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20 ottobre 2009

Guglielmo Forges Davanzati : Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salari

 Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.

Va chiarito preliminarmente che questa proposta incide, nella migliore delle ipotesi, su una sola determinante della produttività del lavoro, ovvero la motivazione individuale a erogare elevato rendimento; fattore, questo, che, almeno nel caso italiano, è quello meno rilevante per la crescita della produttività del lavoro[1]. D’altra parte, ciò è testimoniato dal fatto che il progetto governativo tiene conto del fatto che, di norma, non vi è convenienza, da parte delle imprese, a rendere i lavoratori compartecipi agli esiti dell’attività d’impresa e che, dunque, occorre fornire incentivi. Alla proposta Brunetta - Tremonti è possibili rivolgere due ordini di critiche.



1) La produttività del lavoro dipende principalmente dallo stock di capitale fisso a disposizione dei lavoratori e dalle loro conoscenze generali e tecniche. Poiché la dotazione di capitale fisso è maggiore nelle imprese di grandi dimensioni, lì è più elevata la produttività del lavoro. In tal senso, uno dei problemi dell’economia italiana – per quanto attiene alla modesta dinamica salariale e al disavanzo dei conti con l’estero – consiste nella bassa produttività del lavoro che, a sua volta, dipende dal ‘nanismo’ imprenditoriale caratteristico del nostro assetto produttivo. La compartecipazione agli utili non agisce in alcun modo su questo aspetto e, dunque, non vi è da attendersi dalla sua eventuale attuazione significativi recuperi di produttività.

2) L’andamento degli utili aziendali è in larghissima misura indipendente dalle scelte dei lavoratori. Di norma, e a titolo esemplificativo, le operazioni di acquisizione e fusione accrescono i profitti, ma ciò è unicamente il risultato di scelte del management che il lavoratore può solo subire, in questo caso favorevolmente. Così come, per converso, scelte sbagliate del management riducono i profitti, riducono conseguentemente la parte variabile del salario legata al profit sharing e, di norma, non penalizzano i dirigenti d’impresa. Questa asimmetria (i lavoratori perdono per scelte sbagliate dei manager, i manager no) è spiegabile alla luce della constatazione stando alla quale, per effetto di un’elevata propensione al rischio, della difficoltà di controllare il loro operato e dell’inerzia caratteristica delle organizzazioni, i consigli di amministrazione delle società per azioni tendono a non licenziare i propri dirigenti[2]. Il profit sharing costituirebbe, dunque, un reale vantaggio per i lavoratori solo a condizione di essere associato alla cogestione e, dunque, a un effettivo potere decisionale dei lavoratori in ordine alle strategie aziendali. Ma, con ogni evidenza, non è questo il progetto governativo, e non rientra affatto negli obiettivi delle imprese la cessione di potere ai propri dipendenti, che configurerebbe la transizione a un assetto istituzionale non capitalistico, di tipo cooperativista[3].

In considerazione di questi rilievi, è opportuno chiedersi per quale ragione questa proposta (che pure è già tecnicamente fattibile) viene fatta in regime di crisi. La risposta più ragionevole è che, in fasi recessive, la compartecipazione ha l’effetto di ridurre i salari, dal momento che i profitti si riducono. Può essere sufficiente ricordare che, secondo uno studio della banca Citigroup, nella UE i margini operativi lordi delle imprese si sono ridotti dell’11% nel periodo tra l’ultimo trimestre 2008 e il primo trimestre 2009 rispetto all’anno precedente. Depurando il dato dal deprezzamento del capitale, e da interessi e rendite sulla proprietà, i redditi imprenditoriali netti risultano scesi del 23% nel medesimo arco temporale. In tal senso, e anche in considerazione degli sgravi fiscali programmati a beneficio delle imprese, il provvedimento costituisce un aiuto surrettizio alle nostre imprese, e avrà effetti di risparmio sui costi aziendali tanto maggiori quanto più ampia è la platea di lavoratori che accetteranno di assumere rischi in contesti sfavorevoli. Vi è da attendersi, a riguardo, che la scelta dei lavoratori – di certo poco informati in ordine all’andamento della domanda di beni e servizi e, ancor più, dell’andamento del mercato azionario - sarà ampiamente condizionata dalla capacità di persuasione dei media e, se conveniente, dei datori di lavoro. Se, poi, si considera che la parte variabile del salario sarà legata agli utili ottenuti mediante attività speculative (e, dunque, la ricerca di rendimenti elevati nei mercati azionari), la proposta assume connotati di palese asimmetria contrattuale a danno dei lavoratori, dal momento che i lavoratori non avranno potere di decisione in ordine all’allocazione di queste risorse e, anche se lo avessero, non sarebbero adeguatamente informati sulle dinamiche di un mercato – quello dei titoli – già di per sé estremamente volatile e caratterizzato da massima incertezza[4]. Vale poco il richiamo all’esperienza tedesca, dove il modello del profit sharing è stato adottato da diversi anni, sia perché la struttura produttiva tedesca – a differenza della nostra – è caratterizzata da imprese di grandi dimensioni (il cui rischio di perdite, o addirittura di fallimento, è minore rispetto a un’economia con prevalenza di microimprese), sia – e soprattutto – perché in Germania il modello della compartecipazione è stato introdotto in fasi del ciclo economico ben diverse da quella in corso, e caratterizzate da crescita economica sostenuta e contestuale crescita dei profitti[5].

 

[1] Ciò a ragione del fatto che, date le piccole dimensioni aziendali, l’impegno del lavoratore è agevolmente verificabile dal datore di lavoro e, data la sostanziale assenza di vincoli al licenziamento, il datore di lavoro può licenziare o non rinnovare il contratto di lavoro ai dipendenti che, a suo giudizio, non hanno erogato uno sforzo lavorativo soddisfacente. Semmai, la variabile motivazionale può incidere sensibilmente sulla performance dell’impresa laddove il l’imprenditore debba strutturare schemi di incentivazione quando è nell’impossibilità di controllare lo sforzo lavorativo; il che, di norma, si verifica in imprese di grandi dimensioni, o quando il rischio associato allo scarso impegno è estremamente elevato (quest’ultimo punto – si pensi al caso dei piloti di aereo - è stato messo in evidenza, fra i primi, da R. Ramaswamy. and R. Rowthorn, R. (1991). Efficiency Wages and Wage Dispersion. DAE Working Paper No. 9012). Per una trattazione generale del tema, si rinvia a G.Forges Davanzati e R.Realfonzo (1994), La teoria dei salari di efficienza: sviluppi storici e orientamenti metodologici alternativi, in AA.VV., Lavoro, organizzazione e produttività nell’impresa, ESI, Napoli.
[2] Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D. Schön, The Reflective Practitioner. How professionals think in action, Temple Smith, 1983.
[3] Da qui i timori di Confindustria. Come ha messo in evidenza Franco De Benedetti (Partecipare agli utili? Inutile, “Il Sole-24 ore, 8 settembre 2009) – criticando il progetto Sacconi – “Il Ministro Sacconi è stato esplicito nel negare che la compartecipazione agli utili sia il primo passo verso una qualche forma di cogestione. Ma l’allarme è scattato, e non si può liquidarlo come pretestuoso; infatti è evidente che, una volta dato il diritto a una parte degli utili, è difficile negare quello di co-decidere come si forma il tutto”.
[4] Vi è di più. Di norma, le imprese sono maggiormente disposte ad assecondare le rivendicazioni dei lavoratori nelle fasi espansive del ciclo economico. Come è stato fatto osservare (cfr. Bronars, S.G. and Deere, D.R. (1991), The threat of unionisation, the use of debt, and the preservation of the shareholder wealth, “Quarterly Journal of Economics”, February, pp.231-254), la scarsa disponibilità di liquidità derivante dalla destinazione di parti del profitto in speculazione costituisce una efficace strategia di contrasto alle organizzazioni sindacali, poiché l’impresa può comunque motivare il non aumento dei salari con l’indisponibilità di fonti di liquidità acquisibili a breve termine.
[5] Non è poi secondario il fatto che, in Germania, la linea prevalente in materia fa riferimento non al profit sharing ma alla codeterminazione (Mitbestimmung), ovvero a un modello nel quale sono previste rappresentanze dei lavoratori nel Consiglio di sorveglianza delle imprese.

 


10 ottobre 2009

Antonio Sciotto : Brunetta, la sua "rivoluzione" è un mezzo flop

 

Pubblico impiego, la rivincita dei lavoratori (i cosiddetti - a destra - «fannulloni»). E' di ieri la notizia che dopo mesi di propaganda a tutta fanfara, il «ministro più amato dagli italiani» (da sua stessa definizione) si è dovuto rimangiare la «rivoluzione» (oggetto anche di un libro autoagiografico con tanto di foto gigante in quarta di copertina): addio decreto anti-fannulloni. Silenziosamente, il titolare della Funzione pubblica è stato costretto (dalle insistenze dei sindacati, anche delle «amiche» Cisl e Uil, e dalle incompatibilità di conti imposte dal collega Tremonti) a cancellarne il nucleo fondamentale, mentre tutti i suoi fan erano al mare: l'abrogazione risale infatti allo scorso 1 luglio, per mezzo di un apposito decreto, successivamente convertito in legge (102/2009). Sarà per questo che ha poi sfogato, solo qualche giorno fa, tanto livore contro la sinistra, definita di m..., e poi gentilmente invitata ad andare «a morì ammazzata»? Forse già se lo sentiva che la fine della sua revolution avrebbe dilagato a tutto web: ieri infatti la notizia è uscita su Repubblica.it, a cui ovviamente - a strettissimo giro di posta, come sempre fa - il ministro ha tentato di replicare con una nota ufficiale. 



Ma nulla: la marcia indietro è significativa, e in realtà - come ci spiega Carlo Podda, segretario della Fp Cgil - non si è prodotta solo attraverso un decreto, ma anche con alcune circolari, anch'esse fino a ieri restate abbastanza anonime. Innanzitutto sono state ricostituite le passate regole sulla reperibilità, riportandole in pari con quelle dei lavoratori privati: il ministro aveva introdotto una disparità ben poco gestibile, e si è reso conto che era necessario tornare indietro. Importante marcia indietro anche sulle visite fiscali: Brunetta aveva creato un sistema che avrebbero dovuto gestire Asl e Regioni, e non più i medici di famiglia, ma questo avrebbe comportato lo stanziamento di risorse da parte del governo, e Tremonti ha detto no.
Altro punto importante, decisivo in uno Stato civile, l'assurda legge per cui veniva imposta una trattenuta a chi andava a donare il sangue, alle donne che effettuavano il test preventivo rispetto ai tumori, o a chi era costretto ad assistere un familiare disabile: anche qui, cancellato tutto. «Il ministro su questo punto in realtà aveva già anticipato che sarebbe tornato indietro - dice Podda - e questo è successo dopo che era andato a visitare a casa, con un codazzo di telecamere e giornalisti, una dipendente che aveva gravi problemi nel conciliare esigenze familiari e lavoro». Podda aggiunge comunque che «molte di queste erano già conquiste acquisite negli contratti siglati unitariamente, come d'altra parte regioni come la Toscana stavano approntando leggi che neutralizzavano le misure decise dal ministro». Insomma, afferma il sindacalista Cgil, «Brunetta si è reso conto da tanti lati che la sua annunciata "rivoluzione" è stata un flop, e così ha fatto retromarcia: la cosa da sottolineare, piuttosto, è che tutto, dopo più di un anno di governo Berlusconi, è rimasto allo stesso punto, se non peggiorato. Complici anche i tagli imposti».
Così il sindacato, unitariamente, chiede adesso una vera «rivoluzione» nel pubblico, ma stavolta concertata. Podda, insieme ai colleghi Giovanni Faverin (Fp Cisl) e Giovanni Torluccio (Fpl Uil), chiede «l'apertura di un grande tavolo di confronto con governo nazionale, Regioni, Autonomie locali e imprese». Si chiede di ridiscutere in questo contesto pure i contratti: e dunque, visto che vengono chiamate al tavolo anche le imprese, sembra profilarsi non solo come la volontà di azzerare il protocollo Brunetta (separato) che recepì l'accordo sul modello contrattuale del 22 gennaio, ma anche un modo per aggirare le stesse divisioni sul 22 gennaio, partendo dal pubblico.


10 luglio 2009

Guglielmo Forges Davanzati : l'unità nazionale e le gabbie salariali

 La tesi secondo la quale occorre prendere atto del fatto che esistono ‘nuove’ modalità di organizzazione del lavoro e che esse si basano su rapporti cooperativi fra imprenditore e lavoratore viene reiteratamente usata per legittimare i provvedimenti di depotenziamento del sindacato e la riduzione del potere contrattuale del lavoro dipendente. Si tratta di quella “complicità tra capitale e lavoro” che è un punto fermo dell’elaborazione teorica del Ministro Sacconi. Partendo dalla legislazione sulla ‘flessibilità del lavoro’ avviata dagli anni ottanta e con significativa accelerazione nei primi anni duemila, il processo è fin qui giunto al sostanziale superamento della contrattazione nazionale[1]. Anche i più tenaci difensori di questi provvedimenti non si spingono a sostenere che dalla loro attuazione c’è da attendersi un aumento generalizzato dei salari: viene semmai sostenuto che – per il tramite del cosiddetto salario di ‘produttività’ – si registrerà un’accentuazione dei differenziali salariali nella direzione di maggiori premialità per il contributo individuale alla produzione e, dunque, di maggiore incentivo all’erogazione di impegno lavorativo.



La ratio che sottende questo provvedimento sta nella convinzione – tutta da dimostrare – che la modesta dinamica della produttività del lavoro delle imprese italiane, di gran lunga inferiore alle loro concorrenti europee, dipende dal fatto che, nel nostro contesto, non viene premiato il merito; e ciò, a sua volta, viene ricondotto a un modello di relazioni industriali che è stato tradizionalmente caratterizzato da una marcata centralizzazione. Occorre chiarire, a riguardo, che sebbene nessuno possa farsi difensore del demerito, così che l’esaltazione meritocratica finisce per diventare mera retorica, ad oggi non si dispone di alcun criterio oggettivo di misurazione della produttività individuale. Ed è necessario aggiungere che – poiché il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto –  è teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. In tal senso, premiare il merito è un dover essere che non trova alcun sostegno scientifico, e, conseguentemente, non può avere una sua traduzione nelle prassi aziendali. Ciò che le imprese verosimilmente fanno, in assenza di una quantificazione oggettiva del merito, è – nella migliore delle ipotesi – premiare chi si è dimostrato più affidabile (e, non per questo, più produttivo) e – nella peggiore delle ipotesi – attuare forme di discriminazione, a danno dei lavoratori meno ‘graditi’ e/o con minor potere contrattuale.
Stando così le cose, si può ritenere che il depotenziamento del sindacato ha, come effetto, innanzitutto una riduzione generalizzata dei salari e i costi connessi alla tutela aziendale dei diritti dei lavoratori. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione, che attiene agli effetti di questi provvedimenti sull’economia meridionale, sulla base di una duplice constatazione.
1) Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, nel settore privato i salari al Nord sono mediamente più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio[2], stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si può osservare, a riguardo, che la quota delle esportazioni del Mezzogiorno è stata in aumento, seppur lieve, negli ultimi anni, passando – su fonte ISTAT – di circa 1 punto percentuale dal 2006 al 2007. Poiché le imprese meridionali, tecnologicamente di retroguardia e di piccole dimensioni, riescono ad acquisire quote di mercato solo mediante la compressione dei prezzi e, dunque, dei costi di produzione, la ripresa delle esportazioni meridionali sembra dipendere dalla riduzione dei salari nel Mezzogiorno. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area, così che non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri che vengano reinvestiti in loco. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.
2) L’ultimo rapporto ISTAT registra che, nelle regioni meridionali, oltre il 90% delle imprese censite ha un numero di dipendenti inferiore a nove. In tali condizioni, appare del tutto evidente che la contrattazione aziendale o non si fa o, se si fa, è al più un fatto meramente formale che si limita a ratificare l’asimmetria dei rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti, asimmetria massima nelle micro-imprese. La conseguente prevedibile caduta dei salari dei lavoratori meridionali, a seguito delle nuove politiche del lavoro, non può che determinare un’accelerazione – politicamente indotta – dei differenziali salariali fra macro-aree.
Il ritorno alle ‘gabbie salariali’ è, in effetti, nell’agenda politica, come testimoniato dalle ripetute sollecitazioni provenienti soprattutto dalla Lega Nord e da Confindustria. E’ opportuno ricordare che il dispositivo delle gabbie salariali, vigente negli anni cinquanta-sessanta, manteneva ope legis i salari monetari dei lavoratori meridionali più bassi dei loro colleghi settentrionali, con un duplice argomento: i) essendo differente il livello dei prezzi fra aree del Paese, occorreva tenere basse le retribuzioni nominali nelle aree con prezzi più bassi; ii) essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, e poiché il salario è (deve) essere commisurato alla produttività del lavoro, occorreva comprimere le retribuzioni nelle aree nelle quali la produttività era minore. L’obiettivo e le motivazioni oggi non cambiano. Si aggiunge che la compressione relativa dei salari al Sud favorirebbe gli investimenti nell’area. E’ bene chiarire che nessuno di questi argomenti trova un adeguato sostegno teorico ed empirico. Innanzitutto, se anche il livello dei prezzi è inferiore nel Mezzogiorno, occorre considerare che i lavoratori meridionali accedono a una quantità di beni e servizi pubblici di gran lunga inferiore a quella dei loro colleghi settentrionali. A ciò si può aggiungere che, per il meccanismo perverso precedentemente descritto, quanto più il paniere dei beni di consumo dei lavoratori meridionali include anche prodotti del Nord (e del resto d’Europa), tanto minore è il loro salario reale. Si consideri che le rilevazioni ISTAT che vengono poste alla base del ritorno alle gabbie salariali non certificano un livello dei prezzi più basso per ogni bene di consumo nelle città meridionali. A titolo puramente esemplificativo, si può richiamare il fatto che i prezzi più alti dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature – fra tutti i comuni italiani - si registrano a Reggio Calabria[3]. In secondo luogo, la minore produttività dei lavoratori meridionali non è imputabile al loro scarso rendimento, ma a una struttura produttiva tecnologicamente di retroguardia sulla quale, con ogni evidenza, non possono incidere[4].  In terzo luogo, e per quanto attiene all’attrazione di investimenti, i riscontri empirici disponibili, riferiti agli ultimi anni, segnalano l’inesistenza di questo effetto. Sia sufficiente qui richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, pure a fronte di un significativo calo dei salari nel Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nel precedente biennio, dal 2.4% allo 0.5%.¼br> L’impoverimento materiale dei lavoratori meridionali – già in atto e presumibilmente in crescita – viene in qualche modo compensato da un’operazione culturale che passa dalla retorica delle ‘vocazioni naturali’ – secondo la quale il Sud è naturalmente dedito al turismo e all’agricoltura – per arrivare al ‘pensiero meridiano’. L’apologia della lentezza, dell’analisi misurata e tranquilla del mondo che ci circonda viene contrapposta, con segno positivo, alla velocità che caratterizza gli stili di vita e i modi di produzione delle economie industrializzate più avanzate. E’ su questo duplice dispositivo che si cerca di mantenere l’unità nazionale che la gran parte dei provvedimenti di questo Governo sta seriamente mettendo in discussione


28 aprile 2009

La litania degli specialisti

E' incredibile come, alla vista di uno stronzo, molti volan come mosche.
E' successo a Gnègnè che nella querelle televisiva tra Brunetta e Bignardi, abbia subito bastonato la seconda, il cui peccato, a dir la verità, mi sembra (a vedere parte del filmato) lieve (sempre partendo dal presupposto che non si può pretendere molto da lei e dall'altro presupposto che io non la vedo quasi mai).  Mi sono premunito di vedere dalla Rassegna stampa della Camera dei Deputati gli articoli di giornale raccolti dal 1998 ad oggi che abbiano come riferimento Giacomo Brodolini. Gli articoli sono tre :
uno di Guglielmo Epifani, uno di Nerio Nesi, l'ultimo di Sergio Romano. Renato Brunetta, a vedere i 670 (!) articoli conservati, non ha dedicato alcuna pagina di giornale a Giacomo Brodolini.  Lo ha riesumato giusto per fare il saccente l'altro giorno.
Probabilmente, per il nostro ministro, Brodolini è un grande patriota, famoso per aver dato il nome ad una fondazione di cui Renato Brunetta è stato presidente. Sarebbe interessante vedere anche se Brunetta abbia bacchettato il suo compagnuccio Vittorio Feltri, che su Brodolini
pure sembra sia inciampato.
Il fatto è che molti forzuti del web pensano che la cultura si possa accompagnare all'arroganza ed alla maleducazione. E questo è un triste segno dei tempi. In quasi tutte le comparsate che ho visto del ministro Brunetta, egli non si differenzia punto dai vari Vito, Schifani, Sgarbi, Taormina nell'interrompere continuamente l'interlocutore, nell'offendere, nell'applicare meccanicamente le peggiori trovate retoriche per affermarsi nella tenzone televisiva. Con la Bignardi non ha fatto eccezione.


Citato da Gnègnè ? Voglio tornar in galera...

Gnègnè poi ha citato Gramsci. Il tema è interessante, ma a mio parere trova risposta nel fatto che chiunque, di fronte ad un tema che ha conseguenze rilevanti per la propria vita, prova su questo tema a farsi un'opinione con il tempo, le informazioni e le metodologie che ha a disposizione. E tende a comunicare ad altri l'opinione che si è fatta. I giornalisti non sono da meno. Di fronte a questa cultura fai-da-te non c'è da scandalizzarsi. Se la si reputa insufficiente si partecipa al dibattito pubblico e si cerca di raffinarla nel concreto, se si ritiene di esserne capaci. Non c'è scorciatoia metodologica o censura che possa avere effetti migliori.


27 marzo 2009

Sara Farolfi : precari a terra, manager strapagati

 

Salta il potenziamento degli ammortizzatori sociali per i precari e salta anche il tetto alle retribuzioni dei manager. Le due misure, presentate dal governo come due emendamenti al decreto legge sugli incentivi al settore dell'auto e elettrodomestici, non hanno superato le maglie di «ammissibilità» (per estraneità di materia) e sono state rigettate insieme alla metà circa degli emendamenti presentati (400). Ma se sui precari ieri sera veniva data quasi per certa la reintroduzione del provvedimento, per il tetto agli stipendi dei manager (deciso da Prodi, poi congelato da Berlusconi) pare trattarsi di un nuovo - definivo probabilmente - affossamento.
«Gli emendamenti del governo sui precari verranno ripescati», assicurava in serata il relatore del decreto legge alla commissione finanze della camera, dopo le aperture del presidente della camera Gianfranco Fini. La misura d'altro canto è stata ampiamente pubblicizzata dal ministro Sacconi, e non comporta un particolare esborso per le casse statali, trattandosi di circa 100 milioni di euro. Si tratta del raddoppio - dal 10 al 20 per cento della retribuzione percepita - dell'indennità una tantum per i parasubordinati (ossia i collaboratori fasulli) che saranno licenziati: 1600 euro medi, per una platea di 80-90 mila persone (il 10 per cento circa dei parasubordinati conosciuti), secondo i conti della Cgil, che ha criticato la misura definendola un «raddoppio dell'elemosina». Oltre a questo, il pacchetto del governo prevedeva una semplificazione del procedimento di accesso agli ammortizzatori sociali (oggi servono dai 120 ai 140 giorni per gli strumenti ordinari). «Talvolta si può rimanere vittima del troppo decisionismo, ma se quel poco che si è fatto salta vorrei che il governo accogliesse le proposte da noi fatte», commenta il segretario Cgil, Epifani. Per i precari la Cgil chiede un ampliamento della platea degli interessati (dai 90 mila che sono a circa 180 mila) e un raddoppio dell'assegno una tantum, dal 20 al 40 per cento della retribuzione dell'anno precedente. Il segretario della Cisl Bonanni ha chiesto al governo di «trovare un rimedio immediato», e così hanno fatto molti esponenti del Pd. Difficile pensare che il governo non accolga le richieste, trattandosi di una misura a basso costo ma sicuramente popolare in tempi di crisi come questi.



Decisamente più impopolare invece, tanto è vero che ieri in pochissimi ne hanno parlato e nessuno ne ha prefigurato un reinserimento, il tetto agli stipendi di manager e banchieri. L'emendamento era stato presentato dalla Lega e prevede che il trattamento economico di dirigenti di banche e imprese che, in seguito alla crisi beneficeranno di aiuti pubblici, non possa superare il limite di 350 mila euro all'anno. Un altro emendamento, ugualmente respinto, prevede similmente il limite massimo del trattamento previsto per i parlamentari, per qualunque soggetto in rapporto di lavoro con amministrazioni statali, o con enti pubblici di ricerca. Non la rivoluzione, insomma. Tanto più che un tetto agli stipendi dei manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della corte di cassazione, ossia 289 mila euro) era stato previsto e introdotto dal governo Prodi, per essere poi congelato seduta stante da Berlusconi.
«Mentre si licenziano i precari della pubblica amministrazione, il governo riesce a eliminare il tetto delle retribuzioni: un fatto gravissimo anche perchè sarebbe bastato non fare nulla e applicare la norma esistente», commenta a caldo il segretario della funzione pubblica Cgil Carlo Podda. Ma sempre in tema di precari e di pubblica amministrazione, l'iperattivo ministro Brunetta sembra avere compiuto il miracolo: dalle cifre diffuse ieri sui primi risultati del monitoraggio lanciato nel settore, risultano appena 1125 persone con i requisiti per la stabilizzazione. «Un vero miracolo», replicano dalla Cgil: «Brunetta è riuscito a fare sparire i precari».


8 marzo 2009

Otto marzo e sessantacinque anni

Voglio festeggiare l'8 Marzo con un po' di rabbia. Non è raro di questi tempi. Ma non sono io che sono andato a sinistra : è il mondo che è andato a destra.



Vogliamo fare un'altro attacco delle pensioni ? Diciamolo. Ma non presentiamolo come una vittoria delle donne. Prima le donne erano costrette ad andare via prima, con una diminuzione di entrate. Ora le donne sarebbero costrette ad andare via dopo, con un sacrificio del loro tempo di vita. Ci sarebbe magari un diritto se si desse la facoltà di andare via prima o dopo liberamente, sacrificando tempo o soldi in maniera consapevole e responsabile. Il resto sono cazzate.


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28 febbraio 2009

Fabio Sebastiani : le reazioni dei delegati sindacali

 

«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione.
«Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. 




Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato».
«I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita».
Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma.
«Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice.
L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo».
«In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi».
Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta».
Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».


26 febbraio 2009

Serena Salucci : stretta di Brunetta sui precari nella Pubblica Amministrazione

 

Non hanno ancora vinto la loro battaglia, ma da ieri hanno qualche speranza in più di riottenere il loro posto di lavoro. Anna, Laura e Valentina, tre delle undici centraliniste interinali dell'Ospedale di Legnano licenziate a settembre, erano giunte a Roma mercoledì mattina con gli occhi coperti da una benda nera, per partecipare al presidio dei precari della Pubblica Amministrazione organizzato sotto Palazzo Madama dall'RdB Cub. «Siamo bendate - avevano spiegato - perché il nostro futuro non esiste, non lo lo vediamo più. Vogliamo chiedere spiegazioni direttamente al ministro Brunetta, perchè secondo la sua legge non possiamo più riavere il nostro lavoro». Ieri mattina hanno continuato il loro "sciopero del futuro" sotto la sede del Ministero della Funzione Pubblica finché non sono state ricevute dallo staff del Ministro.
Dopo un rimpallo di responsabilità, durato mesi, tra l'azienda sanitaria lombarda e il ministero, finalmente si è acceso un lumicino. Secondo i funzionari che hanno ricevuto le lavoratrici, esiste la possibilità di deroga al famigerato art. 49 della legge 133 che fissa il limite di tre anni per l'utilizzo dei lavoratori precari da parte della Pubblica Amministrazione: è sufficiente che l'Ospedale formuli un quesito da inviare a Roma per la predisposizione di un provvedimento ad hoc. Tolte le "bende", le ragazze hanno fatto ritorno a casa, con la certezza di un appuntamento per il 4 marzo prossimo al Ministero, sempre che l'Ospedale di Legnano lavori perché la vicenda si concluda positivamente. 



Quel che è certo per ora, è che la storia delle centraliniste "spogliarelliste", che si erano messe provocatoriamente all'asta su You Tube per un posto di lavoro, rappresenta solo l'inizio dell'effetto devastante dei provvedimenti del governo su migliaia di precari del pubblico impiego. La preoccupazione cresce con l'avvicinarsi del passaggio alle Camere del Disegno di Legge 1167, il collegato alla finanziaria che nell'articolo 7 inserisce una revisione drastica della disciplina sul ricorso al lavoro flessibile all'interno degli enti pubblici. La norma, definita "ammazzaprecari" dai sindacati di base, mette definitivamente un punto alle procedure di stabilizzazione iniziate nella Pa a seguito delle finanziarie del 2006 e del 2007. Il termine perentorio fissato per tutte le conversioni e le assunzioni dei precari è il 30 giugno 2009. «Tecnicamente fino a quando il Ddl 1167 non entra in vigore - sottolinea Carmela Bonvino, resposabile RdB per il precariato - le amministrazioni possono far riferimento alle vecchie norme e stabilizzare i tempo determinato fino alla copertura per le carenze di organico, e per i cococò la trasformazione a tempo determinato. Ora non solo vengono abrogate tutte le norme, ma le amministrazioni che hanno fatto il passaggio da cococò a tempo determinato non avranno più la possibilità di fare il secondo passaggio e assumere i lavoratori. Soprattutto negli enti locali la situazione rischia di diventare critica, perché la lentezza burocratica non consentirà di completare le procedure. Finiti i tre anni si è fuori». Per questo cresce la mobilitazione dei precari degli enti pubblici. L'unica promessa strappata con il presidio dell'altro giorno, che chiedeva alla cancellazione dell'articolo 7 del progetto di legge, è quella dei senatori dell'Italia dei Valori che nel passaggio in Commissione Lavoro presenteranno alcuni emendamenti, nessuna risposta da Pd e nessun sostegno per ora dai sindacati confederali. È quindi probabile che l'"ammazzaprecari" andrà avanti senza ostacoli. Ieri, dopo il passaggio indenne del Ddl in Commissione Affari Costituzionali del Senato, Brunetta ha espresso la ferma intenzione di arrivare alla votazione in Senato martedì prossimo.


25 dicembre 2008

Forza fannulloni ! Un intervista di Loris Campetti al segretario della Cgil Funzione pubblica

 

«Io dico che l'adesione allo sciopero generale del 12 è stata straordinaria. E' un segnale di fiducia e una speranza di rappresentanza affidata alla Cgil, da utilizzare per rovesciare il clima determinato dalla mancata risposta politica all'emergenza sociale provocata dalla crisi».
Così dice Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica Cgil, che denuncia l'oscuramento mediatico dello sciopero. Iniziamo da qui l'intervista, alla vigilia del direttivo nazionale della Cgil che dovrà dare una sua valutazione sullo sciopero e decidere come dare una continuità alle iniziative di lotta.

A leggere i giornali e a guardare la tv, si direbbe che lo sciopero del 12 è stato ben misera cosa.
Prima, durante e dopo lo sciopero le maggiori testate giornalistiche e televisive hanno scelto la linea del silenzio, o al massimo hanno minimizzato l'evento.

Io dico che che nell'industria l'adesione è stata molto alta. Così come nei settori pubblici che seguo io, in particolare nella sanità, pur avendo i lavoratori appena effettuato uno sciopero di categoria e in alcuni casi, come a Brescia dove era stato proclamato uno sciopero provinciale, erano alla terza fermata in un mese. A ogni fermata, 100 euro andati in fumo. Eppure, abbiamo registrato adesioni del 60-70% in settori in cui gli scioperi anche unitari non sono mai stati plebiscitari. Eppure i lavoratori pubblici vivono una situazione difficile, segnalata anche in tante assemblee di preparazione dello sciopero. Non perché non condividano le ragioni della nostra protesta ma per il processo di vera e propria destrutturazione dell'organizzazione e degli stessi servizi pubblici. All'interno, questi processi si accompagnano al taglio delle buste paga per chi ha un contratto stabile e all'espulsione di decine di migliaia di precari. All'esterno, si assiste alla caduta della qualità e della quantità dei servizi pubblici ai cittadini.

Cosa vi chiedono i lavoratori?

Di non essere lasciati soli. Vogliono capire se facciamo sul serio o se invece finiremo per fermarci a mezza strada, mentre la crisi economica precipita provocando un'emergenza sociale.

E come si spiega la vostra scelta di indire uno sciopero e una manifestazione nazionale a Roma insieme ai metalmeccanici della Fiom, il 13 febbraio?

Non è una decisione di oggi, è maturata da tempo. Ha a che fare con la scelta di non lasciare soli i lavoratori che rappresentiamo di fronte al rischio di un'involuzione autoritaria. Come Fp-Cgil abbiamo fatto molte iniziative, presidi, scioperi territoriali. Abbiamo raccolto le firme contro l'accordo separato siglato da Cisl e Uil. Lo sciopero nazionale era stato convocato per il 12 dicembre e poi soltanto sospeso quando la Cgil ha giustamento deciso di farne un momento di lotta generale. Noi abbiamo delle specificità di categoria, abbiamo a che fare con una valanga di accordi separati. Lo sai che la Cisl da sola, senza neanche la Uil, ha firmato un accordo osceno con le case di cura cattoliche che scavalca il contratto nazionale? Abbiamo fatto un volantino listato a lutto per denunciare che è stato ucciso il contratto nazionale. Ci sono settori in cui Cisl e Uil raccolgono oltre il 50% dei consensi, come i ministeri e le agenzie fiscali, negli altri comparti in cui tenteranno di applicare accordi separati dovranno fare i conti con noi. Aggiungo che proprio mentre si rende indispensabile il rafforzamento della rete di protezione pubblica, questa rete si smaglia e si indebolisce. Noi parliamo di arresti domiciliari per il lavoratore malato, dopo gli ultimi provvedimenti del ministro Brunetta che impedisce alle persone in mutua persino di ritirare il certificato medico. E si vuole estendere tale scriteriato criterio anche ai lavoratori privati. Stanno facendo di tutto, governo e organizzazioni padronali, per mettere i lavoratori pubblici contro quelli privati. Ecco le ragioni per cui abbiamo deciso di scioperare insieme ai metalmeccanici.

Eppure, questa vostra scelta ha fatto discutere in confederazione...

Voglio ricordare che nel direttivo della Cgil del 23-24 giugno è stato votato all'unanimità un impegno a fermare il tentativo di isolare i dipendenti pubblici. Aggiungo che a chiunque ci avesse offerto un'alleanza avremmo risposto positivamente. La Fiom, generosamente, si è fatta avanti nonostante esistano problemi di rapporti tra lavoratori pubblici e lavoratori privati e nonostante il fatto che su alcune questioni le posizioni della Fp e della Fiom non siano coincidenti. C'è una cosa fondamentale che ci unisce: pensiamo che a lavoratori diversi debbano essere garantiti uguali diritti. Ti sembra poco?

Dunque, nessuna prova di forza in Cgil?
E nessuna pretesa di autosufficienza o di autonomia. Noi come categoria abbiamo fatto una scelta netta di mobilitazione, obbligatoria se vogliamo onorare il consenso che abbiamo raccolto tra i lavoratori, come conferma la crescita della Fp-Cgil anche nel tesseramento, pur non avendo oggettivamente strappato risultati significativi anche a causa delle scelte separate di Cisl e Uil. La Cgil, dal canto suo, deve definire ruolo e compiti in questa fase segnata dalla crisi e dalle risposte sbagliate del governo, per sostenere scelte di politica economica e sociale all'altezza, sapendo che ancora pende sulla testa dei lavoratori il tentativo di modificare in peggio il sistema contrattuale. Sarà il direttivo della Cgil a fare le scelte di sua competenza. Qualora fossero tali e talmente forti da comprendere tutte le categorie, in un momento di riunificazione delle lotte che non può non seguire una fase di articolazione, ne prenderemmo volentieri atto.

Al di là dell'imbarazzo del Pd nei confronti della Cgil, mi sembra che in generale l'opposizione non costituisca una sponda politica.

La politica, non da oggi, fatica a farsi carico dei problemi concreti dei lavoratori. La disaffezione nei confronti della politica non è che la logica conseguenza. Se crolla la percentuale dei votanti, è un segnale soprattutto rivolto alla sinistra. Manca una risposta alla crisi economica e alle sue conseguenze sociali, sia da parte dell'opposizione parlamentatre che della sinistra extraparlamentare. Da tempo sosteniamo che si perde troppo tempo a discutere di alleanze e se ne utilizza troppo poco a definire i contenuti di un programma di sinistra. Un sindacato che si vuole confederale ha bisogno di una sponda politica. Oggi non c'è, e questo ci apre un problema serio. E lo apre ai lavoratori che percepiscono e ricambiano la distanza della politica.


22 dicembre 2008

Sacconi : lavorare meno, lavorare tutti. Ma Brunetta ?

Brunetta : "Ma che fai, te ne vai ? Non mi si è ancora rizzato..."



Biondina : "Datemi il cambio !!!! "


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