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26 aprile 2010

Lo scopo della conoscenza in Schlick

 

Lo scopo della conoscenza è il piacere e l’adattamento all’ambiente

 

Schlick si chiede, svolta la critica all’intuizionismo di tipo bergsoniano,  perché l’uomo cerchi la conoscenza. E ritiene che la conoscenza procuri piacere all’essere umano, un piacere che è inteso come soddisfazione di un bisogno. Tale bisogno è quello animale di conservare la propria esistenza e di autoaffermarsi. Ogni animale è capace di atti di riconoscimento e deve individuare la preda come preda ed il nemico come nemico. Mano a mano che i bisogni legati all’autoaffermazione diventano più complessi, più complessi diventano anche i processi associativi volti a soddisfare questi bisogni e tale complessità crescente porta allo sviluppo del pensiero.

L’uomo, continua Schlick, per dominare l’ambiente, deve risolvere tutto ciò che è nuovo in ciò che è già noto, altrimenti sarebbe disorientato e agirebbe in modo sbagliato. Un dispositivo  come il giudicare e l’inferire rendono possibile un adattamento dell’ambiente migliore dell’associazione automatica regolata su casi tipici (associazione che può portare a mangiare cibo, anche se il cibo è posto in una trappola).

 

Il disinteresse

 

Poiché conoscere un oggetto A consiste nel ritrovare in esso altri oggetti B e C, noi possiamo produrre quest’oggetto A combinando questi altri oggetti B e C. Perciò ogni conoscenza si risolve in pratica : la geometria diventa agrimensura, l’astronomia agricoltura e divinazione, la chimica fusione dei metalli. Naturalmente la pratica dà sempre stimoli e verifiche alla teoria, ma quest’ultima, anche concepita come pura, dà imprevisti benefici alla prassi. Schlick, a tal proposito, critica l’utilitarismo della conoscenza, per il quale il disinteresse non è lievito sufficiente per la scienza. A tal proposito Schlick discute anche la critica di chi dice che il disinteresse farebbe scadere la conoscenza a mero gioco : questo è solo il processo storico che, facendo di un mero strumento il fine, sviluppa nuove dimensioni della civiltà arricchendo la vita umana e fa l’esempio del passaggio dal parlare (per comunicare) al recitare, dal camminare (per arrivare) al danzare, dal vedere (per agire) al guardare, dal lavorare al giocare. Privare l’umanità di tali processi evolutivi, priverebbe al tempo stesso la vita di contenuti.

Schlick poi discute anche il principio empiriocriticista dell’economia di pensiero e lo critica dicendo che il conoscere è designare le cose del mondo univocamente e completamente per mezzo di un minimo di concetti (dunque il principio di economia è logico), ma per raggiungere tale obiettivo la via può ben essere tortuosa, lunga, dispendiosa  e dunque trasformare il principio di economia in un principio euristico e metodologico può essere controproducente.

La conoscenza (che non è scienza) non serve e non ci consente alcun dominio sulla natura, ma è una funzione autonoma, il cui esercizio procura gioia

 


 

Circoli viziosi

 

Su quali basi Schlick ipotizza che l’uomo cerchi la conoscenza perché questa ci procura piacere ? In realtà quando egli dice che tale piacere sia la soddisfazione di un bisogno, allora si arriva ad una sorta di tautologia, in quanto la conoscenza soddisfa così il bisogno di soddisfare un bisogno. Anche qui Schlick dunque si sofferma sul mero desideratum di una soluzione filosofica, ma lo scambia per la soluzione stessa.

Egli poi incorre in un vero e proprio circolo vizioso, quando scomoda la biologia. Infatti egli dice che l’impulso alla conoscenza è subordinato all’impulso a conservare la propria esistenza e dunque il pensiero sarebbe uno strumento per l’autoaffermazione. Il circolo vizioso sta nel fatto che la determinazione dello scopo della conoscenza, rilevante per capire cosa sia la conoscenza ed il suo oggetto, viene tratta da una teoria scientifica e cioè una tesi la cui verità filosofica è subordinata alla determinazione dell’oggetto di conoscenza, per cui abbiamo TE ® Scopo della conoscenza ® Oggetto della conoscenza ® TE.

 

 

Utilitarismo e conoscenza come valore in sé

 

Schlick giustamente ipotizza che anche per l’animale esista una sorta di principio di identità, ma, come tutti i neokantiani,  attribuisce all’identità solo una funzione conoscitiva e non arriva a pensare che ci deve essere un universo tale da permettere l’esercizio di tale funzione.

Al tempo stesso egli però critica giustamente l’utilitarismo della conoscenza : non si può pianificare utilitaristicamente le linee della ricerca scientifica, in quanto non possiamo sapere quali siano tutte le conseguenze, nel breve e nel lungo periodo, della conoscenza.

Contemplazione e disinteresse aprono nuove dimensioni e ci fanno uscire dai vicoli ciechi in cui ci può far pervenire il problem solving (cioè il cercare di risolvere problemi già dati). A tal proposito la critica di Schlick al principi dell’economia di pensiero degli Empiriocriticisti è quanto mai opportuna : la distinzione tra context of discovery e context of justification ci porta a tollerare alcuni percorsi tortuosi ed accidentati che comunque possono portare a grandi scoperte. Ciò che richiede pochi concetti potrebbe esigere molte rappresentazioni.

Schlick però non fa il passo decisivo, quello cioè di riconoscere che il corrispettivo del disinteresse è proprio la speculazione metafisica, che tende a dare un quadro del mondo dove non si vede dominare, ma unicamente contemplarne la bellezza (si pensi a San Francesco, Schelling, Schopenhauer) . Schlick fa anche l’errore di criticare la concezione della conoscenza come valore in sé ed anzi subordina quest’ultimo al nostro piacere. Egli non tiene conto del fatto che la conoscenza come valore in sé è la conciliazione tra il piacere del disinteresse e l’utilità a lungo termine della conoscenza stessa. Altrimenti quest’ultima si potrebbe ridurre ad uno sterile hobby.


9 luglio 2009

Roberto Romano e Sergio Ferrari : Ambiente, energia, sviluppo. Il lavoro dimenticato

 Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della politica industriale. In questo quadro l’UE fa emergere la necessità di una regolamentazione migliore, del perfezionamento del mercato interno, del rafforzamento della politica per la ricerca, delle politiche per l’occupazione e di quelle sociali. Questi tratti escono poi rafforzati dal vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 dicembre del 2008, nel quale si è andata delineando una più ampia e articolata linea d’intervento sui temi dell’energia, dell’ambiente e della conoscenza, a cui tutti gli Stati sono chiamati a concorrere ed ispirare le azioni volte al superamento della crisi economica internazionale. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sui processi d’innovazione tecnologica e di rinnovamento del tessuto produttivo sulla spinta della “nuova” domanda che la sfida energetico-ambientale va alimentando. La riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, con la possibilità di traguardare il 30% nel marzo 2010, dopo la conferenza di Copenhagen, sono diventati, dunque, obiettivi centrali della “nuova” politica industriale dell’Europa[1]. La possibilità e la capacità di innovare il tessuto industriale attivando la produzione di nuovi beni capitali e strumentali orientati alla salvaguardia energetico-ambientale, è giudicata inoltre rilevante non solo nei termini delle urgenze poste dalla crisi, ma anche ai fini di intercettare una posizione competitiva nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro. Su una linea “simile” si muove anche la nuova amministrazione statunitense e il richiamo alla “novità Obama” è ormai una citazione obbligata da parte di tutta la stampa.



Se guardiamo all’Italia non tardiamo, tuttavia, ad accorgerci della divergenza che il suo modello di sviluppo produttivo mostra nei confronti di quello europeo. E, soprattutto, a sollevare seri dubbi circa la possibilità che il nostro Paese sia in grado, nel rispetto dell’ambiente e della “sicurezza energetica”, di tutelare l’occupazione e di crearne di migliore in futuro.
Da un’indagine dell’Energy & Strategy Group in Italia, presentata lo scorso 12 marzo, risulta che, nel settore dei beni ambientali e delle fonti energetiche rinnovabili, le imprese nazionali operano prevalentemente nel campo dell’installazione, che copre tra il 7% e il 17% del giro d’affari totale, essendo il rimanente da attribuire a chi opera nel campo della ricerca e produzione di pannelli solari, di apparati per l’energia eolica, ecc. E l’import di questi beni raggiunge il 98%, mentre il rimanente 2% è realizzato da imprese estere ubicate in Italia. E’ bene sottolineare come tutto questo avvenga dopo anni in cui il manifatturiero del nostro Paese non ha fatto altro che registrare un indebolimento della competitività sui mercati internazionali perdendo quote di export in termini superiori a quella dei paesi dell’Unione e inanellando progressive riduzioni degli attivi commerciali nei confronti di quegli stessi paesi, mentre, al contrario, i maggiori paesi europei hanno dato vita a una rigenerazione della propria offerta produttiva, spostando questa su beni “ad alta intensità tecnologica” secondo un opportuno allineamento con la direzione dei grandi “cambiamenti strutturali” in atto.

La questione non è marginale se si pensa che la dinamica degli scambi internazionali dei beni energetico-ambientali, ancor prima degli impegni europei del dicembre 2008, aveva raggiunto valori in aumento del 25 % all’anno tra il 1995 e il 2005. E che, ad esempio, la Germania ha raggiunto in pochi anni nelle esportazioni di beni ambientali valori pari a 56 mld di euro l’anno, ormai prossimi alla meccanica elettrica. Ma risultati commerciali fortemente positivi sono riscontrabili anche per quanto riguarda paesi come la Danimarca o la Spagna.

I danni del mancato processo di riconversione tecnologica del sistema economico italiano sono (tristemente) noti da tempo: l’impossibilità di competere sull’alta tecnologia e, contemporaneamente, la difficoltà di competere sul costo del lavoro per la presenza delle “economie emergenti”, ha sollecitato crescenti richieste di forme di flessibilità lavorativa creando un circuito (perverso) di “precarizzazione” e di disincentivo a correggere il tiro della specializzazione produttiva.

Questo risultato è la conseguenza di una politica da sempre incentrata sulle agevolazioni e sugli incentivi, ma incapace o rinunciataria rispetto alla necessità di aggredire lo spiazzamento tecnologico presente nel nostro sistema produttivo. Uno dei tanti omaggi alla concezione liberista del mercato; tanto estremista in Italia da sfiorare l’autolesionismo. Inoltre, a questi risultati si è pervenuti nonostante la ricerca pubblica disponesse delle conoscenze per affrontare le soluzioni tecnologiche necessarie. Ma essendo il sistema industriale del tutto inadeguato, le competenze pubbliche sono rimaste “pubbliche”. L’effetto degli incentivi alla “domanda ambientale ed energetica” è stato quello di avere finanziato, di fatto, la ricerca e lo sviluppo dei paesi concorrenti, penalizzato le strutture pubbliche di ricerca, creando ulteriori deficit commerciali nella nostra bilancia commerciale. E aggravando non solo le debolezze preesistenti del nostro sistema produttivo, ma riducendo anche, in prospettiva, le possibilità di creare “lavoro buono”, nel senso di lavoro ad elevata intensità di conoscenza. Il caso delle tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili è certamente quello più clamoroso, ma esistono precedenti analoghi ad esempio in materia di tecnologie informatiche, di tecnologie laser, elettromedicali, ecc., che avrebbero dovuto mettere in guardia qualunque autorità responsabile.

Mentre altrove si riesce a coniugare l’alta qualità del lavoro con la riconversione dei processi produttivi verso la “green economy”, da noi la politica economica dei Governi sembra dunque creare un trade-off fra tutela dell’ambiente e tutela dell’occupazione. Una politica industriale miope e l’assenza di un progetto di trasformazione della specializzazione produttiva hanno portato a marginalizzare l’Italia nel consesso internazionale. Ancora una volta il nostro paese resta estraneo alla “strategia di Lisbona”.


28 maggio 2009

Daniela Palma : innovazione a prova di sostenibilità

 

Il dibattito più recente sulla crisi dell’economia mondiale ha portato le tematiche ambientali sotto una nuova luce. Nell’Unione Europea l’approvazione del “Pacchetto Clima-Energia”, meglio noto come “Pacchetto 20-20-20” (che prevede, entro il 2020 e per l’Europa nel suo insieme, una riduzione del 20% rispetto al 1990 delle emissioni di gas serra, una produzione del 20% della domanda finale di energia da fonti rinnovabili ed una riduzione del 20% dei consumi energetici) ha infatti sancito precisi obblighi per gli stati membri quanto al raggiungimento degli obiettivi previsti, e le reazioni dei diversi governi non si sono fatte attendere. La disciplina del cosiddetto “mercato delle emissioni” sul quale il “Pacchetto” va ad incidere è sostanzialmente ripartita tra un “livello europeo”, in cui si definiscono i criteri e le modalità degli scambi delle “quote” consentite per le emissioni dei settori produttivi a maggior impatto ambientale (“settori ETS”, dove l’acronimo sta per Emission Trading Scheme), e un “livello nazionale” in cui si stabiliscono, paese per paese, i vincoli per i rimanenti settori in funzione del livello di Pil pro-capite. Le caratteristiche della struttura produttiva di ciascun paese sono pertanto la dimensione rilevante con cui le politiche di intervento debbono confrontarsi e questo aspetto diventa ancor più cruciale in un periodo, quale è quello attuale, in cui l’industria deve già sopportare i costi di una recessione che si prospetta non breve. Secondo alcuni studiosi e autorevoli osservatori, quali Lord Stern, venuto alla ribalta con il suo “Rapporto sul Clima” del 2006, la situazione non fa sconti in quanto a gravità, ma è pur vero che esistono in essa i germi di nuove opportunità per iniziare a costruire le premesse di una ripresa duratura e, al tempo stesso, rispettosa dell’ambiente. Questa riflessione si sta peraltro facendo sempre più strada in un “sentire comune” e sempre più appare confortata dal cambiamento programmatico propugnato dal Presidente Obama negli Stati Uniti, mentre qualcuno azzarda addirittura a parlare di una “nuova rivoluzione industriale”.
In che senso, allora, è lecito parlare di opportunità offerte dalla “questione energetico-ambientale”?
Benché in forma non sistematica, sempre più si stanno diffondendo i dati che documentano la sensibile crescita dell’occupazione in attività produttive che contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale di origine antropica. L’insieme di queste attività è molto variegato, poiché ciò che qualifica i cosiddetti environmental goods non è l’appartenenza a specifiche categorie merceologiche, ma la finalità della salvaguardia ambientale, rispetto alla quale l’obiettivo della riduzione delle emissioni è divenuto uno tra i più rilevanti. Non sfugge infatti il rilievo assunto negli anni più recenti dalle tecnologie destinate alla produzione di energia da fonti rinnovabili, caratterizzate, diversamente dalle cosiddette tecnologie di abbattimento “a valle dei processi produttivi” (“end of pipe”), dalla specifica capacità di rendere i processi produttivi a basso contenuto intrinseco di emissioni. Una visione dello sviluppo registrato dalla produzione di queste tecnologie è offerta dai dati del commercio internazionale, gli unici che, ad oggi, consentono una rilevazione relativamente puntuale dei beni in questione. Dall’andamento degli scambi mondiali emerge, in particolare, un trend crescente e in accelerazione per questi beni rispetto a quello degli scambi manifatturieri, a partire dal 2002. Il dato del commercio internazionale è inoltre rilevante anche per la sua particolare valenza di indicatore del vantaggio competitivo di ciascun paese. Si tratta di un aspetto cruciale, se si considera la posta in gioco. Le tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili stanno infatti assumendo una forte centralità non solo per quanto riguarda le finalità ambientali, ma anche (come si evince dallo stesso “Pacchetto”) per ciò che riguarda la dipendenza energetica dalle fonti fossili, che per i paesi industrializzati rappresenta da sempre un importante vincolo al processo di sviluppo.

Se il problema dell’approvvigionamento energetico e l’urgenza della “questione ambientale” sollecitano la sostituzione di fonti energetiche fossili con fonti energetiche rinnovabili, bisognerà certamente continuare a considerare in che termini la produzione di reddito di ciascun paese sarà gravata dai costi delle nuove possibili opzioni. Questo punto merita di essere sottolineato poiché il riferimento alla “questione ambientale” è spesso utilizzato in modo intercambiabile con quello allo “sviluppo sostenibile”, che è poi il “motore” della stragrande maggioranza della riflessione contemporanea sul tema dello sviluppo. D’altra parte, che lo sviluppo sostenibile sia concetto ben più ampio è cosa condivisa da tempo e “codificata” a livello internazionale. In ambito europeo la nuova programmazione delle politiche per lo sviluppo è partita nel 2000 dal definire la “strategia di Lisbona” (“fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010”) ed è arrivata a fornire delle “precisazioni” sugli obiettivi di salvaguardia ambientale a Goteborg nel 2001. Quel che è certo è che il perseguimento dell’obiettivo dello “sviluppo sostenibile” non potrà mai prescindere dal soddisfacimento di sub-obiettivi di ordine economico e sociale, divenendo quindi un arricchimento del concetto di sviluppo, e che ciascun paese dovrà ricercare i presupposti di questo complesso fine nella presenza di assets competitivi all’interno del proprio sistema produttivo.
E’ facile così comprendere come la pressione esercitata dalle esigenze della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la “questione ambientale” porranno sempre più i diversi paesi di fronte a una riconsiderazione della sostenibilità del proprio sviluppo. Ed è in questo senso che la capacità di ciascun paese di “produrre innovazione” diventerà l’asse centrale della “sostenibilità” nella sua accezione più ampia (e corretta).
Il percorso europeo delle “nuove” politiche dello sviluppo da basare sulla conoscenza e sulla capacità di questa di creare innovazione per il sistema produttivo, si è esteso progressivamente e ha iniziato a calarsi nella concreta realtà delle esigenze energetiche e ambientali con obiettivi programmatici a forte orientamento tecnologico e focalizzati a breve sullo sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, delineati nel “Set-Plan” della fine del 2007. Questo documento ratifica, in qualche modo, delle linee di azione già intraprese nei maggiori paesi europei che, da qualche anno, stanno dando sempre più spazio non solo ad un uso più intenso di queste tecnologie, ma anche ad un allargamento della produzione di alcune di esse su base nazionale. Le rilevazioni del commercio internazionale forniscono una lettura indubbiamente significativa: sono infatti aumentate le quote sulle esportazioni mondiali di queste tecnologie nei paesi europei “naturalmente” più orientati ad un uso più intenso di energia da fonti rinnovabili, con in testa la Germania che nel 2006 ha superato la quota del 12% sulle esportazioni mondiali (anche se è bene osservare come Francia e Regno Unito siano sempre tra gli esportatori più rappresentativi con quote superiori rispettivamente al 5% e al 2%). Ma per la maggioranza di queste economie il “nuovo” processo in atto non è altro che la modulazione di un percorso di sviluppo tecnologico da lungo tempo avviato e che nell’ultimo decennio ha consentito che l’Unione Europea recuperasse almeno parte dell’ampio divario tecnologico accumulato nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone.
E l’Italia? L’Italia non sembra essere di questa partita (soprattutto nelle tecnologie di nuova generazione, fotovoltaico, solare termico ed eolico, a più forte dinamica di crescita, in cui supera a malapena l’1% in media di quota di export).

E’ di sicuro ancora presto per esprimere un giudizio categorico. Tuttavia è opportuno considerare la prospettiva nella quale il nostro paese sembra proiettarsi. Se la reattività dei paesi europei che già da qualche anno si sono immessi sulla carreggiata della produzione di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, iniziando a maturare perfino qualche vantaggio competitivo, deve ascriversi all’esistenza di presupposti di una “base tecnologica” preesistente, relativamente sviluppata e radicata a livello nazionale, l’Italia appare infatti assai svantaggiata. Non solo. Occorre ricordare che da tempo questo svantaggio si è tradotto in una perdita di competitività della sua industria manifatturiera nella quale sempre più hanno pesato i deficit commerciali maturati nei settori high-tech proprio nei confronti dei principali partner europei. Un percorso segnato, questo, e destinato ad acuirsi se si considera che, lungo tutto il processo di sviluppo dal dopoguerra ad oggi, i maggiori paesi industriali hanno incrementato le importazioni di tecnologie, come effetto di un progresso tecnico diffuso alimentatosi anche sulla spinta della globalizzazione produttiva. Diversamente da questi paesi, in cui lo sviluppo di una capacità innovativa ha sostenuto la competitività di produzioni high-tech generando flussi di esportazione compensativi delle importazioni di tecnologia, l’Italia non è infatti riuscita ad adeguare la propria “offerta di innovazione” alla “domanda di innovazione” tipica delle economie avanzate. Queste tendenze, che sono una conseguenza diretta della specializzazione produttiva del paese, stanno cominciando a profilarsi anche nell’ambito delle tecnologie per le fonti energetiche rinnovabili.

L’opportunità che lo sviluppo delle nuove tecnologie energetiche può fornire per il rilancio delle economie in crisi a fronte dei compresenti vincoli energetici e ambientali non sembra dunque essere stata in alcun modo equivocata in tutti quei paesi europei in cui è stato avviato un nuovo corso di politica economica “sostenibile”. In Italia, invece, gli ovvi presupposti di tale politica sembrano essere essenzialmente quelli della semplice acquisizione di tecnologie, con significativi riflessi sull’aumento delle importazioni e con il rischio che dalla dipendenza energetica si passi ad una più grave dipendenza tecnologica e, di qui, ad una ulteriore perdita di competitività del sistema produttivo nazionale. Con le ovvie conseguenze che tutto ciò avrebbe in termini di ulteriori restrizioni del mercato del lavoro, di distribuzione del reddito a sfavore dei salari e di conseguente indebolimento della capacità di attivazione della domanda aggregata, prima ancora di arrivare a gravi perdite di occupazione. E questo si che sarebbe davvero insostenibile.


16 aprile 2009

Carla Ravaioli : Crisi economica e crisi ambientale

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista.”
Autore di questa battuta, divenuta proverbiale nel mondo dell’ambientalismo più qualificato, è un economista, Kenneth Boulding. Uno dei pochi ardimentosi che negli anni Settanta, nel pieno del boom produttivistico postbellico, tentavano di sollevare qualche dubbio sulle certezze che ne animavano il fervore, e già allora sostenevano che l’economia mondiale doveva essere interamente ripensata in difesa dell’economia della biosfera, dunque in funzione della sua propria prosperità che dalla biosfera appunto trae alimento: dai grandi vecchi del Club di Roma, ai giovani ricercatori del MIT , a un piccolo drappello di economisti anomali, (in testa Nicholas Georgescu-Roegen, che in base al 2° principio della termodinamica aveva dimostrato l’inevitabile e irreversibile degrado di materie e energie impiegate nei processi produttivi) si impegnarono a convincere il mondo che il sistema industriale capitalistico andava consumando la base stessa del suo operare.
Non furono ascoltati. Proprio sulla totale assenza di dubbi circa la possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, la società ha costruito se stessa. E continua. Forse (per richiamarci ancora a Boulding) perché come arbitri della politica mondiale si sono imposti gli economisti?
In effetti, battute a parte, si direbbe che ancora oggi nessuno dei responsabili del nostro futuro abbia nozione del rischio sempre più tremendo che l’umanità corre, tanto da affidarsi al tentativo di rilanciare e - al grido di “consumate, consumate!”- spingere al recupero della sua massima capacità produttiva un’economia al collasso. Rischio da un lato di un irrecuperabile squilibrio ecologico planetario, dall’altro di una divaricazione in continuo mostruoso aumento nella distribuzione del reddito (i dati più recenti parlano dell’ 1% della popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza).
Se questa è la linea dei governi, la critica più seriamente impegnata dal canto suo tenta di correggerne le più intollerabili conseguenze, contrapponendovi scelte orientate a difesa del lavoro, a maggiore benessere sociale, a una più razionale conduzione delle politiche operanti; solitamente però senza mettere in discussione la logica portante di queste stesse politiche, senza interrogarsi sulle “leggi” del mercato, o pensare il capitalismo alla pari di ogni fenomeno storico, come tale non fatalmente destinato a dar forma al nostro futuro. E (ciò che oggi pare addirittura inspiegabile) senza mai occuparsi adeguatamente del pericolo ambientale: solitamente per lo più appena citato, insieme alla “questione di genere”, nel lungo elenco dei problemi da affrontare; o, nel migliore dei casi, preso in considerazione unicamente sotto la specie del mutamento climatico, e delle “energie rinnovabili” che dovrebbero risolverlo: nell’assurda convinzione (la stessa delle destre d’altronde) di garantire così la continuità di una felice e totalmente innocua crescita produttiva. Ma di queste cose mi sono occupata più volte (ne ho parlato anche nel mio intervento al convegno dedicato a “L’economia della precarietà” ) e non voglio insistere.
Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico , dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche . Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia.
Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte , con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”. 
Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a una sola origine, l’insostenibilità dell’economia capitalistica, è anche l’antropologo Jared Diamone, che in qualche modo ne aveva anticipato cause e processi, ricostruendo la morte di grandi civiltà del passato nel suo celebre saggio “Collasso” . Di “Due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione (cui seguono inquinamento, maggiore disuguaglianza, squilibrio finanziario) parla anche l’economista indiano Prem Shankar Jha . “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive su “The Guardian” (12 dicembre 08) il prestigioso notista politico Gorge Monbiot. Letture analoghe della storia mondiale di questi mesi sono firmate dal filosofo Paul Virilio (Le Monde, 3 dicembre 08), dal biologo Edward O. Wilson (N.Y. Times, 27 novembre 08), da un folto gruppo di intellettuali sudamericani riuniti a Caracas e autori di un ampio appello politico. Tutti d’altronde si dicono convinti dell’ impossibilità di trovare soluzione ai problemi attuali all’interno delle regole e della “filosofia” del capitale, che ne è principale responsabile; tutti d’altronde si dichiarano ben poco fiduciosi in una piena ripresa del capitalismo, quanto meno nella forma attuale.
Prima ho accennato anche a qualche economista, in (eccezionale) posizione critica verso l’attuale sistema produttivo. Il primo è stato Nicholas Stern, ex-consigliere economico di Blair che, facendo riferimento alla crisi ambientale, in una conferenza svoltasi a Manchester il 29 novembre di un anno fa, disse: “Siamo di fronte al più grosso fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto”; e, rilanciando una precedente proposta di Ban-Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, affermò la necessità di tagliare il Pil mondiale almeno dell’1%, “per diversi decenni”.
A sua volta il Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da La Repubblica il 6 dicembre scorso, alla domanda se, superata la crisi, l’economia mondiale potrà riorganizzarsi sulla linea attuale, di nuovo puntando su crescita, consumi, Pil , senza esitare risponde: no. Il capitalismo americano, e insieme tutto il capitalismo mondiale hanno vissuto per decenni sulle bolle speculative, cioè a dire credito facile, speculazione… Ma tutto ciò - afferma - non potrà ripetersi, almeno non nella dimensione che conosciamo. Magari forse avremo un capitalismo diverso, basato sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, e la distribuzione potrà forse rimettere in moto l’economia…



“Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?” si chiede Eugenio Scalfari il giorno dopo, sempre su “Repubblica”, dopo essersi richiamato all’intervista di Stiglitz, e dopo aver ricordato come nel 1911 “l’allora giovane liberale Luigi Einaudi” avesse lanciato l’idea di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, “tassasse i patrimoni con un’aliquota del 50 % da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza”. Se lo chiede senza scandalo né eccessiva apprensione, come in vista di un normale avvicendamento della storia. E la cosa non mi pare di poco interesse da parte di una persona come Scalfari, da sempre certo “di sinistra”, mai però su posizioni “antisistema”.
Non sarebbe il caso che anche le sinistre organizzate si impegnassero a immaginare la possibilità di un mondo senza capitalismo, o comunque di un “mondo diverso”, come i movimenti a lungo hanno dichiarato non solo necessario ma possibile? Superando finalmente “quella sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche. Per cui nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo da un lato, e dall’altro paura di disturbare un assetto al quale si attribuisce il valore di straordinario ordinatore della società, al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine”. Come notava Claudio Napoleoni  nel discutere dell’ipotesi di una forte e generalizzata riduzione dei tempi di lavoro, da lui fortemente e per più ragioni auspicata. Magari un’idea da recuperare oggi?

 


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


17 luglio 2008

Il fallimento del G8

 

Guardano al futuro, i leader degli otto paesi più industrializzati del mondo. Tanto guardano al futuro che non sono riusciti a darsi alcun obiettivo nel breve e medio termine per fermare il riscaldamento globale del clima: in una dichiarazione diffusa ieri, nella località termale di Tayako in Giappone, si impegnano solennemente a lavorare per dimezzare le emissioni di gas «di serra» entro il 2050.
La dichiarazione del G8 sul clima riempie ben otto pagine fitte con appelli a «rallentare e invertire la crescita globale delle emissioni» di gas che alterano il clima, e a «muovere verso una società a bassa intensità di carbonio». Non fissa però obiettivi intermedi, e sorvola su come dimezzare le emissioni di gas di serra, attraverso quali politiche energetiche e quali investimenti.
Il presidente della Commissione europea José Barroso l'ha definita «un segnale forte»: passa per grande risultato diplomatico il fatto che gli Stati uniti sottoscrivano un testo che fa riferimento alla trattativa mondiale sul clima promossa dalle Nazioni unite (il Protocollo di Kyoto scadrà nel 2012 e i negoziati per definire un nuovo trattato, avviati a Bali lo scorso dicembre, dovrebbero concludersi entro la fine dell'anno a Copenhagen con un nuovo vertice delle quasi 200 nazioni firmatarie della Convenzione sul clima). E negli ultimi otto anni, da quando l'amministrazione Bush ha deciso di tirarsi fuori dal protocollo di Kyoto, gli Stati uniti hanno rifiutato il quadro delle Nazioni unite. Ora rientrano: ma dopo aver preteso che quella dichiarazione faccia appello a «una risposta globale» alla sfida del clima da parte di «tutte le maggiori economie» mondiali, allusione a paesi come la Cina o l'India. Washington insomma mantiene il suo punto: non accetterà impegni vincolanti a ridurre le emissioni di gas «di serra» finché anche questi paesi non accetteranno di fare la loro parte.
Quella sul clima non è l'unica dichiarazione firmata ieri dal G8 ma è forse quella che ha fatto il pieno di critiche. «Manca ogni riferimento a quanto le nazioni industrializzate pensano di emettere nel 2020», fa notare Yvo De Boer, segretario generale della Convenzione mondiale sul clima, e aggiunge: «La prova del budino» sono i punti di riferimento: dimezzare rispetto a cosa?
Per le organizzazioni ambientaliste, quella dichiarazione è una «opportunità mancata». «I G8 sono responsabili per il 62% dell'anidride carbonica accumulata nell'atmosfera terrestre, dunque sono i principali colpevoli del cambiamento del clima», fa notare il Wwf: «E' patetico che rifiutino le proprie responsabilità storiche».
Per il ministro dell'ambiente del sudafrica, la dichiarazione del G8 è «uno slogan vuoto». Nella località termale giapponese in effetti sono presenti anche le «economie emergenti» , come si usa chiamarle: in particolare Cina, India, Brasile e Messico rappresentati dai rispettivi capi di governo o di stato, oltre al Sudafrica. In un comunicato congiunto emesso ieri chiedono al G8 di assumersi le proprie responsabilità sul clima, indicando obiettivi precisi: tagliare le loro emissioni di gas di serra dell'80-95% entro metà secolo rispetto ai livelli del 1990, e del 25-40% entro il 2020.
Oggi i cinque «emergenti» avranno un incontro con i G8 sul clima, e in qualche modo anticipano: «Chiediamo alla comunità internazionale, soprattutto i paesi sviluppati, di promuovere modelli di consumo sostenibili», dice ancora il comunicato. I G8 dovrebbero spendere lo 0,5% dei loro Pil per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte al cambiamento del clima, aggiungono. Insieme, quei 5 paesi fanno il 42% della popolazione mondiale. Ieri hanno avuto commenti assai critici verso gli Otto «grandi». «L'aumento dei prezzi degli alimentari proietta un rischio di stagflazione sull'economia mondiale», ha detto il premier indiano Manmohan Singh. Gli 8 «devono rispondere della speculazione finanziaria che fa salire i prezzi del cibo e dell'energia», ha aggiunto il presidente messicano Felipe Calderon.

(Marina Forti)

«Spettacolare» giornata ambientale al G8: i leader del mondo industrializzato prima di iniziare i lavori (quattro sessioni dedicate ai problemi del pianeta: dal caro petrolio all'emergenza cibo, dal clima allo sviluppo) hanno celebrato il rito della riforestazione. Ovvero, hanno gettato un po' di terra nelle 8 buche scavate da giardinieri in guanti bianchi nelle quali era stato inserito un alberello. Al termine del lavoro manuale, al riparo delle indiscrete telecamere, hanno deciso i destini del mondo e ci hanno fatto sapere che, contro il cambiamento del clima, hanno deciso che entro il 2050 le emissioni di CO2 saranno ridotte del 50%. Il problema è che tra oltre 40 anni questi «grandi» non ci saranno più (questione d'età) e forse anche il mondo, come lo conosciamo, sarà scomparso.
I grandi hanno anche deciso un rilancio alla grande del nucleare: secondo Berlusconi (che a parte i giornalisti italiani nessuno si fila) è stata decisa la progettazione e la costruzione di 1000 (mille) nuove centrali. Ovviamente l'Italia sarà in prima fila. Insomma una triplicazione delle centrali atomiche esistenti. Ovviamente le centrali serviranno per rallentare il cambiamento climatico, ma anche come deterrente agli aumenti del prezzo del petrolio. I cui recenti aumenti - sempre secondo Berlusconi che però, sentito Bush, ha deciso di partecipare anche lui alla cerimonia di apertura dei giochi di Pechino- sono colpa della Cina.
Il «nostro» leader passa sopra un paio di piccoli particolari. Il primo è che gli Usa con il 4% della popolazione mondiale consumano il 25% dell'energia prodotta nel globo. Il secondo (a proposito di prezzi e senza tener conto del «piccolo» particolare delle scorie) è che la quotazione dell'uranio in pochi anni è cresciuta del 1.100% e che le riserve non sono poi tante. Nonostante oggi il maggior produttore sia il Kazakhstan che sta riciclando (per fortuna) il vecchio arsenale nucleare ereditato dall'Unione sovietica.
Certo, nel centro termale di Toyako si è anche parlato di sviluppo di energie alternative, ma solo «per memoria» e senza impegni precisi, in particolare di investimenti.
E' stato, invece, lanciato il tradizionale appello ai paesi produttori di petrolio: debbono aumentare le prospezioni e l'estrazione di oro nero perché senza aumento dell'offerta - nel breve e medio periodo - i prezzi sono destinati a salire. Con o senza speculazione. Ma i grandi si sono accorti che c'è una strozzatura anche sul fronte della raffinazione per superare la quale servono nuovi impianti e investimenti elvatissimi che le «7 sorelle» non realizzano preferendo guadagnare montagne di soldi con le attuali quotazioni del petrolio in presenza di una offerta che nel breve periodo non può crescere di molto.
Il documento finale approvato ieri dal G8 conferma la fiducia «sulle prospettive di crescita dell'economia globale». Il G8, tuttavia, esprime «forte preoccupazione per gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari, perché pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali». I grandi concordano anche sul fatto che «le condizioni del mercato finanziario sono un po' migliorate nei mesi passati, ma serie tensioni permangono ancora» e affermano che «la globalizzazione è un elemento chiave per la crescita globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, libertà economica e istituzioni affidabili».
Per quanto riguarda il «commercio e gli investimenti» I paesi del G8 si impegnano a resistere « alle pressioni protezioniste» che frenano lo sviluppo. Il documento ricorda la necessità di «chiudere i negoziati del Doha round» dell'Organizzazione mondiale del commercio, tramite un accordo «ambizioso ed equilibrato». E tutti i paesi «dovrebbero adottare misure per sviluppare, mantenere e promuovere regimi che accolgano gli investimenti stranieri». Sull'energia, si esprime preoccupazione «per l'impennata dei prezzi del petrolio, che pone dei rischi all'economia globale. E si sollecita l'aumento della produzione sostenendo che «i paesi produttori di petrolio dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti che faciliti un innalzamento della capacità produttiva necessaria per soddisfare la crescente domanda globale.
Per quanto riguarda la domanda è, invece, importante fare ulteriori sforzi per migliorare l'efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica». Ma il G8 sostiene anche gli sforzi «delle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime». Infine le «materie prime»: Il G8 ribadisce l'importanza «di mercati delle materie prime aperti, quale meccanismo più efficiente per la distribuzione delle risorse», sottolineando l'importanza della «trasparenza, sostenibilità e 'governance' della crescita economia» in questo settore.

(Roberto Tesi)

Come prevedibile il vertice del G8 di Toyako si è chiuso con un riciclo di impegni già presi in campo ambientale, per lotta alla povertà e la gestione delle crisi economiche e finanziarie in corso, a partire da quella del cibo. I grandi del pianeta, pur in presenza di una crisi finanziaria sistemica che non si arresta, ribadiscono un infondato ottimismo sulle sorti dell'economia mondiale globalizzata e preferiscono dilungarsi su temi non economici, con una sana dose di populismo. Ma chi crede più alle promesse del G8? L'ultimo decennio è stato segnato dalla de-economicizzazione delle discussioni al club dei ricchi e da una serie di impegni e promesse, a partire dagli aiuti ai paesi più poveri, nella gran parte dei casi non mantenuti. Il parlare (di ambiente, questioni sociali e sviluppo) è stata quasi una strategia per non mettere in discussione le ricette che hanno segnato gli ultimi 25 anni di globalizzazione liberista, di cui il G8 è stato motore e custode.
Il G7 nacque alla metà degli anni '70 proprio per trovare quadrature politiche tra i tre blocchi economici di allora (Usa, Europa e Giappone), e alcune palesi contraddizioni segnano il passaggio storico di oggi. Se il fine del G8 è quello di creare una cassa informale di compensazione politica alle tensioni economiche e finanziarie mondiali, allora risulta inevitabile l'allargamento a tutte quelle nuove potenze che ormai influenzano i mercati. E poi, ogni volta che di fronte a crisi sistemiche si prova a rivedere le forme attuali di governance multilaterale - si tratti di cambio climatico, riforma delle istituzioni finanziarie, crisi alimentare o lotta alle pandemie - alla fine si cerca sempre la benedizione del G8, che ben poco può fare se non sancire un inutile status quo. Questo perché anche la triade Banca mondiale-Fmi-Wto, attuatrice della globalizzazione liberista, è entrata da alcuni anni in profonda crisi.
E' il mondo che è cambiato, così come il vento liberista si è affievolito. Lo sa bene il poliedrico Sarkozy, che in maniera lungimirante apre all'allargamento del G8 proprio per far sopravvivere l'attuale sistema. Non riescono a capirlo l'uscente Bush e il suo fido portaborse italiano, nonché il governo giapponese perennemente in crisi dopo il boom dell'economia nipponica negli anni '80.
Il vertice si chiude aggiornando il circo del G8 all'appuntamento italiano a La Maddalena nel luglio del 2009. Il governo italiano si illude che la trasformazione del G8 da foro a processo di dialogo con altri governi e istituzioni internazionali possa ridare fiato a questo club esclusivo, bloccando però la radicale trasformazione di questo spazio politico. Proprio nel 2009 giungerà a compimento in Italia il processo partito lo scorso anno in Germania: il dialogo su alcuni temi con il G5, le cinque economie emergenti (Cina, India, Messico, Brasile e Sudafrica). Queste hanno già fatto capire che sono insoddisfatte e in Sardegna non basteranno le berlusconate a rabbonirle. Per non parlare dei paesi più poveri, che stretti tra vecchie e nuove potenze hanno tutto l'interesse a scompaginare le carte.
Al riguardo, un auspicabile fallimento della «mini-ministeriale» convocata dall'indomito leader del Wto Pascal Lamy a Ginevra il 21 luglio sancirebbe il tracollo definito del sistema di multilateralismo unipolare targato G8 che fino ad oggi ha guidato la globalizzazione. Il ministro Tremonti, che ha demonizzato il «mercatismo» e chi lo ha attuato - a partire dalla Wto - se fosse coerente dovrebbe smarcarsi dal suo primo ministro e usare il prossimo G8 per aprire la strada a un cambiamento sistemico. Mettendo sul tavolo la necessità di una nuova e democratica conferenza finanziaria mondiale ci si toglierebbe dall'imbarazzo di dover allargare il G8 solo a Cina e dintorni e si potrebbe mettere mano alla governance mondiale in maniera democratica e allo stesso tempo alle diverse politiche finanziarie e monetarie di cui tutti abbiamo bisogno.

(Antonio Tricarico)


17 marzo 2008

Petrolio e bisogni energetici

 E dire che l'Aie (Agenzia internazionale dell'energia) ha diramato proprio ieri un poco rassicurante rapporto che riduce in modo impercettibile (80.000 barili al giorno su 87,5 milioni) le stime sul consumo quotidiano per l'anno in corso. Ma ha anche avvertito che«è improbabile che i prezzi tornino ai livelli visti nella prima parte di questo decennio». Anche perché, dice il massimo organismo mondiale del settore, «gli alti prezzi del greggio non sono solo il frutto di speculazione». Cade dunque miseramente la spiegazione-mantra fornita da tutti i commentatori di nostri principali media («è solo colpa degli speculatori»). Il greggio sale per qualche altro motivo.
Quale possa essere è suggerito da alcune decisioni che stanno per essere prese in questi giorni al di qua e al di là dell'Atlantico. La Gran Bretagna è in procinto di tornare al carbone, con un piano di centrali di nuova generazione, la prima delle quali sta per partire nel Kent (al posto di una ormai in dismissione). Ma anche dagli Stati uniti arrivano notizie che deluderanno i nostrani fan del nucleare: laggiù, nonostante la fame di energia che attanaglia il paese più scialacquoatore del mondo, non si prevede di costruire neppure una centrale nucleare supplementare. Mentre sono in progetto - e una già in fase di costruzione - numerose centrali a energia solare di grandi dimensioni.
In una campagna elettorale - quella italiana - segnata in negativo dal prevalere dell'ideologia (il liberismo, più che una teoria economica, è soprattutto questo), dovrebbero trovare spazio invece le riflessioni sulle mosse «pragmatiche» che i templi del liberismo stanno mettendo in atto. Intervento pubblico (anche se nella chiave certo non keynesiana del «lavaggio» delle sofferenze bancarie), azioni coordinate tra istituzioni, energia solare. Vien da pensare che le proposte di un politico di casa nostra suonino estremamente «ritardate» nella percezione dei mercati globali.

(Francesco Piccioni)


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15 marzo 2008

L'inefficienza energetica dell'Italia

 

C'è un luogo comune pericoloso che circola in Italia. La scarsità di energia elettrica; come se ci fosse un black out sempre in agguato. Di conserva, un altro luogo comune: la penalizzazione italiana per l'energia troppo costosa. E questo discorso precipita sempre nel nucleare. A conti fatti, tutti sanno - Pierferdicasini a parte - che solo uno stato può finanziare il nucleare, perché è il solo che ha soldi da buttare. Ma l'Unione europea sarebbe molto scontenta e arriverebbe una multa salata da scaricare anch'essa in bolletta, oltre alla lunga costruzione e all'eterno smaltimento.
Ma torniamo alla scarsità. I media sono per lo più sensibili agli interessi dei baroni elettrici. Allineati, chiedono sempre più energia, di qualsiasi fonte e colore, purché pesante, si faccia e si cominci subito. Siamo in pochi a sostenere la causa dei tremendissimi verdi, alleati ai nimbysti di ogni cortile che impediscono, conti alla mano, che si progetti alla carlona e si costruisca senza valutazioni di impatto ambientale. La questione è a un tale punto di stallo quando dice la sua l'Enea (ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente). Sull'Enea gravano molti interessi e molta tradizione. Non può dire troppo, ma quello che dice, pesa. Se da un lato, costruire una centrale elettrica, purchessia, aumenta il pil e quindi quasi nessuno se la sente di parlare contro in termini diretti, è pur vero che per far capire una realtà diversa si può invitare ai convegni qualcuno come Gianfranco Bologna del Wwf che faccia passare qualche parola diversa da quelle diffuse dall'industria maggiore. E che dica tutto il contrario del pensiero dominante e cerchi di far riflettere sui disastri ambientali iscritti nel nostro futuro a meno di non agire subito per prepararsi in tempo (mettendo i classici sacchetti di sabbia per rinforzare gli argini) e attenuarne gli effetti.
L'Italia è messa molto male in termini di energia, ma non per la scarsità, per il contrario. "È come se ogni individuo portasse sulla propria testa 55 lampadine da 60 watt sempre accese per 24 ore su 24, lampadine che, 10 anni fa erano 45». L'immagine, tratta da un'intervista all'esperto Mauro Annunziato, pubblicata dall'Enea, è affascinante, perché oltre a mostrare il peggioramento intervenuto nel nostro paese nei dieci anni indicati, offre anche la possibilità di riflettere su altri aspetti. C'è lo spreco di tenere molte lampadine accese di giorno, quando non servono; e poi c'è anche la stranezza nel comportamento di chi tiene decine di lampadine accese sulla testa, quasi volesse emulare, in pieno Mediterraneo, la Santa Lucia di Svezia che celebra il solstizio di inverno con una corona di candele sulla biondissima testa.
Ma fermiamoci al primo aspetto, il peggioramento, cioè l'aumento delle candele, pardon, delle lampadine sulla testa dell'italiano-tipo. l'Enea ha presentato di recente uno studio europeo sull'efficienza energetica. Questa viene calcolata in chili di petrolio equivalente necessari per realizzare un punto di prodotto interno lordo. Risulta dagli studi francesi dell'Ademe, (L'Agence de l'environnement et de la matrise de l'énergie) francese che l'Unione europea è la regione del mondo in cui il Pil è meno energivoro e che confrontando i paesi europei, quelli nei quali l'attività economica ha bisogno di più energia sono quelli dell'ex patto di Varsavia: Bulgaria, Slovacchia, Polonia, paesi del Baltico ... Nella parte alta della classifica, relativa al 2004, al secondo posto vi è l'Italia, preceduta dal Regno unito e seguita dalla Germania. Motivo di soddifazione? Non tanto, perché dopo il 2004 l'Italia non ha saputo migliorarsi mentre gli altri lo hanno fatto. Non solo ma nel 1990 era la migliore d'Europa di gran lunga e da quel momento ha perso terreno, non si è più occupata della cosa, mentre altri paesi hanno ridotto l'energia necessaria, pur godendo di gruppi industriali potenti nel ramo e perfino di centrali nucleari.
Negli anni ottanta, dopo il secondo shock petrolifero, è infatti avvenuto che l'Italia ha riconvertito la propria economia e per dieci anni ha saputo produrre più pil con meno e meglio, almeno dal punto di vista energetico. Dopo di allora ci siamo lasciati andare. Può darsi che gli interessi dell'Enel, divenuto società per azioni e con interessi legati all'azionariato, ai dividendi e poi alla Borsa, abbiano cambiato di segno, modificando la questione energetica nazionale. Quello che è avvenuto lo si vede nel grafico pubblicato in questa pagina e dovuto anch'esso all'Enea (Emidio D'Angelo e Giulia Iorio). L'Italia era energicamente più efficiente di Francia e Germania nel '90, ha peggiorato, mentre i paesi vicini sono stati molto più virtuosi: un peggioramento italiano del 3% e un miglioramento degli altri del 17 e del 19%. In tal modo è stata anche superata in assoluto. A Francia e Germania occorrono circa 0,100 e 0,104 kg di petrolio equivalente per 100 euro di pil, mentre all'Italia ne servono 108. .

(Guglielmo Ragozzino)


15 marzo 2008

Questione ambientale e campagna elettorale

 

Due ragioni rendono necessaria una svolta radicale e globale nelle politiche energetiche: il tendenziale esaurirsi del petrolio, più in generale delle fonti non rinnovabili e la drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici.
Entrambe sollecitano decisioni politico programmatiche capaci di portare il mondo fuori dalla dipendenza dal petrolio, più in generale dalle energie fossili. In poche parole il petrolio il carbone e il gas rimasti non bastano più a soddisfare una domanda di energia in crescita esponenziale, sia perché il 20% dell'umanità che consuma l'80% delle risorse (dalle quattro tonnellate equivalenti petrolio anno per abitante degli europei alle otto degli statunitensi) vuole, in nome della crescita economica, consumare ancora di più, sia e soprattutto perché si sono stabilmente e giustamente affacciati sulla scena mondiale oltre due miliardi (cinesi, indiani e brasiliani) di nuovi consumatori di mobilità, illuminazione, riscaldamento, rinfrescamento, alimentazione, merci.
La crescita esponenziale del prezzo del barile, che ormai si è stabilizzato al di sopra dei cento dollari, fotografa questa contraddizione fra domanda ed offerta di greggio, forse la meno grave delle conseguenze provocate dalla scarsità di energie non rinnovabili. Essa, infatti, ha già spinto il mondo ad un riarmo, anche atomico, generalizzato e la tentazione di usarlo per conquistare il controllo del petrolio rimasto è elevatissima e per ora prevalente.
La seconda ragione che rende necessario uscire dalla dipendenza dai fossili è la drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici. Il quarto rapporto sul clima dell'Ipcc (Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici) ci dice che nei prossimi cinquant'anni se non si riuscirà a fermare il surriscaldamento del pianeta, causato dalla combustione dei fossili, dovremo convivere con processi di progressiva desertificazione di ampie zone della terra, con un aumento esponenziale degli eventi estremi (uragani e tifoni) con un aumento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci. Basta un solo dato per far capire la dimensione dei problemi che il cambio di clima solleva alla politica: nei prossimi decenni sono previsti oltre duecento milioni di profughi ambientali.
Per rispondere a questi problemi non basta sostituire petrolio con solare e tutto può andare avanti come prima. Serve introdurre notevoli discontinuità ed innovazioni nelle politiche economiche, in quelle fiscali ed industriali e negli stessi comportamenti e stili di vita della popolazione: va messo in discussione insieme al petrolio anche il dogma dell'eterna ed infinita crescita economica su cui invece sono tuttora attestate le culture politiche delle destre, ma anche di una larghissima parte della sinistra.
E' evidente che questa svolta politica non la si può progettare se non a livello globale e quindi nel quadro di un'azione per modificare i rapporti di forza attuali che vedono prevalere risposte come la guerra preventiva al nodo della scarsità delle risorse energetiche non rinnovabili e il rifiuto di qualsiasi vincolo a ridurre i gas serra (Kyoto) per quanto riguarda il cambio di clima. Nei prossimi due anni (elezioni americane, ma anche le decisioni di Cina, India e Brasile) si capirà quale sarà la risposta che prevarrà e in che direzione andrà il mondo. Si capirà soprattutto se il movimento di Porto Alegre per un altro mondo possibile saprà ritrovare capacità di mobilitazione e quindi incidere su questi processi, dando così anche forza al tentativo che l'Europa sta facendo di assumere la guida della lotta al riscaldamento globale (decisione unilaterale e vincolante per i suoi stati membri di ridurre, entro il 2020, le emissioni climalteranti del 20% e di aumentare entro la stessa scadenza e sempre del 20% l'efficienza e la dipendenza dalle fonti rinnovabili: le cosiddette tre venti)
Queste sono le grandi questioni al centro delle decisioni energetiche, sulle quali dovrebbe concentrarsi anche lo scontro elettorale italiano, che invece sembra quasi ignorarle. Chi governerà questo paese dopo il 13 di Aprile starà con la direttiva europea sulle tre venti o, come è stato fatto per Kyoto, la boicotterà, scaricando sulla popolazione (a proposito di caro vita) le inevitabili multe che la Ue ci infliggerà per le inadempienze? Ecco una buona domanda da porre alle varie forze politiche in campo. Una domanda che hanno già sicuramente fatto Enel ed Eni e con loro Confindustria, suggerendo anche le risposte, con il risultato di spingerle lontano dalle tre venti e dall'Europa.
Alcune brevi e schematiche note conclusive per far comprendere cosa significa invece proporsi di realizzarle. In primo luogo due no: al carbone che aumenta le emissioni e al nucleare che non emette anidride carbonica ma non sa come smaltire i rifiuti radioattivi che produce. Detto il «non fare» vediamo il fare: cambiare modello energetico; sottoporre alla cura del ferro e del cabotaggio i trasporti; aumentare l'efficienza; sviluppare le fonti rinnovabili.
Proviamo per ognuna delle proposte a fornire qualche schematica spiegazione, qualche ragionevole proposta di alternativa
Abbandonare il modello monopolista e centralistico di ora per passare a quello distribuito sul territorio significa conquistare democrazia energetica: ogni casa, ogni condominio, comunità, quartiere, centro commerciale, fabbrica produrrà l'energia di cui ha bisogno sfruttando la fonte rinnovabile più conveniente secondo le caratteristiche del sito. In questo quadro più intervento pubblico, adeguamento della rete e riforma e ridefinizione della missione di Enel ed Eni.
Sottoporre città e territorio ad una cura del ferro per spostare la mobilità di persone e merci dalla gomma al treno e al cabotaggio tra i porti, cioè concentrare su questi le scelte infrastrutturali e non su strade ed autostrade e trasporto individuale.
Far compiere a questo paese un gigantesco sforzo per migliorare la propria efficienza energetica: un piano di riqualificazione energetica degli edifici che ne riduca i consumi di elettricità e calore e sposti le attività di costruzione verso la manutenzione e riqualificazione del già costruito e non su nuova occupazione di territorio. Conquistare una reale autonomia energetica al paese sfruttando le uniche fonti energetiche di cui è ricco e cioè il sole, il vento, le biomasse, la forza dell'acqua fluente e il calore che scorre sotto terra.
Un messaggio alla Sinistra arcobaleno: proponendo queste scelte in Assia si è spostato il 12 per cento dei voti verso sinistra. Non vale la pena provarci anche qui?

(Marina Forti)


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