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9 maggio 2011

Cosa è successo alla Bertone ?

Molto turbamento all’interno delle organizzazioni che cercano di rappresentare le forze lavoratrici ha generato la decisione della Fiom di appoggiare il sì al referendum alla Bertone.

Questa decisione ha motivato molte critiche, ma in realtà bisogna analizzare la situazione in tutta la sua complessità : c’è in atto contemporaneamente un ricatto sempre più stringente da parte del padronato (Fiat in particolare) nei confronti dei lavoratori e una scomposizione interna alla Cgil ed alla stessa Fiom a seguito di questo ricatto.

Nel caso della Bertone, gli operai da tempo non lavoravano ed inoltre, se l’esito del referendum fosse stato negativo, non solo non ci sarebbero stati gli investimenti preventivati, ma quegli operai sarebbero stati quasi immediatamente licenziati. Per questo motivo la Rsu della Bertone, già forse schierata contro la linea del segretario Landini, ha percepito la reale possibilità che la Fiom, pur avendo il 65% di iscritti, avrebbe perso il referendum se si fosse opposta al ricatto di Marchionne. Senza contare il fatto che non ci sarebbero stati più né operai, né Rsu.

 

 

Di fronte a questa difficilissima situazione Landini ha dovuto opporre una strategia complessa al punto da risultare in un certo senso gesuitica e, si spera, machiavellica. Si è trattato cioè di dare a Marchionne mano libera, mantenendo però come interlocutore chi mano libera non è disposto a concedere nei fatti. Marchionne cioè si troverà di fronte un interlocutore che tenderà a svuotare la concessione a lui fatta del suo significato. Al tempo stesso Landini vuole testare la corrispondenza tra l’atteggiamento moderato della Rsu di Grugliasco e la reale volontà dei lavoratori. Perciò egli ha probabilmente imposto che le Rsu della Cgil debbano dimettersi costringendo a nuove elezioni anche gli altri sindacati. La scommessa è che si verifichi o la sconfessione dei quadri moderati o una sconfitta più pesante degli altri sindacati, o addirittura entrambe le cose. Naturalmente potrebbe verificarsi una combinazione che indebolisca ancor più la Fiom, ma l’alternativa era la completa sparizione sia del lavoro che della rappresentanza.

La Fiom si trova a gestire quello che è il limite difficilmente valicabile delle organizzazioni sindacali e cioè quello di trovarsi nel mezzo tra le esigenze democratiche di rappresentazione della base e le esigenze politiche di trovare una sintesi che permetta il conseguimento dell’interesse generale dei lavoratori. Nei periodi di crisi tale collegamento viene messo in questione radicalmente e si realizzano spesso tendenze centrifughe e distruttive alle quali il sindacato non può opporre se non strategie problematiche e rischiose. Solo la costituzione di un soggetto politico, che abbia la forza di imporre il contesto nel quale il conflitto sindacale si può gestire, consentirà di evitare al sindacato scelte così onerose.

Se fino ad ora il sindacato è riuscito a svolgere opera di supplenza rispetto ai partiti, ciò è stato perché la condizione dei lavoratori era ancora complessivamente omogenea. Ma questo presupposto rischia di non sussistere per molto ancora ed allora la nascita di un soggetto politico forte che rappresenti le istanze del lavoro diventa una necessità.

 

 

 


9 marzo 2011

Primo Levi : Kant, il capitale e il lager

Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello.

Alla fine “Wieviel Stuck ?”domandò il maresciallo. E il caporale salutò di scatto e rispose che i pezzi erano 650, e che tutto era in ordine. Allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio.

Qui ricevemmo i primi colpi. E la cosa fu così nuova ed insensata che non provammo dolore, né nel corpo, né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo : come si può percuotere un uomo senza collera ? (Primo Levi)

 

Come si può percuotere un uomo senza collera ?

E’ molto semplice. Quegli uomini non stavano percuotendo un uomo. Potremmo dire che stavano percuotendo degli oggetti. E perciò insistere sulla reificazione delle persone, su di una sorta di materialismo che non riconosce le persone, sulla manipolabilità degli altri soggetti. Una strada già battuta. Io vorrei seguire invece un’altra strada, anch’essa già battuta, ma non sino in fondo, dalla Hannah Arendt che seguiva il processo Eichmann.

Quegli uomini non stavano percuotendo delle persone. Stavano eseguendo un ordine.

La loro non era un’azione, ma una meta-azione. Essi non seguono una regola, ma una meta-regola.

E qui bisogna risalire ad un principio fondamentale, che è stato portato a compimento da Kant, ma che è in nuce in tutta la grande filosofia occidentale : lo chiameremo il formalismo nell’etica.

Perché Socrate non accetta di scappare ? Perché deve rispettare la legge ateniese.

Perché rispettare la regola del seguire la regola è più importante di discutere quale questa regola sia. Kant con il dovere per il dovere porta a compimento questa tendenza. Il “Tu devi” è il principio (per molti versi condivisibile) per cui bisogna applicare la regola vigente (e presumibilmente condivisa), altrimenti non ci sarebbe la ragionevole speranza di applicare la regola che si ritiene giusta, una volta che questa sia elevata a regola vigente.

Pacta sunt servanda” è un’altra versione della stesso principio meta-etico e meta-giuridico.

Però questa priorità della meta-regola rispetto alle regole di contenuto ha un risvolto diabolico che ci porta a dubitare massimamente di essa. Tale risvolto è esemplificato dal brano di Primo Levi. Perciò la meta-regola può essere applicata solo quando si sono individuate le regole che attengono al contenuto. Non ci può essere un momento intermedio dove si dice “Abbiamo una morale sostanziale provvisoria che non è del tutto plausibile, ma che nel frattempo dobbiamo rispettare altrimenti finiremo nell’arbitrio, giacchè è necessario rispettare la meta-regola”. Questo momento è già l’arbitrio, nonostante il rispetto della meta-regola.

C’è poi una concretizzazione storica frequente di questo principio che avvalora il sospetto sulla sua natura fittizia e perciò ideologica. Con la morale provvisoria permanentemente adottata, le classi dominanti hanno sempre legittimato il loro imperio sulle classi dominate. La ribellione contro l’ordine costituito è stata sempre censurata, proprio perchè si realizza con la violazione delle meta-regole e perciò prepara un orizzonte di assoluta anarchia. Anche l’etica del lavoro (basata su di una variante del pacta sunt servanda) statuisce il principio che , quale che sia il lavoro, esso deve essere fatto. Fa niente che si tratta di costruire armi, fa niente che si vendano prodotti in barba alla volontà dell’acquirente, fa niente che si sfruttano i lavoratori, fa niente che si versano liquami tossici in luoghi di pubblico interesse. It’s my job.

Non c’è differenza sostanziale tra il dominio capitalistico sul lavoro, il formalismo etico e il lager. Il primo è una applicazione del secondo ed il terzo una semplice iperbole delle prime due. Ma la struttura fondamentale è isomorfa.

La reificazione dell’altro non è tanto conseguenza del razionalismo o del materialismo, ma del fatto che un ordine di un terzo (che ci domina) ci consente di non guardare al nostro prossimo. L’ordine è come un’ intercapedine tra l’uomo e l’altro uomo. Così come il capitale, dominandoci, ci rende concorrenti degli altri lavoratori e pur mettendoci insieme, ci rende più fortemente delle isole.

La logica burocratica è una variante di questo atteggiamento. La procedura è lo strumento con cui dichiariamo la nostra sottomissione all’istituzione nella quale siamo incastonati come una vite in un meccanismo. Il nostro interlocutore non è il cittadino o l’utente, ma sempre il nostro superiore gerarchico. L’ingresso di criteri aziendali nella pubblica amministrazione è solo un cambio di strumento, ma non una trasformazione dei fini dell’istituzione, la quale non si deve rivolgere al cittadini, ma deve vendere un prodotto, deve rispettare un budget, un budget del quale il nostro interlocutore umano è un appendice a volte fastidiosa, ma di cui non ci curiamo. E’ la sponda di una carambola, dove la buca è il raggiungimento del target.

E’ per questo che si può percuotere un uomo senza collera. I mafiosi dicono “Non ce l’abbiamo con te. Si tratta di affari”. Non scherzano.

 


4 novembre 2010

Schumpeter e Rostow

Schumpeter invece dà all’innovazione tecnica una rilevanza maggiore e dunque contesta le tesi stagnazioniste e nega il ruolo svolto dalla conquista dei mercati esteri nello sviluppo delle economie capitalistiche. Egli ritiene che sia assolutamente gratuito ritenere che le iniziative suscettibili di sostituire le colonizzazioni vengano ad essere inevitabilmente meno importanti quale che sia il significato che si vuole attribuire a questo aggettivo. Al contrario è possibile per Schumpeter che la conquista dell’aria possa avere una importanza superiore a quella dell’India : non bisogna confondere le frontiere economiche con quelle geografiche. Per Schumpeter le analisi marxiste dell’imperialismo sono solo divagazioni perché i grandi gruppi hanno esercitato assai scarsa influenza sulla politica estera ed anzi essi si uniformano alla politica dei loro paesi piuttosto che non determinarla secondo i loro interessi. A suo giudizio sebbene non ci sia da temere una scomparsa delle occasioni di investimento, il capitalismo verrà comunque meno, ma le ragioni sono sociologiche giacchè si tratterebbe della decomposizione della borghesia. Secondo Schumpeter la remunerazione del capitale è essenzialmente la ricompensa delle innovazioni realizzate dagli imprenditori dinamici. Ma il progresso tecnico diviene sempre più il monopolio di specialisti addestrati che lavorano su ordinazione facendo diminuire progressivamente i redditi della borghesia che si ridurranno a salari analoghi a quelli che remunerano le normali mansioni amministrative. Il potere della borghesia diminuirà nella stessa misura dei suoi redditi e sarà così la fine del capitalismo. La tesi di Schumpeter, secondo Denis, deriva dalla tesi del reddito del capitale : se il profitto non è un prelievo sul valore creato dal lavoro e se invece è solo la giusta remunerazione dell’imprenditore che innova, allora è chiaro che la burocratizzazione del processo di innovazione tecnologica deve effettivamente determinare il progressivo venir meno dei profitti.

 

 

W. W. Rostow distingue nell’evoluzione economica e sociale di ogni regione del mondo le seguenti fasi :

·         Società tradizionale

·         Condizioni per il decollo

·         Decollo

·         Progresso verso la maturità

·         Era del consumo di massa

Egli ha lo scopo di stabilire che la storia sociale è sempre la stessa in tutte le parti del mondo ed in tutte le situazioni, sicchè quella attuale si spiega semplicemente in base a determinati scarti cronologici e determinati ritardi che caratterizzano alcune regioni del globo rispetto alle altre. Tale tesi però viene a negare deliberatamente che il progresso degli uni e il ritardo degli altri possano essere dei fenomeni complementari la cui contrapposizione costituisce la caratteristica fondamentale del periodo storico in cui ci troviamo a vivere.

Rostow sull’imperialismo afferma che mentre il colonialismo è praticamente morto, il capitalismo ha conosciuto uno sviluppo straordinario. Secondo Denis però tutto questo non significa che sia finito lo sfruttamento economico dei paesi sottosviluppati. Per convincersene basterà dare uno sguardo alle cifre relative allo sviluppo degli scambi tra zone industrializzate e paesi sottosviluppati.  Del resto, dice Denis, quando Rostow ha descritto l’economia britannica del 1800 ammette il ruolo dell’apertura dei mercati di Cina, Asia ed Africa nella risposta al problema della sovrapproduzione e descrive anche la consapevolezza dei gruppi delle grandi imprese nel vedere nelle colonie una possibilità di salvezza. Per Denis la teoria di Rostow è una ideologia che consente ai gruppi dirigenti dei paesi sottosviluppati di credere in un futuro decollo.

Rostow dichiara che il saggio di sviluppo di un’economia dipende da :

·         La propensione a sviluppare la scienza di base

·         La propensione ad applicare la ricerca scientifica ai fini economici

·         La propensione ad accettare le innovazioni

·         La propensione a ricercare il benessere materiale

·         La propensione a consumare

·         La propensione ad avere figli

Secondo Denis si può riassumere la teoria di Rostow dicendo che per lui il progresso dipende dalla propensione a progredire. Anche le sue raccomandazioni alle nazioni sottosviluppate sono assolutamente vuote in quanto egli afferma di fatto che non c’è progresso perché non si desidera il progresso. La sua ideologia liberista secondo Denis lo porta anche a richiedere un intervento dello stato a livelli minimali.

 

 


3 novembre 2010

Denis : modelli di crescita economica

C’è comunque una obiezione di fondo per i costruttori di modelli : essi ambiscono a definire una spiegazione meramente endogena del processo evolutivo delle economie capitalistiche : una spiegazione che sia tale da giustificare ogni periodo dell’evoluzione economica sulla semplice base di quello precedente e così di seguito all’indefinito prescindendo dall’intervento di un qualsiasi fattore esterno. A questo proposito Schumpeter parla ironicamente di un ciclo che comporta e pretende un impulso iniziale, un qualche perturbamento intervenuto nell’industria della produzione delle mele al tempo di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. L’idea di una spiegazione puramente endogena del ciclo non è altro che una nuova manifestazione di quel concetto della scienza economica libera da ogni legame con la storia e capace di formulare delle leggi universali del tipo di quelle della fisica. Tale concezione è però erronea perché i fatti economici sono connessi in modo indissolubile all’insieme degli avvenimenti sociali e perché questi subiscono costantemente delle trasformazioni delle quali nessun modello matematico è in grado di rendere conto. Da questo punto di vista un modello come quello di Fellner è già meno criticabile perché l’autore fa intervenire il progresso tecnico e dunque un fattore esterno come elemento essenziale della propria impostazione teorica. Anche in Fellner tuttavia non è dato di riscontrare alcuna discussione generale intorno ai fattori storici che potrebbero avere la capacità di ingenerare e di mantenere lo sviluppo delle economie capitalistiche. In particolare quando si tratta di valutare le possibilità di sviluppo dei paesi del terzo mondo ci si accorge ben presto che i modelli astratti sono inefficaci, per cui spesso gli economisti affrontano il problema dello sviluppo e dell’avvenire del capitalismo ispirandosi più al metodo degli storici e dei sociologi che non agli schemi degli economisti matematici.

 

 

Si può così comprendere che, nonostante gli sforzi notevoli sviluppati dai teorici del ciclo, le politiche economiche governative siano rimaste essenzialmente empiriche. Dopo il 1933 esse sono molto superiori e sono adeguate ad attenuare le fluttuazioni cicliche. Basti pensare al fatto che i governi, quando si preannuncia una crisi, aumentano le loro spese invece di ridurle come si faceva un tempo. Nel valutare però l’entità dell’aumento delle spese pubbliche si procede nell’ambito di un piano prevalentemente indicativo.

I modelli dello sviluppo pongono l’accento sul fatto che una economia capitalistica debba svilupparsi ad un certo ritmo se non vuole precipitare in una situazione che diverrebbe rapidamente insopportabile. Non è più possibile pensare ad uno stato stazionario, dal momento che si frenerebbe l’investimento quando l’ammontare di risparmi sarebbe ancora cospicuo e ciò determinerebbe la recessione. Tuttavia né Keynes né i suoi discepoli ci forniscono una analisi soddisfacente dei motivi dell’investimento e quindi dei fattori che determinano lo sviluppo.

Attualmente si collega al pericolo delle crisi e delle recessioni quello costituito da un ritmo medio di sviluppo insufficiente in un lungo periodo di tempo. Tale pericolo di stagnazione era stato già denunciato da Alvin Hansen che nel 1938 aveva pronosticato questo esito dicendo che avrebbe determinato una disoccupazione insopportabile. Tale previsione non si è realizzata a breve, ma potrebbe essere messa in relazione con la stagflazione degli anni ’70.

Lo sviluppo economico pretende degli interventi continui da parte dello stato e soprattutto un incremento costante della spesa pubblica, ma gli economisti si domandano se un tale processo possa proseguire all’infinito.

Hansen sottolinea che le economie capitalistiche mature sono ormai entrate in una fase in cui si manifesta una tendenza nettissima all’arresto dello sviluppo della produzione. Gli investimenti divengono quanto mai esigui soprattutto se si eccettuano quelli per la costruzione di abitazioni e per i lavori pubblici. Un simile fenomeno dipenderebbe da tre cause :

·         In primo luogo non vi sono più nel mondo terre ricche e disabitate da occupare

·         La popolazione dei paesi industrializzati tende a divenire stazionaria

·         Il progresso tecnico per la sua realizzazione non ha più bisogno di tanti capitali come ne aveva un tempo

Se il capitalismo vuole sopravvivere deve trovare nuove occasioni d’investimento, mentre la tendenza ad aumentare gli investimenti pubblici spinge l’economia verso forme di socialismo.

 

 


29 ottobre 2010

Hansen, Samuelson ed Hicks

Poco tempo dopo i lavori di Kalecki, l’economista americano Alvin Hansen avanzò un suggerimento che, per spiegare il ciclo, tendeva a combinare il meccanismo del moltiplicatore con il principio dell’accelerazione di Clark, trascurando la considerazione della durata di costruzione delle attrezzature. Come Kalecki, Hansen utilizza la teoria del moltiplicatore, introducendo un intervallo di tempo tra il momento in cui viene a formarsi un reddito e quello in cui aumenta il consumo. L’investimento tende a determinare un aumento del reddito nazionale che è uguale ad n volte il suo ammontare. Ma un simile incremento si realizza progressivamente e soltanto se l’investimento viene rinnovato di continuo in ogni periodo di tempo. Durante la fase necessaria al verificarsi di un tale processo si ha dunque in ogni periodo un consumo che dipende dal reddito della fase precedente.

 

 

Questi suggerimenti furono ripresi dall’economista americano Paul A. Samuelson la cui equazione significa che il reddito nazionale di un certo periodo n è uguale al consumo sommato all’investimento totale e che questo consumo e questo investimento sono determinati dalla situazione e dall’evoluzione precedenti di tale reddito stesso. Risolvendo l’equazione si dimostra che una spesa governativa costantemente rinnovata viene ad ingenerare un reddito nazionale, il cui ammontare subisce delle oscillazioni : esso aumenta durante la fase della prosperità, poiché l’investimento risulta stimolato dal precedente sviluppo del reddito nazionale. Ma dato che il ritmo di incremento di quest’ultimo non può non diminuire e ciò determina l’arresto della crescita del reddito nazionale e poi il suo regresso.

Il modello di Samuelson è stato utilizzato dall’economista inglese J. R. Hicks il quale intorduce l’idea che l’ampiezza delle fluttuazioni è limitata dall’esistenza di una particolare barriera costituita dal pieno impiego delle forze di lavoro. Secondo Hicks i modelli matematici non fanno mai apparire le fluttuazioni dei prezzi dei beni che pure sono un fenomeno caratteristico del ciclo. Bisogna allora per comprendere quest’ultimo, ammettere che nella fase di prosperità l’investimento superi il risparmio, in virtù della creazione di credito da parte delle banche. Il che determina il rialzo dei prezzi. Dopo un certo periodo però le banche vengono indotte dalla riduzione dei loro coefficienti di liquidità ad elevare il saggio dell’interesse e ciò esercita un azione deprimente sull’investimento che cade ad un livello inferiore al risparmio : così la produzione si contrae e regredisce, mentre i prezzi si abbassano.

Sembrerebbe che i paesi capitalistici dispongano ormai di strumenti adeguati,  tali cioè da permettere loro di prevedere l’evoluzione della congiuntura, onde agire su di essa e condizionarla. In realtà l’effettiva portata di modelli è più ridotta. In primo luogo la molteplicità dei modelli costituisce un elemento di insormontabile incertezza per chi voglia utilizzarli, al punto che i politici a volte manifestano anche un dichiarato scetticismo nei confronti delle elaborazioni dei teorici. A volte è possibile una integrazione tra modelli diversi, ma in questo modo si possono venire a stabilire equazioni così complicate che non sarebbe possibile trovarne la soluzione teorica. Perché i modelli teorici possano essere adoperati per prevedere l’evoluzione della congiuntura, bisognerebbe conoscere le grandezze che intervengano nelle equazioni utilizzate in modo più preciso. Ma per quanto i diversi lavori di contabilità nazionale hanno consentito di realizzare notevoli progressi sul terreno del calcolo delle quantità globali, rimangono pur sempre dei gravi margini di incertezza. Ad es. l’investimento netto di un periodo determinato (grandezza fondamentale nell’equazione di Kalecki) e l’investimento autonomo (essenziale nell’equazione di Samuelson sono conoscibili in maniera molto approssimativa in quanto di fatto indistinguibili da altre grandezze con le quali sono intrecciati nei processi concreti.

 


28 ottobre 2010

Le tesi di Kalecki

In questi anni in cui l’area socialista si era estesa e le lotte anticoloniali si erano acuite, ci sono stati degli studi che cercano di utilizzare gli strumenti analitici di Keynes allo scopo di costruire un modello dell’evoluzione di un’economia di mercato da cui poter trarre precise indicazioni sulle cause della crisi periodica di sovrapproduzione ossia della recessione. In tal modo si pensava che sarebbe dovuto diventare possibile intervenire tempestivamente e non solo per portare rimedio alle crisi, ma anche per impedire che scoppino.

 

 

Uno dei primi modelli matematici è quello di Michail Kalecki, il quale parte dal presupposto che l’investimento dipenda dai saggi di profitto previsti, i quali a loro volta dipendono dal saggio corrente del profitto : più il profitto è grande e più l’attrezzatura in capitale esistente è piccola, più grandi saranno i saggi di profitto attesi dai nuovi investimenti. Kalecki utilizza anche lui la teoria del moltiplicatore e sostiene che i profitti dipendono dagli investimenti, poiché il risparmio dei capitalisti deve essere uguale all’investimento. Contemporaneamente sostiene altresì che occorre un determinato  volume di profitti perché venga a formarsi una data quantità di risparmio. L’autore ammette infine che l’attrezzatura esistente dipende dall’investimento realizzato in un precedente periodo di tempo. L’idea di Albert Aftalion sulla funzione del tempo necessario alla costruzione delle attrezzature sta evidentemente al centro di una simile spiegazione e Kalecki la combina con l’ida classica dell’influenza del saggio del profitto sull’investimento e con la teoria del moltiplicatore. Kalecki però riteneva che la propensione al risparmio fosse solo il rapporto tra risparmio stesso e profitto, in quanto pensava che il risparmio fosse solo opera dei capitalisti.

Poco tempo dopo i lavori di Kalecki, l’economista americano Alvin Hansen avanzò un suggerimento che, per spiegare il ciclo, tendeva a combinare il meccanismo del moltiplicatore con il principio dell’accelerazione di Clark, trascurando la considerazione della durata di costruzione delle attrezzature. Come Kalecki, Hansen utilizza la teoria del moltiplicatore, introducendo un intervallo di tempo tra il momento in cui viene a formarsi un reddito e quello in cui aumenta il consumo. L’investimento tende a determinare un aumento del reddito nazionale che è uguale ad n volte il suo ammontare. Ma un simile incremento si realizza progressivamente e soltanto se l’investimento viene rinnovato di continuo in ogni periodo di tempo. Durante la fase necessaria al verificarsi di un tale processo si ha dunque in ogni periodo un consumo che dipende dal reddito della fase precedente.

 


27 ottobre 2010

Denis : la concorrenza monopolistica

Sia le conclusioni di Harrod che la teoria di Kaldor, per l’attenzione data ai processi decisionali delle imprese rivelarono un punto debole nell’analisi di Keynes che andava approfondito : il processo di formazione dei prezzi. Keynes non aveva proposto sostanziali cambiamenti in questo campo alla teoria neoclassica e aveva in modo implicito accolto la tesi che i produttori subissero i prezzi. Nella fase dello scambio gli stessi soggetti che determinavano l’andamento delle principali grandezze economiche apparivano semplici recettori di meccanismi e di decisioni impersonali sui quali non potevano esercitare alcun potere. Bisognava proseguire perciò lungo la strada degli studi sulla concorrenza monopolistica intrapresi da Kalecki, Chamberlin e Joan Robinson. Questi contributi confermavano l’esistenza di un potere decisionale degli imprenditori capitalistici i quali oltre ad avere la responsabilità di stabilire cosa e quanto produrre, potevano in particolari condizioni di mercato fissare anche i prezzi. I mercati furono così distinti in due grandi categorie : quella dei mercati concorrenziali o flex-price nei quali i prezzi si formavano nel modo previsto dalla teoria tradizionale e quella dei mercati monopolistici o di concorrenza imperfetta o fix-price, nei quali i prezzi erano amministrati dalle imprese tenendo conto di due variabili : il costo di produzione normale e il margine di profitto (mark-up) che consentiva di finanziare l’espansione dell’attività produttiva. Posta questa distinzione l’analisi fu portata verso un maggiore approfondimento delle scelte imprenditoriali  relative alle componenti del prezzo nei regimi di concorrenza imperfetta.

 

 

Le conclusioni raggiunte rafforzarono le tesi di Keynes sulla centralità delle decisioni di investimento anche avendo come termine di riferimento la singola impresa. Infatti il costo normale fu collegato al grado di utilizzazione atteso della capacità produttiva (confermando l’opinione di Keynes che i cambiamenti della domanda del breve periodo non avessero una influenza diretta sul prezzo perché le imprese adeguavano l’offerta mantenendo fissi i prezzi). Il margine di profitto invece fu fatto dipendere dalle strategie di crescita delle imprese nel lungo periodo e dall’eventuale maggiore convenienza dell’autofinanziamento rispetto al finanziamento esterno. Le decisioni delle imprese sui prezzi furono così collegate alle decisioni di investimento e viste come il risultato di calcoli di convenienza che investivano la previsione della domanda del bene veduto, il presumibile saggio d’interesse medio del mercato e il prevedibile andamento dei salari.

 

 


26 ottobre 2010

Le tesi di Nicholas Kaldor

Anche nello studio della distribuzione gli studiosi post-keynesiani assegnarono una priorità netta alle decisioni di investimento degli imprenditori, considerate ancora una volta autonome e svincolate dalle decisioni di risparmio. Kaldor, richiamando tesi di Keynes e Kalecki, sviluppò la teoria del moltiplicatore come teoria della distribuzione nell’ipotesi che i percettori di profitto e di salari avessero propensioni al risparmio diverse. Secondo loro in un sistema economico in condizioni di pieno impiego, se le propensioni al risparmio degli imprenditori capitalisti e dei lavoratori sono diverse, allora le decisioni di investimento, oltre a determinare il livello della produzione e dell’occupazione, sono anche la causa principale della distribuzione del reddito tra profitti e salari. Nell’opinione di Kaldor la classe degli imprenditori capitalisti nel suo insieme era depositaria di un potere ancora più ampio di quello ipotizzato da Keynes, poiché dalle sue decisioni dipendevano non solo la quantità di prodotto da consumare e da accumulare, ma anche le quote di prodotto spettanti al salario ed al profitto. La tesi di Keynes a cui Kaldor si ispirava era quella per cui se gli imprenditori decidono di spendere una porzione dei loro profitti in consumo, il risultato è un aumento di profitti ottenuti dalla vendita di beni di consumo per un ammontare esattamente uguale alla somma dei profitti che sono stati spesi in quel modo. Ne deriva perciò che qualunque quota dei profitti gli imprenditori destinino al consumo, l’incremento di ricchezza resta invariato. I profitti come fonte di incremento del capitale per gli imprenditori sono un orcio di vedova che non si vuota mai, qualunque porzione del suo contenuto venga destinato ai lussi della vita. Un aumento del consumo degli imprenditori aumenta i loro profitti totali di un identico ammontare per cui i capitalisti guadagnano ciò che spendono e i salariati spendono ciò che guadagnano.

 

 

Kaldor afferma che il saggio di profitto dipende dal saggio dell’investimento e dalla propensione al risparmio dei capitalisti. Per Denis però la relazione causale va invertita giacchè il saggio dell’investimento lungi dall’essere la causa del livello raggiunto del saggio di profitto ne è al contrario la conseguenza. Forse Kaldor era consapevole di questa obiezione e forse per questo ha costruito un modello in cui alla spiegazione della distribuzione si associa quella dello sviluppo economico. In tale modello Kaldor sostiene che il saggio dell’ammortamento e quello del risparmio sono entrambi funzione di quella parte del reddito nazionale che va ai profitti. Con la sua analisi Kaldor cerca di indicare contemporaneamente il tasso d’investimento, il saggio di sviluppo e la parte effettiva dei profitti nel reddito nazionale, dunque cerca di spiegare perché una determinata economia si sviluppi ad un certo ritmo e perché il reddito nazionale vi si distribuisca secondo certe proporzioni tra profitti e salari. Per fare questo però, secondo Denis, egli rovescia la relazione causale precedente determinando il tasso dell’investimento a partire dal saggio di profitto e dalla quota dei profitti nel reddito nazionale. Inoltre nella sua analisi il processo che conduce all’equilibrio è del tutto diverso da quello descritto da Keynes. Per quest’ultimo quando il risparmio normale è superiore all’investimento, vi è contrazione della produzione e si entra in una fase recessiva. Nel modello di Kaldor invece si assiste semplicemente ad un ribasso dei prezzi con una contestuale modificazione nella distribuzione dei redditi. In altre parole questo modello sembra ignorare completamente i fenomeni di espansione e di recessione.

Secondo Graziani il caso della Gran Bretagna, afflitta da una debolezza cronica nella bilancia dei pagamenti, spinse Kaldor ad applicare alle economie aperte il suo modello di distribuzione del reddito, formulando il famoso circolo virtuoso delle esportazioni : un aumento delle esportazioni, ottenuto anche mediante una svalutazione, consente di espandere la produzione : grazie ai rendimenti crescenti, i costi unitari cadono e la maggiore competitività consente di guadagnare ulteriore terreno nei mercati esteri, creando un avanzo nella bilancia commerciale. Poiché un avanzo esterno equivale ad un investimento e gli investimenti determinano i profitti, gli imprenditori ricevono ulteriori stimoli ed il processo si riproduce. Di qui il favore con cui Kaldor considerò sempre la gestione dei cambi esteri come strumento per il controllo della produzione e dell’occupazione. Kaldor fu anche il primo a riconoscere che, nel caso dei paesi in via di sviluppo, nessuna politica dei cambi potrebbe far nascere dal nulla una struttura industriale inesistente : la protezione doganale sia pure temporanea del mercato diventa allora necessaria. Kaldor secondo Graziani non ritenne mai che le autorità monetarie possano controllare la quantità di moneta : non possono espanderla, perché maggiore quantità di moneta implica maggiore credito bancario e le imprese potrebbero rifiutare di indebitarsi ; non possono ridurla perché distruzione di moneta implica un rimborso effettuato da un impresa a corto di liquidità. Kaldor auspica una politica di tassi di interesse moderati, non tanto allo scopo di stimolare le decisioni d’investimento, quanto per evitare la formazione di una classe di rentiers improduttivi. Il problema acquista rilievo ancora maggiore in relazione al debito pubblico, perché tassi elevati aggravano l’indebitamento dello stato.

 


25 ottobre 2010

La teoria della crescita di W. Fellner

Per William Fellner invece l’analisi va in parte rovesciata : l’investimento non è più determinato dall’incremento del reddito nazionale ed è l’incremento di quest’ultimo che è invece determinato dall’investimento. In effetti si ammette che si viene a realizzare lo sviluppo equilibrato, solo se la capacità di produzione esistente viene normalmente utilizzata. Se si vuole che l’equilibrio economico si mantenga, bisogna che il reddito nazionale aumenti della stessa percentuale ogni anno. Ma se il coefficiente di capitale rimane il medesimo, l’ammontare del capitale investito aumenta allo stesso ritmo del reddito nazionale. In questo modello l’incremento di quest’ultimo è una semplice conseguenza di quello dell’investimento. Dunque la condizione del mantenimento dell’equilibrio è in ultima analisi la crescita dell’investimento ad un saggio costante. L’economia può sfuggire alla sottoccupazione della capacità produttiva solo se gli investimenti ed il reddito nazionale aumentano ad un ritmo determinato. A veder bene si tratta della confutazione della tesi di Keynes intorno alla possibilità di mantenere l’economia capitalistica in uno stato stazionario. In realtà per Fellner poiché vi sono dei risparmiatori, vi devono essere anche degli investimenti. E poiché questi aumentano la capacità di produzione, anche il reddito nazionale deve crescere. L’economia capitalistica se vuole evitare il collasso è condannata allo sviluppo.

 

 

Fellner inoltre non condivide l’idea di Keynes ed Hansen secondo la quale gli squilibri, provocati da una insufficienza sostanziale e cronica dell’investimento previsto, potrebbero essere eliminati, nel quadro del sistema dell’impresa privata, grazie al finanziamento attraverso il deficit di bilancio. Infatti Fellner sostiene che le istituzioni di una economia di profitto perdono la loro funzione essenziale se il processo di sviluppo è sostenuto principalmente dall’investimento pubblico. Egli sostiene dunque che lo sviluppo equilibrato dell’economia dipende dall’incremento degli investimenti privati. Ma questi a loro volta dipendono dall’efficienza marginale del capitale e cioè dai guadagni che si possono ottenere dagli investimenti addizionali. Questa efficienza marginale però diminuirebbe rapidamente e ne risulterebbe compromesso lo sviluppo degli investimenti, se non venisse ripristinata di continuo dalle innovazioni tecniche e dai progressi nell’organizzazione negli affari. Così l’equilibrio dinamico dipende in ultima analisi dalla capacità del sistema di ingenerare un flusso sufficiente di miglioramenti tecnici ed organizzativi.


22 ottobre 2010

La teoria della crescita di Harrod

Il passo iniziale nella costruzione di una teoria post-keynesiana fu compiuto da Harrod con un saggio sulla teoria della crescita. Seguirono per quanto riguarda la distribuzione un articolo di Kaldor e un testo di Joan Robinson. Infine Kalecki chiarì la relazione tra crescita economica e distribuzione del reddito.

Harrod nel passare da una teoria statica ad una dinamica si trovò di fronte a due problemi : spiegare il modo in cui il sistema economico, ipotizzata una posizione iniziale di equilibrio, raggiungeva in seguito ad uno stimolo esterno una nuova posizione di equilibrio ; individuare inoltre le cause che erano all’origine del passaggio da una posizione di equilibrio ad un’altra. La sua soluzione ad entrambi i problemi fu il cosiddetto modello di Harrod-Domar. L’ipotesi iniziale del modello fu la definizione del duplice effetto che ogni atto d’investimento produceva nel sistema economico. Dal lato dell’offerta risultava accresciuta la capacità produttiva, mentre dal lato della domanda si verificava un incremento per la spesa dei redditi percepiti dai produttori. Poiché nel sistema keynesiano l’investimento è soltanto un mezzo per generare reddito, il sistema non tiene conto del fatto ben noto che l’investimento aumenta anche la capacità produttiva. Questo carattere duale del processo d’investimento rende molto più promettente l’approccio alò saggio di sviluppo di equilibrio dal punto di vista del capitale (investimento) : se l’investimento aumenta la capacità produttiva e genera anche reddito, esso ci fornisce entrambi i lati dell’equazione la cui soluzione è probabile dia luogo al saggio di sviluppo richiesto. La crescita in equilibrio si verificava (e questa è la seconda ipotesi degli autori) se l’effetto dell’investimento dal lato della domanda derivante dall’azione del moltiplicatore determinava un incremento del potere di acquisto di importo pari all’effetto che l’investimento dal lato dell’offerta determinava sull’incremento della capacità produttiva. Veniva fatta l’ipotesi che il risparmio ad un determinato momento fosse una frazione del reddito percepito nel periodo precedente. Un’altra ipotesi era che l’investimento derivasse dall’incremento del reddito e da un parametro che misurava le aspettative degli imprenditori. Da queste ipotesi e dal loro sviluppo matematico il tasso di sviluppo in equilibrio poteva essere inteso come il saggio di sviluppo che si sarebbe verificato se la propensione al risparmio e il rapporto tra capitale e prodotto avessero raggiunto i valori desiderati o previsti dagli imprenditori. In caso contrario il sistema non avrebbe raggiunto valori di equilibrio tra domanda aggregata ed offerta aggregata. Il limite massimo di espansione del sistema, posto dalla crescita della popolazione, dalle risorse naturali e dalle conoscenze tecniche avrebbe definito il tasso di sviluppo naturale. Una situazione ideale sarebbe stata quella dove il tasso di sviluppo in equilibrio e il tasso di sviluppo naturale avrebbero coinciso con il tasso di sviluppo effettivo.

 

 

Harrod presuppone come Keynes che la condizione dell’equilibrio economico sia l’eguaglianza tra l’investimento ed il risparmio normale. Ma la sua formula ci propone di ammettere che l’investimento sia legato all’incremento del reddito nazionale e che invece il risparmio dipenda dall’ammontare del reddito nazionale stesso. Il saggio d’incremento del reddito nazionale viene deciso dai capi delle imprese e le decisioni di questi ultimi sono indipendenti da quelle relative all’investimento ed al risparmio. Bisogna secondo lui che l’economia si sviluppi ad un certo ritmo, ma la realizzazione del saggio di incremento desiderato rimane del tutto aleatorio in una economia di mercato lasciata a se stessa.

 


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