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8 settembre 2010

Schlick e la possibilità di altre logiche

Conoscenza valida e giudizi analitici

 

Schlick dice che, già esplorando l’essenza della conoscenza, si sa anche cos’è conoscenza valida giacché una conoscenza che non fosse valida non sarebbe una conoscenza ma un errore.

Schlick poi si chiede se le conoscenze a cui si può arrivare sono quelle certe o solo quelle probabili e se le conoscenze valgano in assoluto o solo per noi esseri umani.

Egli poi dice che di un oggetto un giudizio analitico asserisce solo ciò che fa parte della definizione dell’oggetto e dunque tale giudizio semplicemente coordina all’oggetto quel segno stabilito per convenzione ed opera una coordinazione univoca per cui il giudizio risulta assolutamente vero.

Schlick aggiunge che “i giudizi analitici sono validi in assoluto” è esso stesso un giudizio analitico.

Il fatto che i giudizi analitici possano avere per oggetto cose reali e non solo concetti, non è da mettere in dubbio. Infatti la proposizione kantiana, per la quale i giudizi analitici riguardano solo concetti, mentre i giudizi sintetici riguardano gli oggetti, dice qualcosa di giusto ma che può essere frainteso. Se infatti nel concetto di “corpo” assumo la proprietà dell’estensione, allora la proposizione “i corpi sono estesi” pretende di valere per tutti i corpi reali ed è ad essi applicabile, non avendo per oggetto soltanto un concetto. Ciò al contrario di un giudizio puramente logico come “Con l’aumentare del contenuto, l’estensione di un concetto diminuisce”.

Dunque, conclude Schlick, vi sono anche proposizioni sul reale alle quali spetta assoluta validità in quanto sono analitiche.

 

 

Validità ed evidenza delle leggi logiche : John Stuart Mill

 

Schlick ha aggiunto poi che la situazione per cui è possibile avere giudizi analitici sulla realtà da un lato ha indotto i metafisici a concludere che l’essere ed il pensiero sono equivalenti, dal momento che anche le cose reali obbediscono al principio di identità e di non contraddizione. D’altro canto ha indotto gli scettici a pensare che la realtà non è costretta ad obbedire al PDNC, che sarebbe solo una legge del pensiero, mentre il pensiero di altri esseri potrebbe obbedire a tutt’altre leggi, per cui la pretesa realistica dei giudizi analitici sarebbe infondata.

Seppure tali logiche alternative fossero inconcepibili, ciò non implica la loro impossibilità secondo J. S. Mill, dal momento che l’inconcepibilità non obbliga la realtà stessa a sottomettersi al nostro pensiero. Così come ci sono geometrie non euclidee, potrebbero esserci logiche non aristoteliche, dove le proposizioni analitiche non sarebbero valide.

Schlick a tal proposito osserva che Mill combatte giustamente la dottrina dell’evidenza di Spencer, ma sbaglia nel mirare anche alla validità dei giudizi analitici. Il groviglio per Schlick è causato dalla sovrapposizione del concetto di evidenza al concetto di validità. Schlick fa l’esempio della proposizione “L’accaduto non può essere reso non-accaduto” che è un giudizio analitico assolutamente valido e conseguente solo dal PDNC.

Schlick si domanda se ha senso che lo scettico metta in dubbio la correttezza della proposizione o che il teologo si ponga la domanda se nemmeno Dio che è onnipotente possa rendere non-avvenuto ciò che è stato. Schlick risponde che non ha senso, perché così si tratta erroneamente il suddetto giudizio come una conoscenza ulteriore rispetto all’accaduto e chiedersi se il primo possa esser falso quando il secondo è invece vero. È evidente però che i due giudizi dicono la stessa cosa, sono identici nel senso e differiscono solo nella forma. Chi i concetti di “accaduto” e “non-accaduto” li vuole applicare ad un solo e medesimo evento non fa che modificare il senso delle parole ed intendere per verità qualcosa d’altro rispetto alla univocità di designazione.

Schlick dice poi che tutti questi giudizi in nessun caso asseriscono qualcosa sul comportamento della realtà. Essi regolano solo la nostra designazione del reale.

Il principio d’identità, quello di non contraddizione e quello del terzo escluso sono proposizioni che si riferiscono alla coordinazione dei concetti alla realtà ed è per questo che essi valgono necessariamente per ciò che riguarda la realtà.

Il principio di non contraddizione significa solo la regola per l’uso delle parole “non”, “nessuno” nella designazione del reale. Esso cioè definisce la negazione.

Ciò che contraddice il PDNC si dice impensabile e l’impensabile è allora in effetti semplicemente ed assolutamente impossibile. Ma in questo non c’è alcuna violenza che il pensiero farebbe alla realtà, in quanto l’impossibilità non significa un comportamento dell’essere, ma si riferisce alla designazione dell’essere mediante concetti e quindi concerne il rapporto del pensiero con l’essere.

 

 

Impensabilità e irrappresentabilità

 

Schlick aggiunge che affermare che ciò che sarebbe impossibile per il pensiero, potrebbe benissimo essere possibile per la realtà, sarebbe un confondere l’impensabilità con l’irrappresentabilità.

Invece il rappresentare il flusso di configurazioni psichiche intuitive è un processo reale per cui rappresentabilità e realtà non coincidono. Pensare però vuol dire coordinare concetti ad oggetti reali. Impossibilità per il pensiero vuol dire impossibilità ad effettuare certe coordinazioni e tale impossibilità dipende solo dalle regole di coordinazione convenute, a cui non arriviamo mediante esperienza, ma mediante stipulazione.

L’impossibilità di dichiarare irreali la coscienza e le sensazioni è tale semplicemente perché il concetto di esistenza reale è stato ricavato proprio da questi oggetti. Tale concetto serve alla loro designazione non in virtù di qualsiasi conoscenza, bensì in forza del suo significato, del significato da noi creato per il termine “reale”.

E’ il vecchio errore cartesiano di concepire proposizioni esistenziali come conoscenze, mentre sono semplici giudizi analitici e definizioni mascherate.

 

 

Logiche non aristoteliche

 

Schlick poi dice che queste sinora addotte sono le ragioni per cui le proposizioni della logica pura debbono valere con incontestabile certezza per le cose reali. Tale circostanza non ha nulla di prodigioso ed è perciò fuorviante parlare di logiche non aristoteliche, giacché queste solo apparentemente differirebbero dalla logica standard. Infatti si può immaginare di costruire un sistema di assiomi logici in cui non ci siano ad es. non-contraddizione  e terzo escluso.

In tale  logica ci sarebbero giudizi né veri né falsi, oppure veri e falsi ad un tempo. Ma un attento esame delle proposizioni di questa nuova logica mostrerebbe che essa opera solo uno spostamento di significato dei termini logici che ci sono noti. I termini “vero”, “falso”, “non”, “tutti”, “nessuno” non avrebbero più il loro vecchio senso. Tuttavia sarebbe sempre possibile trovare combinazioni di termini a cui compete lo stesso significato che prima possedevano quei termini usuali. Se introduciamo di nuovo questi ultimi, veniamo ricondotti alla vecchia logica e riconosciamo la nuova come la vecchia logica aristotelica in forma diversa. Ciò è dovuto al fatto che la logica, priva della sua veste psicologica, non contiene altro che ciò che riguarda la designazione univoca degli oggetti e cioè la loro determinazione. I diversi sistemi logici divergenti apparentemente l’uno dall’latro, hanno sempre il medesimo senso.

Schlick dice che Zilsel che perseguiva l’idea di logiche non aristoteliche diceva che il razionale è la coerenza intrinseca, la forma più pura di tutte che sta al di sopra di tutte le logiche. Schlick osserva a tal proposito che le regole della logica formale aristotelica rappresentano già in maniera pura ciò che è comune a tutte le logiche ed esprimono da sole le regole della determinazione in generale. Perciò non è lecito usare “logiche” al plurale perché ciò che differisce tra diverse logiche è solo qualcosa di psicologico o di linguistico.

 

 

Giudizi analitici e stupore filosofico

 

Schlick poi dice che da sempre ha suscitato stupore che il nostro pensiero riesca a penetrare la natura e che certe inferenze revisionali vengano confermate dagli eventi. Sembrerebbe proprio un’armonia prestabilita tra pensiero ed essere. Tuttavia, dice Schlick, tale meraviglia è giustificata solo in parte in quanto si dice che la deduzione possiede assoluta validità per le cose reali in quanto essa è un procedimento analitico, si vuole dire solo che, se le premesse sono in accordo con la realtà, allora con tutta certezza, anche la conclusione (il risultato dell’analisi) è in pieno accordo con il reale comportamento delle cose.

Ciò che è degno di meraviglia è come noi veniamo in possesso di premesse che designano con assoluta univocità i fatti del mondo esterno. C’è senz’altro da dubitare che si sia mai in possesso di proposizioni valide di tal genere. Ma chi crede nella bontà delle premesse non può sorprendersi della validità delle conclusioni, che non aggiungono niente alle premesse stesse. Se qualcuno ritiene per certo che le leggi della gravitazione descrivano correttamente il comportamento dei corpi celesti, per lui è ovvio che i calcoli basati su quelle leggi vengono confermati dall’osservazione.

Schlick dice poi che il fatto che la meraviglia filosofica si concentra sul punto sbagliato, si spiega con il fatto che il risultato di una deduzione spesso non permette più di riconoscere le premesse da cui la deduzione è partita. Egli aggiunge che le deduzioni si ottengono alla combinazione di giudizi ed i giudizi sono segni per dei fatti, per relazioni tra oggetti. La combinazione di tali segni di relazione ottiene un risultato sempre più semplice della totalità dei segni combinati. Quindi, dice Schlick, la situazione è diversa nel caso dei concetti e dei segni di oggetti, giacché dalla combinazione di concetti risultano configurazione più complicate. Ad es. un gran  numero di lettere non darà mai luogo ad una parola semplice, né molte sensazioni danno luogo ad una percezione semplice.

Invece la combinazione di giudizi porta sempre ad una semplificazione in quanto gli elementi ad essi comuni si elidono. Infatti (continua Schlick) i giudizi sono combinabili solo se contengono termini comuni che vengono eliminati dal processo di inferenza. Così da numerose premesse si può derivare una conclusione e complicate operazioni di calcolo possono condurre ad una formula semplice. Lo si può vedere con la massima chiarezza dalle procedure algebriche che sono simboli abbreviati per certi processi sillogistici. L’intera analisi matematica è nient’altro che una combinazione di equazioni nella quale certe parti comuni si elidono con il che si ottengono nuovi risultati semplici che sono interamente contenuti nelle premesse iniziali. Ma ciò, come è stato detto, “solo implicitamente” e per questo può sorgere l’illusione che ci sia bisogno di un ponte specifico tra premesse e risultato, un ponte presente nei pensieri, ma assente nel mondo esterno, come se il risultato ottenuto deduttivamente non ritrovasse riscontro nel mondo reale.

Schlick aggiunge che, se però, nelle conclusioni a cui giunge deduttivamente il nostro pensiero, i singoli giudizi che fanno da premesse fossero ancora riconoscibili come le lettere in una parola scritta o i singoli suoni in una melodia,  allora non  ci sarebbe alcuno stupore.

 

 

 

 

  

 L’analitico è sintetico ?

 

In primo luogo Schlick non si rende conto che errore non è contrapposto a conoscenza : una conoscenza non valida è una credenza non giustificata ma non necessariamente falsa.

Inoltre una definizione non costituisce un semplice segno  che si possa convenzionalmente appioppare ad un oggetto. La definizione individua alcuni attributi di un oggetto che sono essenziali nel momento in cui ci si riferisce ad esso, ed il fatto che gli attributi rientrino nella definizione non è una conoscenza analitica, né una semplice stipulazione, ma una questione spesso aporetica.

Un’altra questione è se “non esistono giudizi sintetici apriori” sia una proposizione sintetica (non esistono …) o una proposizione analitica (data la definizione di “ giudizi sintetici apriori ”). Comunque la tesi tautologica sarebbe costretta ad abbracciare un approccio kantiano (e quindi trascendentale e sintetico) in quanto dovrebbe poter dire “qualsiasi proposizione che mi verrebbe dinanzi io la valuterei sempre analitica apriori oppure sintetica a posteriori”.

 A proposito dei giudizi analitici, Schlick fa poi confusione perché prima mette insieme una proposizione in linguaggio-oggetto (“i corpi sono estesi”) e poi una proposizione in meta-linguaggio (“l’estensione di un concetto diminuisce all’aumento di articolazione del suo contenuto”; a tal proposito si veda il rapporto tra sinn e denotatum, dove alla maggiore precisione e complessità del primo, corrisponde la tendenza all’unicità del secondo). Schlick poi considera la prima proposizione analitica su oggetti reali e la seconda proposizione analitica su concetti. Egli però non tiene conto del fatto che anche la prima può essere tradotta metalinguisticamente in una proposizione analoga alla seconda : “il concetto di corpo è  incluso nel concetto di estensione”.

Schlick inoltre cerca di vanificare la discussione sulle verità logiche dicendo che esse non portano nuova conoscenza. Egli però deve chiarire in che senso siano vere delle proposizioni che non incrementano la nostra conoscenza. Sembra che retoricamente i neopositivisti vogliano salvare le verità logiche da una possibile critica nascondendole dietro la veste umile dell’ovvio e del banale. Ma se non fossero in realtà né ovvie e né banali ?

Poi dire che (p implica p) non aggiunge niente a (p) è giusto, ma dire che entrambi dicano la stessa cosa è sbagliato. È ben vero che {[p et (p implica p)] implica p}. Ma questa formula non vuol dire [(p implica p) implica p], per cui il senso di (p) è diverso da quello di (p implica p). Inoltre (p implica p) non ha lo stesso livello semantico di (p) : quest’ultimo significa un che di specifico volta per volta ed è vero o falso a seconda del suo specifico contenuto. Invece (p implica p) dice che “per tutti i valori di (p), (p implica p)” e perciò il suo contenuto specifico è proprio l’universale che vuole descrivere una struttura ontologica universale cui solo la retorica epistemica può pensare, circoscrivendola al linguaggio, di farne perdere la sua pretesa universalistica.

 

 

Regole di designazione e  regole di deduzione

 

Schlick poi quando dice che chi nega le verità analitiche modifica il senso delle parole non fa altro che ribadire la fede nelle verità logiche che il suo ipotetico avversario contesta. Quest’ultimo appunto contesta che, fermo il senso delle parole, le cosiddette verità analitiche siano necessariamente vere. Ma qui non si nega il senso delle parole : si negano le regole di deduzione. Si nega il fatto che qualcosa debba restare fermo.

Quanto alle regole di deduzione (che Schlick ricollega all’univocità di designazione) vanno fatte le seguenti osservazioni :

  1. Il rapporto del pensiero con l’essere (del segno con il designato) non rientra comunque nell’essere (il segno a sua volta non rientra anch’esso nel designabile) ? E perché le regole di designazione devono essere quelle della logica tradizionale ?
  2. Le regole che riguardano la designazione della realtà non riguardano anche la nostra designazione della realtà ? E se sì, perché la nostra rappresentazione della realtà deve essere in un certo modo e non in un altro ?
  3. Perché ciò che viola le regole di designazione, oltre ad essere impensabile deve essere anche impossibile ? Allora le regole di designazione del reale sono anche regole sulla struttura del reale ? E perché è ora Schlick a mutare il senso del termine “impossibile”, negando che esso si riferisca alla realtà ?

Schlick inoltre fa ancora confusione quando distingue possibilità da rappresentabilità, ma da tale distinzione fa derivare la riduzione dell’impossibilità ad inconcepibilità. Ma questa è un’inferenza per nulla cogente : per fare questa operazione egli arbitrariamente inventa un doppio senso del termine “inconcepibilità” e cioè inconcepibilità intesa come irrappresentabilità e inconcepibilità intesa come impossibilità. Tale distinzione, guarda caso, non era stata fatta nella critica a Spencer. Schlick poi, mentre considera la rappresentazione un processo reale, dice che invece le regole di designazione del pensiero sono stipulate, per cui trasgredire ad esse è semplice nonsenso. Egli però non ci dice chi abbia operato questa stipula e perché questo fantomatico contratto vada rispettato. Ovviamente una risposta a questa domanda rimetterebbe in gioco la dimensione pratica con tutti i fattori di tipo storico od antropologico ad essa collegati. Ma il vincolo non si può, alla luce di quest’analisi, porre a livello teoretico.

Infine egli per quanto riguarda le regole di designazione si rifà ad una storia presunta che ovviamente non può essere un vincolo per nessuno tranne per chi già è persuaso. Il tutto senza contare che pure chi critica la logica aristotelica può benissimo accettare le modalità di attribuzione di senso ma contestare le regole di deduzione.

Vanno fatte a tal proposito anche altre considerazioni. In primo luogo non si capisce assolutamente perché da un lato la logica riguarda le regole convenzionalmente stipulate dalla designazione, mentre dall’altro lato Schlick insiste sulla loro validità in riferimento alle cose reali. In secondo luogo non si capisce perché Schlick continuamente confonda il livello semantico del significato ed il livello sintattico delle regole di deduzione. Può essere che, seguendo il formalismo hilbertiano per lui tra livello semantico e livello sintattico non ci sia differenza, ma questo nel senso che i segni non hanno un significato indipendente dal rapporto con altri segni, per cui il fatto che si tratti di significati diversi dei termini usati non vuol dire altro che la diversità della struttura formale e/o delle regole sintattiche del sistema di riferimento. Per cui la differenza dell’uso dei termini non significa sostanziale equivalenza delle logiche, ma una strutturale diversità delle stesse. In terzo luogo può anche essere che, dal punto di vista formalistico, come il significato di “retta” non sia riducibile né a quello della G-euclidea né a quello della G-non euclidea, così allo stesso modo il significato di “non” non sia in realtà né quello della logica aristotelica né quella della logica non-aristotelica.

In quarto ed ultimo luogo è possibile che tra diverse logiche ci sia una reciproca traducibilità, ma ciò non implica che esse abbiano lo stesso sinn, oppure che esse portino alla medesima rappresentazione del mondo.

 

 

Il paradosso del dialetto ed il rapporto tra premesse e conclusioni

 

A proposito della pluralità di logiche, Schlick cade nella trappola del dialetto (o del linguaggio primario) : date diverse lingue con diverse regole grammaticali e sintattiche, Schlick dal fatto che queste grammatiche sono scritte nel suo dialetto (essendo state scritte per gli alunni del suo paese) deduce che la sua lingua è superiore a tutte le altre perché descrive le grammatiche di tutte le altre lingue. Schlick deduce pure che le differenze tra grammatiche sono irrilevanti, altrimenti non sarebbe possibile scrivere grammatiche di altre lingue nel suo dialetto. Questo errore di prospettiva è molto frequente. Il fatto è che, se la traducibilità reciproca delle logiche presuppone regole comuni alle logiche stesse, queste regole non sono quelle proprie delle singole logiche (ad es. il pdnc) ma vanno indagate più in profondità. Anche se Einstein era certo delle leggi da lui individuate, pur tuttavia il problema sta proprio nell’individuazione delle leggi (cioè nella determinazione delle premesse). Ma anche la deduzione delle conclusioni dalla premesse potrebbe essere problematizzata : perché ad es. “Socrate è mortale” deriva certamente da “Tutti gli uomini sono mortali” e “Socrate è un uomo” ? 

 

Quanto al ragionamento fatto da Schlick sulle combinazioni di giudizi e di relazioni, va detto che le tesi di Schlick sono interessanti, ma andrebbero verificate nel dettaglio. Si può anticipare che, mentre le combinazioni di concetti sono analoghe a somme o prodotti, le combinazioni di giudizi sono analoghe a divisioni.

 

 

Mentre invece ci si può domandare perché secondo Schlick i risultati delle deduzioni sono contenuti nelle premesse solo implicitamente e perché l’esplicitazione di essi non può essere considerata un implementazione di conoscenza. Infatti le conclusioni logiche quanto meno sembrano essere diverse dalle premesse e questo Schlick non riesce a spiegarlo.

 

 

 

 

 


12 luglio 2010

Matematica e realtà in Schlick

Il rapporto della logica con la realtà

 

Schlick poi passa ad esaminare i giudizi che non solo valgono per la realtà, ma enunciano anche una conoscenza di realtà : da cosa sappiamo ad es. che le leggi della meccanica celeste valgono universalmente nello spazio e nel tempo ? Possono esserci giudizi sintetici validi ?

Schlick dice che con Kant si chiamano sintetici quei giudizi che di un oggetto asseriscono qualcosa che non è contenuto nel concetto dell’oggetto. In essi la relazione tra soggetto e predicato non è data da una definizione, ma è istituita da una conoscenza. Se dunque vogliamo decidere la questione circa la validità di tali giudizi, possiamo farlo solo sulla base di ciò che siamo arrivati a comprendere circa l’essenza dell’atto conoscitivo.

Schlick aggiunge che reali sono i  nostri vissuti e ciò che con essi si connette secondo regole determinate. Conoscere la realtà significa ritrovare un oggetto reale in un altro e si riduce ad un ri-conoscere, un identificare contenuti di coscienza intuitivi o non-intuitivi. Questo atto del confrontare, per via della fugacità di tutti i vissuti, è sempre caratterizzato da incertezza. E il solo modo per produrre concetti del tutto esatti consiste nello svincolarli dal mondo reale. Ciò avviene per mezzo della definizione implicita che definisce concetti solo attraverso concetti e non mediante riferimento al reale.

 

 

Kant e la validità della scienza

 

Schlick poi si chiede se ci sia la possibilità di gettare un ponte tra la realtà ed i concetti rigorosi della logica e della matematica, soprattutto tenendo conto che ogni giudizio empirico “A è B” è una proposizione valida solo nel momento dell’osservazione.

In ogni istante della nostra vita si devono presupporre come veri innumerevoli giudizi per poter agire ed esistere. Tali giudizi sono davvero al di sopra di ogni dubbio ? Schlick risponde che no, un giudizio sintetico non può mai essere apoditticamente certo e non si può mai tornare al razionalismo estremo, ma solo a quello di tipo kantiano.

Per Kant, se la conoscenza deve conformarsi alla realtà, è impossibile che sia assolutamente valida. Perciò le mie verità sono universalmente valide solo se è la realtà che si conforma in qualche modo alla mia conoscenza : questa è l’unica via possibile per salvare una conoscenza di realtà che voglia essere universalmente valida. Per Kant essa non è solo una possibilità, ma una via effettivamente esistente per cui le leggi a cui gli oggetti di esperienza obbediscono sono al tempo stesso le leggi secondo cui l’esperienza stessa ha luogo quale processo di conoscenza : poiché  qualcosa mi viene dato nell’esperienza, proprio per questo è sottoposto alle leggi dell’esperienza e l’esperienza non è mera percezione, ma è uso efficace della percezione.

Per Schlick, Kant respinge i tentativi di giustificazione empirica dei massimi principi della scienza, perché altrimenti non si spiegherebbe la validità universale di quei principi. Giustamente, per Schlick, Kant presuppone la scienza e cerca di spiegarla, mentre Hume metteva in dubbio la scienza.

 

 

La geometria scienza dello spazio ?

 

Schlick poi, prima di affrontare l’ipotesi della possibilità di conoscenze sintetiche apriori, riassume la sua idea della matematica, la cui esattezza presuppone che essa sia scienza di meri concetti (e dunque analitica) definendo tali concetti attraverso definizioni implicite, unico metodo per garantire il rigore delle proposizioni.

Schlick si chiede però, se attribuendo ai concetti un contenuto intuitivo, la geometria come scienza dello spazio rimarrebbe una scienza apriori. Infatti in tal caso “retta”, “piano” non sarebbero solo determinate attraverso definizioni implicite, ma si riferirebbero a configurazioni spaziali vere e proprie. In tal modo le configurazioni spaziali sarebbero tra loro in quelle relazioni che, attraverso le definizioni implicite, sono stabilite per i concetti di base geometrici. Quelle definizioni allora non sarebbero più tali, ma sarebbero proposizioni sintetiche e sarebbero assiomi che tratterebbero di grandezze intuitive (e non di concetti). Tuttavia, obietta Schlick, i singoli teoremi della geometria seguirebbero analiticamente dagli assiomi giacché, al contrario di quanto dice Kant, le dimostrazioni non hanno più bisogno dell’intuizione, ma possono essere condotte mediante deduzione puramente logica. E tuttavia anche i teoremi, essendo gli assiomi sintetici apriori, sarebbero (come gli assiomi) conoscenza sintetica apriori.

Schlick dice che per molti secoli si è pensato che la geometria euclidea fosse la geometria dello spazio, ma la geometria non euclidea ha smentito tale tesi, anche se i neokantiani dicono che sono pensabili geometrie altre da quella euclidea, ma solo quest’ultima sarebbe intuitivamente rappresentabile, per cui gli oggetti fisici dovrebbero necessariamente apparirci nello spazio euclideo.

Inoltre i kantiani sembrano aver buon gioco per il fatto che (come dice Poincarè) l’esperienza sensibile non può provare che una determinata geometria è la sola valida nello spazio empirico, in quanto i fatti di esperienza possono essere portati in accordo con qualsiasi geometria si voglia, solo che al tempo stesso si enuncino le leggi di natura in una formulazione appropriata. Schlick aggiunge che una seconda retta parallela alla data, che costituisca con la prima un angolo di un milionesimo di grado, non sarebbe percepibile come falsa parallela e dunque la natura della geometria fisicamente valida non è empiricamente decidibile.

I kantiani però (obietta Schlick) ritengono che, se le intuizioni empiriche sono inesatte, c’è comunque un’intuizione pura molto più sicura. Schlick fa osservare che molte interrelazioni ascrivibili all’intuizione pura si rivelano però false. E questo è fatale per l’intuizione pura, perché una forma necessaria dell’intuire non può essere fallace.

Schlick dice pure che chi fa affidamento sull’intuizione deve sicuramente giudicare che, ad una curva perfettamente continua, si può sempre tracciare una tangente. Ma questo è un errore, perché Weierstrass ha specificato l’equazione di una curva perfettamente continua che in nessun punto possiede una tangente, perché l’equazione non è differenziabile in nessun punto : dunque in questo caso l’intuizione ci pianta in asso.

 

Spazio geometrico e spazi intuitivi

 

Schlick poi dice che la validità delle proposizioni geometriche non può essere fondata su di una intuizione pura semplicemente perché lo spazio della geometria non è affatto intuitivo in quanto non vi è un solo spazio intuitivo ma ve ne sono molti, tanti quanti sono i sensi spaziali posseduti : dunque vi è uno spazio ottico se non due (essendoci due occhi nell’uomo), uno spazio tattile, uno spazio delle sensazioni motorie. Tutti questi spazi sono tra loro radicalmente diversi. Lo spazio del geometra è invece uno solo e non è identico a nessuno degli spazi intuitivi. Esso è una costruzione concettuale che si forma con i dati spaziali dei singoli sensi e con l’ausilio del metodo delle coincidenze che coordina univocamente i singoli elementi degli spazi soggettivi. Questo a sua volta conduce alla formazione del concetti di “punto” nello spazio oggettivo.

Kant, continua Schlick, contrappone allo spazio intuitivo l’ordinamento non noto delle cose in sé. Invece noi abbiamo esperienza di diversi spazi intuitivi e ad essi contrapponiamo l’ordinamento dei corpi fisici che è appunto lo spazio geometrico. Negli spazi intuitivi gli assiomi geometrici non valgono : lo spazio della vista è uno spazio riemanniano, mentre lo spazio delle sensazioni tattili e muscolari forse non è euclideo. Perciò, conclude Schlick, la geometria non mantiene la sua validità quando ai suoi concetti si attribuisce un senso intuitivo. Alla nostra intuizione di spazio non sono peculiari determinati assiomi geometrici. Noi non possediamo alcuna intuizione dello spazio geometrico : questo è una configurazione concettuale che si costruisce così che possiamo, con il suo ausilio, formulare le leggi di natura nella forma più semplice possibile.

Questa costruzione e scelta degli assiomi non è che abbia luogo solo ad un certo stadio di sviluppo della fisica, perché già le esperienze della vita quotidiana sono riccamente permeate di una conoscenza di legalità di natura ed anche il concetto di “corpo” non potrebbe venire in essere senza certi concetti geometrici. Il punto di vista indicato guida l’uomo inconsciamente cosicché c’è bisogno di acute indagini per arrivare a conoscere che siamo guidati da un tale punto di vista.

La geometria euclidea, che era quella della vita quotidiana, sembrava dovesse fare da base per tutti gli scopi della scienza della natura. Ma la relatività einsteiniana pensa che la più esatta descrizione della natura implichi una geometria diversa dipendente dal potenziale di gravitazione del luogo preso in esame.

Schlick ribadisce poi che la descrizione fisicale della natura non è vincolata ad una particolare geometria : la scelta degli assiomi geometrici è a nostra descrizione ed in genere scegliamo gli assiomi che conducono a leggi fisiche di massima semplicità. Gli assiomi insomma sono definizioni e la geometria, sia come scienza di concetti che come scienza dello spazio, non procede da proposizioni sintetiche a priori ma da convenzioni, da definizioni implicite.

All’interno di queste definizioni la geometria ha carattere analitico. Ma le nostre asserzioni sui rapporti spaziali reali non appartengono alle geometria pura, ma alla sua applicazione a materiale empirico. Dunque hanno carattere sintetico a posteriori e solo l’esperienza decide della loro validità. Lo spazio geometrico è un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale : non c’è intuizione pura di tale spazio, né su di esso vi sono proposizioni sintetiche a priori.

 

 

La questione dell’aritmetica

 

Schlick poi sposta la sua attenzione sull’aritmetica : troviamo forse tra le proposizioni dell’aritmetica quei giudizi sintetici a priori che si sono cercati invano nella geometria ?

Kant ha erroneamente pensato che l’intuizione di tempo potesse svolgere per l’aritmetica un ruolo analogo a quello dell’intuizione di spazio per la geometria. Schlick obietta che il tempo è richiesto certo per il contare, ma la relazione è psicologica non epistemologica, poiché tutti gli altri atti psichici si compiono nel tempo. Anche la scrittura dei numeri è psicologicamente ma non epistemologicamente collegata allo spazio.

La dimostrazione del carattere analitico-deduttivo della geometria pura, ossia la dimostrazione della derivabilità di tutte le sue proposizioni da definizioni implicite fu fornita da Hilbert dietro il presupposto che l’aritmetica rappresentasse un insieme di verità esente da contraddizioni e consistente solo di giudizi analitici su concetti definiti implicitamente.

Che tutte le proposizioni aritmetiche si lasciassero derivare da un piccolo numero di assiomi non era da mettere in dubbio. Ma che questi assiomi possano essere concepiti come definizioni implicite dei concetti aritmetici fondamentali (in particolare i numeri) è dimostrato solo una volta che sia  mostrata l’incontraddittorietà di tali assiomi, in quanto giudizi che si contraddicono non definiscono nulla. Hilbert con Bernays è riuscito in geniali lavori a realizzare nell’essenziale questa dimostrazione e con ciò la natura analitica dei giudizi aritmetici è assicurata, giacché la loro validità non si basa sull’intuizione,. Quest’ultima  non è base della validità, ma mezzo per la comprensione dei giudizi aritmetici, per cui essi non hanno una funzione epistemologica, ma solo psicologica.

 

 

 

 

 Kant, la matematica e le scienze 

Schlick dice poi che, parlando di geometria, si deve distinguere tra pura scienza di concetti e scienza dello spazio. Tale duplicità non sembra sussistere nel caso dell’aritmetica, anche se potrebbe sembrare che il concetto hilbertiano (formalistico) di numero, consistente nel soddisfare certi assiomi,  sia analogo alla geometria pura, mentre il concetto russelliano (contenutistico) di numero inteso come classe di classi sarebbe analogo a quello della scienza dello spazio. In realtà obietta Schlick il numero hilbertiano è lo stesso che quello russelliano.

Egli dice poi che non vi sono molti altri giudizi il cui fondamento sarebbe un’intuizione  pura di tempo e quei pochi hanno più un ambito psicologistico che non logico. Il tempo psicologico non è quello matematico e quest’ultimo è una costruzione concettuale che, come lo spazio astratto, permette una formulazione semplificata delle leggi di natura. La Relatività pure ha contribuito a tale versione più astratta del tempo, versione che permette di pensare ad un tempo che non scorre uniforme e a differenti misure di tempo, a secondo dello stato di moto del sistema a cui viene riferita la descrizione dei processi di natura.

Dunque, Schlick conclude che spazio e tempo non sono forme a priori dell’intuizione, nel senso che renderebbero possibili dei giudizi sintetici universalmente validi. I fondamentali giudizi spaziali e temporali delle scienze esatte non hanno carattere sintetico a priori, né c’è la possibilità di una conoscenza di realtà apoditticamente valida.

 

 

 

 

 

Scienze di concetti e sintetico a priori

C’è un’ambiguità in chi sostiene il carattere non sintetico delle conoscenze logico matematiche : c’è chi dice che si tratta di una conoscenza che non riguarda il reale, c’è chi dice invece che non si tratta affatto di un incremento di conoscenze (giocando magari su di una distinzione fasulla tra conoscenza ed incremento di conoscenza)Inoltre la concezione della conoscenza come ri-conoscimento è troppo generica e vaga e si presta a malintesi. In secondo luogo non è che i concetti legati alla realtà siano inesatti : essi in sé sono esatti come i concetti slegati dalla realtà. È il criterio di validità ad essere diverso : per i concetti slegati dalla realtà basta la coerenza sintattica, per i concetti empirici invece è il rapporto problematico con un flusso d’esperienza che va per conto proprio.

Quanto al tentativo di Kant egli ci fornisce una teoria possibile che garantisca una conoscenza universalmente valida, ma non ci garantisce una conoscenza universalmente valida. Essa teoria dunque non si differenzia da una qualsiasi teoria metafisica. Dunque il criticismo kantiano presuppone un’altra forma di dogmatismo. Kant presuppone i principi a priori ma non li dimostra e la sua definizione di esperienza presuppone questi principi cosicché l’esperienza non potrà mai sconfessare i principi stessi.

Infine le leggi degli oggetti d’esperienza non equivalgono alle leggi dell’esperienza stessa : nel naturalismo la fisiologia della conoscenza non ricapitola la cosmologia.

Quanto alla natura di scienza dello spazio della geometria Schlick fa confusione perché pensa che, se gli assiomi sono sintetici ed i teoremi seguano analiticamente dagli assiomi (e siano logicamente equivalenti ad essi), anche i teoremi siano sintetici. Ma i teoremi sono L-equivalenti agli assiomi, ma proprio per questo epistemologicamente differenti da essi (in quanto analitici).

Inoltre non si può ridurre lo spazio geometrico ad ausilio per la fisica e le scienze naturali : la geometria è una disciplina autonoma. Ci si deve domandare anche se la conoscenza inconscia della legalità di natura rimanga sempre una conoscenza e se, essendo inconscia, non sia in un certo senso un apriori per quanto problematico e storicizzato.

Ancora, come l’applicazione della geometria può essere sottoposta a verifica empirica se si può valutare solo la semplicità delle leggi fisiche a cui una scelta di assiomi può condurre ? Schlick qui si contraddice perché da un lato parla di convenzionalismo (non solo della geometria pura, ma anche di quella applicata) e dall’altro di verifica empirica. Infine se esiste una geometria pura, lo spazio geometrico non è solo un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale.

Ci dobbiamo chiedere anche se la non contraddittorietà degli assiomi tra loro non valga anche a prescindere dal fatto se gli assiomi siano concepibili come definizioni implicite.

Inoltre la prova di Godel rimette in corsa la concezione della matematica come sintesi apriori kantiana (come crede Odifreddi) ? E se fosse così come s’introdurrebbe in tale discorso neokantiano una nozione come l’intuizione pura ?

Perché poi un mezzo per la comprensione non è immediatamente una base di validità ? L’apprendimento di una nozione non passa per la rappresentazione di cosa succederebbe se esso fosse, in un qualsiasi senso, vera ?

Ancora, per quanto riguarda il rapporto tra dimensione numerica e dimensione temporale, notiamo che per Bergson la separazione tra tempo soggettivo e tempo oggettivo è una sorta di dramma filosofico. Perché per Schlick no ? A nostro parere il concetto di ordine asimmetrico collega tra di loro i concetti di numero, spazio e tempo : il numero non si riduce a spazio e tempo e tuttavia tra di essi c’è un legame non del tutto contingente.

Da che deduce Schlick infine che il numero secondo Hilbert equivalga al numero secondo Russell ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


5 aprile 2010

La verificazione in Schlick

 

Univocità e verificazione

 

Avendo negato l’esistenza di uno specifico vissuto di evidenza, Schlick si domanda da quali dati di coscienza e con quale criterio si riconosce la verità. Egli dice che della verità sappiamo l’essenza e le proprietà. Essa è definita dalla univocità di coordinamento dei giudizi ai fatti. Qualsiasi indizio che permetta di stabilire se sussista tale univocità è un criterio di verità.

Ma, dell’aver luogo dell’univocità, c’è un solo contrassegno immediato : il mostrarsi che c’è un unico fatto coordinato al giudizio in esame, secondo le regole di designazione fissate.

Le scienze hanno sviluppato dei metodi di verificazione per controllare l’univocità della designazione di fatti mediante giudizi. La verificazione gioca un ruolo importante perché nelle scienze si avanzano i giudizi come ipotesi e poi si verifica se con tali giudizi viene ottenuta una designazione univoca.

Schlick dice poi che ogni giudizio ha senso solo nell’interconnessione con altri giudizi, in quanto affinché una proposizione abbia significato, devono essere date, oltre la proposizione stessa, almeno le definizioni dei concetti interni alla proposizione.

Nel caso di giudizi di realtà le definizioni si riportano sempre in qualche modo all’intuitivamente dato. Dunque ogni affermazione di realtà può essere messa in collegamento attraverso una catena di giudizi con i dati immediati, così che può essere controllata attraverso questi stessi dati la cui presenza o assenza diventa criterio per la verità o la falsità del giudizio.

 

 

La procedura di verificazione

 

Schlick poi precisa come avviene in concreto questa verifica :

  • Dobbiamo verificare l’asserzione di realtà G
  • Da G, aggiungendo Ga e rendendo G e Ga premesse di un sillogismo, deriviamo il nuovo giudizio G1.
  • A sua volta Ga può essere sia asserzione di realtà, sia definizione, sia proposizione concettuale che consideriamo stabilita.
  • Da G1 aggiungendo Gb si può derivare un nuovo giudizio G2
  • Così di seguito fino a Gn
  • Gn ha la seguente forma “al tempo T, nel luogo L, nelle circostanze C e C1, verrà esperito (osservato) x e y
  • Dunque ci si reca nel luogo L, al tempo T, si pongono in atto le circostanze C e C1, si designano (descrivono) in un giudizio percettivo P, le esperienze fatte in tale occasione, portando sotto i concetti appropriati (mediante atti di ri-conoscimento) ciò che si è osservato denominandolo con le parole d’uso.
  • Se P è identico a Gn , si verifica Gn e si verifica G
  • Giudizio e fatto sono coordinati tra loro seguendo due vie diverse, ma ambedue le volte un solo e medesimo giudizio designa un solo e medesimo fatto.
  • Dunque la coordinazione è univoca ed il giudizio vero.
  • Dato che l’ultimo anello della catena di giudizi ha condotto ad una designazione univoca, allora anche gli altri anelli e dunque l’inizio G soddisfano la condizione di verità per cui anche G è verificato.
  • Naturalmente G è certamente verificato, se la verità di Ga, Gb è già data e stabilita e ciò vale se essi sono definizioni o proposizioni concettuali (analitiche) che sono univoche di per sé.
  • Se invece Ga, Gb sono asserzioni di realtà la cui verità non è indubitabile, allora la verità di Gn non dimostra ancora la verità di G (conclusione vera a partire però da premesse dubbie)
  • G allora è solo probabile, ma c’è anche una verificazione di Ga, Gb, perché la maggiore probabilità di questi ultimi rende progressivamente più probabile anche G.
  • Sicchè, essendo Ga, Gb con Gn nello stesso rapporto con cui G sta con Gn ed essendo esse verificate mediante altre catene di giudizi, allora i singoli risultati di verifica si sostengono reciprocamente e l’univocità della coordinazione è progressivamente più assicurata per ogni membro dell’intero sistema di proposizioni.

Schlick fa un altro esempio di questo procedimento :

supponiamo che uno storico voglia accertare se un determinato evento si è svolto davvero così come ci è stato tramandato. Date certe indicazioni fornite da un libro, gli sarà lecito presumere che esistevano resoconti sull’evento, la cui relazione sia opera di testimoni che, per via più o meno diretta, abbia avuto co(noscenza) del fatto. Dai dati a disposizione, il ricercatore può trarre la conclusione che, tra le annotazioni di una certa persona (di cui le fonti fanno menzione)  si debba trovare una nota sull’avvenimento in questione. Egli avanzerà in via sperimentale la seguente proposizione che chiameremo GnNell’archivio x si trova un documento con le indicazioni A e B su quell’evento”. Se poi viene scoperto nell’archivio un tale documento, sulla base della percezione diretta dello scritto può essere avanzato (come P ? ) lo stesso Gn. E così, al medesimo stato di fatto, corrisponde ambedue le volte lo stesso giudizio e tutti i giudizi della catena di inferenze valgono come verificati.

 

Proposizioni ausiliarie e pragmatismo

 

Schlick dice pure che la sequenza dei giudizi della catena di inferenze è molto lunga ed in essa è contenuto un gran numero di proposizioni ausiliarie del tipo Ga, Gb…che non vengono menzionate esplicitamente perché non si dubita della loro verità e perché vengono dunque presupposte in ogni momento nel vivere e nel pensare. Proposizioni di questo tipo entrano in ogni processo di verificazione e, poiché esse trovano sempre conferma, noi le consideriamo fermamente vere.

Esempi di esse sono :

  • L’assunzione che non tutti i testimoni siano ingannati da allucinazioni.
  • L’assunzione che la pergamena e la carta mantengano inalterati i caratteri scritti.

Schlick conclude dicendo che la teoria della conoscenza del pragmatismo affermò che nei processi di verificazione consisterebbe l’intera essenza della verità. Nonostante quest’affermazione sia sbagliata, i pragmatisti hanno avuto il merito di far rilevare che, per constatare la verità (soprattutto delle asserzioni di realtà) non si dà altra via che la verificazione. A ciò va aggiunto che la verificazione ha come esito il rilevamento dell’identità di due giudizi. Nell’istante in cui diventa chiaro che, nel designare un fatto percepito, perveniamo allo stesso giudizio derivato per via logica, noi siamo persuasi della verità della proposizione sottoposta a prova. E non si dà altra via per tale persuasione, perché è proprio l’essenza dell’univocità a comportare che questa venga ad espressione nel modo descritto.

 

 

Le verità analitiche

 

Schlick ripassa poi a considerare le proposizioni puramente concettuali (verità analitiche) :

  1. La fugacità dei processi psichici non ci impedisce di formulare inferenze.
  2. Tuttavia non abbiamo determinato nei dettagli mediante quali atti di coscienza avviene l’inferenza analitica.
  3. E’ nell’essenza della deduzione che il contenuto della conclusione sia già tutto nelle premesse. Solo apparentemente la conclusione dice qualcosa di nuovo.
  4. Combinazioni di segni apparentemente diverse risultano equivalenti considerando le premesse.
  5. Se l’inferenza è stata corretta, l’univocità reciproca dei concetti deve rivelarsi nel fatto che, effettuando le sostituzioni permesse e/o richieste in virtù delle relazioni concettuali fissate nelle premesse, si perviene ad una pura identità.
  6. Per accertare la correttezza di una qualsivoglia relazione, si introducono, da ambedue le parti, in luogo dei simboli del calcolo, i loro significati e se ne ricava una identità.
  7. Anche ogni altra proposizione dedotta si lascia controllare così. Secondo le istruzioni contenute nelle premesse la conclusione dell’inferenza si risolve in una pura identità.
  8. Ad es., data la proposizione “Tutti gli uomini sono mortali. Caio è un uomo. Caio è mortale se nella conclusione, in accordo con la premessa minore, sostituiamo a Caio “un uomo” e , in accordo con la premessa maggiore, sostituiamo a “un uomo” il termine “un mortale”, la conclusione stessa si converte nella tautologia “Un mortale è un mortale”. L’univocità è documentata proprio da questa identità ed il presentarsi di una identità ci serve come criterio di verità.
  9. Ciò avviene attraverso processi più o meno intuitivi per cui vengono simulati i discontinui rapporti concettuali. Ad es. per discernere la verità di una qualsiasi proposizione generale, la devo anzitutto comprendere, rendendo chiaro il significato delle parole.
  10. Ciò lo possiamo esprimere dicendo che una proposizione generale viene portata a comprensione con l’applicarla ad un esempio intuitivo.
  11. Il discernimento della sua verità si risolve in un qualche vissuto di identità attraverso cui certe rappresentazioni mostrano di essere la stessa rappresentazione.
  12. I medesimi rapporti logici possono essere presentificati nelle maniere più diverse. Una sola e medesima proposizione geometrica posso rendermela chiara per mezzo di infinite figure. Analogamente la validità di un modo di inferenza me la posso illustrare con gli esempi più disparati.
  13. Del tutto indipendentemente dalla natura delle immagini illustrative, deve però comparire il vissuto di identità, poste che le immagini vadano parallele con le relazioni logiche.
  14. Tale vissuto di identità è quello di cui comunemente si parla come del sentimento di evidenza.
  15. Quali che sono i giudizi presi in considerazione ogni qualvolta a noi stessi diciamo “Va bene” oppure “E’ proprio così”, sempre ha luogo un tale vissuto di identità.
  16. Di contro il falso si annuncia sempre attraverso un vissuto di disuguaglianza perché la verità è l’assolutamente costante, l’eternamente immutabile, l’univoco.
  17. Il comparire di tale sentimento di evidenza non è un infallibile criterio di verità, giacchè può esserci effettivamente identità tra i dati di coscienza decisivi, senza che sia corretto il giudizio riflettendo sul quale essi compaiono.
  18. Questo può succedere se la corrispondenza tra concetti o giudizi e  le loro presentificazioni intuitive è difettiva, cioè nella continuità dei processi di coscienza non s’impone il fattore di discretezza, riconosciuto come la condizione necessaria del pensiero esatto.
  19. Allora può avvenire che, per una tale deficienza, un solo e medesimo dato di coscienza diventi rappresentante di differenti concetti e sorga così un vissuto di identità nel posto sbagliato.
  20. L’errore può venire scoperto riesaminando più volte l’analisi, in quanto, essendo stato il movimento dei processi di coscienza influenzato da circostanze accidentali, è probabile che l’analisi non si riproponga una seconda volta alla stessa maniera e si riveli così la discrepanza.
  21. Non vi sono prescrizioni psicologiche su come riuscire ad evitare tali discrepanze per far comparire il sentimento di evidenza sempre al posto giusto.
  22. Per la fondazione di conoscenza inoppugnabile è sufficiente che, in certe circostanze, queste condizioni siano realmente soddisfatte e che ciò accada è al di là di ogni dubbio.

 

Differenza tra proposizioni concettuali ed asserzioni di realtà

 

Schlick poi, riconosciuto che l’accertamento della verità si realizza attraverso un vissuto di identità, sia nelle proposizioni concettuali, che nelle asserzioni di realtà, egli cerca di individuare cosa differenzia i due tipi di giudizi. Egli dice che se da verificare è un’asserzione di realtà (ottenuta attraverso inferenze) la verificazione è un qualcosa di affatto nuovo rispetto ai processi che hanno portato alla formulazione del giudizio. Essa è un’azione con cui l’uomo prende posizione rispetto al mondo che lo circonda attendendosi un esito.

Ma l’uomo, si domanda Schlick, può mai sapere con certezza che un giudizio su delle realtà deve trovare conferma ? L’uomo potrebbe studiare in maniera perfetta le leggi della natura ? Sarebbe sicuro che la natura domani seguirà le stesse leggi ?

Premettendo che, con un numero limitato di verificazioni, si può inferire solo la probabilità di un giudizio di realtà, dice che, per avere l’assoluta certezza che una proposizione troverà sempre conferma (che è cioè universalmente valida), si dovrebbe poter comandare alla realtà di fornirci in ogni prova una percezione che sia in accordo con quella che ci attendiamo (ipotesi di Kant).

Nel caso dei giudizi analitici, il processo di verificazione non è qualcosa di nuovo rispetto al processo di derivazione, ma si basa sugli stessi dati su cui si regge il processo di derivazione e non va oltre quest’ultimo in una realtà estranea.

 

 

La garanzia della verità dei giudizi analitici

 

Circa la contingenza delle leggi logiche Schlick fa le seguenti osservazioni :

  • Non potrebbe la legiformità della mia coscienza subire un cambiamento per cui in avvenire mi apparirà come vero ciò che è adesso falso ?
  • Una coscienza che è capace di stabilire determinate definizioni può anche discernere sempre le proposizioni analitiche che seguono da quelle definizioni, giacché i due processi sono in realtà lo stesso processo.
  • Il giudizio non va oltre ciò che è già posto nei suoi concetti. La questione se un giudizio sia vero ha senso solo per una coscienza in grado di costruire e comprendere le definizioni dei concetti ricorrenti nel giudizio. E per una tale coscienza, la questione ha già anche una risposta.
  • E’ possibile diventare un malato di mente e la legiformità dei processi di coscienza può cambiare, così che non si comprenda più la tavola pitagorica, ma in tal caso non si comprenderebbe correttamente nemmeno il senso dei singoli termini numerici o pensare una proposizione sensata sui numeri e la questione sulla correttezza di tale proposizione non la potrei nemmeno sollevare.
  • Una coscienza in grado di comprendere una proposizione analitica ha anche la capacità di verificarla, perché le due cose avvengono attraverso lo stesso processo.
  • Ciò vale indipendentemente dal tipo di legiformità della coscienza pensante se si venisse trasformati in un altro essere con psiche del tutto diversa. Allora i processi di coscienza e le relative leggi non avrebbero alcuna somiglianza con quelli usuali e tuttavia si sarebbe in gradi di discernere la verità della proposizione, altrimenti non si sarebbe in grado di comprenderla.
  • Questo vuol dire che, nel caso dei giudizi analitici, mi è garantita la loro assoluta verità. C’è la certezza che essi debbono trovare sempre verifica o meglio tanto spesso quanto si pensano i giudizi. Se non si pensa, la questione diventa priva di senso.

 

 

 

La verificazione infinita

 

Perché Schlick, a proposito dell’univocità di coordinamento, parla di  il mostrarsi che c’è un unico fatto …” ? Perché egli non parla del fatto stesso ? Già egli anticipa il criterio di Tarski, per cui “p è vera se, e solo se, p” ? E come si mostra che c’è un unico fatto ? L’unicità del fatto è empiricamente verificabile ? Sembrerebbe di no …

Per cui anche la possibile verificazione andrebbe a sua volta verificata.

L’univocità di cui parla Schlick non è poi forse una condizione della verità (il senso univoco della proposizione) e non la verità stessa ? Si può dire che :

Ø  Senso = a “p” corrisponde p e soltanto p

Ø  Verificazione =  p, dunque “p” è vera

C’è inoltre una differenza tra il coordinamento con il fatto e quello con un dato immediato ? Quest’ultimo non potrebbe essere solo un termine di una proposizione e dunque non coincidere con un fatto ? In tal caso è possibile trasformare un termine (il dato immediato) in una proposizione (il fatto) ? E se tale trasformazione è possibile ciò si concilia con l’univocità del fatto designato ? Due sensazioni di “rosso” sono riassumibili in un unico fatto ? O esse sono sempre distinte dal diverso contesto spazio-temporale nelle quali sono immerse ? E tale contesto sempre diverso consente l’univocità della designazione ?

 

 

La verificazione impossibile

 

Dato che, partendo da premesse false, si può giungere ad una proposizione vera, allora risulta impossibile verificare la proposizione G attraverso la verifica della proposizione G n.

Pensare che la verifica di G’, G’’ … renda più probabile la verità di G è solo la reiterazione dello stesso errore.

Inoltre è possibile designare univocamente le esperienze in un giudizio percettivo p ?

Cosa vuol dire “… portare ciò che si è osservato sotto i concetti appropriati …” ?

Come si ri-conosce un’esperienza ?

Nella verifica il giudizio percettivo p designa un fatto che in quanto tale dovrebbe venire osservato, ma nella deduzione qual è il fatto designato da G n  ? Un referente ideale ? Ma in tal caso come p può verificare G n ?  Oppure G n corrisponde al giudizio percettivo p ? Ma allora in tal caso cosa bisogna verificare ? Si direbbe che G n sia una versione metalinguistica di p (“Al tempo x ed al posto y si verificherà p”) ed in tal caso G n è ridondante, a meno che “si verificherà” voglia dire non “avverrà”, ma “sarà verificato da Tizio e Caio”. In tal caso si ha un’altra proposizione da verificare e così via all’infinito. Del resto la tendenza di Schlick a dire che la verifica sia in realtà un rapporto tra due proposizioni taglia da un lato del tutto fuori l’empiria e rende l’autore (almeno in questa fase del suo pensiero) molto più vicino al Neurath che in seguito tenderà a criticare.

Infine più occasioni di dimostrare proposizioni sono al contempo più occasioni per la comparsa di proposizioni ausiliarie da dimostrare. Queste ultime, anche se pragmaticamente non vengono discusse, non vuol dire che siano filosoficamente accettabili.  Dunque la speranza di Schlick di rendere più probabile G forse non ha molto respiro.

 

 

La verificazione in logica

 

Quanto alle verità analitiche in primo luogo perché per Schlick le premesse di un inferenza contengono delle istruzioni ? Sarebbe come trasformare una condizionale in un imperativo ipotetico.

Cosa differenzia poi l’esecuzione delle istruzioni e lo svolgimento di un sillogismo ? Le istruzioni eseguite sono come una verifica empirica del sillogismo ? La tautologia è il risultato della verifica del sillogismo, così come l’identità tra G n e p è il risultato della verifica dell’asserzione di realtà ?

La verifica di una tautologia è sempre identica alla sua formulazione ? E questo cosa comporta ?

Schlick, identificando elaborazione e verificazione in campo logico, presuppone ciò che vuole dimostrare e cioè la mancanza di contingenza delle leggi logiche. Mentre nella natura c’è una differenza tra le leggi e gli eventi (contingenti), in logica sembra che tale differenza non sussista.

Corrispondentemente, in natura non c’è un evento errato, cosa che invece può esserci in logica. Nel campo logico invece, la verifica, a nostro parere,  pur senza riguardare il mondo esterno, comporta comunque un incremento cognitivo, dal momento che riguarda l’orizzonte delle strutture ideali e dunque una sorta di realtà che non passa per la fisica.

Schlick vuole dimostrare la differenza tra proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche, mentre invece dimostra che sono solo momenti dello stesso processo conoscitivo. Si può dire infatti che la verità analitica non sia una tautologia, ma ogni conoscenza sintetica (geneticamente) è trasformata in conoscenza analitica (validativamente) attraverso la sistematizzazione delle conoscenze.

Stabilendo invece  un alternativa (fittizia) tra tautologia ed insensatezza, Schlick non spiega perché il corso di logica duri un anno intero e non qualche ora. Inoltre, se si accettassero le sue tesi non si capirebbe perché certi sillogismi sembrano evidenti se le premesse sono condivise e non lo sono altrettanto se tali premesse sono patentemente false. Ciò dimostra che la verità logica non sempre viene riconosciuta come tale.

Il fatto poi che un altro essere con psiche del tutto diversa ugualmente userebbe sistemi proposizionali dove la derivazione coincide con la verifica è solo un’ipotesi azzardata e non una certezza. Ma che Schlick sia partigiano lo sin può vedere dal fatto che egli subito identifica il cambiamento di legiformità psichica con la malattia mentale, presupponendo ancora una volta quello che andrebbe dimostrato e che cioè non sia possibile pensare secondo una logica diversa.

 

 

Le immagini ausiliarie

 

Schlick erroneamente pensa che la comprensione di un termine (o di una proposizione) generale passi obbligatoriamente per una esemplificazione particolare (e forse empirica) del termine stesso. Ma l’esempio può geneticamente aiutarci a comprendere il termine, ma non ne costituisce il sinn. Non è un caso che Schlick dopo un po’ banalizzi l’esempio empirico facendone un ausilio illustrativo (come ha fatto anche Frege), mentre invece può essere considerato (ma solo se interpretato simbolicamente, ad es. in un pittogramma) un’altra espressione linguistica del sinn.

Che Schlick non sappia che ruolo dare a tali esempi, è evidente pure dal fatto che, in altro passo, egli dice che tali immagini devono andare parallele alle relazioni logiche. Ma allora hanno ruolo ancillare, sono degli equivalenti o costituiscono decisivamente il sinn di un’espressione linguistica ? Forse Schlick in tale frangente non ci può aiutare.

 

 


12 agosto 2005

L'argomentazione trascendentale

ESISTE VERITA ‘ ?

UNA RIFLESSIONE SULLA PROVA APAGOGICA IN VITTORIO HOSLE

 

“...sia che l’Uno sia, sia che non sia, sia l’Uno sia gli Altri, e rispetto

a se stessi e fra loro, sono tutte le cose e non sono, appaiono essere

tutte le cose e non appaiono essere così.”

                                                                                                     ( Platone, “Parmenide” 165D-166C)

 

LA PROVA APAGOGICA

Vittorio Hosle, noto ad un pubblico più vasto come autore di un pamphlet sulla questione ecologica (1), è più conosciuto tra gli addetti ai lavori per un ambizioso e discusso tentativo di ricostituire un sapere filosofico e scientifico unificato sotto la stella di una versione fondazionale dell’Idealismo tedesco (2). La chiave di volta di tutto il suo controverso progetto filosofico è il recupero dell’argomentazione pragmatica di K.O.Apel (3) in chiave più spregiudicatamente ontologica e dunque in piena continuità con l’argomentazione apagogica elaborata in forme ed epoche diverse nel corso della storia della filosofia (4). Attraverso tale riformulazione, Hosle vuole argomentare contro le tesi del Nichilismo epistemologico, del Relativismo, dell’Ontoteologia negativa, del Misticismo apofatico e dell’Empirismo logico . Egli in pratica evidenzia una contraddizione tra il contenuto delle posizioni da lui criticate e lo statuto di proposizione ( o sistema di proposizioni ) che tali posizioni condividono. Tali posizioni  sarebbero in contraddizione tra ciò che esse dicono e ciò che esse pretendono di essere (proposizioni cioè con un’istanza di verità e di determinazione di un oggetto o di uno stato di cose) (5). Ad es.  nel caso del Nichilismo epistemologico (6), secondo cui “TUTTE LE PROPOSIZIONI SONO FALSE”, tale posizione dovrebbe essere pure falsa, giacché essa stessa si riassume in una proposizione. Nel caso del Relativismo(7)invece, per il quale “ NON ESISTE SAPERE SENZA PRESUPPOSTI” , anch’esso risulterebbe vero solo a certi presupposti e perciò, a diversi presupposti, dovrebbe essere vera anche la proposizione “ ESISTE UN SAPERE SENZA PRESUPPOSTI” ; a questo punto però, continua Hosle, la proposizione risultante “A CERTI PRESUPPOSTI ESISTE UN SAPERE SENZA PRESUPPOSTI” è chiaramente contraddittoria . Per quel che riguarda Ontoteologia negativa e Misticismo apofatico che rispettivamente asseriscono l’indeterminazione della Realtà e l’incomunicabilità della Verità (8), Hosle obietta che tali posizioni sono esse stesse un determinare la Realtà ed un comunicare la Verità sia pure ad un livello più povero ed elementare. Giungiamo infine all’Empirismo logico che per Hosle si riassume nella proposizione “NON ESISTONO PROPOSIZIONI SINTETICHE A PRIORI”(9) e quindi costituisce una posizione contraddittoria giacché pretende di essere, data la sua struttura, una conoscenza sintetica a priori e cioè una conoscenza non ricavabile analiticamente dalle premesse, né legittimabile da un sia pur indefinito ricorso all’esperienza sensibile (10). Da queste confutazioni e dalla riflessione sulla prova apagogica stessa, Hosle perviene alla conclusione che la Verità, da lui hegelianamente identificata con l’Assoluto, :

1.     Esiste

2.     E’ determinata.

3.     E’ comunicabile.

4.     E’ universale e necessaria.

5.     E’ costituita da proposizioni sintetiche a priori.

6.     E’ autofondantesi (riflessiva).(11)

Hosle argomenta inoltre che le proposizioni vere, determinate, universali e necessarie, sintetiche a priori, sono in primo luogo quelle che asseriscono l’esistenza di proposizioni vere, determinate, universali , necessarie e sintetiche a priori. Esse sono universali e necessarie perché si dimostra che le proposizioni a loro contraddittorie le presuppongono implicitamente ( e perciò si contraddicono ). Hosle in tal modo ritiene di aver risolto il problema della fondazione certa di una filosofia rigorosa, sfuggendo al c.d. trilemma di Munchausen, costituito dal circolo vizioso, dal rinvio ad infinitum e dalla fondazione assiomatica arbitraria (12). Rivelando l’inconsistenza di certe proposizioni si può giungere alla dimostrazione della verità necessaria delle proposizioni a queste contraddittorie.  


Vittorio Hosle (a sinistra nella foto)

 

CRITICA DELLA PROVA

 

La prova apagogica rimane ancor oggi la più formidabile e potente procedura argomentativa mai elaborata

(molto più ricca di informazioni che non il calcolo deduttivo analitico e molto più fornita di implicazioni esi-

stenziali che non il sapere empirico delle scienze positive), tanto da poter essere considerata il metodo principale del pensiero filosofico-metafisico, quello cioè più puro e con il più alto grado di astrazione (13).

D’altronde esso non può essere considerato uno strumento cogente ed univoco per la costituzione di un sapere assoluto (cosa che Hosle vuole delineare). Essa infatti, comunque la si immagini, si basa su ciò che vuole indirettamente dimostrare ed è dunque una sorta di circolo vizioso, a meno che non venga interpretata in maniera differente : Ad es. nella critica al Nichilismo epistemologico, essa presuppone i principi logici fondamentali, la natura proposizionale della posizione nichilista e la stessa proposizione “ESISTONO PROPOSIZIONI VERE”. Perciò il nichilista potrebbe negare a suo piacimento uno, alcuni o tutti questi presupposti, evitando così di essere costretto a riconoscere le ragioni dell’interlocutore, che chiameremo Panlogista. Quest’ultimo potrebbe impugnare a sua volta le proposizioni con cui il nichilista esprime le proprie negazioni, ma a sua volta il nichilista potrebbe negare tale impugnazione e così ad infinitum. D’altro canto il Panlogista vorrebbe esorcizzare tale regresso ad infinitum  rimproverando, a chi muove la critica di circolo vizioso verso l’argomentazione apagogica, di confondere livello pragmatico-trascendentale e il livello del linguaggio formale. A tal punto però è lui che ha l’onere di spiegare cosa sia il piano pragmatico-trascendentale e come si possa conciliare l’oggettivabilità di tale livello (indispensabile per l’interpretazione riduzionistica della prova stessa) con l’impossibilità di negare il valore di verità a proposizioni che pretendono di situarsi in questo livello stesso, se è vero che si può tranquillamente ma-

nipolare simbolicamente qualsiasi concetto integrabile in una sistematizzazione scientifica.

Dunque il  panlogista ed il nichilista possono rovesciare all’infinito le posizioni loro avverse, il primo accusando il secondo di contraddirsi, il secondo negando a suo piacimento le proposizioni che costituiscono la struttura argomentativa dell’interlocutore. Il regresso ad infinitum che ne deriva è di natura riflessiva ed essenzialmente diverso da quello esemplificato nel trilemma di Munchausen, a cui comunque non si può tornare con l’ingenuità di prima. Tali osservazioni sulla prova valgono anche per le altre confutazioni, anche se queste nel contempo presentano specifici punti di riflessione : nel caso del Relativismo ad es. la contraddizione che Hosle crede di intravedere nella proposizione “ A CERTI PRESUPPOSTI ESISTE UN SAPERE SENZA PRESUPPOSTI” è apparente. Infatti tale proposizione in realtà si formula così :

A CERTI PRESUPPOSTI LA PROPOSIZIONE ‘esiste un sapere senza presupposti’ E’ VERA”.

 In pratica “ESISTE UN SAPERE SENZA PRESUPPOSTI” è vera a certi presupposti e quindi non fa parte del  sapere senza presupposti di cui afferma sì l’esistenza ma non determina il contenuto.

Nel caso dell’Ontoteologia negativa invece, la stessa proposizione in cui si risolve la prova e cioè

LA REALTA’ E’ DETERMINATA” intenziona un riferimento ben preciso ma è a sua volta in sé completamente vuota : la sua pretesa si infrange nell’incertezza della sua successiva articolazione (quella di specificare la determinazione di cui essa parla) nel mentre dà l’illusione di aver fatto un passo avanti. Ciò si collega anche alla critica dell’Empirismo logico, dove l’empirista può convenire sulla verità di “ESISTONO PROPOSIZIONI SINTETICHE A PRIORI”, a patto però di considerarla a sua volta come proposizione analitica a priori (14) e può al tempo stesso porre il problema di determinare quali siano queste proposizioni sintetiche a priori di cui si parla ed attribuire giustamente al Panlogista l’onere di mostrarne almeno una.

 

 

PROPOSTE

 

 

Dunque la prova apagogica si presta a più di una critica, e per restituirle la sua preminenza a livello filosofico,  bisogna reinterpretarla alla luce di uno sfondo ontologico diverso. La possibilità per il Panlogista e per il Nichilista di rovesciare le proprie rispettive argomentazioni ad infinitum evidenzia in controluce una terza posizione che può essere anch’essa attaccata da entrambi gli interlocutori, ma è presente in essa la consapevolezza di questa eventualità, l’intenzione di giudicare alla fine sterile l’insistenza su una delle posizioni particolari così delineate e vi è infine l’obiettivo di abbozzare (come fa il teologo negativo o meglio quello eminenziale) (15) una ontologia che dia conto del Nichilismo e del Relativismo (16). Un’esempio potrebbe essere proprio una versione corretta dell’Idealismo hegeliano (non quella dogmatica di Hosle), dove le diverse categorie e teorie filosofiche non solo siano disposte, per così dire, l’una accanto all’altra ma siano reciprocamente legate da nessi logico-filosofici più forti, tali che da una tesi se ne possa generare un’altra (se si adotta la prova apagogica) ma al tempo stesso senza che le prime vadano subordinate alle seconde (e per garantire ciò, valgono le controargomentazioni possibili che abbiamo prima esemplificato ). A tal proposito, sarebbe interessante riscrivere la Logica di Hegel (se non l’intero sistema), tentando di tradurla in una serie di espressioni logico-filosofiche che si generano le une dalle altre (ed in ciò Hosle ha dato contributi fondamentali) ma con la permanente possibilità di fermarsi in un punto qualunque del percorso, per cui ad ogni passaggio l’argomentazione stessa sarebbe una scelta, senza averne l’apparenza di arbitrio (17). Tale scelta risulta essere  una concretizzazione temporale e particolare di una struttura in sé riflessiva della Realtà , solo però se la suddetta struttura sia oggettivamente ambivalente (contraddittoria) ed equanime rispetto alle posizioni opposte dell’interlocuzione filosofica (ad es. Panlogismo e Nichilismo) (18).

Un altro possibile modello , sempre ispirato all’hegelismo (anzi forse più aderente al suo punto di vista) è quello in cui ,invece di controbilanciare la prova apagogica con le controargomentazioni prima esemplificate (di tipo radicalmente negativo), si trasforma la prova apagogica in un processo dialettico basato sulla critica immanente dei concetti. Per fare questo, occorre sostituire alla prova apagogica puramente esteriore, per cui il carattere certo della verità è ottenuto indirettamente attraverso la negazione della negazione, il metodo dialettico della critica immanente in cui la negazione della negazione è essa stessa l’affermazione della verità e non la sua estrinseca dimostrazione : la Verità è sì il risultato, però una volta che ricomprende in sé tutti i momenti e le posizioni che la hanno preceduto. Nella prova apagogica “TUTTE LE PROPOSIZIONI SONO FALSE” è inconsistente e dunque è vera la sua contraddittoria e cioè “ALCUNE PROPOSIZIONI SONO VERE”.

Nella dialettica “TUTTE LE PROPOSIZIONI SONO FALSE” è vera e, proprio perché è vera, è falsa e dunque è vera “ALCUNE PROPOSIZIONI SONO VERE” (19). Analogamente nella critica immanente, dove dal concetto di Realtà indeterminata si passa a quello di Realtà determinata, la prima posizione viene inverata dalla seconda che la contraddice nella sua interpretazione letterale, sicché l’Indeterminazione piattamente negativa della prima formulazione si arricchisce di tutte le potenziali interpretazioni che la proposizione “LA REALTA’ E’ DETERMINATA” richiede (20). In tal caso però la Determinazione cui si giunge è un Omni-determinazione ( il “Massimo di tutti i pensabili" a cui alludeva Anselmo senza coglierne tutte le implicazioni non-teistiche ) (21), che ha bisogno di una logica sicuramente diversa da quella bivalente nel tentare di spiegare la compresenza di diverse interpretazioni possibili all’interno della Realtà “determinata” stessa (22). Un Assoluto descrivibile da tali modelli filosofici ( in questa sede ne abbiamo evidenziati due ) e dove ogni articolazione presenta una biforcazione che solo una scelta, che è al tempo stesso una teoresi, può orientare in un senso o nell’altro, non può essere per ora oggetto di una filosofia forte, a meno che forse non venga compiuta quella rilettura del sistema hegeliano di cui abbiamo parlato prima. Al momento, quello che si può fare è rinviare ad una forma di esperienza ed alla visione del mondo che da questa si è storicamente generata. Tale forma di esperienza, che si può considerare il terreno di base empirico della metafisica stessa, è quella estetico-emozionale fenomenologicamente traducibile nel lin-

guaggio mistico-religioso (23). La visione del mondo che ne deriva è quella della tradizione del Misticismo,

tradizione che presume di evidenziare i tratti ontologici ed esperienziali comuni a tutte le religioni positive (24) ed a molte declinazioni metafisiche del sapere filosofico (25).Tale tradizione ha per contenuto l’affermazione del l’esistenza di una Totalità infinita che è dal punto di vista logico-linguistico essenzialmente CONTRADDIZIONE e che viene esperita in situazioni specifiche e spesso con tecniche ascetiche specifiche (27). In questi frangenti  il coinvolgimento è tale da prefigurare o realizzare la scomparsa delle barriere tra il soggetto e l’oggetto non solo della conoscenza, ma anche di ogni specifica disposizione intenzionale ( il sesso, l’amore devozionale, l’azione ) e di ogni sentimento ( la gioia, l’angoscia , l’orrore ) (28). La natura contraddittoria di questa Realtà può far sorgere problemi sulla consistenza intrinseca del discorso relativo ad essa : ma, da un lato la possibilità di ambiti locali (in termini cioè di linguaggio-oggetto) in cui il principio di non-contraddizione non sia valido ( come ad es. nelle c.d. logiche paraconsistenti ) (29), dall’altro il fatto che la discussione su di un ambito globale  di violazione dei principi logici fondamentali ( violazione la cui portata e le cui conseguenze erano ben presenti e valorizzate nella cultura mistico-filosofica a cui facciamo riferimento ) (30) sia viziata dall’utilizzo di regole di deduzione basate sulla non-contraddizione, ci fa pensare che, anche da questo punto di vista, la questione sia tutt’altro che pacifica.

In questa Totalità infinita dove il pensiero si biforca ad ogni passo, lo stesso sapere non è qualcosa che precede e comprende univocamente la scelta etica, il sentimento, la pratica, l’esperienza estetica, ma è, al tempo stesso, un prodotto di questi contesti che esso classifica nel suo sistematizzarsi . L’argomentazione che ci orienta è contemporaneamente una scelta e dunque uno stile o una testimonianza etica, un sentimento e dunque un richiamo affettivo, una prassi e dunque la costituzione di uno spazio politico, una rappresentazione e dunque un’allusione estetica, una preghiera e dunque un’invocazione religiosa, una seduzione e dunque un atto sessuale (31). Il Logos ha dall’inizio tutta la ricchezza dei mondi vitali che esso vorrebbe dedurre, tutta la portata ed i limiti conoscitivi racchiusi nella concreta situazione in cui ha inizio un dialogo filosofico, ed a questa situazione aggiunge tutto ciò che aggiungono altre e non meno dignitose pratiche. Il fare filosofia con questa consapevolezza se da un lato non ci esime dal rendere sempre più raffinate ed approfondite le nostre analisi e cogenti le nostre argomentazioni d’altro canto ci invita a non pretendere da una dimostrazione quello che forse solo la nostra paziente avventura quotidiana può un po’ alla volta approssimare : noi, in quanto esseri sociali, siamo i veicoli stessi del procedere della filosofia (32), nel nostro voler stare con gli altri e nel nostro voler ritrarci dal mondo, nel nostro affermare e nel nostro negare. In questo Marx aveva ragione : è nella prassi e nel suo esser una prassi il futuro stesso della teoria(33).

 

 

 

                                                

 

 

                                                     NOTE

 

(1)  V.Hosle- Filosofia della crisi ecologica, Einaudi, Torino, 1992.

(2)  V.Hosle- Hegel e la fondazione dell’Idealismo oggettivo, Guerini e associati, Milano 1991

Solo in tedesco è disponibile V.Hosle- Die Krise der Gegenwart und die Verantwortung der Philosophie.Transzen-

dentalpragmatik, Letzbegrundung und Ethik- Beck, Munchen 1990.

(3) Si veda K.O.Apel- Comunità e comunicazione- Rosemberg e Sellier, Torino 1977 ; id.- Il logos distintivo della

lingua umana- Guida ed., Napoli 1989 ; id.- Etica della comunicazione- Ed.Jaca Book, Milano 1992 ; id.-Discorso

verità, responsabilità- Guerini e associati, Milano 1997.

(4)  Platone- Apologia di Socrate  e  id.- Gorgia  in Platone- Tutte le opere- Sansoni, Firenze 1988 ; S.Agostino-

De Trinitate 25,12,21  e  id.- De civitate Dei 11,26 ( per un esposizione sintetica G.B.Mondin- Il pensiero di Ago-

tino- Città Nuova, Roma 1988 pp. 114-120) ; Cartesio- Meditazioni metafisiche in  Opere filosofiche vol. II, Later-

za, Roma-Bari, 1986 pp. 17-32 ; J.G.Fichte- Dottrina della scienza- Laterza, Roma-Bari 1987 pp. 33-37 e 75-101

(5)  V.Hosle- op.cit.- Milano 1991 p.55.

(6)  Storicamente questa posizione si è espressa nella maniera più esplicita in Gorgia ; su di lui v. M.Untersteiner- I

Sofisti- B.Mondadori, Milano 1996 pp. 217-240.

(7)  Varie formulazioni del Relativismo : H.Albert- Per un razionalismo critico- Mulino, Bologna 1973 ; P.K.Feyera-

bend- Addio alla ragione- Armando ed., Roma 1990 ; N. Trubeckoj - L’Europa e l’umanità - Einaudi, Torino 1982

N.Goodman - Vedere e costruire il mondo - Laterza, Roma-Bari 1988 ; B.J.Whorf - Linguaggio, pensiero, realtà -

Bollati Boringhieri 1970.

(8)  Si veda , oltre Gorgia, Pseudo-Dionigi Areopagita - Tutte le opere - Rusconi, Milano 1981 ; N.Cusano - La

Dotta Ignoranza, Le Congetture - Rusconi, Milano 1988 ; Lao Tze - Tao Te Ching  Il libro della Via e della Virtù -

Mondadori, Milano 1978 p. 27 e p. 173 ; L. Wittgenstein - Tractatus logico-philosophicus - Einaudi, Torino 1989

pp. 173-175.

(9)  H.Reichenbach- Relatività e conoscenza  a priori - Laterza, Roma-Bari 1984 ; R.Carnap- Uberwindung der

Metaphysik durch logische Analyse der Sprache ( tr.it. in Il Neoempirismo - Utet, Torino 1969 pp. 504-532) ; L.

Wittgenstein - op.cit.- Torino 1989 P.175 prop. 6.53 e p. 47 prop. 4.024 ; M.Schlick- Teoria generale della cono-

scenza - F.Angeli , Milano 1986 pp.381-417.

(10) V.Hosle- op. cit. - Milano 1991 pp.139-143

(11) Ibidem pp.63-65

(12) Per il trilemma di Munchausen v. H.Albert- op.cit. - Bologna 1972 pp.20-25.

(13) forme analoghe alla prova apagogica si possono considerare sia l’argomentazione aristotelica a favore del prin-

cipio di non contraddizione (elenchòs) sia la meritatamente famosa prova ontologica di S.Anselmo d’Aosta. Vedi

a tal proposito rispettivamente S.Galvan - Fondazione del sapere e procedura per autoconfutazione - in AA.VV. -

L’oggettività della conoscenza scientifica - (a cura di F.Minazzi ) F.Angeli , Milano 1996 pp.59-78 e L.Tarca - Il

discorso del quale è impossibile pensarne uno migliore - in AA.VV.- Dio e la ragione - Marietti , Genova 1993 pp.

111-134.

(14) A meno che non si voglia lasciare la contraddizione pragmatica in una situazione ambigua e con uno statuto ar-

gomentativo debole. Un’intuizione di un possibile argomento empirista è forse stranamente nell’ultimo Schelling.

a tal proposito v.  L.Pareyson - Schelling (antologia) - Marietti, Genova 1975 pp. 349-417.

(15) A proposito della teologia eminenziale si ricordi lo stesso Pseudo-Dionigi e Giovanni Scoto Eriugena (per ques-

ti autori oltre Pseudo-Dionigi - op.cit. - Rusconi, Milano 1981, v. K.Ruh - Storia della mistica occidentale vol. I -

Vita e Pensiero, Milano 1995 pp. 35-94 e 226-227) oltre a Tommaso d’Aquino ( I.Andergreen - Introduzione alla

teologia di San Tommaso d’Aquino - ED Roma 1996) ed Hegel ovviamente. 

(16) Un esempio di questo potrebbe essere la Periecontologia di K.Jaspers  v. K.Jaspers - Von der Wahreit - Piper

Monaco 1958 tr.it. parziale Sulla Verità (a cura di U.Galimberti ) La Scuola, Brescia 1970.

(17) Sul carattere di scelta del significare e del dimostrare v. B.Cassin - Parla, se sei un uomo - Introd. ad Aristote-

le - Libro Gamma della Metafisica. La scelta di significare, Zanichelli , Bologna 1997.

(18) Si veda per una posizione analoga L.Tarca - Elenchos. Ragione e paradosso nella filosofia contemporanea.

Marietti, Genova 1993.

(19) si veda L.Lugarini - Orizzonti hegeliani di comprensione dell’Essere - Guerini e associati, Milano 1998 pp.

35-79 e 495-514.

(20) Ibidem pp.194-200.

(21) B.Spinoza - Ethica. Trattato teologico-politico - Tea ed. Milano 1991 pp.85-128 ; G.W.F.Hegel - Lezioni sul-

le prove dell’esistenza di Dio - Laterza, Roma-Bari 1984 ; D.Henrich - La prova ontologica dell’esistenza di Dio -

Prismi, Napoli 1983.

 

(22) v. E.Morin - Le idee : habitat, vita, organizzazione, usi e costumi - Feltrinelli, Milano 1993 pp.182-221.

(23) S. Radhakrishnan - La religione nel mondo che cambia - Ubaldini, Roma 1967 pp. 66-79.

(24) Ibidem pp.80-92.

(25) Maulana Abul Kalam Azad - Il significato della filosofia - Introd. a AA.VV.- Storia della filosofia orientale - a

cura di S.Radhakrishnan , Feltrinelli, Milano 1978 vol. I pp.7-26 ; W.Beierwaltes - Unità e identità come cammino

del pensiero - in AA.VV. - L’Uno e i molti - Vita e pensiero, Milano 1990 pp.25-47.

(26) G.C.Chang - la dottrina buddhista della Totalità - Ubaldini, Roma 1974 ; R.Rucker - La mente e l’Infinito - F.

Muzzio ed. Padova 1991.

(27) C.Tart - Psicologie Transpersonali - Ed. Crisalide, Spigno Saturnia (LT) 1994 ; C.Lamparelli -Tecniche della

meditazione orientale - Mondadori, Milano 1988; id.- Tecniche della meditazione cristiana - Mondadori, Milano 1988;

R.Otto - Mistica orientale e Mistica occidentale - Marietti, Genova 1985 ; F.C. Happold - Misticismo - Mondadori,

Milano 1987.

(28) S.Vivekananda - Jnana Yoga - Ubaldini, Roma

(29) N.Grana - Logica paraconsistente - Loffredo ed., Napoli 1983,  in partic. p.67.

(30) N.Cusano - La visione di Dio - Mondadori, Milano 1998 pp.47-67 ; G.C.Chang - op. cit. - Roma 1974

pp. 91-98, 128-141, 158-161.

(31) Esempi di dialoghi, oltre quelli platonici, che rispecchiano la natura ad un tempo ricca, complessa e tragica del-

l’argomentazione filosofica sono quelli presenti nei romanzi di Dostoevskij.

(32) Si veda la riflessione a partire da Hegel e Marx che fanno G.Lukacs (id. - Storia e coscienza di classe - Sugarco,

Milano 1988) ed E.Bloch (id. - Experimentum mundi - Queriniana, Brescia 1980).

(33) K.Marx - L’Ideologia tedesca - Editori Riuniti, Roma 1993 pp. 15-18.

 

 

 


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