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19 aprile 2011

Conto e racconto : pietre e ordini decimali

Inizialmente gli ordini numerici erano definiti da pietre grosse, pietre medie e pietre piccole.

Poi da sassolini di diverse fattezze o messi in diverse scanalature (l’abaco).

Oppure da forme diverse consentite da materiali più teneri (es. la terracotta) che permettono la costruzione di coni, bastoncelli d’argilla, biglie, dischi, sfere etc.

Poi i Sumeri utilizzarono il metodo di perforazione delle pietre per passare da un ordine decimale ad un altro (la logica forse è la stessa delle matrioske e degli insiemi di insiemi…).

 

 

Sumeri                                                                                                          Elamiti

Piccolo cono = unità                                                                           Bastoncello = unità

Biglia = decina                                                                                     Biglia = decina

Grosso cono = sessantina                                                                   Disco = 100

Grosso cono perforato = 600                                                             Cono = 300 (60x5)

Sfera = 3600                                                                                      Grande cono perforato = 3000

Sfera perforata = 36.000

 

223 sumero =   D D D  o o o o  l l l

(60x3)+(10x4)+(3x1)   (al posto dei coni piccoli abbiamo inserito delle lambda)

 

223 elamita = 0 0 o o ç ç ç

(100x2)+ (10x2)+ (3x1) (al posto dei bastoncini abbiamo inserito delle asticelle)

 


18 aprile 2011

Conto e racconto : numero e scrittura

La scrittura fu una delle grandi rivoluzioni dell’umanità, assieme al fuoco, all’agricoltura, ai numeri ed alla ruota. Essa è la rappresentazione visiva, dunque la memorizzazione e l'organizzazione più efficiente, del pensiero.

Ad un certo punto della storia dell’uomo sembra che la memoria individuale non basta più, in quanto è limitata, non è verificabile ed è dunque rischiosa. Non ci sono processi psichici collettivi.

Gli oggetti esterni, il legno, la pietra sono più stabili e su di essi si possono sovrapporre magicamente dei significati (in seguito la necessità di supporti sempre più duraturi ed estesi, il rischio di perdere anche lo scritto, è stata uno dei motivi della nascita della burocrazia).

Con la scrittura si ha un sistema che ci permette sia la notazione dei numeri sia le operazioni su di essi, senza alcun supporto esterno (come l’abaco).

 L’invenzione, preceduta da tentativi incerti, da avanzate e stasi, da rivoluzione e repressioni è quella di denotare i numeri mediante i segni grafici: le cifre (sulla contraddizione e sulla dialettica che scaturisce da questo rapporto torneremo più in là).

 


25 settembre 2010

Galbraith : la retorica della piccola impresa

Il piccolo imprenditore,l’agricoltore indipendente,sono ancora figure importanti nell’insegnamento dell’economia e della oratoria politica. Servono da apripista a quella retorica del lavoro intenso che si vuole inculcare ai lavoratori dipendenti, come se fossero imprenditori di se stessi. Evocano il sistema economico descritto dai classici dell’economia dei tempi passati.

 

 

Tuttavia non sono rappresentativi della realtà attuale, ma solo i simboli di una traduzione rispettata. Il commerciante al dettaglio è atteso al varco dalla grande distribuzione. L’agricoltore indipendente deve lottare ad armi impari con le multinazionali dei cerali della frutta e verdura. Chi ha una stalla subisce la concorrenza di allevamenti con decine di migliaia di capi. Per tutte queste realtà, il divario tra costi e ricavi si assottiglia sino a rasentare il passivo. In realtà la perdurante retorica politico-sociale della piccola impresa e dell’agricoltura familiare è una forma vagamente innocente di truffa.


11 settembre 2010

Ancora la Polonia : NoiseFromAmerika non si arrende

Dopo il nostro post sulla Polonia, le perplessità sull’articolo di NoiseFromAmerika si sono moltiplicate, anche se non vogliamo pensare ad un propter hoc, ma ad un semplice post hoc, tanto che pure il Capo si è scandalizzato per questa ribellione in piena regola.

Comunque penso che il fatto che la tenuta polacca contro la crisi sarebbe stata  causata dalla liberalizzazione del mercato del lavoro del 2003 sia ormai una bufala riconosciuta dagli stessi autori o sponsorizzatori (“La teoria di LP magari non regge, anzi quasi sicuramente non regge perché è monocausale e queste cose hanno sempre una varietà di cause e concause”). E tuttavia essi insistono nel dire che la liberalizzazione del mercato del lavoro sia causa dell’aumento dell’occupazione in Polonia. Boldrin dice “secondo te gli FDI arrivano per caso? Non ti suggerisce nulla il fatto che questi liberalizzino il mercato del lavoro e, giusto lo stesso anno, cominciano ad arrivare investimenti dall'estero in quantità eccezionale?”.

 

Il Prof Boldrin controlla accigliato che nel suo blog non si apra una nuova road to serfdom

 

 

E allora smontare anche questa illusione e spiegare cosa almeno approssimativamente sia successo in Polonia. Vediamo :

 

1.      Perché nonostante i buoni tassi di crescita la Polonia nel 2003 aveva un tasso di occupazione del solo 51,2% ? In realtà non si capisce se si tratta del tasso di occupazione semplice (occupati/popolazione) o di quello specifico (occupati in età da lavoro/popolazione in età da lavoro). In secondo luogo il basso tasso di occupazione è in relazione con l’alto tasso di disoccupazione che passa dal già alto tasso del 10,2 % del 1998 al 19,9 % del 2003. In realtà dalla fine del socialismo reale vi è stato un crollo dell’occupazione nei paesi dell’Est, crollo a cui non hanno posto rimedio né i forti investimenti dall’estero né il basso costo del lavoro. Se poi la Polonia ha avuto un buon tasso di crescita del Pil non è stato certo per la strategia economica, ma proprio per i forti investimenti dall’estero che hanno continuamente stimolato, se non drogato, l’economia. La Polonia è un paese privilegiato anche rispetto agli altri paesi dell’Est : a partire dal 1989 sono stati investiti in Polonia 49,4 mld di dollari, più degli altri paesi dell’est. Inizialmente gli aiuti europei ai paesi dell’Est erano indirizzati solo a Polonia ed Ungheria. Mentre solo nel 1994 tali aiuti furono estesi agli altri paesi, dal 1990 al 1994 il governo polacco aveva già ricevuto l’equivalente di 1 mld di euro che divennero 1,7 mld alla fine del 1998, di cui il 44% fu speso in infrastrutture (investimento tipicamente keynesiano). Gli investimenti privati dall’estero riguardano però nel 2000 per quasi il 40% la privatizzazione del settore pubblico e nel 2001 tale privatizzazione rallenta, con la salita al governo degli ex-comunisti guidati da Alexander Kwasniewski e già FMI e OCSE cominciano ad “essere preoccupati” per lo stato dell’economia polacca. Nel 2001, con la rarefazione delle privatizzazioni, gli investimenti dall’estero si riducono del 30%. Riassumendo, lo stato dell’economia polacca è quello di una nazione sorvegliata politicamente, premiata inizialmente per il fatto di essere stata la prima nazione a ribellarsi all’Urss nel decennio che condurrà al crollo del socialismo reale, poi punita perché non procede alla svendita del suo settore pubblico con la necessaria solerzia. Senza gli stimoli artificiali procurati da questi investimenti di matrice politica ed imperialistica, la Polonia viene restituita alle sue difficoltà di un’economia in transizione.

2.      Infatti, un’altra delle cause della diminuzione del tasso di occupazione e del contestuale aumento della disoccupazione si collega ad un'altra situazione specifica della Polonia : una pesante ristrutturazione del settore agricolo. Già nel 1997, a fronte di una disoccupazione complessiva del 10,5% si registra un 25% di disoccupazione nelle zone rurali del Nord. Gli occupati agricoli rappresentano nel 1996 ancora il 26% dell’occupazione totale, ma in realtà nelle zone rurali vi è molta disoccupazione occulta. L’adeguamento ai parametri comunitari ha comportato la riduzione dei sussidi agli agricoltori, lo spostamento traumatico degli occupati dal settore agricolo a quello dei servizi : l’occupazione agricola dal 21% del 1998 passa al 15% del 2008 ed il processo non è ancora finito.  La cosa ha assunto tale rilevanza da consentire al partito dei contadini di essere indispensabile per la tenuta del governo Kwasniewski e di affossarlo quasi nel 2003. La disoccupazione rimane in tutti questi anni sempre a due cifre e l’aumento dell’occupazione in termini assoluti di questi ultimi anni, lungi dall’essere causato dal modello liberista di mercato del lavoro, è il frutto di questo lento spostamento che ha causato prima un forte aumento della disoccupazione e poi una diminuzione della stessa : le riforme del mercato del lavoro hanno magari facilitato questo riassorbimento, ma sono state facilmente digerite proprio perché l’urbanizzazione di lavoratori e lavoratrici che vivevano nelle campagne in condizioni di semipovertà ha comunque coinciso con un miglioramento della loro condizione sociale.  Dunque si tratta di una situazione specifica che non è per niente esportabile.

3.      Ma davvero poi le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto qualche effetto ? In realtà ci troviamo ancora una volta ad investimenti che hanno una matrice politica : nel 2002, l’accordo ottenuto dall’allora primo ministro Miller ha reso ancora una volta la Polonia maggiore beneficiario tra i paesi dell’Est degli aiuti europei, per un totale di 13,5 mld di euro dal 2004 al 2006 (il 48,6% del totale degli accrediti accordati ai 10 paesi candidati). Per non parlare dei 6 mld di dollari da parte degli Usa per investimenti connessi all’acquisto da parte delle forze armate polacche di almeno 32 aerei F-16 della Lockheed Martin entro il 2008 (investimenti che superano ovviamente la spesa del governo polacco, spesa che comunque sarebbe stata fatta).

Dunque cari camerati libertari di NoiseFromAmerika, il liberismo non c’entra nulla. Ancora una volta è la politica che genera economia.

Evviva il moltiplicatore !!!

 


7 aprile 2009

Vittorio Longhi : Africa, la crisi picchia, i giovani partono

 

Mentre il governo italiano adotta politiche sempre più restrittive e repressive nei confronti degli immigrati, gli esperti internazionali avvertono che bisogna prepararsi a nuovi, inevitabili esodi dal continente africano, il più colpito dalla recessione economica, e che bisogna riconsiderare le politiche di accoglienza.
«La crisi mondiale sta incidendo pesantemente sull'economia africana e sulle risorse alimentari, con forti aumenti dei prezzi, calo delle esportazioni, difficoltà a trovare investimenti e finanziamenti dall'estero, crollo del mercato del lavoro. Tutto questo, vista l'instabilità sociale e politica in Africa, darà vita a ulteriori conflitti e violazioni dei diritti umani, perciò produrrà nuovi flussi di migranti e di rifugiati». È la premessa di uno studio appena pubblicato dall'Harvard international review, a firma di Arno Tanner, docente di Immigrazione internazionale all'università di Helsinki ed ex senior expert al Consiglio d'Europa.
Tanner descrive alcune delle situazioni in cui la crisi sta avendo gli effetti più drammatici, come in Somalia, dove il prezzo dei cereali è raddoppiato e il valore dello scellino si è dimezzato negli ultimi mesi, rendendo quasi impossibile accedere ai generi di prima necessità per vasti strati di una popolazione già stremata dalla guerra. O come in Egitto, dove il governo ha mandato la polizia con i manganelli e i gas lacrimogeni per fermare le manifestazioni contro il rincaro della farina e impedire gli assalti ai granai. È ovvio che, in mancanza di cibo e lavoro, le tensioni sono destinate ad aumentare, aggravando le condizioni di povertà ed esasperando i conflitti interni. 



Perciò l'unica alternativa è scappare, verso nord, per quei migranti che Tanner descrive come «i rifugiati della crisi economica» e che in Europa non dovrebbero essere trattati indistintamente da irregolari, da «clandestini», ma trovare le stesse forme di protezione riservate ai rifugiati e alle vittime delle crisi umanitarie. «I programmi europei di accoglienza vanno riconsiderati e ampliati per prepararsi alla possibilità di crisi migratorie dall'Africa - spiega -, così come le politiche europee di asilo devono essere pronte a ulteriori flussi, assicurando almeno tutele temporanee». Tra le proposte del professore c'è «l'estensione del mandato dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) o l'istituzione di un'organizzazione mondiale sulla Convenzione di Ginevra, che decida sui diritti dei rifugiati e coordini un sistema adeguato di suddivisione dell'onere, nell'attribuzione delle quote di reinsediamento, basate anche sugli indicatori di ricchezza, come il Pil, dei potenziali paesi di destinazione». Inoltre, Tanner invita a non tagliare gli aiuti e i fondi destinati alla cooperazione internazionale, come invece sta facendo il governo Berlusconi: «Una scelta miope quella dei paesi europei che riducono gli aiuti a causa delle crisi finanziarie interne, perché a lungo andare questo produrrà flussi di migrazione ancora più elevati verso quegli stessi paesi».
Le previsioni e le osservazioni del docente di Helsinki concordano con quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione europea e commissario per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, dopo l'ultima visita a Lampedusa e a Malta: «L'aggravarsi della crisi e i suoi primi effetti reali in Africa avranno un impatto diretto sulle categorie di popolazione più inclini all'immigrazione», cioè uomini e donne giovani, relativamente istruiti ma senza prospettive.
E in Italia, finora, il persistere dei conflitti africani ha già fatto raddoppiare le domande di asilo. In base agli ultimi dati diffusi dall'Unhcr, dal 2007 al 2008 il numero delle richieste è passato da 14mila a oltre 31mila, facendo raggiungere al nostro paese, per la prima volta, il quarto posto tra le principali destinazioni dei richiedenti, dopo Stati uniti, Canada e Francia.
L'agenzia Onu precisa che due terzi dei 36mila migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2008 hanno presentato domanda d'asilo e la metà ha ottenuto una forma di protezione. I paesi di provenienza sono soprattutto Nigeria, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d'Avorio e Ghana. Tutti luoghi già martoriati da guerre e violenze, che la crisi economica di certo non risparmierà.


2 agosto 2008

La lettera di Evo Morales a Doha

 «Il commercio internazionale può disimpegnare una funzione importante nella promozione dello sviluppo economico e nella diminuzione della povertà. Riconosciamo la necessità che tutti i nostri popoli si giovino dell'aumento delle opportunità e dell'incremento del benessere generato dal sistema multilaterale del commercio. La maggioranza dei membri dell'Ocm sono paesi in via di sviluppo. Vogliamo porre i loro bisogni e interessi al centro del programma di lavoro adottato nella presente dichiarazione.
Dichiarazione ministeriale di Doha dell'Organizzazione mondiale del commercio, 14 novembre 2001»
Con queste parole 7 anni fa cominciò il «round» dei negoziati dell'Omc. Sviluppo economico, diminuzione della povertà, bisogni dei nostri popoli, aumento delle opportunità per i paesi poveri sono davvero al centro dei negoziati in corso?
La prima cosa che devo dirvi è che se fosse così, i 153 paesi membri e soprattutto l'ampia maggioranza dei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere gli attori principali dei negoziati dell'Omc. Invece quel che stiamo vedendo è che solo un pugno di 35 paesi è invitato dal direttore generale a riunioni informali.
I negoziati dell'Omc si sono convertiti in uno scontro dei paesi sviluppati per aprire il mercato dei paesi in via di sviluppo in favore delle grandi imprese.
I sussidi agricoli del nord, che finiscono principalmente nelle mani delle compagnie agro-alimentari degli Stati uniti e dell'Unione europea, non solo continueranno ma aumenteranno. I paesi in via di sviluppo abbasseranno i dazi ai loro prodotti agricoli ma i sussidi reali elargiti da Usa e Ue ai loro prodotti agricoli non diminueranno.
Per i prodotti industriali, nei negoziati dell'Omc si pretende che i paesi in via di sviluppo taglino le tariffe doganali fra il 40 e il 60% mentre i paesi sviluppati abbasseranno le loro in media fra il 25 e il 33%.
Nei negoziati si preme perché nuovi settori dei servizi siano liberalizzati, mentre invece si dovrebbe escludere una volta per tutte dagli accordi dell'Omc i servizi di base quali l'istruzione, la sanità, l'acqua, l'eneregia e le telecomunicazioni. Questi servizi sono diritti umani che non possono essere oggetto di affari privati né di liberalizzazione che portano alla privatizzazione.
La deregulation e la privatizzazione dei servizi finanziari sono una causa, fra le altre, dell'attuale crisi finanziaria mondiale.
Il regime di proprietà intellettuale stabilito dall'Omc, ha beneficiato soprattutto le transnazionali che monopolizzano i brevetti, rendendo più care le medicine e altri prodotti essenziali, incentivando la privatizzazione e mercantilizzazione della vita.
I paesi più poveri saranno i veri sconfitti. La stessa Banca mondiale indica che i costi per la perdita di posti di lavoro, le restrizioni alle politiche nazionali e la perdita di entrate doganali, saranno maggiori dei «benefici» di cui parla «il round dello sviluppo».
Dopo 7 anni, il «round» dell'Omc è ancorato al passato e fuori sintonia rispetto ai fenomeni che viviamo: la crisi alimentare, la crisi energetica, il cambio climatico, la eliminazione delle differenze culturali.
Studi della Fao segnalano che oggi sarebbe possibile alimentare 12 miliardi di persone, quasi il doppio della popolazione mondiale. Invece c'è una crisi alimentare perché non si produce per il benessere umano ma in funzione del mercato, della speculazione e della redditività delle grandi compagnie che producono e commerciano gli alimenti. Per affrontare la crisi alimentare è necessario rafforzare l'agricoltura familiare, contadina e comunitaria.
Dobbiamo finirla con il consumismo, lo spreco e il lusso. Nella parte più povera del pianeta, ogni anno muoiono di fame milioni di esseri umani. Nella parte più ricca si spendono milioni di dollari per combattere l'obesità. Consumiamo in eccesso, sprechiamo le risorse naturali e produciamo residui che contaminano la Madre Terra.
I paesi devono dare la priorità al consumo di quello che producono in loco. Non possiamo privilegiare mai il mercato esterno a costo della produzione nazionale.
Il capitalismo vuole uniformarci tutti per fare di noi soltanto dei consumatori. Per il nord esiste un solo modello di sviluppo, il suo. Il modello economico unico si accompagna a processi di acculturazione di massa per imporci una sola cultura un solo modo di pensare. Distruggere una cultura e l'identità di un popolo è il danno più grave che si può fare all'umanità.
Perché questo sia un «round» davvero «dello sviluppo e ancorato al presente e futuro dell'umanità e del pianeta dovrebbe:
garantire la partecipazione dei paesi in via di sviluppo a tutte le riunioni dell'Omc;
mettere in pratica negoziati asimmetrici in favore dei paesi in via di sviluppo in cui i paesi sviluppati facciano concessioni reali;
rispettare gli interessi dei paesi in via di sviluppo senza limitare la loro capacità di definire e applicare politiche nazionali a livello agricolo, industriale e dei servizi;
ridurre effettivamente le misure protezioniste e i sussidi dei paesi sviluppati;
assicurare il diritto dei paesi in via di sviluppo di proteggere per tutto il tempo necessario le loro industrie nascenti come fecero nel passato i paesi industrializzati;
garantire il diritto dei paesi in via di sviluppo di regolare e definire le proprie politiche in materia di servizi, escludendo i servizi di base dall'Accordo generale del commerzio sui servizi dell'Omc;
limitare i monopoli delle grandi imprese sulla proprietà intellettuale, promuovere i trasferimenti di tecnologia e proibire i brevetti su ogni forma di vita;
garantire la sovranità alimentare dei paesi eliminando qualsiasi limitazione alla capacità degli Stati di regolare le esportazioni e importazioni di alimenti;
assumere misure che contribuiscano a limitare il consumismo e lo spreco di risorse naturali, a eliminare i gas serra e i residui dannosi per la Madre Terra.
Nel secolo XXI un «round per lo sviluppo» non può più parlare solo di «libero commercio» ma deve promuovere un commercio che favorisca l'equilibrio fra i paesi, le regioni e con la Madre natura.
Accordi come quelli dell'Omc devono essere conosciuti e discussi da tutti i cittadini e non solo da ministri, imprenditori ed «esperti». I popoli del mondo non possono più essere le vittime passive di questi negoziati e devono diventare protagonisti del nostro presente e futuro.

(Evo Morales)


1 luglio 2008

Elogio dell'agricoltura biologica

 «Il cibo sia la tua medicina» ammonì Ippocrate, padre dei medici saggi. Ma il sistema agroalimentare mondiale è spesso «malato». Sul lato dell'offerta: in India i contadini si suicidano per i debiti contratti nell'acquisto di semi e input chimici, negli Stati Uniti molti braccianti agricoli avvelenati dai pesticidi muoiono a 50 anni. Sul lato della domanda: i cittadini coreani protestano contro la carne importata dagli Usa, i prezzi elevati significano penuria per i consumatori con scarso potere di acquisto. Per non parlare delle emergenze: come in Etiopia, dove in due decenni si sono avute ben cinque grandi siccità, e anche adesso per gli scarsi raccolti sono alla carestia milioni di produttori di cibo, contadini poveri.
In questa situazione, e sotto la spada di Damocle del cambiamento climatico, che ruolo ha l'agricoltura biologica? Una nicchia salutare per chi produce e per chi consuma: ma è riservata a chi ha potere d'acquisto, oppure è potenzialmente accessibile a tutti, compresi produttori e consumatori poveri? «Coltivare il futuro» è l'ambizione dell'insieme di organizzazioni - produttori, tecnici, associazioni, trasformatori - riunite nell'Ifoam, Federazione internazionale dei movimenti per l'agricoltura biologica, il cui sedicesimo congresso mondiale si è concluso ieri a Modena con partecipanti da 80 paesi (in maggioranza non direttamente agricoltori). Le coltivazioni bio sono quelle che, basandosi sul rispetto dei cicli ecologici ed escludendo in genere gli input di sintesi e le monocolture, «salvaguardano la biodiversità, proteggono la fertilità del suolo, liberano dal controllo delle compagnie multinazionali, producono cibi più nutrienti» spiega lo studioso etiope Tewalde Egziaber, noto per aver guidato il gruppo dei paesi G 77 (il grande gruppo delle nazioni «in via di sviluppo») nei difficili negoziati internazionali per i diritti degli agricoltori e la biodiversità agricola.
«Non confondiamo i 30 milioni di ettari totali interessati dalle certificazioni formali e in maggioranza concentrati in Europa, con le coltivazioni organiche non certificate che non riusciamo a quantificare e producono per i mercati locali, anche in Africa, Asia e America Latina. Nel nostro movimento c'è posto per tutti» dice Angela Caudle de Freitas, direttrice esecutiva dell'Ifoam.
In molti paesi occidentali, fra cui l'Italia, il biologico non è più una nicchia - e tantomeno lo sarebbe se i costi ecologici delle colture fossero incorporati nei prezzi. Ma, ha ricordato una partecipante africana, «nei nostri paesi le coltivazioni biocertificate sono per l'export, anche se magari "equo"; caffé, tè, cacao, frutta tropicale».
Dunque non si esce dalla logica della produzione per élite, e dall'impatto ecologico legato ai trasporti su lunga distanza, le famigerate «miglia-cibo». Risponde Caudle de Freitas: «Il problema non ci sarebbe se l'agricoltura organica diventasse la norma, che è una necessità ecologica e sociale. Noi cerchiamo di incoraggiare il ciclo corto, locale e diretto dal produttore al consumatore, così da ridurre prezzi e chilometri. Sta succedendo ad esempio in Africa dell'ovest, o in Brasile o in India. Occorre però anche la volontà dei governi».
Ma l'agricoltura biologica produce abbastanza per vincere la fame e aiutare il clima? Pare di sì, perché ottimizza l'uso di risorse che sono o diventeranno scarse, come l'acqua, l'energia fossile, il suolo fertile. Ma dovrebbe sganciarsi di più dai carburanti fossili (gli agrocarburanti per l'azienda agricola sono una buona idea), e non puntare sulle produzioni animali. Da qui l'importanza dell'educazione alimentare

(Marinella Correggia)


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29 aprile 2008

Il business mondiale dell'agricoltura

 Dopo avere spolpato il mercato immobiliare americano la finanza si butta sulle materie prime alimentari, e sono guai. L'aumento globale della popolazione, la crisi ambientale e la follia dei biocarburanti sono ottime notizie per la finanza speculativa che approfitta dell'occasione per spostare le proprie fiches su altri tavoli. Come ha scritto Roberto Capezzoli sul Sole 24 ore «Il flusso di denaro che proviene dagli hedge fund è tale da sommergere e alterare, per periodi più o meno lunghi, le tendenze tradizionalmente legate al clima, alle dimensioni dei raccolti e alla propensione al consumo». Il risultato, oltre ai soliti enormi profitti dei soliti noti, è l'impennata del prezzo dei prodotti alimentari di largo consumo come frumento, soia e soprattutto il riso che dà da mangiare all'Asia, dove risiede metà della popolazione mondiale. Chi criticava da anni il modello incentrato sul mercato globale è servito: i paesi più liberisti, quelli che hanno destinato le proprie terre alla produzione di colture destinate all'export - e hanno firmato accordi commerciali vincolanti in tal senso - sono anche i più penalizzati. Paradossalmente chi è rimasto indietro nel magnifico e trionfale cammino verso l'integrazione globale dei mercati è favorito: l'agricoltura familiare basata sulle produzioni tradizionali destinate all'auto-sussistenza dovrà combattere contro le calamità di sempre, ma almeno darà qualcosa da mettere nel piatto.



A chi andrà storta la Grande Mela ?


A leggere le notizie delle ultime settimane c'è da aver paura. In Messico, Argentina, Egitto, Marocco, Niger, Mauritania, Senegal e Sierra Leone, ci sono già state le prime rivolte del pane, mentre manifestazioni contro i rincari si sono tenute nelle Filippine, in India, in Indonesia e perfino in alcuni ricchi paesi del Golfo - come Arabia Saudita e Kuwait. Spaventati, i rispettivi governi stanno cercando di correre ai ripari: alcuni, come i paesi produttori di petrolio che sono importatori netti di cereali, hanno ulteriormente tagliato i dazi. Altri, come la Cambogia, l'India e le Filippine, ma perfino un grande produttore come il Vietnam, stanno restringendo le esportazioni per rimpinguare le scorte. In Africa, dove i governi non sono in grado di determinare la propria politica alimentare - che viene decisa a Bruxelles o a Washington - e dove la terra migliore viene destinata a coltivare i prodotti per le nostre tavole, la bolletta alimentare è salita del 50 %. In un continente cronicamente afflitto dalla fame e dalla malnutrizione ha l'effetto di una bomba atomica, meno spettacolare ma altrettanto devastante.
I fan della globalizzazione sono rimasti spiazzati e preferiscono non commentare questa valanga di misure protezionistiche che, assicurano i governi, sono temporanee. L'importante è tranquillizzare i guardiani del dogma che siedono al Fondo Monetario: nessuno vuole mettere in dubbio la bontà di un modello basato sulle monoculture industriali e sull'accesso al mercato internazionale, quello stesso mercato che per vent'anni ha spinto al ribasso il prezzo dei generi alimentari rovinando i produttori, e che ora lo spinge al rialzo rovinando anche i consumatori poveri. Ai sindacati contadini che da anni presidiano i grandi vertici economici chiedendo di salvare, insieme al loro posto di lavoro, anche la sovranità alimentare, i superburocrati del Wto hanno sempre opposto un netto rifiuto. Il vero sviluppo - ci è stato ripetuto in tutte le lingue - è garantito solo dalle produzioni industriali destinate all'esportazione e senza l'integrazione con il mercato del Nord del mondo non c'è speranza. L'autosufficienza alimentare, così come la protezione delle industrie nazionali o delle piccole imprese contro lo strapotere delle multinazionali, è stata liquidata come un'eresia. Le colture tradizionali sono state sostituite da quelle che tirano sul mercato globale: semi omologati, certificati e brevettati fatti apposta per un'agricoltura drogata di chimica, il più possibile meccanizzata e connessa con la lunga - e inquinante - filiera che porta dritto agli scaffali dei nostri supermercati. Nel frattempo i contadini, diventati salariati delle grandi piantagioni industriali, non coltivano più il cibo che consumano e devono, come noi, acquistarlo. E quando i prezzi salgono sono dolori.
Non ci sarebbe momento più propizio per riformare questo modello. Invece veniamo rassicurati che le misure protezionistiche di questi giorni non dureranno esattamente come - ci viene detto - sono misure temporanee i "prestiti ponte" concessi alle banche rovinate dal gioco dei subprime.

(Sabina Morandi)


26 marzo 2008

Nessuna pianta coltivata è naturale ?

Prendo spunto da un post di KK dove si elencano (il tutto tratto da questo libro) le 27 bufale anti-ogm per analizzare più in dettaglio le argomentazioni svolte.
Partiamo dal primo punto dove F.Sala dice che nessuna pianta coltivata è naturale: tutte sono il prodotto di profonde modificazioni introdotte con manipolazioni genetiche (incrocio, mutazione, modifica del numero di cromosomi) che ne hanno migliorato le qualità agricole e organolettiche.
C'è da dire in primis che sono poche le culture ambientaliste che oggi usano l'argomento del carattere naturale dei prodotti dell'agricoltura tradizionale.
Tuttavia più che fermarci a questa constatazione e tracciare una distinzione netta tra ciò che è naturale e ciò che non lo è, potremmo dire che naturale e artificiale sono due estremi ideali di una serie di oggetti e di processi. Potremmo dire che "assolutamente naturale" è l'oggetto la cui esistenza non prevede alcun intervento consapevole dell'uomo, mentre "assolutamente artificiale" è l'oggetto la cui esistenza ha come ragione necessaria e sufficiente l'intervento umano, e cioè l'oggetto interamente costituito dall'uomo o da materiale a sua volta prodotto consapevolmente dall'uomo.
Vi sono con tutta probabilità oggetti del tutto naturali (come il sole), mentre è più difficile pensare ad oggetti del tutto artificiali (anche perchè si potrebbe dire che anche del materiale di costruzione artificiale possa essere stato costituito a partire da elementi reperibili in natura) Sulla base di queste definizioni possiamo dire che ci sono piante più o meno naturali, misurando l'apporto di lavoro umano (o di energia apportata dall'uomo) necessario per porle in essere.
Su questa base (e sulla base del fatto che nel costo di una pianta ogm ci può essere il costo del brevetto) si può magari dire che la pianta ogm sia meno naturale di una pianta coltivata con metodi più tradizionali (anche se magari questa situazione si potrebbe anche rovesciare con il progresso tecnologico per cui una pianta ogm può ad un certo punto richiedere una minore erogazione di lavoro rispetto ad una pianta ottenuta con metodi più tradizionali)



Un altro criterio per distinguere il grado di "naturalità" di una pianta può essere stabilito a partire dal fatto che ci sono modi e modi di causare mutazioni e trasferimenti di materiale genetico.  A parte quelle che avvengono naturalmente, le mutazioni causate da tecniche tradizionali vengono fatte a livello fenotipico, in base a caratteristiche visibili ed all'interno di popolazioni molto grandi. Soprattutto però è il ritmo relativamente lento di immissione nell'ambiente di tali organismi a consentire una verifica delle capacità di sopravvivenza, di riproduzione, di diffusione e di compatibilità con le altre specie animali e vegetali. Tale verifica per gli Ogm è più problematica in quanto correlata ad un immenso potenziale di manipolazione e  legata alla volontà dei soggetti che li producono di fare un monitoraggio completo e dettagliato di tali conseguenze. Per questa ragione si può legare la naturalità di una pianta proprio alla verificabilità della sua compatibilità ambientale. Essa cioè sia pur essendo un prodotto artificiale può essere più o meno naturale nella misura in cui sia più o meno controllabile l'insieme degli effetti conseguenti alla sua immissione nell'ambiente. Si tratterebbe in questo caso di una naturalità intesa come "naturalità umanizzata" e cioè come interazione regolata e cosciente tra natura ed intervento umano.
In un contesto di questo tipo la distinzione tra prodotti agricoli tradizionali e prodotti ogm non è rigida e schematica ma fluida e tale da consentire una immissione regolata dei prodotti ogm nel mercato.


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