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25 dicembre 2016

Babbo Natale e i genitori

Papà, perché proprio a Natale tu e mamma non mi fate dei regali?” “Amore, c’è Babbo Natale che li fa a tutti i bambini” “Ma io li vorrei da voi ….” “E’ una storia lunga …” “La voglio sentire, voglio sapere !” “E va bene …. La verità è che i regali di Natale non li fa proprio Babbo Natale o, almeno, non li fa soltanto lui ….” “Come ? E allora, chi li fa?” “In realtà Babbo Natale li distribuisce ….” “Parlami, parlami, io voglio sapere” “E’ una storia anche triste ….” “Non fa niente ….” “Ebbene, poiché ci sono persone che sono senza figli anche se li desiderano (spesso sono genitori che per un motivo o per l’altro li hanno persi) e ci sono bambini che non hanno i genitori (perché questi li hanno abbandonati o sono morti) i primi danno a Babbo Natale dei regali che Babbo Natale dovrebbe portare ai secondi, così almeno per un giorno le persone senza figli è come se li avessero i figli e allo stesso modo i bambini senza genitori è come se li avessero i genitori ….” “E noi cosa c’entriamo?” “Babbo Natale complica un po’ la cosa ….” “In che senso?” “Babbo Natale fa in questo modo: i doni delle persone che non hanno figli li porta ai bambini che i genitori li hanno, mentre noi che abbiamo i figli compriamo dei doni che Babbo Natale distribuisce ai bambini che non hanno i genitori” “Ma perché questa complicazione? Proprio io non capisco … questa è una storiella papà! Per fare questo il numero dei genitori senza figli dovrebbe essere uguale ai figli che hanno i genitori e quello dei genitori che hanno figli devono essere uguali ai figli senza genitori ….” “Non è proprio così, amore, io posso fare regali a più bambini e così quelli che non hanno figli ….” “Uffaa, non so fare calcoli fino a questo punto … ma mi sembra una complicazione inutile. Che c’entriamo noi?” “Babbo Natale fa passare questa cosa tramite noi per ricordare a noi genitori quanto siamo fortunati ad avere qualcuno a cui donare qualcosa, mentre ricorda a voi figli quanto sia bello avere qualcuno che ci dona qualcosa ….” “ Ah …. Non ci avevo pensato, scusami babbo” “Niente amore, ma la cosa che Babbo Natale ancora di più ci vuole dire è che, per quanto io ti voglia bene più di ogni altra cosa e spero che anche tu voglia tanto bene a me e mamma, la nostra vera famiglia è il mondo” “Ma come …. “ “Dammi un po’ di tempo amore, te lo spiegherò a Pasqua”


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20 luglio 2008

Perchè gli italiani si riscoprono razzisti

 

Un incidente di percorso, uno scherzo del destino. Al più, un'incauta concessione all'alleato tedesco. Questo sono tuttora le leggi razziste promulgate settant'anni fa dallo Stato italiano nella imperturbabile coscienza di noi italiani, per natura «brava gente». Dovrebbero venire qui da tutto il mondo a studiare questo caso di riuscitissima autoassoluzione generale. Questo miracolo di rimozione collettiva. Nulla appare più infondato della tesi che afferma l'estraneità del razzismo alla storia nazionale. È vero il contrario. Le leggi antiebraiche volute da Mussolini rientrano a pieno titolo nella storia patria, al pari del fascismo, variante italica della «rivoluzione conservatrice». Il regime le promulgò, nel tripudio di folle acclamanti, poco dopo aver divulgato il Manifesto della razza e all'indomani di un «censimento» degli ebrei propedeutico alla persecuzione. Giustamente la storiografia si chiede perché proprio allora, e si divide. Ma è bene chiarire che il razzismo (non solo antisemita) è consustanziale al fascismo, è una sua espressione spontanea e necessaria.
Dominio e gerarchia; esclusione dell'«altro» e subordinazione degli «inferiori»: sono queste le basi ideologiche del fascismo. Il che, tradotto in pratica, significa: nazionalismo aggressivo e imperialismo verso l'esterno; eugenetica, mixofobia e maschilismo all'interno. Del resto, le leggi del '38 non furono le prime norme razziste del regime. Due anni prima erano stati varati i regolamenti contro la naturalizzazione dei «meticci»; nel '37, le leggi contro il «madamato». Ma già negli anni Venti il regime compie un giro di vite contro «devianza» e marginalità, percepite come eversive e distoniche rispetto alla nazionalizzazione delle masse.
A sua volta il razzismo fascista non nasce dal nulla. In tutta Europa il razzismo è un corollario della modernizzazione. Patologico ma non accidentale. Regressivo ma non residuale. La stilizzazione della delinquenza e dell'alterità (follia, alcolismo, prostituzione, brigantaggio, accattonaggio, nomadismo, omosessualità) è cruciale nella costruzione delle tradizioni. Da questo punto di vista lo straniero, il diverso, l'ebreo, il negro, lo zingaro - e, da noi, il meridionale - sono eroi della modernità. Lo sono anche le donne, nella misura in cui il maschio ariano è il paradigma della perfezione, rispetto al quale ogni condizione è definita per carenza.
Non c'è normalità senza «devianza» (che il nazismo chiama «asocialità»). E tutte le figure razzizzate sono parti di uno stesso insieme, come intuì il Bassani de Gli occhiali d'oro, dove il vecchio Fadigati, medico «pederasta», rivela al giovane «israelita» che la loro situazione è in fondo la medesima: in quanto «diversi» sono entrambi segmenti del confine, in pari misura utili alla definizione della norma, quindi uguali nella comune alterità. Per questo la modernizzazione alimenta l'antisemitismo. L'ebreo è l'«altro» per antonomasia: quando si assimila perché si infiltra; quando preserva le proprie tradizioni perché rompe l'omogeneità del corpo collettivo. L'Italia non fa eccezione in tutto questo. Anzi, è un contesto ideale, grazie alla robusta eredità dell'antigiudaismo medievale, che risuona nelle crociate antisemite della Civiltà cattolica e di padre Gemelli. Non stupisce quindi lo zelo persecutorio della burocrazia alle prese con le leggi del '38. Né l'assenza di manifestazioni di dissenso da parte della nostra «brava gente». Tutt'altro. Si capisce bene la caccia ai ruoli lasciati dagli ebrei nelle istituzioni, a cominciare dall'Università. Dove tanti «insigni studiosi» si distinsero in una gara che illustrò l'accademia italiana. L'offensiva razzista del fascismo coinvolse anche gli «zingari», «eterni randagi privi di senso morale» frutto di «mutazioni regressive». Si invocarono misure che in Germania avrebbero condotto allo sterminio di mezzo milione di Zigeuner. Finché nel settembre del '40 il capo della polizia Bocchini ne dispose la deportazione nei campi di concentramento di Teramo, Campobasso e Perdasdefogu.
Veniamo a noi. Se tenessimo presente questo quadro rinunciando alla favola della nostra refrattarietà al razzismo, avremmo qualche strumento in più per capire quanto avviene ai nostri giorni e, forse, per correre ai ripari. Il nostro disorientamento nasce dalla rimozione, che a sua volta innesca un contrappasso: il passato persiste tanto più tenace (e genera coazioni a ripetere) a misura della sua mancata elaborazione. Pesa, sullo sfondo, l'incompiuta defascistizzazione, la scelta di non fare una nostra Norimberga e di tenere ben sigillati gli «armadi della vergogna». Per cui l'omaggio alle vittime della Shoah dev'essere prontamente compensato da un «ricordo» delle foibe costruito sulla negazione delle atrocità commesse dai fascisti sul confine orientale e in Jugoslavia. Ha indubbiamente ragione il presidente della Camera quando sostiene che la sua elezione sancisce la «piena legittimazione della cultura della destra». Ma ha ragione anche Moni Ovadia nell'osservare che se l'attivismo razzista di Maroni fosse espresso da un ministro tedesco, in Germania si scatenerebbe un putiferio.
Del resto, se oggi scopriamo il razzismo dello Stato sui polpastrelli dei bambini rom, dovremmo anche chiederci quanto razzismo c'è nella pretesa che le nostre siano guerre giuste e «umanitarie». Noi, l'Occidente, contro i non civilizzati: barbari tagliatori di teste, selvaggi che «infestano» il pianeta, animali. Ma forse siamo a un salto di qualità. Sul versante dei destinatari, in primo luogo. Schediamo i rom coinvolgendone il corpo affinché si scolpisca nell'immaginario collettivo che la «difesa della società» non sente ragioni, non riconosce diritti. Ma gli «zingari» incarnano il nomadismo metropolitano, sono una potente metafora della precarietà e dello sradicamento. Se negli Stati Uniti le baraccopoli ospitano nuovi poveri travolti dai subprime, la campana suona per tutti.
Siamo a un passaggio di fase nelle pratiche istituzionali. Non ci si lasci ingannare dalla faccia «banale» del ministro. Le schede del «censimento» etnico sono un buon test sulla maturità del processo. Ci riportano dalle parti di Vichy per misurare il tasso di pubblico gradimento. Difatti il salto è soprattutto nel contesto sociale. Vent'anni di campagne razziste, complice un'informazione forcaiola, hanno spianato il terreno. L'insicurezza e la paura l'hanno ben concimato. Oggi l'ethos collettivo è un calibrato mix di egoismo, indifferenza e intolleranza. I sondaggi confortano: il 70% degli italiani approva le misure; oltre il 60% ne esclude la connotazione razzista. È un sentimento liberatorio quello che i numeri attestano. Finalmente si può dire chiaro e forte quanto ieri si sussurrava tra amici, con qualche vergogna. Ma il prezzo di questa libertà è un nuovo carico di oblio. Il ritorno alla persecuzione degli zingari non segnala soltanto che siamo fuori dal cono d'ombra del secondo conflitto mondiale, sgravati dalla sua ingombrante eredità. Dice che abbiamo cancellato anche il ricordo della nostra emigrazione e delle umiliazioni inflitte ai nostri padri, macaroni e dago. Non abbiamo più le pezze al culo, siamo sommersi da suv e cellulari. Siamo pieni di paure, ma ricchi e perciò liberi. Pronti a goderci, dopo 70 anni, nuovi entusiasmanti riti sacrificali.

(Alberto Burgio)


19 giugno 2008

Primo Levi : la quotidianità eternata

Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero il bagaglio, e all'alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto ? Se dovessero uccidervi domani con il vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare ?

(Primo Levi)




Oggi il Parlamento Europeo ha votato una delibera che prevede la detenzione nei centri di permanenza temporanea e l'allontamento coercitivo anche per i minori clandestinamente immigrati.
E questo perchè ci si sente insicuri. E quando si starà certemente male che faremo ? I bambini li squarteremo e ce li mangeremo ?
Oh sì, ci ricorderemo di questo giorno. Quando i nostri concittadini che hanno caldeggiato tutto questo saranno umiliati, come furono umiliati gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale.


31 maggio 2008

Perchè non si può sorridere ad un bambino votando Sarkozy (parte terza) ?

Ma chi è Sarkozy ? Perchè è tanto duro per un fondamentalista dei diritti umani digerirlo ?
Semplice, Sarkozy è un poliziotto, un uomo del controllo e non delle libertà. Tant'è che il suo slogan sull'immigrazione è "Fermezza, controllo e repressione"
C'è prima di tutto un aspetto umano del personaggio che non dà molto respiro all'istanza di libertà e di empatia umana : Sarkozy viene descritto come megalomane, paranoico, spietato, vendicativo come un piccolo re in una corte shakespeariana. Ma anche anche volgare e opportunista, esaltato come un moderno padrino.
E anche un uomo triste, il cui sorriso sembra il ghigno del coccodrillo nascosto in basse acque, con le sue orecchie da Dottor Spock e i suoi contorni quadrati e spigolosi.

 

Nemmeno il matrimonio con Carla Bruni sembra averlo slegato un po'.
E dal punto di vista politico è consequenziale con la sua personalità : Sarkozy è accusato di imbavagliare la stampa, di attaccare i diritti degli immigrati e dei lavoratori, di volere la castrazione chimica per i pedofili, di scacciare i vagabondi e i rom, di essere razzista e fascista.
Insomma tutto un programma che fa a pugni con le intenzioni da anima bella di Andrè Glucksmann, il quale si trova costretto a sdoganare il suo Presidente del Cuore dal cesso nel quale si sta rinchiudendo. Perchè allora non iniziare dal Sessantotto ? Di qui l'ultimo libro del metrapanzè.
Ma che c'entrano i bambini ?
(continua)


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7 aprile 2008

La bimba con due facce

In India sarebbe nata una bambina con due volti. I genitori non vogliono consentire nè una TAC gratuita nè una visita medica per verificarne le condizioni. Pare che si sentano quasi privilegiati perchè la bimba somiglierebbe alle divinità polimorfe del pantheon indù.
Ah, l'ignoranza diremmo noi. Ma noi siamo forse meglio ?
Già in passato i nostri giornalisti hanno avuto la ventura di trattare di qualche bambina con due teste, senza tener conto del fatto che forse, se i cervelli sono due si tratta di due infanti che hanno in comune il tronco e gli organi del torace (la malformazione si chiamerebbe "
fetus in fetu", cioè un feto incapsulato in un altro feto).




Dire che invece di due infanti con un corpo solo, si tratta di un bimbo a due teste forse è meglio per i nostri media. Due infanti con un corpo solo sono semplicemente due sfortunati, mentre un bimbo con due teste è un provvidenzialissimo mostro.
E un mostro è la notizia per eccellenza.
Perciò speriamo che questa bimba oltre due facce abbia un solo cervello.
Altrimenti  che notizia sarebbe ?


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18 febbraio 2008

Il dramma dei bambini soldato

 Il problema dei bambini combattenti è del resto troppo complesso perché un solo caso, o anche una sola guerra, per quanto atroce, possa darne spiegazione. Viene in soccorso sullo stesso tema il saggio dell'antropologo americano David Rosen (Un esercito di bambini. Giovani soldati nei conflitti internazionali, Raffaello Cortina Editore, pp. 254, euro 26,00), che sfida la visione edulcorata dell'Unicef e delle altre organizzazioni umanitarie presentando tre casi limite. Il primo è dedicato ai bambini ebrei partigiani durante la seconda guerra mondiale, il secondo proprio alla guerra civile in Sierra Leone, e il terzo ai bambini palestinesi protagonisti dell'Intifada e spesso addirittura attentatori-suicidi. Nel caso dei bambini ebrei, la decisione di fuggire nei boschi per unirsi alle bande partigiane si è rilevata la più saggia strategia di salvezza dato che tutti gli ebrei, indipendentemente dall'età, costituivano un bersaglio.
Nei conflitti che sconvolgono il continente africano, invece, non bisogna sottovalutare la composizione demografica: più della metà della popolazione ha meno di 18 anni, e per forza di cose sia le vittime che gli artefici della guerra appartengano largamente a quella fascia di età. Anche in questo caso, l'arruolamento dei minori non è solamente un atto di costrizione, ma una dura e inevitabile strategia di sopravvivenza.
L'intifada palestinese, invece, ha un tratto in comune con molti movimenti di liberazione nazionale: la lotta di un popolo che combatte contro eserciti regolari. In questo caso, tutto il popolo, bambini inclusi, partecipano alla lotta. Nel caso palestinese, gli obiettivi della lotta diventano non solo i soldati, ma tutta la popolazione israeliana. Si prenda il caso degli attentatori-suicidi: l'artefice si offre come vittima e diventa carnefice, e né il primo né le seconde possono annoverarsi tra i combattenti regolari.
Ci sono strumenti normativi che possono contribuire a risolvere il problema? Si può non condividere l'interpretazione fornita dalle organizzazioni umanitarie perché troppo semplicistica, ma sembra proprio che il principio normativo da loro sostenuto - vietare in ogni caso e in ogni modo la presenza di combattenti con meno di 18 anni - sia pieno di buon senso. Pensiamo però ad un caso limite: una norma di diritto internazionale che consenta il reclutamento solamente degli ottuagenari. Le vittime della guerra potrebbero diminuire, e di molto, se le forze combattenti decidessero di rispettare le norme di diritto internazionale. Ma se i combattenti decidessero veramente di rispettare il diritto internazionale, non servirebbe neppure arruolare gli ottuagenari
.

(Daniele Archibugi)


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