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9 maggio 2011

Illogica logica : carattere dialettico del modus ponens

Qui dobbiamo allora distinguere tra l’implicazione (che ha la natura logica e metalinguistica di una relazione platonica tra gli oggetti) e il succedersi sistematico tra P e Q. Altro è dire (P implica Q) che è una relazione ideale (ontologica e metalinguistica), altro è dire (Se P allora Q) che è una legge naturale, altro è dire (quando P, allora Q) che è la descrizione di un legame tra due fenomeni, legame che fenomenologicamente però può essere solo temporale.

Naturalmente la sinteticità del ragionamento ha il suo punto di snodo nella verità di un enunciato atomico (una asserzione) e quindi nella registrazione di un dato esogeno (spesso empirico) e dall’analisi del modus ponens si evince come P abbia uno statuto ambiguo in quanto a volte sembra essere tematizzata senza presupporne il valore di verità (una proposizione che può essere vera o falsa), ma in questo contesto diventa quasi una asserzione.

Naturalmente c’è un modo anche più neutro di enunciarla e cioè “(P implica Q e P) implicano Q”, mentre la rilevanza di P è meglio rappresentata da “Se P allora Q, ma P, dunque Q”. Qui l’avversativa mette in evidenza l’asserzione di P.

In realtà si tratta del livello diverso in cui si trova P nella premessa maggiore e nella premessa minore : nella premessa maggiore P non è asserita, ma è il termine metalinguistico di una relazione logica tra proposizioni. Nella premessa minore P è un enunciato atomico che è dunque asserito (scrivere un enunciato atomico è asserirlo almeno in un certo universo di discorso).

 

Inoltre va detto che nella struttura del modus ponens possiamo trovare diverse connessioni :

  • L’implicazione tra P e Q nella prima premessa
  • La congiunzione tra la prima e la seconda premessa
  • La relazione (congiunzione) tra P e Q nella conclusione
  • La relazione tautologica tra premesse e conclusione

La relazione tautologica cosa permette di fare ? Cosa conserva ?

Attraverso la relazione contingente (congiunzione) tra le due premesse, permette di affermare la verità della conclusione (sintetica) e al tempo stesso di portare la relazione ideale tra i due dati contenuti nella prima premessa (P e Q), relazione ideale che sussiste anche qualora le due proposizioni siano entrambe false, ad un livello superiore (sin-tetica), effettivo, asserendo la verità di entrambe le proposizioni (“…,ma P, allora Q !”).

Ontologicamente si può dire che l’emergere di una nuova conoscenza presuppone una effettiva relazione tra dati : il nuovo, la genesi è una riunificazione. La creazione (Q) è la conseguenza di una relazione necessaria e di un dato originario.

 

La creazione è il riconoscimento che c’è un dato (P) che non dipende da noi. Che c’è un dato che hanno fatto altri e che noi dobbiamo accettare per inserirci nell’ordine sociale (la ger-archia).

 

 

 

 


4 maggio 2011

Illogica logica : cose rende sintetica l'argomentazione ?

Gli Stoici dicono che la connessione (sunemmenon) che inizia con la congiunzione (sumpeplegmenon) dei due dati (lemmata) da cui parte l’argomento (il collegamento, il logos), perché l’argomento sia sintetico (sunaktikos) e porti entrambi i dati ad un livello superiore, deve essere sana (ughies)

Malatesta dice che la traduzione esatta è “Gli argomenti sono conclusivi quando la connessione, che comincia con la congiunzione delle premesse dell’argomento e finisce con la sua conclusione, è sana

 

 

Cosa si intende ?

Riprendiamo l’interpretazione operata in precedenza : la sanità è essenzialmente guarigione, cioè non qualcosa di originario e dato, ma qualcosa di riconquistato. La connessione è la riunione di qualcosa che era stato diviso : il logos è ratio cioè unità articolata, quantità distribuita. Essa non nega la divisione, ma  la supera in una unità più alta.

Perché ciò avvenga, questa connessione deve essere ughies, e cioè simile a qualcosa di umido (ug- da cui ug-ros, liquido, fluido, arrendevole), qualcosa che si piega, ma non si spezza, qualcosa di elastico, di duttile, che  puoi anche torcere, che supera tutti gli stress, che si trasforma ma senza morire. Qualcosa di vivo e che, essendo vivo e umido, è fecondo e così genera la conoscenza.

 

La traduzione a mio parere è “(Gli argomenti) conducono insieme (i dati da un livello ad un altro superiore), qualora la connessione iniziata con la relazione logica congiungente i dati iniziali e terminata con l’informazione aggiuntiva, sia articolatamente integra”.

A partire da questa traduzione, si potrebbe dire che il discorso sia diverso da quello che immagina Malatesta. Si potrebbe dire che la frase voglia dire che gli argomenti sono sintetici (e cioè portino le premesse ad un livello superiore) nella misura in cui la connessione iniziata con l’implicazione dei dati iniziali (P e Q) costituente la premessa maggiore e terminata con l’informazione aggiuntiva sia articolatamente, fluidamente unitaria. O addirittura che gli argomenti siano com-positivi (sintetici) qualora la relazione iniziata/indicata/prefigurata (nel senso di “che all’inizio è la relazione logica…”) con la relazione logica tra i dati iniziali P e Q termini integra (fluida, senza ostacoli che la possano separare) nell’informazione aggiuntiva (nel senso che viene riaffermata ad un livello diverso). In altri termini il ragionamento è sintetico quando l’implicazione logica e metalinguistica tra P e Q si riproduce a livello reale. Il ragionamento è sintetico quando l’implicazione tra P e Q implica a sua volta che quando c’è P ci sia anche Q.

 

Tuttavia questa interpretazione non è molto coerente con altre proposizioni tradotte da Malatesta.

Ad es. “il sopradetto discorso è sintetico, poiché per mezzo di esso, alla congiunzione dei dati “E’ giorno, e se è giorno, c’è luce”è attaccata (segue) “c’è luce” in questa struttura connettiva “E’ giorno, e se è giorno, c’è luce, (dunque c’è luce)

Malatesta erroneamente fa precedere anche “emerà estì” da “ei”(se), ma in realtà “dunque” non è preceduto da una protasi (si dice “se…allora”, ma non “se…dunque”). “Dunque” è preceduto da una asserzione (ad es. “Cogito. Ergo(dunque) sum”).

In realtà “Se p allora q” e “p, dunque q” sono equivalenti. O meglio la seconda proposizione è un caso particolare della prima (il caso in cui la premessa è asserita come vera).

Un altro brano tradotto da Malatesta è il seguente : “degli argomenti sintetici, alcuni poi sono veri ed altri non veri, e sono veri qualora, non solo la struttura connettiva (il sillogismo) costituita dalla congiunzione delle premesse (dati) sia integra, ma anche qualora la conclusione,  rimanga vera attraverso la congiunzione delle sue premesse, congiunzione che è l’antecedente nella struttura inferenziale

Malatesta a mio parere sbaglia nel dire che sia la conclusione che la congiunzione delle premesse siano soggetti grammaticali, dal momento che il verbo è al singolare e si riferisce solo alla conclusione (sunperasma = con-limitazione, con-clusione, finire insieme in…, intrecciarsi per cui ognuno dei fili blocca l’altro come in un nodo, producendo l’ornamento che è il cosmo)

 

In realtà il modus ponens può essere visto anche come un’equivalenza ?

In realtà no, in quanto Q potrebbe essere vero anche se la congiunzione delle premesse fosse falsa

(se cioè almeno una delle premesse fosse falsa). A meno che anche la premessa maggiore sia trasformata in un equivalenza materiale per cui EKEpqpq. In questo caso se è falsa una delle premesse è falsa anche la conclusione.

In caso contrario Q può essere solo asserito come vero, ma non come falso. O si potrebbe dire che la non verità di Q non equivale alla sua falsità. In questo caso però si ammetterebbero  eccezioni al terzo escluso e magari avremmo a che fare con una logica epistemica, con valori decimali (frazionari) di verità (probabilità).

In realtà si dovrebbe dire che il modus ponens è una proposizione molecolare sempre logicamente vera (tautologia) per cui è indifferente il valore di verità degli enunciati atomici che la compongono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


3 maggio 2011

Illogica logica : se è giorno, c'è luce

 

Malatesta fa tre esempi :  

  • 1) Se c’è giorno, c’è luce. 2) Ma è giorno. 3) Dunque c’è luce.
  • A) Se c’è notte, c’è tenebra. B) Ma è notte. C) Dunque c’è tenebra
  • I) Se c’è giorno, c’è luce. B) Ma nella piazze si vendono granaglie C) dunque Dione passeggia.

Nel primo esempio, (1) e (2) sono le premesse, (3) è la conclusione

Così vale anche per gli altri esempi

Poniamo che questo argomenti, vengano fatti di giorno

Nel primo caso l’argomento è conclusivo (sunaktikos) e vero (alethes), cioè corretto e fondato.

Per Mates “corretto” è “sound” o “valid” o “correct

Per Copi “corretto” è “valid” e “fondato” è “sound

Nel secondo caso, l’argomento è conclusivo ma non è vero, corretto, ma infondato

Nel terzo caso l’argomento è inconclusivo, cioè scorretto ed il valore di verità di premesse e conclusione non ha alcuna valenza.

 

 

La prima considerazione da fare è che la tautologia può essere considerata una sorta di meccanismo che trasmette la verità dalle premesse alla conclusione. Dunque se le premesse sono vere e l’argomento è corretto, è vera anche la conclusione. Tuttavia la verità di premesse e conclusione non garantisce sulla correttezza dell’argomentazione. Accettando questa visione algoritmica, non esiste argomento vero, ma solo un argomento corretto, indifferente ai valori di verità delle proposizioni che saturano le sue variabili proposizionali.

Ovviamente si può interpretare l’argomentazione tautologica (il modus ponens in questo caso) in senso atemporale come una proposizione molecolare sempre vera, sempre che siano rispettate le regole di costruzione dello schema (ad es. se nella premessa maggiore le variabili sono P e Q e P è l’antecedente e q il conseguente, allora nella premessa minore deve apparire P e nelle conclusioni Q.

In secondo luogo, gli esempi possono essere anche in numero maggiore, per tentare di esaurire tutte le possibilità :

  • 1) Se c’è giorno, c’è luce. 2) Ma è giorno. 3) Dunque c’è luce.
  • A) Se c’è notte, c’è tenebra. B) Ma è notte. C) Dunque c’è tenebra
  • D) Se c’è notte, c’è tenebra. E) Ma è giorno. F) Dunque c’è tenebra
  • G) Se c’è notte, c’è luce. H) Ma è notte. I) Dunque c’è luce
  • L) Se c’è notte, c’è luce. M) Ma è giorno. N) Dunque c’è luce
  • O) Se c’è notte, c’è tenebra. R) Ma nelle piazze vendono granaglie S) Dunque c’è tenebra
  • T) Se c’è notte, c’è tenebra U) Ma è notte. V) Dunque Dione passeggia.
  • I) Se c’è giorno, c’è luce. II) Ma nella piazze si vendono granaglie III) dunque Dione passeggia.

 

La prima cosa da fare è stabilire il valore di verità delle due premesse (non possiamo limitarci a dire se sia giorno o no). In secondo luogo bisogna ricordare che il modus ponens è una forma particolare di implicazione, con una proposizione molecolare come antecedente e un enunciato atomico come conseguente. La proposizione molecolare è formata a sua volta dalla congiunzione di un’altra proposizione molecolare (una implicazione) e un enunciato atomico.

Presupporremo che sia giorno e che se c’è giorno, c’è luce e se c’è notte, c’è tenebra.

Ora l’unica cosa che interessa è la correttezza dell’argomento, correttezza che è il caso particolare di una verità logica. Ossia, l’argomento (poiché è un’implicazione) è logicamente non vero (sarebbe logicamente falso se fosse contraddittorio) se e solo se l’antecedente (ossia la congiunzione delle due premesse) fosse vero e il conseguente fosse falso (si verifica nel caso la premessa minore sia semanticamente slegata dalla premessa maggiore, riguardi cioè una variabile proposizionale non compresa nella premessa maggiore). Ma noi non sappiamo quale sia il valore di verità del conseguente ed anzi vogliamo che esso sia assicurato dalla congiunzione delle premesse, per cui si presuppone (a torto o a ragione ?) che la premessa maggiore sia sempre vera, mentre la premessa minore (la verità di fatto) rimanga contingente.

(QUI C’E BISOGNO DI ULTERIORE RIFLESSIONE)

Comunque, negli esempi fatti, l’argomentazione è corretta nei casi 1-2-3, A-B-C, G-H-I. Non è corretta negli altri casi.

In 1-2-3 è vera la conclusione (3), mentre in A-B-C non è vera la conclusione (C).

In G-H-I  è vera la conclusione (I), ma tale ultima verità è contingente rispetto alla correttezza dell’argomentazione, o meglio tale verità è spiegata dal fatto che una implicazione è comunque L-vera se l’antecedente è falsa e la conseguente è vera. In questo caso però la verità della conseguente non deriva dalla verità dell’antecedente (che infatti è falso).

In A-B-C non è vera la premessa minore (B), mentre, in G-H-I, non è vera nè la premessa maggiore G, né la premessa minore H.

In D-E-F, entrambe le premesse sono vere, ma l’argomento non è corretto in quanto le due premesse non condividono alcuna variabile proposizionale, e dunque la conseguente può non essere vera.

In L-M-N, l’argomento non è corretto per quanto siano vere sia la premessa minore che la conclusione, e la non correttezza dell’argomento non è data dalla falsità della premessa maggiore, ma dall’assoluta mancanza di rapporto tra premessa maggiore e premessa minore : lo stato di cose descritto dalla premessa minore non ha niente a che fare con l’antecedente interno alla premessa maggiore.

In T-U-V, la conclusione è del tutto priva di rapporto con le premesse, mentre in I-II-III sia la premessa minore che la conclusione sono del tutto staccate dalla premessa maggiore e non c’è niente che garantisca che ci sia un rapporto tra di esse.

Ovviamente tale analisi su enunciati in linguaggio naturale presuppone che non tutti gli argomenti sono del tipo modus ponens (altrimenti sarebbero sempre logicamente veri), ma sono caratterizzati da una struttura logica costituita da una congiunzione di premesse e da una conclusione, da un antecedente per forza molecolare e da un conseguente che può essere atomico.

L’argomentazione è corretta (sound) e dunque valida (L-vera), sintetica (sunaktikos), dal momento che conduce insieme le due variabili P e Q riunificandole ad un livello superiore di quello della premessa maggiore.

 

 

La conclusione Q è fondata e dunque vera  (F-vera) (gli enunciati atomici possono essere solo F-veri).

Se la conclusione invece è falsa, essa può essere infondata (essendo le premesse false) anche se l’argomento fosse valido.

Anche una conclusione vera potrebbe essere infondata, sia perché l’argomento potrebbe essere non corretto, sia perché l’argomento, pur essendo corretto, ha entrambe le  premesse false e dunque non è la ragione della verità della conclusione.

 Questo per quel che riguarda la struttura interna del modus ponens

 

 Per quel che riguarda le sue premesse invece, la premessa maggiore descrive una relazione universale e necessaria tra due proposizioni, almeno in parte equivalente ad un sillogismo con la premessa maggiore universale. Dunque si tratta di una proposizione metafisica, almeno secondo l’empirismo che si rifà ad Hume. Mentre la seconda premessa è una verità di fatto.   Ciò dimostra che la scienza in un certo senso è permessa da una intersezione tra la metafisica e le osservazioni empiriche. 

Ed in realtà la filosofia antica non ha mai tematizzato il criterio di verità proprio della logica, ma ha considerato la logica sempre e solo uno strumento di indagine e di organizzazione della conoscenza, di conservazione dell’informazione. Tramite la premessa minore, la verifica è sempre ulteriore ed esterna al discorso (anche se progressivamente internalizzata) e solo tramite essa si dà scienza (episteme).

Per loro CKCpqpq non può mai essere L-vero, ma solo apportatore di conoscenza, compositivo (sunapticos), in quanto conduce sempre ad una nuova informazione. Forse la verità logica compare solo in Leibniz e Hume, anche se differentemente interpretata e viene definitivamente delineata nella sua sterilità da Wittgenstein.

 

 

 

 


16 marzo 2011

Illogica logica : enunciati e proposizioni

Malatesta dice che ci sono espressioni complete ed incomplete.

Quelle incomplete si dividono in aventi o non aventi valore di verità

Le espressioni linguistiche aventi valore di verità sono gli enunciati. “Prendi questo!” non è un enunciato.

3+5=8”, “tre più cinque è uguale a 8”, “three and five makes eight

Sono tre enunciati diversi con lo stesso senso. Il senso di un  enunciato è la proposizione.

Anche “Tizio odia Caio” e “Caio è odiato da Tizio” sono due enunciati con lo stesso senso reso da una sola proposizione.

Ci sono anche casi di un solo enunciato con più sensi ad esso collegati.

Ad es. “Oggi è una brutta giornata” (meteorologica, morale, eventi).

 

http://www.youtube.com/watch?v=gH476CxJxfg

 

 

In realtà “Prendi questo” è un enunciato che ha un senso incompleto e a cui non corrisponde un valore di verità.

L’enunciato con valore di verità è l’asserzione a cui corrisponde una sorta di assunzione di responsabilità (etica del discorso)

Il senso di un enunciato è inesprimibile, altrimenti diventa un enunciato

I due enunciati, uno attivo, l’altro passivo sono qualcosa di diverso dai tre enunciati espressi con tre diverse lingue o linguaggi : essi invece non hanno lo stesso senso, ma lo stesso denotatum, si riferiscono allo stesso evento.

Infine “Oggi è una brutta giornata” ha sempre lo stesso senso. Semmai ha più spiegazioni causali.

Oppure è analoga alla proposizione “Giovanni è un mio parente”per cui può essere cugino, cognato, nipote. Ma ciò non implica che questo enunciato abbia molti sensi.

 

Sembra strano che il significato unifichi diversi enunciati, ma possa anche risultare diviso rispetto ad un enunciato.

Oggi è una brutta giornata” è un enunciato dal significato aperto, significato che si completa e si chiude al seconda del significato che si dà ai termini ed al contesto semantico e pragmatico che si rivela attraverso l’analisi. L’unicità dell’enunciato e la molteplicità delle proposizioni è la spia che non c’è una vera e propria subordinazione del mondo del linguaggio al mondo della realtà. Si tratta di due universi che si ampliano e si scoprono vicendevolmente.

 

 


15 marzo 2011

Illogica logica : diversità sintattica ed equivalenza semantica (ovvero il mistico di Wittgenstein)

Malatesta dice che ci sono espressioni in diverse lingue che hanno lo stesso senso, ma anche espressioni nella stessa lingua che hanno una diversità sintattica, ma sono semanticamente equivalenti (hanno cioè appunto lo stesso senso)., ad es. la forma attiva e passiva della stessa proposizione.

 

 

Anche qui però è necessario fare ordine. Infatti la forma passiva e quella attiva sono due sensi diversi. Si tratta cioè di due diverse proposizioni che si equivalgono materialmente, ma non sono la stessa proposizione. Esse hanno in comune lo stato di cose cui si riferiscono. Ma esprimono la stessa relazione vista però da due prospettive diverse : “Cesare è ucciso da Bruto” indica la stessa relazione di “Bruto uccide Cesare”, ma vista dalla prospettiva di Cesare. Parlando nei termini di Bradley essa esprime il rapporto che il termine Cesare ha con la relazione che tale termine intrattiene con il termine Bruto. Una relazione asimmetrica cioè viene declinata diversamente a seconda del termine che viene preso come riferimento. Una relazione simmetrica, dove tale duplicità di schemi sintattici non si verifica, è descritta ad es. dall’enunciato “Cesare e Bruto si odiano”, anche se essa è traducibile in “Bruto odia Cesare e Cesare odia Bruto”, con la possibilità di separare i due enunciati atomici e duplicarli ognuno in forma attiva e passiva. Ma l’enunciato così espresso non ha forma passiva e attiva.

In quanto tale, il senso di due enunciati in lingua diversa (la proposizione) non è esprimibile. Se lo fosse, sarebbe di volta in volta un diverso enunciato. Forse in questo senso si spiega il mistico di Wittgenstein.

 

 

 

 

 

 

 


14 febbraio 2011

Frege, il formalismo e il significato come uso

Nel trattare delle funzioni, Frege cerca di affrontare il problema tra segno e designato, argomentando contro l’istanza del formalismo, tendenza di filosofia della matematica che cerca di rendere i segni matematici indipendenti da una presunta realtà designata.

Frege cerca di promuovere una tesi realistica per la quale i numeri non si riducano alle cifre (i numerali). A suo parere nessuna definizione può avere capacità creatrici tali da concedere ad una cosa proprietà che essa non ha, a parte quella di esprimere e designare ciò di cui la definizione stessa ce la presenta come segno. Se ad un segno mancano del tutto tanto il senso che la denotazione, non si può propriamente parlare né di un segno né di una denotazione.

Saremmo portati a condividere l’istanza realistica di Frege, ma si deve tuttavia precisare che il formalismo da lui criticato può ricevere una giustificazione filosofica più meditata da filosofie che considerino il significato di un termine o di una espressione equivalente all’uso che se ne fa all’interno del discorso. Non diciamo che Wittgenstein avrebbe appoggiato il formalismo di Hilbert, ma diciamo che può esserci una correlazione positiva tra i due orientamenti.

 

Naturalmente anche la tesi del significato come uso può presentare dei problemi. In primo luogo tra gli usi possibili del linguaggio viene individuato da alcuni l’uso descrittivo ed allora il problema del senso e della denotazione esce dalla porta per rientrare dalla finestra, sia pure solo per quel che riguarda alcune espressioni linguistiche.

A questo punto si potrebbe asserire che alcune classi di presunti oggetti denotati potrebbero invece essere spiegate senza fare uso di un linguaggio descrittivo (si pensi proprio ai numeri ad es.). ma anche in questo caso andrebbe spiegato perché una comunità di parlanti usi un linguaggio descrittivo (parlando di numeri) quando invece tali referenti dovrebbero essere dissolti in un uso diverso del linguaggio. Nel caso sia possibile una correzione, bisognerebbe argomentare sul perchè tale correzione sia necessaria o quanto meno plausibile. Inoltre la possibilità di trasformare un linguaggio descrittivo in un linguaggio che abbia una diversa funzione dovrebbe essere comunque una situazione che va spiegata, in quanto se è possibile la trasformazione in un senso, dovrebbe essere possibile anche la trasformazione del senso opposto ed allora l’uso di un linguaggio referenziale potrebbe essere una libera opzione del parlante, togliendo così mordente alla critica che Wittgenstein fa all’uso descrittivo o denotativo dei segni.

I diversi usi del linguaggio non sarebbero irriducibili gli uni agli altri e ci sarebbe perciò anche la possibilità di declinare oggettualmente (e forse metafisicamente) anche enunciati non descrittivi. Così ad es. tra etica ed ontologia non ci sarebbe una separazione così netta come vuole parte della letteratura filosofica.

 


12 aprile 2010

La verità in Schlick

 

La verità come coordinazione

 

Schlick si chiede : perchè coordiniamo concetti ed oggetti ? Perché formuliamo giudizi ? A cosa serve il designare ?

Egli si risponde dicendo che il segno rappresenta il designato, con il vantaggio che i segni possono essere più agevolmente manipolati che non gli oggetti reali.

Lo scrivere, il fare calcoli, il discorrere, il pensare è un lavorare con i simboli : lavorando con i simboli, si governa il mondo.

Condizione perché il segno sia un valido rappresentante dell’oggetto reale è che esso sia univoco, nel senso che non deve designare più di un oggetto (mentre ci possono essere più segni che designino lo stesso oggetto). La coordinazione deve  essere univoca anche tra un giudizio ed un fatto : un giudizio che designa univocamente uno stato di fatto si dice vero.  La concordanza tra giudizi e stati di fatto non è un’identità e vanno criticate le tesi metafisiche sull’identità tra pensiero ed essere. Ma allora, si chiede Schlick, in cosa consiste tale concordanza ? Si tratta di similarità (identità parziale) ?

Egli ribadisce a tal proposito che i concetti che compaiono nel giudizio non sono omogenei agli oggetti che designano ed anche le relazioni tra oggetti hanno caratteristiche spesso spazio-temporali che le relazioni tra concetti non hanno. Ad es. nel giudizio “La sedia sta alla destra del tavolo” il concetto di sedia non è posto alla destra del concetto di tavolo. Dunque l’identità e la similarità sono disciolte dall’analisi e quel che rimane è la coordinazione univoca.

Schlick dice che tutte le teorie ingenue,  secondo cui i nostri concetti e giudizi potrebbero raffigurare la realtà, ne escono distrutte.  Ci si deve liberare dall’idea che un giudizio possa avere con uno stato-di-fatto un’interconnessione più intima di una mera coordinazione. Essa non raffigura l’essenza del giudicato più di quanto una nota raffiguri un suono o il nome di un individuo la sua personalità.

 

 

Il giudizio falso

 

Schlick aggiunge che un giudizio falso è un giudizio che si rende colpevole di una equivocità o plurivocità di coordinazione. Ci fa l’esempio di quello che considera un giudizio falso e cioè “un raggio luminoso consiste in un flusso di corpuscoli in rapido movimento”. Questo giudizio non consente una designazione univoca degli stati di fatto, in quanto ci sono due diverse classi di fatti, coordinate dallo stesso giudizio ed in questo perciò c’è una ambiguità. Infatti ci sono corpuscoli in movimento da un lato e propagazione della luce dall’altro, designate dagli stessi simboli. Al tempo stesso, a due identiche serie di fatti (diffusione della luce e propagazione delle onde) vengono coordinati segni diversi : così l’univocità va perduta e la prova di questo è la falsità del giudizio.

Nella scienza, dice Schlick, il controllo della validità dei giudizi avviene così : si fanno derivare dai giudizi in esame nuovi giudizi su eventi futuri (previsioni) e, se invece di quegli stati di fatto previsti ne compaiono altri vi è contraddizione (equivocità) ed i giudizi di partenza vengono considerati falsi.

Se il giudizio “q”, segno per q (stato di fatto),  fosse usato per designare r, allora “q” sarebbe equivoco e designerebbe due diversi stati di fatto : a tal punto non sapremmo quale dei due eventi è inteso. La distinzione tra vero e falso deve solo salvaguardare l’univocità per ogni espressione del pensiero e del linguaggio, giacché l’univocità è un prerequisito necessario per qualsiasi comprensione.

All’obiezione per cui al giudizio falso non corrisponde alcuno stato di fatto (e non due stati di fatto contraddittori), Schlick risponde che è vero che ad ogni giudizio falso non corrisponde alcun fatto a cui esso potrebbe venir coordinato (osservate tutte le definizioni e le regole logiche), ma la falsità consiste nel fatto che, malgrado ciò, esso viene asserito per designare uno stato di fatto e, se si ammette tale designazione, si ripresenta l’equivocità sopra descritta. Le regole di coordinazione che salvaguardano l’univocità vengono violate e si instaura il disordine e la contraddizione. Che non esista uno stato di fatto a cui il giudizio falso potrebbe essere coordinato, lo si conosce in primo luogo  a partire da questa equivocità.

 

 

La negazione e la verità dei concetti

 

Schlick dice addirittura che, per esprimere che un dato giudizio “S è P” è falso, che esso cioè non designa un fatto in maniera univoca,  ci serviamo della negazione (S non è P). Dunque il giudizio negativo ha solo il senso di respingere il corrispondente giudizio positivo, di stigmatizzarlo come segno equivoco, inappropriato allo stato di fatto giudicato. In pratica la categoria di negazione si riduce a quella di pluralità (plurivocità, equivocità).

Non ci sarebbe giudizio negativo se non si presupponessero giudizi falsi. La negazione compare secondo Schlick per l’imperfezione psicologica del nostro spirito ed è dunque possibile fare logica e scienza senza prendere in considerazione giudizi di negazione. Questi hanno solo valore pratico e psicologico. Si deve dire che il giudizio di negazione “S non è P” designa lo stato di fatto che la proposizione affermativa “S è P” è falsa

Gli edifici concettuali delle scienze per Schlick consistono solo di asserti positivi e bisognerebbe sostituire la negazione con il concetto di diversità : “A non è B” diventa “A è diverso da B”.

Schlick poi si chiede, se la verità è univocità di designazione,  perché possono essere veri solo i giudizi e non anche i concetti ? Egli risponde che il giudizio non è semplicemente un segno : in esso non viene pensata solo una semplice designazione, ma una designazione che viene concretamente eseguita. Il giudizio designa non solo una relazione ma il sussistere di una relazione.

Se si pronuncia, continua Schlick, la parola “acqua” e ci si rappresenta mentalmente l’acqua, non c’è niente che si possa considerare vero o falso. Invece, se indicando un liquido incolore dico “acqua” voglio dire “questo liquido è acqua” faccio una coordinazione. Dunque non solo il giudizio come un tutto è coordinato ad un fatto inteso come un tutto, ma con il giudizio sono coordinati i concetti agli oggetti e l’univocità di quest’ultima coordinazione è condizione della coordinazione tra giudizio e fatto.

 

 

Verità e conoscenza

 

Schlick si chiede anche in virtù di cosa un certo giudizio diventa segno di un determinato fatto. O meglio, cos’è che ci fa conoscere quale fatto venga designato da un dato giudizio ?

E’ necessario a tal proposito partire da una preliminare e convenzionale assegnazione di determinati simboli per determinate cose e della possibilità di interpretare tali simboli solo per chi conosce tali regole convenzionali.

Schlick fa anche l’esempio interessante di come si agisce razionalmente interpretando i simboli senza un apprendimento dettagliato : un inserviente di un albergo, invece di imparare a memoria a chi appartiene un paio di stivali, mette sugli stivali il numero di stanza, tanto che anche un altro al suo posto può allocare esattamente gli stivali.

Per costruire una serie di verità sarebbe sufficiente inventare per ogni cosa un singolo segno ed impararlo a memoria (Cratilo, Politico,  conoscenza pre-greca, compilazione), ma la conoscenza non si riduce ad una serie di verità : la verità è coordinazione con segni di volta in volta nuovi, mentre la conoscenza è coordinazione con simboli già usati prima ed altrove.

Schlick aggiunge che, se un fisico scoprisse un nuovo tipo di raggi e desse loro il nome di “raggi y”, allora il giudizio “I raggi scoperti dal tale fisico sono i raggi y” sarebbe un giudizio vero, ma non significherebbe nuova conoscenza perché per la designazione del nuovo oggetto è stata impiegata una nuova parola.

Schlick continua dicendo che “Abracadabra è Abracadabra” è una proposizione vera, ma non ci dà alcuna conoscenza. Una serie di designazioni univoche darebbe una serie di verità isolate, ma non ci consentirebbe di derivare delle verità da altre verità. Solo in un sistema dove si possa effettuare una derivazione logica è possibile la conoscenza, perché ritrovare una cosa nell’altra presuppone un’interconnessione generale ed ininterrotta.

Per Schlick il giudizio conoscitivo è una combinazione nuova di nient’altro che vecchi concetti. Tali concetti vecchi costituiscono i raccordi grazie a cui ciò che è nuovo viene incorporato nel vecchio e viene inserito nel suo giusto posto. Con l’intera connessione dei giudizi, la nuova verità riceve un posto preciso nell’ordo idearum ed il fatto designato riceve il suo posto nell’ordo rerum. E solo quando il fatto viene inserito al suo posto, esso viene conosciuto. L’interconnessione dei nostri giudizi produce la coordinazione univoca ed è condizione della verità dei giudizi stessi. Solo i concetti ed i giudizi primitivi si basano su di una convenzione, mentre la conoscenza sta nell’interconnessione. La convenzionalità dei termini è tale solo da un punto di vista formale, perché storicamente la scelta dei termini ha delle ragioni che vanno indagate.

 

 

Tra formalismo e realismo

 

Per Schlick il linguaggio più evoluto è quello che ha più combinazioni di un numero relativamente scarso di suoni linguistici fondamentali. Un vero umanesimo preferirà un conciso linguaggio moderno alla tortuosa verbosità dei Greci. La mania di inventare nuove parole per esprimere i propri concetti è caratteristica degli spiriti più angusti tra i filosofi (al contrario di Hume che scriveva in maniera molto semplice).

Schlick considera la sua teoria della verità una teoria della coordinazione molto più semplice di quella di Russell. Egli risponde poi alla critica che dice che la teoria della coordinazione è troppo formalistica perché in realtà quelle che contano sono le relazioni materiali ed oggettive. Egli a questa critica ribatte che coordinazione univoca vuole dire che allo stesso oggetto deve corrispondere lo stesso segno e ciò è possibile solo se ogni oggetto è distinto da tutti quanti gli altri ed ogni volta riconosciuto come il medesimo. Presupposto della coordinazione conoscitiva è un “ritrovare” di cui è parte integrante l’accertamento di nessi materiali.

Schlick infine dice che coordinazione, ritrovamento dell’identico ed interconnessione sono tra loro strettamente collegati : gli stessi elementi (ritrovamento dell’uguale) si ripresentano in diversi

complessi (interconnessione)

 

 

 

 

 

Il problema della semiosi 

 

Si può dire che il segno sia lo stesso designato, ma in miniatura. Esso presuppone l’equivalenza tra tutto e parte (tra grande e piccolo) e presuppone una concezione manipolatoria della conoscenza (un sapere che vuole essere appunto potere), in cui il concetto è uno strumento, un afferrare, un chiudere nel pugno, un rimpicciolire l’oggetto per ricondurlo alla nostra portata.

Il fatto che ci siano più segni per uno stesso oggetto può sempre portare a problemi di comunicazione. La concezione di Schlick esclude forse non tanto che ci sia una differenza che derivi dall’identità, quanto piuttosto che ci sia un’identità che possa risultare da una molteplicità di oggetti differenti.

La tesi di Schlick circa l’assoluta convenzionalità della designazione in realtà non spiega come si instauri una relazione segnica. Il mistero della semiosi non viene assolutamente sfiorato e soprattutto la genesi storica dei sistemi di segni non viene per niente presa in considerazione. In questo Schlick è coerentemente formalista. Ma proprio tale indifferenza è all’origine del suo errore, perché l’univocità che egli vorrebbe raggiungere si rivela impossibile, mentre l’equivocità costituisce il ritmo stesso della semiosi.

Infine, non può essere che uno stato di fatto si riferisca ad uno stato di cose che sia reale in un altro mondo possibile ? Schlick non precisa se ciò sia possibile o meno.

 

Il convenzionalismo mostra la corda

 

A proposito degli enunciati circa la natura fisica della luce, Schlick fa confusione, in quanto l’uso simultaneo di diverse locuzioni quali “corpuscoli in movimento”, “raggio luminoso” e “propagazione di onde” evidenzia come non sussista proprio quel rapporto univoco tra segni e designato a cui egli aspira. Il giudizio “un raggio luminoso consiste in un flusso di corpuscoli in rapido movimento” vuole semplicemente dire che agli enunciati descriventi da un lato una realtà corpuscolare, dall’altro una di tipo ondulatorio, corrisponde la stessa realtà, per cui le due stringhe di simboli risultano alla fine equivalenti. Non si tratta dunque di un errore proprio di questo enunciato, ma della frequente equivocità terminologica in presenza di una grande complessità del Reale.

In tal caso mostra la corda la teoria convenzionalistica del segno, in quanto le due stringhe di simboli designano convenzionalmente lo stesso stato di fatto, ma comunque il loro senso è differente. E non basta la convenzione per coordinare due sensi differenti allo stesso stato di fatto.

 

 

La rimozione del senso

 

Schlick dunque non analizza la dimensione del senso, tematizzata da Frege, ma in questo caso assolutamente trascurata.

Schlick sovrappone contraddizione, confusione, ambiguità, falsità e menzogna e ciò causa molta approssimazione nel valutare gli errori filosofici.

Inoltre, se la coordinazione è assolutamente convenzionale, perché deve essere univoca ? Solo per un accordo sociale intercorso ? Giacchè non ci sarebbe niente nella proposizione per cui debba indicare questo e non quello, oppure per forza questo o quello.

In terzo luogo Schlick da un lato considera il pensiero come un segno e dall’altro si serve del pensiero per capire se ad es. un segno del linguaggio si riferisca ad uno stato di cose o ad un altro, per cui il pensiero si rivela essere una realtà più complessa del mero segno.

In quarto luogo considerare essenziale, per la significanza degli enunciati, la distinzione tra vero e falso è improprio in quanto le proposizioni vere e quelle false sono solo due sottoinsiemi delle proposizioni che hanno un senso. Al tempo stesso Sinn e Bedeutung sono due livelli di realtà assolutamente distinti.

Come crede Schlick che si possa riscontrare che ad un giudizio falso non corrisponda alcun fatto, osservate tutte le definizioni e regole logiche ? Cosa c’entra tale riscontro con regole logiche e definizioni ? Schlick vede nella falsità una contraddizione tra proposizione e stato di fatto, ma dimentica che, perché ci sia tale contraddizione, ci deve essere una comparazione tra le due strutture, comparazione possibile solo facendo riferimento al Sinn, al Logos.

Schlick ha ragione nell’individuare nella scoperta della falsità un momento di contraddizione, ma dire che la falsità de facto di un giudizio si desuma dalla contraddizione è inesatto. Se fosse una contraddizione si potrebbe anche negare ad es. il dato osservativo che smentisce l’ipotesi (in quanto la contraddizione non prescrive quale delle due proposizioni va eliminata). Invece è l’osservazione empirica e la preminenza epistemologica data ad essa che decidono della falsità di una proposizione scientifica.

 

Negazione e contraddizione

 

Per quanto riguarda la negazione, essa non stigmatizza il giudizio negato come contraddittorio né come equivoco, ma solo come falso. Popper rovescerà la prospettiva di Schlick (che dà alla negazione solo un valore psicologico) con il famoso principio di falsificazione.

Inoltre se nella concezione di Schlick “A non è B” diventa “A è diverso da B”, un enunciato come “x non esiste” cosa può diventare ?

Inoltre se la negazione si riferisce ad altre proposizioni, si può concludere che essa è immediatamente metalinguistica ?

Schlick poi giustamente ipotizza che il PDNC ed il terzo escluso risultano dall’essenza della negazione e non contengono quindi una qualche verità di significanza metafisica, né rappresentano una qualche barriera imposta al nostro pensiero umano (la quale forse non sussisterebbe per altri esseri con una diversa costituzione mentale).

Collegando i principi logici alla negazione, Schlick alla fine li psicologizza e dunque li relativizza. Ma ciò come si concilia con l’identificazione del falso con la contraddizione e l’equivocità ?

Frege, meglio di Schlick, elabora, con la sua teoria dell’asserzione, la tesi per cui il giudizio designa il sussistere effettivo di una relazione. Questa tesi però si presta al rinvio ad infinitum tipo “E’ vero che è vero che è vero…” o tipo il “really really ?” di Ronald Laing.

 

 

La scoperta e la conoscenza

 

Dunque per Schlick la verità sarebbe funzione della coordinazione tra più concetti e più oggetti ? E la deissi (“Questo è…”) è parte di una proposizione ?

Schlick in realtà non ha risposto alla domanda che egli stesso si è posto. Non si capisce infatti perché un concetto non possa essere vero. Forse perché il concetto non contiene in sé il verbo, il sussistere di uno stato di cose. L’esistenza dunque sfugge al concetto (Kant) ?

Schlick sbaglia nel pensare che nei nomi vi sia una elementarità che si sposa con l’arbitrio della designazione. Invece l’etimologia dei nomi ne evidenzia il carattere per niente arbitrario.

L’esempio fatto da Schlick delle azioni razionali non consapevoli fa pensare alle tecniche meccaniche con cui si fanno funzionare i computer. Ma così è stata anche la scrittura che evitava l’apprendimento mnemonico (lo sforzo era quello tutto iniziale di imparare a leggere).

Per ciò che riguarda l’esempio dei raggi di nuovo tipo scoperti da un fisico, non è vero che la designazione di un nuovo oggetto non significhi nuova conoscenza (essendo stata impiegata una nuova parola). La scoperta di un nuovo tipo di raggi è ad es. una nuova conoscenza : “Esiste un nuovo tipo di raggi” è una proposizione sintetica. Se è vero che il giudizio conoscitivo è una combinazione nuova di vecchi concetti, questi ultimi in realtà sono i raccordi grazie a cui ciò che è nuovo viene incorporato nel vecchio ed inserito al suo posto nel sistema della conoscenza. Risulta ancora un problema sapere come i concetti effettuano questo raccordo.

Dire che la conoscenza è diversa dalla verità è lecito. Dire che la conoscenza (intesa come interconnessione strutturale dei giudizi) fondi la verità dei giudizi non si desume dalle argomentazioni svolte sino a questo momento, o quanto meno va ben definito il senso del termine “fondare” o “essere condizione di…

 

 

 Un oscillazione non risolta

 

Schlick dunque in questa fase del suo pensiero somiglia molto al Neurath con cui polemizzerà successivamente : egli infatti tende a dissolvere le verità fattuali nelle verità concettuali

Schlick parla della sua teoria della verità come una teoria della coordinazione, che però nasconde in sé una teoria della coerenza. In pratica egli oscilla tra una teoria della verità come corrispondenza tra proposizione e fatto e la teoria della verità come coerenza e conseguentemente oscilla tra realismo epistemologico e formalismo. Inoltre altro è il fatto che i nessi materiali sono necessari per la verifica di una coordinazione, altro è dire che tali nessi siano necessari per la definizione e per la fondazione di una coordinazione. Alla fine il rinvio al riscontro dei nessi materiali diventa qualcosa di necessario solo per una sorta di postulato metodologico, ma comunque la coordinazione in quanto tale rivela la sua natura puramente formale. Infine una cosa è l’identità di un oggetto con se stesso, un’altra cosa sono le relazioni materiali ed oggettive che riguardano gli oggetti attinenti all’effettività. Queste ultime sono molto più complesse e sono descritte dalle singole scienze, mentre la prima è una relazione logica, più semplice ed astratta, a meno che Schlick non voglia indebitamente far rientrare in tale nozione la più complessa operazione psicologica del riconoscimento di un’identità. Ma questo non sarebbe un argomento condivisibile.

La costanza degli elementi che si ripresentano in diversi complessi invece fa pensare agli oggetti eterni di Whitehead.


14 gennaio 2008

Frege e la logica

 

La Logica e il Vero

 

In un frammento di un Manuale di logica, scritto tra il 1879 e il 1891, Frege cerca di criticare un atteggiamento empiristico e psicologistico in logica. Egli dice che la meta verso cui tende la scienza è la verità e riconoscere interiormente qualcosa come vero è giudicare, mentre rendere pubblico questo giudizio è asserire. Quel che è vero è tale indipendentemente dal nostro riconoscimento. Non tutte le cause che condizionano il nostro giudizio sono ragioni giustificanti. L'empirismo, trascurando tale argomento, fa passare tutte le nostre conoscenze per empiriche, ma anche nella scienza la storia di una scoperta di una legge matematica o naturale non può surrogare un procedimento fondativo e giustificante : questo sarà sempre astorico.

La logica ha a che fare solo con presupposti veri del giudizio e giudicare con tali presupposti è dedurre. Le leggi che governano tale deduzione sono l'oggetto della logica, che dunque stabilisce le leggi dell'inferenza corretta. Gli oggetti della logica non sono sensibili, ma non riguardano nemmeno la psicologia che non si occupa dell'"essere vero" dei propri oggetti. Le leggi della logica sono uno svolgimento della parola "vero". L'essere vero di una proposizione non è il prodotto di un processo psichico. Le cause psicologiche del giudizio ci portano indifferentemente sia all'errore che alla verità. Inoltre l'affinità tra processi psichici è ipotetica e ad essa non si possono attribuire le leggi della logica nè la spiegazione del fatto che si ritiene universalmente vera una proposizione. Per Frege la logica ha stretta parentela con l'etica, dove si può perdonare, ma ciò non cancella il carattere immorale di un'azione. La psicologia può spiegare le leggi dell'inferire effettivo, ma non quelle dell'inferire corretto, dal momento che l'inferire effettivo può portare sia alla verità che alla fallacia.

Frege aggiunge che le leggi, sia quelle logiche e matematiche che quelle fisiche e psicologiche non possono cambiare in senso stretto, dal momento che, se enunciate con completezza, devono contenere tutte le condizioni pertinenti ed essere valide indipendentemente dal tempo e dal luogo. Se ad es. la legge di inerzia  non valesse in prossimità di Sirio, dovremmo concludere che non è stata enunciata completamente, essendo stata omessa una condizione che qui è soddisfatta, ma non lo è nei dintorni di Sirio. Ciò vale anche per le leggi del pensiero : il cambiamento sarebbe solo un indice della nostra conoscenza imperfetta di quelle leggi.

Frege dice poi che la grammatica mescola logica e psicologia, altrimenti tutte le lingue dovrebbero avere la stessa grammatica. E' possibile esprimere lo stesso pensiero in lingue diverse per quel che riguarda il nucleo logico, altrimenti sarebbe escluso ogni patrimonio comune nella vita spirituale dell'umanità. Il valore dell'apprendimento delle lingue straniere per la formazione logica sta proprio nel fatto che il rivestimento psicologico del pensiero, mostrandosi nella sua diversità, si scinde nella coscienza dal nucleo logico col quale sembra essere cresciuto inseparabilmente in tutte le lingue. La difficoltà di afferrare l'elemento logico viene così mitigata dalla diversità delle lingue, anche se non del tutto superata : infatti le nostre logiche si trascinano sempre indietro qualcosa che è comune alle grammatiche delle lingue affini, senza avere rilevanza logica. Per questo può ulteriormente giovare la conoscenza dei mezzi espressivi di una lingua completamente diversa come quella delle formule algebriche. Ovviamente l'elemento logico che risulterà da questa depurazione dovrà a sua volta essere scomposto in elementi sempre più semplici. Inoltre scopo della logica sarà quello di ricondurre le stesse leggi da essa individuate ad altre leggi, in modo da avere un quadro sinottico complessivo delle leggi logiche e dei loro legami reciproci. Dunque quella del logico è una lotta contro la psicologia e la grammatica per isolare l'elemento puramente logico del linguaggio e del pensiero.

 

 

 

Frege e il contenuto giudicabile

 

Frege dice che il matematico spesso enuncia un teorema per sè prima di poterlo dimostrare; il fisico assume una legge a titolo di ipotesi, per sottoporla a  vaglio empirico. Afferriamo il contenuto di una verità prima di riconoscerlo come vero, ma non afferriamo soltanto esso, quanto anche il suo opposto, benchè di solito nella lingua, quando facciamo una domanda venga espresso solo un lato della domanda a cui liberamente aggiungiamo le parole "Oppure no?". Dunque il contenuto giudicabile è il contenuto di ogni verità, ma anche del suo opposto : respingendo un estremo come falso riconosciamo l'altro estremo come vero e viceversa. Ripudio dell'uno e riconoscimento dell'altro sono la medesima cosa (come diceva Spinoza, “ogni affirmatio est negatio”)

 

 

Frege e l'apriorità del Vero

 

 

Frege nel 1897 scrive un altro articolo sulla logica dove afferma che la logica si occupa del predicato "vero" ed è una disciplina normativa al pari dell'etica  che ci indica quanto di più generale e valido ci sia in tutti i campi del pensiero. Le regole del ritener vero vanno pensate come determinate dalle leggi dell'esser vero.

Frege poi critica l'idea della verità come corrispondenza, dal momento che per poter applicare questa definizione dovremmo vedere di volta in volta se la corrispondenza è vera. Questo argomento vale per tutte le definizioni di verità che considerano la verità una proprietà di una proposizione. In realtà la verità è qualcosa di così primitivo e semplice che non può essere ricondotta a qualcosa di più semplice ancora. La verità è indefinibile altrimenti ci dovremmo interrogare sulla verità della proposizione che la definisce.

"Vero" è un predicato che a differenza degli altri viene sempre implicitamente affermato ogniqualvolta si dice qualcosa : se asserisco che la somma di 2 più 3 è 5, asserisco anche che è vero che 2 e 3 è uguale a 5. La forma dell'enunciato assertorio è propriamente ciò mediante cui affermiamo la verità e a tal fine non abbiamo bisogno della parola "vero". Dunque anche quando diciamo "E' vero che..." ciò che conta è a rigore la forma dell'enunciato assertorio.

 

 

Frege e gli enunciati poetici

 

Il predicato "vero" non si applica alla realtà fisica, ma solo agli enunciati assertori ed in altro senso alle opere d'arte ed ai sentimenti che esprimono. Per quanto riguarda gli enunciati si tratta del loro senso e non del loro scheletro linguistico,  e si intende la frase principale e le frasi secondarie che da essa dipendono.

Frege poi analizza anche dei casi controversi. Ad es. l'enunciato "Scilla ha sei fauci" non è vero, ma non lo è nemmeno "Scilla non ha sei fauci", perchè "Scilla" non designa alcunchè e qualora designasse una mera rappresentazione, questa non può avere fauci. "Scilla" cioè è un nome proprio apparente che non assolve al compito del nome di designare un oggetto. Facendo un altro esempio, sebbene il racconto di Guglielmo Tell sia leggenda e non storia, non possiamo negargli un senso, ma il senso dell'enunciato "Tell colpì la mela sulla testa del figlio" è vero tanto poco quanto quello dell'enunciato "Tell non colpì la mela sulla testa del figlio". Si tratta in questo caso di poesia e si potrebbe parlare di pensiero apparente : se il senso di un enunciato assertorio non è vero, allora o è falso o è poesia, e questo è generalmente il caso di quegli enunciati in cui figura un nome proprio apparente (un eccezione è costituita dalla presenza di nomi propri apparenti nel discorso indiretto). Le asserzioni in poesia non sono da prendere sul serio in quanto sono asserzioni apparenti e così i pensieri. Se considerassimo storia il "Don Carlos" questo dramma risulterebbe in gran parte falso, ma un'opera letteraria non va considerata come uno scritto di storia, anche se i personaggi possono avere nomi e proprietà di personaggi effettivamente esistiti.

La logica dunque non  deve occuparsi di questi pensieri apparenti.

 

 

 

I pensieri secondo Frege

 

Frege chiama "pensiero" il senso di un enunciato assertorio. Pensieri sono le leggi naturali, le leggi matematiche, le descrizioni dei fatti storici. Ad essi sono applicabili i predicati "vero" e "falso". Si parla anche di rappresentazioni vere, intendendo per "rappresentazione" un'immagine fantastica che consiste di tracce ridestate da sensazioni passate. Una rappresentazione non è vera in sè, ma solo in relazione a qualcosa a cui deve corrispondere. A rigore dunque non è alla rappresentazione che è ascritto il predicato "vero", ma al pensiero che questa rappresentazione raffigura un certo oggetto e questo pensiero non è una rappresentazione, giacchè pensieri e rappresentazioni sono fondamentalmente distinti : la rappresentazione di una rosa rossa è qualcosa di interamente diverso dal pensiero che la rosa è rossa. Si possono combinare e fondere rappresentazioni quanto si vuole, il risultato che si otterrà sarà sempre una rappresentazione e mai un pensiero.

Tale differenza si manifesta anche nel modo di comunicare : il mezzo di espressione per eccellenza del pensiero è l'enunciato che è però poco adatto a riprodurre rappresentazioni; è sufficiente rammentare a tal proposito quanto imperfetta risulti qualsiasi descrizione al confronto di una rappresentazione pittorica. Nelle rappresentazioni uditive si può far ricorso all'onomatopea, ma questa non ha nulla a che fare con l'espressione del pensiero. D'altra parte i quadri e le composizioni musicali senza parole sono poco adatti ad esprimere pensieri. E' vero che di fronte ad un'opera d'arte si concepiscono pensieri e tuttavia non sussiste alcun nesso necessario tra questi e quella e non  ci si stupisce se in un altro essa suscita pensieri diversi dai nostri

 

 

Frege e l'oggettività del Vero

 

Per mettere in luce le peculiarità del predicato "vero", Frege fa una comparazione tra il Vero e il Bello. Egli dice che il Bello, al contrario del Vero, ammette gradazioni : invece una proposizione non è più vera dell'altra. Inoltre il Bello è soggettivo, non così il Vero.

Chi cercasse di confutare la veduta che il vero è tale indipendentemente dal nostro riconoscimento, contraddirebbe con la sua asserzione ciò che ha asserito, analogamente al Cretese che dice che tutti i Cretesi mentono. Se infatti qualcosa fosse vero solo per colui che lo ritiene vero, non ci sarebbe alcuna contraddizione tra le opinioni delle varie persone. Chiunque fosse di quest'avviso, non potrebbe conseguentemente contraddire l'opinione opposta e dovrebbe non disputare. Non potrebbe asserire nulla e le sue enunciazioni sarebbero processi psichici che come tali non sono in contraddizione con altri. Pertanto anche la sua tesi che il vero è tale solo in virtù del nostro riconoscimento avrebbe il medesimo valore. Infatti se questa opinione fosse vera, la pretesa che la propria opinione abbia anche presso gli altri maggiore autorità dell'opinione opposta sarebbe insostenibile, perchè in generale ogni opinione sarebbe ingiustificata. Non ci sarebbe niente di vero e l'indipendenza del nostro riconoscimento non può essere disgiunta dal senso del termine "vero".

 

 

Frege e l'oggettività del Pensiero

 

Frege dice poi che i pensieri non solo non necessitano del nostro riconoscimento per essere veri, ma neppure hanno bisogno a tal fine di essere pensati da noi. Una legge di natura non viene inventata, ma scoperta, così come un isola non ancora visitata dall'uomo esiste anche prima di essere individuata. Il pensiero non appartiene in modo particolare a coloro che lo pensano, ma si presenta nello stesso modo e come lo stesso pensiero a tutti coloro che lo concepiscono. Se così non fosse due persone non annetterebbero mai lo stesso pensiero allo stesso enunciato e perciò non ci sarebbe contraddizione se uno negasse una proposizione e l'altro la affermasse (giacchè entrambi potrebbero annettere pensieri diversi agli stessi enunciati).  Mancherebbe un comune campo di battaglia : ogni pensiero sarebbe racchiuso nel mondo interiore di ciascuno e non ci sarebbe possibilità di interazione con i pensieri altrui. A tal proposito, non si venga a dire che uno potrebbe comunicare all'altro i propri pensieri e che poi la battaglia divamperebbe nel mondo interiore di ciascuno : infatti un pensiero non può essere comunicato passando dal mondo interiore di uno direttamente al mondo interiore di un altro, bensì il pensiero che si presenterebbe nella mente del secondo individuo a seguito della comunicazione sarebbe diverso dal pensiero del primo individuo ed anche una modifica piccolissima può tramutare la verità in falsità

 

 

Frege e lo psicologismo

 

Frege dice che, se si volesse concepire il pensiero come qualcosa di psicologico, come una costruzione dell'immaginazione, senza tuttavia assumere il punto di vista soggettivistico, l'affermazione 2+3=5 dovrebbe suonare così "E' stato osservato che molte persone associano determinate immagini all'enunciato '2+3=5'". Da quanto è stato osservato sino ad ora queste immagini sono sempre vere, e quindi per ora possiamo dire : "Stando alle osservazioni sin qui compiute, il senso dell'enunciato '2+3=5' è vero". Ma con questa spiegazione non faremmo un passo avanti, perchè il senso dell'enunciato "E' stato osservato che molte persone associano determinate immagini..." sarebbe a sua volta un'immagine e si ricomincerebbe da capo. Ora, ciascuno giudica a seconda delle proprie sensazioni di gusto e queste differiscono da quelle altrui. La stessa cosa si verificherebbe con i pensieri se intrattenenessero con gli enunciati una relazione simile a quella che intercorre tra le sensazioni e gli stimoli chimici che la provocano.

Anche se il pensiero, al pari della rappresentazioni fosse qualcosa di psichico e di interiore, la sua verità potrebbe consistere solo in una relazione con qualcosa che non è nè psichico nè interiore. Per sapere se un pensiero è vero si dovrebbe domandare se sussiste questa relazione e al tempo stesso se è vero che questa relazione sussiste, per cui ci troveremmo nella posizione di colui che aziona una macina a pedale : compie un passo avanti verso l'alto, ma il gradino su cui è salito scivola indietro ed egli si ritrova al punto di partenza.

Il pensiero è impersonale. Se su un muro vediamo scritto l'enunciato "2+3=5" comprendiamo perfettamente il pensiero che esso esprime senza alcun riguardo per colui che l'ha scritto.

 

 

Frege e l'incompletezza degli enunciati rispetto ai pensieri

 

La teoria di Frege dell'indipendenza del pensiero dal pensante sembrerebbe contraddetta dal fatto che un enunciato come "Io ho freddo" può essere vero per uno e falso per un altro, e dunque non vero in sè. Ciò dipende dal fatto che questo enunciato, proferito da persone diverse, esprime pensieri diversi. Le semplici parole non contengono l'intero senso, ma si deve tenere conto di colui che le pronuncia. Così, in molti casi, la lingua parlata richiede l'accompagnamento dei gesti, dell'espressione del volto e delle circostanze accessorie. La parola "io" appunto designa persone diverse in enunciati proferiti da persone diverse. Non è necessario che il pensiero che si ha freddo sia pronunziato da colui che ha freddo : ciò può essere fatto anche da un altro che designi con il nome proprio colui che ha freddo. Il pensiero dunque può avere come rivestimento un enunciato più idoneo a mostrare la sua indipendenza dal soggetto pensante. E' in virtù di questa possibilità che il pensiero si differenzia da uno stato d'animo che può essere esternato con un'interiezione. A parole come "qui" e "ora" viene conferito un senso completo sempre e solo dalle circostanze in cui vengono impiegate. All'enunciato "Piove", va aggiunto il dove e il quando. Questo enunciato, una volta scritto, spesso non ha più un senso completo, essendo venuti meno quegli accenni al dove e al quando e a chi l'ha proferito. Per il senso di un enunciato come "Questa rosa è bella" contenente un giudizio estetico, è essenziale chi lo proferisce, anche se la parola "io" non vi figura. Tutte queste apparenti eccezioni vanno spiegate osservando che lo stesso enunciato non sempre esprime lo stesso pensiero, perchè le frasi richiedono integrazione per ottenere un senso completo e tale integrazione può variare a seconda delle circostanze.

Mentre le rappresentazioni sono proteiformi e fluttuano senza confini netti, i pensieri rimangono costanti, atemporali e aspaziali : se risultasse ad es. che la legge di gravitazione non è più vera da un certo momento in poi, si dovrebbe concludere che non è affatto vera, e ci si sforzerebbe di trovarne un altra che se ne differenzi per una condizione che in un certo momento è soddisfatta e in un altro non lo è. Lo stesso vale per il luogo : se risultasse che nei dintorni di Sirio non vale la legge di gravitazione, si cercherebbe un'altra legge con una condizione che risultasse soddisfatta nel nostro sistema solare, ma non nei dintorni di Sirio. Se contro l'atemporalità dei pensieri si volesse addurre poniamo, che "Il numero degli abitanti dello Stato tedesco ammonta a 52.000.000" si può ben rispondere che quest'enunciato non è l'espressione completa di un pensiero, perchè manca la determinazione temporale. Se questa viene sopperita, ad es. dicendo "Il primo Gennaio 1897 a mezzogiorno secondo l'orario europeo" in tal caso o il pensiero è vero (e rimane vero per sempre) o meglio, è atemporalmente vero, oppure è falso e tale è definitivamente. Ciò vale per ogni fatto storico singolo: se esso è vero, è tale indipendentemente dal tempo in cui è giudicato

 

 

Frege e l'atto del pensiero

 

Non si obietti, continua Frege, che un enunciato acquisti nel corso del tempo un altro significato, giacchè in questo caso non muta il pensiero, ma la lingua. Si parla della mutevolezza dei pensieri umani, ma qui non si tratta dei pensieri che sono ora veri, ora falsi, ma del fatto che essi vengano reputati ora veri, ora falsi. Il fatto che il termine "pensiero" sia usato in modo diverso dall'usuale non ha molta importanza (anche se Dedekind usa il termine "pensiero" in senso oggettivistico come Frege) in quanto anche in logica, come nelle altre discipline, è permesso coniare espressioni tecniche senza curarsi del fatto che esse siano usate in altro modo nella vita quotidiana. In tal caso nel fissare il significato, non si tratta di cogliere esattamente l'uso linguistico o di essere ligi all'etimologia delle parole, ma di rendere l'espressione il più possibile adatta all'espressione di leggi.

Non possiamo dunque intendere il pensare come una creazione di pensieri, nè il pensiero è assimilabile all'atto di pensare, quasi stesse al pensare come il salto al saltare.

Tale concezione si accorda a molti modi di dire. Non si dice forse che lo stesso pensiero è stato afferrato da questo o da quello, o che si è avuto ripetutamente ? Se il pensiero fosse creato dal pensare, allora esso nascerebbe e perirebbe ad ogni momento, il che è assurdo. Come non si crea l'albero quando lo si vede, così non si crea il pensiero quando lo si pensa, nè il cervello lo secerne come il fegato la bile. Le similitudini che stanno alla base di espressioni linguistiche come "capire", "comprendere" un pensiero colgono un aspetto centrale : quel che è afferrato, quel che è concepito, capito, compreso è già là ed uno se ne appropria soltanto. Certo tali similitudini sono anche fuorvianti, perchè così siamo portati a concepire quel che è indipendente dalla nostra psiche come qualcosa di spaziale e di attuale, ma se fosse così la legge di gravità che fa muovere i corpi, li tirerebbe per le orecchie. Se si vuole parlare di un'attualità dei pensieri, essa va vista nell'effetto che essi hanno sul soggetto conoscente, anche se questo effetto non deve essere confuso coi pensieri stessi. I pensieri non sono chiari, ma la chiarezza sta nel tentativo di afferrarli.

E' errato anche credere che solo i pensieri veri sussistano al di fuori della nostra psiche. Ciò che vale per "vero" vale anche per "falso" che sembrano proprietà degli enunciati o degli oggetti, ma sono invece proprietà dei pensieri : ciò che è falso è falso in sé indipendentemente dalla nostra opinione ed una disputa sulla falsità è pur sempre una disputa sulla verità.



Il rapporto tra pensiero e poesia in Frege

 

In un enunciato assertorio, dice Frege,  coesistono il pensiero espresso e l'asserzione della sua verità e non è facile distinguere tra le due componenti. E' possibile esprimere però un pensiero senza presentarlo al contempo come vero. Uno scienziato lo fa quando presenta quella che considera una mera ipotesi. Inoltre quando riconosciamo interiormente un pensiero come vero, giudichiamo, mentre quando rendiamo noto il nostro riconoscimento, allora asseriamo. E' anche possibile pensare senza giudicare. Se spesso un enunciato non basta ad esprimere un pensiero, non è raro neppure che l'enunciato faccia di più che esprimere un pensiero : esso agisce su sentimenti ed immaginazione (poesia), ma tutto ciò è indipendente dallo scopo di esprimere i pensieri : in tal caso i suoni delle parole servono solo da stimoli sensoriali o evocando l'immagine del cavallo, non esprimono il senso del termine "cavallo" magari usato, non ci dicono le proprietà del cavallo, ma fanno sì che gli ascoltatori producano immagini diverse le une dalle altre. Infatti non si può parlare di una medesima rappresentazione sempre associabile alla parola "cavallo". La concordanza tra le rappresentazioni evocate è sempre approssimativa, dal momento che il poeta dà solo spunti la cui messa in esecuzione è propria dell'ascoltatore. Il poeta ha a disposizione molti termini sinonimi che però possono evocare ognuno di loro sentimenti molto diversi (si pensi a "camminare" e "incedere"). Ad es. se confrontiamo "Questo cane ha guaito tutta la notte" e "Questo botolo ha guaito tutta la notte", il pensiero espresso è il medesimo, ma "cane" è emotivamente neutro, mentre "botolo" suscita l'immagine di un cane sgradevole e stimola un sentimento di avversione, che però non fa parte del pensiero espresso. Quello che distingue il secondo enunciato dal primo ha il valore di un'interiezione. Si potrebbe pensare che dal secondo enunciato si apprende più che dal primo e cioè che chi parla ha una bassa opinione del cane; in tal caso la parola "botolo" conterrebbe un intero pensiero. Supponiamo allora che il primo enunciato sia vero e che uno pronunci il secondo senza avvertire lo spregio che sembra insito nel termine "botolo". Se l'obiezione fosse corretta, il secondo enunciato conterrebbe due pensieri di cui uno falso e dunque asserirebbe complessivamente una proposizione falsa, mentre il primo enunciato sarebbe vero. Su questo però non si può essere d'accordo e si dovrà piuttosto dire che l'impiego della parola "botolo" non impedisce di ritener vero anche il secondo enunciato.

Si deve cioè fare una distinzione tra i pensieri che si esprimono e quelli che si fa sì che l'ascoltatore ritenga veri, senza però che siano stati espressi : quando un comandante inganna il nemico circa la sua debolezza facendo vedere il suo esercito in varie uniformi egli non mente, ma al tempo stesso non esprime alcun pensiero, anche se la sua azione mira a far concepire certi pensieri. Tali effetti si possono produrre anche nella lingua parlata, mediante il timbro della voce e la scelta di certe parole. Naturalmente le cose stanno diversamente quando sono state convenute procedure per inviare messaggi : un pensiero che in un primo momento era solo suggerito da una certa espressione, può successivamente essere addirittura asserito con essa. Ma tali oscillazioni linguistiche non eliminano le differenze sostanziali. L'importante è che non ad ogni differenza linguistica corrisponde una differenza di pensiero e che abbiamo un mezzo per decidere cosa appartenga al pensiero e cosa no.

 

 

Enunciati e pensieri in Frege

 

Anche la differenza tra forma attiva e forma passiva fa parte per Frege dei problemi legati al rapporto tra enunciati e pensieri. Ad es. l'enunciato "M diede ad N la notizia A" esprime lo stesso pensiero di "La notizia A fu data ad N da M" e di "N ricevette da M la notizia A". Da nessuno di essi si apprende più che dall'altro ed è quindi anche impossibile che uno sia vero e gli altri no. Tuttavia non si può dire che è del tutto indifferente usare l'uno o l'altro di questi enunciati. La preferenza va data di volta in volta per motivi estetici o stilistici. Se uno domanda "Perchè A viene tradotto prigioniero?", sarebbe innaturale rispondere "B è stato da lui assassinato", perchè ci sarebbe un salto non logico, ma dell'attenzione. In logica invece non importa dove è diretta l'attenzione.

Nel tradurre da una lingua all'altra si è spesso costretti a trascurare completamente la costruzione grammaticale originale e ciò nonostante il pensiero può rimanere il medesimo ed anzi deve rimanere tale se la traduzione è giusta.

Anche negli enunciati "Federico il Grande vinse presso Rossbach" ed "E' vero che Federico il Grande vinse presso Rossbach" abbiamo lo stesso pensiero in forme linguistiche diverse, come è già stato detto prima. Affermando il pensiero espresso dal primo enunciato affermiamo anche, con ciò stesso, il pensiero espresso dal secondo enunciato e viceversa. Non sono due distinti atti di giudizio, bensì un unico atto (da qui si vede che le categorie grammaticali di soggetto e predicato sono irrilevanti per la logica)

 

 

Lo scopo della logica in Frege

 

La distinzione di quello che in un enunciato fa parte del pensiero espresso e di quello che lo riveste soltanto, è di importanza essenziale secondo Frege per la logica. La purezza di quel che si indaga non è importante solo per il chimico, altrimenti come si potrebbe sapere con sicurezza che si è giunti per vie diverse allo stesso risultato se la differenza osservata può essere dovuta all'impurità delle sostanze impiegate ? Le prime principali scoperte scientifiche consistono di riconoscimenti (ad es. che il sole che nasce ogni giorno è sempre lo stesso sole che è tramontato il giorno prima, oppure che la stella del mattino è lo stesso che la stella della sera o ancora che il numero che si ottiene moltiplicando 5 x 3 è lo stesso che si ottiene moltiplicando 3 x 5). Reca dunque solo danno sottolineare le differenze là dove non sono rilevanti : così in meccanica ci si guarderà bene dal parlare della differenza chimica delle sostanze e dall'enunciare la legge d'inerzia per ogni elemento chimico.  Si terrà conto piuttosto delle differenze che sono essenziali per la conformità a leggi di cui ci si sta al momento occupando. Meno che mai ci si deve lasciar fuorviare dalle impurità che possono essere presenti a vedere differenze là dove non ve ne sono.

In logica si devo rigettare tutte quelle distinzioni che possono venir fatte esclusivamente dal punto di vista psicologico : l'approfondimento psicologico della logica è in realtà la sua distorsione.

Originariamente nell'uomo il pensiero è mescolato al sentimento ed alla rappresentazione. La logica ha il compito di isolare l'elemento logico nella sua purezza, non cancellando le rappresentazioni, ma operando una distinzione tra queste ultime e la dimensione logica.

 

 

Logica e grammatica in Frege

 

Una difficoltà è costituita dal fatto che si pensa in una data lingua e che la grammatica, che per la lingua ha un significato analogo a quello che la logica ha per il giudicare, mescola insieme logica e psicologia, altrimenti tutte le lingue avrebbero la stessa grammatica. Di qui l'importanza dello studio delle lingue : al variare delle fogge in cui il pensiero si presenta, impariamo a distinguerle più chiaramente dal nucleo logico. Attraverso la diversità delle lingue è facilitata la comprensione dell'elemento logico, anche se il fatto che i manuali di logica si trascinano sempre dietro qualcosa che non appartiene alla logica (tipo il soggetto ed il predicato) rende utile anche la conoscenza di un mezzo di espressione assolutamente artificiale come ad es. le formule matematiche o un linguaggio logico formale.

La prima e principale cosa è rappresentare gli oggetti di indagine nella loro purezza. Solo così si sarà in grado di compiere quei riconoscimenti che anche in logica sono forse le scoperte basilari. Due diversi enunciati possono esprimere lo stesso pensiero e del contenuto dell'enunciato ci interessa solo quel che può essere vero o falso. Se nella forma passiva fosse contenuta anche solo una traccia di pensiero in più di quella attiva, sarebbe pensabile che questa traccia fosse falsa, mentre il pensiero nella forma attiva sarebbe vero e non si potrebbe più passare automaticamente dalla forma attiva a quella passiva (e viceversa nel caso inverso). Se invece questi passaggi sono sempre possibili senza che ne vada di mezzo la verità, ciò è una conferma del fatto che quel che vi è di vero (il pensiero) non viene toccato da questo cambiamento di forma. Dunque non si deve dare tanto peso all'elemento linguistico come spesso fanno i logici quando assumono che ogni pensiero abbia un soggetto e un predicato e mediante il pensiero sia determinato cos'è il suo soggetto e  cosa il suo predicato, così come tramite l'enunciato viene indicato senza ambiguità il soggetto ed il predicato.

Frege ribadisce che bisogna evitare le espressioni "soggetto" e "predicato" non solo perchè così vengono resi difficili i riconoscimenti, ma anche perchè così vengono nascoste le differenze esistenti. Il logico, invece, deve non seguire passivamente il linguaggio, ma liberarci dalle catene del linguaggio che è uno strumento necessario, ma non deve renderci dipendenti. Molti errori concettuali derivano dalle imperfezioni logiche del linguaggio. Quando la logica ritiene che il suo compito sia quello di descrivere il processo effettivo del pensare in realtà la logica è ridotta a psicologia : sarebbe come credere di fare astronomia elaborando una teoria psicologica di come si vede attraverso il cannocchiale. Gli oggetti veri e propri della logica vanno così perduti di vista.

 

 

Logica e psicologia in Frege : la confutazione dello psicologismo

 

Le trattazioni psicologiche della logica partono spesso dall'idea che il pensiero sia qualcosa di psicologico come la rappresentazione. In questo modo spesso sfociano nell'idealismo. Particolarmente sorprendente è il confluire nell'idealismo della psicologia fisiologistica, in netto contrasto con il punto di partenza realistico di questa impostazione. Si parte da fibre nervose e da stimoli e si cerca di capire meglio la rappresentazione, ipotizzando tacitamente che i processi che hanno luogo in gangli e nervi siano più comprensibili della rappresentazione. Come si conviene ad una brava scienza sperimentale si presuppone che nervi e gangli siano qualcosa di oggettivo e reale. Questo può andare se ci si limita alla rappresentazione. Ma non ci si ferma qui e si procede sino al pensiero ed al giudizio, allora il realismo iniziale si trasforma in idealismo estremo e questa teoria finisce per recidere il ramo che la sostiene : tutto diventa rappresentazione e così anatomia e fisiologia diventano finzione e così la spiegazione della rappresentazione stessa, per cui un fantasma perde il diritto di confutare un altro fantasma.

Un edificio di rappresentazioni non costituisce un pensiero, così come un automa sia pur ingegnosamente costruito non può passare per un essere vivente. Sommando inanimato ad inanimato si ottiene ancora inanimato. La legge di gravitazione non dipende affatto da quel che succede nel mio cervello, anche se la comprensione di tale legge è un processo psichico. Per il successo di un'indagine scientifica è essenziale che i processi che possono essere trattati indipendentemente gli uni dagli altri non vengano mescolati tra di loro per non rendere le cose inutilmente complicate.

La logica si interessa delle leggi dell'esser vero e non di come si ritiene vero, si può intendere come insieme di prescrizioni più che di descrizioni (nomotetiche più che idiografiche). Il logico non deve indagare quale sia il corso naturale del pensiero che è diverso a seconda del periodo o del luogo considerato (vista la diversità delle grammatiche). Nè deve far assurgere a norme le consuetudini psicologiche del senso comune (che sono soggette sempre ad eccezioni che le rendono incomplete). Nella concezione psicologistica della logica viene meno la differenza tra le ragioni che giustificano un convincimento e le cause che lo determinano. Dunque una giustificazione vera e propria diventa impossibile e al suo posto subentra il racconto di come si è arrivati a quel convincimento, cosa che mette insieme il vero e il falso.

Se le leggi logiche sono concepite come leggi psicologiche si pone il quesito se sono soggette a cambiamento nel tempo, se sono come regole che in certi momenti della storia vengano messe in discussione. Ma se si tratta di leggi esse dovrebbero essere sempre vere a meno che non vengano sottoposte a condizione (uno stato del cervello), ma l'esser vero non dipende dal cervello.

Le leggi dell'esser vero se sono vere sono sempre vere : non possono contenere condizioni soddisfatte in un certo periodo di tempo e non in un altro, perchè trattano dell'esser vero dei pensieri, i quali se sono veri sono atemporalmente veri.

Riassumendo :

1. I pensieri non appartengono come le rappresentazioni alla mente dei singoli individui, ma sono indipendenti dall'essere pensati e si presentano ad ognuno nello stesso modo. Non vengono prodotti, ma solo afferrati dal pensiero. Sono oggettivi come le cose fisiche, ma non hanno carattere spazio-temporale e dunque la loro validità è atemporale.

2. Una trattazione psicologica della logica può essere dannosa. La logica deve purificare l'elemento logico da tutto ciò che è estraneo, dalla componente psicologica e da quella grammaticale. Essa tratta dell'essere vero e non del ritenere vero e dunque si occupa di come si deve fare a non lasciarsi sfuggire la verità.

 

 

 

 



Frege e il piano validativo

 

Frege giustamente evidenzia l’autonomia del piano validativo dalle circostanze storiche e psicologiche della ricerca : esiste una realtà e noi non inventiamo tutto. Nonostante ciò nel dire che una legge (logica, fisica) sia immutabile, semplicemente perché tutte le versioni sinora elaborate sono vaghe ed imprecise sembra essere o una tautologia (il fatto che falsifica la legge segue un’altra legge) o un excusatio non petita (per la serie “vi espongo una legge, ma non è delle migliori…”). Ogni legge è sempre passibile di ulteriore determinazione (soprattutto per quel che riguarda l’ambito e le condizioni che la rendono applicabile) e dunque non ha senso parlare di una legge immutabile, se non come una sorta di limite matematico, giacchè nessuna espressione di essa è completa.

 

Psicologia e grammatica

 

La logica non ha a che fare solo con i presupposti veri, ma con le inferenze corrette quale che siano i presupposti.  O meglio con la domanda : presupposta la verità di alcune proposizioni (ma questo non vuol dire che esse siano vere) cosa possiamo dedurre correttamente da esse ?

Frege da queste argomentazioni appare anche essere un anticipatore del funzionalismo della mente. Egli infatti asserisce che i processi psichici potrebbero differire da persona a persona. Però sbaglia quando dice che la fallacia sarebbe oggetto di sola psicologia, dal momento che non si capisce come, mentre il Vero può avere trattazione logica, non lo può avere anche il Falso : sarebbe questa un asimmetria che andrebbe quanto meno meglio spiegata. In realtà Frege confonde il fatto che la logica tratti le conseguenze della verità di alcuni enunciati, con il fatto che la logica tratti solo della verità.

La grammatica di una lingua più che mescolare logica e psicologia, rappresenta il campo dove linguaggio naturale e linguaggio formale si rapportano e confliggono tra loro e dove si intuisce la possibilità di diverse logiche. E’ sbagliato pensare che il linguaggio naturale sia il luogo dell’errore e quello formale il luogo della verità. In realtà il secondo è un esempio di radicalizzazione di una delle tante tendenze esistenti nel primo, per cui la verità attiene più al primo che non al secondo.

Interessante la tesi che il nucleo logico esistente negli enunciati di qualsiasi lingua permetta la traduzione degli uni negli altri. Ciò è correlato al fatto che Quine negando la differenza sostanziale tra logica e psicologia, negava anche la possibilità della traduzione e indicava solo nell’empiria e nel comportamento empirico il punto di incontro tra due parlanti lingue diverse. In realtà la traduzione è possibile (nel senso di una comprensione accettabile per un soggetto parlante una delle lingue) quando si evidenzia uno strato comune a due lingue (la loro logica), ma questo non presuppone che si sia raggiunto il nucleo logico di tutte le lingue (altrimenti una traduzione renderebbe tutte le lingue immediatamente traducibili tra loro)

Frege comunque ha ragione nel dire che la conoscenza delle lingue facilita la conoscenza della logica non tanto perché evidenzia un solo nucleo comune, ma in quanto evidenzia più nuclei comuni a più di una lingua. La conoscenza delle differenze è tutt’uno con la conoscenza delle identità. Egli però presuppone che il nucleo logico sia solo ciò che è comune alle diverse lingue conosciute, mentre invece a nostro parere qualsiasi sezione della lingua appaia marginale ed eccentrica può ben essere il nucleo tra questa lingua effettiva ed altre possibili lingue (estinte o puramente ipotetiche).

Frege dice che è d’aiuto per la logica anche un mezzo d’espressione artificiale (come l’Ideografia). Ma quanto deve un linguaggio artificiale alla natura specifica del suo oggetto e quanto alla selezione arbitraria di alcune sezioni del linguaggio naturale ?

 

 

 

 

Il ruolo della vaghezza

 

Frege è comunque geniale nel riconoscere che proprio la differenza tra piano validativo e piano genetico permette di iniziare una ricerca senza eccessivo rigore, visto che l’espressione rigorosa (la conoscenza) hegelianamente è qualcosa che si ha alla fine di un processo conoscitivo.

Frege aggiunge giustamente che afferriamo il contenuto di una verità prima di riconoscerlo come vero e dunque in questo pensiero prima dell’asserzione, si oscilla tra opposti e seppure negli enunciati viene espresso solo un lato della domanda, l’altro è pur sempre presente.

Il pensiero prima dell’asserzione è dunque pensiero dove le contraddizioni sono compresenti e Frege in maniera matura tollera questa compresenza.

 

 

Il carattere circolare del Vero

 

La critica che Frege fa alla concezione corrispondentista della verità si applica a qualsiasi altra concezione di essa, anche se la concezione della verità come corrispondenza ai fatti intesi empiricamente è di gran lunga incompleta. Anche la posizione di Frege basata sull’asserzione necessiterebbe di essere fondata su di un’ asserzione che la trascende e la precede logicamente.

Non si tratterebbe , come dice Frege, di doverci interrogare solo sulla verità della proposizione che definirebbe la verità, ma anche su quella che definisce la verità come "indefinibile" (la concezione stessa di Frege).

Inoltre è puerile dire che della concezione corripondentista della verità bisogna verificarne la corrispondenza, dal momento che tale concezione non intende fondare la nozione stessa di verità, per cui debba essere essa stessa giustificata come vera. In realtà la concezione della verità è circolare dal punto di vista validativo e tale circolarità può essere riassunta nell’atto unitario ma che andrebbe sempre implicitamente ripetuto dell’asserzione. Si tratta del paradosso inerente all’apriorità, all’esser sempre posto del presupposto, direbbe Hegel.

La concezione della verità come un qualcosa di indefinibile, apriorico ed intuitivo in realtà dunque non differisce sostanzialmente da quella di Meinong per cui la verità è un predicato analitico di qualsiasi proposizione.

Inoltre il rinvio ad infinitum che Frege usa per criticare il corrispondentismo, viene considerato dalla semiotica e dall'ermeneutica come una proprietà effettiva della verità (non tale dunque da giustificare una critica) : mentre Peirce accetta la semiosi infinita ed il ruolo dell'interpretante, Frege lo rifiuta e Russell e Wittgenstein sembrano non accorgersi della questione

 

 

Arte e verità

 

Su quale base Frege dice che "Guglielmo Tell" non abbia denotazione ? In realtà la denotazione in Frege ha un ruolo ambiguo in quanto sembra ridursi spesso ad un livello empirico di discorso. Ma dal punto di vista ontologico in senso più esteso il sinn ha più importanza e la designazione risulta essere solo un insieme di diversi sinn. Dire inoltre che una rappresentazione non abbia le stesse proprietà degli oggetti rappresentati (ad es. che la rappresentazione di Scilla non abbia teste) non è del tutto corretto, giacchè si può ben dire che il Cristo di Caravaggio ha la barba ed il "Cristo di Caravaggio" dovrebbe essere una rappresentazione o no ?

Insomma l'escludere gli oggetti narrativi dalla dimensione della verità produce una distinzione rozza e schematica tra arte e conoscenza : l'arte assume un carattere unicamente dilettevole (e Frege è costretto anche ad escludere per la schematicità della sua distinzione la fotografia dal novero delle arti). La concezione di Frege finisce per rendere problematiche anche operazioni concettuali come l'assunzione di un'ipotesi e cioè il prendere per vere una serie di proposizioni che potrebbero essere false, operazione che rende possibile la stessa logica in quanto per l'esercizio di quest'ultima non si deve sempre accertare la verità degli assunti da cui andrebbero dedotte altre proposizioni.

Inoltre la differenza che egli stabilisce tra Vero e Bello non è più tanto sicura: le logiche polivalenti e la logica fuzzy hanno messo in crisi la concezione per cui tra vero e falso non vì è gradazione. Frege inoltre accetta una teoria soggettivistica del Bello che non è l'unica in circolazione e dimentica che anche il Vero è tale per una mente, in quanto senza le menti ci sarebbe solo il Reale (gli enti) e non il Vero e cioè la relazione con il Reale.

Inoltre dato il soggettivismo nel campo dell'estetica non sarebbe allora possibile un giudizio estetico che non costituisca un enunciato incompleto ?

E se pure la verità è una relazione anche i giudizi aletici sarebbero incompleti (si dovrebbe dire ad es. che "p è vera per x") e l'unica alternativa sarebbe proprio la tesi fregeana dell'indefinibilità del vero, tesi che però, come abbiamo visto, è solo l'altra faccia del rinvio ad infinitum, un rifiuto della filosofia di trattare l'argomento, una ratifica del dogmatismo e dell'arbitrio.

 

 

La realtà delle finzioni

 

Frege erroneamente dunque separa le cosiddette proposizioni sulla realtà e quelle sulle entità narrative e così non spiega perché “Ulisse è marito di Penelope” sia considerabile come vera e “Ulisse è marito di Andromaca” sia considerabile come falsa. Dunque la sua distinzione va sfumata alla luce della teoria dei livelli di esistenza : la poesia e l’arte possono denotare universi possibili e contesti esistenziali diversi da quello da noi accettato come effettivo. Perciò quello che è per noi un nome apparente nel nostro mondo possibile, diventa nome proprio autentico in un altro contesto esistenziale.

Quanto agli enunciati che non sono immediatamente valutabili alla luce della lettura di un poema (ad es. il numero delle fauci di Scilla), si può ben ricorrere all’argomentazione di Frege a proposito delle leggi naturali per cui il mondo possibile a cui il poema fa riferimento non è stato completamente descritto da quest’ultimo.

 

 

Pensiero e rappresentazioni

 

Frege inizialmente introduce una distinzione assai importante per la quale il rapporto tra un enunciato ed il pensiero corrispondente non è dello stesso tipo di quello tra le vibrazioni dell'aria e la costruzione sonora immaginata. Ma poi sbaglia nell'inserire il rapporto tra gruppi di segni che non siano verbali o scritti all'interno della classe dei rapporti di causalità e non di tipo semantico.

Egli per “pensiero” intende forse innanzitutto le connessioni sintattiche o l’aspetto assertorio. E’ per questo che egli lo riesce a distinguere così fortemente dalle rappresentazioni. Anche se non si sa come si faccia a negare un carattere sintattico ad un insieme di rappresentazioni (altrimenti che ne sarebbe dell’isomorfismo wittgensteiniano tra linguaggio e realtà ?). Inoltre una rappresentazione simbolica non ha in sé delle connessioni sintattiche nascoste o quanto meno implicite ?

Frege considera il pensiero come proposizione e le rappresentazioni come meri oggetti. In realtà non è così e la moderna semiotica ha evidenziato che anche quello rappresentativo è un vero e proprio linguaggio su cui è possibile investire anche assertivamente. Frege confonde in questo caso il pensiero con il suo rivestimento enunciativo, mentre il pensiero può avere anche un rivestimento visivo o musicale: infatti dinanzi ad un quadro che fa vedere Napoleone Bonaparte (o un uomo che noi identificheremmo senza ambiguità con lui) morto ai piedi di una scala a chiocciola potremmo dire “E’ falso”. Se su di una tela c'è la rappresentazione di una rosa rossa, c'è anche l'asserzione implicita che quella rosa è rossa. E non è un caso che la scrittura sia nata come rappresentazione pittografica. Se si ammettesse la tesi di Frege il passaggio dalla pittografia alla scrittura sarebbe inspiegabile.

Inoltre Frege confonde il pensiero con l’asserzione semplicemente perchè l’asserzione può avere sì una forma linguistica, ma non è in se stessa linguaggio enunciativo. L'enunciato è un mezzo di comunicazione come altri, forse migliore, ma comunque insieme ad altri. Ed anche gli enunciati sollecitano diversi pensieri a diversi ascoltatori. Ogni enunciato al tempo stesso esprime un senso e stimola in chi ascolta sensazioni, sentimenti, altre proposizioni. La netta distinzione operata da Frege tra enunciati scientifici ed enunciati poetici non ha ragione di esistere. E la tesi per cui non c'è rapporto tra senso dell'enunciato e sentimenti evocati nemmeno si può intendere in maniera rigida e schematica.

C'è anche da dire che l'immaginazione collettiva può essere plasmata e resa omogenea da processi politici e sociali in modo da fare sì che anche le rappresentazioni evocate dalla poesia possano tendere verso costellazioni di senso condivise "per amore o per forza" (non sarebbe un esito felice, ma sicuramente un esito plausibile)

Frege presuppone che, oltre a sollecitare diversi pensieri, gli enunciati esprimano un medesimo pensiero, mentre non accadrebbe così con le rappresentazioni. Forse sarebbe più corretto dire che due enunciati hanno in comune lo stesso senso (sinn) che magari si può concretizzare anche in un terzo enunciato.  Quine forse ha messo in dubbio questa capacità del linguaggio, mentre d'altra parte le notazioni musicali sembrano esprimere un ordito oggettivo che esecuzione ed ascolto possono diversamente orientare e così la riduzione a codice digitale delle immagini potrebbe farle considerare anche come un linguaggio vero e proprio.

Insomma Frege da un lato giustamente come Meyerson evidenzia che la scienza è fatta fondamentalmente da riconoscimenti, da identità, da equivalenze. Essa circoscrivendo il proprio ambito evita le distinzioni che non sono funzionali all'ipotesi in discussione ed al livello ontologico e di ricerca considerato. Tuttavia questo non implica il fatto che l'elemento logico vada separato da quello emozionale del discorso, giacchè anche l’arte può rappresentare un’istanza di unificazione che Frege invece riserba solo alla scienza. Inoltre facendo l'esempio della meccanica dove sono irrilevanti le differenze chimiche tra sostanze, Frege non tiene conto dell'elettromagnetismo o della meccanica quantistica dove le differenze chimiche tra sostanze sono euristicamente utili per elaborare nuove ipotesi sulla costituzione elementare della materia.

Infine tornando all’arte ed alle rappresentazioni la difficoltà e l’incompletezza della descrizione verbale di una scena non implica la sua radicale alterità rispetto ad una rappresentazione pittorica (che potrebbe essere altrettanto complicata e manchevole).

Semmai ci fosse poi una netta differenza tra rappresentazione e pensiero, questa sarebbe a vantaggio del realismo della rappresentazione e del carattere congetturale, ermeneutico, ipotetico del pensiero. In pratica la ratifica definitiva della separazione tra carattere descrittivo delle sensazioni e carattere arbitrariamente interpretativo delle  percezioni.

 

 

“Questo botolo ha guaito per tutta la notte”

 

Inoltre il senso di "Questo cane ha guaito tutta la notte" è, sia pure leggermente, diverso da "Questo botolo ha guaito per tutta la notte", dal momento che "botolo" non è un termine vago che ha solo una valenza emotiva, ma un lemma con un senso specifico, più preciso di quello generico di "cane".

"Questo botolo ha guaito tutta la notte" equivale a "Questo cane almeno a me è antipatico e ha guaito tutta la notte", per cui data la forte componente soggettiva del primo degli enunciati congiunti è difficile pensare che il suo valore di verità cambi rispetto a "Questo cane ha guaito tutta la notte" per quanto il senso sia diverso, dal momento che l'informazione utile a chi ascolta è inserita nel secondo dei due enunciati. In questo caso scatta un meccanismo che riduce la rilevanza cognitiva di un enunciato molecolare a quella di uno solo degli enunciati atomici che lo compongono, per cui anche se l'enunciato molecolare può essere logicamente falso (perchè è falso uno degli enunciati che lo compongono) viene considerato vero in quanto è vero, degli enunciati che lo compongono, quello che è più rilevante dal punto di vista cognitivo (in grammatica l'enunciato poco rilevante viene chiamato "incidentale" e nella proposizione analizzata viene contratto nel termine "botolo"). Qui Frege non distingue la dimensione logica e quella pragmatica dell'enunciato analizzato. Inoltre se pure l'ascoltatore non avverte lo spregio insito nel termine "botolo", tuttavia entrambi gli enunciati atomici possono essere veri perchè "botolo" indica il fatto che, almeno a chi parla, il cane che ha guaito tutta la notte è antipatico. Magari se l'avversione di chi parla per il cane è stata causata dalla aver esso guaito tutta la notte, si può anche trasformare l'enunciato molecolare congiunto in un implicazione che può essere resa così : "Questo cane mi è antipatico" implica "Questo cane ha guaito tutta la notte", in cui la verità del precedente è irrilevante per la verità dell'implicazione, nel senso che il precedente è solo il segno soggettivo del conseguente che è la sola proposizione cognitivamente rilevante ed effettivamente verificabile.

La distinzione fatta da Frege tra pensieri che si esprimono e quelli che si fa sì che l'ascoltatore ritenga veri, può essere linguisticamente lecita, ma semioticamente incongruente : altro è il tono con cui si dice una frase ("x è morto" detta in tono triste), altro è quando questo tono è suggerito da una parte dell'enunciato ("Purtroppo x è morto"), giacchè in questo secondo caso la tristezza verrebbe desunta anche da chi semplicemente legge una lettera.

Quanto al caso del generale che fa vedere i suoi soldati con diverse uniformi, questi esprime comunque un pensiero (contrariamente a quello che dice Frege), solo che questo pensiero è falso in questo mondo possibile e dunque viene espresso per ingannare i nemici.

Ad ogni differenza linguistica corrisponde una differenza di pensiero. Lo strumento di cui parla Frege non serve a distinguere ciò che è pensiero da ciò che non lo è, ma serve ad esplicitare il pensiero implicito in ogni locuzione enunciativa.

 

 

Linguaggio verbale, verità e semiosi infinita

 

Frege poi fa un'operazione un po' fraudolenta in quanto usa la traducibilità di "p" in  "è vero p" per ricondurre la relazione tra rappresentazione ed oggetto ad un enunciato quando poi (e lo abbiamo già visto) anche la verità di quest' ultimo si può configurare come relazione. Egli usa il metalinguaggio per subordinare il linguaggio non verbale a quello verbale, ma così egli presuppone che non sia possibile un metalinguaggio non verbale, impossibilità che potrebbe anche essere una mera secolare desuetudine.

Egli ha comunque ragione a porre la relazione semiotica come un che di noematico e dunque al fatto che niente di fisicale è vero in sè. Ma non si rende conto che la verità (la relazione) si instaura ad ogni oggettivazione (anche di pensieri) e ad ogni divisione che l'oggettivazione genera tra oggetto (proposizione negabile), soggetto (che valuta se la relazione sia positiva o negativa) e realtà (riferimento in base a cui si effettuerebbe la valutazione). Insomma Frege sbaglia a non ammettere la semiosi infinita.

 

 

La dialettica degli indicali

 

Frege poi anticipa l'analisi degli indicali e ne intuisce la natura dialettica che rende indeterminati gli enunciati nei quali essi sono inseriti (i quali sono perciò funzioni proposizionali). Egli però non si rende conto che tale indeterminatezza concerne molti più enunciati di quanto non si pensi e spesso riguarda molti enunciati riguardanti leggi, i quali per quanto possano essere precisati accolgono in sè sempre una sia pur minima misura di vaghezza.

Inoltre Frege non si rende conto che gli enunciati indeterminati lo sono solo rispetto ad un predefinito livello di esistenza, mentre rispetto a livelli di esistenza più basici sono invece perfettamente determinati. Una variabile infatti è un oggetto nel senso più pieno del termine al suo proprio livello di esistenza.

Inoltre un enunciato indeterminato ha un senso proprio e dunque esprime un pensiero che però si può concretizzare in più pensieri ad un livello diverso di esistenza : si tratta di diversi livelli di astrazione dei pensieri e non si può dire che in sè l'enunciato con un indicale non esprima un pensiero, ma solo che può avere diversi valori di verità a seconda dell'oggetto che lo satura.

Tale saturazione si ha più facilmente quando l'enunciato indeterminato si situa in un contesto complesso già dato (come la realtà fisica), contesto che corrisponde ad una serie di enunciati che si congiungono (con il connettivo "et") all'enunciato indeterminato preso in considerazione

Inoltre "Io sento freddo" può equivalere a "Tim Robbins sente freddo" se Tim Robbins proferisce verbalmente o mentalmente questo pensiero, ma il senso dei due enunciati è comunque diverso, proprio perchè essi si riferiscono ad un diverso livello di esistenza.

Gli indicali, come intuì l'Idealismo tedesco, contengono in forma contratta i rinvii ad infinitum che Frege cerca di utilizzare contro le definizioni e le problematiche connesse ad es. con il termine "Vero".  L'Io ad es. sfugge di continuo alla definizione, ma questa fuga è inevitabile, sia considerata nel tempo (storicismo) che nello spazio (relativismo culturale), per cui il relativismo che Frege ha cercato a tutti i costi di evitare, rientra dalla finestra degli indicali.

Frege alla fine non riesce nè a spiegare nè a trovare posto a questi ultimi. Dire come fa lui che a volte la lingua parlata richiede l'accompagnamento di gesti, espressioni etc. non vuol dir niente. "Io ho freddo" non ha bisogno di accompagnamento o meglio quello che Frege e i filosofi ordinari del linguaggio cercano nel contesto extralinguistico è già implicito nell'enunciato che ha in sè il suo rinvio ad infinitum, la sua relatività senza che questa possa essere considerata contraddittoria. L'Io è al tempo stesso variabile e caso concreto.

Dire poi che non è necessario che il pensiero che si ha freddo debba essere pronunciato da chi prova questa sensazione è il massimo dell'iperbole cui arriva il pensiero analitico : il pensiero "io ho freddo" va delegato ad altri ? O bisogna parlare di sè in terza persona come i servi o i robot ? Qui si vede come nel pensiero analitico il problema della soggettività e della prassi (ed anche della libertà, come accusa Imre Toth) è assente. Anche se bisogna ammettere che la possibilità di trascendere la soggettività da parte del linguaggio è un'altra conquista che va tutelata, dove all'infinità della prospettiva si succede l'infinità dello spazio comune, dell'oggettività, del sapere. Frege giustamente nota che questa capacità di parlare in terza persona consente al pensiero di differenziarsi da un puro e semplice stato di animo. Ma entrambe le facce della medaglia vanno valorizzate, mentre Frege si irrigidisce nella falsa oggettività della neutralità asettica della scienza, neutralità che vedremo esploderà con il fallito tentativo neopositivista. Se la via soggettiva ha in sè il rischio del solipsismo, la via dogmatica ha in sè il rischio dell'ideologia.

Inoltre il fatto che il senso delle proposizioni con indicali venga solo e sempre completato dalle circostanze in cui vengano impiegate, vale in realtà per tutti gli enunciati : cos'è un nome proprio infatti se non un indicale non dichiarato (e perciò ancora più fuorviante) ?

 

 

 

 

Enunciati, contesto pragmatico e determinazione temporale

 

Il fatto che i fattori esterni possano aiutare a comprendere il senso di un enunciato non vanno psicologisticamente confusi con i fattori che semanticamente conferiscono senso all'enunciato in questione. Il fatto è che, in sè, alcuni termini hanno un'inesauribilità, un rinvio, un'indeterminatezza che consente ad ogni soggetto di utilizzarli. Ciò vale in generale per il linguaggio (che nel designare provoca uno sdoppiamento tra l'ente designato e il segno che lo designa ed occupa il suo posto), ma in particolare per alcuni termini (indicali, quantificatori, alcuni predicati soprattutto negativi) che proprio per questo fanno parte del lessico della filosofia e della metafisica (Io, Infinito, Tutto).

Frege poi impropriamente ricomprende nelle proposizioni che vanno integrate (al pari di quelle con indicali) anche le proposizioni estetiche, senza giustificare tale relazione se non con il ricorso ad una tesi pregiudiziale tutta da dimostrare e cioè quella della soggettività dei giudizi estetici.

Frege ancora non spiega perchè ed in che misura l'integrazione degli enunciati da parte del contesto debba variare e non chiarifica i gradi di indeterminazione dei diversi enunciati. Egli lascia sospettare che a svolgere tale integrazione saranno delle rappresentazioni, ma queste ultime se non sono pensiero come potranno assolvere tale compito ? Frege chiama rappresentazione ciò che fluttua e pensiero ciò che rimane costante, pensando forse che ci sia qualcosa in comune tra ciò che fluttua e qualcosa in comune tra tutto ciò che rimane costante. Non si affatica mica a inseguire ciò che fluttua ed al tempo stesso si ostina a mettere toppe ed a trovare pensieri nascosti in altri pensieri, quando a fluttuare sembrano essere i pensieri stessi

Inoltre il tentativo di determinare il senso di un enunciato attraverso precise coordinate spazio-temporali è un tentativo destinato al fallimento in quanto tali coordinate alla fine si riducono ad una prospettiva soggettiva che implica inevitabilmente un ritorno all'indeterminazione (ad es. degli indicali). Il tentativo di precisare le circostanze in cui un evento ha luogo costringe a determinare a loro volta in quanto eventi le stesse circostanze che dovrebbero fornire lo sfondo. Il fatto poi che le proposizioni al passato non siano verificabili empiricamente fa sì che la verità di un evento sia pure puntuale sia incerta. La tesi secondo cui comunque quell'evento è veramente accaduto o meno, va presupposta o dimostrata in altro modo. Se cambia il riconoscimento della verità di un enunciato e non la verità dell'enunciato stesso, ciò dipende da una stabilità della realtà che va metafisicamente dimostrata.

 

 

Lessico scientifico e linguaggio comune

 

Frege sbaglia anche nel pensare che una scienza possa impunemente nominare i propri oggetti usando arbitrariamente il lessico del linguaggio naturale e tale superficialità ha un costo notevole dal momento che crea analogie fuorvianti tra diversi oggetti e dunque genera malintesi pericolosi per l'apprendimento di teorie nuove e per l'unità del sapere. Il dare il nome è forse un'operazione in cui ci vuole una sensibilità storica non comune e non è dunque una procedura da prendere sotto gamba. Il mancato rispetto della continuità storica del significato di un termine o va motivato volendo evidenziare particolari non rilevati riguardanti l'oggetto a cui ci si riferisce con quel termine o va evitato attraverso una distinzione terminologica. In realtà si tratta di trovare un equilibrio tra l'istanza diciamo "filologica" (alla Vico più che alla Heidegger) dove si collega un termine alla tradizione che lo ha materiato e l'istanza della pratica quotidiana (Wittgenstein) dove si collega un termine al contesto materiale e quotidiano nel quale si deve concretizzare. Forti di queste due ricognizioni parallele bisogna o adattare il termine all'espressione di nuove conoscenze scientifiche o trovare un nuovo termine che sintetizzi un aspetto dell'oggetto indicato la cui novità non è riconducibile al vecchio lessico.

 

 

 

Equivalenza logica e Identità semantica

 

Nel caso di "M diede ad N la notizia A" e "La notizia A fu data ad N da M" , è vero che il valore di verità è lo stesso, ma semanticamente la situazione è diversa. L'uso di uno dei due enunciati presuppone diverse prospettive da cui partire, un contesto di volta in volta differente, un retroterra diversificato. Ad es. "La notizia A fu data ad N da M" suggerisce che l'attenzione sia rivolta appunto alla notizia A  e a i suoi contenuti. Come pure l'enfasi su chi porta la notizia e su chi la riceve presuppone un' attenzione narrativa sull'uno e sull'altro. Frege si sofferma troppo sul valore di verità dell'enunciato e non sul rapporto semantico di tale proposizione con il suo contesto narrativo (o di discorso).

In realtà due proposizioni attive e passive hanno due diversi sensi, ma possono avere la stessa denotazione e cioè riferirsi allo stesso evento. A tal proposito quel che impropriamente Frege considera pensiero è il Sinn o il Bedeutung ? Si può anche dire che la forma attiva o passiva evidenziano il contesto nel quale la proposizione si inserisce, dal momento che due proposizioni possono essere entrambe vere, ma la loro congiunzione logicamente vera può essere cognitivamente insensata (es. "Piove e Napoleone morì a Sant'Elena", mentre risulta sensata "Piove e tua sorella è senza ombrello"). Nella questione in oggetto interessante è l'esempio di "Ciro è un uomo passionale e sedusse Violetta" dove è riconoscibile una relazione causale tra la prima e la seconda proposizione, mentre in "Ciro è un uomo passionale e Violetta fu sedotta da lui" tale relazione è più indiretta (non sarebbe così indiretta "Violetta è una persona suggestionabile e fu sedotta da Ciro"). Questo è un esempio di come la forma attiva e passiva possano essere considerati due sinn con la stessa denotazione o quanto meno con lo stesso valore di verità.

Così pure una proposizione del linguaggio oggetto ed una metalinguistica equivalente alla prima hanno lo stesso valore di verità ma senso ed anche denotazione diversi. Infatti nel caso della vittoria di Federico il Grande a Rossbach il contesto materiale di "E' vero che Federico il Grande vinse presso Rossbach" non è la battaglia di Rossbach o la guerra in cui tale battaglia si inserisce, ma la disputa tra gli studiosi circa la battaglia di Rossbach. Il fatto che due enunciati siano entrambi veri non implica che entrambi esprimano lo stesso pensiero : l'equivalenza logica non è l'identità semantica.

 

 

 

 

Soggetto/predicato e Funzione/argomento

 

Partendo dalle sue tesi, Frege cerca di demistificare la logica S/P (soggetto/predicato), ma in realtà la sua logica Funzione/Argomento è solo un'assunzione metalinguistica (con possibili rovesciamenti dialettici) della logica S/P. Infatti il passaggio è semplicemente da "S è P" a "S(è P)" : il primo è l'aspetto sintetico, dove il verbo "essere" fa da copula tra il soggetto e il predicato che sembrano separati e/o separabili. La seconda formula vede il soggetto diventare oggetto del discorso (argomento) e il predicato essere già relazionato come funzione all'oggetto ed essere inerente ad esso (come in una proposizione analitica). Essa è semplicemente la forma metalinguistica della struttura S/P in quanto l'argomento non è che il soggetto oggettivato e virgolettato ed in quanto la relazione tra S e P è pensata come un oggetto a sua volta e dunque come interna, già assunta e non come esteriore e contingente : essa rientra nella nozione dell'oggetto. Inoltre la possibilità di tradurre facilmente un enunciato attivo in un enunciato passivo, non ha niente a che vedere con la logica S/P, dal momento che il predicato nelle proposizioni transitive è un verbo (un’azione, un evento), che a sua volta non può essere messo al posto del soggetto. Invece la classica struttura S/P è quella con la copula e l’enunciato che la esprime è intransitivo e dunque non ha molto a che fare con la traducibilità di un enunciato attivo in un enunciato passivo.

 

 

Argomentazioni apagogiche e l’oggettività dei pensieri

 

Frege, prima ancora di Apel e di Hosle presenta poi le argomentazioni apagogiche (o per meglio dire perlocutorie), patrimonio perenne della filosofia (sin da Platone e forse da Parmenide) nella loro veste più moderna. E originalmente presenta la fallacia dello scettico come analoga all’antinomia del mentitore (cosa forse mai tentata). In questo modo critica anche il relativismo.

Però come tutti i trascendentalisti egli sovrappone l'indipendenza del riconoscimento del Vero (che è inattingibile e per Agostino è Dio stesso) con il Vero oggettivato, scritto sulla carta e diventato sapere dogmaticamente affermato.

Parallelamente questa operazione la farà Benedetto Croce, che condivide con Frege molti presupposti (e molti pregiudizi) in misura maggiore di quanto possano pensare gli studiosi di storia della filosofia.

Frege giustamente argomenta che la spiegazione psicologica dei processi conoscitivi non deve implicare una valutazione del loro contenuto di verità, altrimenti si cadrebbe in una contraddizione perlocutoria, dal momento che la stessa verità della tesi psicologistica sarebbe da sottoporre all’analisi psicologica.

La sua critica  si applica alla perfezione a tutti i Relativismi esternalisti (naturalistici, sociologistici, storicisti) che non seguano da una riflessione metafisica idealistica che tratti del livello ideale e validativo di discussione. Tali relativismi esternalisti infatti partono da una concezione scientifica della realtà accettata in maniera assolutamente acritica e non problematizzata filosoficamente. Per loro la contraddizione è un cancro da evitare e dunque ne restano vittime.

Frege ad un certo punto non può che ammettere, rifiutando la concezione fisicalistica e/o psicologistica che nega la dimensione validativa, che la verità del pensiero deve consistere in una relazione con qualcosa che non è psichico, ma poi si fa atterrire dal rinvio ad infinitum, inconsapevole del fatto che in ambito idealistico tale rinvio non è tanto un limite del pensiero quanto una sua condizione di possibilità. 

Egli fa bene anche ad evidenziare l’oggettività dei pensieri, senza la quale non sarebbe possibile l’intersoggettività della comprensione.  Tuttavia come già detto a proposito della grammatica tale oggettività non è universalmente accessibile, nel senso che non si tramuta in un sapere valido per tutti. Frege come Bergson individua il circolo vizioso dell'epistemologia naturalistica che alla fine riducendo tutto a rappresentazione neurofisiologicamente spiegata, riduce anche la propria teoria a rappresentazione e condivide tale destino con tutte le rappresentazioni da essa descritte. Egli pensa che tale epistemologia rischi alla fine di confluire in un idealismo soggettivistico. In realtà l'epistemologia naturalistica è tendenzialmente schizofrenica e non riesce nemmeno ad incorrere nella contraddizione a causa del suo doppio registro e della sua mancanza di consequenzialità. Naturalmente la critica di Frege si può evitare con una concezione realistica e platonistica per la quale la struttura della realtà si riproduce isomorficamente nella visione del soggetto conoscente e nella rappresentazione neurologica che sostanzia quest'ultima. In questo caso però l'epistemologia non sarebbe la filosofia prima, ma sarebbe derivata da un'ontologia non regolata e legittimata da un'epistemologia. In tal caso non sarebbe possibile un'epistemologia costruttivista che smonti l'immagine dell'oggetto e la ricombini per ottenere immagini alternative. A meno che tutte le immagini ottenibili da un'epistemologia costruttivista non rappresentino possibilità contenute in una realtà che non sia ristretta all'effettività naturalisticamente intesa (e questo sarebbe possibile in un idealismo oggettivo e prospettivistico di tipo leibniziano)

Frege poi assume nell'oggettività del pensiero anche le leggi fisiche, ma tra verità logiche e verità delle leggi fisiche ci sono differenze notevoli. Egli confonde il successo storico delle verità scientifiche con l'atemporalità delle verità logiche.

Quanto allo psicologismo egli evidenzia il fatto che esso tende a confondere contesto di scoperta e contesto di giustificazione. Tuttavia egli (come già detto) confonde il logico e l'atemporale (infinità in durata in uno degli infiniti mondi possibili) con ciò che è permanente (infinità in durata in questo mondo possibile), per cui giunge alla controintuitiva conclusione che le leggi sia logiche che fisiche debbano essere sempre vere.

Che una legge logica non sia psicologica non implica che sia valida in maniera universale e necessaria. Che sia oggettiva non implica che sia perennemente valida. E' vero che le strutture logiche sono atemporali nel senso che non cambiano altrimenti si trasformerebbero in strutture logiche diverse, ma ciò non implica che non possano coesistere strutture logiche diverse tra loro  ed il pensiero soggettivo nel corso del tempo afferri prima una struttura e poi un'altra contraddittoria alla prima, senza che ciò comporti una contraddizione.

Comunque i pregiudizi di Frege verso la psicologia sono evidenti quando egli dice che l'approfondimento psicologico della logica è una distorsione psicologica della logica. Invece l'approfondimento psicologico ci può dire molte cose sulla logica stessa, dal momento che la riflessione sulla logica non rientra nella logica, ma nella filosofia per cui non c'è alcuna contaminazione psicologistica della logica.

Frege poi pone una distinzione tra "essere vero" e "ritenere vero" che rischia però di essere ambigua in quanto "riconoscere vero qualcosa" può significare sia "ritenere che qualcosa sia vero" sia "riconoscere come vero qualcosa che è vero" : Hegel con la dialettica di "posto e presupposto" è più avanti di Frege, il quale non è consapevole del fatto che "essere vero" è concretamente ciò che il signor Gottlob Frege ritiene sia vero, mentre ciò che si ritiene essere vero è, dal punto di vista del soggetto considerato, assolutamente vero. Dunque "esser vero" e "ritener vero" non si possono rigidamente separare.

Frege poi sovrappone "l'esser sempre vero" con "l'esser sempre vero nell'istante T", per cui non si capisce cosa intenda per l'esser sempre vero di una legge : una legge che valga per un solo istante per due soli oggetti è pur sempre una legge ? Inoltre che c'entrano con la logica le verità fattuali del tipo "Bruto assassinò Cesare" ?

Si può magari anche individuare un circolo vizioso nella teoria di Frege il quale fonda la verità atemporale dei pensieri sulla logica e quest'ultima (che consiste di pensieri) sul carattere atemporale della verità dei pensieri.

Frege poi stabilisce (come già visto) una eccessiva distanza tra logos e rappresentazione e nega addirittura che si possa colmare lo iato tra biologico e meccanico, cosa non ovvia dopo le tante ricerche dell'I.A. e delle scienze cognitive e dopo l'elaborazione del concetto di emergenza che consente di spiegare la sortita del novum in Natura attraverso la dialettica della quantità che si trasforma in qualità. Frege rischia di sconfinare nello spiritualismo, mentre una concezione realistica permette grazie alla nozione di isomorfismo di conciliare materialismo e idealismo.

Inoltre l'archetipologia evidenzia che le rappresentazioni, contrariamente alla tesi di Frege, sfuggono alla singola soggettività. Oltre a pensare erroneamente che almeno la rappresentazione sia soggettiva, Frege seppure sia più avanti di Platone nell’ipotizzare una ricerca non per forza di cose rigorosa, tuttavia non si pone (come invece fanno i metafisici più profondi) il problema della validità e del fondamento delle regole logiche stesse. Ad es. Frege non si domanda se l'oggettività di un criterio coincida con la sua unicità e/o la sua universalità (quando lo fa rende la legge sia essa logica o fisica un limite ideale irrangiungibile).

Inoltre dire che il pensiero si presenta allo stesso modo a coloro che lo pensano come lo stesso pensiero non è un mero circolo vizioso ? Poi perché ci sia un terreno comune per dialogare è necessario un nucleo di pensieri comuni a tutti, o bastano pensieri simili ? E' possibile che ognuno di noi interpreti personalmente gli enunciati e dunque li ricontestualizzi a modo proprio in modo che non segua una contraddizione dall'aderire a due enunciati che in apparenza si negano reciprocamente ? Forse all'interno dello scenario analitico Quine ha sollevato questo problema. A Frege che dice che in questo modo verrebbe a cambiare il livello del dialogo si può rispondere che il presunto dialogo sinora si è consumato spesso su fraintedimenti e malintesi linguistici.

Circa poi l'impossibilità di comunicare il pensiero non ammettendo il carattere incontrovertibile della verità e dei principi logici e l'argomentazione per cui ogni minimo mutamento di una proposizione può mutarne il valore di verità, Frege si riferisce al fatto che basta una piccola particella negativa per provocare questa alterazione ? Ed anche se un piccolo particolare cambia il valore di verità di un pensiero ciò muta in maniera rilevante anche il senso di un enunciato ? E la comprensione si basa sul valore di verità o non piuttosto sul senso ? In realtà questo rapido sfumare del vero nel falso non è un rischio da esorcizzare a qualsiasi costo, ma è la vita stessa della logica, vita a cui allude lo stesso Frege quando ipotizza il carattere quasi illimitatamente incompleto degli enunciati riguardanti leggi, vita che si evince dalla continua rielaborazione degli enunciati da parte delle menti umane.

Si può comunque dire forse con Frege che il pensiero è l’ambiente oggettivo in cui si muovono le menti soggettive, le quali sarebbero classi di rapporti di designazione segno/significato e di passaggio tra linguaggio e metalinguaggio. Frege da un lato ha ragione nel dare al contenuto dei pensieri (le idee intese platonisticamente) una consistenza atemporale indipendente dalla soggettività conoscente. D'altro canto egli sbaglia ad appellare come "pensiero" le idee (o noemi), mentre pensiero è semplicemente l'afferrare psichicamente le idee, la controparte psichica in termini di flusso di coscienza delle strutture e degli oggetti logici atemporali che appunto andrebbero più coerentemente chiamati noemi (Husserl).

 


30 luglio 2007

L'attualità di Feyerabend (1992)

 

La figura di P.K. Feyerabend è sicuramente molto controversa e suscita reazioni differenziate : dall’ammirazione per la provocatorietà del suo pensiero e per le conseguenze libertarie che ne derivano al rifiuto vigoroso dell’indeterminazione in cui il suo anarchismo metodologico sembra gettare l’intero patrimonio culturale della scienza e della filosofia occidentale.



Nell’ambito del decennio dal 1980 al 1990 ed oltre, è stato molto acceso il dibattito tra istanze fondazionali che si ricollegano ad Apel, Habermas e Hosle e quella corrente filosofica che si autoproclama “pensiero debole” e contamina (in compagnia dell’americano Richard Rorty) Heidegger con Wittgenstein elaborando una forma particolarmente urbanizzata di Relativismo.

In questo dibattito Feyerabend è stato con molte buone ragioni annoverato tra i Relativisti e tuttavia tale inclusione non sembra dare del tutto giustizia agli stimoli che la sua riflessione può dare anche a chi intraprenda una costruzione del sapere che conforti l’uomo di questo fine secolo nella sua ostinata volontà di uscire fuori dai periodi bui proprio delle storie individuali e collettive.

Se leggiamo “Contro il metodo”, considerato i suo testo più importante, vediamo che Feyerabend afferma principalmente che:

·        La storia della scienza è molto più ricca delle sue ricostruzione razionalistiche e tale ricchezza e varietà di dottrine, teorie e metodologie va preservata per il bene stesso dell’umanità e della cultura

·        Spesso la scienza va avanti grazie a trasgressioni metodologiche  ed una teoria nuova che soppianta quella vecchia è incommensurabile con quest’ultima cosicché non vi è continuità concettuale nella storia della scienza e dunque neanche progresso.

·        Per capire cosa succede nella storia della scienza vanno superate distinzioni epistemologiche consolidate, come quella tra contesto di scoperta e contesto di giustificazione e quella tra termini teorici e termini osservazionali, dal momento che l’esperienza è intrisa di teoria e di concetti metafisici.

 

 

Non siamo interamente d’accordo con tutte le cose che Feyerabend dice : ad es. c’è qualche difficoltà nel conciliare la tesi dell’incommensurabilità con l’apologia del linguaggio comune fatta nel criticare l’asetticità espressiva della comunità scientifica. Inoltre la stessa utilizzazione di un metodo deve essere consequenzialmente osservata con la stessa tolleranza con la quale si guarda ad una teoria : molte intuizioni metodologiche proprie del ‘600 erano state anticipate da Occam e da Ruggero Bacone, ma solo quando un gruppo di epistemologi (Galilei, Bacone, Newton, gli Enciclopedisti) ha forgiato nel corso dei decenni una vera e propria armatura ideologica, capace di seguire ed anticipare il volano della storia che allora aveva vorticosamente accelerato, tali intuizioni hanno stimolato ulteriori acquisizioni ed hanno potuto dispiegare il loro potenziale euristico e pratico.

Non vogliamo però soffermarci su questo : in tale occasione è più importante vedere il contributo costruttivo di Feyerabend alla filosofia e secondo noi, da questo punto di vista,, egli ha quantomeno intimato un deciso stop alle velleità di certa filosofia che voleva fare la mosca cocchiera della scienza e con questo mandato esterno pretendeva di fare piazza pulita delle tradizioni concettuali che si sono acquisite nel corso dei secoli e che costituiscono un patrimonio culturale con cui non si può non fare i conti. Denunciando il carattere fittizio del ricorso all’esperienza ed ai fatti, Feyerabend, seppure non sempre volentieri, apre la possibilità che alcune irrisolte questioni scientifiche incoraggino una rivisitazione delle categorie e dei concetti teorici che fondano le stesse interpretazioni naturali dell’esperienza. Dunque ci può essere un campo di lavoro fecondo per la riflessione filosofica. A ciò si aggiunge che l’anarchismo metodologico di Feyerabend incoraggia la gente comune a porsi nei confronti del sapere specialistico non in posizione meramente passiva, ma con un atteggiamento critico che le consenta di costringere le comunità chiuse del sapere a porsi il problema del linguaggio comune, della comunicazione sociale dei risultati delle loro ricerche e della  chiarificazione dei propri presupposti concettuali e metafisici.

Dunque con Feyerabend la filosofia entra nel discorso scientifico non in veste di ancella o di stadio evolutivo anteriore, ma come strumento di individuazione delle strutture profonde del discorso scientifico stesso e, nel contempo, come dinamismo teso a scongiurare la chiusura monadistica dei diversi giochi linguistici (Wittgenstein). Questo però riguarda solo il valore teorico delle provocazioni feyerabendiane e non la valenza politica delle stesse : si è pensato, a tal proposito, che l’antimetodologia feyerabendiana fosse solo un momento di ubriacatura sessantottina dell’epistemologia (si pensi che anche Kuhn è stato interpretato in Italia con criteri che furono fatti propri anche dal movimento del ’77) e dunque, in quanto tale sarebbe dovuto essere cancellato, sia volendo affermare un pensiero cosiddetto forte, sia nel tentativo di estirpare il ’68 dall’immaginario politico collettivo. Invece, a nostro parere, il lavoro di Feyerabend rimarrà per molto tempo ancora uno sfondo ineliminabile di ogni percorso di pensiero : in primo luogo esso ci proietta in una dimensione collettiva e transgenerazionale del filosofare, priva cioè della figura eroica del pensatore di genio che sintetizza tutte le dimensioni dell’Essere nella sua visione delle cose. Leggendo Feyerabend si ha l’impressione che ogni sia pur grande filosofia del passato ed ogni nostro pensiero siano tasselli di un processo ben più grande che ci trascende tutti e la cui chiusura non è certo prevista nel breve periodo : nonostante il suo Relativismo egli esemplifica concretamente una comunità illimitata di comunicazione, forse meglio di Apel che cerca a sua volta di fondare e costituire tale comunità.

C’è di più : mai come adesso Feyerabend è necessario : l’Ottantanove è stato forse la giusta fine di una serie di sistemi sociali e politici incapaci di essere nella pratica coerenti con i propri presupposti. Tuttavia esso rischia di essere al tempo stesso il primo atto di una crisi che si presenta inizialmente come crisi culturale : un’ideologia che si affermava in tutti i sensi alternativa a quella dominante in Occidente sembra non trovare più nuovi sbocchi e le terze vie (da quella socialdemocratica a quella terzomondista) sono anch’esse in forte ripensamento. Sul pianeta scende come una cappa soffocante il monopolio di una sola visione del mondo, visione resa più rozza e selvaggia anche dalla mancanza di confronto e di alternative. Ci apprestiamo forse a rinnegare sull’onda di crisi economiche, politiche ed ecologiche, conquiste realizzatesi in più di un secolo di storia; le risposte semplicistiche ed autoritarie ai problemi immani che si presentano in questa fase ricevono sempre più credito.

Mai come durante la Prima Guerra del Golfo ad es. la cultura laica europea ha mostrato la sua mancanza di coraggio morale e la sua incapacità di immaginazione : sia che si fosse a favore, sia contro la guerra, si era non solo praticamente ma anche teoricamente impotenti proprio in quanto tutti quanti pensavano all’interno dello stesso quadro di compatibilità.

Perciò Feyerabend ci serve soprattutto ora :

 

 

  1. Per assicurare una turbolenza vitale attorno alle strutture imbalsamate del nostro sapere e consentire il loro trapasso in forme nuove.
  2. Per garantire la diversificazione delle nostre visioni del mondo al fine di dare più chances di sopravvivenza alla specie umana.
  3. Per guadagnare tempo e consentire lo scongelamento del pensiero paralizzato da decenni di torpido bipolarismo ed evitare che siano i duri fatti, prodotti a loro volta dalla nostra obliqua e maliziosa insipienza, a pensare al posto nostro, così come è stato durante le guerre del Golfo.

 

 

 


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