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15 marzo 2008

Dal 1968 : un monarca per favore

 

Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata.
Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea» astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento.
Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta «facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente «premio di maggioranza», decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi della politica», producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la «pericolosità sociale» come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata «la transizione italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.

(Rossana Rossanda)


29 febbraio 2008

Il Sessantotto secondo Augusto Illuminati

 Oltre questi paradossi, è questo il punto in cui esplode il genio ironico di Illuminati: egli andrà ad analizzare, per restituircelo, «il lato oscuro» della forza del '68, quello cioè che è impossibile recuperare da parte dei reazionari. Il lato oscuro: che cosa significa allora? Il lato selvaggio, la potenza di quell'esperienza: quegli anni non vanno misurati in termini di realizzazione storica ma piuttosto in termini di esodo dall'assetto politico che l'Italia aveva trovato dopo la caduta del fascismo. Che cosa significò allora esodo? «Immaginare il comunismo come esperienza presente più che progetto per tappe o bel sogno futuro può condurre a disastri o coprire peregrine velleità esistenziali, ma testimonia altresì in forma intensa la potenza cooperativa consapevole in cui la singolarità si reindividua socialmente in una crisi sistemica. Spinoza ce ne aveva già parlato con il termine equivalente di eternità».

Una vicenda inconclusa? Certamente, se si guarda alla crisi del sistema politico, ci dice Illuminati. Due generazioni tolte di mezzo, ideologie pietrificate, corruzione al posto dell'innovazione: ecco gli effetti perversi del tentativo reazionario di cancellare l'anomalia italiana. E se si guarda poi al progetto ed alla speranza di emancipazione, «qui l'inconcluso del '77 coincide con l'oscura sensazione che il comunismo non sia un concetto andato a male, che insomma nos aeternos esse». Grazie: così si capisce infine che cosa sia l'oscuro lato della forza. È quello che anche il mio bisnonno forse voleva esprimere.

(Toni Negri)


29 febbraio 2008

Il Sessantotto secondo Marco Revelli

 

Valle Giulia. Era il primo marzo del 1968. La rivolta degli studenti arrivava per la prima volta sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Per la verità il Sessantotto italiano era incominciato qualche mese prima, già dalla fine del '67, quando erano state occupate prima la Cattolica di Milano - un vero e proprio sacrilegio -, poi Palazzo Campana a Torino. Ma le notizie erano rimaste confinate nelle pagine locali. C'erano volute le cariche della polizia in assetto da combattimento, le camionette rovesciate, il fuoco e le pietre, gli arresti e i feriti, perché il sistema dei media si accorgesse della cosa. C'era voluta, insomma, la violenza perché il Sessantotto diventasse un evento mediatico. Le riflessioni sofferte dei cristiani ribelli di Milano, i controcorsi di Torino, più di un mese di studio collettivo e autogestito da parte di centinaia di giovani in rivolta mentale, le «tesi della sapienza» di Pisa, non avevano ricevuto nessuna attenzione al di fuori degli ambienti universitari in sommovimento, né da parte della politica, né da parte dell'informazione. Le immagini (ancora in bianco e nero, allora) delle scalinate di architettura di Roma, invece, esplosero sugli schermi televisivi con la forza di un terremoto.
Il maggio francese
Pochi giorni più tardi, alla metà di aprile, le stesse immagini aprono i telegiornali tedeschi, con i violenti scontri di Berlino, seguiti al grave attentato contro Rudi Dutschke - uno dei leaders del movimento studentesco tedesco - colpito con tre colpi di pistola da un fanatico di estrema destra al culmine di una aggressiva campagna stampa mossagli contro dai giornali della catena mediatica Springer. Poi, è la volta di Parigi, dove ii 2 maggio le autorità accademiche avevano deciso la serrata dell'università di Nanterre, in risposta ad alcune azioni di protesta da parte degli studenti. Era l'inizio del «maggio francese». Il nocciolo duro del Sessantotto. Il suo luogo simbolico, con la Sorbonne in mano agli studenti, il Quartiere latino in fiamme, le barricate sul Boulevard Saint Michel, i Crs, i grandi cortei imponenti, con gli intellettuali - Sartre, Simone de Bouvoir, quelli del «Nouvel Observateur» - a braccetto, in testa, a formare cordone come negli anni Trenta, e il difficile ma incendiario rapporto con gli operai, Flins, Billancourt, i metalleaux della Renault, il servizio d'ordine della Cgt... Tutto insieme. Tutto comnpresso in un solo mese, anzi in venti giorni, con l'apoteosi dello sciopero generale del 20 e 21: tutti fermi, dai musicisti dell'Opera ai taxi, dai ferrovieri alle maestre d'asilo.
Intanto era iniziata, al di là della «cortina di ferro», la Primavera di Praga, e si era innescato il processo che in poco tempo porterà all'invasione sovietica della Cecoslovacchia - 20 e 21 agosto - con i carri armati in Piazza San Venceslao, Jan Palach che si dà fuoco e le sue immagini, terribili, che fanno il giro del mondo, il socialismo reale che muore in diretta, per eccesso d'esibizione di forza.
I pugni chiusi di Mexico City
Quasi contemporaneamente, la rivolta che si accende dall'altra parte dell'Atlantico, nel Messico che si prepara a un altro evento globale, le Olimpiadi, e l'eccidio di Piazza delle Tre culture, gli studenti fucilati dall'alto, dagli elicotteri, sotto gli occhi dei giornalisti di tutto il mondo, fino all'epilogo inatteso, il 16 ottobre: i due atleti neri americani - Tommie Smith e John Carlos - vincitori rispettivamente della medaglia d'oro e di quella di bronzo nei 200 metri piani che, sul podio, alzano il pugno destro avvolto nel guanto nero nel saluto del Black Power. Il gesto costò loro caro: per «vilipendio alla bandiera» e «oltraggio allo spirito olimpico» furono espulsi dai giochi. Ma il loro gesto lasciò un segno indelebile, questa volta sulla falsa coscienza dell'Occidente: era l'onda lunga dell'esplosione seguita all'assassinio di Martin Luther King, il 5 di aprile di quell'anno, con le comunità nere di 110 città americane in rivolta, i ghetti in fiamme, 39 morti, 2500 feriti, 5000 arresti.
Nell'altro emisfero, infine - a completare il panorama globale di quell'anno così denso di eventi da assumere il peso specifico di un intero decennio e anche di più -, l'insurrezione degli Zenga Kuren giapponesi, con l'assedio alle basi americane, retrovie della guerra nel sud est asiatico. E, soprattutto, la rivoluzione culturale cinese, con Mao Tze Tung che invitava a «bombardare il quartier generale» e le guardie rosse che imponevano nelle università le «squadre di controllo operaio», dando l'illusione (oggi sappiamo quanto falsa) di una rivolta antiburocratica e libertaria, di una «rivoluzione nella rivoluzione» in cui soffiasse lo stesso spirito di Parigi o di Praga, di Roma o di Berkeley.
Il Vietnam in casa
Su tutto - a costituirne, per così dire, l'involucro metallico, e a segnare il clima dell'anno - la guerra del Viet-nam: il grande «buco nero» dell'Occidente. Il segno della sua caduta morale, e la ferita aperta nella sua legittimazione etica. E insieme, il segno della sua debolezza sul terreno stesso che gli era più favorevole: quello della forza. Della potenza tecnologica e militare. È il contesto senza il quale è impossibile concepire il Sessantotto. La maledizione di quella guerra segnerà l'anno in tutta la sua estensione, fin dal suo inizio, dal gennaio 1968, quando in corrispondenza del Capodanno buddista, tra il 30 e il 31 gennaio, fu lanciata la celebre «offensiva del Têt» nel delta del Mekong, la quale investì tutte le principali città sud-vietnamite e la grande base americana di Khe Sahn. Da allora, giorno per giorno, il Vietnam entrerà nelle nostre case, con le sue immagini di distruzione, di tortura, di morte, come una sorta di contrappunto costante alla nostra vita quotidiana, con una tacita investitura morale all'opinione pubblica mondiale, chiamata a giudicare quell'orrore reso visibile. Ed i campus, le aule universitarie, le piazze, si trasformarono in pubblici «tribunali delle coscienze», in cui in qualche misura si finiva anche per giudicare noi stessi, e la nostra passività.
Passaggio d'epoca
Dunque, cosa è stato il Sessantotto? Sulla base di questa sommaria mappa geografica e cronologica, un primo punto possiamo stabilirlo, con relativa certezza. Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d'inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla sperficie nella sua dimensione conclamata, e che segna il passaggio - storicamente decisivo e periodizzante - a una spazialità inedita e, appunto, «globale». Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l'impressionante tendenza a «divorare lo spazio», da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all'altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti).
Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro «anno dei miracoli», e un'altra «rottura rivoluzionaria» di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch'essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l'analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. «Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968.
Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo», hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements (manifestolibri). E ciò è senz'altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni «fallite» hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società (nel costume, nell'antropologia, nel contesto culturale e comportamentale), più di tante altre rivoluzioni «riuscite». Ma richiede una precisazione sul versante del contesto. Della rispettiva natura «spaziale».
Una rivolta globale
Perché il Quarantotto di metà Ottocento fu «mondiale» nel senso che fu caratterizzato in senso forte dall'esplosione simultanea o comunque in rapida successione di una molteplicità di «rivoluzioni nazionali» all'interno di uno spazio internazionale segmentato nettamente in una pluralità di Stati cui si trattava di far corrispondere le relative Nazioni. In questo senso esso inaugurò l'epoca delle «questioni nazionali», e della politica moderna incentrata sul contesto assorbente dello Stato-nazione. Il Sessantotto di fine Novecento, invece, nasce esplicitamente come «rivolta globale»" (o, come si disse allora «contestazione globale»). Assume come proprio habitat naturale uno spazio strutturalmente «globalizzato», indifferente ai confini, alle distinzioni di lingua o di cultura nazionale. Potremmo dire addirittura che esso segna la fine delle culture nazionali. E apre l'epoca della «questione globale»: della definizione del destino del pianeta. Dell'assunzione dell'«Umanità» come soggetto storico e morale di riferimento.
La terra come patria
Mentre il Quarantotto, dunque, aveva attraversato lo spazio internazionale radicando tuttavia le proprie identità nei diversi contesti nazionali, il Sessantotto si costituisce invece ex origine come globalità. Non si comunica per «imitazione» di un altrove, ma per «identificazione» entro una totalità spaziale che è il pianeta. È sulla dimensione-mondo che elabora la propria «geografia mentale», anticipando, per molti aspetti, quella rottura «antropologica» che, quasi un quarto di secolo più tardi, all'inizio degli anni '90, Ernesto Balducci sintetizzerà nell'idea del passaggio dal vecchio «uomo delle tribù», identificato nella dimensione esistenziale nazionale, all'inedito «uomo planetario» mentalmente radicato nello spazio-mondo. E che Edgar Morin esprimerà con l'assunzione, anch'essa senza precedenti, della Terra-patria.
Né stupisce che quella «rottura antropologica»" fosse compiuta allora (o meglio «vissuta») solo da una parte - da uno strato sottile ma enormemente esteso - di popolazione: dai giovani, e in particolare da quelli acculturati, dagli studenti. Che essa assumesse, cioè, una dimensione generazionale, essendo appunto i giovani coloro che esperivano, esistenzialmente, in tutta la sua portatata, la trasformazione radicale del mondo, in un certo senso la sua «palingenesi integrale», nei convulsi, densissimi decenni, seguiti all'orrore globale della seconda guerra mondiale, e segnati da un mutamento tecnologico di portata dirompente.

(Marco Revelli)


Il Sessantotto, contrariamente a quanto scrivono alcuni, può essere ricondotto nella tradizione marxista.
Si tratta della presa di coscienza del fatto che
1) La scienza ed il sapere istituzionalizzato sono forze di produzione asservite al capitale e come tali vanno controllate ed interpretate
2) Sono possibili forme di sviluppo specifiche per i paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Attraverso la lotta per l'ambiente è possibile accedere a tali forme e promuovere percorsi alternativi di emancipazione.
3) La guerra è un'altro processo che attraverso la corsa agli armamenti consente al capitalismo di sopravvivere e dunque va avversata in quanto tale.
4) Il capitale cerca di sopravvivere anche attraverso la crescita indifferenziata dei consumi privati e attraverso il condizionamento dei media. Dunque anche i media e il consumo sono strumenti ed al tempo stesso ambiti di lotta.


10 febbraio 2008

Conto Arancio : una catastrofe ecologica risalente alla guerra del Vietnam

 Il Vietnam, una piccola Cina quanto a crescita del prodotto interno lordo, ha accolto a braccia aperte centinaia di multinazionali americane. Con i salari che crescono in Cina, altre ne arriveranno. Tutto fila liscio tra gli ex nemici sotto il profilo degli affari. L'unico neo resta l'avarizia di Washington negli aiuti per bonificare il terreno, curare i malati, assistere i bambini malformati. I 3 milioni di dollari, stanziati l'anno scorso dal Congresso Usa, ad Hanoi non li hanno ancora visti. Washington ha contributo al sarcofago di cemento steso sulla sua ex base di Danang con 400 mila dollari, elargiti a titolo di «donazione».
La querelle politica s'incrocia con un contenzioso giudiziario. Un gruppo di vittime vietnamite sta provando ad aprire negli Usa una class action contro 37 aziende produttrici (Monsanto e Dow Chemical i nomi di spicco) del defoliante usato a piene mani dall'esercito americano. Bocciata in prima istanza, sulla class action deve pronunciarsi la corte d'appello di New York. Intanto, governo ed aziende americani hanno messo al lavoro "scienziati" compiacenti per sostenere che non c'è «evidenza scientifica» del nesso causale tra agente arancio e i danni subiti da almeno tre milioni di vietnamiti nell'arco di tre generazioni. Una tesi che stride con il fatto che numerosi veterani del Vietnam hanno ottenuto risarcimenti per i danni subiti inalando i diserbanti scaricati in testa ai vietnamiti. Hanno dovuto penare per ottenerli, ma alla fine ce l'hanno fatta.
Secondo stime di Hanoi, avvalorate dalla Croce rossa, in una decina d'anni sul Vietnam piovvero 20 milioni di litri di agente arancio. Nel 12% del territorio fu fatta terra bruciata, prima con i defolianti poi con il napalm.

(Manuela Cartosio, Il Manifesto)


28 maggio 2005

Guerra e genocidio secondo Flores

 trionfi della violenza nel XX secolo
Tra guerre e genocidi il secolo trascorso è il più sanguinario che la storia abbia conosciuto. Un panorama agghiacciante e articolato che Marcello Flores ricostruisce nel suo saggio edito da Feltrinelli con il titolo Tutta la violenza di un secolo
SIMON LEVIS SULLAM
«Si calcola, in sintesi, che nel corso del Novecento le persone uccise in atti di violenza di massa siano state tra i cento e i centocinquanta milioni (qualcuno propone addirittura la cifra di duecento)». Con questa agghiacciante contabilità prende avvio la riflessione di Marcello Flores in Tutta la violenza di un secolo, recentemente edito da Feltrinelli (pp. 206, 13 euro). Il Novecento è considerato uno dei secoli più violenti della storia: i numeri da cui Flores prende le mosse rinsaldano questa convinzione, basti pensare alle guerre del secolo scorso, che «rappresentano il 95% dei morti nelle guerre degli ultimi tre secoli», ai milioni di morti dei regimi totalitari, a quelli dei massacri coloniali e post-coloniali. Ma l'analisi proposta dallo storico non è, naturalmente, solo quantitativa, e procede rapidamente a scomporre in dieci sintetici quadri il problema della violenza politica, militare, di stato ed etnica che ha martoriato il secolo, proponendone una sorta di antropologia politica, saldamente fondata su basi storiche e costantemente incalzata da interrogativi etici. Flores prende le mosse dalle forme, dagli obiettivi e dai contesti della violenza, passando per un confronto tra guerre e genocidi e per un'analisi dei loro rapporti, fino ad interrogarsi sui responsabili della violenza e sulle diverse modalità di partecipazione ad essa. Giunge quindi al problema della giustizia, della memoria e anche della negazione della violenza, e infine ai possibili perdoni e alla riconciliazione. Ma la riflessione non si conclude su questo punto, articolato del resto in forma interrogativa, bensì sulla questione delle responsabilità dell'Occidente e degli stati democratici rispetto alla violenza. Responsabilità troppo spesso attribuite ad altri: altre culture e religioni, altre forme politiche; e immaginate come estranee alla democrazia. Ma in cui tanta parte - parte centrale e decisiva - ha avuto invece l'Occidente civilizzato, culturalmente più avanzato e teconologicamente progredito.

È il paradosso che, del resto, sta dietro alla distruzione degli ebrei d'Europa nella Shoah - vertice della violenza del secolo - a partire dai perversi rapporti tra «modernità e olocausto» (già studiati in un magistrale saggio di Zygmunt Bauman); ma anche alla violenza coloniale che inaugura il Novecento con la guerra anglo-boera in Sudafrica o il massacro degli Herero da parte tedesca nel 1904. In forme diverse questo paradosso si ritrova nelle guerre che, come già in Corea e in Vietnam cinquanta o quaranta anni fa, hanno preteso di «esportare la democrazia» nei Balcani o nel sud-est asiatico e nel medio oriente, ormai nel nuovo secolo.

Lo storico non si accontenta dunque di attribuire le cause della violenza alla natura umana e ai suoi istinti; ancor meno accetta di ricondurle a specifiche tradizioni culturali o religiose. Studia di volta in volta i contesti specifici delle violenze, ne ricostruisce a ritroso le tappe della genesi e della loro evoluzione, individua e scompone un insieme di motivazioni in parte strutturali in parte contingenti, stabilisce responsabilità molteplici e gradi diversi di implicazione. Nell'analisi di Flores ha un ruolo centrale l'elemento politico, anche nei contesti dove sembrano prevalere fattori religiosi o etnici: come in India all'indomani dell'indipendenza, nella ex Jugoslavia della «pulizia etnica», nel Ruanda del genocidio dei Tutsi. L'obiettivo della strage o del genocidio è, secondo Flores, comunque politico, e la «ragione politica presiede in ogni caso alla decisione di usare la violenza, e quasi sempre anche alle forme con cui colpisce le sue vittime». Fondamentale è, in questi processi che conducono alla violenza e alla guerra, l'individuazione - spesso la «costruzione» e l'«invenzione» - di un «nemico»: l'obiettivo da sconfiggere per la conquista territoriale o l'egemonia politica o economica.

Il «nemico» costituisce infatti un fattore di coesione per il gruppo, di mobilitazione delle masse e di legittimazione del potere e, naturalmente, della violenza. Secondo l'autore di Tutta la violenza di un secolo, «è l'intreccio tra la creazione di un clima favorevole alla criminalizzazione del nemico e un fatto concreto capace di suscitare allarme e timore, a fare da detonatore alla scelta politica [della violenza] già compiuta e predisposta dai governi e dalle autorità civili e militari». Partendo dall'analisi classica del totalitarismo dovuta ai politologi di Harvard Friederich e Brzezinski, ma anche dall'interpretazione del processo di civilizzazione del sociologo tedesco Norbert Elias, Flores enfatizza la centralità del monopolio della violenza acquisito dagli Stati (e da «minoranze radicali» alla guida di essi), ricordando che «i tre quarti almeno delle morti del XX secolo» si devono ai totalitarismi fascisti e comunisti, ma non dimenticando la parte avuta dagli Stati liberali. Nelle guerre coloniali e imperiali, dall'Indocina all'Algeria per la Francia, all'India per l'Inghilterra; e prima di allora nelle guerre «giuste» per la democrazia dei conflitti mondiali e di tanti altri che seguiranno fino ad oggi. La violenza, del resto, non è affatto un problema specifico dei contesti culturalmente o socioeconomicamente arretrati, perché è potenzialmente presente in tutte le civiltà e in tutte le fasi del loro sviluppo.

Pagine particolarmente dense sono dedicate ai rapporti tra guerra e «genocidio», termine creato nel corso della seconda guerra mondiale dal giurista ebreo americano Lemkin per tentare di definire la Shoah mentre essa si stava ancora consumando. Tuttavia, gli storici estendono questa categoria anche a esperienze come quella degli Armeni nella prima guerra mondiale o del Ruanda negli anni Novanta. Una costante di queste vicende su cui spesso non si riflette, perché apparentemente estrinseca, è l'indifferenza generalizzata della comunità internazionale che faceva da cornice. L'indifferenza morale contò per altri versi anche nell'atteggiamento dei carnefici, fosse essa il frutto di una fedeltà nazionale o etnica, o dell'obbedienza all'autorità. Secondo Flores, nel rapporto spesso fondamentale tra guerra e genocidio (la prima ne costituisce il contesto ideale quando non necessario), il genocidio appartiene alla «logica» estrema della violenza come «limite» verso cui la guerra inevitabilmente tende quando abbia alla base «una forte impronta nazionalistica, una rivendicazione identitaria assoluta» o «un carattere etnico marcatamente esibito».

Nelle conclusioni, Flores lascia tra l'altro la parola allo storico americano Charles Maier, che in un suo «bilancio storico alla fine del Novecento» aveva individuato nel XX secolo due storie parallele: «lo scontro titanico tra ideologie collettive omicide, ormai giunte al termine, e il dramma persistente dello sviluppo globale e della diseguaglianza». Dimostrando con la sua indagine e le sue riflessioni che non esistono risposte univoche di fronte alla violenza contemporanea, e che lo storico può offrire i suoi strumenti anche per la comprensione delle maggiori tragedie del secolo, delle manifestazioni più irrazionali e perverse dell'animo umano tradotte in azioni collettive omicide, dell'intreccio tra disegni ideologici, progetti di dominio e potere, guerre teconologiche o arcaiche (come, apparentemente, il «genocidio del machete» in Ruanda).

Gli strumenti dello storico stanno in particolare nell'illuminazione dei contesti, nella moltiplicazione delle cause, persino nell'identificazione con le «ragioni» dei perpetratori, cioè nello scandaglio anche emotivo delle «presunte o parziali verità, percepite come reali da un intreccio distorto di bisogno identitario e di interessi materiali». Infine, nella comparazione delle forme, degli obiettivi, e delle modalità della violenza attraverso il tempo e lo spazio. Ciò in cui questi strumenti consistono è, in definitiva, un esercizio e un intreccio della ragione, dell'immaginazione e delle emozioni dello studioso e dell'uomo.



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permalink | inviato da il 28/5/2005 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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