistenza antigolpista, denunciando le manovre esterne sulla crisi del paese. Per far pressione sui lavoratori - accusa il Fronte di resistenza contro il colpo di stato - gli imprenditori ricattano i dipendenti, minacciando di licenziarli se non mostreranno il dito sporco d'inchiostro dopo le previste elezioni-farsa del 29 novembre (in Honduras si vota con l'impronta). Tramite un'organizzazione padronale, l'usurpatore Roberto Micheletti, protagonista del colpo di stato del 28 giugno, avrebbe già reclutato «osservatori» fra le organizzazioni di estrema destra di ogni paese: «Arriveranno dagli Stati uniti, dall'Europa, dal Cile, dall'Argentina, dalla Colombia e dal Centroamerica». Lo ha assicurato Amilcar Bulnes, presidente del Cohep, il Consiglio honduregno delle imprese private, sulle pagine del quotidiano La Prensa (il cui proprietario è il magnate honduregno Jorge Canahuati, detto «Pepsi»). Per la supervisione di un processo elettorale che deve «instaurare un clima favorevole agli investimenti» sono attesi anche gli ex presidenti Alvaro Arzu (del Guatemala), e Alfredo Cristiani (del Salvador).
Al momento, gli «osservatori» reclutati sarebbero già fra i 300 e i 500, da aggiungere a quelli inviati dall'organizzazione neonazista Uno America e a diversi esponenti della Rete latinoamericana e dei Caraibi per la libertà: un'emanazione della Fondazione libertà, finanziata dalla statunitense National Endowment for Democracy (Ned), e dalla Fondazione per l'analisi e gli studi sociali (Faes), dell'ex capo del governo spagnolo José Maria Aznar. La Uno America, legata alla Cia come l'onnipresente Ned, è accusata dalla Bolivia di aver avuto una parte nel tentativo di assassinio del presidente Evo Morales.



Che la partita del piccolo Honduras non fosse questione interna al paese, lo ha dichiarato il capo dell'esercito golpista, Miguel Angel Garcia, subito dopo il colpo di stato: «L'Honduras e le sue forze armate hanno bloccato i piani espansionistici di un leader sudamericano per imporre un socialismo mascherato da democrazia fin dentro gli Stati uniti», ha detto in televisione. E il riferimento era evidentemente al presidente del Venezuela, Hugo Chavez. D'altro canto, nonostante le dichiarazioni pro-Zelaya del presidente Usa Barack Obama, a orientare la delegazione golpista durante gli incontri che si sono tenuti a San José, in Costa Rica, sotto l'egida paludata di Arias, il 9 luglio, c'erano due consiglieri statunitensi: Bennet Ratcliff (che avrebbe addirittura stilato le proposte degli usurpatori) e Lanny Davis (regista della campagna elettorale di Hillary Clinton contro Obama, prima della cooptazione).
Il lupo perde il pelo ma non il vizio - dichiarano a proposito del Pentagono i paesi progressisti dell'America latina. Secondo Venezuela, Bolivia ed Ecuador, Washington starebbe ridistribuendo le carte per una nuova egemonia sul suo ex «cortile di casa», muovendo vecchie e nuove pedine. Cardine di questa nuova strategia, l'accordo militare fra Colombia e Stati uniti, che mira a stoppare il processo di integrazione latinoamericana e ad approfondire la divisione fra tre blocchi regionali: uno di destra, capeggiato da Perù e Colombia, un altro «socialdemocratico» formato da Brasile,Cile, Argentina e Uruguay (fino a prova contraria, visto il secondo turno elettorale del 29 novembre); e un terzo asse composto dai paesi dell'Alba (l'Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America) composto da Cuba, Bolivia, Venezuela, Ecuador. Paesi contro i quali, dopo l'accordo per l'installazione di 7 basi Usa concesso da Uribe, Washington avrebbe ripreso a ordine piani destabilizzanti attraverso Bogotà. In prima linea, il Dipartimento amministrativo di sicurezza (Das) un organismo di spionaggio politico che dipende direttamente dal presidente della repubblica.
Nella Colombia del narcotraffico e dei paramilitari, che vanta il triste primato mondiale degli assassini di sindacalisti e difensori dei diritti umani (circa 200 all'anno), anche il Das ha potuto agire indisturbato, impastando - come hanno dichiarato i suoi funzionari nei processi e davanti alle commissioni internazionali - in complotti politici, torture e assassinii. Dopo l'arresto di due membri del Das, il governo venezuelano ha recentemente mostrato in pubblico documenti che attesterebbero piani eversivi targati Washington e Bogotà ai danni di Venezuela e Ecuador: il piano Falcon e Salomon. Il piano Felix, invece, riguarderebbe Cuba, e l'infiltrazione di spie e sobillatori mediante l'invio di falsi studenti alla Scuola latinoamericana di medicina, fra le migliaia che Cuba accoglie ogni anno per offrire loro istruzione gratuita.
Base d'appoggio, le zone ricche del Venezuela come lo stato di Zulia, dove il processo di «balcanizzazione» fomenta le spinte separatiste. Le Basi Usa in Colombia - ha detto Evo Morales - servono a costruire «Guantanamo» anche in America latina. E L'Ecuador - pur avendo ripreso le relazioni con la Colombia, interrotte dopo l'attacco militare compiuto ai danni della guerriglia colombiana delle Farc sul suo territorio - ha votato in parlamento una mozione di rifiuto dell'accordo militare Usa-Colombia. E in Venezuela, mentre si manifesta contro le basi Usa, Chavez invia carri armati e truppe al confine con la Colombia.


16 luglio 2008

Petrolio a Cuba ?

 

«È imminente la battaglia per il petrolio cubano» titola El Nuevo Herald. Per la verità, la versione spagnola del Miami Herald, da mesi agita lo spauracchio di piattaforme petrolifere - magari con la bandiera rossa cinese - che estraggono greggio nel Golfo del Messico. O peggio nello stretto di Florida, nella cosiddetta Zona economica esclusiva (Zee) di Cuba a un tiro di schioppo da Key West (o Cayo Hueso, in spagnolo).
L'allarme è stato lanciato l'anno scorso quando le esplorazioni condotte da varie compagnie petrolifere internazionali per conto del governo cubano hanno confermato l'esistenza di giacimenti di greggio off-shore. Sulla quantità e qualità del petrolio intrappolato nel sottosuolo del Golfo del Messico si era scritto molto, ma accertato poco. Fino a quando, la scorsa estate, un rapporto del Servizio geologico degli Stati uniti riferiva di riserve petrolifere valutabili tra i 4.5 e 9 miliardi di barili e di 10 miliardi di piedi cubici di gas. «In pochi anni Cuba potrebbe produrre 525.000 barili al giorno di greggio e diventare una nazione esportartrice», ha dichiarato Jorge Piñón esperto di questioni petrolifere dell'Università di Miami. Attualmente Cuba consuma 140.000 barili al giorno di petrolio, 92.000 provenienti dal Venezuela e acquistati a un prezzo «politico» al di sotto dei 30 dollari al barile.
«E' la vendetta di Castro», aveva ammesso la rivista Fortune. Ironia a denti stretti. Perché è proprio il greggio che rischia di mettere in crisi l'embargo - il boicottaggio statunitense contro Fidel che, dal 1962, costituisce il caposaldo della politica di Washington nei confronti della revolucion. Un mare di petrolio, in una fase storica in cui i prezzi dell' «oro nero» vanno alle stelle. Insomma, una bonanza petrolifera, nelle mani del governo cubano.
Il trattato firmato fra Usa e Cuba nel 1977 prevede infatti che il «confine» marittimo tra i due Paesi divida esattamente a metà le acque dello stretto di Florida (90 miglia nel punto più stretto). Però, le società petrolifere americane non possono perforare nella piattaforma continentale della Florida in base a una moratoria - almeno fino al 2010- decisa da una legge federale. Così, le majors statunitensi masticano fiele all'annuncio che il consorzio spagnolo Repsol-YPF sta per iniziare a perforare - nei primi mesi dell'anno prossimo, conferma il ministero dell'Industria basica dell'Avana- in acque profonde cubane del Golfo del Messico per mettere in produzione i giacimenti di greggio e gas naturale accertati già da due anni. La Repsol-YPF, dal 2006 è associata con la norvegese Norks-Hydro e l'indiana ONGC.
La situazione potrebbe diventare ancora più difficile da digerire per gli Usa. Infatti altre sei compagnie, compresa la cinese Sinopec, hanno firmato accordi con la cubana Cupet e potrebbero seguire le orme degli spagnoli in altri «blocchi» (vedi cartina) già assegnati nell'off-shore cubano. E' anche probabile - dopo l'avvicinamento tra l'attuale presidente Raul Castro e il brasiliano Lula - che al business partecipi la potente Petrobras (che ha esperienza in perforazioni in acque profonde e non dipende dalla tecnologia statunitense).
La possibilità di piattaforme «aliene» operanti a un tiro di schioppo da Key West dall'anno scorso agita le acque politiche al Congresso. Un senatore democratico, Byron Dorgan, e un suo collega repubblicano, Larry Craig, hanno proposto un progetto di legge per l'energia (Safe Energy Act) che contempla un allentamento dell'embargo, di modo che le compagnie petrolifere americane possano partecipare all'estrazione del greggio in acque cubane.
L'azione dei due senatori -«ispirati» soprattutto da Exxon-Mobil - ha avuto l'appoggio di alcuni deputati degli Stati del Midwest e dell'Ovest, i quali rappresentano gli interessi di un agro-business da anni interessato, e parzialmente impegnato, a vendere i propri prodotti a Cuba. La loro argomentazione è che l'embargo si è dimostrato inutile politicamente mentre «ha tenuto lontano compagnie americane da un mercato potenzialmente lucrativo».
L'Avana non ci ha pensato due volte a sfruttare la breccia. Il delegato commerciale a Washington, Ernesto Placensia, nel marzo dello scorso anno aveva annunciato che, qualora fosse stato tolto il divieto per le aziende americane di fare business con Cuba, sarebbe stato loro riservato lo stesso trattamento già concesso ai Paesi che non accettano l'embargo Usa.
La reazione dei politici della Florida - tutti a caccia dei voti della diaspora cubana in maggioranza anti-castrista- non si erano fatti attendere. Il senatore repubblicano Mel Martinez ha presentato un emendamento al Safe Energy Act che prevede il divieto di perforare entro 150 miglia dalle coste sud della Florida e sanzioni economiche e legali (il rifiuto del visto per gli Usa) contro «persone o compagnie che investano nell'industria petrolifera cubana». Il suo collega democratico Bill Nelson è autore di un progetto di legge che vieta al presidente Bush di rinnovare il trattato del 1977, qualora i cubani iniziasero a perforare. La deputata Ileana Ros-Lehtinen, una delle più ultrà, ha aggiunto la proposta di imporre sanzioni a compagnie associate a multinazionali Usa che investano più di 1 milione di dollari nello sviluppo petrolifero cubano e a congelare i fondi di compagnie straniere che partecipino alle perforazioni nella Zee.
Ormai, però, è iniziata una corsa contro il tempo. La Repsol-YPF ha procrastinato l'inizio delle attività off-shore nel Golfo del Messico previste per quest'anno all'inizio del 2009, motivando la decisione con la scarsezza di piattaforme marine in un periodo di grande ricerca di greggio e con il loro alto costo di affitto (332.000 dollari al giorno). Ma di fatto attende il cambio della guardia alla Casa bianca, con la possibilità (e la speranza) che Barak Obama, se eletto presidente, possa raccogliere la mano tesa ben due volte da Raul Castro e decida di ammorbidire l'embargo contro Cuba. I giacimenti della Zee sono circa sei miglia sotto la superfice del mare, difficile per la Repsol perforare a queste profondità senza far ricorso a tecnologie Usa. E dunque senza scontrarsi con l'embargo, come afferma il professor Benjamin-Alvaro dell'Università del Nebraska.
«L'industria petrolifera cubana off-shore è destinata a convertirsi in un catalizzatore delle relazioni tra Washington e L'Avana», ha dichiarato al Miami Herald Jorge Piñón.
Puntualmente, il presidente Bush nei giorni scorsi ha inviato al Congresso una proposta per mettere fine alla moratoria per le perforazioni nella piattaforma continentale degli Usa (soprattutto in Florida e in Alaska). Anche il candidato repubblicano McCain si è detto favorevole a perforazioni in acque costiere americane. Ovviamente, è sceso in campo pure il vice-presidente Cheney, gran lobbysta dei petrolieri statunitensi. Parlando due settimane fa alla Us Chamber of Commerce, Cheney ha usato l'artiglieria pesante: «Si sta estraendo petrolio a 60 miglia dalla costa della Florida. Ma non siamo noi a farlo. Sono i cinesi in cooperazione col governo cubano... Ma il Congresso ha detto no a perforazioni di fronte alla Florida, no a estrarre petrolio dai nostri mari».
Falsità, perché, per ora, la Sinopec ha un accordo solo per trivellare on-shore a Est dell'Avana (da qualche mese una grande torre per perforazioni è operativa a Cojimar, l'ex villaggio di pescatori reso famoso dal "Vecchio e il mare" di Hemingway). Ma falsità utili, perché l'eterno vulnus con Castro è usato da Cheney per una campagna contro i vincoli federali che vietano di estrarre greggio da zone protette, come l'Artic National Wildlife Refuge in Alaska, dove -secondo Cheney- «vi sono riserve di greggio comparabili a quelle del Golfo del Messico; e nemmeno lì possiamo perforare».
In piena campagna presidenziale, dove i voti della Florida pesano molto, viene dunque posto sotto tiro l'accordo con Cuba sulle acque territoriali firmato durante la presidenza Carter nel 1997, ma mai ratificato dal Senato Usa e mantenuto in vigore mediante uno scambio di lettere annuali tra Washington e l'Avana. Si tratta però di iniziative soprattutto politiche in riferimento alla battaglia presidenziale per aggiudicarsi i delegati della Florida ( è di alcuni giorni fa la notizia che Obama sarebbe ora in vantaggio anche nella comunità latina dello Stato). «Cuba inizierà a perforare, questo è chiaro a tutti», ha dichiarato al Miami Herald Philip Peters, analista dell'Istituto Lexington. «Mi sorprenderebbe  - ha aggiunto- se la Casa bianca denunciasse l'accordo sulle frontiere marittime con Cuba, perché creerebbe un caos legale, visto che sulle stesse basi si decisero le frontiere marittime con il Messico e le Bahamas>.
Ecco perché i tempi stringono e «sta per iniziare la battaglia per il petrolio cubano».

(Guillermo Moldor)


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10 marzo 2008

La guerra di Uribe

 Alvaro Uribe è il solo bastione rimasto - insieme forse al Messico di Felipe Calderon - di ciò che una volta gli Stati uniti chiamavano il cortile di casa. Il suo è il solo governo ancora disposto a qualsiasi cosa per mantenere l'antico rapporto con il padrone di casa. Ora vuole trascinare Chavez davanti al Tribunale penale internazionale per «genocidio», nientemeno (sarà forse il caso di avvertirlo che gli Usa, a differenza di quasi tutto il resto del mondo, non riconoscono quel tribunale). Circondata da vicini slittati a vario titolo fuori dall'orbita di Washington, la Colombia di Uribe resta un alleato di ferro, e mentre l'intera l'America latina - persino il mite Lula - manifesta la sua ira per il blitz, è George Bush il solo a battere sulla spalla del presidente colombiano e condannare a gran voce i suoi critici. In nome della guerra.
Finché c'è guerra c'è speranza, e quella di Uribe è un'altra rielezione alla presidenza. Sarebbe la terza e servirebbe un ritocchino alla costituzione, il genere di cose che in Occidente fanno urlare al liberticidio e alla confisca della democrazia quando sono pensate da Chavez o da Evo Morales, ma non smuovono alcun fremito se eseguite dall'ultima stampella nordamericana del continente.
E mentre gli Usa plaudono ai suoi blitz un'Europa codarda «incoraggia le parti al dialogo», denunciando timidamente il peccato ma giammai il peccatore. Non ci smuoveranno, a noi europei, qualche altro migliaio di colombiani morti ammazzati. Ma Ingrid Betancourt sì, quella ci toccherà nel profondo. Uribe la vuole morta e se si impegna ancora un po' ci riuscirà. Forse allora, ma forse, ci renderemo conto che laggiù c'era una guerra. E capiremo chi la voleva.

(Roberto Zanini)


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6 marzo 2008

La questione Farc

 

A Bogotà nel piazzale del Canton Norte, la caserma più importante e famosa del paese, il presidente Alvaro Uribe circondato dall'intero vertice militare, definisce «eroe» il soldato professionale Carlos Hernández, unica vittima colombiana dell'incursione in territorio ecuadoriano successiva all'attacco aereo dell'accampamento guerrigliero di sabato scorso. A Caracas il presidente Hugo Chávez decreta un minuto di silenzio in omaggio al «rivoluzionario conseguente» Raúl Reyes, la vittima più importante del bombardamento descritto come un «codardo assassinio».
Accanto a Uribe stanno idealmente gli Usa, che gli hanno, tra l'altro, fornito la tecnologia e le bombe usate per individuare l'accampamento e ammazzare i guerriglieri che vi dormivano, l'Unione Europea che, con l'obiettivo della «governabilità», continua a finanziare il suo governo, qualche sparuto paese latinoamericano come il Perù, la stampa colombiana, mai così allineata come adesso, e, pur con qualche distinguo e imbarazzo, tutto lo schieramento politico, compreso il principale movimento d'opposizione, il Polo Democratico Alternativo.
Accanto a Chávez, stanno Rafael Correa, chiamato direttamente in causa dalla spregiudicata invasione del suo territorio, e i leader della gran parte dei paesi dell'America Latina, sia del blocco più radicale che gli altri più moderati, come il Brasile e l'Argentina.
Il pomo della discordia sono le Farc. Quando si parla di Colombia, il nocciolo della questione è sempre la definizione del suo principale protagonista armato: forza belligerante d'origine politica o banda di terroristi o di narco-terroristi. L'Occidente ricco è solito usare disinvoltamente «due pesi e due misure», evocando valori etici e giudizi morali, sull'esclusiva base dei propri interessi economici. È vero: le Farc assomigliano poco, ad esempio, ai rivoluzionari cubani della Sierra Maestra, ai sandinisti del Nicaragua e, ancora meno, agli zapatisti messicani, avendo troppe volte usato gli stessi metodi del nemico, contribuendo a imbarbarire la guerra civile interna. Ma basta per definirle «terroriste»? E perché, allora, non dovrebbe essere definito «terrorista» lo Stato colombiano che, direttamente attraverso il suo esercito o indirettamente attraverso i suoi sicari paramilitari, ha realizzato dalle tre alle cinque volte (secondo le statistiche ufficiali di Onu, Amnesty e di altri organismi internazionali degni di fede) più omicidi e massacri delle Farc? E lo ha fatto non per una criminale superficialità, ma con una carneficina scientifica, favorita, mascherata e mantenuta impunita da un apparato repressivo, giudiziario, burocratico e informativo ben articolato. Oltretutto, in un'orgia di sangue, che non ha risparmiato donne e bambini, fatta di squartamenti, decapitazioni, torture scientifiche (imparate nelle accademie statunitensi di Fort Gulick e Fort Benning) fino ad episodi di cannibalismo.
Sebbene una grande e generalizzata barbarie non ne giustifichi una più limitata e sporadica, è legittimo chiedersi perché tanti e decisi detrattori delle Farc ignorino o siano ciechi rispetto al terrorismo statale e parastatale.
Riconoscere un carattere politico al conflitto colombiano e definire le Farc «forza belligerante», trattandole come interlocutori è una tappa obbligata se si vuole far finire il bagno di sangue in atto da mezzo secolo, ma anche se si vuole realizzare lo scambio di prigionieri, che libererà anche Ingrid Betancourt, l'unica vittima del conflitto colombiano che sia riuscita a commuovere l'Occidente ricco.
Ed è anche un gesto d'onestà intellettuale che non esclude il diritto alla critica e non ha nulla a che vedere con l'appiattimento di qualche patetico tifoso di casa nostra, più «fariano» delle stesse Farc.
Hugo Chávez, così come molti altri leader latinoamericani, lo sa bene. Ed è per questo che, con la franchezza e anche l'irruenza che lo contraddistinguono, ha gettato il sasso di quel miscuglio stagnante d'ipocrisie e ignoranza, nel quale sguazzano e si nutrono quanti, da Washington a Roma e passando Bruxelles e Bogotà, sono abituati a rimuovere la realtà, a raccontare balle e a finire per credere alle proprie balle. Tranne, poi, non capire perché, in giro per il mondo e anche in Colombia, si vincano soltanto negli episodi delle «guerre asimmetriche». Come quello, ad esempio, che ha provocato la morte, a due passi dal rio Putumayo, di Raúl Reyes.


(Guido Piccoli)


3 marzo 2008

La Betancourt meglio morta che viva

 Evidentemente anche Chavez sa che la situazione della Betancourt è precaria. Se c'è un uomo in grado di arrivare alla sua liberazione, quello è il presidente venezuelano, che è riuscito a farsene consegnare 6 nel giro di un mese bypassando l'ostracismo del colombiano Alvaro Uribe. Uribe non vede certo di buon occhio il protagonismo di Chavez sul problema degli ostaggi. Le Farc hanno già fatto sapere che le liberazioni «gratis» sono finite: d'ora in poi se «scambi umanitari» ci saranno dovranno essere concordati e Uribe dovrà rassegnarsi ad accedere alle condizioni poste dalle Farc: la smilitarizzazione di due località del sud-ovest della Colombia per 45 giorni. Uribe ha già ribadito il suo no perché questo implicherebbe un riconoscimento politico di quelle che lui (scioccamente seguito da Usa e Ue) considera e vuole sia considerato solo «un gruppo terrorista». 



Questo fa temere per la Betnacourt e le altre centinaia di persone in mano alla guerriglia, di cui sembra importare molto meno. Perché è vero che la nazionalità (anche) francese e l'interesse della Francia la rendono un ostaggio molto prezioso, ma allo stesso tempo nel gioco cinico di tutte le parti in causa la sua morte potrebbe anche apparire più vantaggiosa della sua liberazione. Se fosse liberata tutti i meriti andrebbero a Chavez. Se morisse Uribe potrebbe gettare tutta la colpa sulle Farc. La vita di Ingrid è legata a un filo.


3 marzo 2008

Venezuela e rivoluzione digitale

 

Che il continente latino americano fosse attraversato da una "primavera democratica" negli ultimi anni, era cosa nota. Che questo risveglio fosse accompagno da una serie di esperimenti di modelli sociali ed economici nuovi grazie all'uso di tecnologie digitali, molto meno. Ad aprire una finestra su questo fenomeno ci ha pensato lo scorso 21 febbraio un seminario organizzato a Roma dalla Direzione generale Società dell'informazione della Commissione europea e dedicato ai rapporti tecnologici tra Europa e Venezuela (tutti i materiali su www.ecoysol.org). Un evento che ha gettato uno squarcio non solo su cosa sta facendo il Paese per sviluppare una propria via alla cosiddetta società dell'informazione, ma anche quali approcci e principi la stanno ispirando. A cominciare da quelli dell'indipendenza e della sovranità nell'accesso alle tecnologie, che hanno spinto il governo di Hugo Chavez ad emanare , nel 2000, un decreto per rendere la diffusione della connessione a internet un «politica prioritaria per lo sviluppo culturale, economico, sociale e politico». Scelta rafforzata nel 2004 con l'obbligo per tutte le amministrazioni pubbliche di usare software libero, vale a dire programmi con codice aperto e dunque liberamente modificabili e non soggetti a licenza come, per esempio, quelli di Microsoft. Una scelta un po' calata dall'alto dove non sono mancate le difficoltà con le comunità di sviluppatori che si sono dovute confrontare all'improvviso con il problema di fornire assistenza per i bisogni di un'intera nazione. «All'inizio il governo è venuto da noi chiedendo servizi - spiega al manifesto Hector Colina, di Software libre Venezuela, associazione per la diffusione del software aperto - abbiamo dovuto spiegare che una comunità è una cosa diversa, programma per diletto ed usa software libero perché la libertà non è negoziabile. Per questo abbiamo organizzato delle cooperative, ma facciamo ancora fatica perché il governo ha progetti importanti che magari non sono disponibili online». Eppure il processo non si è fermato, anzi è stato spinto personalmente dallo stesso Chavez che lo ha messo al centro dei suoi discorsi («La conoscenza è universale come la luce del sole») e da alcuni enti che stanno guidando i progetti valorizzando le buone pratiche. Come quella di Hidrobolivar, un'impresa pubblica che gestisce l'acqua potabile su un territorio di 240 mila km quadrati nel sudovest del Paese. «Il nostro obiettivo - ci racconta Francisco Quivera, presidente dell'azienda - è fornire un servizio di alta qualità, ma a prezzi bassi. Utilizzare il software libero ci ha permesso di poter contare su piattaforme tecnologiche più efficaci e governabili. Oggi il 100 per cento dei nostri server e della nostra telefonia è usa programmi di questo tipo, il 40 per cento dei Pc usa Linux (popolare sistema operativo open source, ndr) e tutti gli altri hanno OpenOffice, suite per la produttività in ufficio gratuitamente scaricabile da internet. In questo modo abbiamo risparmiato 300 mila euro». Del resto, che le tecnologie abbiano un peso nei modelli economici e nella vita democratica di un Paese, in Venuezuela lo hanno capito bene in occasione degli scioperi che bloccarono il paese nel gennaio 2003. La compagnia petrolifera di stato Pdvsa aveva affidato i suoi servizi informatici ad Intesa, azienda la cui maggioranza era nella mani dalla statunitense Saic, che fornisce servizi anche al governo Usa. Durante lo sciopero, Intesa cambiò le chiavi di accesso ai sistemi, bloccando la produzione fino a quando non intervennero alcuni hacker. Un fatto determinante per l'approvazione del già citato decreto del 2004 e che ha fatto capire a Chavez l'importanza della sovranità nazionale nell'accesso alle tecnologie. Un aspetto chiave che in America latina aveva già avuto un precedente tanto significativo quanto doloroso. Non tutti lo sanno, ma sotto Allende, fu sperimentata la prima rete informatica nazionale al mondo grazie a 500 telex, il nonno del fax, sparsi in tutto il Paese e collegati ad una sala della Moneda, il palazzo presidenziale, da dove potevano comunicare in tempo reale. Si chiamava progetto Cybersyn (www.cybersyn.cl) e fu ispirato dalle teorie dell'accademico inglese Stafford Beer, applicate in Cile da Fernando Flores e Raul Espejo, due giovani innamorati della cibernetica. «Volevamo un sistema che permettesse di coordinare la produzione a livello centrale grazie a processi di autogoverno che partivano dal territorio», ci racconta oggi Espejo, anch'egli presente a Roma. «Durante lo sciopero del dei commercianti e dei camionisti del '72 che bloccò il Paese, questa rete fu usata dai lavoratori per passarsi informazioni sulla logistica e la produzione, per aggirare i blocchi, dimostrando che era possibile sviluppare un tessuto produttivo in cui ogni cellula, se messa in grado di farlo, produce relazioni, quindi conoscenza e processi di autorganizzazione». Un concetto pioneristico all'epoca, che fu poi spazzato dai bombardamenti di Pinochet, ma che oggi ha un peso in quelle teorie sulle società complesse che immaginano lo sviluppo come un processo multi-stakeholder, ovvero di coinvolgimento orizzontale di tutti i portatori di interesse. Un concetto che il Venezuela sembra voler tenere a mente, in questa sua via sperimentale e digitale al socialismo del XXI secolo, come spiega Jose Castro, del Centro Nazionale di Sviluppo e Ricerca nelle Tecnologie Libere: «Per molti anni eravamo stati relegati al ruolo di consumatori in una società dell'informazione imposta da fuori. Oggi siamo impegnati a costruire un modello che si domanda a quali bisogni locali deve rispondere, con quale capacità di controllo e arricchimento proveniente dalla nostra cultura. Solo così possono nascere dinamiche sociali che creano nuova conoscenza, dove le tecnologie non servono a mediare ma a favorire i processi che nascono spontaneamente e in modo solidale».

(Marco Trotta)


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permalink | inviato da pensatoio il 3/3/2008 alle 2:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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