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19 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : la speranza della politica

 Il quadro del capitalismo odierno che emerge da queste considerazioni ne sottolinea, a ben vedere, due aspetti: per un verso, le trasformazioni a cui assistiamo tutto sono meno che emancipate dalla politica, se non, nella misura in cui così è, per scelta essa stessa politica, e ciò che la politica ha deregolato non si vede perché la politica non debba riregolare; per l'altro verso, il nodo della fase attuale è il conflitto, tra capitalismi certo, ma anche dentro la sfera della valorizzazione, e perciò della produzione e del lavoro. Una definizione sintetica e felice della fase attuale mi sembra quella di François Chesnais, che in un suo saggio recente qualifica la 'globalizzazione' come quella configurazione particolare del capitalismo nella quale il capitale, tanto finanziario quanto reale, ha recuperato, grazie all'aiuto attivo degli stati più forti, una libertà d'azione pressoché totale; e che prosegue segnalando come la mobilità accordata ai capitali è l'elemento che permette agli investitori finanziari, ancora in larga misura nazionali, di far pesare sui governi la minaccia di disertare la piazza finanziaria d'origine, spingendo lo stesso capitale 'produttivo' a cercare rendimenti sicuri all'impiego del capitale denaro. Si è così instaurato un regime di accumulazione a bassa velocità che, se per un verso esige rendimenti elevati di breve termine che soltanto l'impiego finanziario può promettere, per l'altro verso ha il non tanto secondario effetto di deprimere le condizioni del lavoro e di evitare il ritorno dell'antagonismo sociale. Quell'antagonismo sociale che, assieme alla crisi dell'egemonia statunitense e al riemergere del conflitto tra aree capitalistiche del 'centro', aveva dato il via alla crisi del 'fordismo' alla metà degli anni sessanta, ben prima del doppio aumento del prezzo del petrolio e della saturazione della domanda di consumi (prima, cioè, di quegli eventi che, secondo taluni, sarebbero invece all'origine della crisi, in quanto rappresenterebbero l'emergere di un limite 'naturale' allo sviluppo).



"Se fissate con attenzione l'immagine, vi rubano il portafogli senza che ve ne accorgiate. Poco male, troveranno solo la copertina del blocchetto dei buoni pasto."

L'analisi può anche essere plausibile. Ma il livello di intervento politico in cui si è sregolato (quello nazionale) non è lo stesso in cui si dovrebbe riregolare (sovranazionale). Ed, al livello in cui si dovrebbe riregolare, le istituzioni sono ancora deboli, embrionali e , viste le mode ideologiche, quasi quasi ci auguriamo che rimangano così.


18 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : la globalizzazione finanziaria

 Viene qui a proposito il discorso sulla globalizzazione del capitale finanziario. È questa la dimensione più certa della mondializzazione, se si guarda ai movimenti di capitale a breve. Ma, innanzi tutto, non va scambiata per una maggiore mobilità del capitale a lunga, e quindi del capitale reale. Rispetto a prima del primo conflitto mondiale quest'ultima si è ridotta se misurata con lo squilibrio nel conto corrente della bilancia dei pagamenti; è aumentata, ma in dimensione limitata, se si guarda alla correlazione tra risparmio e investimento nazionale. Si può aggiungere che i dati confermano il permanere di differenziali significativi nei saggi di rendimento delle diverse attività finanziarie. La mobilità del capitale finanziario si accompagna alla segmentazione in aree monetarie distinte, dove l'andamento relativo delle valute è a tutt'oggi permeato dalla politica, ed è soggetto ad una potenziale instabilità da cui la finanza speculativa può guadagnare e da cui la produzione reale non può non essere influenzata. Non tanto paradossalmente, la minore mobilità del capitale reale che si registra persino rispetto all' 'età dell'oro' del capitale, cioè ai trent'anni dello sviluppo capitalistico successivo alla seconda guerra mondiale, è dovuta, esattamente, al minor controllo politico sulla finanza che è seguito alla crisi del sistema di Bretton Woods. Ciò non toglie che la incrementata mobilità del capitale 'a breve' sia essa stessa l'esito di una volontà politica e di interventi statuali, che hanno passo dopo passo scandito la ripresa di egemonia della finanza sulla produzione (e della stessa dimensione finanziaria del capitale produttivo) all'interno dei grandi stati-nazione, e che hanno punteggiato i diversi momenti della collisione tra capitalismi.




Tvemonti : "Andateci piano con qvesto cetviolo globale...."


Bellofiore ha ragione nel dire che la globalizzazione finanziaria è il processo sinora più esteso e compiuto sinora verificatosi ed è l'origine prima del carattere instabile e distruttivo della globalizzazione.
La differenza temporale e dimensionale con la globalizzazione del capitale cosiddetto reale è un altro fattore di incertezza. Tuttavia un rapporto tra capitale finanziario e capitale industriale c'è per quanto profonda sia la mancanza di raccordo, di sincronicità dei processi.
La necessità di una crescita sia pure ineguale e squilibrata del capitale dei paesi in via di sviluppo sembra comunque un fattore che non va trascurato.


13 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (terza puntata)

 Per quel che riguarda, poi, la globalizzazione della produzione, va sottolineata la presenza di novità di rilievo, ma ne va considerata con attenzione la sostanza. Vi è ragione di ritenere che sia aumentato in modo significativo il commercio tra filiali collocate in diversi paesi della medesima impresa (il commercio intra-firm), ma questo aumento è, in realtà, un risultato del 'fordismo' più che del 'postfordismo'. Gli ultimi trent'anni vedono poi, senz'altro, una massiccia ridislocazione geografica della produzione manifatturiera, e assieme una spinta verso l'alto degli investimenti diretti all'estero, che sono divenuti l'elemento di traino dell'economia mondiale, prendendo il posto tenuto dalle esportazioni nei 'trenta anni gloriosi'. Si tratta di discontinuità importanti, a cui possiamo aggiungerne un'altra ancora, la scelta di parte delle multinazionali a favore di una localizzazione globale, o glocalizzazione. Sono novità che vanno però lette per il verso giusto. Partendo dalla glocalizzazione, essa è l'esatto opposto della strategia delle multinazionali che 'globalizzano'. Chi segue la seconda strada, prosegue lungo la via 'fordista' del ciclo produttivo con integrazione verticale, smembrato e i cui spezzoni vengono collocati in vari paesi, andando alla ricerca di costi più bassi e di economie di scala più elevate, e mirando a sfruttare al massimo le opportunità fornite dai minori costi di trasporto e dalle nuove tecnologie di comunicazione. Chi 'globalizza' spingerà, ovviamente, per una più ampia liberalizzazione del commercio e dei capitali. Chi, invece, opta per la prima strada, la 'glocalizzazione', effettua una scelta alternativa, in senso proprio, 'postfordista', dove il processo produttivo non viene disseminato su diversi territori, ma viene al contrario accentrato in un luogo determinato, avvicinando i differenti spezzoni del ciclo e riducendo la distanza tra produzione e mercato: la disintegrazione verticale si affianca, in questo caso, a un controllo non più diretto ma strutturale e ambientale. Per quel che riguarda, infine, gli investimenti all'estero, essi sono ancora pur sempre una quota limitata degli investimenti sul PIL, e in larga misura hanno natura non manifatturiera e, ancor di più, finanziaria, parte alla centralizzazione del capitale e parte di logiche speculative.



Bellofiore ha ragione  nel  dire che il dato sugli Ide (investimenti diretti all'estero) va analizzato con più precisione, anche perchè si distingue tra investimenti tesi a creare nuove attività produttive (investimenti greenfield) e investimenti dove vi sono fusioni o acquisizioni di capitale già esistente (investimenti brownfield) che sono la grande maggioranza degli Ide e la cui differenza con l'investimento finanziario a breve non è tanto facile, nè può essere ridotta alla consistenza del pacchetto azionario della società in cui si investe (piuttosto  va messa in collegamento con il rapporto tra tale pacchetto e gli investimenti complessivi dell'acquirente).
Quanto alla glocalizzazione a me sembra la struttura tradizionale dell'impresa più l'uso delle tecnologie avanzate dei trasporti e della comunicazione per avvicinare produzione locale e mercati sempre più lontani e diversificati. Tuttavia la tendenza sembra comunque quella verso una globalizzazione gerarchizzata con i diversi momenti del ciclo produttivo disposti in una filiera che procede di nazione in nazione sino a riservare alle nazioni più sviluppate del centro la direzione tecnologica, strategica e finanziaria.



12 marzo 2008

La Globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (seconda parte)

 D'altra parte, non va neanche trascurato che la quota delle esportazioni sul PIL di Stati Uniti, Giappone, e Europa dell'euro, benché in aumento, si attesta ancora, al più, al 12%: in altri termini, gran parte della produzione e del commercio avviene ancora su base 'nazionale' (anche se certo è di estremo rilievo che nel caso europeo la 'regione' di riferimento non corrisponda ad una dimensione politica decisionale unitaria). In conseguenza di questa regionalizzazione, lo stesso commercio tra poli della Triade appare manovrato dai grandi stati-nazione e vede il risorgere di barriere protezionistiche non tariffarie: non è mancato chi ha parlato di nuovo mercantilismo - e, a ben vedere, la stessa pressante richiesta statunitense di apertura precoce alla libertà dei commerci e dei capitali dei paesi di recente industrializzazione ha esattamente questa natura.



Sulla natura neomercantilistica dell'invito Usa alla liberalizzazione dei commerci non penso ci siano molti dubbi, tenendo presente che la dipendenza degli Usa dal commercio con l'estero riguarda appena il 10% del Pil per quanto riguarda la esportazioni e il 16% per quanto riguarda le importazioni, mentre l'import/export di altri paesi riguarda quote del Pil molto più consistenti. Eppure questa non grande esposizione consente (grazie ai volumi in cifre assolute) agli Usa di esportare l'8,98 % delle esportazioni mondiali e il 18,02% dei servizi.  Inoltre gli Usa sono stati negli anni Novanta tra i maggiori protagonisti di accordi commerciali bilaterali preferenziali (un tempo prerogativa dell'Europa) che creano una vera e propria dipendenza commerciale di alcuni paesi (si pensi al Canada, al Messico, alla Nigeria e alla Colombia).



11 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (prima parte)

 Per quel che riguarda la questione della cosiddetta globalizzazione, non si tratta di uno stato, definitivamente compiuto, ma di un processo - di un processo, per di più, limitato e contraddittorio, e di cui è a tutt'oggi prematuro escludere la potenziale reversibilità.
Va chiarito, in primo luogo, per quel che riguarda la globalizzazione dei mercati, che il commercio internazionale, benché continui a crescere, cresce a ritmi più lenti che nell'epoca del 'fordismo'. Ciò non vuol dire, sia chiaro, che non sta aumentando il grado di integrazione internazionale, se l'attenzione è rivolta a quanto avviene all'interno delle grandi aree del 'centro capitalistico'; se però si mantiene uno sguardo realmente planetario, l'integrazione commerciale sta decelerando, e i paesi distanti dai 'centri' vedono ridurre il proprio peso nell'economia mondiale, o, per meglio dire, vengono in realtà abbandonati a se stessi. 




Bellofiore nel 1999 fa un passo avanti, dicendo che la globalizzazione sia un processo incompiuto e non irreversibile (e dunque incerto nei suoi esiti), ma comunque un processo reale e non un bluff.
Egli ribadisce però che l'integrazione sta avvenendo all'interno delle macroregioni del centro capitalistico, ma che comunque i paesi distanti dai centri vengono abbandonati a se stessi e perdono peso all'interno dell'economia mondiale.
Cosa non del tutto esatta. Abbiamo già evidenziato come l'incidenza dei paesi in via di sviluppo nella quota del commercio mondiale sia complessivamente in aumento anche se con paesi che estendono la loro quota ed altri che la diminuiscono.
Ma, cosa più importante, la quota dei 29 (su circa 200) paesi con il massimo reddito procapite sul prodotto mondiale scende dal 1999 al 2001 anche se di poco (dal 59,33% al 58,29%). La quota dei 7 Pvs di più grande peso (Messico, Cina, India, Brasile, Russia, Iran) nello stesso periodo è salita dal 26,10 al 26,57. Mentre la quota dei 37 paesi più poveri è salita dall'1,70 al 2%.
Nel periodo dal 1994 al 2001 il reddito procapite PPA (a parità di potere d'acquisto) per quanto riguarda i 37 paesi più poveri è salito in media del 10%.
Si tratta di piccole cose, ma individuano un trend di lungo periodo, che può essere associato al raggiungimento di più decorosi livelli di vita grazie alla politica economica.
Tuttavia tale globalizzazione è altamente instabile (vi sono state almeno tre crisi economiche globali dal 1997 ad oggi : la crisi delle Borse asiatiche e sudamericane, la crisi dopo l'11 Settembre e quella attuale dei subprime e dell'aumento dei prezzi del petrolio) e si sta realizzando un terribile conflitto tra i paesi in via di sviluppo che impedisce la partecipazione di tutti alla crescita mondiale, senza contare le guerre che scaraventano i paesi interessati nella recessione più profonda. Nel dettaglio:

1)  Dal 1997 al 2005 la quota del prodotto mondiale PPA sia dei paesi industrializzati che del G7 si è ridotta rispettivamente dal 55,3 e dal 44,3 al 52,3 ed al 41,2% (dopo un picco isolato nel 1999 del 57,1 e del 45,4) . Tuttavia solo l'Asia e L'Europa Orientale hanno approfittato di questo processo salendo  rispettivamente dal 23,1 e dal 4,8 al 27,1 ed al 7,1%.. Invece l'Africa è rimasta al palo del 3,3% (tenendo presente che la quota demografica sulla popolazione mondiale è aumentata di un punto), il Medio Oriente dal 4% del 2002 è sceso al 2,8% del 2003 (dato rimasto inalterato nei due anni successivi), mentre l'America Meridionale dall' 8,8 è scesa al 7,4%.  In Asia la crisi delle Borse ha fatto scendere dal 1999 al 2000 il reddito nominale procapite da 3680  dollari a 3200 (nel 2005 è di 4840), dal 2000 al 2002 in America Latina da 7340 dollari a 7310 dollari (nel 2005 è di 8620) e in Africa da 2040 a 1990 (nel 2005 è 2540) , in Medio Oriente la crisi degli attentati ha fatto scendere il reddito procapite nominale dal 2002 al 2003 da 6220 dollari a 5890 (nel 2005 è di 7360)

2) Come si desume dal punto uno le crisi generano recessioni profonde, ma appena queste passano il trend di più lungo periodo continua ad operare. Facciamo l'esempio di alcuni paesi in via di sviluppo dal 1997 al 2005 e del loro reddito procapite PPA : alcuni asiatici (Bangladesh, Iran, Pakistan , Indonesia, India, Malesia, Thailandia, Vietnam, Cina, Filippine, Turchia) altri africani (Camerun, Costa d'Avorio, Zimbabwe, Sudafrica, Kenya, Algeria, Nigeria, Egitto, Marocco) altri sudamericani (Venezuela, Colombia, Perù, Messico, Brasile). In tutto 25 paesi. Ebbene per 17 di essi il reddito procapite PPA è diminuito (tranne dunque che per Cina, India, Vietnam, Bangladesh, Pakistan, Sudafrica, Algeria, Camerun che invece lo hanno visto progressivamente aumentare). Dei suddetti 17 solo 5 lo hanno visto progressivamente diminuire (Brasile, Costa d'Avorio, Egitto, Filippine, Zimbabwe), mentre i restanti 12 hanno visto una brusca diminuzione per la crisi delle borse del 1997 e di essi  9 hanno parzialmente recuperato la loro posizione iniziale. Riassumendo :
8 hanno progredito (ma di questi 2 hanno visto diminuire il loro indice di sviluppo umano)
9 hanno perso molto tra 1997 e 1999 ed hanno parzialmente recuperato (e di essi 5 hanno visto migliorare l'indice di sviluppo umano)
3 non hanno sostanzialmente recuperato (ma uno di essi ha visto aumentare l'indice di sviluppo umano)
5 hanno progressivamente perso potere d'acquisto ( ma 3 di essi hanno visto aumentare l'indice di sviluppo umano)
Insomma una situazione con luci ed ombre.

3) Il ruolo delle guerre nella creazione di processi di recessione economica lo si può desumere analizzando la situazione di Gaza e Cisgiordania, dell'Iraq, del Congo, della Sierra Leone, della Liberia, del Ruanda e del Burundi. dell'Afghanistan.
Mozambico, Bosnia, Liberia e Ruanda appena liberatisi dalla morsa della guerra hanno visto una crescita molto forte.


9 marzo 2008

Le multinazionali all'attacco dell'India

 

Continua la corsa all'accaparramento delle risorse minerarie e idriche nello stato indiano dell' Orissa da parte delle grandi multinazionali, con conseguente cacciata delle popolazioni - per la maggior parte adivasi (indigeni) - che vivono in quei territori. A salire sul banco degli imputati è ancora una volta la sud coreana Pohang Steel Corporation (Posco) che due anni fa - per una cifra irrisoria - ha avuto la concessione dal governo locale di 6mila acri di terreno: su quelle terre verranno costruiti impianti siderurgici per la produzione di 12milioni di tonnellate di acciaio, una gigantesca miniera privata per l'estrazione di materiale ferroso, e un porto privato. Non è la prima volta che grandi corporation, indiane e non, mettono gli occhi sulla ricchezza del sottosuolo di quella parte di regione indiana che da sola racchiude il 70% dei giacimenti di carbone dell'India, il 56% di ferro e il 60% di bauxite.
Ricordiamo, sempre in Orissa, il progetto di impiantare una raffineria da parte della Venanta Resources, la società che insieme alla OMC - Orissa Mining Company voleva costruire una miniera nella regione sulle colline di Niyamgiri, considerate sacre dagli abitanti nativi e ricche di biodiversità e di acqua. Progetto che la Corte Suprema indiana aveva respinto a novembre, per il «cattivo operato» della compagnia in materia di diritti umani e di difesa dell'ambiente. Ma sembra che a gennaio lo stato dell'Orissa abbia di nuovo acconsentito allo sfruttamento della miniera da parte della Vedanta, in joint venture con la Sterline Industrietes, filiale indiana della Vedanta.
E torniamo all'ultimo «saccheggio». Quei 7 milioni di adivasi (divisi in 62 tribù) che abitano le colline, le montagne e la rossa terra del Sud e del nordovest di Orissa, non hanno beneficiato affatto dell'apertura del mercato indiano agli investimenti stranieri, dirottati soprattutto nell'industria pesante. Anzi. Mentre le grandi società fanno affari a palate, gli indigeni - ai quali non viene offerto praticamente nulla tantomeno un vero e proprio programma di reinserimento - rischiano di essere spazzati via. E nel più assoluto silenzio. Sono preoccupanti le voci che arrivano da Gadkujang, Nuagaon e Shinkia, alcuni degli 11 villaggi che si trovano su quei 6mila acri di terra interessati al progetto Posco, i cui abitanti saranno costretti a «sloggiare» - senza tanti complimenti - da qui a breve. Secondo il Ministro dello Stato dell'Orissa, Naveen Patnaik, il governo dovrà prendere possesso delle terre a breve, perché il progetto dovrà vedere la luce il primo aprile. L' affare in ballo per la Polco parla di profitti per 1trilione di rupie (25 miliardi di dollari). E parliamo di cifre parziali. Sono due anni, da quando cioè il governo ha firmato quel protocollo d'intesa con la multinazionale sud-coreana - criticato non solo dalle organizzazioni che si oppongono al progetto come la Posco Pss (Pratirodh Sangram Samiti) ma anche da molti esponenti non governativi - che in quell'area si susseguono blocchi e mobilitazioni da parte della popolazione. La risposta del governo è quella di sempre: repressione e chiusura di ogni possibile trattativa. A fine novembre i manifestanti avevano bloccato per l'intera giornata un ponte che collega quell'area, blocco che è stato attaccato da un centinaio di uomini armati che hanno lanciato bombe, picchiato i manifestanti, molestato (sessualmente) le donne attiviste e distrutto tutto quello che apparteneva ai manifestanti. La polizia, che era stata fino ad allora a guardare a neanche un km di distanza, in meno di 24 ore si posizionava all'interno dell'intera zona, mentre Dhinkia, il quartier generale del Pss, veniva posto sotto assedio dalle forze di polizia, che non permettevano neanche il rifornimento di cibo. Solo la mediazione del Parlamento di New Delhi, dopo una settimana, sbloccava una situazione gravissima e permetteva a qualche persona di entrare a Dhinkia. Ma il quadro attuale , parla di una vicenda tutt'altro che prossima alla soluzione. E il primo aprile si avvicina.

(Patrizia Cortellessa)


12 febbraio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : globalizzazione e mondializzazione

Chesnaix propone anche una distinzione tra globalizzazione e mondializzazione. La prima categoria sottintenderebbe una onnipotenza delle forze spontanee del mercato. La seconda invece metterebbe in chiaro la dimensione internazionale del problema di una governabilità dei processi in corso. La mondializzazione deve essere pensata come una fase specifica del processo di internazionalizzazione del capitale e della sua messa in valore alla scala dell'insieme delle regioni del mondo dove si trovano delle risorse e dei mercati e di quelle sole.
Dal punto di vista commerciale si è avuta soprattutto una regionalizzazione degli scambi. L'evidenza empirica sullle cento imprese più importanti del mondo mostra che i consigli di amministrazione delle imprese multinazionali sono ancora saldamente nelle mani di manager dei paesi di origine. Lo stesso è vero per la ricerca e sviluppo e per i centri di comando finanziario .
Se una tendenza è possibile discernere è semmai la concentrazione delle vendite e delle attività delle multinazionali nella regione di origine tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, al punto che non è irragionevole ipotizzare che tra il 70 e il 75% del valore aggiunto delle Imn sia stato prodotto nel territorio di origine. Le ricerche sui brevetti delle grandi imprese nei primi anni Novanta confernano che non siamo in presenza di una globalizzazione della tecnologia e che anzi in generale l'attività tecnologica è concentrata nel paese o nella regione madre. Ltre grandi aree economiche (la cosiddetta Triade) sembrano essersi mosse sempre di più verso una sorta di nuovo protezionismo, grazie a sussidi diretti, restrizioni in settori chiave, sostegno alla ricerca, competizione fiscale. Ciò che si è profilato ha più la natura di un commercio manovrato che della liberalizzazione degli scambi.

Anche qui seppur molto più lentamente vi sono tendenze da parte dei paesi al di fuori della Triade di emergere dal livello degli esclusi : La Cina in 5 anni è passata dal 12° all'8° posto per numero complessivo di brevetti, mentre nei primi 20 classificati sono apparsi Brasile ed India.
Tuttavia la tesi qui esposta rimane ancora molto verosimile. 


11 febbraio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : le tesi di Chesnaix

Chesnaix  sottolinea come gli investimenti diretti all'estero, lungi dal diffondere la produzione, la concentrano all'interno della area della Triade ed in questa all'interno dei paesi più avanzati. Gli investimenti diretti all'estero al di fuori della Triade si sono ridotti drammaticamente a partire dagli anni Ottanta, escludendo più che includendo nell'arena mondiale. A questa tendenza corrisponde inoltre un peso sempre maggiore degli scambi internazionali interni alle imprese, come anche il rilievo sempre maggiore dell'approvvigionamento all'estero di semilavorati e di prodotti finiti grazie al subappalto, favorito dalla rivoluzione dei trasporti. La natura di questi investimenti diretti è sempre più costituita da fusioni ed acquisizioni di attività esistenti : si tratta cioè di una ridistribuzione di ricchezza esistente, non di creazione di nuova ricchezza. Più che una globalizzazione della produzione ancora da venire, contano qui la natura qualitativa (prevalentemente finanziaria e di razionalizzazione) e l'addensamento spaziale (nei paesi leader dal punto di vista tecnologico e produttivo) degli investimenti diretti all'estero.

(Riccardo Bellofiore)

Gli stock di Ide da 689 mld di dollari nel 1985, sono saliti a 3541 mld di dollari nel 1997.
Tuttavia i flussi sono molti diminuiti all'inizio del nuovo secolo, per poi riprendere con  forza nel triennio 2003-2004-2005. La loro composizione è varia e ancora fanno la parte del leone le fusioni ed acquisizioni. I paesi fuori dalla Triade che attirano più investimenti sono Cina, Messico, Brasile. La tesi di Bellofiore e Chesnaix quindi non è del tutto condivisibile, ma va corretta, resa più articolata, tenendo presenti la variabilità, la natura dell'investimento e i destinatari. Quello che è certo è che la crescita e l'attrattività  dei paesi al di fuori della Triade è disomogenea.


28 gennaio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : quote di mercato e bilance commerciali

E' nei decenni della crisi dopo l'abbandono del sistema di Bretton Woods che si assiste alla dislocazione di parte dell'attività manifatturiera in nuove aree (es. del Sud-Est asiatico). Alcuni vedono un'anticipazione di quello che succederà anche altrove, ovvero una penetrazione crescente dei paesi di nuova industrializzazione nei cercati dei paesi più avanzati, foriera di disoccupazione. Come ricorda John Eatwell la quota di mercato dei paesi di nuova industrializzazione è cresciuta dal 2% del 1980 al 4% del 1993 e se ci si limita al settore manifatturiero le importazioni dai paesi di prima industrializzazione ha raggiunto il 10%. Il fenomeno è reale e segnala l'efficacia di politiche attive quali quelle della Corea del Sud che hanno stimolato l'accumulazione interna, con controlli dei prezzi e il razionamento del credito. Altrettanto reale è il pericolo che ne viene all'occupazione in quei settori aperti al commercio internazionale e che competono sul prezzo e si basano su una manodopera di bassa qualificazione. Ma tutto ciò non ha niente a che fare con la asserita globalizzazione della produzione, nè è responsabile al momento di un aumento complessivo della disoccupazione nei paesi del G7. E' ancora Eatwell a chiarire che la bilancia commerciale complessiva tra paesi di vecchia e nuova industrializzazione all'inizio degli anni Novanta è più equilibrata di quanto non fosse alla fine degli anni Sessanta. La ragione è costituita dal fatto che i mercati dei paesi in via di industrializzazione sono i più dinamici ed è dunque lì che le multinazionali della Triade (Usa, Europa, Giappone) trovano più facile smercio. La situazione è in rapido deterioramento, ma il motivo principale sembra costituito dalla bassa crescita che caratterizza i paesi più avanzati, non dalla elevata crescita dei paesi di nuova industrializzazione.

(Riccardo Bellofiore)





La tesi per cui non c'è relazione tra disoccupazione strutturale e dislocazione dell'attività manifatturiera è anche di Krugman. In parte è vera (soprattutto nel 1998), ma ciò non vuol dire che gli effetti di tale dislocazione non si sono poi dispiegati nel corso del tempo e soprattutto in Italia dove l'attività industriale è tale da subire la concorrenza dei Pvs.
Quanto alle quote di mercato (in tal caso presupponiamo che la statistiche indirettamente ci diano indicazioni anche sull'andamento dei Paesi in via di sviluppo), per quel che riguarda l'esportazione di beni e servizi i cosiddetti paesi industrializzati in dieci anni (dal 1994 al 2004) sono scesi dal 77,1% al 69,1%, il G7 dal 48,4 al 40,4%, la zona Euro dal 37,9 al 29,7%, mentre l'Asia escludendo le Tigri ed il Giappone è salita dall'8% al 12%.. Il fatto è che i Pvs sono a loro volta molto differenziati al loro interno (L'Africa e il Sudamerica sono sostanzialmente fermi), Cina e India possono danneggiare anche i Pvs loro concorrenti ed attualmente in corsa sono soprattutto i paesi produttori di petrolio (L'Arabia Saudita ha un saldo commerciale attivo considerevole, così pure gli Emirati ed il Kuwait).
Quindi la tesi di Bellofiore va almeno modificata, dicendo che i Pvs sono molto più coinvolti nel commercio internazionale di beni e servizi ma in maniera diseguale e non necessariamente virtuosa.


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