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13 luglio 2009

Il dibattito sull'Iran all'interno di Rifondazione

 A proposito degli avvenimenti in corso in Iran, Marco Sferini ha scritto: “Dalla parte del popolo iraniano”.
Di quale popolo? Dei ceti medi urbani, colti e facoltosi, che reclamano (giuste) libertà civili per avvicinarsi ai modelli consumistici occidentali?
O dei ceti proletari, contadini, poveri che usufruiscono del sostegno statale, del prezzo politico del pane e di una seppur parziale redistribuzione del reddito e dei proventi del petrolio?
Dei gruppi che lamentano l’eccessivo intervento dello stato nella produzione e nella redistribuzione e che vogliono imporre una politica liberista di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni?
Dei gruppi che reclamano giuste libertà civili ma che si prestano alla realizzazione di una nuova “rivoluzione arancione” (“verde”) filo occidentale?
So dei plotoni d’esecuzione sommari allestiti dagli islamici contro i comunisti iraniani, che avevano collaborato lealmente alla rivoluzione contro lo Scià e gli americani.
Conosco le torture inflitte al segretario del partito comunista iraniano dall’instaurato regime islamico.
So che il regime islamico impone una cappa maltollerata dalla società iraniana.
So che finora gli iraniani hanno usato una tattica adattativa nei confronti delle restrizioni, della corruzione e del dispotismo del regime.
Il regime è islamico e dispotico, ma c’è una diffusa istruzione pubblica e l’università zeppa di donne, anche se con il tanto vituperato velo.
Queste cose le ho sentite direttamente da un compagno iraniano.
Come ho sentito direttamente dallo stesso compagno iraniano del pane a prezzo politico, della parziale redistribuzione, anche in chiave islamica, del reddito, della politica pubblica di riorganizzazione dell’industria e della politica internazionale (contraddittoria) del regime (indipendenza dall’imperialismo occidentale e politica di potenza regionale).
Ora, le elezioni recenti ci hanno restituito esattamente questo quadro.
Gli iraniani si sono espressi su queste scelte vitali nell’unico modo loro concesso dal regime: nella scelta di due candidati entrambi islamici, espressione delle elites islamiche e che non rappresentano nette collocazioni alternative di classe. Tuttavia, su di essi si sono riversate due diverse tendenze, l’una legata alle classi più agiate e l’altra legata alle classi più povere.
Ci sono stati brogli?
Su questo si sta facendo molta propaganda pregiudiziale e poche dimostrazioni di fatti.
E’ giusto che il nostro partito dica: noi non siamo con il regime di Teheran, siamo contro il regime islamico, vogliamo elezioni alle quali possano partecipare anche altri partiti, come il partito comunista iraniano. Ma non possiamo dare appoggio incondizionato a queste proteste in atto. Non basta dire: noi siamo col popolo iraniano e non con Mousavi. Noi non possiamo chiudere gli occhi sulle conseguenze, non solo internazionali, ma anche di classe delle proteste in atto.
La posizione del partito mi sembra invece timida, superficiale e subalterna.
Spero, almeno, che il partito abbia preso qualche contatto con i compagni comunisti iraniani, prima di assumere posizioni ufficiali e di manifestare davanti all’ambasciata dell’Iran a Roma.


Mario Galati




Cari compagni di essere comunisti,

sono un nuovo iscritto a Rifondazione (non so per quanto viste le ultime dichiarazioni di Ferrero sul "polo della sinistra") e vi leggo più o meno ogni giorno. Non faccio parte di nessuna corrente, semplicemente sono iscritto a Rifondazione.

Le prese di posizione del partito riguardo alla questione iraniana hanno imbarazzato molto anche me, come il compagno Riccardo e ho fatto finta di non vedere le dichiarazioni che si limitavano a condannare la violenza della repressione, senza aggiungere altro.

La premessa fondamentale è che la nostra analisi deve essere necessariamente di classe e dobbiamo ragionare con le categorie dell'imperialismo, che hanno conferme quotidiane.

Quindi se questa è un confronto tra compagni, è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini. Detto questo militiamo in un partito comunista e uno si aspetta, giustamente, che l'analisi vada un po' più in là e sia profonda e sappia dare risposte che vadano oltre le spiegazioni confortanti che siamo (troppo) abituati a leggere sui media nostrani.
Le similitudini che questa protesta iraniana ha con altre "rivoluzioni colorate" vanno ben oltre la semplice apparenza e la violenza della repressione va certamente condannata ma un partito comunista non può limitarsi a ciò e, anzi, se lo fa, commette un errore imperdonabile.

Compagni, nelle rivoluzioni colorate, c'è sicuramente tanta buona fede da parte di chi vi partecipa e ci (ri)mette anche la pelle ma i burattinai stanno altrove: l'intervento diretto nel finanziamento di questi movimenti da parte della CIA e di altri organi imperialisti più o meno esplicitamente legati a stati occidentali è molto di più di un semplice sospetto. Gli esempi sono purtroppo numerosi: apparte il sudamerica, abbiamo numerosi esempi in Europa a partire dalla Serbia anzitutto, fino all'Ucraina e alla Georgia. Ed esistono associazioni analoghe, che usano le stesse tecniche di mobilitazione genuine in altri stati balcanici e che sono profumatamente finanziate con soldi occidentali, pronte a scomparire o ad essere assorbite nel caso non succeda nulla, ma in caso contrario ad intervenire.
In effetti questa delle rivoluzioni colorate è una fine tecnica, la quale piuttosto che usare la violenza (tipico colpo di stato alla Pinochet) piuttosto la subisce, diventando molto più digeribile all'opinione pubblica occidentale sempre più convinta di essere il centro e il meglio del mondo e affamata di "esportazione della democrazia". Una bella invenzione dell'imperialismo, non c'è che dire.
I fatti iraniani non mi sembrano fare eccezione e forse testimoniano anche che più opzioni erano pronte da parte dell'amministrazione americana e che il cambio di presidente può anche avere avuto un'influenza sulla scelta poi effettuata, ma gli scopi restano i medesimi.
Inoltre, pensiamoci anche solo un attimo, i media occidentali stanno dedicando moltissimo spazio a queste proteste per canalizzare l'opinione pubblica, ma accadono fatti nel mondo che sono altrettanto gravi e nessuno se ne cura. L'attenzione deve essere alta perchè la pressione deve essere alta. Ricordo per esempio quando Otpor venne premiata ad MTV...

Quindi, cercando di concludere, se la nostra analisi deve essere non banale, profonda e di classe non può prescindere dal riconoscere il ruolo e gli scopi dell'imperialismo in questa vicenda. La posizione del partito, perciò, non può limitarsi a condannare le violenze ma alla nostra gente dobbiamo dire chiaramente chi c'è dietro questi giochi e quali sono i suoi obiettivi. Ciò ci renderà impopolari od esclusi di media perchè siamo cattivi? Beh, non me ne può fregare di meno, tanto la situazione attuale non è che sia migliore...
Beninteso che ciò non significa sposare le tesi negazioniste di Amadinejhad o difendere le teocrazie. Anzi, proprio il contrario, ma è esattamente con la coerenza di ogni nostra presa di posizione rispetto alle nostre categorie interpretative che lo si dimostra.

E' per questi motivi che trovo imbarazzante la presa di posizione da voi pubblicata nella home page del sito di "essere comunisti". Lungi da me sposare l'Iran in quanto antiamericano e antimperialista, perchè il muro di Berlino è caduto da un pezzo e ragionare "per stati" non funziona più da un pezzo... Ma se c'è una analisi semplicistica non è quella del compagno Riccardo, quanto piuttosto la vostra che si limita a dire, appunto "semplicemente con il popolo iraniano" e vi diro di più: un partito comunista che ha il cuore tenero e si limita a fare i sit-in di fronte all'ambasciata, senza fare il minimo sforzo per elevare il ragionamento della propria gente, fa molto comodo ai famosi burattinai.

Saluti Comunisti,
Andrea
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Caro compagno Andrea,
della tua nota critica è senz’altro condivisibile la richiesta di un maggiore approfondimento in merito alla questione iraniana. Ritengo che un utile passo in questa direzione sia fornito dalla pubblicazione da parte del sito di un ben argomentato e documentato contributo, datato 29-6-2009: “Gli antimperialisti nella trappola iraniana”. Ti invito quindi a leggerlo.
L’accordo con la tua lettera si ferma tuttavia qui. Infatti, proprio un’analisi “di classe” e l’invito a “ragionare con le categorie dell’imperialismo” conducono, a mio parere, a conclusioni diverse da quelle che tu (e non solo tu) trai. Tu stesso riconosci che “è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini”, che ragionare con le categorie suddette “non significa sposare le tesi negazioniste di Ahmadinejhad o difendere le teocrazie”, che non è tua intenzione semplicemente “sposare l’Iran in quanto antiamericano e antimperialista”. Questo è chiaro. Del resto, sarebbe difficile per un comunista dimenticare che la Repubblica islamica dell’Iran ha massacrato, a partire dal 1981, migliaia di militanti della sinistra (anche comunista), ponendosi a tutela della proprietà privata, sopprimendo i sindacati, scatenando feroci repressioni contro i lavoratori, negando ai contadini anche l’ombra di una riforma agraria, instaurando un regime di terrore, opprimendo minoranze e sacramentando una delle legislazioni più reazionarie della storia planetaria in tema di diritti civili. Il rispetto delle differenze culturali e la relatività dei costumi non può evidentemente impedire di chiamare “fascista” un simile regime (di cui, fino a prova contraria, Ahmadinejad è ancora espressione); né può far dimenticare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre ha abituato noi comunisti ad usare il termine “rivoluzione” per significare un mutamento progressivo sul terreno dei rapporti sociali e, in generale, su quello dei diritti fondamentali della persona (è sempre utile ricordare che, ad esempio, nel 1918 si tenne il Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque un organismo permanente per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all'analfabetismo: le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all'istruzione, all'assistenza di maternità, a un salario eguale a quello degli uomini. Nel 1920 venne anche introdotto il divorzio e il diritto all’aborto). Pur se tu riconosci – implicitamente – tutto questo, tuttavia, per un verso, sembri escludere pregiudizialmente il fatto che possa sussistere un’opposizione legittima e di segno progressivo ad un tale regime e, per altro verso, affianchi a questa sottovalutazione un giudizio a mio parere semplificato e in definitiva sbagliato circa il ruolo dell’Iran nell’attuale contesto mediorientale.
In particolare, così come altre voci dell’anti-imperialismo militante, anche tu accosti l’attuale rivolta iraniana alle famigerate “rivoluzioni colorate” di matrice Cia, condotte secondo un’ormai ben sperimentato clichè di “esportazione della democrazia”. Su questo sito abbiamo a suo tempo dedicato al tema un’attenzione particolare, essendo immediatamente evidente il potenziale di disinformazione e di equivocità politica che tali “rivoluzioni” riversavano anche a sinistra, persino all’interno del nostro partito (cfr. ad esempio B. Steri, L’ “imperialismo democratico” al lavoro in Bielorussia, 25-3-2006). Ma ricondurre semplicemente la vicenda iraniana al suddetto contesto di “imperialismo soft” – contrapponendo l’ennesima “rivoluzione colorata” ad un regime supposto“oggettivamente antimperialista” – oltre a glissare sulla pesantezza della realtà interna dell’Iran, occulterebbe la vera portata del gioco condotto oggi dall’Iran sullo scacchiere mediorientale. Beninteso, non sarebbe affatto sorprendente che l’amm.ne statunitense appoggi il “riformista” Mousavi nel suo tentativo di delegittimazione istituzionale dell’attuale leadership iraniana: non ci facciamo alcuna illusione sulla personalità politica di questo outsider, già Primo ministro nonchè costruttore di stretti rapporti con la Cia ai tempi dell’affaire Iran/Contra (come documentano i rapporti del Pentagono). Si tratterebbe di una chiara e inammissibile ingerenza all’interno di quello che comunque resta “uno scontro tra i vertici della Repubblica iraniana, che vede contrapposti i poteri religiosi rappresentati da Khamenei e da Rafsanjani, uno scontro giocato tutto sulla pelle del popolo iraniano” (come recita l’appello firmato anche dal Prc).
In ogni caso, sul fronte interno, non può essere sopravvalutato il consenso “di classe” tributato ad Ahmadinejad, altra faccia della sottovalutazione di un persistente dissenso “di classe”: tanto più se accreditati sulla base di un sondaggio del ‘Washington Post’ condotto “per telefono da un Paese confinante, su un campione di 1.001 interviste su tutto l’Iran (…), da una società di sondaggi che collabora con ABC News e con la BBC, indagine finanziata dalla Rockefeller Brothers Fund” (!!!). Né, sul piano esterno, può essere sottaciuto il ruolo dell’espansionismo sciita iraniano: una volontà di potenza che non ha lesinato un criminale impegno – in compartecipazione con l’aggressione imperialista - nella distruzione dell’Iraq. Su questi punti non mi soffermo qui e rinvio al citato “Gli antimperialisti ecc”.
Sulla base di tali generali orientamenti, non è affatto strano che dei comunisti condividano con altri democratici e progressisti un appello che ha come richiesta fondamentale la cessazione della repressione e degli arresti e la liberazione dei prigionieri politici del regime teocratico iraniano.
Sperando di ritrovarti ancora con Rifondazione e con la lista comunista e anticapitalista.

Bruno Steri


26 giugno 2009

Marco Sferini : dalla parte del popolo iraniano

 

Ho avuto un interessante scambio di opinioni alcuni giorni fa con un giovane compagno, uno di quelli che mettono grande impegno nella quotidianità della lotta sociale e politica. Uno di quelli che alle due di notte è appunto capace di parlarti di Iran, sommosse popolari, imperialismo, teocrazia e libertà negate.
Riccardo tentava di convincermi, senza peraltro che io ne fossi convinto, che Moussavi non è un rivoluzionario e che sta anzi contrastando la giusta posizione internazionale iraniana: l’antimperialismo, l’antiamericanismo.
Tanta passione merita attenzione e, per questo, mi sono impegnato con lui in una partita di battute e controbattute via chat che si è prolungata per oltre venti minuti.
Ne è venuto fuori un quadro secondo cui io sarei stato una specie di radicale di sinistra e lui, invece, un comunista fedele ai principi del leninismo o giù di lì. Non so se Riccardo mi leggerà qui, ma voglio dirgli anzitutto che quella conversazione impersonale che abbiamo avuto mi ha fatto molto riflettere e, riguardo la questione iraniana, ho tratto le seguenti riflessioni…
Penso che i comunisti, e in particolare Rifondazione Comunista, debbano trovare sempre la direzione in cui volgersi sulla bussola dell’oggi proiettato velocissimamente nel domani. I fatti di Teheran sono caotici sia nelle espressioni di piazza che nel ritmo in cui si susseguono. Così come sono altrettanto veloci le fucilate che i Pasdaran riversano senza alcuna discriminazione e distinzione di sorta su chi meglio gli capiti a tiro. Nelle poche immagini che sono arrivate dalla capitale sciita, abbiamo potuto vedere una ragazza morire dopo essere stata centrata al petto da una di quelle fucilate. Il sangue si è sparso sul suo volto fino a coprirlo mentre intorno le si accalcava una folla che malediceva gli ayatollah, i Guardiani, i Pasdaran e ogni potere che in quel momento stava nelle strade a reprimere una giusta protesta. I comunisti devono sapere e dire che questa è la parte dalla quale stanno: quella di chi muore solo per aver reclamato il diritto di parola, di contraddizione, di contestazione.



Rosa Luxemburg per una vita ha detto e scritto che il comunismo è anzitutto libertà dal bisogno per i proletari, ma è anche una società in cui non può essere negato il dissenso che vuole migliorare quella stessa società, perché altrimenti altro non è che una sterile polemica.
Ecco, io credo che gli iraniani che a centinaia di migliaia sono scesi e ancora oggi scendono per le strade e nelle piazze della loro capitale non siano degli sciocchi servitori di un altro padrone, di un Moussavi che è stato anch’egli promotore di azioni tuttaltro che nobili.
C’è nella rivolta una richiesta di superamento della teocrazia di Khamenei e del suo dispotismo che lega le donne all’osservanza delle leggi coraniche e gli uomini alla rigida interpretazione del ruolo di maschi più che mariti, di sentinelle più che di fidanzati.
Ma c’è tutta una società che è difficile poter identificare con i confini del pensiero politico di Moussavi. La folla gli si raduna intorno perchè oggi è lui il simbolo della resistenza ad ogni costo al potere di Ahjmadinejad che è emanazione non delle elezioni, ma del consenso di Alì Khamenei e della sua potente corte teocratica.
Nel dare il nostro sostegno e la nostra simpatia alla grande protesta popolare non costruiamo nessun sillogismo che possa dire di attribuire questi sentimenti al candidato moderato alla presidenza dell’Iran.
La nostra storia ci insegna che laddove c’è un oppresso, ebbene lì stanno concentrate le nostre attenzioni e la nostra voglia di poter fare qualcosa di materialmente tangibile per prestargli aiuti, per dargli soccorso.
Ciò non significa, come mi replicava benevolmente polemico Riccardo, che all’improvviso diventiamo amici dell’imperialismo nel momento in cui contrastiamo un governo, un regime teocratico che, contro gli espansionismi economici e bellici americani, volge il suo interesse al petrolio di Hugo Chavez. E se Ahjmadinejad stringe la mano del presidente venezuelano, ciò non vuol dire che il primo sia diventato un socialista o che il secondo sia diventato un teocrate.
I semplificazionismi rischiano sempre di raffazzonare anche i perimetri delle vicende più palesi, meno articolate e semplici da individuare.
Per questo, a Riccardo e a quelle compagne e compagni che hanno avuto un brivido quando Rifondazione Comunista ha promosso una manifestazione davanti all’ambasciata di Teheran in Italia, dico che non siamo diventati dei radicali pannelliani, che siamo fermamente consapevoli della parte dove stare e da dove continuare a provare a lavorare per un mondo senza teocrazie, senza imperialismi e senza più i tanti bivi che ci vengono posti innanzi.


26 giugno 2009

Fabio Amato : sostegno alla rivolta, non a Mousavi

 

L’Iran, dal 12 giugno, è scosso da manifestazioni senza precedenti. Migliaia di giovani e non solo, sono scesi in piazza contro elezioni secondo loro truccate, sfidando persino i divieti della guida suprema e la certezza della brutale repressione. Sono motivati da un desiderio di cambiamento che va ben al di là delle promesse del candidato Mousavi, impropriamente definito moderato o riformista dai media occidentali. Media dalla memoria corta, o proprio senza memoria. Mousavi, il “moderato”, non è un personaggio esterno al regime degli Ayatollah, ma una delle sue varianti. E’ stato primo ministro negli anni 80, quelli della repressione del regime khomeinista nei confronti delle forze politiche di opposizione, secolari, laiche e progressiste. Fra questi i comunisti, decimati, fucilati a migliaia dal “moderato” Mousavi. E’ stato il primo ministro che ha gestito l’affare Iran-Contras. Per questo viene spacciato come moderato, in quanto la categoria di moderato, in occidente, si applica a coloro i quali sono disponibili a fare affari, non alla democrazia o alla libertà, variabili del tutto dipendenti dagli interessi delle potenze occidentali, che si applicano a seconda dei casi. Vedasi i “moderati” Mubarak, Ben Ali, o i governanti Sauditi. Le elezioni iraniane, per tentare di fare un esempio improprio, ma che dà il senso delle distanze reali fra i due maggiori contendenti alla Presidenza della Repubblica, assomiglierebbero ad una scelta, in Italia, fra Gasparri e Schifani. A voi la scelta su chi definire riformista o moderato tra i due. Varrebbe la pena di farsi massacrare per uno dei due? No, evidentemente. 



E’ quindi ben altro ciò che muove questa rivolta, che sfugge di mano anche a chi magari pensava di usarla per un regolamento di conti interno al regime. Fra i Palazzi del potere della Repubblica islamica si è aperto uno scontro che sullo sfondo delle manifestazioni di questi giorni sta ridefinendo la mappa del potere interna al regime. In cui le chiavi sono nelle mani della guida suprema, al Khameini, incalzato dal potentissimo Rasfajani, alla guida dell’assemblea degli esperti, l’organismo che potrebbe, secondo l’ordinamento della Repubblica Islamica, rimuovere Khameini. Per questo non è facile prevedere come finirà questa rivolta. Se basterà un accordo di vertice a mettere fine alle mobilitazioni, lasciando che tutto si risolva nel perimetro della teocrazia, o se le rivolte intaccheranno in modo irreversibile il  carattere del regime degli Ayatollah. Non a caso in queste ore si cerca di dividere coloro i quali manifestano per un disappunto riguardante i brogli, e coloro che, invece, definiti provocatori, aspirano ad un radicale cambiamento del regime e della sua natura teocratica. Se è vero che nelle mobilitazioni emerge una frattura anche sociale, fra la popolazione urbana, la classe media e il resto del paese, sarà il comportamento dei lavoratori, dei più poveri del Paese a decidere le sorti di questa rivolta, la più imponente dai giorni della rivoluzione ad oggi. Lo sciopero generale è la carta che si tenterà di giocare per saldare la popolazione delle città con il resto della Persia. Non sarà semplice, poiché, come ricordava un saldatore in un reportage su Repubblica del 12 Giugno: «Voi venite da Teheran nord e non potete capire». «Ahmadinejad ha aumentato del 50% le pensioni. Mio padre ora riesce a campare con 458mila tuman (380 euro). Prima ne prendeva 270mila. Ha permesso agli artigiani di venir curati gratis in caso di infortuni sul lavoro». Ahmadinejad inoltre è un baluardo dei militari, dei pasdaran, che hanno goduto, a scapito del clero sciita, dei benefici donati loro dal loro uomo alla presidenza. E’ stato però anche protagonista di politiche economiche che hanno creato aumento dell’inflazione, della disoccupazione, producendo non pochi conflitti e resistenze in questi anni, fra cui lo sciopero dei bazari. Ma le ragazze e i ragazzi che manifestano per le strade di Teheran, non sono mossi da forze esterne. Questa esplosione di rabbia nasce all’interno della società iraniana, una società molto più complessa e articolata di quanto si pensi. Aspirano a poter rompere la gabbia di un potere religioso che soffoca qualsiasi istanza di libertà. Di liberarsi da una democrazia controllata e da un regime in cui l’ultima parola spetta non al popolo, ma al clero.
Non si tratta, per le forze progressiste e comuniste, di schierarsi con uno o l’altro dei contendenti dello scontro elettorale. Si tratta di sostenere il popolo iraniano, nella sua legittima ribellione contro il regime teocratico.


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25 giugno 2009

Il Prc sulla situazione iraniana

 

Oggi, 17 giugno, presso la direzione nazionale del PRC, il segretario nazionale del PRC Paolo Ferrero ed il responsabile Esteri Fabio Amato hanno incontrato una delegazione dei Guerriglieri Fedayn del popolo iraniano, forza di opposizione e di resistenza al regime di Teheran, guidata da Ali Ghaderi, responsabile esteri dell'Organizzazione.
Nei prossimi giorni il Prc proseguirà gli incontri con le altre forze dell'opposizione e si mobiliterà per sostenere la lotta del popolo iraniano. Si tratta di una vera e propria esplosione di tensioni che in realtà da tempo attraversano la società iraniana e che in questi ultimi anni si sono manifestate anche attraverso una crescita significativa nella mobilitazione dei lavoratori e degli studenti.



Il fatto che il paese sia sottoposto a una guida religiosa con poteri praticamente illimitati rappresenta il principale ostacolo alla democratizzazione del paese. Noi sosteniamo le richieste del popolo iraniano , ha dichiarato Ferrero, e chiediamo che il governo italiano si attivi immediatamente per evitare ulteriore repressione e per garantire la piena incolumità per coloro che stanno dimostrando in tutto l'Iran. E' necessario creare le condizioni per lo svolgimento di nuove elezioni democratiche, a cui possano partecipare tutte le forze politiche, incluse quelle democratiche e secolari, escluse e bandite dal regime.
In questo momento molto duro per il popolo iraniano chiediamo a tutte le forze democratiche italiane, alle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti, di sostenere il movimento iraniano, moltiplicando gli atti di protesta a supporto della lotta democratica del popolo iraniano.


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19 luglio 2008

Intervista a Bashar Al Assad

 Ci riceve sulla porta, all'entrata di una casa a un piano sulle colline intorno a Damasco. Nessun protocollo, nessuna misura di sicurezza; non siamo perquisiti e i nostri apparecchi di registrazione non sono controllati. «Questa è la casa dove leggo e lavoro. C'è solo questo salotto, una sala conferenze e una cucina. E ovviamente internet e la televisione. Anche mia moglie Bassma ci viene spesso. Qui riesco a essere produttivo, al palazzo presidenziale è diverso». Nel corso di queste due ore, il presidente affronta tutti gli argomenti e non elude alcun soggetto. Dimostra un piacere evidente ad affrontare la discussione e gesticola con le mani per rafforzare i suoi argomenti.
Alla vigilia della sua visita in Francia, il presidente Bashar Al Assad è fiducioso, disinvolto, loquace. L'isolamento imposto alla Siria da Washington e dall'Unione europea da circa quattro anni si sta sfaldando. L'intesa fra il governo e l'opposizione libanese nel maggio 2008 ha permesso di voltare pagina. «La posizione della Siria è stata fraintesa e il nostro punto di vista è stato deformato. Ma l'accordo sul Libano ha riportato la gente alla realtà. Si deve capire che siamo parte integrante della soluzione della crisi in Libano, così come in Iraq e in Palestina. Si ha bisogno di noi per combattere il terrorismo e per arrivare alla pace. Non possiamo essere isolati, né risolvere i problemi della regione manipolando parole come "bene" e "male", "nero" e "bianco". Bisogna negoziare, anche se non si è d'accordo su tutto».
Mentre viene annunciata la prossima costituzione di un nuovo governo libanese, come vede Assad il futuro delle relazioni con Beirut? «Siamo pronti a risolvere i problemi rimasti sul tappeto. A partire dal 2005 abbiamo scambiato delle lettere sulla delimitazione delle frontiere, ho anche dichiarato all'epoca al presidente libanese Emile Lahud e al primo ministro che eravamo disposti ad aprire un'ambasciata a Beirut. Ma per fare questo ci devono essere delle buone relazioni e così non è dopo le elezioni del 2005». Il presidente Assad temeva infatti che il Libano si trasformasse in un centro di destabilizzazione del regime siriano. Ormai questo timore sembra fugato e la Siria potrebbe ristabilire delle relazioni diplomatiche con il Libano.
Dubbi sull'Unione mediterranea
Domenica Bashar Al Assad parteciperà alla cerimonia inaugurale dell'Unione per il Mediterraneo a Parigi, cosa che non gli impedisce di esprimere alcuni timori sul progetto. Quando il progetto euro-mediterraneo è stato lanciato nel 1995, spiega il presidente siriano, alcuni responsabili europei «pensavano che lo sviluppo di relazioni economiche fra i partecipanti avrebbe contribuito alla pace. Ma perché questo sia possibile, deve esistere un processo di pace». Era il caso nel 1995, non è più così oggi: «Se non si avvia un dialogo politico, cioè se non si affrontano i veri problemi, se non si fanno passi verso la pace, non vi sarà posto per alcuna iniziativa, che si chiami mediterranea o con un altro nome». Assad mette in guardia contro un nuovo fallimento, «perché in questo caso la fiducia verrà meno per molto tempo e le nostre società si indirizzeranno verso il conservatorismo e l'estremismo».
Questa idea lo ossessiona e vi torna sopra più di una volta. «Il terrorismo è una minaccia per l'intera umanità. Al Qaeda non è un'organizzazione, ma uno stato d'animo che nessuna frontiera può fermare. Dal 2004, dopo la guerra in Iraq, abbiamo assistito in Siria allo sviluppo di cellule qaediste senza collegamenti con l'organizzazione, ma che si alimentano di pubblicazioni, di libri e soprattutto di tutto quello che circola su internet. Ho paura per il futuro della regione. Dobbiamo cambiare il terreno che alimenta il terrorismo, e per fare questo dobbiamo sviluppare l'economia, la cultura, il sistema educativo, il turismo - e anche lo scambio di informazioni fra i paesi sui gruppi terroristici. L'esercito da solo non può risolvere questo problema. Gli americani se ne stanno rendendo conto in Afghanistan».
Che cosa spera per il suo paese fra cinque anni? «Che la nostra società diventi più aperta, che la nuova generazione sia moderna come lo è stata quella degli anni '60. E che sia anche più laica in un ambiente regionale più laico». Una confessione franca, che testimonia la crisi profonda delle società arabe.
E che permette di capire meglio perché la pace è più necessaria che mai per il presidente siriano. Dal 2003 Assad ha moltiplicato le dichiarazioni sulla sua volontà di riprendere il negoziato con Israele. Dopo la guerra del Libano del 2006, Assad si ha preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente iraniano Mohamed Ahmadinejad: «Non dico che Israele debba essere cancellata dalla carta. Noi vogliamo la pace con Israele» (Der Spiegel, 24 settembre 2006). La risposta iniziale di Sharon e quella successiva di Ehud Olmert è stata negativa. Tuttavia nel maggio 2008 Tel Aviv e Damasco hanno annunciato l'avvio di negoziati indiretti sotto l'egida di Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco.
Perché questa svolta?
«La guerra del Libano del 2006 ha fatto capire a tutti che non si può risolvere un problema con la guerra. Israele è la più grande potenza militare della regione e gli hezbollah un esercito minuscolo. E che cosa ha ottenuto Israele? Nulla». Il presidente ricorda che dopo questa guerra molte delegazioni americane vicino alle posizioni israeliane sono andate a Damasco. Nel dicembre 2006 la commissione Baker-Hamilton ha raccomandato l'adozione di un dialogo fra Washington e Damasco, e nell'aprile 2007 Nancy Pelosi, presidente della Camera, ha incontrato Assad. «Tuttavia, continua il presidente siriano, il più grande ostacolo alla pace è l'amministrazione americana. Per la prima volta un'amministrazione ha raccomandato a Israele di non impegnarsi sulla strada della pace».
Assad è consapevole che questa pace non potrà arrivare domani; ricorda che l'opinione pubblica israeliana, se si deve dare credito ai sondaggi, è contraria a una restituzione totale del Golan. «Dopo otto anni di paralisi , dopo la guerra contro il Libano, dopo gli attacchi contro la Siria, la fiducia non esiste più. Quello che facciamo in Turchia è mettere alla prova le intenzioni israeliane e la cosa è probabilmente reciproca». Il bombardamento da parte di Israele di un sito siriano - a carattere nucleare secondo Tel Aviv - all'inizio di settembre 2007 non ha però interrotto i rapporti fra le due parti e il presidente Assad sembra sereno: un'équipe dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) ha visitato il sito interessato ed è convinto che non abbia trovato alcuna prova di un'attività nucleare illegale siriana.
Come rilanciare negoziati diretti e seri fra Israele e Siria? «Vogliamo essere sicuri che gli israeliani siano pronti a restituire l'insieme del Golan; vogliamo anche fissare le basi comuni del negoziato, cioè le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza, oltre ai grandi temi da esaminare: frontiera, sicurezza, acqua e relazioni bilaterali».
Il presidente sa che il negoziato comporterà l'intervento di un potente mediatore, gli Stati Uniti, cosa che presuppone l'arrivo di un nuovo presidente all'inizio del 2009. Ma nel frattempo bisogna andare avanti. In occasioni dei negoziati fra Hafez Al Assad ed Ehud Barak (all'epoca primo ministro israeliano) nel 1999-2000, numerosi passi avanti erano stati fatti sugli argomenti più delicati. «In passato ho detto che l'80% dei problemi era stato risolti. Era un ordine di grandezza. Se dovessimo ripartire da zero, come vuole oggi Israele, dovremo ancora perdere del tempo. Vorremmo che la Francia e l'Unione europea incoraggino Israele ad accettare il risultato dei negoziati del 1999-2000». In diverse occasioni Assad ha espresso la speranza che la Francia e la Ue svolgano un ruolo complementare a quello degli Usa. A parte la determinazione siriana di riprendere tutto il Golan, si ha l'impressione che si voglia arrivare a un compromesso. Sulla sicurezza, ad esempio, Israele chiedeva nel 2000 che una stazione di allerta rimanesse sotto il suo controllo in territorio siriano, una proposta inaccettabile per Damasco, che non può permettere una presenza militare israeliana sul proprio territorio. Alla fine le due parti sono arrivate a un accordo: dei militari americani sarebbero presenti in questa stazione.
Rompere con l'Iran?
Numerosi responsabili negli Usa, in Francia e in Europa sperano che i negoziati israelo-siriani spingeranno Damasco a rompere le relazioni con Teheran. La risposta del presidente è prudente. «Siamo stati isolati dagli Stati Uniti e dagli europei. Gli iraniani ci hanno sostenuto e adesso dovrei dire loro: non voglio il vostro aiuto, voglio rimanere isolato!», dice Assad ridendo, per poi riprendere più seriamente: «Non abbiamo bisogno di essere d'accordo su tutto per avere delle relazioni. Ci vediamo regolarmente per delle discussioni. Gli iraniani non cercano di modificare la nostra posizione, ci rispettano. Prendiamo le nostre decisioni, come ai tempi dell'Unione Sovietica». E insiste: «Se si vuole parlare di stabilità, di pace nella regione, bisogna avere delle buone relazioni con l'Iran».
La stabilità regionale e la pace non sono un fine a sé stante, ma per il presidente Assad creano un contesto che permette di affrontare i veri problemi. «La nostra prima priorità è la povertà. I poveri se ne infischiano delle dichiarazioni o di sapere qual è il nostro punto di vista su questa o quella cosa. Vogliono cibo per i loro figli, delle scuole, un sistema sanitario. Per questo abbiamo bisogno di riforme economiche. Le riforme politiche vengono dopo».
La crescita economica della Siria è passata da circa l'1% annuo, quando Bashar Al Assad è diventato presidente, al 6,6% nel 2007. Ma questo non basta ad assorbire le centinaia di migliaia di giovani che arrivano ogni anno sul mercato del lavoro. Milioni di siriani vanno a cercare un lavoro all'estero. Il presidente afferma che è in corso una liberalizzazione dell'economia, che l'apertura del settore bancario ha portato grandi benefici, che gli investimenti del Golfo Persico non sono mai stati così importanti e così via.
I prigionieri politici
E le riforme politiche? Il presidente affronta questo argomento in modo più convenzionale e spiega i «ritardi» con la situazione contingente. In sostanza afferma che la Siria si è trovata di fronte due minacce: l'estremismo alimentato dalla guerra in Iraq e i tentativi di destabilizzazione seguiti all'uccisione di Rafik Hariri nel 2005. A quell'epoca si stava preparando una nuova legge sui partiti politici, ma il presidente dice di essere stato costretto a rimandarla. Con il rinnovo dell'amministrazione americana «il 2009 sarà l'anno in cui potremo avviare serie riforme politiche, a condizione che nulla di grave avvenga nella regione, che non si parli più di guerra e che l'estremismo sia sempre meno accentuato».
E i prigionieri politici? «Centinaia sono stati liberati prima e dopo il mio arrivo al potere - dice -. Abbiamo più di mille persone arrestate per terrorismo, vuole che le liberiamo?».
Parliamo di Michel Kilo, un intellettuale arrestato nel maggio 2006 e condannato a tre anni di prigione per aver contribuito a «indebolire il sentimento di unità nazionale». Questo dissidente non ha mai raccomandato né fatto ricorso alla violenza. «Ma - precisa - ha firmato una dichiarazione comune con Walid Jumblatt , il quale due anni fa aveva chiesto apertamente agli Usa di invadere la Siria e di sbarazzarsi del regime. In base alle nostre leggi Jumblatt è diventato un nemico e chi lo incontra va in prigione. Perché Michel Kilo possa essere liberato è necessaria una grazia presidenziale, che sono pronto ad accordargli purché riconosca il suo errore». Né le ripercussioni negative per la Siria per la prigionia di Kilo né il fatto che lui si dichiari nazionalista e ostile alla politica americana riescono a far cambiare idea al presidente.
Evocando le speranze nate con la sua elezione nel 2000 e quella che era stata chiamata la «primavera di Damasco» - una sorta di disgelo politico - il presidente Assad parla di illusioni: «Non possiamo cambiare le cose in poche settimane». E aggiunge: «Non si possono cambiare le regole mentre si gioca a scacchi. Le regole sono quelle e vanno rispettate. Per mettere in pratica una vera riforma avremo bisogno di una generazione».
Sul futuro del paese, Assad è realistico: «Non sono l'unico a guidare la barca, ci sono molti capitani, europei, americani. Vedremo».

(Alain Gresh)


2 luglio 2008

Israele pronta a bombardare l'Iran

 

Non è una barzelletta. Dopo venti giorni giorni di manovre militari al largo di Creta che hanno visto impegnati ben 100 cacciabombardieri israeliani per una missione di 1500 km, la stessa distanza tra basi israeliane e impianto nucleare iraniano di Natanz, il responsabile dell'Aiea, Agenzia per l'energia atomica dell'Onu, Mohammed El Baradei ha dichiarato: «Quel che vedo oggi per l'Iran è un grave e urgente pericolo. Se qualcuno lanciasse un attacco contro il paese, questo renderebbe impossibile proseguire il mio lavoro».
Siamo all'ultima sulle guerre sotto Bush? È immaginabile, ora che il presidente Usa sta per lasciare? Un fatto è certo. L'allarme viene dall'uomo che è più informato del livello reale della crisi, da sempre schierato per la trattativa e che non a caso ha ripetuto che un attacco militare contro l'Iran trasformerebbe la regione in una «palla di fuoco». Perché, mentre il dossier nucleare si è arricchito dello scontro sul gruppo che dovrebbe condurre i negoziati - il famoso 5+1 - gli sforzi diplomatici in realtà continuano e Javier Solana a Teheran ha aperto un dialogo sulla sospensione dei programmi di arricchimento. L'Ue vede con difficoltà le nuove sanzioni che gli Usa vogliono imporre a Tehran perché diventerebbero un embargo finanziario alle economie europee che hanno vantaggiosi contratti con l'Iran. El Baradei è l'uomo che ha ribadito come il nucleare iraniano sia civile e tale deve rimanere, e che per ora non c'è prova della dotazione di armi nucleari. Stesso contenuto della relazione dell'intelligence Usa che a dicembre 2007 rivelava come l'Iran non sia ancora in grado di avere un'arma atomica e come ogni programma in tal senso fosse stato abbandonato nel 2003, smentendo così clamorosamente Bush.
Per il governo di Tehran l'attacco è «impossibile». A ragionare, dovrebbe essere così. Perché nessuno può illudersi che possa concludersi in poche ore con quel «one shot», colpo solo, che ha avuto già l'assenso di Berlusconi nel suo discorso al Congresso Usa nel marzo 2006. Sarebbe certo l'incendio per terminare la guerra cominciata in Iraq da Bush che in modo scellerato ha già favorito l'Iran facendola diventare potenza regionale. E poi non sarebbe guerra tradizionale, un'invasione di centinaia di migliaia di armati, ma il «colpo» di decine di bombardieri ben riforniti in volo che vanno a segno e tornano. Dove? Vediamo solo rovine. Altri vedono una «soluzione, anche tra quei paesi arabi che antagonisti all'Iran come Egitto e Arabia saudita (che intraprendono programmi sul nucleare civile con l'Europa). Il peggio è che è già successo: nel 1981, quando i jet israeliani colpirono in Iraq il centro nucleare in costruzione a Osirak, e nel 2007 quando è stato centrato dai caccia di Tel Aviv un presunto sito nucleare in Siria con l'uso di nuovi sistemi di guerra elettronica capaci di accecare i radar. Anche stavolta a colpire direttamente sarebbe Israele, certo supportata dagli Stati uniti. La stessa Israele che ha, da stime internazionali, almeno duecento testate atomiche e gli stessi Usa che hanno stracciato il Trattato di non proliferazione.
Resta l'interrogativo delle elezioni statunitensi. Gli americani sono stanchi di guerra. Eppure l'Iran come «il pericolo più grande per gli Stati uniti» è ritornato perfino in campagna elettorale. E chiunque governerà alla fine erediterà i «nemici» e il budget militare di 500 miliardi di dollari stanziati da Bush per le guerre in corso, non solo in Iraq e Afghanistan. Noi comunque vediamo solo una «palla di fuoco».

(Tommaso Di Francesco)


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7 giugno 2008

La lotta interna a Teheran

 

Un nuovo schiaffo al presidente Mahmoud Ahmadi Nejad: il parlamento iraniano, che mercoledì ha formalmente inaugurato la legislatura, ha eletto come suo presidente Ali Larijani, ovvero il suo principale avversario politico.
E' un segnale importante: conferma che il parlamento appena insediato, eletto in due turni tra marzo e aprile scorso, benché a maggioranza conservatrice sarà molto meno simpatetico con Ahmadi Nejad di quanto fosse la legislatura precedente. I conservatori - circa tre quarti dei seggi - sono infatti tutt'altro che monoblocco. Perfino nella corrente che si definisce «fedele ai principi», o «principal-ista», è in realtà divisa.
Ali Larijani è una figura nota anche sulla scena internazionale per essere stato il capo del Supremo consiglio di sicurezza nazionale, dunque il capo negoziatore nucleare: era stato chiamato in quel ruolo proprio da Ahmadi Nejad nel 2005, e aveva inaugurato una linea ben più dura dei predecessori. Ma è pur sempre un politico, un negoziatore ditato di un certo pragmatismo, e ha abbandonato la posizione lo scorso ottobre per divergenze insanabili con il presidente e le sue «uscite» radicali, che hanno spinto l'Iran in una posizione sempre più isolata.
Larijani resta nel Consiglio di sicurezza nazionale come «rappresentante speciale» della guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, e mantiene una grande influenza nelle alte sfere del potere in Iran. In marzo è stato eletto deputato nel collegio di Qom, candidato dalla più conservatrice delle società del clero di quella città sede di grandi scuole teologiche. E tutto questo non sarebbe stato possibile senza la benedizione e il sostegno della Guida suprema: segno che Ahmadi Nejad ha perso il sostegno del primo potere dello stato? o comunque, segno che Khamenei intende limitarne il ruolo, riequilibrarne l'influenza
Ora Larijani è anche presidente del parlamento, eletto con la schiacciante maggioranza dei voti: 232, contro la trentina ottenuta dallo speaker uscente Golam Ali Haddad Adel, considerato un fedele di Ahmadi Nejad (con cui però aveva avuto scontri di potere notevoli: qualche mese fa si era addirittura appellato alla guida suprema accusando il presidente di bloccare indebitamente le leggi approvate dal parlamento...).
Nel suo primo discorso come speaker, Larijani ha affermato che la massima priorità del parlamento sarà rafforzare l'economia. E' l'elemento principale della perdita di consenso di Ahmadi Nejad tra gli elettori: l'inflazione ha superato il 20%, gran parte della classe media fatica a chiudere i conti, e l'inverno scorso (uno dei priù freddi) è mancato il gasolio per i riscaldamenti. Il presidente è accusato di aver usato l'abbondante reddito del petrolio per una pioggia di sussidi assistenziali invece che per investimenti produttivi, col risultato da innescare una spirale di prezzi che vanifica anche i sussidi stessi: una politica sempre più criticata anche in campo conservatore.
L'altro tema toccato da Larijani è il nucleare, per criticare l'ultimo rapporto pubblicato dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica, che solleva dubbi sugli studi condotti dall'Iran in tema di armi nucleari. E però è probabile che la presenza di Larijani in un ruolo così alto (il presidente del parlamento partecipa di diritto alle decisioni sul budget e ai meeting con il presidente e il capo della magistratura) avrà un effetto di «riaggiustamento» anche sulla politica estera, e sul dossier nucleare in particolare.

Marina Forti


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permalink | inviato da pensatoio il 7/6/2008 alle 5:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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