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20 marzo 2011

Mazzetti : il presente come storia

Se si riconosce che la capacità di produrre le cose come merci e di praticare il rapporto di scambio non è affatto un dato originario, bensì è una conquista storica, ed in quanto tale è una conquista storica, ed in quanto tale rappresenta l’elaborazione di una forza produttiva sociale, è allora aperta anche la via per comprendere come e perché la conquista di una comunità più ampia possa a sua volta concretizzarsi nell’acquisizione di una nuova forza produttiva sociale ed in un nuovo sviluppo. Ed infatti, se non c’è alcun dubbio che attraverso l’elaborazione della capacità di procedere a forme sempre più sviluppate di scambio, gli uomini hanno imparato a produrre la loro vita in un modo che sarebbe risultato inimmaginabile per i loro antenati.

 

 

Se è certo che, senza questo specifico passaggio storico, concomitante all’affermarsi della borghesia come classe dominante, le capacità produttive dei singoli non avrebbero mai potuto essere staccate dagli specifici individui che ne erano portatori per essere poste come forze oggettive appropriabili da tutti. Tuttavia viene spontaneo domandarsi anche se la conquista della capacità di agire come proprietari privati rappresenti il definitivo passaggio ad una compiuta umanità degli esseri umani. E con tale domanda compare il bisogno di verificare se la liberazione dell’individuo dalle limitazioni che hanno contraddistinto la sua attività nel periodo in cui dominavano i rapporti di dipendenza personale si risolva nella liberazione da tutte le limitazioni. In altri termini prende corpo l’esigenza di valutare se il riconoscere che il presente è il risultato di una storia non implichi la conseguente spinta a trattare necessariamente il presente stesso come parte di tale storia.


20 marzo 2011

Mazzetti : borghesia rivoluzionaria

La borghesia ha avuto un ruolo sommamente rivoluzionario nella produzione delle capacità umane, individuabile nella spinta che questa classe ha impresso alla diffusione del rapporto di denaro. Avendo spogliato della loro aureola tutte le attività che in passato erano venerate con pio timore, avendo strappato ai rapporti comunitari il velo sentimentale, riconducendoli a puri rapporti di denaro, avendo lacerato tutti i vincoli preesistenti che legavano l’uomo alla sua gerarchia naturale, essa ha abbattuto i limiti all’interno dei quali le precedenti forze produttive erano state prodotte.

 

Avendo colto l’aspetto negativo del godimento corrispondente alle limitate manifestazioni personali proprie della produzione comunitaria, ed avendo sostenuto che quel godimento non era più necessario nella produzione o meglio rappresentava un ostacolo all’appropriazione di ricchezze ben maggiori che dovevano ormai assumere la forma del denaro, la borghesia ha cessato di far concrescere le forze produttive nella dimensione particolare degli individui ed ha così contribuito a farle diventare un patrimonio che, per la sua forma, si presenta come appropriabile da tutti.

I singoli, piegandosi al rapporto di denaro,hanno imparato a conquistare una distanza dalla loro stessa attività, hanno appreso come non identificarsi completamente con essa, ed hanno smesso di trattarla come loro privilegio, giungendo a porla come un qualcosa di oggettivo che, grazie a questo continuo processo di omologazione, diventa potenzialmente inerente all’intera specie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


11 giugno 2009

Nicolò Bellanca : la politica delle coalizioni per la sinistra italiana

 La politica delle coalizioni è, suggerisce Cristiano Antonelli[1], uno strumento decisivo per una strategia non subalterna della sinistra italiana. Nel secondo dopoguerra, egli sostiene, abbiamo avuto due elaborazioni volte a rivendicare un ruolo di governo per le forze progressiste. La prima ha avuto, durante gli anni sessanta, nella Rivista Trimestrale di Claudio Napoleoni e Franco Rodano la sua maggiore sede di analisi. Essa argomentava che i ceti improduttivi distorcevano a proprio favore la distribuzione delle risorse, indebolendo la crescita nazionale. Quali percettori di rendite, tali ceti si annidavano specialmente nei settori, come quello immobiliare e quello del commercio, non esposti alla concorrenza del mercato comune europeo. Ciò, elevando i prezzi interni, riduceva il potere d’acquisto delle masse dei salariati, spingendoli a chiedere elevamenti retributivi che abbassavano l’efficienza delle imprese esportatrici. Rompere questa spirale viziosa era una formidabile opportunità per rilanciare la modernizzazione del paese: in nome della lotta alle rendite, un’alleanza tra il proletariato e la borghesia industriale avrebbe aumentato i salari in corrispondenza agli incrementi della produttività; l’accresciuta domanda solvibile avrebbe, a sua volta, favorito l’espansione dell’offerta industriale, con un’ulteriore innalzamento dell’efficienza.

La seconda elaborazione si colloca negli anni ottanta. È il modello dell’alleanza dei ceti produttivi, che si realizza nelle regioni dell’Italia centrale e che viene teorizzato soprattutto (anche se Antonelli non li cita) da Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco. Stavolta la coalizione di interessi non si forma in negativo, ossia contro i rentiers: essa nasce per progettare il futuro e valorizzare gli agenti eterogenei che animano i distretti industriali. Artigiani, ex mezzadri, microimprenditori, salariati, s’impegnano lungo un processo di innovazione che è socio-istituzionale prima ancora che economico. Consapevoli che è terminata la lunga rincorsa basata sulle opportunità fornite dal ritardo tecnologico italiano, e che occorre realizzare forme di efficienza dinamica, questi ceti ricercano tra loro, con la regia politica della sinistra locale, una complementarità ex-post, la quale, a differenza di quella ex-ante del primo schema, non esiste già nelle circostanze date, ma va inventata e costruita.

Qui giungiamo agli snodi cruciali dell’interpretazione di Antonelli. «La sinistra a livello nazionale non seppe raccogliere e forse comprendere le potenzialità e la carica innovativa che si era sedimentata nella pratica locale. Di fatto quell’esperienza non seppe uscire dal suo ambito regionale. […] La crescita del Nord-Est avvenne senza che la sinistra potesse contribuire. [Nelle] regioni meridionali, il mito della grande fabbrica nelle industrie di base ad elevata intensità capitalistica prese drammaticamente il sopravvento» (pp.12-13). Dagli anni novanta, inoltre, sopraggiunge l’economia dei servizi e della conoscenza. La sinistra non coglie il cambiamento strutturale, leggendolo anzi sul solo versante della contrazione della base manifatturiera e della diminuzione dell’intensità capitalistica della produzione. In particolare, le sfugge la dinamica di un mercato del lavoro che si bipolarizza tra nuove categorie professionali che emergono e vecchie che vedono contrarsi prospettive occupazionali e retributive. Tra le vecchie, accanto agli operai, stanno ampie fette dei ceti medi, che restano estranee alle nuove forme di generazione della ricchezza e che subiscono spesso una mobilità sociale discendente. D’altra parte, alla sinistra sfugge che il paese riesce, pur tra gravi disuguaglianze, a cavalcare il mutamento, continuando a creare ricchezza e innovazione. Rischia così di consumarsi una sorta di vendetta storica: la sinistra che mezzo secolo fa lottava contro le rendite, organizza oggi una coalizione in difesa di rendite e posizioni acquisite, nei servizi pubblici così come nell’industria sindacalizzata.



Bisogna progettare, conclude Antonelli, la formazione di una coalizione per la crescita, che si proponga di: a) sostenere la parte del lavoro dipendente travolta dal cambiamento strutturale; b) valorizzare i nuovi ceti produttivi imperniati sulle professioni liberali e su microimprese di servizi avanzati; c) promuovere l’accumulazione del capitale umano capace di innovare; d) organizzare il territorio come fattore produttivo e bene di consumo finale.

Sulle stimolanti tesi di Antonelli vorrei avanzare quattro riflessioni, che vogliono provare a intendere meglio sotto quali condizioni effettive la sua politica delle coalizioni potrebbe avviarsi.

La Fondazione Symbola, per la promozione delle eccellenze italiane nel mondo, ha sintetizzato con piglio giornalistico i termini della nostra situazione. In Italia si contrapporrebbero 4A buone a 4D cattive. Le forze positive sarebbero i settori che trainano l’export dell’economia (nella quota mondiale delle esportazioni, l’Italia è, tra i paesi europei, seconda solo alla Germania): Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione meccanica. Le forze malvagie sarebbero i pesi che rallentano la crescita: Debito pubblico (il terzo dopo quello di Giappone e Stati Uniti), Deficit energetico (tra il 2001 e il 2006 la bolletta energetica italiana è salita da 18,8 a 50 miliardi di euro), Divario nord-sud (il sud ha il 35% della popolazione, ma solo l’8% di export) e Differenziale fiscale (l’incidenza delle tasse sul PIL è tra le più elevate). Se potessimo davvero dividere con nettezza i buoni dai cattivi, creare e attuare una politica delle coalizioni sarebbe un gioco da bambini. Ma la diagnosi di Antonelli – secondo cui i massimi mali italiani sono l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche e il tessuto produttivo chiuso all’innovazione, agli investimenti esteri e alle nuove generazioni – è seria e quindi solleva difficoltà. Essa, se coerentemente perseguita, richiederebbe anzitutto interventi di modernizzazione degli enti pubblici e del sistema delle relazioni industriali. Il che comporterebbe che il ceto politico dei partiti e dei sindacati della sinistra dovrebbe tagliare i ponti con (parte almeno de)i gruppi sociali e (de)i quadri istituzionali che, come rileva lo stesso Antonelli, ne supportano l’esistenza. Ciò talvolta succede in situazioni traumatiche che facilitano l’affiorare di nuove leadership. Ma è arduo immaginare quale livello di trauma occorrerebbe, considerando che nemmeno la sparizione dal parlamento della sinistra più radicale, o la sequenza di sconfitte del neonato Partito democratico, sono finora riuscite a provocare significativi rinnovamenti del ceto politico dirigente.

In secondo luogo, la sua diagnosi comporterebbe drastiche misure di riorganizzazione del capitalismo italiano, nel quale «le grandi imprese non sono ancora riuscite a darsi una forma di governo societario realmente diverso da quello familiare» (Ugo Pagano, “Mercato, confronto di sistemi capitalistici”) e le imprese distrettuali appaiono sovente inadeguate a fronteggiare le più recenti traiettorie di cambiamento (si veda Gabi Dei Ottati, “Distretti industriali italiani e doppia sfida cinese”, in corso di stampa su QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria). Qui la domanda diventa: è possibile formare un’alleanza tra distretti e grandi aziende innovatrici contro distretti e grandi aziende che si limitano a sopravvivere? Va rimarcato che siamo su un terreno diverso dai casi storici menzionati. Negli anni 1960 i ceti produttivi lottavano contro i redditieri, negli anni 1980 alcuni sistemi economici locali si autorganizzavano; adesso avremmo invece che imprese o distretti simili tra loro per molti decisivi aspetti dovrebbero scontrarsi per differenziare le rispettive traiettorie evolutive. Ma un “capitalismo contro se stesso” è poco credibile, per le medesime ragioni per cui (al punto precedente) possiamo poco confidare in un “ceto politico di sinistra contro se stesso”.

In terzo luogo, Antonelli evoca la nozione di egemonia che, in Gramsci e dopo, indica la ricerca di consenso tra gruppi sociali mediante una leadership intellettuale e morale. Ciò, tuttavia, non può sempre ottenersi tramite un rawlsiano “consenso per intersezione”; al contrario appare plausibile, lungo la linea argomentativa svolta, che una riforma delle amministrazioni pubbliche e della governance del capitalismo nostrano possano realizzarsi con strategie che, proprio al fine di innescare nuove alleanze, inizino separando/opponendo certi gruppi da/ad altri.

Infine, la leadership intellettuale e morale non si improvvisa. La nostra società civile ha idee e persone all’altezza del compito. Ma le idee vanno valorizzate, le persone incentivate a “scendere in campo”, ed entrambe, idee e persone, vanno messe nella condizione di avere impatto. Il modo migliore per riuscirvi sta, a mio avviso, nel “rompere le righe”: nell’opporre conflittualmente certe strategie ad altre, certi gruppi ad altri. Come ci ha spiegato Albert Hirschman, sia i mercati che la democrazia hanno quali pilastri i conflitti, che svolgono insostituibili funzioni costruttive e trasformative. Nell’Italia odierna, essere riformisti/progressisti equivale ad essere conflittualisti


12 febbraio 2009

Tonino Bucci : intervista a Edoardo Sanguineti. Confindustria, scuola e meritocrazia

 

Addio ugualitarismo, viva la meritocrazia. Questo sarebbe lo slogan più efficace per riassumere il condensato filosofico di un inserto pubblicato sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore. «Appare tramontata un'idea egualitaristica sul lavoro: nei suoi confronti primeggia nettamente un orientamento volto a garantire pari opportunità a tutti in fase di partenza, poi però ciascuno deve darsi da fare autonomamente. Gli fa eco un atteggiamento meritocratico, mentre una visione egualitarista sul lavoro raccoglie poco più della metà dei consensi». Queste righe accompagnavano a titolo di commento i risultati di un sondaggio sui lavoratori dipendenti e sulla rappresentazione che questi hanno della loro professione (rapporto nazionale della Fondazione Nord Est). E, accanto all'essaltazione del merito e alla rottura delle tutele, non poteva mancare un attacco alla rappresentanza sindacale, dipinta come uno degli aspetti più vischiosi al cambiamento. Ci sono, in questi rapidi cenni, i capisaldi di una filosofia aziendalista, l'unica che le classi dirigenti mostrano d'avere dinanzi alla crisi economica. Si può riassumere così: dal collasso dell'economia reale si esce soltanto smantellando il sistema di regole e tutele universali dei lavoratori, a partire dal contratto nazionale. Come se una volta eliminata l'uguaglianza dei diritti potessero liberarsi i meriti personali. D'incanto si sprigionerebbe la creatività dei lavoratori e la produttività schizzerebbe in alto. "Meritocrazia" è una brutta bestia. E' la parola magica che ha accompagnato tutte le controriforme degli ultimi anni. Non a caso, anche la cosiddetta "riforma" della scuola trova la giustificazione ideologica nel voler smantellare un'università che non "premia i migliori". E quale sarebbe una scuola meritocratica? Una scuola dove per uno che passa, un altro non ce la fa. Una scuola improntata, per l'appunto, al modello azienda e a uno schema di competizione che si risolve in un gioco a somma zero: io vinco se tu perdi. La meritocrazia - che sia riferita al mondo del lavoro o a quello scolastico è lo stesso - è tutta ripiegata sulla dimensione individuale dove la misura del proprio successo è determinato dalla sconfitta altrui e viceversa. E' il contrario della cooperazione, tanto del sapere come impresa collettiva quanto del lavoro come opera sociale. Sta di fatto che negli ultimi anni la parola "meritocrazia" ha scavato nell'immaginario ed è entrata nel senso comune come l'unica ricetta possibile a un paese come l'Italia notoriamente afflitto da clientelismi e corporazioni. A Edoardo Sanguineti, scrittore, critico letterario e intellettuale storico della sinistra italiana, abbiamo chiesto di tracciare un percorso tra i termini della questioni, a partire dalla crisi economica e dall'invisibilità del lavoro per arrivare alla trasformazione delle università in fondazioni private.



Ogni volta che spunta una controriforma - si tratti dello smantellamento della scuola o delle tutele contrattuali del lavoro - salta fuori la filosofia della meritocrazia. E anche nel senso comune è passata l'idea che l'ugualitarismo, cioè la garanzia di diritti universali, sia sinonimo di piattume e depressione. Ma è proprio questa la via d'uscita alla crisi economica?

E' un vecchio problema. Il diritto formale borghese è fondato su questo principio: la legge sia uguale per tutti e poi vinca il migliore. Se vivessimo nel paese della cuccagna o in uno Stato dove non ci fossero distinzioni di classi, potremmo anche starci. Ma il guaio del diritto formale è proprio quello di prescindere dalle divisioni sociali ed economiche che in ultima istanza decidono delle nostre esistenze concrete. Se davvero tutti partissero alla pari la legge funzionerebbe splendidamente. Ma se invece c'è una parte della società che può permettersi di mandare i figli a frequentare l'università all'estero e un'altra no, se una parte può curarsi nelle migliori cliniche e all'altra questa possibilità è preclusa e via così di esempio in esempio, è evidente che c'è una condizione di ingiustizia. Sarebbe molto bello, per restare in tema di università, se tutti gli atenei funzionassero sul modello della Normale di Pisa. Lì si accede per concorso, quindi in base al merito. La Normale è un vero campus, si ha diritto a vitto e alloggio e si ha la possibilità di frequentare con agio tutti i corsi. Ma altra cosa è la trasformazione degli atenei in fondazioni private in concorrenza tra loro - che mi pare il principio ispiratore della riforma universitaria. La libertà di uno studente di scegliere l'università migliore è una libertà solo formale, sulla carta. Non tutti possono permettersi di andare a studiare in un'altra città e di sostenere il costo di una stanza vista la speculazione degli affitti nelle città universitarie. Si può filosofeggiare quanto si vuole sul merito e sulla bellezza delle fondazioni private, ma se non hai una famiglia che ti sostenga alle spalle non c'è nessuna libertà di scegliere l'università migliore.

Questa meritocrazia assomiglia molto alla competitività modello aziendale. Qualcuno vince perché c'è un altro che perde. E' la ricetta confindustriale: mettere i lavoratori in guerra tra loro. Non è così?

Abbiamo una Costituzione fondata sul lavoro che tutela chi produce. Ci stiamo allontanando da quella Carta. Si capisce che Confindustria invochi in nome degli interessi imprenditoriali il criterio del merito ma questo non è possibile in una situazione di ineguaglianze sociali. In questa società cominciano a essere in dubbio persino i diritti fondamentali a partire da quello della casa. Per anni le banche hanno comprato pezzi intere di città e hanno prestato denaro con molta disinvoltura fino al punto di strangolare le persone con l'innalzamento dei tassi dei mutui. Il risultato è la concentrazione della ricchezza nelle mani delle banche. Si può dire, senza forzature, che tutta la nazione sia ormai improntata al modello aziendale. L'azienda-Italia, per l'appunto. Ma la meritocrazia che sta al fondo di questa mitologia della produttività è il contrario della concorrenzialità. E', piuttosto, la via maestra al monopolio e alla concentrazione. Da un lato, calano gli investimenti e chiudono le fabbriche, dall'altro, aumentano gli sportelli bancari.

La crisi non è solo finanziaria ma colpisce anche l'economia reale. Scomparirà la decantata società dei ceti medi?

Sarà che sono un vecchio materialista storico ma mi pare che si restringe la base sociale della piccola borghesia. Il conflitto si restringe fra una élite di iperricchi e una massa di sventurati in difficoltà. La globalizzazione ha esportato in tutti i paesi precariato e instabilità dell'esistenza. Tutto il resto è mitologia. Tra questi due poli la piccola borghesia è schiacciata ed è destinata a sparire assieme a tutte le fantasie su una ipotetica terza forza. Non dimentichiamo che da questo gruppo sociale sono venuti in gran parte gli insegnanti delle scuole, di quelle elementari e medie soprattutto. La crisi della scuola è legata anche alla crisi d'identità di ceti medi e piccola borghesia. Anche quelli che una volta si chiamavano colletti bianchi non possono chiamarsi fuori dall'insicurezza generale. Anche un direttore di banca può essere spedito da un momento all'altro a dirigere una filiale in un'altra città abbandonando patria e famiglia. E se non accetta entra in esubero.

Nel senso comune è passata l'idea che l'uguaglianza opprime la libertà e impedisce a chi è creativo di emergere. Basta con le tutele per tutti i lavoratori e basta con la scuola uguale per tutti. Non è questo il messaggio predominante?

Continuo a fare riferimento alla Costituzione. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. A me piace dire che il lavoro è la condizione centrale nella vita di ognuno. Fin da bambini compiamo un lavoro gigantesco per passare dalla condizione "naturale" a una condizione sociale che è la premessa per l'integrazione nella vita produttiva. Oggi l'etica del lavoro e l'universalismo dei diritti sono messi a dura prova. Quel che accade nella scuola è sintomatico. Pensiamo alla spinta del Vaticano perché lo Stato finanzi scuole private cattoliche. E' una filosofia che contraddice il principio costituzionale di una una scuola pubblica per tutti indipendentemente da provenienze sociali e culturali. E' come se proponessimo scuole elementari comuniste o rivendicassimo la presenza di insegnanti comunisti. Sempre per rimanere sul terreno dell'istruzione, un altro elemento che smantella il sistema dell'ugualitarismo è il conflitto tra dimensione nazionale e istanza regionalistica. D'accordo che le scuole abbiano l'autonomia di decidere il calendario di apertura e chiusura in base a esigenze locali, ma altra cosa è modificare i programmi nazionali. C'è una parcellizzazione dell'insegnamento, una regressione alle storie locali, si inventano genealogie che risalgono all'età della pietra. A tutto questo si aggiunge la precarizzazione degli insegnanti.

Da un lato c'è l'esaltazione dell'inglese, dall'altro andiamo verso una scuola chiusa sul localismo e le piccole patrie. Nella circolare Gelmini che sta per arrivare negli istituti scopriamo che scompare la seconda lingua comunitaria.Come sarà la scuola del futuro?

Mio dio, dove troveremmo tutti questi insegnanti per l'inglese? E poi quale inglese, quello che si parla in Australia o in Canada? Abbiamo già tante difficoltà per stabilire qual è l'italiano, se sia quello della televisione o degli sms o che altro. C'è poi questa visione utopica che sarebbero le famiglie a dover scegliere l'orario e se vogliono l'insegnante unico o no. Ma la verità è che le loro richieste non potranno essere garantite perché gli istituti non hanno né personale né risorse a sufficienza. A prevalere, al di là dei principi dichiarati, saranno i tagli. La crisi economica comincia a far sentire gli effetti anche a partire dalla scuola. E nella società si scatenerà una corsa al lavoro, quale che sia, non importa quanto bassa sarà la retribuzione. Questo significa che non vengono privilegiati i lavori qualificati o creativi, come ci raccontano. Un laureato, quando va bene, si accontenta di fare il custode in un museo. Magari in attesa di vincere un dottorato di ricerca. In questa situazione si sceglie di disinvestire e smantellare scuole e università. Questo sistema economico non ha bisogno di formare laureati. Il peggio è che queste politiche si ammantano del termine "riforma" che un tempo era una parola di sinistra. I conservatori oggi si presentano come innovatori.


29 novembre 2007

Giovanni Mazzetti : l'errore del politicismo

Invece di misurarsi con il problema di come conquistare la forma di una forza pratica, capace di mediare positivamente giorno per giorno, nella vita empirica, nel lavoro produttivo, nei rapporti personali, la formazione di una nuova base sociale coerente con i propri presupposti; invece di procedere finalmente nella direzione del superamento della proprietà privata,il comunismo sviluppava una ipertrofica illusione che la politica fosse la forma dell'attività e del pensiero capace di riassumere efficacemente in sè l'universalità, ed in quanto tale costituisse la chiave per la transizione ad una nuova società.



Per il fatto stesso di aver cercato il proprio potere unicamente sul terreno della politica, i comunisti hanno fatto assumere al loro movimento la natura contraddittoria di un mero tentativo di conquista del timone dello Stato, conquista dalla quale sarebbe dovuta taumaturgicamente sgorgare una società nuova. Si è cioè ignorato che, come la borghesia aveva praticamente e gradualmente rivoluzionato la vita quotidiana per secoli, prima di porre apertamente il problema del potere politico, così la comunità ha bisogno di essere pazientemente prodotta giorno per giorno prima di riuscire ad assumere una forma generalmente condivisa in modo consapevole. E che ogni tentativo di invertire questo processo, proprio perchè pone come motore del cambiamento la mera volontà, è per sua stessa natura, ideologico 

(Giovanni Mazzetti,
Dal comunismo all'agire comunitario, Editori Riuniti)


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