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26 marzo 2012

I paesi orientali hanno obbedito al Fondo monetario internazionale?

Come e più di Roubini, Stephen Roach era uno di coloro che in tempi non sospetti (nel 2004-2005) prevedeva una crisi economica legata all’insufficiente domanda aggregata. Sembra dunque strano vederlo tra i sostenitori dell’austerità se non si pensasse che, essendo Presidente di Morgan Stanley, non abbia tutto l’interesse dei creditori degli Stati sovrani a che questi ultimi assicurino il pagamento del debito pubblico (Morgan Stanley era creditore fino a Febbraio di quest’anno dello Stato italiano per 6,268 miliardi di dollari, scesi a 2,887). La sua tesi è che, nel caso dei paesi dell’Estremo Oriente, la crisi sarebbe stata superata con l’austerity ed egli si spinge anche a dire che il problema è che, mentre tali paesi si sono adattati alle misure imposte dall’FMI, i paesi economicamente più forti tendono a fare orecchie da mercanti.

 

 

Nel dettaglio Roach afferma che “Nel 1998, durante i momenti più acuti della crisi asiatica, la produzione aggregata nei cosiddetti paesi dell’ASEAN 5 – Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam – diminuì bruscamente dell’8,3%. Il PIL reale della Corea del Sud, a lungo considerata la favorita tra le nuove economie industrializzate, subì una contrazione del 5,7% nello stesso anno. Ma in seguito, subentrarono le severe condizioni imposte dai piani di salvataggio dell’FMI e dai programmi di aggiustamento, ovvero la dose di austerità che l’Asia si trovò a dover subire. In risposta a ciò, i bilanci di conto corrente, il tallone di Achille del cosiddetto miracolo della crescita dell’Asia dell’est, passarono dal deficit al surplus. Per i paesi dell’ASEAN 5, i deficit di conto corrente pari ad una media del 4% del PIL nel 1996-97 salirono rapidamente al 6,8% del PIL nel 1998-99. Una trasformazione simile si verificò anche nella Corea del Sud dove un deficit di conto corrente pari al 2,8% nel 1996-97 divenne un surplus dell’8,6% nel 1998-99.

Da allora, la regione non è mai tornata indietro. Nel giro di due anni, gran parte delle economie asiatiche in crisi recuperarono i livelli precedenti, mentre l’effetto rebound non fu affatto temporaneo. A partire dal 1999, i paesi dell’ASEAN 5 diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del PIL pari al 5% su base annuale (5,5% nella Corea del Sud nello stesso periodo). In breve, non ci sono stati effetti negativi duraturi derivanti dalla dose di austerità a breve termine, e, nella misura in cui l’austerità si è rivelata essenziale per la guarigione post-crisi, i benefici a lungo termine si sono dimostrati non solo durevoli ma anche sbalorditivi. Ci sono tre lezioni da imparare. Innanzitutto non c’è guadagno senza sofferenza.”. Sintetizzando, Roach sostiene che la crisi nel suo momento più duro si manifestò nel 1998, ma, dopo una breve austerity imposta dai programmi di aggiustamento del FMI, a partire dal 1999, i paesi dell’Asean diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del Pil pari al 5% su base annuale. Su questa ricostruzione vanno fatte le seguenti osservazioni critiche:

1.      Se le fonti della redazione dell’Economist non sono eccessivamente imprecise, va detto che la crisi non ha avuto per i paesi dell’Asean una dimensione temporale così circoscritta o che quanto meno l’articolazione di essa è stata ben più complessa e differenziata di quella descritta da Roach. Leggendo i dati si può addirittura supporre che le terapie utilizzate hanno approfondito la crisi o che essa sia stata risolta in tutt’altro modo.

2.      Ad es. se si guarda la Thailandia il picco dell’indice di sviluppo umano si è avuto nel 1998 (83,8) per poi crollare nel 2000 (74,5) e risalire (senza mai riprendersi del tutto dal crollo) nel 2008 (78,6). La crescita del Pil è scesa dal 9,4 del decennio 1986-1996 al 2,7 del decennio 1996-2006, il Pil pro-capite PPA è sceso da 25 del 1996 a 17,4 del 2009. La disoccupazione è salita dallo 0,9 del 1998 al 2,6 del 2005 per ridiscendere all’1,2 del 2008. Dunque per ciò che riguarda la Thailandia il culmine della crisi è stato ben oltre il 1999 e gli effetti della crisi non sono mai stati assorbiti del tutto, nonostante (o a causa di) la riduzione della spesa pubblica (la percentuale congiunta delle spese sanitarie e scolastiche è scesa dal 10,8% del Pil del 2000 all’8,9% del 2009. Il risultato è stato l’abbassamento del tasso di alfabetizzazione dal 95,5% del 2001 al 93,5% del 2009, l’aumento del tasso di mortalità dal 6,2 per mille del 2001 al 9,1 per mille del 2009. Se questo per voi è superamento della crisi grazie all’austerità, non so umanamente che dirvi.

3.      L’Indonesia invece sembra non essere stata eccessivamente toccata dalla crisi : il dato più eclatante è stato l’abbassamento del Pil pro capite PPA da 12 del 1996 al 6,5 del 2000 per poi risalire a 9,2 del 2003, per non parlare della disoccupazione che è salita dal 4% del 1998 all’8,4% del 2009.  Tuttavia gli indicatori sociali sono stati in regolare miglioramento: l’indice di sviluppo umano è passato da 64 del 1996 a 73,4 del 2009, la vita media degli uomini da 63 a 70,2, la percentuale di alfabetizzati dall’85% al 92%, il tasso di mortalità è sceso da 7,6 del 1996 a 6,3 del 2009. Come mai tutto ciò? Forse perché l’austerità non è stata così cruenta: i consumi collettivi sono scesi in percentuale nel 1998 e nel 2000, ma poi sono risaliti agli stessi valori, mentre i consumi delle famiglie sono saliti in percentuale sul Pil dal 56,5% del Pil nel 1996 al  63% del 2009 (con un picco del 72,5% nel 2000), con una corrispondente diminuzione degli investimenti dal 34% al 28% . Infine la percentuale complessiva sul Pil della spesa sanitaria e scolastica è salita dal 3% al 6%. Dunque né fortissima crisi, né austerità alla base del piuttosto regolare andamento dell’economia indonesiana.

4.      Per quanto riguarda la Corea la storia è simile a quella dell’Indonesia :  l’indice di sviluppo umano è sceso da 88 del 1996 a 85,4 del 2000 per poi risalire a 93,7 del 2009, il tasso di crescita del Pil è sceso dall’8,8 del decennio 1985-1994 al  4% del decennio 1997-2006 per poi risalire al 4,7% del decennio 1999-2008 (dunque con una tempistica molto più dilatata di quella descritta da Roach e senza un completo recupero delle posizioni perdute). La disoccupazione è salita dal 2% del 1998 al 6,3% del 2000 per poi ridiscendere al 3,2% del 2008. Il movimento sindacale  ha subito in questo decennio dure sconfitte. Eppure alcuni indicatori sociali non hanno subito diminuzioni a seguito della crisi, né la speranza di vita, né il tasso di alfabetizzazione, mentre il tasso di mortalità (tranne un picco nel 2009) è diminuito dal 6,3% del 1996 al 5,5% del 2008. Inoltre i consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale sul Pil dal 53,8% del 1996 al 59,1% del 2003 per poi scendere al 52,6% del 2006 e risalire al 55% del 2009. I consumi collettivi sono invece saliti con regolarità dal 10,6% del 1996 al 16% del 2010. Complessivamente i consumi sono saliti con regolarità dal 64,4% del 1996 al 70% del 2010, mentre gli investimenti sono diminuiti dal 36% del 1996 al 26% del 2010. Infine la spesa sanitaria è salita dal 5,1% del 2000 al 6,5% del 2010, mentre la spesa per l’istruzione è salita dal 3,7% del 2000 al 4,9% del 2009. Anche nel caso della Corea dunque (nonostante le non trascurabili sconfitte del movimento sindacale) l’uscita dalla crisi è passata non con l’accettazione del liberismo sfrenato ma con l’aumento della spesa pubblica che ha in parte compensato l’indebolimento strategico dei sindacati.

5.      La Malesia e il Vietnam hanno invece meglio rispettato il rozzo modello esplicativo di Roach. Entrambi i paesi hanno avuto una flessione del tasso di crescita che hanno affrontato riducendo la percentuale dei consumi sul Pil rispettivamente dal 63,1% al 53,2% e dall’ 84% al 69,2%. E tuttavia la loro spesa sanitaria è salita rispettivamente dal 2,5% del 2000 al 9,8% del 2009 e dal 4,8 % del 2001 al 7,2% del 2010, mentre quella dell’istruzione è salita dal 4,9% del 2000 al 7,9% del 2009 e dal 3% del 2001 al 5,3% del 2010. Dunque anche qui la situazione non è così riconducibile a quello dell’austerità risolutrice dei problemi che ci vogliono far passare per buona.

6.      Infine le Filippine: quale sia stata la natura e la durata della crisi, quali le soluzioni apportate, tutto ciò non ha avuto alcuna rilevanza. La situazione economica è rimasta inalterata, quasi cristallizzata.

7.      Un altro particolare: anche l’indicatore dell’indice di libertà economica per quanto riguarda i suddetti paesi non è cambiato molto, pure se il parametro utilizzato dalle nostre fonti è cambiato nel frattempo ; comunque per quanto riguarda la Thailandia è salito da 2,20 del 2000 a 2,99 del 2005, mentre per l’Indonesia è salito da 3,55 a 3,71, per la Malesia è sceso da 3 a 2,98, per la Corea è salito da 2,25 a 2,63 e per il Vietnam è sceso da 4,10 a 3,89. E comunque i valori di partenza e quelli di arrivo sono molto dissimili da quelli dei paesi europei (si ricordi che più è alto l’indice, minore è la libertà economica). Dunque l’indice è peggiorato dal 2000 al 2005 : altro che sottomissione alle indicazioni dell’FMI !!

8.       Concludendo non vi è ragione di condividere l’approccio superficiale di Roach nell’analisi di quel periodo storico e di quella crisi. Quest’ultima in più di un caso non è passata del tutto e, laddove sia stata superata, ciò è spesso coinciso con l’aumento della spesa sanitaria e dell’istruzione e con una diminuzione degli investimenti. L’ideologia dell’austerità è forse solo un tentativo velleitario di mischiare le carte in tavola.




28 novembre 2011

Lettera alla Cgil : cosa dovremmo fare ?

Di fronte a questo continuo esercizio della lotta di classe da parte del capitale e dell’irrazionalità collettiva di governi e di estese parti dell’opinione pubblica, un sindacato come la Cgil deve comunque essere consapevole di stare di fronte a scelte che riguardano non solo l’interesse dei lavoratori, ma la sua stessa sopravvivenza come organizzazione. Gli scioperi e le iniziative scadenzate dal nostro gruppo dirigente nazionale non possono bastare. Sono anni che la Cgil svolge opera di supplenza politica con una opposizione che considerare “di sua maestà” è ormai indice di ottimismo. Ebbene, purtroppo tale opera di supplenza non va solo continuata ma radicalizzata, dal momento che la crisi della sinistra politica è irreversibile ed il suo comportamento di fronte a questa crisi è stata la dimostrazione di una soggettività politica oramai in coma: si va dall’incubo (propagandato per sogno) di un governo tecnico di unità nazionale con Fini e Casini all’inseguimento dei ciclisti del giro della Padania.

 

 

In questo momento l’opposizione considera Berlusconi come uno dei fattori causali più rilevante dell’attacco speculativo verso l’Italia. Tenendo presenti le componenti emotive ed irrazionali dei mercati finanziari, potremmo pensare che le dimissioni di Berlusconi, oltre ad essere un evento positivo in sé, darebbero un po’ di respiro allo spread tra titoli del debito. Tuttavia in questo contesto la sua caduta è il prodromo di una situazione peggiore: quella di un governo di centro e/o tecnico che, comprendendo il Pd, attuerebbe una politica deflazionista in maniera più conseguente, avendo probabilmente il consenso anche della Cgil. In altre parole la politica deflazionista associata al consenso sociale sarebbe la condizione imprescindibile perché i mercati finanziari, invece di tenere costantemente in apnea il paese, gli consentirebbero di tenere la testa fuor d’acqua per qualche minuto. Il fatto che il Pd, sia pure con uno stile apparentemente diverso, sia il garante di politiche economiche autoritarie e di classe, è dato già dal fatto che non abbia per nulla discusso il metodo autocratico della BCE che ha minacciato di non sottoscrivere i titoli del debito pubblico in scadenza (applicando il famigerato art. 101 del Trattato europeo). Tale ricatto è stato il mezzo con cui la BCE ha imposto la politica economica ad uno Stato sovrano, al di fuori di ogni dettato della carta costitutiva della UE. Il fatto che il Pd si sia affrettato a criticare Berlusconi, senza congiuntamente criticare il comportamento della BCE la dice lunga sul fatto che il Pd ormai è un partito di centro che ha completamente cancellato tutto ciò che ancora aveva della tradizione di sinistra. Di questo la Cgil deve prendere atto e rendere definitiva e compiuta la sua autonomia politica. Perché ciò si realizzi non bastano dichiarazioni o asserzioni del fatto che tale autonomia già sussista. Ci vuole una dichiarazione programmatica in cui il vero e proprio interlocutore politico del sindacato in questa congiuntura non è il governo Berlusconi, ma è l’Unione Europea.

In sintesi si tratterebbe di rendere una grande piazza italiana come piazza Tienanmen ed occuparla ad oltranza. Sarebbe l’unico atto a non avere una valenza meramente ritualistica. Opzioni più diplomatiche (a meno che non si tratti di una serie di scioperi serrati) non fermerebbero i nostri interlocutori e quindi non fermerebbero l’ulteriore esproprio dei lavoratori e l’indebolimento decisivo della nostra organizzazione, che da questo momento in poi rischia di diventare in modo definitivo subalterna a Cisl e Uil. Questo senza volere enfatizzare le conseguenze catastrofiche di una politica restrittiva così cruenta: il decadimento definitivo del meridione d’Italia, lo scollamento dell’unità nazionale, il potenziamento di organizzazioni criminali e malavitose che potrebbero anche tentare di farsi rappresentare direttamente nella scena politica, la desertificazione di intere aree produttive, l’emigrazione di frange crescenti di giovani in percentuali ben maggiori di quelle attuali.

Come già detto, la Cgil si trova di fronte a scelte veramente epocali. Nel 1992 essa scelse di avallare una politica dei redditi deflazionista e tale politica ha comportato lo spostamento di quote del Pil dal salario ai profitti. Tale politica è stata anche il presupposto da un lato per porre i fondamenti della crisi che si sta evidenziando ora e, d’altro canto, per la salita al potere del populismo mediatico e reazionario di una delle classi dirigenti più vergognose della storia di questo paese, classe dirigente il cui metodo di lavoro ha con una facilità sorprendente contaminato intere schiere di gruppi dirigenti di partiti e sindacati di opposizione, che faticano a distinguersi da coloro a cui si oppongono. Una scelta che confermi l’indirizzo deflazionistico della nostra politica economica avrebbe conseguenze ancora più scellerate e farebbe ulteriormente degenerare la tempra morale di un’organizzazione che ha bisogno di ben altro che non l’entrata in sonno in qualche ente bilaterale. La ratifica della firma dell’accordo interconfederale non fa ben sperare, in quanto vincola al ribasso e sul piano angustamente nazionale gli obiettivi dell’organizzazione, sia per quanto riguarda le alleanze, sia per quanto riguarda gli interlocutori. Se è così, la nostra decadenza è ufficialmente iniziata, per quanto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo spostato questo inizio troppo in avanti.

 


22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


14 novembre 2011

Lettera alla Cgil : E se l'Italia dovesse salvarsi da sola ? l'ipotesi di Fabio Petri

Per quanto riguarda quel che resta della politica economica italiana, è stato interessante il tentativo dell’economista Fabio Petri di delineare una strategia alternativa a quella deflazionista imposta dalla UE, in mancanza di una riforma della Bce (cioè nel caso l’Italia debba salvarsi da sola). Il nucleo del ragionamento di Petri è quello di attivare investimenti da parte di imprese a partecipazione pubblica, investimenti che facciano crescere il Pil senza dover aumentare il debito pubblico, in modo che produzione e redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. Se si può successivamente aumentare la spesa pubblica (grazie alle entrate ottenute da questo aumento di produzione e redditi) ed aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, alla fine si otterrà sia un aumento (anche se più piccolo) del Pil, sia una riduzione del deficit.

L’ideale sarebbe quello di puntare sul ricorso e lo sfruttamento di fonti alternative di energia che riducano nel medio-lungo periodo la nostra dipendenza energetica dall’estero e dunque riducano anche le importazioni rispetto all’export. Tutto questo però senza aspettare che la caduta degli indici azionari corroda in maniera irreparabile anche il patrimonio delle imprese nelle quali lo Stato abbia una partecipazione azionaria. Petri incoraggia anche a violare i vincoli di Maastricht dal momento che (come dice De Grauwe) sinora l’UE non ha esitato a salvare le Banche, ma esita e temporeggia di fronte al salvataggio degli Stati (mentre nel frattempo le difficoltà degli Stati implicano la caduta verticale delle banche). Last but not the least: il guardiano distratto della Costituzione ha caldeggiato il rifinanziamento della missione in Afghanistan. La Cgil sulla partecipazione dell’Italia alle guerre dell’Onu non ha mai fatto un’azione decisa. Mentre si tagliano diritti, servizi e salari confermiamo il nostro imbarazzante silenzio di fronte a spese che hanno un ritorno quanto meno discutibile ?

      

 


7 novembre 2011

Lettera alla Cgil : politica industriale

Inoltre, dice Del Monaco, è necessario che gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, possano elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Per Graziani, Realfonzo e Brancaccio una nuova politica industriale deve stimolare gli investimenti pubblici e privati ed accrescere per tale via il Pil. Accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca e nel trasferimento dei brevetti in modo da guidare l’apparato produttivo verso un salto tecnologico. 

 

 

Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato secondo Antonelli le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Intanto investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia inoltre tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea. Per Antonelli un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. A mio parere la strada è quella delle tecnologie del risparmio energetico e dello sfruttamento di fonti alternative di energia (il solare ad es.).


24 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : l'esigenza di centralizzazione dei capitali

A questo proposito Emiliano Brancaccio sostiene che il debito pubblico ed il vincolo dei costi fiscali e contributivi (così come dei costi salariali) dovrebbe piuttosto essere concepito alla stregua di una frusta capace di forzare quei processi di centralizzazione dei capitali che in Italia per lungo tempo sono stati colpevolmente ostacolati. La funzione del disavanzo pubblico dovrebbe essere quella di sostenere e guidare tali processi di riorganizzazione e di modernizzazione degli assetti del capitale nazionale. E tuttavia questa visione nasconde problemi non da poco in quanto quest’opera di riorganizzazione potrebbe portare alla perdita di molti posti di lavoro legati alla pletora di piccole e medie imprese (più o meno legali) che sarebbero sacrificate sull’altare della centralizzazione dei capitali. In realtà questa pars destruens sarebbe comunque opera della recessione (per cui il debito e i vincoli ad esso collegati sarebbero solo strumenti per pilotare la selezione), ma tuttavia  potremmo trovarci di fronte alla saldatura eversiva tra interessi dei lavoratori in nero e interessi dei padroncini e alla costituzione del brodo di coltura di un nuovo fascismo, di cui la Lega è già una anticipazione. Questa reazione non potrebbe che identificare in chi governa il cambiamento la causa della distruzione stessa e dunque un ipotetico governo di sinistra finirebbe per essere un capro espiatorio. Ciò non comporta ovviamente un affidare ad un utopistico libero mercato la responsabilità di regolare la selezione, ma a questo punto solo una rete di protezione sociale legata ad es. al reddito di cittadinanza potrebbe attutire gli effetti socialmente devastanti di tale via italiana al capitalismo oligopolistico.

 

 

Tuttavia i costi di un reddito di cittadinanza forse non sarebbero compatibili con la crisi del debito pubblico, a meno che uno sganciamento dall’euro non consentisse la creazione di una banca centrale capace di aggiungere autonomamente liquidità al sistema (la possibilità di un aumento moderato dell’inflazione è ormai tollerata anche da parte di molti economisti ortodossi quali Krugman ed in parte gli stessi Bernanke e Lagarde per i quali il rischio di recessione è maggiore di quello di inflazione). Un’altra ipotesi sarebbe di usare per il finanziamento del reddito di cittadinanza gli introiti derivanti da un aumento delle imposte sul patrimonio mobiliare e immobiliare. Una ipotesi del genere comunque presuppone un governo che abbia strumenti che consentano interventi rilevanti ed efficaci sull’economia italiana. Per cui tutto ciò è in antitesi con qualsiasi ipotesi di alienazione delle restanti partecipazioni azionarie dello Stato. A questo proposito Domenico Moro fa notare che sinora le privatizzazioni hanno smantellato o indebolito i pochi settori industriali dove l’Italia era all’avanguardia. Gli imprenditori italiani tendono a non investire capitale proprio e dunque ad indebitarsi, destinando così i ricavi a ripagare il debito e non ad investimenti ed innovazioni. Mentre in Telecom pubblica il 61,7% delle risorse erano destinato all’ammodernamento, in Telecom privatizzata solo il 31,8% è stato destinato allo stesso scopo. Moro evidenzia come i settori da privatizzare sono settori strategici per cui si potrebbe privare l’Italia del controllo sulla sua struttura produttiva. L’interesse alla privatizzazione dei gruppi statali nasce dal fatto che questi operano in mercati monopolistici e chi vi investirà potrà beneficiare di rendite di posizione con prezzi di monopolio che non saranno diminuiti dalla privatizzazione. Con lo spostamento dei capitali dai settori concorrenziali a quelli monopolistici, diminuiranno i già declinanti investimenti fissi nel manifatturiero, rendendolo ancora meno competitivo.

 

 


5 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : il fallimento di una politica restrittiva

 Ovviamente, volendo seguire un’impostazione post-keynesiana (se non marxista) più congeniale ad un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, non possiamo che notare che una politica restrittiva non può assolutamente migliorare la situazione del nostro debito pubblico, dal momento che tale politica restrittiva non può che rallentare la crescita del Pil e dunque il rapporto tra interessi del debito e tasso di crescita del Pil e di conseguenza il rapporto debito/Pil. Quand’anche la crescita del debito fosse inferiore a quella del Pil i tempi per un rientro che abbia una rilevanza razionalmente comprensibile sono nell’ordine di almeno vent’anni di sacrifici. Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto hanno poi messo in evidenza che l’allargamento dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi non è collegato tanto al debito ed al deficit pubblico, quanto più al disavanzo con l’estero in quanto costituisce probabilmente una voce corposa del Pil ed anche della competitività comparata del nostro sistema produttivo con quello di altri paesi. Per Cesaratto e Stirati i casi di default sovrano riguardano prevalentemente paesi che hanno forti debiti con l’estero e che congiuntamente hanno rinunciato ad una piena sovranità monetaria.

Leon aggiunge che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca a sua volta il patrimonio pubblico (ad es. la vendita di società a capitale pubblico) induce le agenzie di rating a valutare che è peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Sergio Bruno dice invece che le manovre fiscali restrittive pretendono di mettere ordine, agendo su grandezze economiche di flusso (imposte e spese pubbliche), in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza, quando i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi.


27 settembre 2011

Lettera alla Cgil : il debito pubblico e la speculazione

 

 

La crisi dei subprime ha costretto gli Stati ad iniettare forti dosi di liquidità nel sistema bancario e dunque li ha costretti ad aumentare il debito pubblico. A questo punto si è parlato di nuovo protagonismo del settore pubblico e di forte regolamentazione della finanza globale (su questo Paolo Giussani ha giustamente ironizzato). Può essere che il Capitale, sempre più finanziarizzato, non gradisca affatto una regolamentazione dei propri flussi e si sia dunque scagliato proprio sul debito pubblico degli Stati, volendoli costringere non solo a rinunciare ai propositi di una revanche ma anche (soprattutto in Europa) a cedere le loro residue quote di attività nel campo della politica industriale e dei servizi sociali, preparando evidentemente un processo di privatizzazione di questi ultimi. Molto discusse sono l’incidenza della speculazione finanziaria e gli interessi che essa serve. Per “speculazione” non s’intende la tendenza ad assecondare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere profitti privati, ma la capacità di attivare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere enormi guadagni e per condizionare la politica degli Stati-nazione. Questa capacità è in genere negata per ragioni ideologiche dalla maggior parte della letteratura. L’unica cosa che si ammette (vedi Shiller) è che nei mercati finanziari ci siano processi caotici e cumulativi che sono però causati da eventi spesso apparentemente irrilevanti e non tutti riconducibili ad un soggetto unitario. Anche studiosi di sinistra come Canale e Stirati sottovalutano ad es. il ruolo attivo del rating inteso come profezia autoconvalidante. Ma alcuni economisti e sociologi cominciano a prendere sul serio questa ipotesi (si pensi a Krugman, a Luciano Gallino, Sergio Bruno, Andrea Fumagalli, Emiliano Brancaccio ed a Bruno Amoroso) che potrebbe essere basata sull’esistenza di oligopoli finanziari a cui si dovrebbe applicare l’analisi già elaborata sugli oligopoli industriali da Chamberlin e Robinson. Secondo Fumagalli all’inizio del 2011 cinque Sim e cinque banche hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Per quanto riguarda il debito pubblico italiano l’87% è detenuto da investitori istituzionali. I mercati finanziari non sono qualcosa di neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: una piramide che vede al vertice pochi operatori finanziari in grado di controllare secondo Fumagalli il 70% dei flussi finanziari globali, mentre alla base una miriade di piccoli risparmiatori svolgono una funzione meramente passiva. Il fatto che l’ipotesi vada presa sul serio è dato anche dalle affermazioni di Warren Buffett (speculatore tra i più noti e ricchi oltre che grosso azionista di Moody’s) secondo il quale la lotta di classe la stanno facendo i ricchi e la stanno vincendo (per cui la tassa sui super-ricchi da lui sponsorizzata rischia di rivelarsi solo un confettino anti-costipazione, magari al dolce sapore di prugna). Va segnalata, a questo proposito, anche la teoria di un altro grande speculatore, George Soros, il quale ricorre alla categoria di riflessività per spiegare gli effetti caotici che si verificano sui mercati finanziari (utilizzando le categorie del sociologo Merton di profezie autoconvalidanti e il salire tutti sul carro del vincitore). Tale teoria è stata anche formalizzata dall’economista marxista Anwar Shaikh. Volendo tratteggiare uno schema semplificato dell’attività speculativa da parte degli oligopoli finanziari si può dire che questi speculatori (i pastori) ad es. fanno dei grossi acquisti, facendo salire il titolo e incoraggiando il gregge (gli altri investitori, più piccoli e dispersi) ad acquistarlo. Ciò aumenta a valanga il valore del titolo. A questo punto gli speculatori potrebbero già vendere il titolo ed incassare il surplus.

 

 

Ma, poiché la loro uscita provocherebbe un processo a valanga contrario, essi, sulla base di questa forza contrattuale, cercano di ricattare l’azienda o l’istituzione che fa capo a quel titolo, per ottenere dei vantaggi aggiuntivi o per condizionarne la politica, diventandone maggioranza azionaria. Se ciò non riesce, essi vendono il titolo e, seguiti dal gregge, ne riducono il valore. Alla fine il ciclo potrebbe tranquillamente ripartire daccapo. Gli acquisti ricominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a fare incetta di titoli ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto. Nel caso dei titoli del debito italiano, gli speculatori, dando il primo colpo, hanno scatenato l’effetto valanga e deprezzato il valore di questi titoli di modo che, nel momento in cui lo Stato indebitato è costretto a vendere i propri gioielli di famiglia (parti del territorio o azioni di aziende che producono beni o servizi essenziali) essi possono acquistarli a prezzi stracciati (sempre che, come nel nostro caso, all’aumento dello spread tra titoli di Stato si aggiunga un forte prolungato calo di Borsa) ed aumentare così il loro potere.  I primi che hanno venduto sono i principali investitori istituzionali: nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank ha ridotto dell’80% la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, riducendo il proprio portafoglio di titoli da 8 mld di euro della fine del 2010 a 997 mln di euro di oggi. Fumagalli dice poi che, dopo il primo attacco speculativo di metà luglio contro i titoli italiani, greci e spagnoli, in seguito al piano europeo di intervento straordinario a sostegno della Grecia, il recupero sia stato tale da garantire plusvalenze record, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della Federal Reserve americana.  Canale ipotizza una strumentalizzazione dei mercati finanziari da parte dei paesi forti dell’euro che intervengono in aiuto dei paesi periferici indebitati solo quando si teme l’effetto contagio: una strategia che si sta rivelando in realtà molto azzardata. Infatti gli speculatori sono pronti a scatenare nuove offensive non appena vi siano notizie tali da far riprendere le vendite di titoli da parte del gregge (soprannominato anche “parco buoi”) ed è inevitabile che tali notizie emergano. Infatti le grandezze di flusso (reddito e prodotto nazionale) non sono indipendenti da tasse e spese pubbliche. L’austerità non può che avere effetti depressivi su tutte le grandezze di flusso e dunque non può che indurre tendenze recessive, creando in tal modo le premesse di nuovi e diversi attacchi speculativi. Il raggiungimento del bilancio in pareggio per Fumagalli non interessa agli speculatori. Ciò che interessa è che lo spazio per la speculazione finanziaria al ribasso rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. L’attività speculativa è quindi sempre in azione. Il problema sta nell’enorme ed inflazionata massa di titoli finanziari detenuti in varie divise il cui valore eccede quello delle capacità produttive. È questo secondo stock, detenuto dal gregge per motivi cautelari o pensionistici, quello che consente agli speculatori professionisti di ingigantire a dismisura le variazioni di valore da loro innescate, inducendo i fenomeni di crisi di fiducia. Sono infatti le crisi di ansia dei possessori dispersi di questo stock di ricchezza (il gregge) che, in assenza di politiche e di garanzia credibili, moltiplicano gli effetti e le manovre speculative e le premiano. Inoltre, acquistando le azioni delle agenzie di valutazione, questi speculatori non hanno neanche bisogno di vendere inizialmente quantità considerevoli di un titolo. Infatti, in questo caso, basta anche una vendita di piccole quantità, seguita o preceduta da un report ovviamente interessato dell’agenzia di valutazione di cui essi sono in parte proprietari. L’effetto valanga, più che dalla consistente vendita iniziale, viene garantito dall’effetto annuncio dell’agenzia di valutazione. Per Fumagalli le società di rating hanno l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico o di euforia ed è difficile individuare l’effettivo nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo sovrano e l’inizio della sua perdita di valore. Inoltre secondo Sergio Bruno, per operare tali manovre, i mezzi propri degli speculatori sono una piccola frazione di fondi totali che essi mobilitano in quanto i fondi propri sono moltiplicati i 10-20 volte da una leva finanziaria notevole, assicurata da banche d’affari che in ciò trovano il loro tornaconto.

 

 

 


20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


3 maggio 2011

L'allarme di Robert Reich

Robert Reich suona ancora l’allarme crisi. Non è escluso che abbia ragione, ma lo è anche nel breve periodo ? Sembrerebbe di no.

Qual è la ricetta Obama ? Salvare le banche, dismettere i servizi pubblici e aprire così mercato alle imprese private. La falsa sinistra mette i consumatori nella mano invisibile del mercato e sappiamo la mano dove scenderà.  La crisi così nel breve periodo è scongiurata. Ma per quanto ?

 

 

Vediamo la cosa più nel dettaglio. Dal 2006 al 2009:

·         Il Pil procapite è aumentato da 41640 dollari a 46350, anche se si tratta di una sorta di media del pollo. Da una inflazione al 3,2% si è passati alla deflazione (-0,2%)

·         Gli investimenti sono aumentati dal 16,6% del Pil al 18% del Pil. Sono aumentate le esportazioni (dal 10,5%  del Pil al 12% del Pil), mentre le importazioni sono aumentate di meno (dal 16,2% del Pil al 17% del Pil), quindi il debito commerciale con l’estero è diminuito in percentuale dal 5,7% del Pil al 5%). Investimenti e esportazioni sono aumentate, ma non a spese dei consumi delle famiglie (che sono aumentate dal 70,2% del Pil al 71%), bensì a spese dei consumi collettivi (dal 19,1% del Pil al 16% del Pil). Ancora negli ultimi mesi le spese per consumi sono in aumento (l’ultimo dato di Febbraio dà un +0,7% rispetto all’anno precedente, anche se l’incremento del reddito è +0,3%). Dunque le cose non sono così semplici, come le presenta Reich. Altro è se la crisi riparte dalla banche : in questo caso la spiegazione è la stessa e cioè il sottoconsumo, ma la dinamica è più articolata, tenendo presente che il sottoconsumo in quanto fattore di crisi non si misura rispetto al consumo precedente, ma rispetto alla produzione . Ma di questi dati in Reich non v’è traccia, in quanto egli parla solo dell’indice di fiducia dei consumatori.

·         Il saldo di bilancio è migliorato da un -14,1% ad un +4,8%. Gli Stati Uniti con Obama stanno tentando di ridurre il proprio deficit commerciale, a spese della Cina. Questa strategia è compatibile con l’interpretazione della crisi da parte dell’ortodossia dominante. Tuttavia il fatto che Obama non ha scoraggiato i consumi privati è indice di un certo rispetto per la tesi che vede nella caduta della domanda aggregata la causa principale della crisi. Ovviamente però la riduzione dei consumi collettivi pure avrà un effetto negativo sulla strategia di Obama che probabilmente spera di dirottare la produzione in eccesso verso le esportazioni. Al tempo stesso egli sta procedendo nella privatizzazione di una serie di servizi sociali, per cui è anche probabile che l’aumento di consumi privati possa risultare di qui a poi una compensazione (regressiva dal punto di vista sociale) di una diminuzione dei consumi collettivi. La spesa sanitaria è aumentata dal 15,4% del 2006 al 15,7% del 2009, ma è probabile che si tratta appunto di un aumento della spesa privata per la salute, vista la diminuzione dei consumi collettivi. La spesa per l’istruzione è diminuita dal 5,9% al 5,7%. Il numero dei medici ogni 1000 abitanti è diminuito da 2,9 del 2008 a 2,7 del 2009, mentre i posti letto per 1000 abitanti si sono ridotti da 3,3 a 3,1. Fatto abbastanza preoccupante è che, mentre la rete idrica nel 2006 raggiungeva il 100% della popolazione, ora raggiunge solo il 99%. Questo vuol dire che qualche milione di persone ha difficoltà nell’accesso alla rete idrica.

Dunque l’allarme di Reich è generico e basato su indicatori non sempre significativi. Tuttavia possiamo dire che le strategie per la risoluzione della crisi non stanno affrontando il nodo della questione, che è la distribuzione del reddito. I provvedimenti presi da Obama privilegiano gli investimenti e le esportazioni. Collegati al braccio di ferro con la Cina sulla svalutazione della moneta cinese e collegati all’intervento congiunto in Libia fanno pensare che i tentativi di risolvere la crisi porranno i presupposti per una crisi più grave che coinvolgerà anche l’assetto geopolitico mondiale.

 

 


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