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7 marzo 2009

Pasquale Voza :E dagli giù al Sessantotto, così hanno normalizzato l'Italia

 Una delle vie possibili di lettura critica di quello che nel dibattito politologico e culturale è stato chiamato il "caso italiano" (genesi, sviluppo, crisi e sua lunga, non ancora del tutto consumata, normalizzazione) può essere costituita senza dubbio, dalla interrogazione e dall'analisi della formidabile, mai intermessa, durata interpretativa del Sessantotto.
A ben guardare, l'insieme delle interpretazioni del Sessantotto italiano (o, meglio, del biennio '68-69) che, all'incirca dai primi anni Ottanta del secolo scorso, hanno tenuto il campo nell'opinione pubblica e nel senso comune, si può ricondurre sostanzialmente, pur in una grande varietà di articolazioni, a due filoni principali. L'uno ha teso a far risalire al movimento del Sessantotto, e ai processi da esso innescati, la genesi di un progressivo impazzimento estremistico-corporativo della società italiana lungo il corso degli anni Settanta e oltre. Si pensi al ricorrente accostamento Sessantotto-anni di piombo, o, per altro verso, persino alle metafore del Fellini di Prova d'orchestra, che alludevano al "disordine" assembleare, senza regole e anti-autoritario, di una troppo concitata "democrazia".
L'altro filone, in una sorta di sistemazione insieme apologetica e riduttiva, di storicismo sdrammatizzante, ha visto nel Sessantotto un fattore o un veicolo della modernizzazione in atto (nel campo delle istituzioni culturali e formative, del costume, dei rapporti familiari, del linguaggio ecc.). 



Ora, se si guarda all'oggi più stringente, e in particolare alla ricorrenza del quarantennale, si può constatare la presenza sempre più pervasiva di un peculiare, acuto interesse "revisionistico", di vario segno, nei confronti del problema del Sessantotto. Del resto, sul piano del senso comune (anche in riferimento alle coscienze giovanili) la cultura diffusa del revisionismo, più in generale, ha teso ad imporre un Novecento seccamente "liberato" della sua reale complessità storica e ridotto ad una sorta di bene culturale e spirituale di cui fruire in un consumo inerte e pacificato: un consumo riconducibile ad una nuova forma di "americanismo", da intendersi come terreno esemplare di caduta secca di ogni rapporto critico col passato e col presente, e con le forme culturali e ideologiche dell'uno e dell'altro. In questo ambito, le aberrazioni anti-conoscitive e profondamente corruttive si sono andate ampiamente sprecando. Si pensi, ad esempio, alla nozione di totalitarismo, proposta come mistificante, generico e qualunquistico, canone di lettura del «secolo breve», e alla pratica del conteggio, da rissa al Bar dello sport, dei morti di un totalitarismo rispetto ad un altro: esempio questo della degradazione populistico-plebiscitaria di una importante, ancorché discutibile, categoria di ordine etico-culturale e storiografico (quale quella, appunto, di totalitarismo).
Rovesciare il '68 è il titolo di un recente volume di Marcello Veneziani, che si può assumere come emblematico di questo revisionismo "selvaggio", spiccio e perentorio. In una prosetta vagamente aforistica e laboriosamente spiritosa, del tutto priva della vera, grande forza dell'ironia, l'Autore si adopera ad illustrare la sua "tesi" di fondo, secondo cui il Sessantotto non è stato un «evento», bensì «un virus con effetti ancora attivi»: uno, tra i principali, di questi effetti viene indicato in una sorta di «intolleranza permissiva». Citando e semplificando fino all'estremo Del Noce e Pasolini, l'Autore attribuisce al Sessantotto il ruolo di promotore del «passaggio della borghesia dal vecchio universo cristiano-famigliare e nazionale a una neoborghesia spregiudicata e sradicata, priva di valori e pudori, irridente alla morale».
C'è chi ha constatato che «la caricatura di un Sesssantotto opera di figli di papà un po' tonti e un po' fanatici furoreggia ancora», e si è chiesto «perché - quarant'anni dopo! - sopravviva un tale bisogno di riscossa, un'ansia demolitoria, nei confronti di un movimento talmente lontano nel tempo» (Gad Lerner). La risposta va cercata all'interno di quell'acuirsi recente del furor revisionistico di cui parlavo: è qui che si collocano innanzitutto i vari tentativi in corso di mettere mano alla Costituzione, e alla forma-Stato ad essa connessa, attraverso l'attacco diretto o indiretto al valore dell'antifascismo come storico valore fondativo; ed è qui che si collocano anche, in questa fase "estremistica" della lunga transizione italiana, i bisogni di liquidare, di mettere in caricatura, di rendere invisibile la critica "inaudita" capillarmente portata dal Sessantotto alle strutturazioni egemoniche della forma-capitale. In un certo senso, si tratta dell'esigenza diffusa, ora indistinta ora consapevole, di sancire, di fissare una formidabile rivincita dell'esistente come base di un processo definitivo, se pure ancora laborioso, di normalizzazione del "caso" italiano.
Tale acuto furor revisionistico assume ed esaspera l'idea di un'onda lunga e nefasta del Sessantotto nella storia italiana. D'altro canto, uno dei problemi più complessi legati al Sessantotto, alla sua radicalità pervasiva, è proprio quello della sua cosiddetta durata. Per quanto concerne quello che viene indicato come il progressivo impazzimento estremistico-corporativo della società italiana, ivi compreso l'esito degli "anni di piombo", ebbene si deve dire che non dal Sessantotto, bensì dalla sua morte, e insieme dalla formidabile "strategia della tensione" posta in essere (si pensi, in primis, alla strage di Piazza Fontana), si produsse quell'abnorme e violenta esasperazione dell'autonomia del politico, che caratterizzò il fenomeno della lotta armata e del "brigatismo". L'«attacco al cuore dello Stato» era radicalmente fuori della ri-definizione della politica elaborata e perseguita dal Sessantotto, che riproponeva in forme inedite, nel tempo della modernizzazione neo-capitalistica, il problema integrale della egemonia, che non a caso poteva essere nominato anche come il problema della «irruzione della lotta politica nella vita quotidiana».
Si possono connettere con tutto questo, sia pure attraverso una serie complessa di mediazioni, le questioni legate a ciò che, qualche tempo fa, Zygmunt Bauman ha chiamato la «decadenza degli intellettuali». Egli ha messo l'accento sul passaggio dalla figura dell'intellettuale «legislatore» a quella dell'intellettuale «interprete», dagli anni del secondo dopoguerra agli anni Settanta, allo crisi dello Stato sociale: vale a dire, il passaggio da chi, in chiave universalistica, si riconosceva nella funzione di elaboratore di idee di promozione e di direzione di un ordine sociale "progressivo", a chi, abbandonate o dismesse le ambizioni universalistiche, mette le proprie competenze professionali al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani e plurali, in un mix di specialismo corporativo e di cultura-spettacolo.
Naturalmente, non si tratta solo di decadenza degli intellettuali, ma si tratta anche, e soprattutto, di processi di riclassificazione dei saperi negli ambiti interagenti della tecnica e del mercato, e di loro incorporazione nella macchina, entro una tendenziale, e pur ricca di contraddizioni, dilatazione "totalitaria" del capitalismo post-fordista. Ma proprio qui si pone con forza, in maniera acuta e drammatica, contro ogni forma di spontaneismo (dal vecchio e nuovo operaismo a ogni eccedenza antagonistica già data, che sia moltitudine o nuovo, diffuso general intellect ), ebbene si pone con forza il problema della soggettivazione, della costituzione politica dei soggetti dell'antagonismo e del conflitto, e quindi, detto altrimenti, il problema della riattivazione diffusiva di un pensiero critico, a partire dall'interno delle istituzioni culturali e formative (e il movimento dell'Onda anomala tende ad opporsi, appunto, ai processi di normalizzazione-passivizzazione in atto e di privatizzazione del sapere). Anche per quanto riguarda il cosiddetto lavoro immateriale e cognitivo, andrebbe messa in discussione l'idea, comunque declinata, di una sua "autonomia": l'idea secondo cui la nuova intellettualità di massa, in quanto lavoro "complesso", nutrito di competenze linguistico-cognitive, genericamente umane, andrebbe considerata come irriducibile a lavoro «semplice» (Virno). Ma ciò che non è tenuto in debito conto è che quelle competenze linguistico-cognitive sono pur sempre segnate dal comando, non neutro, della macchina informatica e che questo comporta una forma di subordinazione inedita del lavoro immateriale. Qui, piuttosto, si apre un terreno di lotta teorica e politica finora pressoché insospettato, che investe anche quella che è stata chiamata l'industria di senso (l'industria dei media).
Infine, solo un accenno ad un ultimo punto essenziale. Oggi, nel tempo di inediti, sconvolgenti processi di frammentazione-passivizzazione, di "colonizzazione" della vita, riattivazione del pensiero critico e centralità politica del problema della soggettivazione, del divenire soggetti, fanno tutt'uno. Qui il riferimento alla riflessione più lucida e drammatica del pensiero bio-politico (da Foucault ad Agamben) è assai utile: nel senso che ogni tentativo di ripensare la forma politica, lo spazio politico dovrebbe partire dalla consapevolezza che è venuta meno la distinzione classica tra zoè e bìos , fra nuda vita materiale ed esistenza politica, tra il nostro corpo biologico e il nostro corpo politico (Agamben). L'assunzione di questo punto costituirebbe uno strumento formidabile per una nuova critica pratica dei nessi sapere-potere e per la costruzione di quello che Gramsci chiamava un nuovo senso comune.


3 gennaio 2008

Moratori ce salutant

Nel teatrino della politica italiana Giuliano Ferrara svolge l'utile e idiota funzione del guastatore : come un personaggio del fumetto "Thor" dell'allora editrice Marvel-Corno, e cioè Volstagg il vanaglorioso, egli prende i media a panzate, calando una cagata enorme sul dibattito pubblico, mentre complici più silenziosi dell'uno e dell'altro schieramento politico fanno il lavoro di sostanza, debellando i loro potenziali avversari. Ieri infatti si parlava di una moratoria riguardante l'aborto, che non si sa cosa voglia dire, perchè nel caso della pena di morte è lo Stato a fare un po' tutto e dunque lo Stato può fermare le esecuzioni, ma nel caso dell'aborto i soggetti coinvolti sono moltissimi e allora chi controlla chi...




Al tempo stesso sempre ieri a Bonanni che ripeteva il populistico tentativo dei sindacati di aumentari i salari diretti diminuendo quelli indiretti, il silenzioso Tiziano Treu ribadiva che bisognava cambiare la struttura dei contratti. Questa, signori, è la partita seria che si gioca in questo paese e Ferrara dei nascituri se ne strafotte. Ovviamente la sinistra va a difendere il bidone vuoto (sarebbe per la reazione una battaglia persa in Polonia da quella Chiesa che ha sconfitto il comunismo), mentre lascia alla mercè degli avversari punti ben più deboli delle nostre difese di principio.
Intanto hanno celebrato il funerale dell'ultimo operaio morto. Mentre i nascituri attendono, i moratori ce salutant


28 maggio 2005

Che siano le donne a voler tornare nel buco?

Il primato della madre
Detti e non detti del dibattito referendario. Un incontro del femminismo romano
Legame oscurato L'embrione esiste soltanto in stretta e imprescindibile dipendenza dal corpo e dal desiderio materno

IDA DOMINIJANNI
ROMA
«Le femministe erano scomparse. Sepolte sotto ripensamenti frettolosi, appelli vaghi contro la legge 40 e indignazioni tout court che non hanno fatto onore a un pensiero complesso». Così il Foglio di giovedì scorso, che sotto il titolo «Femministe sull'orlo di una riconquista: il pensiero sulla provetta» imbastisce un contorto ragionamento secondo il quale le femministe, un tempo dotate di pensiero critico sulle tecnologie riproduttive e l'onnipotenza della ricerca scientifica, si sarebbero poi piegate alla logica di schieramento contro la legge 40 per risvegliarsi solo ora a complessificare il discorso del fronte del sì. Analogo contorto ragionamento era già stato fatto sul magazine del Corriere della Sera il 3 febbraio scorso: quando gli argomenti scarseggiano tutto fa brodo. Un conto è dire che sulla procreazione assistita non c'è lo stesso coro femminista che ci fu sull'aborto: né potrebbe, avendo il femminismo, nel frattempo, cambiato pratiche politiche, circuiti, linguaggi. Un altro conto è dire che il discorso femminista sulle tecnologie riproduttive s'è inabissato o s'è conformato a quello del fronte del sì. Non è così e lo conferma l'incontro che si è svolto sabato mattina alla Casa internazionale delle donne, convocato da Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, esperte della materia e autrici di un cruciale libro, L'eclissi della madre (il Saggiatore), che già nel 1998 intercettava e indagava tutti i punti più caldi del dibattito in corso oggi, ma a partire da un punto fermo, quello del primato femminile nella procreazione, che il dibattito di oggi insabbia. Il fatto è che, contrariamente a quanto pensa il Foglio, un atteggiamento critico e ponderato nei confronti delle tecnologie riproduttive non porta affatto a difendere la legge 40, anzi: porta dritto a stracciarla. Precisamente perché, come dicono Boccia e Zuffa introducendo l'incontro, siamo di fronte al paradosso di «una legge ostile alle tecnologie che tuttavia ne assume l'impianto scientifico e ideologico, amplificandolo e legittimandolo». Due guai in un colpo solo insomma: divieti da una parte, avallo al riduzionismo biologico dall'altra. Per riduzionismo biologico intendendosi quella tendenza alla riduzione del corpo vivente a materiale biologico - «uova, spermatozoi, zigoti, embrioni, corredi cromosomici e genetici» - che impazza a destra e a sinistra, fra i tecnofobici e fra i tecnofilici.

L'autonomizzazione dell'embrione dal corpo della madre, che la legge 40 traduce in attribuzione di diritti al concepito, è il primo risultato di questa tendenza. Ma nel dibattito femminista non si ritrova il match in voga sul ring referendario, dove uomini di scienza e di politica questionano se l'embrione sia persona o ammasso di cellule, sostanza o accidente. Che l'embrione esista solo nella relazione con la madre, in stretta e imprescindibile dipendenza dal corpo e dal desiderio materno, è acquisizione ferma fin dai tempi del dibattito sull'aborto. Acquisizione e misura: per decidere la liceità delle TRA, che spostano fuori dal grembo materno il concepimento ma non la gestazione, e per dire sì al quesito referendario che abroga i «pari diritti» dell'embrione. E non è l'unico punto di un «sapere accumulato» in trent'anni e più (Letizia Paolozzi) che soccorre oggi nel dibattito referendario. C'è per esempio una concezione del diritto ostile all'invasività di leggi come questa che vogliono normare troppo, e di altre pratiche e altri saperi normativi e normalizzanti che si impongono facendo anche a meno delle leggi (Angela Putino). C'è una diffusa «coscienza del limite», che induce a vigilare sui rischi dell'onnipotenza scientifica e della manipolazione genetica, senza gli sconti che alla modernizzazione vengono ancora fatti da larghi settori della cultura progressista e laica.

C'è soprattutto un sapere del corpo e della sessualità che acuisce lo sguardo su molti punti della legge 40 spesso tralasciati o semplificati nel dibattito referendario. L'intreccio di naturale e artificiale, ad esempio, che già oggi e non da oggi innerva i nostri corpi, se è vero come è vero che l'uso di protesi, i trapianti, l'accanimento terapeutico fanno già parte della nostra realtà quotidiana (Annamaria Crispino, Caterina Botti). E la capacità di vedere le asimmetrie della posizione maschile e femminile nella procreazione, che getta luce su molti vuoti di parola soprattutto maschili nella discussione pubblica. Gli uomini parlano della legge, ma non di sé (Bia Sarasini). Forse perché più gli uomini che le donne rischiano con le TRA una penalizzazione simbolica: sessualità fuori campo, riduzione di sé a erogatori di sperma (Paolozzi). Nasce da qui la fobia maschile diffusa per il «rivale genetico» che entra in campo con la fecondazione eterologa? Forse, se si considera che il nuovo scenario tecnologico interviene su una crisi dell'identità maschile post-patriarcale e post-femminista (Rosetta Stella).

C'è anche chi non è convinta e non è disposta a farsi carico nel voto di un altrui desiderio di maternità a tutti i costi (Paola Tavella). Ma il messaggio politico della legge 40, normalizzazione della famiglia e alimentazione di paure che si aggiungono a tutte quelle di cui vive il cittadino globale (Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi) è chiara a tutte. Merita quattro sì.



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22 maggio 2005

Berlusconi e i referendum

Caro Montag,
ma sei sicuro che Berlusconi stia con qualcuno in questa confusa battaglia?
Confusa sì, perchè piena di vischiosità
fatta da donne che vogliono figli naturali contro una religione che incoraggia  a fare figli naturali
e che si trova di fronte al paradosso di figli naturali fatta grazie alle biotecnologie...
a Berlusca non frega niente di queste cose, mentre ad essere impegnati sono i cattolici trasversalmente diffusi in tutti gli schieramenti.
Un referendum così vischioso che mi porta a stare con i cattolici...
a me un antiabortista perchè eticamente materialista: che confusione!


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