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30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


9 settembre 2010

La tesi di Barrere e la risposta keynesiana

Da parte della scuola keynesiana, Alain Barrere ha presentato una interpretazione della crisi degli anni ’70 considerata come una crisi di tipo nuovo senza precedenti detta crisi organica nella misura in cui essa deriverebbe da una disfunzione del sistema di produzione e di distribuzione. Ciò risulterebbe dalla riduzione relativa del reddito netto disponibile per il consumo e l’investimento, cioè dopo il prelievo di oneri crescenti (rimpiazzo del capitale, oneri sociali fiscali).

 

 

 

Questa riduzione provocherebbe una frenata della domanda effettiva, quindi dell’occupazione della redditività del capitale, da cui la minore propensione ad investire, l’apparizione di sovrainvestimento nel senso keynesiano, il rallentamento della crescita ed infine la crisi. Per l’autore solo una pianificazione nazionale concertata potrebbe ripristinare il controllo delle grandezze strategiche. Tale analisi si ricongiunge ad altri lavori che mettono in evidenza il calo di redditività del capitale alla fine degli anni ’60. Ma il tutto in un contesto nazionale astorico che non tiene conto del ruolo del mercato mondiale.


7 settembre 2010

L'analisi liberista della stagflazione

Di fronte al ritorno di un fenomeno nel quale non si credeva più, gli economisti hanno reagito sia tentando di integrarlo nel quadro generale dell’analisi teorica precedente sia tentando una innovazione. In quest’ultima categoria rientrano gli economisti francesi della scuola della regolazione e gli economisti radicali americani.

 

 

Per la teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale l’aggiustamento tra offerta e domanda su ciascun mercato si può realizzare attraverso la variazione dei prezzi, i quali si fissano per tentativi. In quest’ottica la disoccupazione non può essere che volontaria e deriva dal rifiuto dei lavoratori di occuparsi ad un tasso di salario che un mercato libero potrebbe lasciar precipitare molto al di sotto del livello oggi garantito dalla legge. Ma un simile processo di aggiustamento presuppone un banditore in grado di centralizzare tutta l’informazione. Paradossalmente il modello di equilibrio generale che si ritiene essere proprio di un’economia di mercato, rappresenta un’economia fortemente coordinata che non corrisponde affatto all’economia capitalistica. La scuola neoclassica dimentica questa condizione essenziale e si adagia nella concezione che bisogna lasciar operare i mercati senza perturbazioni da parte dello stato. La crisi è solo un fatto congiunturale ed anzi si può dire che non esiste una teoria neoclassica della crisi. Ad es. per i neoclassici questa crisi degli anni ’70 è una turbolenza scatenata da cause esterne alle economie nazionali, i cui effetti sono soltanto amplificati da fattori interni. I fattori esterni sarebbero fenomeni di disordine apparsi sui mercati mondiali : la de regolazione del mercato delle materie prime e la de regolazione del mercato monetario internazionale. Ma se si considera la crisi del petrolio da una parte, l’analisi dei suoi effetti mostra che essa non può spiegarne né l’ampiezza né la durata. Inoltre essa è sopravvenuta dopo un lungo periodo di stagnazione dei prezzi internazionali a beneficio dei paesi industriali. Quanto al disordine monetario, esso è molto più un effetto che una causa nella misura in cui è il prodotto del comportamento dei principali attori sul mercato mondiali (le imprese transnazionali). Scatenato da fattori esogeni, il riflusso dell’espansione sarebbe stato amplificato da imperfezioni interne, soprattutto dalla rigidità verso il basso dei salari a causa delle organizzazioni sindacali e la conseguente disoccupazione. Un altro grande fattore perturbatore sarebbe costituito dall’intervento dello Stato :

·         Per i seguaci dell’economia dell’offerta, consiglieri economici iniziali di Reagan, che si rifanno alla scuola di Buchanan, la pressione fiscale e gli oneri sociali sono eccessivi. Gravando sui redditi di lavoro e di capitale questi prelievi tenderebbero a ridurre l’incentivo a lavorare, risparmiare ed investire, mettendo in questione le motivazioni di una economia che si fonda sull’iniziativa privata e suscitando delle attività parallele. Questa critica risulta rafforzata secondo questi economisti dalla tesi che, essendo la disoccupazione volontaria, l’incremento della spesa pubblica in periodi di sotto-occupazione non avrebbe l’effetto moltiplicatore di rilancio descritto da Keynes e che a posteriori finanzia l’operazione senza ridurre la spesa privata, ma invece eserciterebbe solo un effetto di spiazzamento sostituendosi a spese private.

·         I monetaristi di Milton Friedman postulano che essendo la tendenza naturale di una economia di mercato l’equilibrio, la sola politica monetaria conseguente consisterebbe nell’evitare che la moneta intervenga a perturbarla ed a creare delle instabilità. Essi accusano le politiche Keynesiane di avere creato l’inflazione con le loro manipolazioni monetarie dirette a stimolare l’attività economica.

·         L’economista liberale austriaco Von Hayek criticano Keynes vedendo nelle sue politiche una causa della crisi contemporanea attraverso l’inflazione di credito che sarebbe stata provocata dal forte abbassamento del tasso di interesse di mercato. Queste politiche facilitando il ricorso al credito senza modificazione dei comportamenti di risparmio, sostenendo la domanda, riducendo il costo dell’investimento ed elevando artificialmente il rendimento di quest’ultimo, avrebbero provocato l’inflazione (modo di aggiustamento del risparmio all’eccesso di investimento) e condotto al sovrainvestimento degli anni ’60. Una tale analisi sottolinea correttamente l’insufficienza di politiche troppo globali, ma offre nello stesso tempo un’analisi dell’investimento che ignora i comportamento concreti delle grandi imprese, per le quali il tasso di interesse non è che un elemento tra molti altri nell’elaborazione delle loro strategie di accumulazione.

 


4 settembre 2010

Le multinazionali e l'espansione economica

Il grande periodo di espansione dopo la guerra riguarda tutti i paesi industrializzati occidentali, le cui crescite si intrecciano l’una all’altra e influenzano l’evoluzione dei paesi sottosviluppati. Il vettore di queste interrelazioni è costituito dalle imprese multinazionali, imprese che hanno sedi molteplici in diversi paesi e attraverso di esse cercano di approfittare dei vantaggi che possono trovare in un paese o nell’altro. Il ruolo crescente delle imprese multinazionali (agenti attivi dell’espansione lunga), dà luogo al movimento di internazionalizzazione del capitale. Ma la logica di questo processo comporta una duplice evoluzione della divisione internazionale del lavoro :

·         Da una parte una gerarchizzazione maggiore delle economie dei paesi industrializzati del centro-nord sviluppato, i più avanzati dei quali (Usa, Germania, Giappone) vedono concentrate nel loro seno le attività di carattere strategico (elettronica, informatica, telecomunicazioni)

·         D’altra parte, al di là del processo di decolonizzazione politica, il sottosviluppo dei paesi periferici del sud diventa, con l’indipendenza politica e l’esplosione demografica, un fenomeno massiccio del periodo. Gli scambi nord-sud riguardano essenzialmente prodotti manufatti contro prodotti agricoli e minerari con ragioni di scambio che favoriscono la crescita del nord, realizzando una forma di trasferimento di sovrappiù economico a suo beneficio

L’economia-mondo è dunque fortemente gerarchizzata e strutturata da un complesso insieme di relazioni asimmetriche di diseguaglianza e di dominio/dipendenza il cui gioco assicura la riproduzione se non l’accentuazione dello sviluppo ineguale delle nazioni e che traduce concretamente ciò che alcuni autori chiamano imperialismo.

Le situazioni molto diversificate di sottosviluppo non designano stati di minor sviluppo in sé, cosa che non significa niente (di cosa ? rispetto a che ? per chi ?) salvo dire che si tratta di sviluppo del capitalismo e non necessariamente di promozione umana o riduzione delle disuguaglianze. L’espansione lunga nei paesi del nord non avrebbe potuto svolgersi con il ritmo e la relativa regolarità sperimentate senza che ci fosse l’intervento di potenti processi regolatori, i quali sono questa volta più o meno internazionali e rappresentano il modo di gestione capitalistica nell’era degli oligopoli.

 

 

Il periodo non è stato privo di conflitti sociali ed in certi paesi si è addirittura compiuto con i più violenti conflitti interni del dopoguerra, né è avvenuto senza squilibri : alcune fasi di recessione ed una notevole inflazione strisciante. Ma i processi di regolazione sono stati abbastanza potenti da riuscire in qualche modo ad appiattire la curva dell’espansione, ad inceppare per qualche tempo i meccanismo dei cicli classici, riducendo le crisi a semplici recessioni brevi, elevandone  così il ritmo. Ma ciò non significa che le contraddizioni inerenti al sistema economico siano sparite, come è dimostrato dal capovolgimento della congiuntura lunga all’inizio degli anni ’70.

 


3 settembre 2010

Accumulazione intensiva con consumo di massa

La forte intensificazione del lavoro operaio ottenuta sulla catena di montaggio rappresenta una componente importante dell’incremento della produttività del lavoro (non è solo l’innovazione tecnica) e dunque del sovrappiù economico. E su questa base che si sviluppano la produzione/consumo di massa e la nuova politica salariale alla definizione della quale partecipano largamente le organizzazioni sindacali operaie, istituzionalizzate e diventate parti sociali, mentre il lavoro salariato è interiorizzato come forma normale di organizzazione del lavoro. È l’articolazione di queste condizioni di produzione e di consumo che costituisce il fordismo, iscritto nel quadro di quello che alcuni chiamano regime di accumulazione intensiva con consumo di massa.

 

 

Su questa duplice base si troveranno sviluppate soprattutto le nuove forze produttive, molte delle quali scaturite dalle forze distruttive messe a punto dalla guerra e i sistemi di macchine che costituiranno la base tecnica delle industrie motrici del periodo : macchine utensili, autmobili, petrolchimica, chimica di sintesi e delle materia plastiche, aereonautica, elettronica ed apparecchi elettrodomestici. L’orientamento di queste attività ed il preciso contenuto dato alle merci le sottomettono rigorosamente all’imperativo della valorizzazione del capitale, quindi ai vincoli della produzione e al rapido rimpiazzo di merci poco durevoli. Ciò produce non la crescita in generale, ma un certo tipo di crescita e certi conseguenti modi di vita. Questi risultano plasmati nello stesso tempo dai sistemi tecnici in quanto legati alla divisione del lavoro (universo della produttività), dai sistemi di oggetti inclusi nei modelli di consumo (universo del consumismo) e dal tipo di sistemazione degli spazi urbani e rurali che struttura l’universo della socialità.

 


12 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : i tempi lunghi

 

I primissimi analisti dei movimenti lunghi pongono l’accento su fattori esplicativi di grande interesse : ad es. Lescure e Van Gelderen vedono la fase di espansione prolungata come fondata su di un poderoso allargamento della produzione, legato allo sviluppo di nuovi settori di attività. Lescure mette in luce il fatto che il lungo periodo di espansione inflazionistica 1850-1873 si fonda sulla costruzione rapida ed intensa della rete ferroviaria in Inghilterra, Francia e Germania, il che stimola fortemente le industrie minerarie e metallurgiche (effetto trainante) e accresce la domanda di manodopera e di capitale, spingendo verso l’alto i salari ed il tasso d’interesse. Lo stesso autore evidenzia come, essendo state portate a termine le linee ferroviarie verso il 1873, ci si deve accontentare della manutenzione di una rete già esistente. L’offerta tende a sopravanzare la domanda e ciò causa una flessione dei prezzi. Successivamente Lescure mette in relazione la ripresa della fine del 1800 con le nuove attività delle industrie elettriche ed automobilistiche.

Kondratiev mette in evidenza la concordanza dei movimenti lunghi dei prezzi e della produzione. Ispirandosi ai lavori di Marx sul ciclo classico, cerca le cause dei movimenti lunghi nelle strutture stesse del sistema capitalistico. Crede di trovarle nell’esistenza di onde lunghe che interesserebbero i grandi investimenti di base come le ferrovie (teoria del ciclo di reinvestimento). Ma per Kondratiev il capovolgimento della congiuntura lunga deriverebbe (più che dall’esaurimento delle potenzialità di rendimento di tali investimento) dall’insufficienza e dal costo troppo elevato del risparmio suscettibile di essere investito, che ricomincia ad accumularsi durante la depressione lunga. Egli trasferisce al ciclo lungo l’analisi che il suo maestro Tugan-Baranovskij  aveva fatto per il ciclo classico. Ma se il fattore che egli propone può in certi casi giocare un ruolo minore a livello di cicli brevi, se ne concepisce difficilmente la trasposizione a lunghi periodi di tempo. Infatti una massa di risparmio come potrebbe restare per tanto tempo inutilizzata ?

Lev Trotzki si interessò delle onde lunghe per indicare che, a differenza del movimento classico, esse non hanno statuto di ciclo. Soprattutto non si possono spiegare le onde lunghe come il ciclo classico e cioè attraverso la struttura e la dinamica del sistema capitalistico. Esse sarebbero determinate non da fattori endogeni, ma dall’ambiente esterno nel quale il capitalismo si propaga (conquiste coloniali, scoperte di nuove risorse, rivoluzioni, guerre) mentre Kondratiev pensa che questi elementi si integrano nel processo generale della dinamica economica e sociale. Questa tesi di Trotzki (poco marxiana) diventerà la teoria ufficiale degli economisti sovietici. In realtà nel periodo di relativo ristagno tra le due guerre e soprattutto dopo la crisi del 1929 diveniva essenziale poter annunciare la crisi finale del capitalismo. La teoria di Kondratiev mostrando che il capitalismo poteva rinascere fu considerata eretica ( e lui nel 1930 fu arrestato e condannato a morte).

Schumpeter non si accontenta di constatare la concomitanza esistente tra fasi prolungate di espansione e messa in atto di massicce ondate di innovazioni (macchina a vapore per il primo Kondratiev, ferrovia per il secondo, motore a scoppio ed elettricità per il terzo, forse automobile ed elettronica per il quarto) ma mette tale concomitanza al centro di ciò che considera una teoria esplicativa. Per lui infatti sono queste ondate di innovazioni messe a punto durante le fasi depressive che provocano l’espansione prolungata (queste imprese trovano, alla fine della fase B, abbondanti capitali pronti per essere investiti).ma la teoria di Schumpeter non fa che spostare il problema, giacchè bisogna spiegare come si crea il progresso tecnico. Ernest Mandel, discepolo di Trotzki, pur designando come fattore essenziale il movimento di lungo termine del tasso di profitto, spiega la corrispondenza tra espansione prolungata e messa in atto delle rivoluzioni tecnologiche, dicendo che queste ultime centrate su nuovi tipi specifici di sistema di macchine cambiano l’organizzazione del lavoro e di conseguenza i rapporti sociali, creando un contesto che amplifica la crescita.



 Tra i primi tentativi di spiegazione dei movimenti lunghi alcuni hanno proposto il ruolo dell’allargamento del mercato mondiale, sia per l’ingresso di grandi paesi come Usa,Germania e Giappone, sia per le conquiste coloniali motivate dalla ricerca di materie prime o di sbocchi per le industrie dei paesi sviluppati. Effettivamente le principali spedizioni coloniali si situano alla fine dei periodi di depressione ed all’inizio dei periodi di espansione prolungata. Infine alcuni economisti quali lo svedese Gustav Cassell hanno cercato un fattore esplicativo al livello dei fenomeni monetari sulla base della teoria quantitativa della moneta : se la massa monetaria aumenta più velocemente della produzione, i prezzi tendono necessariamente a salire il che stimola la produzione. Nel quadro del gold standard (sistema aureo) nel quale la massa monetaria in circolazione è legata alle riserve auree detenute dalle banche, è stato messo effettivamente in luce un certo sincronismo non molto stretto tra i cicli lunghi e le variazioni delle riserve auree. Come è stato sottolineato dallo stesso Kondratiev non si può considerare però la produzione di oro come un fattore indipendente nella misura in cui la ricerca di oro è fortemente stimolata dall’intensità più o meno elevata dell’attività economica e dal movimento dei prezzi. La produzione di oro non può essere considerata come causa prima, ma solo come causa concomitante dell’impulso delle fasi di espansione. A partire dalla prima guerra mondiale l’oro non esercita più alcuna influenza sul movimento lungo. Quanto alla moneta non metallica, essa è oggetto di politiche monetarie che giocano a partire dagli anni ’30 un ruolo importante nella regolazione della congiuntura. Le prime interpretazioni dei cicli lunghi non possono essere considerate soddisfacenti nella misura in cui mettono in rilievo un solo fattore esplicativo, poiché il processo del movimento lungo si è rivelato troppo complesso.


11 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Keynes e Kalecki visti da Boyer

 

Sia che la si prenda dal punto di vista della tendenza alla sovracapitalizzazione, sia che la si consideri in termini di difficoltà di aggiustamento delle capacità produttive o di aumento dei costi, l’analisi dell’accumulazione nel corso del periodo di espansione sbocca così in modo diversi sul problema centrale : la minaccia che incombe a termine sul tasso di profitto che è il motore dell’accumulazione. Già l’economista neoclassico Knut Wicksell sottolineava la necessità, per suscitare l’espansione, di una differenza positiva tra il tasso di rendimento atteso del capitale di nuova creazione (tasso naturale di interesse) e il tasso monetario o tasso corrente di interesse (quello praticato dalle banche) di cui l’espansione tende a provocare l’aumento (questo tema è stato sviluppato anche da von Hayek). Da questo scarto nasce un processo cumulativo che sfocia a termine nel sovra-investimento, tenuto conto delle prospettive di profitto. Le analisi qui viste riprendono il tema centrale di Marx, arricchendone la comprensione del processo.  

Keynes, ispirandosi a Wicksell per quanto concerne il ciclo vede la causa essenziale nella variazione ciclica del tasso di rendimento atteso del capitale più produttivo, rappresentato da ciò che egli chiama l’efficienza marginale del capitale. Le aspettative (che giocano un ruolo centrale nell’analisi keynesiana) riposano su basi fragili. Per quanto riguarda il tasso di profitto, esse sono, durante la fase di espansione del ciclo, generatrici a termine di una situazione di sovrainvestimento. Anche se l’efficienza marginale del capitale diminuisce necessariamente con l’espansione, le aspettative sono eccessive relativamente all’aumento del costo del capitale e del tasso di interesse : il sovrainvestimento è dunque relativo. Questa situazione sfocia in un capovolgimento delle aspettative, una caduta improvvisa dell’efficienza marginale del capitale che conduce alla crisi per cessazione dello stimolo ad investire. La crisi nasce dunque dall’azzeramento dello scarto tra il rendimento scontato del capitale ed il tasso d’interesse. Mentre quest’ultimo dovrebbe essere abbassato, esso viene invece alzato. Keynes mette così in discussione la capacità degli imprenditori di gestire l’investimento senza produrre crisi.

L’economista polacco Michal Kalecki svilupperà l’analisi di Keynes imperniando la sua impostazione sul tema delle aspettative che governano le decisioni di investimento degli imprenditori. Se l’investimento è determinante per il livello dell’attività economica, esso è a sua volta determinato (per quanto riguarda il suo volume) dal livello dell’attività attuale ed alla variazione di questo rispetto ai periodi anteriori, il che introduce qui la nozione di ritardo temporale. L’investimento può essere così il risultato di aspettative eccessivamente ottimistiche (poiché fondate su una congiuntura passata) e la tragedia dell’investimento è ciò che conduce alla crisi prima di aver potuto produrre i suoi pieni effetti. In tal modo Kalecki chiama in causa il capitalismo in quanto la capacità produttiva diventa troppo grande per sostenere il tasso di profitto.



Una impostazione diversa ma complementare è quella del grande teorico dei cicli e della dinamica economica Joseph Schumpeter, la cui analisi è incentrata sul processo dell’innovazione tecnologica che è l’applicazione effettiva ed operativa di una invenzione scientifica. È l’innovazione che (per mezzo dell’intervento dell’imprenditore dell’investimento) fa uscire l’economia dal circuito della semplice ripetizione di periodo in periodo e la spinge nel processo dell’evoluzione economica. Le innovazioni vengono a grappoli e si generalizzano attraverso un effetto di diffusione a partire dagli imprenditori più dinamici che fanno largamente ricorso al credito per spezzare il circuito. L’applicazione e la diffusione dell’innovazione generatrice di profitto corrispondono al periodo di espansione, ma quando la generalizzazione è compiuta, il boom degli investimenti innovativi si esaurisce e con ciò le prospettive di profitto si deteriorano e sopraggiunge la crisi e la depressione (Schumpeter ha previsto anche che il capitalismo si estinguerà a causa della burocratizzazione del processo innovativo). La ripresa avrà luogo sotto l’effetto dell’abbondanza di capitali pronti per essere investiti e quello della caduta dei tassi d’interesse. Mettere in relazione investimento ed innovazione è certamente importante soprattutto con riguardo ai movimenti lunghi dell’economia. Ma è difficile considerare innovazioni e progresso tecnico come processi autonomi.


10 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Boyer su tre temi accanto a quello del sottoconsumo

 

La teoria delle crisi avrà numerosi sviluppi alla fine del 1800 e l’inizio del ‘900. Tutti gli autori interessati cercano di spiegare le crisi e le fluttuazioni sulla base di un fattore esplicativo spesso pertinente ma non sufficiente, iscritto in un insieme teorico specifico o debolmente collegato allo schema analitico delle grandi scuole di pensiero. 




Oltre alle tesi concernenti il sotto-consumo operaio (Hobson) possono essere individuati tre principali temi :

1.      La questione del risparmio e del credito. Tugan-Baranovskij, che insiste sul ruolo della produzione dei mezzi di produzione nello svolgimento del ciclo, propone una spiegazione delle crisi fondata su di un processo di sovracapitalizzazione rispetto al risparmio disponibile a mano a mano che avanza l’espansione. Non vi sarebbe dunque una tendenza all’eccesso di risparmio, ma al contrario una insufficienza di risparmio, tenuto conto del livello dell’investimento. In altre parole il sistema economico sarebbe incapace di agiustare il flusso di risparmio alle esigenze dell’accumulazione, esigenze crescenti lungo il periodo di espansione, mentre per Tugan è l’ammontare dei fondi dei capitali disponibili che determina il livello dell’investimento. Questo tipo di impostazione però ipotizza che il processo di formazione del risparmio e quello dell’investimento siano perfettamente distinti, cosa assolutamente non ovvia. Alcuni hanno ripreso questo schema completandolo con l’introduzione del credito bancario : nella misura in cui le imprese che investono fanno ricorso a denaro a credito fornito dal sistema bancario (e suscettibile di sostituire il risparmio), questo può venire meno (Wicksell, Fisher, von Mises, Robertson). In regime di goldstandard in particolare, il sistema bancario può essere indotto a giudicare eccessiva l’espansione del credito ed a frenarla (con il razionamento o con l’aumento del tasso d’interesse) qualora l’espansione giunga ad avere una copertura insufficiente ed emerga un abuso di credito. Keynes capovolgerà questo tipo di analisi mostrando il ruolo primario dell’investimento ed il ruolo secondario del risparmio : grazie al suo effetto moltiplicatore del reddito ogni incremento dell’investimento tende sotto certe condizioni a creare alla fine del periodo un eguale ammontare di risparmio indotto (sul reddito distribuito attraverso questa spesa).

2.      La questione dell’aggiustamento delle capacità produttive. La questione della sovracapitalizzazione viene affrontata da un altro punto di vista analitico complementare a quello di Marx, dall’economista francese Aftalion : in periodo di espansione, l’investimento netto (accrescimento delle capacità produttive è per Aftalion suscitato dalla crescita della domanda finale. Ma a causa di necessari sfasamenti temporali, dato che la fabbricazione di beni capitali richiede tempo (secondo il principio del ritardo di investimento), l’investimento stesso nel momento in cui alimenta l’espansione produce a termine una situazione di sovracapacità (sovracapitalizzazione) questa volta in rapporto alla domanda. Questa situazione è generatrice di crisi per via della sovrapproduzione che essa comporta. La creazione delle capacità produttive in un’economia di imprese private non coordinate, potrebbe non risultare proporzionale all’evoluzione della domanda. Da questa osservazione è nato il principio di accelerazione (Aftalion e Clark) che rappresenta la prima funzione di investimento, ossia la prima relazione formale tra l’investimento e la produzione elaborata nella storia della teoria economica. Questo principio fortemente semplificatore si basa sul fatto che la domanda di beni di investimento da parte degli imprenditori sarebbe funzione della sola domanda dei prodotti finali, cioè sarebbe una domanda derivata, indotta da questa domanda finale. Di qui, se l’investimento è proporzionale alla variazione della domanda, la variazione dell’investimento di un periodo sull’altro è anch’essa proporzionale alla variazione del ritmo di questa domanda. Ciò si traduce in un azione fortemente amplificatrice dell’innalzamento della domanda di beni di consumo su quella dei beni di investimento. Questa azione condurrebbe al sovrainvestimento e quindi alla sovracapitalizzazione man mano che l’espansione progredisce e poi al contrario all’arretramento brusco dell’investimento nella depressione.

3.      La questione dell’innalzamento dei costi nell’espansione. Questa tesi del francese Jean Lescure sottolinea il ruolo dell’aumento dei costi nel corso dell’espansione e il suo effetto negativo sull’evoluzione del tasso di profitto atteso. Così, al termine di un periodo di sviluppo, i costi di impianto e i prezzi di produzione salirebbero più dei prezzi di vendita, il che non permetterebbe più agli imprenditori di attendersi dalle loro nuove imprese un tasso di profitto sufficiente. Ciò deriverebbe dall’aumento (nettamente superiore a quello degli altri settori) dei prezzi di prodotti di base minerali e metallurgici che registrano una domanda crescente eccezionalmente intensa nel corso dell’espansione. Deriverebbe anche dall’aumento dei tassi d’interesse (più rapido di quello del prezzo delle merci) sotto l’effetto delle tensioni sul mercato finanziario (il risparmio sembra insufficiente solo perché il tasso d’interesse cresce) e dall’innalzamento del tasso di salario unito alla flessione del rendimento della manodopera a mano a mano che l’espansione conduce ad una situazione vicina al pieno impiego. L’aumento dei prezzi di vendita non basta a compensare l’aumento dei costi, di modo che la caduta dei profitti precede quella dei prezzi ed annuncia la crisi. Vi è qui un fattore esplicativo che completa l’analisi della sovrapproduzione in rapporto alla domanda effettiva.


9 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Marx visto da Boyer

 

Marx riprende gli spunti di Sismondi e aggiunge la questione del conflitto di classe e del livello di sviluppo delle forze produttive, oltre alla consapevolezza del carattere storico di quelle leggi economiche che gli economisti classici consideravano simili a quelle fisiche.

Per Marx la crisi è resa possibile dal fatto che in un’economia di scambio generalizzato si ritrova ad avere produzione e consumo come due operazioni separate. I beni non vengono prodotto in vista del consumo, ma per essere venduti con un profitto sufficiente e ad un ritmo abbastanza rapido perché il capitale investito si trovi valorizzato. Le crisi appaiono con una certa regolarità per la logica stessa dell’accumulazione del capitale. L’investimento realizzato a livello dell’impresa capitalistica individuale nei settori di attività che nella congiuntura immediata appaiono suscettibili di fruttare i tassi di profitto più elevati, viene effettuato senza che sia assicurata una domanda effettiva per le merci prodotte. Non vi è coordinamento apriori delle decisioni di investire né regolazione se non a posteriori sul mercato che sanziona gli errori di previsione. Questo è per Marx l’effetto di una contraddizione nel sistema economico tra il carattere sociale della produzione ed il carattere privato della proprietà dei mezzi della produzione e delle decisioni economiche. La maggior parte dei produttori non possono acquistare l’equivalente di ciò che producono e devono fornire un sovrappiù o plusvalore ai capitalisti che ritengono occupati. Questo primo fattore si traduce in delle sproporzioni della produzione in rapporto alla domanda effettiva. Tali sproporzioni si allargano ai diversi settori dell’economia (ad es. tra sezione dei mezzi di produzione e sezione dei beni di consumo). Tale effetto viene rafforzato nel fenomeno del sottoconsumo operaio : per la natura stessa del sistema economico, l’imprenditore cercando di massimizzare il suo profitto esercita costantemente una pressione sui salari che per lui sono un costo ma che d’altra parte (a livello sociale) costituiscono un elemento della domanda complessiva, elemento sempre più importante mano a mano che si diffonde il rapporto di lavoro salariato. Si generano così situazioni di sovrapproduzione non in rapporto ai bisogni esistenti ma in rapporto alla domanda effettiva (solvibile).



A partire dal momento in cui, in uno o più settori di attività compare sovrapproduzione, il tasso di profitto si abbassa sotto l’effetto della flessione dei prezzi effettivamente praticabili. Ciò può portare ad un aggiustamento, dirigendo i capitali verso investimenti in altre attività. Ma può rivelarsi insufficiente qualora le disparità siano troppo grandi, informazione imperfetta ed i capitali non sufficientemente mobili. Per Marx questo fenomeno è rafforzato dall’effetto della legge tendenziale della caduta del saggio di profitto che egli stabilisce (per un dato tasso di sfruttamento) come conseguenza del fatto che l’accumulazione si svolga in modo sempre più capitalistico, ossia con una proporzione crescente in termini di valore di capitale in rapporto alla forza lavoro impiegata. L’accumulazione del capitale, stimolata senza sosta dalla sfrenata concorrenza del mercato, genera espansione ma giunge anche a creare un eccesso di capacità di produzione in rapporto alla domanda effettiva : il mercato sembra troppo stretto per la produzione ed il capitale non può più venire valorizzato ad un tasso di profitto sufficiente. Si ha così un eccesso di accumulazione rispetto al plusvalore che è diventato possibile estrarre. Con la caduta dei prezzi e del tasso di profitto esplode la crisi della produzione e poi dell’occupazione e del potere di acquisto, in un processo cumulativo.

Anche se la sua ricerca resta incompiuta Marx offre due elementi metodologicamente importanti :

·         La crisi classica (Juglar) è analizzata come un fenomeno strutturale e non soltanto congiunturale (conferma delle intuizioni di Malthus e Sismondi)

·         La  crisi intesa come un fattore regolatore dopo il tasso di profitto nella dinamica del sistema economico considerata nel lungo periodo, come soluzione momentanea e violenta che ristabilisce l’equilibrio turbato. La depressione nata dalla crisi porta con se la perdita di valore di gran parte del capitale produttivo nella misura in cui questo non è più in grado di fornire profitto sufficiente. Si ha così la concentrazione industriale in quanto le imprese meno colpite dalla crisi possono acquistare a prezzi infimi le imprese rovinate e trovare così condizioni più favorevoli di resistenza. Si ha poi una riduzione del tasso di salario e quindi un aumento del sovrappiù mobilizzabile dalle imprese rimaste attive. Come effetto dei due fenomeni precedentemente descritti si ha la ricostituzione di un tasso di profitto sufficiente

Nella misura in cui la crisi si trova iscritta in uno schema esplicativo della dinamica e delle fluttuazioni economiche con un ruolo specifico, il concetto di crisi è veramente costruito.

 


6 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : i primi teorici delle crisi di realizzo

Agli occhi degli economisti classici e di quelli neoclassici, l’equilibrio economico è automatico e la crisi è logicamente impossibile, per cui gli squilibri osservati nella realtà non possono che derivare da fattori esterni che ostacolano il libero gioco di mercati supposti autoregolantisi. La crisi è un fenomeno congiunturale senza relazione con la struttura del capitalismo, ma collegabile al cattivo funzionamento dei mercati, agli interventi dello stato, alle politiche salariali ed al ruolo delle organizzazioni sindacali che sono ostacoli al libero gioco del mercato del lavoro. Per essi ogni situazione di disoccupazione dovrebbe tradirsi in una diminuzione del tasso di salario, l’unico processo considerato suscettibile di ristabilire il pieno impiego. Keynes mostrerà che in una società in cui il lavoro salariato è sempre più diffuso, una tale posizione dimentica che i salariati sono anche dei consumatori e che le previsioni relative agli incrementi dei consumi agiscono sulle aspettative degli imprenditori e dunque sugli investimenti. 



Ricardo, il più grande degli economisti classici, vede nella crisi del 1816 un avvenimento congiunturale, mentre Sismondi e Malthus saranno i primi a vedere in questo nuovo tipo di crisi un fenomeno legato alla natura del nuovo sistema economico. L’argomento essenziale di Ricardo è la legge degli sbocchi si Say secondo la quale la produzione crea essa stessa la propria domanda ed ogni produzione è consumo ed ogni consumo è produzione, poiché il valore prodotto corrisponde al valore dei redditi distribuiti e dunque a quello degli impieghi di quei redditi. Per Malthus e Sismondi invece la produzione, crescendo con l’accumulazione del capitale, non crea da sé automaticamente la propria domanda. Infatti, per vedersi smaltita, essa deve incontrare una domanda effettiva, concetto ripreso molto più tardi da Keynes, una domanda proveniente da chi abbia nello stesso tempo i mezzi e la volontà di corrispondere un prezzo sufficiente. I lavoratori (i cui salari non rappresentano che una parte del valore da loro stessi prodotto) non possono acquistare la produzione addizionale, nel senso che l’operaio ha la capacità fisica di consumare, ma non ne ha i mezzi. Il sottoconsumo operaio non si modifica nemmeno se il tasso di salario tendesse ad aumentare nel corso dell’espansione, poiché ciò che conta è la quota dei salari sul prodotto totale. D’altra parte gli imprenditori capitalisti (disponendo di redditi che non hanno la capacità fisica di consumare) risparmiano una parte del sovrappiù che prelevano e può verificarsi un sottoconsumo del capitalista (un eccesso di risparmio). Il potere di consumare non cresce necessariamente né cresce nella stessa misura del potere di produrre. Ciò deriva anche dal modo di ripartizione del reddito tra le classi sociali, dove l’ineguaglianza porta al sottoconsumo mentre la produzione cresce sotto l’effetto dell’investimento. Questi pensatori hanno avuto il merito di evidenziare il carattere aleatorio dell’equilibrio in un sistema dinamico in crescita dotato di un modo di ripartizione del reddito che non è coordinato né con l’aumento della produzione né con la sua composizione.


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