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5 febbraio 2009

Maurizio Matteuzzi : la speranza sudamericana

 «Se oggi siamo qui lo dobbiamo a voi e alle vostre lotte, e noi quattro non siamo venuti qui perché invitati ma perché convocati da voi». Quando Evo Morales ha pronunciato al microfono queste parole - che con la semplicità solo apparente dei suoi discorsi colgono il senso politico più di tanti interventi prolissi e «colti» - la platea del ginnasio della UEDA, la Universidade do Estado do Pará qui a Belém, si è sciolta in un brodo di giuggiole. Non importava che ci fossero quasi due ore di ritardo, che dentro il calore fosse insopportabile e fuori cadesse un'acquazzone apocalittico.



Giovedì doveva essere il gran giorno, almeno a livello simbolico e mediatico (senza trascurare però quello politico), di questa edizione amazzonica del Forum sociale mondiale, e lo è stato. Prima, all'inizio del pomeriggio, l'incontro organizzato dai «movimenti sociali» presenti, in realtà dall'Mst, il Movimento dei senza terra brasiliani che distribuiva con oculatezza gli inviti. Gli inviti per la platea e la «convocazione» per i presidenti più «amici». Il boliviano Evo Morales, l'ecuadoriano Rafael Correa, il paraguayano Fernando Lugo e il venezuelano Hugo Chávez, che era - o pensava di essere - il mattatore. Mancava il quinto, il brasiliano Lula, che João Pedro Stedile, il volto più noto dell'Mst, non aveva invitato, citandolo poi solo di sfuggita, insieme ai Kirchner argentini, nel suo intervento conclusivo. Un'assenza vistosa, uno «sgarbo» che non è passato inosservato e che testimonia dei rapporti non rotti ma tesi fra Lula e il movimento che si aspettava da lui la tanto attesa (e promessa) riforma agraria. In sostanza l'incontro del pomeriggio di giovedì era una sorta di mutuo riconoscimento dei movimenti sociali, anzi del più grosso movimento sociale (almeno) dell'America latina ai quattro presidenti sentiti come più vicini, e di questi quattro presidenti all'Mst.
Voleva essere - ed è stato - anche la prova, magistralmente rappresentata da quelle poche e scarne parole di Evo, che senza il patrimonio culturale, politico e umano elaborato e messo in campo dai Forum sociali mondiali fin dalla prima edizione di Porto Alegre nel 2001 nessuno avrebbe potuto immaginare, come ha detto Correa, il «momento magico» che oggi vive l'America latina. Non più solo un esempio di denuncia e di «resistenza» alle nefandezze del capitalismo neo-liberista ma una regione dove, come ha affermato Chávez non temendo le iperboli, il nuovo mondo «possibile e necessario» che si cercava fra infinite difficoltà, ingenuità ed errori, «sta nascendo». Esagerazioni? Eccessi di ottimismo e di retorica? Forse. Ma di certo faceva impressione vedere davanti a quella platea fremente stipata dentro il ginnasio quattro presidenti della repubblica. Presidenti eletti con tutti i crismi della democrazia. Che hanno parlato a lungo della crisi globale, dell'opportunità che essa offre per cambiare radicalmente, del socialismo, per quanto del secolo XXI. Quindi tutto da costruire e da inventare, com'era da costruire e inventare l'«altro mondo possibile» che per la prima volta portò tanti visionari a darsi appuntamento a Porto Alegre otto anni fa. Come ha detto Correa «non confidiamo nei dogmi, né nei fondamentalismi. A ogni malattia la sua cura. In America latina stiamo vivendo un momento magico, stanno sorgendo nuovi leader e nuovi governi».
L'ultimo intervento è toccato a Chavez, che anziché i 20 minuti degli altri ha parlato per quasi un'ora finché Stedile non gli ha mandato un bigliettino in cui gli ingiungeva di chiudere. Chavez è Chavez, nel bene e nel male, ha detto cose giuste, ha citato Fidel portando l'entusiasmo della platea alle stelle, ha rivendicato la sua primogenitura sul socialismo del ventesimo secolo e non ha voluto rinunciare a indulgere alla retorica, come quando si è proclamato «femminista» sulla base dell'assioma che «un vero socialista non può non essere femminista». E' stato Stedile a richiamare i compagni presidenti (del resto non erano stati «convocati» per questo?) in termini fraterni ma bruschi, alla realtà: «Socialismo del XXI secolo come dice Chavez? Va bene, ma noi non abbiamo tempo di aspettare un secolo. Cosa facciamo a partire da domani? Bisogna approfittare della crisi del capitalismo per fare passi avanti e per agglutinare le forze popolari e prendere misure anti-capitaliste». Come la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di comunicazione. Roba da niente. Ecco perché non aveva invitato Lula. Che invece era presente - e perfettamente a suo agio - al centro del tavolo nell'altro appuntamento di giovedì, quello della sera. Questa volta aperto al pubblico del Forum - ed erano in 10 mila - e con gli altri quattro presidenti.
Il Brasile non vuole rinunciare al suo ruolo nel Forum (oltre a Lula a Belém sono arrivati undici ministri fra cui la candidata in pectore alle presidenziali del 2010, Dilma Roussef) e in America latina. Oscillando a volte fra la tentazione di porsi alla testa dei paesi emergenti o di far valere il peso economico e politico di global player. Lula con otto ministri era presente anche ieri mattina all'incontro con il Consiglio internazionale, l'organo che regge in senso lato le sorti degli Fsm, a riprova della sua volontà di contare.
Gli incontri fra i presidenti di giovedì e l'attivismo di Lula riportano al nodo non risolto dei rapporti fra i governi, più o meno «amici», e «il movimento». Anche se, al contrario che a Caracas 2006, questa volta sembra che la pressione di venezuelani e cubani sia meno forte. Cuba ad esempio, pur essendo sempre nel cuore del popolo del Forum sociale mondiale, ha mandato a Belém una delegazione di basso profilo (tre anni fa a Caracas c'era un onnipresente Ricardo Alarcon).
Il forum amazzonico si chiuderà domani e poi si vedrà nei fatti quale dei due capi del nodo tirerà di più. Lo si vedrà anche dalla scelta della prossima sede. C'è che la vorrebbe negli Stati uniti, un messaggio lanciato a Obama prima ancora che un riconoscimento del ruolo dei movimenti sociali made in Usa, da sempre attivissimi nelle varie edizioni degli Fsm. Ma sembra più che altro una boutade. Tanto per dire, i tre quarti di quelli che sono a Belém non potrebbero mai avere il visto per entrare negli Usa


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


22 novembre 2008

Come cambia la prospettiva se si è al governo. Emir Sader: Le destre sperano che la crisi faccia il lavoro per loro

 E' la sinistra di solito a essere accusata di catastrofismo. Ma adesso è la destra che, senza proposte, punta sul tanto peggio tanto meglio per vedere se finalmente riesce a disfarsi dei nuovi governi progressisti dell'America latina. A cominciare da Lula che, con l'80% di gradimento, la fa disperare.
Prima puntava sull'inflazione, che sarebbe presto uscita di controllo e avrebbe portato il Brasile alla recessione. Poi era venuto l'editoriale dell'Economist a prevedere che quello di Fernando Lugo in Paraguay fosse l'ultimo governo progressista dell'America latina perché, diceva, sta arrivando la recessione e in tempi di recessione la destra è meglio. Il settimanale conservatore dimentica però che la mappa del continente oggi è cambiata. Che in El Salvador Mauricio Funes, candidato dell'Fmln, ha ottime possibilità di essere il prossimo anello della catena dei presidenti progressisti, e che la capacità di resistenza di questi governi davanti alla crisi è ora maggiore che ai temi dei suoi adorati cocchi - Fernando Henrique Cardoso, Carlos Menem, Carlos Andrés Pérez, Gonzalo Sanchez de Lozada, fra i tanti FHC, apostolo del caos, scommette sulla crisis e sulla recessione. Lui sa bene di cosa parla. In fin dei conti, nei suoi 8 anni di governo mandò in rovina il Brasile per tre volte e per tre volte dovette andare a bussare alla porta dell'Fmi. Nascose la crisi durante la campagna elettorale del '98, fece di tutto - appoggiato con calore dagli stessi media privati che ora puntano sul caos - per vincere al primo turno perché il paese era di nuovo in rovina e il ministro delle finanze Pedro Malan stava negoziando un nuovo accordo di capitolazione con il Fondo. Non ci fu verso, esplose la crisi e i tassi d'interesse del Brasile toccarono il 49%, l'economia entrò in una recessione prolungata che s'accompagnò a tutta la durata del governo Cardoso e portò sia all'inevitabile sconfitta dei «socialdemocratici» nelle elezioni del 2002 sia alla valutazione di FHC come il politico peggio valutato dal popolo brasiliano.



Adesso la destra punta sulla crisi, che è la crisi della sua filosofia, dei suoi salmi sulle virtù del mercato. Ipocriti, tentano di nascondere che sono stati proprio i loro discorsi a portare al baccanale speculativo degli Stati uniti - la mecca del neo-liberismo. Lula dovrebbe andare a fondo perché se il dotto, l'illustre, il cocco delle grandi imprese private, FHC, è andato a fondo - nella politica economica, sociale, educativa, culturare, estera -, come potrebbe farcela un tornitore meccanico del Pt, un nordestino che ha perso un dito sotto una pressa? E' lo smacco per le teorie secondo cui le élite sanno di più, possono di più, fanno di più e di meglio. Le stesse teorie fallite in Bolivia, dove l'indigeno Evo Morales sta riuscendo là dove il «gringo» Sanchez de Lozada non è riuscito, o in Venezuela, dove il mulatto Hugo Chavez riesce là dove l'élite bianca dei Carlos Andrés Pérez e Rafael Caldera non è riuscita.
Le economie dei paesi che partecipano al processo d'integrazione regionale soffrono e presumibilmente soffriranno meno gli effetti gli effetti della peggior crisi del capitalismo dal 1929, in quanto privilegiano l'interscambio fra loro, diversificano i mercati internazionali - esempio tipico il posto che sta occupando la Cina -, sviluppano il mercato interno dei consumi popolari diminuendo il peso delle esportazioni, dispongono di sempre più risororse finanziarie proprie (che il Banco del sur incrementerà). Allora l'effetto della crisi fu la caduta di 16 governi dell'America latina. Ora nessun governo è caduto e prevedibilmente cadrà, e a soffrire di più saranno quelli più legati all'economia Usa e ai dettami del neo-liberismo - il Messico primo fra tutti.
Cardoso e le vedove che lui e quelli come lui hanno lasciato nell'industria privata possono piangere, puntare al peggio, aspettare seduti sulla riva del fiume il fallimento dei nuovi governi dell'America latina. Il loro tempo è passato. Il funerale di Wall street è il loro funerale. Quello dei salmi al mercato, dello stato minimo, del regno della speculazione. Riposino in pace, che i popoli latino-americani hanno altro a cui pensare che preoccuparsi di quelle cassandre neo-liberiste.


23 luglio 2008

Le contraddizioni di Lula

Una delle grandi qualità del governo Lula è non criminalizzare i movimenti sociali, repressi dal governo Cardoso, anche con l'esercito. Se li trattasse come un fatto di polizia e non di politica condannerebbe il proprio passato. Molti ricordano gli scioperi e le manifestazioni operaie guidate dall'attuale presidente nell'ABC, la cintura industriale di San Paolo; gli elicotteri militari che volavano sullo stadio di Vila Euclides puntando le armi contro l'assemblea dei metalmeccanici; la polizia che assediava la cattedrale di São Bernardo do Campo, che ospitava i dirigenti operai; i cellulari del Deops, il Dipartimento per l'ordine pubblico e sociale, che arrestavano i leader sindacali.

Erano tempi di dittatura. Oggi abbiamo recuperato lo stato di diritto, nel quale lo sciopero, le manifestazioni e le rivendicazioni sono diritti assicurati dalla costituzione federale. Eccetto che nel Rio Grande del Sud, dove l'arbitrio ancora domina Nel settembre del 2007, la Brigata militare, come si chiama la polizia di quello stato, ha tentato di impedire la marcia di tre colonne di Senza-terra verso il municipio di Coqueiros do Sul. In un rapporto consegnato al comandante generale della Brigata militare, alla Procura del Rio Grande do Sul e alla Procura federale, il vice-comandante colonnello Paulo Roberto Mendes Rodrigues definisce l'Mst e Via Campesina come «movimenti criminali». Nel dicembre del 2007, il Consiglio superiore del Procura del Rio Grandedo Sul ha nominato una equipe di giudici per «promuovere un'azione civile pubblica tendente a dissolvere l'Mst e dichiarare la sua illegalità». Quando il sistema giudiziario esigerà la fine del latifondo? Ha deciso anche di «intervenire nelle scuole dell'Mst, per prendere tutte le misure necessarie per renderle conformi alla legalità, tanto dal punto di vista pedagogico che della modalità di influenza esterna dell'Mst». Questa decisione è contraria al Patto internazionale sui diritti civili e politici, riconosciuto dal governo brasiliano (Decreto 592, 6/7/92), oltre a non rispettare la costituzione federale. L'11 di marzo di quest'anno, la Procura federale ha denunciato otto membri dell'Mst di «far parte di gruppi che hanno come obiettivo quello di modificare lo stato di diritto» e ha accusato gli accampamenti di braccianti promossi del Movimento dei Senza-Terra di costituirsi in «Stato parallelo» appoggiato dalle Farc colombiane. Questa grottesca accusa è in radicale contrasto con le conclusioni dell'inchiesta penale della Polizia federale che ha indagato sull'Mst nel 2007 e ha concluso che il movimento non ha vincoli con le Farc e non pratica crimini contro la sicurezza nazionale. L'Mst è un movimento legittimo che sostiene 150.000 persone accampate sul bordo delle strade, evitando che ingrossino la cintura delle favelas delle città. E sostiene il diritto di accesso alla terra di 4 milioni di famiglie che, negli ultimi decenni, sono state espulse dalle campagne a causa dell'espansione del latifondo e dell'agro-business e a causa della costruzione di dighe e dell'aumento degli interessi bancari. Per principio l'Mst adotta, nelle sue azioni, il metodo della non-violenza, come facevano Gandhi e Luther King (che, tuttavia, subirono analoghe accuse e sono morti assassinati). Le aree occupate sono improduttive o occupate da grileiros, come si chiama in Brasile la gente che s'impossessa di terre pubbliche sulla base di documenti falsi. È il caso di molte fazendas del Pontal do Paranapanema, nello Stato di San Paolo. Il Brasile e l'Argentina sono gli unici paesi delle tre Americhe che non hanno mai fatto una riforma agraria. Il nostro paese è quello che possiede più terre coltivabili nel continente, circa 600 milioni di ettari, con il 59% del territorio nazionale che è in situazione irregolare, occupato da grileiros, posseiros e latifondisti Oggi l'Mst lotta per la democratizzazione della terra, per mettere al primo posto la produzione di alimenti per il mercato interno (120 milioni di potenziali consumatori) attraverso piccole e medie proprietà, perché la terra sia libera dal controllo di imprese trans-nazionale, garantendo la sovranità alimentare al nostro paese. Un cambiamento sostenibile della struttura fondiaria richiede un nuovo livello tecnologico capace di preservare l'ambiente e impiantare nell'interno del paese agro-industrie in forma di cooperative e facilitare l'accesso all'educazione di qualità. Non si può ammettere che le terre del Brasile diventino proprietà di stranieri solo perché hanno più soldi. Esse devono restare alla portata delle famiglie beneficiarie della Borsa Famiglia. Così il governo non dovrà preoccuparsi di aumentargli il mensile. Più che di cibo, cucina a gas e frigorifero, queste famiglie hanno bisogno di essere in condizione di accedere alla terra, perché possano emanciparsi dalla tutela federale e produrre il proprio reddito. Tutti i diritti di cittadinanza - voto alle donne, legislazione del lavoro, sistema sanitario, pensioni - sono stati conquistati dai movimenti sociali. E la storia di tutti loro, in qualsiasi paese o epoca, non è stata diversa da quel che oggi affronta l'Mst: incomprensioni, persecuzioni, massacri e omicidi (Eldorado dos Carajás, Dorothy Stang, Chico Mendes...). Se il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza, quello della democrazia è la socializzazione del potere, evitando che sia privilegio di una casta o di una classe

(Frei Betto)


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12 marzo 2008

La Globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (seconda parte)

 D'altra parte, non va neanche trascurato che la quota delle esportazioni sul PIL di Stati Uniti, Giappone, e Europa dell'euro, benché in aumento, si attesta ancora, al più, al 12%: in altri termini, gran parte della produzione e del commercio avviene ancora su base 'nazionale' (anche se certo è di estremo rilievo che nel caso europeo la 'regione' di riferimento non corrisponda ad una dimensione politica decisionale unitaria). In conseguenza di questa regionalizzazione, lo stesso commercio tra poli della Triade appare manovrato dai grandi stati-nazione e vede il risorgere di barriere protezionistiche non tariffarie: non è mancato chi ha parlato di nuovo mercantilismo - e, a ben vedere, la stessa pressante richiesta statunitense di apertura precoce alla libertà dei commerci e dei capitali dei paesi di recente industrializzazione ha esattamente questa natura.



Sulla natura neomercantilistica dell'invito Usa alla liberalizzazione dei commerci non penso ci siano molti dubbi, tenendo presente che la dipendenza degli Usa dal commercio con l'estero riguarda appena il 10% del Pil per quanto riguarda la esportazioni e il 16% per quanto riguarda le importazioni, mentre l'import/export di altri paesi riguarda quote del Pil molto più consistenti. Eppure questa non grande esposizione consente (grazie ai volumi in cifre assolute) agli Usa di esportare l'8,98 % delle esportazioni mondiali e il 18,02% dei servizi.  Inoltre gli Usa sono stati negli anni Novanta tra i maggiori protagonisti di accordi commerciali bilaterali preferenziali (un tempo prerogativa dell'Europa) che creano una vera e propria dipendenza commerciale di alcuni paesi (si pensi al Canada, al Messico, alla Nigeria e alla Colombia).



11 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (prima parte)

 Per quel che riguarda la questione della cosiddetta globalizzazione, non si tratta di uno stato, definitivamente compiuto, ma di un processo - di un processo, per di più, limitato e contraddittorio, e di cui è a tutt'oggi prematuro escludere la potenziale reversibilità.
Va chiarito, in primo luogo, per quel che riguarda la globalizzazione dei mercati, che il commercio internazionale, benché continui a crescere, cresce a ritmi più lenti che nell'epoca del 'fordismo'. Ciò non vuol dire, sia chiaro, che non sta aumentando il grado di integrazione internazionale, se l'attenzione è rivolta a quanto avviene all'interno delle grandi aree del 'centro capitalistico'; se però si mantiene uno sguardo realmente planetario, l'integrazione commerciale sta decelerando, e i paesi distanti dai 'centri' vedono ridurre il proprio peso nell'economia mondiale, o, per meglio dire, vengono in realtà abbandonati a se stessi. 




Bellofiore nel 1999 fa un passo avanti, dicendo che la globalizzazione sia un processo incompiuto e non irreversibile (e dunque incerto nei suoi esiti), ma comunque un processo reale e non un bluff.
Egli ribadisce però che l'integrazione sta avvenendo all'interno delle macroregioni del centro capitalistico, ma che comunque i paesi distanti dai centri vengono abbandonati a se stessi e perdono peso all'interno dell'economia mondiale.
Cosa non del tutto esatta. Abbiamo già evidenziato come l'incidenza dei paesi in via di sviluppo nella quota del commercio mondiale sia complessivamente in aumento anche se con paesi che estendono la loro quota ed altri che la diminuiscono.
Ma, cosa più importante, la quota dei 29 (su circa 200) paesi con il massimo reddito procapite sul prodotto mondiale scende dal 1999 al 2001 anche se di poco (dal 59,33% al 58,29%). La quota dei 7 Pvs di più grande peso (Messico, Cina, India, Brasile, Russia, Iran) nello stesso periodo è salita dal 26,10 al 26,57. Mentre la quota dei 37 paesi più poveri è salita dall'1,70 al 2%.
Nel periodo dal 1994 al 2001 il reddito procapite PPA (a parità di potere d'acquisto) per quanto riguarda i 37 paesi più poveri è salito in media del 10%.
Si tratta di piccole cose, ma individuano un trend di lungo periodo, che può essere associato al raggiungimento di più decorosi livelli di vita grazie alla politica economica.
Tuttavia tale globalizzazione è altamente instabile (vi sono state almeno tre crisi economiche globali dal 1997 ad oggi : la crisi delle Borse asiatiche e sudamericane, la crisi dopo l'11 Settembre e quella attuale dei subprime e dell'aumento dei prezzi del petrolio) e si sta realizzando un terribile conflitto tra i paesi in via di sviluppo che impedisce la partecipazione di tutti alla crescita mondiale, senza contare le guerre che scaraventano i paesi interessati nella recessione più profonda. Nel dettaglio:

1)  Dal 1997 al 2005 la quota del prodotto mondiale PPA sia dei paesi industrializzati che del G7 si è ridotta rispettivamente dal 55,3 e dal 44,3 al 52,3 ed al 41,2% (dopo un picco isolato nel 1999 del 57,1 e del 45,4) . Tuttavia solo l'Asia e L'Europa Orientale hanno approfittato di questo processo salendo  rispettivamente dal 23,1 e dal 4,8 al 27,1 ed al 7,1%.. Invece l'Africa è rimasta al palo del 3,3% (tenendo presente che la quota demografica sulla popolazione mondiale è aumentata di un punto), il Medio Oriente dal 4% del 2002 è sceso al 2,8% del 2003 (dato rimasto inalterato nei due anni successivi), mentre l'America Meridionale dall' 8,8 è scesa al 7,4%.  In Asia la crisi delle Borse ha fatto scendere dal 1999 al 2000 il reddito nominale procapite da 3680  dollari a 3200 (nel 2005 è di 4840), dal 2000 al 2002 in America Latina da 7340 dollari a 7310 dollari (nel 2005 è di 8620) e in Africa da 2040 a 1990 (nel 2005 è 2540) , in Medio Oriente la crisi degli attentati ha fatto scendere il reddito procapite nominale dal 2002 al 2003 da 6220 dollari a 5890 (nel 2005 è di 7360)

2) Come si desume dal punto uno le crisi generano recessioni profonde, ma appena queste passano il trend di più lungo periodo continua ad operare. Facciamo l'esempio di alcuni paesi in via di sviluppo dal 1997 al 2005 e del loro reddito procapite PPA : alcuni asiatici (Bangladesh, Iran, Pakistan , Indonesia, India, Malesia, Thailandia, Vietnam, Cina, Filippine, Turchia) altri africani (Camerun, Costa d'Avorio, Zimbabwe, Sudafrica, Kenya, Algeria, Nigeria, Egitto, Marocco) altri sudamericani (Venezuela, Colombia, Perù, Messico, Brasile). In tutto 25 paesi. Ebbene per 17 di essi il reddito procapite PPA è diminuito (tranne dunque che per Cina, India, Vietnam, Bangladesh, Pakistan, Sudafrica, Algeria, Camerun che invece lo hanno visto progressivamente aumentare). Dei suddetti 17 solo 5 lo hanno visto progressivamente diminuire (Brasile, Costa d'Avorio, Egitto, Filippine, Zimbabwe), mentre i restanti 12 hanno visto una brusca diminuzione per la crisi delle borse del 1997 e di essi  9 hanno parzialmente recuperato la loro posizione iniziale. Riassumendo :
8 hanno progredito (ma di questi 2 hanno visto diminuire il loro indice di sviluppo umano)
9 hanno perso molto tra 1997 e 1999 ed hanno parzialmente recuperato (e di essi 5 hanno visto migliorare l'indice di sviluppo umano)
3 non hanno sostanzialmente recuperato (ma uno di essi ha visto aumentare l'indice di sviluppo umano)
5 hanno progressivamente perso potere d'acquisto ( ma 3 di essi hanno visto aumentare l'indice di sviluppo umano)
Insomma una situazione con luci ed ombre.

3) Il ruolo delle guerre nella creazione di processi di recessione economica lo si può desumere analizzando la situazione di Gaza e Cisgiordania, dell'Iraq, del Congo, della Sierra Leone, della Liberia, del Ruanda e del Burundi. dell'Afghanistan.
Mozambico, Bosnia, Liberia e Ruanda appena liberatisi dalla morsa della guerra hanno visto una crescita molto forte.


10 marzo 2008

La guerra di Uribe

 Alvaro Uribe è il solo bastione rimasto - insieme forse al Messico di Felipe Calderon - di ciò che una volta gli Stati uniti chiamavano il cortile di casa. Il suo è il solo governo ancora disposto a qualsiasi cosa per mantenere l'antico rapporto con il padrone di casa. Ora vuole trascinare Chavez davanti al Tribunale penale internazionale per «genocidio», nientemeno (sarà forse il caso di avvertirlo che gli Usa, a differenza di quasi tutto il resto del mondo, non riconoscono quel tribunale). Circondata da vicini slittati a vario titolo fuori dall'orbita di Washington, la Colombia di Uribe resta un alleato di ferro, e mentre l'intera l'America latina - persino il mite Lula - manifesta la sua ira per il blitz, è George Bush il solo a battere sulla spalla del presidente colombiano e condannare a gran voce i suoi critici. In nome della guerra.
Finché c'è guerra c'è speranza, e quella di Uribe è un'altra rielezione alla presidenza. Sarebbe la terza e servirebbe un ritocchino alla costituzione, il genere di cose che in Occidente fanno urlare al liberticidio e alla confisca della democrazia quando sono pensate da Chavez o da Evo Morales, ma non smuovono alcun fremito se eseguite dall'ultima stampella nordamericana del continente.
E mentre gli Usa plaudono ai suoi blitz un'Europa codarda «incoraggia le parti al dialogo», denunciando timidamente il peccato ma giammai il peccatore. Non ci smuoveranno, a noi europei, qualche altro migliaio di colombiani morti ammazzati. Ma Ingrid Betancourt sì, quella ci toccherà nel profondo. Uribe la vuole morta e se si impegna ancora un po' ci riuscirà. Forse allora, ma forse, ci renderemo conto che laggiù c'era una guerra. E capiremo chi la voleva.

(Roberto Zanini)


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12 febbraio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : globalizzazione e mondializzazione

Chesnaix propone anche una distinzione tra globalizzazione e mondializzazione. La prima categoria sottintenderebbe una onnipotenza delle forze spontanee del mercato. La seconda invece metterebbe in chiaro la dimensione internazionale del problema di una governabilità dei processi in corso. La mondializzazione deve essere pensata come una fase specifica del processo di internazionalizzazione del capitale e della sua messa in valore alla scala dell'insieme delle regioni del mondo dove si trovano delle risorse e dei mercati e di quelle sole.
Dal punto di vista commerciale si è avuta soprattutto una regionalizzazione degli scambi. L'evidenza empirica sullle cento imprese più importanti del mondo mostra che i consigli di amministrazione delle imprese multinazionali sono ancora saldamente nelle mani di manager dei paesi di origine. Lo stesso è vero per la ricerca e sviluppo e per i centri di comando finanziario .
Se una tendenza è possibile discernere è semmai la concentrazione delle vendite e delle attività delle multinazionali nella regione di origine tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, al punto che non è irragionevole ipotizzare che tra il 70 e il 75% del valore aggiunto delle Imn sia stato prodotto nel territorio di origine. Le ricerche sui brevetti delle grandi imprese nei primi anni Novanta confernano che non siamo in presenza di una globalizzazione della tecnologia e che anzi in generale l'attività tecnologica è concentrata nel paese o nella regione madre. Ltre grandi aree economiche (la cosiddetta Triade) sembrano essersi mosse sempre di più verso una sorta di nuovo protezionismo, grazie a sussidi diretti, restrizioni in settori chiave, sostegno alla ricerca, competizione fiscale. Ciò che si è profilato ha più la natura di un commercio manovrato che della liberalizzazione degli scambi.

Anche qui seppur molto più lentamente vi sono tendenze da parte dei paesi al di fuori della Triade di emergere dal livello degli esclusi : La Cina in 5 anni è passata dal 12° all'8° posto per numero complessivo di brevetti, mentre nei primi 20 classificati sono apparsi Brasile ed India.
Tuttavia la tesi qui esposta rimane ancora molto verosimile. 


8 febbraio 2008

Leggiamo il manifesto del 31/01/2008

 Da questo punto di vista «legislatura costituente» suona come una chiamata di correo ai moderati del centrosinistra, in particolare al Partito democratico. Cui, dopo la presumibile vittoria, Berlusconi tenderà l'ingannevole mano per fare quelle riforme - elettorali e istituzionali - che mettano definitivamente nell'angolo tutto ciò che è di sinistra; ancor più che i partiti, valori e contenuti. E lo farà da una posizione di forza, apparendo ragionevole e costringendo, semmai, gli altri a obiettare qualcosa (cosa molto difficile per chi esce perdente da un'esperienza di governo e da una tornata elettorale). Per questo vuole le elezioni subito. Per questo le attenzioni dedicategli negli ultimi mesi dalla leadership del Partito democratico, suonano oggi come atroce beffa per chi ha accettato la sua trappola.

(Gabriele Polo)

Rifiuti dal Kosovo, destinazione l'Italia in rivolta per i rifiuti. Sulla documentazione dei Tir stava scritto che era un carico di scarti di piombo, ma si è scoperto che erano caricate, non bonificate, carcasse di frigoriferi e batterie al piombo esauste con ancora liquidi o gas inquinanti. I Tir erano diretti a una discarica del Salento, in Puglia - quella regione Puglia che tanto si è spesa per l'indipendenza dello stato-zona franca del Montenegro. Sono stati denunciati i cinque autisti albanesi-macedoni. Intendiamoci bene, sarebbe ora di farla finita di inviare i rifiuti italiani e europei a est e nel terzo mondo come fanno vergognosamente molti paesi. Comunque è assai dubbio che la destinazione effettiva fosse il Salento, probabilmente invece ci troviamo di fronte a siti di comodo utili per una triangolazione balcanico-adriatica del «tradizionale» traffico di scorie e rifiuti. Oro per le mafie, che sono l'unico internazionalismo esistente. Torna dunque d'attualità quello che le indagini della polizia dell'Onu dicono sul campo: il Kosovo - povero, disperato, disoccupato, che ha arricchito solo il circo degli aiuti internazionali - è l'epicentro, nei Balcani, delle mafie dell'est e dell'ovest. Uno stato mafia e monnezza. E' l'indipendenza, bellezza.

(Tommaso Di Francesco)


La Tav e la nuova metropolitana di Roma, il palazzo della Provincia di Milano e il palazzo di giustizia di Gela. Tutte opere che saranno oggetto di una perizia perché il cemento «depotenziato» usato da Calcestruzzi spa potrebbe aver creato problemi strutturali e di durabilità. A disporre i controlli è stata la la procura di Caltanissetta, che ha anche disposto il sequestro preventivo per altri. I consulenti dei pm esamineranno alcuni fabbricati realizzati con materiale fornito dalla Calcestruzzi, fra i quali il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina - che si sviluppa su un lungo viadotto - sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina.



Il 2007 è stato l'anno più nero per i diritti umani qui a Rio: 1260 vittime, e secondo gli addetti ai lavori è una cifra approssimata per difetto. Spesso le ondate di violenza precedono gli eventi che accendono i riflettori sulla città, come è successo il 27 giugno, poco prima dell'inizio dei Giochi Panamericani: 1350 uomini fra esercito, corpi speciali e polizia entrarono nel Complexo do Alemão in uno scenario degno di un rastrellamento israeliano nei territori (da allora la favela è chiamata la «Striscia di Gaza carioca»): case e persone perquisite, interrogate e pestate in mezzo alla strada, decine di feriti di arma da fuoco e 19 morti, tutti spogliati prima di giungere all'istituto di medicina legale perché, spiega João, «la polvere da sparo sui vestiti non potesse provare che lo sparo era stato a bruciapelo». Esecuzioni sommarie. 
Sulla tragedia di Rio il relatore Onu sui diritti umani Philip Aston ha presentato una relazione di durissima condanna contro i metodi e l'impunità delle «forze di sicurezza». Però poi la stessa Onu schiera i reparti dell'esercito e della polizia brasiliani che entrano nelle favelas nel suo contingente ad Haiti, di cui il Brasile è capofila dal 2004. Il capitano paracadutista Novaes ad esempio, che si trovava a Port au Prince nel luglio 2005 quando occorse uno dei massacri di cui si è macchiato il contingente Onu a Cité Soleil, il grande slum della capitana haitiana, è tornato a Rio giusto in tempo per entrare con l'esercito nel morro di Mangueira e oggi allena i corpi speciali nella favela di Tavaré Bastos. Ai primi di marzo, a ridosso della maxi-operazione nel Complexo do Alemão toccherà allo stesso Bope spedire i suoi uomini in viaggio di istruzione ad Haiti. Uno scambio di know-how esemplare. La guerra contro i poveri, in nome della sicurezza e della legalità, nel suo fuoco incrociato tiene in ostaggio i soliti ignoti, i favelados di Port au Prince e di Rio, prigionieri nella zona grigia contesa dai signori della guerra che si alternano nelle loro scorrerie

(Serena Corsi)



Un'altra delle ragioni del protagonismo brasiliano ad Haiti è raccontata qui a Rio nel dossier di due avvocati dell'Ordine brasiliano degli avvocati (Oab), Duboc Pinaud e Aderson Bussinger: ad Haiti esistono ben 18 zone franche in cui sono impiantate maquiladoras dove migliaia di haitiani lavorano a un tiro di schioppo da Miami, in condizioni disumane e con salari di 48 dollari al mese, per multinazionali come la Levis e la Wrangler. Secondo il dossier della Oab, i Caschi Blu della Minustah contribuiscono a reprimere gli scioperi operai delle zone franche. «Quando non intervengono direttamente -spiega Bussinger - coprono le spalle alla polizia locale, lasciandole il lavoro sporco»

(Serena Corsi)


Per quanto zelante possa essere un impiegato, sentirsi il fiato sul collo del proprio datore di lavoro non è mai una sensazione piacevole. Specie se questa presenza incombe sul proprio monitor mentre si naviga, si apre la posta elettronica o si parla via chat. Ed è ormai inutile mettersi spalle al muro, concordare coi colleghi il suono della civetta quando si odono rimbombare i passi del capo o annebbiare le videocamere con la lacca. Il controllo di cui stiamo parlando arriva direttamente dai computer. Del resto, in un mondo di lavoratori informatizzati, la sorveglianza delle attività svolte non poteva che trasferirsi sul desktop, passando dalla scrivania fisica a quella virtuale.
In Gran Bretagna la grande trasformazione del controllo lavorativo è già avvenuta: la metà degli impiegati d'Oltremanica sono monitorati da sistemi di sorveglianza elettronica, ha rilevato il Policy Studies Institute, tra cui vanno inclusi l'utilizzo di email e internet, l'uso del telefono, e addirittura la registrazione dei caratteri usati sulla tastiera. Un cyber-scrutinio - spesso mirato a valutare la produttività delle persone - che aumenta i livelli di stress e di ansietà nei dipendenti.
Sia chiaro: la possibilità di verificare l'attività informatica dei lavoratori da un punto di vista tecnologico è sempre esistita. Un qualsiasi amministratore di sistema, accedendo ai file di log, ovvero a quella specie di diario di bordo su cui vengono registrate le operazioni di un server, è in grado di estrapolare dati interessanti.
Tuttavia il mercato sembra ormai andare verso un affinamento di questi strumenti di controllo, predisponendo dei kit chiavi-in-mano, strumenti software e hardware in grado di modulare diverse tipologie da Grande Fratello. L'Employee Activity Monitor, ad esempio, sviluppato dall'indiana Chily Softech, è un programma che permette di vedere in tempo reale il desktop di un dipendente, registrare e salvare quello che scrive sulla tastiera e passare in rassegna i siti web visitati o i trasferimenti ftp. «Hai una produttività bassa o hai dei sospetti su quello che fanno i tuoi dipendenti?» declama, a scanso di equivoci, il suo comunicato stampa.
Oppure c'è il Lan Lord della canadese Voicegate un «potente strumento di sorveglianza del management», che permette di catturare immagini di un computer remoto e che è specificamente indicato per call center, società di telemarketing, divisione vendite. O ancora, la soluzione lanciata a fine 2007 dall'azienda Usa eTelemetry, un dispositivo hardware che salta a piè pari gli amministratori di rete e riferisce direttamente ai manager, attraverso e-mail, quando un lavoratore sta navigando, chattando o usando la banda oltre un certo limite. Ovviamente permette anche di vedere quali siti ha visitato in un dato giorno.
Ma ad agitare le acque, come spesso succede in questi casi, è stato il tuffo inaspettato di un peso massimo del settore informatico: Microsoft - ha rivelato il quotidiano londinese Times qualche giorno fa - sta brevettando un sistema futuristico di controllo del lavoratore, basato su sensori capaci di rilevare il battito cardiaco, la temperatura, la pressione sanguigna, e perfino le espressioni del volto. Un intero ecosistema orwelliano il cui obiettivo sembra essere la realizzazione di un profilo psico-fisico del soggetto monitorato in modo da distribuire conseguentemente carichi di lavoro e responsabilità.
«Questo progetto porta l'idea di controllo delle persone al lavoro a un nuovo livello di intrusione - ha commentato un sindacalista inglese fin troppo flemmatico - ma in modo molto tradizionale, perché analizza i processi più che i risultati».


(Carola Frediani)



Lo sentiamo dire da anni: l'Europa si candida a diventare leader della società della conoscenza, un'espressione di cui la politica si riempie la bocca spesso. Dietro ai buoni propositi tuttavia si nascondono diverse visioni dei modi per allargare il più possibile la circolazione delle conoscenze. Una è quella della Internet Society of Netherlands, agenzia pubblica olandese, che ha cercato di fare un piccolo passo oltre le parole dando vita al Free Knowledge Institute (FKI), una fondazione che si dedicherà ad ampliare le possibilità di scambiarsi le conoscenze attraverso internet. Innanzitutto promuovendo lo sviluppo di software libero, quello che si basa sulla collaborazione degli utenti della rete e che tutti possono usare o modificare a piacimento (come Linux insegna). Lo farà puntando sulle risorse educative e sulla conoscenza scientifica indispensabili per innovare, cioè costruendo una piattaforma per raccogliere materiali didattici e manuali legati a free software e standard aperti, che tutti potranno usare gratuitamente e produrre o migliorare in collaborazione con gli altri utenti. L'obiettivo è mettere insieme «università, centri educativi, comunità di sviluppatori del software libero, aziende di software e agenzie pubbliche per facilitare il supporto reciproco e lo scambio di materiali educativi» e tecnici.
La stessa Unione europea ha messo la condivisione delle conoscenze tra gli obiettivi più importanti da raggiungere per dar vita a quello «spazio europeo della ricerca» che dovrebbe rilanciare il ruolo del nostro continente

(Alessandro Delfanti)





4 gennaio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : varie fasi di un processo

Per Wisse Dekker, ex presidente della Philips, la globalizzazione è uno stadio alquanto primitivo nel processo di internazionalizzazione di un impresa . come quello stadio cioè in cui vengono trasferite all'estero parti della produzione allo scopo di evitare barriere all'importazione o di ridurre i costi di trasporto del prodotto finito. Uno stadio a cui fanno seguito la multinazionalizzazione (dove l'impresa si trasferisce a pieno nella nazione ospite "locale tra le locali") e la transnazionalizzazione (dove l'impresa produce in rete, a partire da alcuni pochi, centri di produzione mondiali). E ancora più interessante è che tale sequenza non sia univoca (con l'impresa che vedrebbe linearmente crescere la propria presenza sull'arena mondiale) , ma che al contrario preveda un arretramento dall'impegno globale verso una concentrazione dei propri sforzi all'interno dei blocchi commerciali della cosiddetta Triade (Europa, Giappone, Usa). Qualcosa che potrebbe forse rappresentare meglio della presunta globalizzazione ciò che sta avvenendo sul terreno produttivo e commerciale

(Riccardo Bellofiore)



Certo all'inizio questo era vero. Ma già adesso le cose stanno cambiando. Già nel 2004 la Cina ha il terzo posto degli investimenti diretti stranieri, Hong Kong il 7° posto, l'Australia il 5°, il Brasile il 10°, il Messico il 12°, Singapore il 13°, la Russia il 14°, la Corea del Sud il 17°, il Cile il 18°, l'India il 21°. Per Brasile e India le posizioni dovrebbero nel corso dei prossimi 10 anni aumentare, così come c'è stato già un forte aumento nei paesi dell'Asia Occidentali produttori di petrolio.


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