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10 giugno 2011

Acqua privata e aumento dei prezzi

La propaganda ideologica volta a favorire la privatizzazione dei servizi idrici si basa su alcuni argomenti che possiamo così riassumere : il mondo si trova di fronte ad una probabile e drammatica crisi idrica. Questa crisi non è causata da una scarsità assoluta di acqua, ma da una scarsità relativa all’efficienza della distribuzione di questo bene. Poiché nei decenni scorsi nella maggior parte degli stati  la distribuzione dell’acqua era regolata dal settore pubblico, è il settore pubblico e la sua inefficienza la causa principale della crisi idrica mondiale. Perché si ponga rimedio a tale situazione, è necessario affidare la distribuzione dell’acqua ad imprese private che aumentino le tariffe, permettano una diminuzione degli sprechi ed investano i profitti per il miglioramento delle infrastrutture legate alla distribuzione.

Seppure parte del ragionamento sia condivisibile, non si vede perché l’impresa privata sia più adatta per ridurre gli sprechi e per investire nel miglioramento degli impianti. Resta cioè sospetto il fatto che l’ingresso di privati in questo settore debba coincidere con l’aumento delle tariffe, quasi che quest’ultimo sia propedeutico più all’aumento dei profitti del capitale privato che non all’aumento di investimenti necessari per migliorare la rete di distribuzione o le capacità di estrazione di quello che è ormai considerato l’oro azzurro.

 

 

Va detto che le crisi idriche in realtà non si riescono ad attribuire in maniera univoca alla gestione pubblica o privatistica delle reti. Il ragionamento che ci fa preferire la proprietà pubblica anche delle reti di distribuzione è questa : quale che sia la necessità di aumentare le tariffe, queste dovranno sopportare, nel caso l’affidamento sia a soggetti privati, un ulteriore aumento equivalente al profitto che queste imprese private vorranno conseguire. In secondo luogo se l’utente o il cliente è l’ente pubblico che prima si occupava direttamente della distribuzione idrica, tutti i problemi che riguardavano il suo intervento diretto (corruzione, ragioni di consenso, indifferenza verso i risultati) potrebbero trasportarsi tal quali a livello della valutazione della qualità gestionale del soggetto privato che lo sostituirebbe : in pratica un ente pubblico che sia cliente di un impresa che gestisca la rete idrica potrebbe tranquillamente rimanere indifferente verso l’inefficienza eventuale di tale impresa. In terzo luogo la stessa opinione pubblica, mentre per ragioni populiste potrebbe essere spietata nel giudicare il comportamento di un ente pubblico nella gestione di una rete idrica, sarebbe invece molto più comprensiva nei confronti di un impresa privata, in quanto questa tra le altre cose avrebbe come obiettivo primario la valorizzazione del capitale investito.

In realtà i problemi relativi alle crisi idriche hanno ragioni molteplici e complesse. È ovvio che ci sarà bisogno di un utilizzo più oculato delle risorse idriche e questo utilizzo potrebbe essere legato all’aumento delle tariffe. Tuttavia questo aumento deve essere articolato in modo da non trascurare il fatto che alcuni degli utilizzi dell’acqua sono legati a diritti fondamentali dell’essere umano, come quello alla vita ed alla salute.

Dunque gli aumenti devono riguardare non tanto il consumo individuale e familiare dell’acqua, ma soprattutto il consumo per scopi industriali, dal momento che le imprese, molto più delle famiglie, possono organizzare la loro produzione in modo da diminuire gli sprechi delle risorse naturali utilizzate. In secondo luogo bisogna rendersi conto che i costi della distribuzione idrica non possono, in linea di principio prima che di fatto, essere sopportati dalle sole tariffe, ma vanno integrati  dal ricorso alla fiscalità generale, soprattutto per quel che riguarda l’uso dell’acqua volto a soddisfare quei diritti fondamentali di cui abbiamo parlato prima.

Assolutamente inaccettabili le considerazioni di un certo Novello Papafava per il quale sarebbe meglio alzare i prezzi piuttosto che limitare alcuni utilizzi dell’acqua, quando l’innalzamento dei prezzi sarebbe lo strumento indiscriminato per conseguire  proprio la diminuzione dei consumi. Nel caso però dell’aumento dei prezzi, alcuni potrebbero ugualmente sprecare mentre altri potrebbero limitare consumi più legati ai diritti di cui sopra, con conseguente aumento dell’inefficienza e dell’ingiustizia sociale. Più condivisibile la linea tedesca che si è tradotta, senza privatizzare la gestione della rete idrica, in un aumento delle tariffe ed in un razionamento dei consumi.

 

 


8 giugno 2011

La forma (logica) dell'acqua

Sul blog di Noise from Amerika si può leggere un post sul referendum sull’acqua. All’interno dei commenti a questo post si è ad un certo punto avvitata una discussione sulla natura dei beni pubblici e sull’appartenenza dell’acqua potabile a questa categoria. Ovviamente la discussione non poteva assumere un tono civile, dato il carattere uterino di alcuni dei partecipanti alla discussione stessa.

A parte un commento sarcastico al fatto che una discussione col professor Boldrin dopo poche battute si riduce alla solita disputa tra guappi su chi ce l’ha più lungo (il curriculum naturalmente), la questione presenta un certo interesse, in quanto nella definizione dei beni pubblici si possono nascondere strategie ideologiche tese a favorire, in nome del libero mercato, il capitale privato nell’ingresso a beni che sono di rilevanza collettiva.

Prima di affrontare però questo problema, due note sul post di Sandro Brusco che probabilmente non aveva intenzione di sollevare questo vespaio. Brusco giustamente nota che l’acqua è un bene scarso ed, in quanto tale, avente rilevanza economica. Questo però non vuol dire che essa debba essere una merce, ma vuol dire solo che la sua gestione deve essere consapevole del carattere non illimitato della disponibilità del bene. Tuttavia Brusco ha detto anche una solenne sciocchezza, equiparando un bene come l’acqua con un bene come il pane (egli argomenta che, dal momento che le panetterie sono gestite da privati, non si vede perché anche l’acqua non possa essere distribuita da imprese private), quando l’utilità dell’acqua ed il suo carattere indispensabile è molto maggiore di quella del pane, che è solo uno degli alimenti ed è perfettamente sostituibile nella dieta. Inoltre fare riferimento (come fa il libro pubblicizzato da Brusco e tradotto da Giannino) alle economie ed agli Stati dei paesi in via di sviluppo è una strategia troppo superficiale per argomentare sul ruolo dello Stato nella  gestione dell’acqua. Dire che “Il libro è incentrato sulla politica della gestione dell'acqua nei paesi in via di sviluppo, che al momento è praticamente solo pubblica. È anche in buona misura fallimentare, risultando sia inefficiente dal punto di vista tecnologico (un notevole ammontare di acqua viene sprecato) sia profondamente ingiusta dal punto di vista distributivo (i poveri sono quelli che più frequentemente pagano le inefficienze della distribuzione)” significa fare una semplificazione fuorviante. I problemi legati all’acqua nei Pvs sono problemi complessi che hanno cause spesso legate all’attività estrattiva ed industriale di imprese private.

La definizione di bene pubblico, così come è trattata nella letteratura specialistica, nasconde invece una operazione ideologica. Il primo tassello di questa operazione è quello solito con cui gli scienziati  in genere generano l’equivoco tra la dimensione nel sapere specialistico e quella del linguaggio comune. L’operazione consiste nel prendere un termine di uso comune e di dargli un senso almeno parzialmente diverso. Come ad es. dimostra Frege in un suo scritto, l’operazione è fatta in maniera assolutamente irresponsabile e indifferente alle conseguenze che possono generarsi. Una di queste è la possibilità che persone mediamente istruite possano riflettere sul contenuto di una scienza incoraggiati dall’utilizzo di termini di uso comune. Il problema è che però queste persone intendono tali termini nel senso che viene loro comunemente attribuito. Il risultato spesso è che le tesi sostenute all’interno di quella scienza che utilizza questi termini risultano spesso contro intuitive e questo causa malintesi e corto circuiti nella comunicazione tra scienziati ed il resto del corpo sociale. Ma in questo caso l’operazione non ha solo questo effetto collaterale, come si può vedere dal fatto che uno dei partecipanti alla discussione del post suddetto sia stato mortificato dal Pico della Mirandola di turno.

Per evidenziare questa strategia ideologica bisogna in primo luogo osservare che nel caso del termine “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” almeno nel linguaggio comune in Europa attiene alla dimensione in cui interviene lo stato oppure le c.d. “istituzioni pubbliche” a causa della rilevanza etico-politica dei beni o delle situazioni considerate. Inserire  il termine “bene pubblico” in un contesto semantico del genere può portare perciò a malintesi. Questi consistono soprattutto nel fatto che l’ambito più ristretto cui si riferisce il termine tecnicamente interpretato si sostituisce surrettiziamente all’ambito semantico più esteso cui si riferisce il termine nell’uso comune. In questo modo si induce l’ascoltatore a considerare i beni pubblici definiti dalla letteratura specialistica come i soli beni pubblici che debbano essere necessariamente tutelati dalle pubbliche istituzioni, a meno che non si introducano ipotesi aggiuntive. Infatti nella definizione specialistica di “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” non si riferisce a quei beni che vengono considerati collettivamente rilevanti dalla comunità dei cittadini, ma da quei beni di cui è inutile o impossibile appropriarsi e che, per questo motivo, vengono demandati alla gestione delle istituzioni pubbliche. In questa prospettiva lo stato prima facie diventa l’agenzia che si occupa in senso residuale di quei beni di cui i privati non possono fare uso per arricchirsi. Ovviamente questo processo non è deducibile dalle tesi della letteratura specialistica che ha operato questa definizione di “bene pubblico”. Dunque apparentemente gli intellettuali che hanno svolto questa operazione hanno la coscienza pulita. Ma l’effetto psicologico e ideologico di questa operazione lo si può riconoscere sia nel dibattito accademico esistente intorno a questi problemi, sia proprio nella spiacevole discussione generata da questo malinteso nella discussione del post suddetto. Gli economisti e i giuristi di impostazione liberista infatti spesso giocano sull’ambiguità : da un lato essi sostengono che le loro definizioni sono quelle più libere da intrusioni ideologiche o etiche, d’altro canto essi usano quelle definizioni per sostenere la loro posizione ideologica ed etico-politica che impedisce allo stato di occuparsi di molte attività economiche in nome della proprietà e della libertà d’impresa. La presunta neutralità teorica diventa non-intervento pratico (con tutti i rischi di connivenza e di omissione che questo comporta).

Che questo paradigma abbia successo è dato dal fatto che anche economisti liberal accettino queste definizioni ed il ruolo residuale dello Stato che da esse deriva. Non serve a nulla assicurare che lo Stato non si debba occupare solo dei beni pubblici, in quanto la manovra ideologica consiste nel rendere più difficile argomentare sulla necessità che lo Stato si debba occupare di certe questioni.

Ma anche se vogliamo fare astrazione da questa ipotetica funzione ideologica che la definizione specialistica di “bene pubblico” dovrebbe svolgere, non possiamo fare a meno di notare che tale definizione presenta alcuni problemi di carattere analitico. Si dice infatti che bene pubblico è un bene che riunisca in sé le due caratteristiche della non-escludibilità nel consumo e della non-rivalità nel consumo. Ma cosa s’intende con queste due proprietà ? E quali sono gli esempi di beni di questo tipo ? In realtà la definizione di queste due proprietà nella letteratura specialistica spesso non è unica, in quanto, dietro una apparente equivalenza, si nascondono differenze che andrebbero concettualmente ricomposte. Per quanto riguarda ad es. la non-escludibilità essa si tradurrebbe nel fatto che l’esclusione di un consumatore addizionale dal godimento del bene è impossibile. Altri però parlano semplicemente del fatto che è impossibile escludere dal godimento del bene un consumatore qualsiasi (in realtà probabilmente quest’ultima definizione è costituita da quella precedente più la proprietà della non-rivalità). Come esempi di non-escludibilità si elencano le boe luminose come ausilio della navigazione, la difesa nazionale, l’illuminazione stradale, il controllo dell’inquinamento e la diffusione radiotelevisiva. Il problema è che l’accezione de facto del termine “impossibile” (necessaria perché la definizione rimanga pura rispetto ad istanze etico-politiche) non permette di ricomprendere all’interno della definizione nessun bene, in quanto tale impossibilità potrebbe essere continuamente messa in discussione nel corso del tempo, ma anche a seconda dei desideri, delle aspettative e della tenacia dei soggetti che si potrebbero candidare all’appropriazione di tali beni. Nel caso della diffusione radiotelevisiva, si potrebbero scoraggiare gli utenti che non pagano sequestrando l’apparecchio televisivo. Nel caso del trasporto pubblico si potrebbero comminare ammende a tappeto per un lasso di tempo pianificato. E la convenienza economica di questi provvedimenti potrebbe essere variabile. Nel caso della difesa nazionale si potrebbe provvedere a difendere più una parte del territorio che non un’altra (per ragioni diverse e con giustificazioni più o meno condivisibili) ed in questo caso non sarebbe così automatico il fatto che il bene sia fruito in modo paritario da tutti. Si potrebbero escludere interi rioni dalla fruizione dell’illuminazione stradale. Alcuni possono ragionare sull’escludibilità a partire dal momento precedente l’accensione dei lampioni, altri a partire dal momento immediatamente successivo. Spesso il bene viene considerato astraendo dalle sue modalità di erogazione, altre volte invece viene considerato a valle del sistema che lo eroga. Questa molteplicità di prospettive genera una certa confusione e denota il fatto che la definizione proposta ha qualche problema abbastanza rivelante da renderla inefficace ad orientare le scelte politiche dei cittadini e dei loro rappresentanti.

Per quanto riguarda invece la non-rivalità nel consumo essa viene definita o come la possibilità di godimento del bene da parte di un consumatore addizionale a costo zero, oppure come la possibilità di tale godimento senza che il godimento di un altro venga compromesso, oppure ancora come l’impossibilità di tale gioco competitivo nel momento in cui il bene (o più correttamente il servizio) viene erogato. Queste definizioni sono equivalenti tra loro solo attraverso ipotesi aggiuntive e questo è un problema teorico ulteriore. Alla fine non è un caso che all’interno della categoria dei beni pubblici puri si rischi di non trovare neanche un tipo di bene. La letteratura probabilmente include la difesa nazionale solo per il pregiudizio ideologico secondo il quale la concezione liberal-minimalista considera le truppe anti-sommossa come un residuo statuale ineliminabile atto a garantire l’incolumità della proprietà privata. A guardia del bidone vuoto dei beni pubblici rimane imperturbabile il principe di Windisch-Graetz.

 

A parere di chi scrive, per evitare queste problematiche derivanti dal ricorso a troppo oscillanti criteri di fatto, bisogna ridefinire il concetto di bene pubblico ricomprendendo in esso le istanze etico-politiche utopisticamente escluse e riconciliando l’uso comune del termine con quello della letteratura specialistica. Si può tentare tale definizione dicendo che bene pubblico è un bene non-escludibile de iure. Questo nel senso che il bene venga considerato correlato necessario di un diritto soggettivo e dunque vada assicurato a tutti, tenendo conto della sua scarsità. Questo evita di dover sempre aggiornare l’elenco dei beni che rientrano in questa categoria a causa del progresso tecnologico. Tale aggiornamento può seguire il ritmo più ragionevole (si spera) del dibattito pubblico e della trasformazione del corredo dei valori condivisi da una o più comunità. Dalla proprietà della non-escludibilità può derivare anche quello della non-rivalità, nel senso che, dal momento che viene assicurato a tutti, non è possibile una sua ulteriore fruizione che escluda alcuno degli aventi diritto. Naturalmente, essendo queste proprietà garantite de iure, da un lato l’intervento dello stato non è residuale ma è un impegno in positivo, volto ad assicurare e migliorare la fruizione del bene pubblico da parte di tutti gli aventi diritto. D’altro canto si può spiegare il fatto che tale accessibilità de facto non sia sempre e nella stessa misura garantita. Inoltre questa definizione sancisce che i beni pubblici economici non possono essere definiti all’interno di una presunta scienza economica avalutativa e si inserisce all’interno di una filosofia (o di una teoria) del diritto e della politica che forniscono i vincoli e i limiti che delineano il campo all’interno del quale si può costituire una politica economica. Al massimo l’economia può definire dei beni che vengano collettivamente fruiti, senza però che tale modalità sia tale da portare ad una definizione di “bene pubblico”, dal momento che il termine “pubblico” ha un riferimento di tipo giuridico e normativo difficilmente trascurabile.

 Dunque, applicando questa tesi alla questione dell’acqua, si può concludere che, per quanto questa non sia un bene pubblico nei termini della letteratura pseudo-scientifica (tale proprio perché presume ideologicamente di poter fare a meno dell’istanza etico-politica nel costruire le proprie definizioni), essa è un bene pubblico in quanto la sua erogazione garantisce l’esercizio del diritto alla vita ed alla salute dei cittadini. Qualcuno a questo proposito dice che l’acqua potabile sia un bene escludibile anche perché si può far ricorso all’acqua piovana o a quella imbottigliata. Tuttavia la modalità di erogazione legata agli acquedotti ed ai sistemi di depurazione è probabilmente quella più adatta a garantire la non-rivalità del bene e la sua fruizione genuinamente collettiva. 

 

 


24 gennaio 2011

Simboli : l'acqua

L’acqua è sorgente, Origine, generazione. Al tempo stesso è mezzo di purificazione, di distruzione, di ricreazione, dunque di rigenerazione, di fecondazione.

Essa è il medio stabile del cambiamento.

In India l’acqua è la materia prima, la prakriti su cui Brahman (l’uovo del cosmo) galleggia così come nella Genesi Dio aleggia sulle acque.

Per i Cinesi l’Acqua è wu-chi, cioè il senza-apice, il Caos, l’Abisso.

In Grecia, Talete considera l’acqua come archè, il principio di tutte le cose.

In Polinesia ed in Australia l’acqua è una potenza cosmica. Per le antiche leggende la vita è portata sulla terra dall’acqua e questo ricorda le attuali teorie circa il brodo primordiale da cui è scaturita la vita.

Per i Tantra l’acqua è prana, energia, linfa vegetale, liquido seminale, origine ma al tempo stesso veicolo di vita.

In molte mitologie il Dio che forma il mondo separa le Acque Superiori (pioggia,neve) dalle Acque Inferiori (mare, fiumi e laghi): le prime costituiscono potenzialità informi, mentre le seconde hanno una forma che è data loro dalla terra.

Con la pioggia l’acqua è dono del cielo ed apporta fecondità e fertilità. L’acqua è anche strumento di abluzione e purificazione: in molte tradizioni (Islam, Giappone, Taoismo, Cristianesimo, Induismo, Precolombiani) a Capodanno si effettua un rituale purificatorio di aspersione.

In Cina Wen-tzu considera l’acqua principio di purezza, mentre Lao-tzu considera l’acqua simbolo di saggezza e immagine del Tao in quanto fluente, libera e senza costrizioni e rigidità: essa è il simbolo del wu-wei, il non-agire, la passività che è al tempo stesso l’azione somma.

L’acqua è anche misura, temperanza: l’acqua nel vino scioglie quello che è eccessivamente concentrato, consentendo di bere senza ubriacarsi. La stessa Eucarestia vede Cristo allungare il vino nell’acqua (trasformando la scarsità in abbondanza), al contrario del Dio greco dell’ebbrezza, Dioniso che lo vuole puro, così come Noè aveva sbagliato bevendo il frutto della vite nella sua purezza e finendo per ubriacarsi e per essere deriso dal figlio Cam. Cristo trasformò anche l’acqua in vino, così come l’Alchimista trasforma un elemento nell’altro (l’Acqua in Fuoco).

In Cina l’acqua è yin si contrappone al fuoco che è yang, ma l’acqua è anche legata al fuoco nel senso che la pioggia è legata al fulmine e nell’Alchimia si cerca di mutare l’acqua in fuoco e il Mercurio alchemico è l’acqua di fuoco, così come lo è ogni sostanza alcolica.

Sempre in Cina l’acqua è indicata negli I-King con il trigramma K’AN (l’abissale) e richiama l’albero dell’acacia, il Nord, il freddo, il solstizio d’inverno, i reni ed il colore nero.

Per i Sumeri l’acqua è un elemento puro ed è designato da un monogramma vocale e cioè –A-, che non a caso vuol dire pure “padre”, “prole”, “discendenza”, “frutto”

Per gli antichi Egizi l’acqua si scrive con l’ideogramma MU (MW) che è la matrice di tutte le cose, collegato con il termine (MWT = madre). Così pure la lettera N è indicata con il simbolo delle onde del mare. Ed un altro termine egizio per acqua è infatti NT.

L’acqua è comunque un simbolo ambivalente, portatore al tempo stesso di vita e di morte.

Nella Bibbia le fonti d’acqua ed i pozzi sono luoghi di incontro e di ristoro nei lunghi viaggi nel deserto dove l’ospite deve offrire l’acqua a colui che è ospitato, così come Rachele offre acqua ad Isacco e Cristo lava i piedi ai suoi discepoli.

 

 

 

Jahvè è come la pioggia di primavera (Zeus), la rugiada che fa crescere i fiori (Zeus, Eos l’aurora), le fresche acque che sorgono dalle montagne (così come il mondo procede dall’Uno nel Neoplatonismo). Sempre nella Bibbia il giusto è come un albero sulle rive di un fiume (l’olivo di Atena). Chi costruisce cisterne per contenere l’acqua è infedele a Dio, giacchè non ha fiducia nel fatto che Dio provvede a tutti e perché presume che un qualsiasi contenitore finito possa contenere l’infinità del flusso delle acque ed infine perché l’acqua conservata è come acqua morta che non serve a nessuno: conservare acqua è per la Bibbia contraddire la natura propria di questo elemento, fluido, dinamico, vitale.

In molte leggende il cervo (Atteone) cerca l’acqua così come l’anima cerca Dio. L’acqua è simbolo di saggezza (fonte del sapere, pozzo di saggezza) e mentre il pozzo richiama il sapere consolidato, la sorgente ricorda la cultura che elabora il sapere.

Gesù è sorgente di vita, dal suo costato esce acqua e sangue (temperanza). Nella Trinità il Padre è la sorgente, il Figlio è il fiume e lo Spirito è l’acqua una volta bevuta. Per Gregorio di Nissa l’Acqua di Vita è profonda come il pozzo ed immobile come il fiume così come in Montale il mare è “vasto ed impetuoso ed insieme fisso” cioè una metafora dell’Assoluto, sorgente inesauribile di tutto ciò che è ed al tempo stesso ricettacolo di tutto ciò che si è già formato.

Per Tertulliano l’acqua è materia perfetta, feconda ma semplice e trasparente, che con il battesimo trasforma l’uomo vecchio in uomo nuovo.

Le fonti di acqua sono considerate luoghi sacri: così nell’antichità la sorgente Castalia a Delfi ispirava le profezie della Pizia, grazie ai vapori generati dal riscaldamento delle acque.

L’acqua è anche un filtro, una prova, un criterio di giudizio e di selezione: c’è chi affonda e chi galleggia (le streghe, il sughero); le acque sono uno strumento di punizione, una ordalia (giudizio di Dio) da cui ad es. Mosè si salva. Le acque calme sono simbolo di pace, le acque agitate simbolo di disordine. E le acque che rompono gli argini sono simbolo di inondazione e di morte: con la rottura degli argini le acque separate si riuniscono e si ricompongono, a spese della terra e di chi ci abita. Così è stato sul mar rosso quando l’esercito egizio è stato travolto dal richiudersi delle acque (ed anche qui Mosè si salva dalle acque) allo stesso modo il diluvio che distrugge il mondo allora conosciuto è l’effetto della riunificazione tra le Acque Superiori (la pioggia) e le Acque Inferiori (mare e fiumi).

Le Acque Superiori (le acque sopra le montagne) sono di genere maschile perché fecondano la terra, mentre le Acque Inferiori e sotterranee sono di genere femminile, rappresentano la terra gravida o la luna e sono infide ed insicure. Le acque amare dell’oceano che l’uomo deve attraversare rappresentano (anche in Dante) l’al di là della vita.

Per l’Islam l’acqua versata produce l’uomo mentre le opere dei miscredenti sono come il miraggio dell’acqua nel deserto per chi è assetato.

Per il mistico Jami il trono di Dio con il suo spirito si erge nell’acqua, mentre per il grande mistico persiano Rumi Dio è l’acqua dell’Oceano mentre le onde sono le creature finite, così come nel buddismo la Vacuità è il mare mentre le forme sono le onde.

La sacralità dell’acqua è tale che anche la abluzioni quotidiane sono un momento liturgico e dopo di esse viene effettuata una preghiera.

Secondo la leggenda Alessandro Magno viene accompagnato nel suo viaggio da un cuoco (brahmano?) che lo deve guidare alla ricerca della sorgente della vita.

Il sangue invece è simbolo solare e di esso si nutre il sole, soprattutto presso gli Aztechi che chiamano “acqua preziosa” (chalchiu-atl) la giada verde. Presso i Dogon l’acqua verde feconda la terra e dà origine a dei gemelli (come Romolo e Remo) metà uomo e metà serpente. Sempre per i Dogon l’acqua equivale alla luce e rappresenta il verbo generatore ed è detta “ spirale di rame”.

L’acqua è come la parola: l’acqua umida presiede alla creazione del mondo ed è come la parola che viene detta, mentre l’acqua secca è come la parola che viene taciuta.

Tale parola taciuta viene considerata anche “parola rubata” al dio Am da Yurugu lo sciacallo (Seth o Anubi) che rappresenta l’Inconscio del linguaggio a cui i Dogon chiedono divinazioni; Yurugu è il fuoco sotterraneo, forse il Sole eclissato dalla Luna o quanto meno il Sole nel suo viaggio notturno negli Inferi.

Il dio Am con l’acqua umida crea il mondo semplicemente creando un suo doppio, Nommo (il suo rapporto con questo doppio si può paragonare al rapporto tra il Nirguna Brahman e il Saguna Brahman ).

Per gli Aztechi sia l’acqua che il fuoco sono legati tra loro dalla loro capacità di dare la morte (annegamento, folgorazione, incenerimento, gotta, idropisia). Narciso, poeta adultero, annega guardando nell’acqua che è mezzo di profezie e visioni poetiche.

Per i Celti l’acqua lustrale è ottenuta immergendo in acqua un tizzone sacrificale. Essi mettono un bacile d’acqua fuori la casa di un defunto per consentire l’aspersione a chi esce da essa (realisticamente anche per evitare un’infezione vista la natura spesso epidemica delle malattie mortali dell’epoca).

Per i Germani le acque si ghiacciano in Ymir, il gigante da cui ha origine il mondo.

L’acqua stagnante è considerata di genere femminile. La Terra genera senza piacere il Ponto, un mare sterile. Di genere maschile invece è l’insieme delle acque dolci su cui galleggia la Terra (in sumero Apsu ). Se i Sumeri considerano il mare dall’acqua salata di genere femminile (Tiamat), per i Greci l’Oceano è maschile e la sua spuma è lo sperma che genera Afrodite.

Tiamat è considerata principio del caos e del male e non si sa se sia il Golfo Persico oppure il mare occidentale (Mediterraneo) visto che per i Sumeri anche Humbaba, il mostro della foresta di cedri, si trova ad occidente.

Per gli Egizi segno e simbolo della creazione è la striscia di fango lasciata dalle acque, mentre la ninfea (il loto?) delle acque primordiali è la culla del sole.

Per il poeta Novalis l’acqua è un principio femminile, sensuale, materno ed il sonno non è che un flusso ed un riflusso delle acque. Per la psicologia del profondo l’acqua è fecondatrice dell’anima: l’acqua ferma, fangosa indica perversione, l’acqua ghiaccia indica frigidità, mentre l’acqua straripante indica l’inconscio all’attacco, la pesca (Platone, Gesù, Melville, Hemingway) rappresenta il conscio che trae a sé l’inconscio. L’acqua profonda è l’inconscio mentre l’acqua superficiale è il conscio.

L’Acquario, undicesimo segno dello zodiaco, è rappresentato come un uomo vecchio con un anfora da cui esce un acqua eterea (aria): quest’uomo è una sorta di mosaico androgino (l’anfora sembra quasi un ventre femminile) e labirintico. Esso è Saturno (satur, saturo, pregno) che libero dagli istinti va verso lo spirito attraverso la sua maternità spirituale.

La dialettica tra acqua e vino spiega la doppia natura del Cristo, celeste (fuoco del vino) e umana (fluidità dell’acqua).

L’acqua è piena di entità misteriose (i pesci, Gesù) e rappresenta l’inconscio. Il sole che s’immerge nel mare rappresenta il viaggio verso il mondo dei morti. L’acqua sotterranea è il Caos originario, l’acqua dal cielo rappresenta la prosperità, i gorghi e i fiumi in piena rappresentano gli sconvolgimenti, i fiumi calmi rappresentano la vita quotidiana mentre stagni e pozzanghere rappresentano geni benefici o malefici. L’acqua versata o sprecata nell’abluzione o dall’acquasantiera va alle anime del purgatorio (quindi niente viene sprecato).

Presso gli Aztechi il paradiso dei guerrieri (simile al Valhalla) è chiamato Tlalocan (paradiso di Tlaloc, dio delle piogge) mentre l’Aldilà degli uomini normali è Mictlan (simile alla terra vichinga Midgard). La guerra invece è detta Atl-tlachinolli (acqua-fuoco) perché è prima di tutto lotta tra gli elementi. Per i Maya il mese dura 20 giorni e il giorno della pioggia, atl, è il nono giorno, spesso un giorno (detto anche Muluc) sfortunato perché apporta umidità e febbri.

Molti luoghi di culto sono vicini ad acque termali e gettare monete in acqua è una forma di offerta alle divinità ctonie (anche così il dio dei morti diventa Ploutos cioè ricco da cui Plutone ) nelle quali si può annoverare anche Ermes dio del commercio ma anche dei ladri e dei crocicchi e psicopompo (la frase “o la borsa o la vita” rispecchia questa ambiguità di Ermes, dio che apporta ricchezza ma che può anche togliere la vita).

Sono state trovate vasche da bagno e catini lustrali sia a Mohenjio-Daro, a Cnosso, a Tenochtitlan, per effettuare abluzioni purificatrici; il battesimo sia nel mediterraneo che nell’antico Messico scaccia il peccato originale e le colpe dei padri. Le divinità ctonie venivano celebrate con acqua sorgiva mentre quelle celesti con acqua fluviale. La pioggia così come la manna è simbolo di Grazia, rugiada celeste, rugiada di maggio (mercurio solforoso).

Le creature dell’acqua (Yin) sono creature dell’inconscio come le Apsara indiane (seguaci di Indra, così come le Muse e alcune ninfe sono seguaci di Apollo), tentatrici di asceti, che si nascondono negli stagni dove fiorisce il loto. L’eroe Puruvaras nel poema Kalidasa ama una ninfa acquatica. Le Ondine, le Melusine; le Sirene sono creature elementari, metà donna e metà pesce, pericolose in quanto vogliono l’anima della loro vittima, visto che loro ne sono prive.

 

 


31 luglio 2010

Cesare Pavese : la donna come un dio

Era stesa anche lei,
dove l'erba è piegata.
Il suo volto socchiuso
posava sul braccio e guardava nell'erba.



Nessuno fiatava.
Stagna ancora nell'aria
quel primo sciacquìo che l'ha accolta nell'acqua.
Su noi stagna il fumo.


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31 luglio 2010

Cesare Pavese : paesaggio

Sotto il gelo dell'acqua c'è l'erba.
La donna vi trascorre sospesa.
Ma noi, l'erba verde, la schiacciamo.
Con il corpo.
Non c'è lungo le acque altro peso.



Noi soli sentiamo la terra.
Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso
sente l'avido gelo assorbirle il torpore delle membra assolate
e discioglierla viva nell'immobile verde.
Il suo capo non si muove.


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31 luglio 2010

Un bell'incipit di una poesia di Cesare Pavese

I due uomini fumano a riva.
La donna che nuota senza rompere l'acqua
non vede che il verde
del suo breve orizzonte.
Tra il cielo e le piante si distende quest'acqua
e la donna vi scorre, senza corpo.



Nel cielo posano nuvole immobili.
Il fumo si ferma a mezz'aria.


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23 novembre 2009

Anna Maria Merlo : Parigi ritorna all'acqua pubblica, mentre noi la consegneremo alla camorra

 

In Francia la privatizzazione dell'acqua potabile ha già una lunga storia alle spalle. Attualmente, in due grandi città su tre l'acqua è in mano ai privati. Due multinazionali dell'acqua, non a caso, sono francesi: Veolia (ex Générale des Eaux) e Suez. Un terzo gruppo, più piccolo, opera nel settore in Francia, la Saur, filiale di Bouygues, il gigante dei lavori pubblici (proprietario della prima rete tv, Tf1). Ma la grande corsa verso il privato, avviata alla grande negli anni '80, quando i comuni si sono trovati obbligati a far fronte a enormi investimenti per rispettare le nuove norme, più vincolanti, sembra arrivata alla fine. L'esempio viene da Parigi: la giunta del socialista Bertrand Delanoë ha deciso di affidare a un operatore unico, pubblico - Eau de Paris - la gestione dell'insieme del servizio dell'acqua, dalla produzione fino alla distribuzione. Il 1° gennaio 2010 arriveranno a scadenza (anticipata, per volontà del comune) i contratti con i due operatori privati che dall'84 gestivano l'acqua nella capitale, la Compagnie générale des Eaux (filiale di Veolia) per la rive droite e la società Eau et Force (filiale del gruppo Suez) per la rive gauche. Così, tra un mese e mezzo, anche la distribuzione tornerà pubblica, mentre la produzione lo è già da metà maggio di quest'anno. Veolia e Suez, che nell'87 erano entrate nel capitale della società di economia mista Sagep (Società anonima di gestione delle acque di Parigi) e poi erano diventate azioniste di Eau de Paris, sono state escluse dalla nuova società di gestione e produzione, sostituite dalla Caisse des dépôts et consignations, gruppo pubblico per gli investimenti di lungo periodo. Al comune di Parigi spiegano che la rimunicipalizzazione «risponde a obiettivi politici e pragmatici. Politici, perché l'acqua è un bene pubblico, una risorsa che deve essere controllata e preservata attraverso una gestione solidale e responsabile. Pragmatica perché la scelta del comune è al tempo stesso una decisione di gestione, che risponde ad obiettivi di trasparenza, di efficienza del servizio e di stabilizzazione del prezzo dell'acqua». La città di Parigi ha promesso un controllo sul prezzo e assicura che «la totalità dei guadagni della nuova organizzazione verrà reinvestita nel servizio, sia che si tratti di finanziare le infrastrutture che di controllare i costi fatturati all'utente».
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione. 



Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.


8 giugno 2009

Cesare Pavese : la cena triste (parte prima)

Proprio sotto la pergola, mangiata la cena.
C'è lì  sotto dell'acqua che scorre sommessa.
Stiamo zitti ascoltando e guardando il rumore
che fa l'acqua a passare nel solco di luna.
Quest'indugio è il più dolce.



La compagna, che indugia
pare ancora che morda nel grappolo d'uva
tanto ha viva la bocca ;
e il sapore perdura, come il giallo lunare, nell'aria.
Le occhiate nell'ombra, hanno il dolce dell'uva,
ma le solide spalle e le guance abbrunite
rinserrano tutta l'estate


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6 marzo 2009

Riccardo Realfonzo : Linee programmatiche. I servizi pubblici devono restare in mano pubblica

 

Gentile direttore, nel corso dell’ultima settimana sono stato più volte sollecitato a fornire una prima cornice della politica economica che intendo portare avanti in qualità di assessore al bilancio del Comune di Napoli. Dal momento dell’insediamento sono passati solo pochi giorni ed è ovviamente ancora in corso un esame approfondito dei conti. Rilevo tuttavia che dall’esterno piovono sul bilancio pareri e suggerimenti talvolta strategicamente disfattisti, talaltra ingenuamente ottimistici e in generale di dubbia rilevanza. Ritengo pertanto opportuno fare il punto della situazione sugli andamenti economici e di bilancio e più in generale sulla linea di indirizzo che reputo corretta e praticabile.
La crisi. Sarà un’impressione, ma credo non sia chiaro a tutti che siamo di fronte alla più grave recessione dai tempi del dopoguerra. A Napoli e nel Mezzogiorno l’onda della crisi sarà molto più dura che altrove e potrebbe mettere radici profondissime. Oggi sappiamo che le cause di fondo di un tale tracollo risiedono nelle politiche liberiste che si sono irresponsabilmente poste in atto a livello globale, nazionale e persino locale. Chi sosteneva che per risolvere ogni problema sarebbe bastato liberalizzare i mercati, abbattere la spesa pubblica, eliminare le tutele dei lavoratori e privatizzare i servizi pubblici essenziali, adesso appare basito eppure cerca di resistere ideologicamente. Questa resistenza culturale, questo enorme ritardo di percezione della gravità della crisi e della inadeguatezza degli strumenti convenzionali di politica economica rischia di costarci carissimo. Per uscire da una recessione così intensa ci vorrebbe infatti il coraggio di una svolta nella politica economica nazionale, ma di questa in Italia non si vede per adesso nemmeno l’ombra. Il governo centrale ha posto in atto un risibile provvedimento anti-crisi e si è assunto pure la grave responsabilità di legare le mani agli enti locali. Abbiamo assistito a un ulteriore irrigidimento del Patto di stabilità interno, che penalizza il finanziamento in disavanzo della spesa delle amministrazioni periferiche. Inoltre, ai comuni sono state sottratte ingenti risorse ed è stata cancellata quasi ogni autonomia sul versante delle entrate. E’ bene chiarire che nel tempo una tale morsa finanziaria potrebbe rivelarsi insostenibile per molti enti locali. Continuamente ci giungono dati drammatici sulla crescita della disoccupazione, della cassa integrazione e sulla conseguente caduta dei redditi dei cittadini. Pertanto, non semplicemente Napoli ma tutte le amministrazioni potrebbero a breve registrare crescenti difficoltà di riscossione delle entrate. Non disponendo di leve alternative le sofferenze di bilancio diventeranno inevitabili. Il governo insomma sta gestendo male la crisi, e specialmente al Sud potremmo dover scontare per anni gli errori che si stanno collezionando in questi mesi. In un simile scenario dobbiamo tutti augurarci che della esigenza di un cambio di percorso ci si renda conto in tempo utile. Sarà mio dovere sottolineare le gravi responsabilità dell’esecutivo nazionale, un giorno sì e l’altro pure, di fronte a una situazione che richiederebbe risposte tempestive.



No alla svendita. La crisi morderà ferocemente sui bilanci ma questo non dovrà indurci a una corsa sconsiderata verso la dismissione, la privatizzazione e la svendita, che in fondo sono sempre stati gli obiettivi di chi ha agito per strangolare le finanze pubbliche. Detto in altri termini, questa non sarà l’amministrazione degli affari facili, oppure alternativamente non sarà la mia amministrazione. La gestione dell’acqua è e deve restare in mano pubblica. L’erogazione dei servizi fondamentali pure. I problemi relativi all’efficienza dei servizi pubblici non si risolvono con la scorciatoia dell’affidamento della gestione ai privati. L’esperienza ha dimostrato che queste politiche possono danneggiare i cittadini dal momento che si traducono in un aumento delle tariffe molto più che dell’efficienza. E’ tempo di comprendere che spesso le privatizzazioni e le dismissioni invece di favorire l’interesse pubblico lo danneggiano gravemente, soprattutto se effettuate in fretta, sull’onda di una emergenza.
Sviluppo economico. Attendo un chiarimento sul perimetro delle mie effettive possibilità di intervento nel campo decisivo delle politiche industriali e del lavoro. Di certo mi aspetto da questa amministrazione una svolta nella gestione dei fondi europei, che abbandoni la vecchia, pedestre logica dei finanziamenti a pioggia e che punti invece a quei mirati programmi di modernizzazione che si rendono indispensabili per far avanzare la frontiera tecnologica del tessuto produttivo locale e rilanciare una equilibrata prospettiva industriale per l'area orientale di Napoli.
Solidarietà sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio da un secolo a questa parte. Il nostro paese batte molti record in tema di disuguaglianze sociali. Soprattutto a Napoli i differenziali di ricchezza costituiscono ormai un fattore di scatenamento del caos e della violenza. Sappiamo bene che il sistema della camorra prospera esattamente in questo immane scarto tra i fortunati e i disperati. Il governo nazionale ci ha sottratto l’autonomia fiscale e finanziaria, ma nei limiti delle residue competenze rimaste mi impegno affinché ogni provvedimento sia finalizzato non ad ampliare ma a ridurre i divari tra i redditi. Dalle mense scolastiche, agli asili, alla distribuzione dei carichi fiscali, ogni misura dovrà assumere finalità perequative.
Efficienza. In questi primi giorni di insediamento ho avuto modo di apprezzare la competenza, l’abnegazione e il senso dello Stato di tanti dirigenti e dipendenti dell’apparato amministrativo. Queste confortanti evidenze tuttavia non debbono indurci a ridurre l’attenzione su alcune oggettive debolezze della macchina amministrativa. Sotto diversi aspetti, come ad esempio la dimensione del debito, il Comune di Napoli si situa in una posizione migliore rispetto a molti altri enti locali. E’ vero però che questa amministrazione attraversa difficoltà specifiche, alcune dettate dal complicatissimo territorio in cui agisce ma altre dipendenti da alcuni limiti operativi interni. Sul versante delle riscossioni la crisi si farà presto sentire, ma occorre comunque proseguire nel rafforzamento dei sistemi di recupero delle risorse. Nell’ambito dell’apparato, bisogna porre un muro davanti all’onda anomala dei debiti fuori bilancio. A tale riguardo occorre subito rafforzare il controllo delle procedure di spesa in capo alle dirigenze, e si rende necessaria una verifica sulle modalità di gestione dei contenziosi e sugli oneri conseguenti.
Legalità. La cultura del malaffare si combatte attraverso lo sviluppo economico e la lotta alle ingiustizie sociali, non solo limitandosi a invocare il rispetto della legge. Detto questo, però, la battaglia contro gli sprechi, le malversazioni, gli usi privati della cosa pubblica e la corruzione si situerà al centro della mia azione politica e amministrativa. Per cominciare, riguardo ai contratti da stipulare che vedano coinvolti soggetti sottoposti a misure restrittive, io sono un convinto fautore delle garanzie costituzionali ma sul piano etico e politico ritengo sia il minimo indispensabile interrompere ogni rapporto con tali soggetti fino a un chiarimento delle rispettive posizioni giudiziarie.
Responsabilità. Avverto il peso della responsabilità che mi è stata conferita e sono riconoscente a coloro i quali hanno riposto fiducia nelle mie competenze. Tuttavia, devo chiarire che io non sono qui per discutere di alchimie politiche. Una volta completata la ricognizione del bilancio e dei margini effettivi di azione proporrò alla Giunta e al Consiglio la linea di politica economica che reputo giusta e praticabile. Confido nel sostegno delle istituzioni e nella vicinanza dei tanti cittadini che da tempo attendono un rinnovamento della città sotto il segno dello sviluppo economico, della solidarietà sociale e della legalità. Se questa linea di azione si rivelerà impraticabile, la coerenza politica e la responsabilità istituzionale mi imporranno di dimettermi senza alcun indugio.


26 novembre 2008

Una lettera a Beppe Grillo : che vuol dire lo Stato, la democrazia, il ruolo pubblico nell'economia.

Caro Beppe,
sono Federico Bonelli da Amsterdam. Ho ricevuto una lettera in cui mi si chiede di votare per il Rappresentante del consiglio per la gestione delle acque. Il consiglio è sia pubblico che elettivo. Nella lettera, con scheda e busta preaffrancata, c'era un sito internet per informazioni sulle liste e il loro programma.
Lo apro, inserisco il cap e appaiono una serie di temi a cui si può rispondere liberamente, da “totalmente d'accordo” a “totalmente contrario”. Le domande sono rilevanti, mi aiuto con Babelfish (eh,l'olandese non è una lingua facile!), con Wikipedia e ogni tanto chiedo a mia moglie che è olandese.Il programma mi posiziona su un grafico con due assi: spesa e ambiente. Il mio voto è rappresentato da una matita e le opinioni di tutti i partiti dal loro simbolo. Se ci passo sopra appare la persona del partito che dovrei votare con le sue risposte al questionario e le motivazioni. Chi ha pagato questo servizio? Le tasse dei cittadini! Perchè è creato dalla fondazione delle acque. Invece che soldi pubblici al partito per inondare di lettere o di spot in tv, qui usano i miei soldi per rendere pubbliche le opinioni dei candidati e compararle con le mie.
Domande vere, non scemenze. “Si può proibire l'innaffiatura dei giardini?”. “I contadini dovrebbero pagare per la bonifica delle acque?”. “Si può espropriare terra per aumentare le zone verdi?”.
Il questionario mi ha costretto a informarmi e ora so qualcosa in più sull’acqua. Ma ci sono molte altre considerazioni da fare: democrazia rispetto a scelte ambientali che ti riguardano, legate al territorio e alle risorse vitali; uso del danaro pubblico non per finanziare la campagna demagogica del partito, ma per portare l'opinione del partito a conoscenza del cittadino; Internet e strumenti statistici per informare. Penso all'Italia e mi viene da piangere. Per consolarmi bevo dal rubinetto un bicchier d'acqua. E' buonissima. Mi ricordo dell'acqua di Roma quando ero bambino... prima che fosse normale che avesse un sapore orribile per comprare bottiglie su bottiglie d'acqua minerale. Un saluto.” Federico


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